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Sternhell:Itinerario ideologico Mussoliniano

 
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Marcus
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MessaggioInviato: Lun Mag 18, 2009 9:36 am    Oggetto:  Sternhell:Itinerario ideologico Mussoliniano
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Il lavoro svolto dal professor Sternhell costituisce ormai una pietra miliare nell’interpretazione del fascismo. In questo caso il seguente contributo analizza il pensiero di Mussolini negli anni cruciali del passaggio dal socialismo al sindacalismo nazionale, riprendendo in parte il lavoro di Gregor ma con uno sguardo dedicato esclusivamente agli anni che videro la nascita del fascismo. Questo si rivela un punto di forza ma anche di debolezza del lavoro del professore israeliano. Poiché infatti se da una parte tale analisi spiega chiaramente e con meticolosità la coerenza inerente le dinamiche politiche maturate da Mussolini nel periodo a cavallo della Grande Guerra, non riesce però a cogliere pienamente lo sviluppo ideologico del fascismo poiché lo sguardo si limita solo ai primordi dell’esperienza politica avviata da Mussolini col suo nuovo soggetto politico, da qui il fraintendimento in cui incorre l’autore nel finale rispetto ad esempio al valore della proprietà privata, od agli ammiccamenti lanciati a mo di specchietto per le allodole da Mussolini alla borghesia liberale, temi che invece Gregor riesce a cogliere nella loro valenza assolutamente strumentale grazie all’analisi della parabola ideologico politica fascista nella sua interezza (vedi
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) Nondimeno l’attenta analisi del contributo fornito dal socialismo e dal sindacalismo rivoluzionario al fascismo mussoliniano fanno dell’ opera di Sternhell uno di quei lavori indispensabili per una comprensione reale dell’ideologia fascista.


Capitolo v
MUSSOLINI: UN ITINERARIO IDEOLOGICO


( Estratto da Zeev Sternhell, Nascita dell’ideologia fascista, Milano 2002, Baldini & Castoldi (I Nani), pp.271-321 / 387-394 )


1. Nell'orbita del sindacalismo rivoluzionario

Non vi è affatto bisogno, oggi, di insistere sul peso storico della figura di Mussolini, non più di quanto sia necessario tornare per l'ennesima volta sulle sue qualità di condottiero d'uomini, sul suo senso dell'opportunità o sul ruolo da lui tenuto nella vittoriosa ascesa del movimento fascista. Resta invece ancora malinteso o sottovalutato, perché inadeguatamente studiato, quel lato della sua biografia che ne fa uno dei personaggi di spicco di quel gruppo di rivoluzionari italiani – intellettuali o leader sindacali – che all'indomani della guerra reclamano la distruzione del regime. Nell'immediato dopoguerra, di fatto, è verso Mussolini che convergono tutte le tendenze del movimento rivoluzionario che muove il proprio assalto al potere rifiutando l'alternativa sinistra/destra. L'ex direttore dell'«Avanti!» raggruppa attorno a sé tanto i vecchi compagni di lotta della sinistra socialista e del sindacalismo rivoluzionario quanto i nazionalisti ed i futuristi in cerca di una guida politica. Alla dissidenza gauchiste e nazionalista italiana, Mussolini dà quello che era sempre mancato alle omologhe correnti francesi: un capo. Un capo venuto dalla sinistra, un socialista rotto a tutte le astuzie della vita politica dei partiti, ma anche un non conformista, un leader carismatico, un dirigente brutale e senza scrupoli. Di più: Mussolini è nel contempo un intellettuale, capace di dialogare con Arturo Labriola e Marinetti, di impressionare un Michels o un Mosca, di meritarsi l'indulgenza – o persino una certa ammirazione – da parte di Pareto e Croce. Quest'uomo, che nel 1912 aveva conquistato all'interno del P.S.I., una posizione di potere e che due anni più tardi era incontestabilmente riconosciuto, sia dalla Gioventù socialista che da Gramsci, come il dirigente più in vista del partito, è lo stesso che nel 1919 presiede alla fondazione del movimento fascista, nel quale confluiscono sindacalisti rivoluzionari, futuristi e vari dissidenti di sinistra.(1) Un passo, questo, che Mussolini non compie avventatamente o per opportunismo, e ancor meno per interesse personale. Non sono nemmeno le congiunture del dopoguerra, o la guerra stessa, a produrre questa metamorfosi. La scelta di Mussolini è, al contrario, la risultante di un'evoluzione intellettuale e di una presa di coscienza delle realtà europea e italiana iniziatasi ben prima della guerra e senza alcun rapporto con essa. E' questo cammino che si tratta adesso di ricostruire. Fin dai primissimi tempi della sua attività politica, Mussolini si muove nel solco del sindacalismo rivoluzionario. Esule in Svizzera tra il luglio del 1902 e il novembre del 1904, collabora a «L'Avvenire del Lavoratore», settimanale del P.S.I., e poi al «Proletario», altro settimanale socialista, che si pubblica a New York. Nell'ottobre del 1903, mentre risiede a Losanna seguendo – probabilmente – i corsi di Pareto, inizia la sua collaborazione con «Avanguardia Socialista». Il primo articolo che invia al giornale è dedicato alle due conferenze tenute a Losanna dal famoso anarchico francese Sébastien Faure.(2) Le idee di Mussolini, a quest'epoca, non sono ancora formate: egli simpatizza con gli anarchici,(3) anche se finisce per scegliere il campo del sindacalismo rivoluzionario. Nell'aprile del 1904, partecipa al Congresso dei socialisti italiani di Svizzera, dove incontra Olivetti, eletto presidente dell'assemblea. In questa occasione, Mussolini sceglie risolutamente le file degli antiriformisti, esponendo la sua posizione con una veemente requisitoria contro la democrazia parlamentare italiana (il testo dell'intervento sarà pubblicato nel luglio da «Avanguardia Socialista»).(4) Alla vigilia dello sciopero generale del settembre 1904, infine, lo ritroviamo accanito difensore della lotta di classe, nella più pura tradizione del sindacalismo rivoluzionario.(5) Ma il giovane rivoluzionario in ascesa non ha soltanto preoccupazioni di ordine politico. Mussolini pubblica infatti, sempre su «Avanguardia Socialista», due articoli a carattere storiografico, uno sulla notte del 4 agosto, l'altro in memoria di Ferdinand Lassalle.(6) Nel contempo, medita sull'insegnamento di Pareto, la cui teoria delle élites segnerà profondamente il suo pensiero, come quello di tutti i sindacalisti rivoluzionari. L'analisi del movimento sindacalista tentata da Mussolini in questo periodo segue da vicino il modello teorico elaborato dal professore di Losanna.(7) Il periodo di formazione intellettuale, assai denso, si conclude nel dicembre 1904, quando Mussolini decide di tornare a Forlì per svolgere il servizio militare. Durante una licenza, ottenuta nel marzo del 1905 a seguito della morte della madre, scrive il suo ultimo articolo per «Avanguardia Socialista». ( 8 ) Da militare, gli è impossibile fare di più, anzi non gli è neppure permesso partecipare ad una pubblicazione politica, il che mette fine alla collaborazione con la rivista di Arturo Labriola. Ma nuovi orizzonti gli si aprono ben presto, grazie all'attività svolta all'interno del sindacalismo rivoluzionario, che segna in modo decisivo lo sviluppo della riflessione mussoliniana. A partire da questo momento e fino al primo dopoguerra, Mussolini si inchinerà di fronte all'autorità di Arturo Labriola ed Enrico Leone. Ma questi sono anche gli anni in cui egli tiene nella massima considerazione la sociologia di Pareto, la cui influenza è sia diretta, soprattutto all'epoca dell'esilio svizzero, sia indiretta, per l'intermediario dei teorici del sindacalismo rivoluzionario. Mussolini accetta, senza riserve, l'avvenuta fusione del principio della lotta di classe con la teoria della circolazione delle élites: il proletariato rivoluzionario costituisce un'élite sociale nuova, destinata a sostituirsi all'élite borghese, proprio come quest'ultima, all'epoca della rivoluzione francese, aveva preso il posto della nobiltà e del clero:

Ricordate la teoria delle élites di Vilfredo Pareto? È forse la più geniale concezione sociologica dei tempi moderni. La storia non è che una successione di élites dominanti.(9)

Mussolini spiega la crisi politica e sociale italiana attribuendola alla decadenza della borghesia, all'incapacità dell'élite al potere di governare il paese e di far fronte ai suoi problemi. Ma la degenerazione della borghesia colpisce nella stessa misura anche il socialismo riformista, sempre più in declino.(10) Come ogni rivoluzionario che si rispetti, Mussolini si reputa marxista. Considera Marx «il più grande teorico del socialismo», e il marxismo «la dottrina scientifica della rivoluzione delle classi».(11) In realtà, il giovane militante sindacalista non è egli stesso un teorico del marxismo, dottrina che gli giunge in forma già rivista e corretta, prima attraverso Labriola e Leone, poi attraverso Sorel. contemporaneamente, si notano nei suoi scritti altre influenze, soprattutto quella di Rosa Luxemburg, ma anche di Guesde e Jaurès.(12) Le idee di Mussolini sulle questioni chiave del dibattito ideologico del tempo non differiscono in niente da quelle espresse da numerosi altri intellettuali socialisti, si tratti dell'internazionalismo, del militarismo, della guerra, della lotta di classe o dello sciopero generale.(13) Ma quale che sia la definizione che oggi si sarebbe disposti a dare del marxismo di Mussolini nel periodo in cui egli è ancora membro del partito socialista, è incontestabile che il suo approccio è guidato in primo luogo dal principio della lotta di classe e dalla convinzione che la rivoluzione socialista sia ormai avviata. Mussolini non perde mai l'occasione per manifestare la sua adesione al movimento socialista internazionale e in particolare all'Internazionale socialista. Come qualsiasi altro militante socialista, egli sostiene che il militarismo non è altro che uno dei corollari del capitalismo, e che la guerra è uno degli strumenti di cui si serve la borghesia per conservare il potere e sfruttare al massimo il proletariato. Mussolini non fa alcuna distinzione tra la borghesia straniera e la borghesia italiana.(14) Nel dicembre 1910, quando Corradíni fonda il partito nazionalista, egli non esita a denunciare, con la stessa decisione, il nazionalismo italiano ed il militarismo, da lui considerati come tentativi di ritardare l'ora del crollo borghese.(15) Allo scopo di ostacolare l'azione delle due correnti avversarie, Mussolini fa appello alla solidarietà socialista del proletariato: il «pacifismo borghese e democratico» non potrà mai evitare il ricorso alla guerra, al contrario del socialismo internazionalista.(16) In questo momento, la lotta contro la guerra e contro il militarismo costituisce per Mussolini uno dei principali impegni nella battaglia per il socialismo, e ad essa egli consacra il meglio della sua attività giornalistica e politica. Fin dai primi anni del secolo, dunque, Mussolini canta le lodi del socialismo internazionalista e delle sue prese di posizione antimilitaristiche. Nel 1903, descrive il periodo seguito al 1871 in termini idilliaci, come l'era del trionfo dell'internazionalismo sul militarismo: l'affiato ideale che ha spinto gli operai di Parigi a tendere una mano a quelli tedeschi ha reso impossibile una guerra sul suolo europeo. Ma quand'anche una guerra dovesse scoppiare, i proletari rifiuterebbero di andare a farsi ammazzare al fronte; metterebbero in pratica, invece, i precetti di Jules Guesde, scatenando uno sciopero generale destinato a svilupparsi in vera e propria rivoluzione sociale. (17) Insomma, se il proletariato non riuscisse ad impedire la guer¬ra, dovrebbe almeno sfruttare l'occasione per mettere in atto i propri propositi rivoluzionari, impossessandosi del potere grazie allo sciopero generale. Una concezione che non è né originale né innovatrice: Mussolini si limita a riprendere un'idea assai diffusa tra i socialisti del suo tempo.( 18 ) E la sua ortodossia socialista non è meno chiara quando sostiene che il proletariato non ha patria, perché da nessuna patria esso ha mai tratto vantaggio alcuno. È dunque normale, conclude Mussolini, che il proletariato approfitti della guerra per accelerare l'inizio della guerra civile: (19) idee trite e tutto sommato convenzionali, all'epoca. Tali sono le posizioni di Mussolini al momento in cui l'Italia intraprende la campagna libica, nel settembre 1911. Egli è adesso segretario della sezione forlivese del P.S.I. Coerente con le proprie idee, cerca di far scattare uno sciopero generale antibellico,(20) andando però incontro ad un totale fallimento: viene difatti arrestato e condannato a un anno di prigione. Alla scarcerazione, avvenuta nel marzo del 1912 (dopo una riduzione della pena a cinque mesi e mezzo), la sua statura politica è considerevolmente cresciuta. Mussolini diventa in breve un esponente di rilievo nazionale del partito, pren¬dendo la testa della corrente rivoluzionaria, che esce vincitrice dal congresso di Reggio Emilia, nel luglio del 1912. (21) Il capovolgimento degli equilibri interni del P.S.I. ha due effetti immediati: l'emarginazione dei riformisti e la nomina di Mussolini alla direzione dell'«Avanti!» nel novembre dello stesso anno. Dall'insuccesso del tentativo di mobilitazione contro la guerra di Libia, Mussolini ha tratto una lezione che non dimenticherà mai: gli è chiara, adesso, la necessità di combattere senza posa i socialisti riformisti, cui attribuisce la responsabilità del fallimento degli scioperi. Su costoro la rivincita, come si è detto, non tarda ad arrivare. Ma già si insinuano in Mussolini i primi seri dubbi sulla capacità del proletariato di portare a termine il suo ruolo storico. Le sue conclusioni in proposito non sono diverse da quelle di Sorel, di Michels o dei sindacalisti rivoluzionari. Ma al contrario di Sorel, che non ha mai militato in un partito socialista, o dei sindacalisti rivoluzionari che ne sono stati emarginati o addirittura espulsi come dissidenti, a Mussolini l'apparato del partito guarda come ad un uomo cui è destinato un grande avvenire. È questa una fase decisiva nella biografia di Mussolini, un punto cruciale nella sua traiettoria politica: proprio quando il partito gli apre con tutti gli onori la strada verso i vertici, proprio quando la vittoria sui nemici di destra è ormai cosa fatta ed egli si afferma come uno dei dirigenti capaci di condurre il partito su posizioni più radicali, Mussolini entra lentamente in rotta di collisione con le idee tradizionali del socialismo. È l'avvio di un processo che lo condurrà fino al fascismo. Anche se negli scritti mussoliniani sono rintracciabili altre influenze, è certo che l'ascendente esercitato su di lui dai teorici del sindacalismo rivoluzionario non ebbe mai eguali, per intensità. Nel 1909, Mussolini non esita a dichiarare che il suo marxismo non è il marxismo originario, così come viene inteso in Germania, ma piuttosto un marxismo nella versione soreliana. (22) Citando Paolo Orano, il militante socialista Mussolini non ha nessuna difficoltà a sottoscrivere nel suo complesso la critica sindacalista del marxismo:

Ammettiamo, coi «critici socialisti» di Marx, che alcune nozioni della sua economia siano errate, ma non ci uniamo al coro equivoco di quelli che proclamano la bancarotta totale del marxismo.(23)

Al bagaglio culturale acquisito nei contatti con il sindacalismo rivoluzionario italiano – la teoria delle élites e la «critica socialista» del marxismo – si aggiunge adesso la reiterata frequentazione dell'opera di Sorel. Con Pareto, Arturo Labriola e Leone, Sorel costituisce per l'ardente rivoluzionario romagnolo l'altra grande fonte d'ispirazione:

Per quanto concerne la nozione di violenza, le mie povere idee hanno trovato una conferma abbastanza autorevole nell’articolo di Giorgio Sorel che qui sotto riporto, togliendolo dall'ultimo numero della «Guerra Sociale» di Torino (29 maggio).(24)

Un anno dopo, Mussolini recensisce le Riflessioni sulla violenza, appena uscite in traduzione italiana. Il punto debole delle tesi di Sorel – cioè la mancanza di un modello ben strutturato – non gli sfugge di certo, ma nessuna riserva viene espressa rispetto al contenuto dell'opera. Anzi: soltanto la violenza, solo una lotta ad oltranza contro la democrazia permetteranno al proletariato, secondo Mussolini, di compiere la propria missione storica. Sorel è dunque un antidoto salutare contro il pervertimento del marxismo tedesco.(25) Mussolini pubblica il più importante dei suoi articoli sul sindacalismo rivoluzionario nel maggio del 1909: la recensione de La teoria sindacalista di Giuseppe Prezzolini, in cui si dice «sindacalista da cinque anni».(26) Facendo risalire la propria adesione alle idee del sindacalismo rivoluzionario all'anno 1904, Mussolini ricostruisce fedelmente i suoi primi anni di militanza socialista. Nel contempo, non manca di rendere omaggio a Sorel, il «nostro maestro». Secondo Mussolini, l'influenza soreliana sarebbe stata ancora più rilevante di quella di Bergson: Sorel è il ponte tra Marx e il sindacalismo. Come Sorel, anche Mussolini considera la violenza una necessità storica, la sola arma possibile nella lotta contro la borghesia al potere.(27) Ma Sorel non è l'unica autorità riconosciuta e rispettata. Degli stessi onori godono infatti gli altri leader intellettuali del sindacalismo rivoluzionario: Michels, Orano e, soprattutto, Labriola, in cui Mussolini vede non soltanto un grande teorico ma anche un capo politico in ascesa, l'unico in grado di tener testa a Turati.( 28 ) Enrico Leone resta tuttavia il teorico per antonomasia, e l'ammirazione di Mussolini nei suoi confronti non diminuirà neanche quando il movimento fascista inizierà a svilupparsi prepotentemente. Si deve attendere il fallimento dell'offensiva sovietica davanti a Varsavia – e cioè l'agosto del 1920 – perché Mussolini polemizzi con Leone, che aveva appoggiato i bolscevichi: una posizione ormai inaccettabile, per il capo del fascismo.(29) Va sottolineata, una volta di più, l'importanza della prassi nella strategia del sindacalismo rivoluzionario. Così stando le cose, Mussolini ha tutte le ragioni di questo mondo per considerarsi un sindacalista: se ammira Sorel è proprio perché questi sostiene che l'opera di Marx «è opera di consiglio e non di teoria; di pratica, non di scienza».(30) Eppure, come tutti i sindacalisti rivoluzionari, già attorno al 1909-1910 Mussolini comincia ad avere non pochi dubbi sulle capacità rivoluzionarie del proletariato. In quanto sistema di pensiero, il sindacalismo è perfetto, pensa Mussolini, ma gli mancano i battaglioni in grado di far trionfare la teoria anche sul campo. Si tratta dunque di organizzarli, tali battaglioni, di educarli al combattimento, se si vuole evitare che il sindacalismo diventi una mera moda intellettuale e letteraria.(31) Per comprendere meglio la natura dei rapporti tra Mussolini e i sindacalisti rivoluzionari, si deve sempre tener in mente un fatto essenziale: Mussolini è in primo luogo un uomo politico e un giornalista; un giornalista colto, che legge tantissimo e scrive con altrettanta lena, che si interessa a Nietzsche ed a Bergson, che ama le poesie di Klopstock.(32) Non ha, invece, molte pretese dal punto di vista teorico, né si ritiene un pensatore al livello dei Labriola, Leone, Orano, Panunzio, Michels. Vero è, d'altronde, che il gruppo dei teorici sindacalisti, tutti intellettuali di prestigio e per la maggior parte dotati di cattedra universitaria, non lasciava molto spazio per il talento di giovani militanti come il primo Mussolini. Ma Mussolini non è neanche un capo sindacale come i fratelli De Ambris, e con loro Corridoni e Michele Bianchi, eroi delle lotte operaie. Li ammira, certo, ma non intende entrare in competizione con loro, restando tutto sommato in ombra nelle grandi lotte operaie del primo decennio del secolo. Nel 1905 -1906 egli è sotto le armi, e non è presente né a Ferrara nel 1907 né a Parma l'anno seguente, mentre l'attività militante del sindacalismo rivoluzionario tocca il suo apogeo. Mussolini non partecipa neppure, tra l'altro, ai tentativi dei sindacalisti di imporre la propria linea all'interno del partito, né li segue quando, dopo il congresso di Ferrara del 1907, essi giungono alla conclusione che il P.S.I. non offre loro nessuna speranza per il futuro. Il fatto è che Mussolini, a differenza dei capi e degli intellettuali del sindacalismo, è convinto che l'organizzazione partitica sia la sola possibile per il socialismo italiano. Ben presto, dunque, egli cessa di credere alle virtù messianiche delle organizzazioni autonome del proletariato e rifiuta di rescinderei legami con il P.S.I. Militando nell'estrema sinistra del partito e opponendosi con ardore al riformismo, Mussolini considera il sindacalismo rivoluzionario una straordinaria ipotesi di lavoro: la teoria della violenza proletaria e della lotta di classe ad oltranza corrisponde pienamente alla sua concezione del socialismo. Il disaccordo con i sindacalisti rivoluzionari emerge solo quando questi ultimi premono per la rottura con il partito, e verte, quindi, solo su scelte di tipo tattico. Mai Mussolini rimetterà in discussione, invece, il corpus ideologico elaborato dai soreliani. Diventato segretario della sezione di Forli, non tarderà a scoprire il campo d'azione che gli è più congeniale: incomparabile uomo d'apparato, tattico senza pari, Mussolini sfrutta a meraviglia tutte le possibilità che gli offre il P.S.I. Quando, dopo una rapida carriera nei quadri del partito, si troverà faccia a faccia con i grandi nomi del sindacalismo, sarà già in qualità di leader della sinistra rivoluzionaria; un leader, per di più, che è riuscito laddove i suoi maestri avevano malamente fallito: nella conquista del partito dall'interno. In realtà, nei cinque anni che precedono la guerra si assiste ad un ambiguo rapporto interattivo tra Mussolini e le sue guide intellettuali. Per tutto ciò che riguarda le scelte politiche immediate, compresa la questione di Tripoli, i rapporti sono conflittuali e degenerano spesso in violenti scontri oratori. I sindacalisti rivoluzionari usciti volontariamente dal partito o costretti a dimettersi prendono posizioni che Mussolini non ha nessuna difficoltà a reputare ambigue: non vi è forse stata una fusione tra i sindacalisti, i nazionalisti ed i futuristi? Non hanno forse appoggiato, i sindacalisti stessi, la guerra di Libia, classica spedizione coloniale? E a nulla serve predicare lo sciopero generale, se nel contempo ci si lascia abbagliare dal suffragio universale. Mussolini ha buon gioco nell'individuare le falle di un comportamento che gli fa comodo definire incoerente: di fronte a questi gauchistes che combattono il partito dopo esserne usciti, che civettano con la destra nazionalista e sostengono i peggiori deliri imperialistici, egli si presenta come colui che sta dalla parte giusta; lottando, certo, ma sempre nell'ambito del consenso socialista. Malgrado ciò, la dipendenza intellettuale di Mussolini dalla dottrina sindacalista non si attenua. Ecco perché, all'indomani della guerra italo-turca, e soprattutto al momento del lancio, alla fine del 1913, di «Utopia», Mussolini non esita a riprendere la collaborazione con i teorici del sindacalismo rivoluzionario. In realtà, negli anni che precedono la guerra, i rapporti dell'uomo forte della sinistra rivoluzionaria, in piena ascesa all'interno del partito, con i dissidenti che agiscono fuori dal P.S.I., sono contrassegnati sempre da una certa ambiguità. L'atteggiamento di Mussolini non è univoco, ed egli si guarda bene dal contestare le prese di posizione dottrinali, anche quando, nel 1909, sferra il suo primo attacco contro i sindacalisti rivoluzionari. Ai quali rimprovera soprattutto le ripetute sconfitte patite sul campo, ma dei quali però condivide gli obiettivi a lungo termine e l'ispirazione di fondo. Mussolini non vorrebbe assistere alla decadenza di un sindacalismo ormai logoro, che si tramuta gradualmente in una sorta di dilettantismo letterario.(33) Si ribella quindi contro ogni tentativo compromissorio, ritornando sulle critiche già indirizzate a Sorel, colpevole di essersi alleato con l'Action francaise:

Conosciamo Giorgio Sorel da un pezzo. Non abbiamo mai creduto nel rivoluzionarismo di questo pensionato frugatore di biblioteche. Il suo sindacalismo non era che un movimento di reazione.(34)

E ancora, in un'altra occasione:

Un tempo fu collaboratore assiduo del forco-agrario «Resto del Carlino» ... Comincio a credere che l'accusa che gli si faceva di vanitoso e di poseur (ci tiene molto ad esempio alla decorazione della Légion d'honneur) non fosse esagerata o infondata.(35)

Nel dicembre del 1910, Mussolini riassume il caso Sorel dichiarando senz'ambagi che «il "maestro" è passato definitivamente al servizio dell'ancien régime e della forca».(36) Poi, soffermandosi sulla funzione svolta dal sindacalismo rivoluzionario sulla scena politica, conclude:

Il sindacalismo oggi serve al nazionalismo, al futurismo, all'imperialismo, al misticismo, al guerrafondaismo, al clericalismo: qualche volta all'agraria, come gli articoli crumireschi di Paolo Orano e di Giorgio Sorel o le conferenze di Labriola.(37)

E non è tutto. Mussolini attacca con vivacità ancora maggiore gli altri sindacalisti rivoluzionari.( 38 ) I soli a esser risparmiati sono coloro i quali, come Leone e De Ambris, si oppongono nel 1911 alla spedizione di Tripoli.(39) Ma quando, nell'aprile del 1913, Alceste De Ambris decide di presentarsi alle elezioni per la Camera dei deputati, Mussolini si scatena anche contro di lui.(40) Nessuna espressione è troppo dura quando si tratta di colpire i quattro teorici del sindacalismo rivoluzionario, che si sono fatti trascinare nell'agitazione elettorale dell'ottobre-novembre 1913: Olivetti è diventato il portavoce di Bossi, Enrico Leone fa propaganda a Ferrara per Michele Bianchi, Paolo Orano appoggia tutte le iniziative elettorali dei suoi amici, molti dei quali – e non tra i minori, perché tra essi vi sono Alceste De Ambris, Ottavio Dinale e Arturo Labriola – hanno posto direttamente la propria candidatura.(41) I sindacalisti, oltre a ostacolare il cammino del partito socialista pescando voti nel suo elettorato, provocano una nuova scissione, alla fine del 1912, stavolta all'interno della C.G.L. Ma Mussolini è convinto che i suoi avversari utilizzino male la stessa arma dello sciopero: tutte le astensioni dal lavoro organizzate in questi anni si concludono in malo modo, dando luogo ineluttabilmente a compromessi umilianti per il proletariato.(42) Va rilevato, ancora una volta, che Mussolini non crede ormai più alle presunte attitudini rivoluzionarie di un proletariato eroico, rinchiuso nelle sue roccaforti e ansioso di gettarsi nella battaglia per la salvezza della civiltà.(43) Come tutti i militanti dei partiti socialisti dell'Europa occidentale, Mussolini non può dimenticare che l'operaio è in primo luogo un cittadino, ed è perciò che gli sembra indispensabile non abbandonare l'arma dello sciopero generale politico.(44) La difesa del partito contro i dissidenti da parte di Mussolini risponde quindi ad una logica ben precisa, ed è condotta con la stessa energia profusa, qualche anno prima, da Guesde contro Lagardelle. In un testo estremamente chiaro, Mussolini sottolinea ciò che lo separa dal sindacalismo rivoluzionario:

il motivo fondamentale del dissenso è il mio scetticismo sulla capacità rivoluzionaria delle organizzazioni economiche. Il sindacalismo assevera l'inutilità del partito socialista. Io penso precisamente il contrario. Ma il sindacalismo ci ha dato in questi ultimi dieci anni tutta una elaborazione dottrinale e un cumulo di esperienze operaie che un socialista rivoluzionario non può ignorare. (45)

A dire il vero, scrivendo queste righe nel 1914, Mussolini sfonda una porta aperta: di tempo ne era passato ormai molto da quando i sindacalisti avevano cessato di credere alla forza messianica del proletariato, ancora sognata da Sorel, abbandonando così ogni speranza di una rigenerazione universale promossa della classe proletaria. Con il rifiuto di far proprio il mito del proletariato tutore della civiltà, Mussolini non fa altro che render conto della realtà delle cose. Ma accusando nel contempo i sindacalisti rivoluzionari di essersi rinchiusi in un mondo immaginario rischia di fallire il bersaglio, aprendo una polemica del tutto fuorviante. Infatti, lungi dal cullarsi nel sogno di un futuro indeterminato, i sindacalisti danno prova di non poco pragmatismo. Il loro obiettivo è semplicemente quello di sbloccare una situazione ormai sclerotizzata. Non si limitano ad attendere l'occasione propizia, ma fanno tutto ciò che è in loro potere perché essa giunga, moltiplicando i tentativi di sommossa popolare. Nessuno è in grado di dire quale sciopero finirà per provocare l'esplosione rivoluzionaria, e tutto va bene quando si tratta di uscire dalla miseria di una vita politica in cui mercanteggiamenti e compromessi vanno di pari passo con vere e proprie azioni proditorie. Il detonatore potrà dunque essere tanto la spedizione di Tripoli quanto uno sciopero qualsiasi. In altre parole, agli occhi dei sindacalisti rivoluzionari, una guerra fuori dal territorio nazionale e una rivolta di lavoratori possono, mutatis mutandis, avere ugualmente effetti positivi. Proprio qui risiede il motivo profondo di dissenso tra Mussolini e i capi sindacalisti, ai quali egli imputa, non senza ragioni, un atteggiamento irresponsabile: non tutte le occasioni, in quanto tali, sono delle buone occasioni. Lo sciopero generale di Milano dell'estate 1913, guidato da Corridoni, va incontro per difetto di preparazione ad una cocente sconfitta. Mussolini, nonostante la sua avversione al progetto e contrariamente agli auspici del partito, sostiene tuttavia i metallurgici milanesi, solidale con i lavoratori in lotta.(46) Ma una volta terminato lo sciopero, si scaglia contro l'Unione sindacale italiana (che rappresenta la dissidenza sindacalista rivoluzionaria della C.G.L.), su cui ricadono le responsabilità di questa ennesima disfatta.(47) Il dissidio con Filippo Corridori si prolunga anzi fino ai primi mesi del 1914,( 48 ) senza peraltro infrangere, nonostante i toni violenti, il reciproco rispetto ormai instauratosi tra i due uomini. Tanto è vero che Mussolini e Corridoni collaboreranno ancora, già in occasione della Settimana rossa, nel giugno 1914 e poi nel movimento interventista. Questi i nodi, comunque, della polemica che oppone Mussolini ai sindacalisti rivoluzionari. A parte la virulenza verbale, del resto comunissima nell'Italia dell'epoca, in cui l'arma dell'ingiuria veniva maneggiata in modo ancora più disinvolto che in Francia, i rapporti conflittuali non oltrepassarono mai i limiti di un dibattito politico e tattico strettamente congiunturale. Mai, durante questi quattro anni di animose discussioni, Mussolini attacca i principi del sindacalismo rivoluzionario: la revisione antimaterialistica del marxismo, con i suoi corollari antirazionalistici e vitalistici, resta un punto fermo del suo pensiero, né vengono messe in dubbio la dottrina della necessità della violenza e quella del mito come motore dell'attività politica e sociale. Mussolini non dice una parola, tra tanti strali polemici, contro il socialismo in quanto sistema di pensiero, il che spiega la facilità e la naturalezza con cui, nel corso dei primi mesi di guerra, avverrà l'incontro delle varie tendenze rivoluzionarie. Da segnalare inoltre che, nel momento stesso in cui divampa la polemica con Corridoni, Mussolini ha già intrapreso la pubblicazione di «Utopia», una rivista tutt'altro che avara di spazio per i teorici del sindacalismo rivoluzionario. Le rispettive prese di posizione nel giugno 1914 non fanno dunque che confermare l'evidenza: la controversia riguardava soltanto questioni di tattica. Restava ancora da determinare, tuttavia, quale fosse l'occasione più adatta per scatenare la rivoluzione. Al momento delle prime manifestazioni, dei primi scioperi, in quella che passerà alla storia come la «Settimana rossa», Mussolini è convinto che l'ora sia giunta, senza dubbio influenzato dall'atmosfera di straordinaria tensione di quei giorni. Nonostante l'opposizione ufficiale del partito, si lancia con ardore nella lotta: a suo avviso, si è all'inizio di una vera e propria insurrezione.(49) Nelle strade di Milano, il capo della sinistra rivoluzionaria – di cui era noto il coraggio fisico: si era più volte battuto in duello – dimostra tutta la sua energia di condottiero. Partecipa alle colluttazioni con le forze dell'ordine, viene colpito da un poliziotto, cade per terra, ma Amilcare De Ambris, Filippo Corridoni e Cesare Rossi gli fanno scudo con il proprio corpo. I legami tra il leader socialista e i capi del sindacalismo sono ormai rinsaldati. Tuttavia, benché d'accordo con i sindacalisti sul senso del movimento di massa ormai avviato, Mussolini ottempera all'ordine della C.G.L. di cessare le agitazioni. Come tutti coloro che erano scesi in piazza, è colpito dall'ampiezza della mobilitazione, vedendo aprirsi grandi possibilità per il futuro. Nel giugno del 1914 Mussolini è ormai convinto che il momento di abbattere le élites al potere si stia avvicinando sempre più. L'incipiente crisi europea non lascerà a queste idee il tempo di maturare, e ancor meno la possibilità di un'attuazione pratica. Mussolini, custode delle posizioni ufficiali del partito, oppone resistenza per l'ultima volta alle pressioni della sinistra rivoluzionaria, che lancia, sotto la guida di Alceste De Ambris, una vasta campagna in favore dell'entrata in guerra dell'Italia.(50) L'opposizione di Mussolini non durerà più di qualche settimana: già nell'autunno cederà infatti, apertamente e senza secondi fini, alle insistenze dei sindacalisti. Il 18 ottobre 1914 l'«Avanti!» pubblica un articolo di Mussolini in cui questi auspica l'abbandono della «neutralità assoluta», in nome di una neutralità «attiva e impegnata».(51) Sconfessato l'indomani dal partito, rassegna le dimissioni in serata. Qualche giorno dopo, si schiererà ufficialmente a fianco dei capi sindacalisti rivoluzionari, che guidano le agitazioni interventiste. Ma è chiaro che la scelta di Mussolini non è frutto di un'improvvisazione a caldo. La rapidità e la facilità con cui egli abbandona le sue funzioni e la sua posizione strategica all'interno del P.S.I., e la disinvoltura con la quale si trasferisce nelle file del sindacalismo, costituiscono in realtà il compimento di un lungo processo. Nel periodo intercorrente tra la spedizione di Tripoli e l'inizio della Grande Guerra, Mussolini aveva infatti attraversato, pur proseguendo la sua militanza socialista, una vera e propria crisi intellettuale, che prelude alla seconda fase della sua evoluzione, al termine della quale egli abbandonerà la direzione della sinistra rivoluzionaria per prendere la testa del fascismo. Il primo ottobre 1914, a Milano, nasce una nuova organizzazione: il Fascio rivoluzionario di azione internazionalista. Il 5 ottobre, il Fascio pubblica un manifesto con cui si rivolge Ai lavoratori d'Italia. La rivoluzione sociale passa ormai per la rivoluzione nazionale:

La risposta non può essere dubbia per noi rivoluzionari che, fedeli all'insegnamento dei nostri grandi, opiniamo non potersi superare i limiti delle rivoluzioni nazionali senza averli raggiunti... Ove ogni popolo non sia integrato nei propri confini naturali di lingua e di razza, e definitivamente risoluta la questione della nazionalità, non si sarà formato il clima storico necessario allo sviluppo normale del movimento di classe, al progresso e al trionfo delle stesse idee dell'internazionalismo operaio.(52)

Questo testo è firmato dai membri di un «comitato d'iniziativa» composto esclusivamente da dirigenti del sindacalismo rivoluzionario. Tra i nomi dei firmatari spiccano quelli di Corridoni, Michele Bianchi, Amilcare De Ambris, Olivetti, Cesare Rossi e Libero Tancredi (pseudonimo di Massimo Rocca). Michele Bianchi sarà nel 1915 segretario generale del movimento dei Fasci interventisti, prima di diventare segretario del Partito nazionale fascista. Con la fondazione del primo Fascio, il socialismo nazionale è ormai diventato una realtà, e le agitazioni promosse a favore della guerra, di una guerra che si ritiene avrà le dimensioni di una grande guerra rivoluzionaria, debbono essere intese come l'atto di nascita del fascismo. In questo momento preciso, Mussolini è ancora direttore dell'«Avanti!» Aspetterà ancora quindici giorni prima di entrare nelle file del socialismo nazionale, i cui membri vengono definiti, in un rapporto del 13 ottobre spedito dal Prefetto di Milano al ministero degli Interni, come dei «senza patria» che vogliono la guerra solo per «pescare nel torbido». I «senza patria» in questione sono i dirigenti del Fascio di Milano: Corridoni, Olivetti, Dinale, Masotti, Ciardi, Mantica, Rocca e Rossi. (53) L'appello del Fascio rivoluzionario di azione internazionalista «ai lavoratori, ai rivoluzionari di Roma», sarà invece lanciato il 21 novembre 1914, con in calce le firme di Francesco Pucci, Paolo Mantica, Agostino Lanzillo e Nicolò Fancello. (54) La creazione del primo Fascio precede dunque la rottura di Mussolini con il partito socialista. Gli eventi precipitano solo dopo il passaggio di Mussolini ai socialisti nazionali. Celebre e poco incline ad accettare ruoli subalterni, egli prende immediatamente la guida della giovane organizzazione. L'unico rivale potenziale, Filippo Corridoni, è dotato anch'egli di una personalità fuori dal comune, ma non ha l'abilità né il savoir-faire di Mussolini, politico fuori dal comune. Appena quattro settimane dopo le sue dimissioni dal partito, l'ex direttore dell'«Avanti!» fonda «Il Popolo d'Italia», che dà il cambio a «Utopia», il cui ultimo numero esce il 15 dicembre 1914. Del comitato di redazione del nuovo quotidiano fanno parte ex giornalisti dell'«Avanti!» e di «Utopia», ma anche militanti che un tempo erano stati avversari politici di Mussolini. Il sindacalismo rivoluzionario è rappresentato da Lanzillo, Dínale, Panunzio, Mantica, Polledro e da altri esponenti meno celebri del movimento. Nel crogiolo dell'interventismo di sinistra, il fascismo avrà modo di svilupparsi e modificare la propria posizione. Per uomini reduci da tante lotte, passati per i grandi scioperi di inizio secolo, la spedizione di Tripoli, la Settimana rossa, per uomini che avevano fatto di tutto per rovesciare lo status quo e che avrebbero accettato qualsiasi mezzo - lo sciopero generale o una guerra -per distruggere l'ordine costituito, la grande conflagrazione europea si presenta come una liberazione. Nel maggio del 1915 - il «maggio radioso» - l'Italia entra infine in guerra. Il 31 agosto, Mussolini raggiunge il reggimento di bersaglieri cui è stato assegnato. Nei tre anni che seguono le sue attività rivoluzionarie sono fortemente limitate. È al fronte, o in ospedale, o ancora in convalescenza per le ferite ricevute. Tuttavia non perde alcuna occasione per scrivere ed esprimere le proprie idee. Dopo l'armistizio, non ha ormai più rivali: Corridoni è morto sotto i colpi del nemico.(55) Né Alceste De Ambris né Gabriele D'Annunzio, eroe autentico che nella storia militare italiana ha un posto neanche paragonabile con quello del sergente Mussolini, sono in grado di impensierirlo. Mussolini è già da adesso il capo riconosciuto del movimento fascista.

2. La deriva intellettuale di un militante socialista

I primi segni dell'evoluzione intellettuale di Mussolini si erano mostrati con evidenza durante lo sciopero del 1911, dichiarato per impedire la campagna libica. Come si è visto, egli era rimasto profondamente deluso dal comportamento delle masse proletarie organizzate, rivelatesi incapaci di influire sul corso degli eventi. Una disillusione destinata ad aggravarsi ulteriormente negli anni seguenti, fino a diventare irrimediabile nel novembre 1914. Ma già due anni prima Mussolini aveva iniziato a dubitare dell'esistenza di una relazione di feconda reciprocità tra la guerra e la rivoluzione. La sua terminologia comprende ormai espressioni estranee al vocabolario marxista, e le sue argomentazioni si appoggiano su assiomi indipendenti da quelli elaborati da colui che aveva definito, solo pochi anni prima, «il più grande teorico del socialismo». La revisione dipende non soltanto da un'analisi diversa di questioni già aperte, ma anche dalla comparsa di questioni nuove, con le quali Mussolini si dovrà via via confrontare. Sul punto di assumere la direzione dell'«Avanti!», Mussolini dichiara dalla tribuna di una riunione dell'Internazionale, convocata a Milano per protestare contro l'eventualità di un intervento dei paesi europei nei Balcani: «un'altra illusione è caduta. L'illusione che fino a ieri ci ha cullato, e cioè che ormai nessuna guerra potesse scoppiare fra le nazioni europee».(56) Oltre a denotare una visione chiara della situazione europea, la constatazione di Mussolini dimostra quanto giusta fosse la sua valutazione del peso reale dell'Internazionale. Più sotto, nello stesso discorso, si legge: «fosse vero, almeno, che la guerra precede, prepara la rivoluzione. E’un'illusione, un sofisma».(57) Ma se il sospetto che la guerra non costituisca necessariamente l'anticamera della rivoluzione è diventato una certezza lo si deve al fatto che «la guerra non crea il sentimento rivoluzionario là dove non esiste; anzi lo deprime, e quando è debole lo atterra».( 58 ) Mussolini termina il suo intervento - come era d'uopo in un'assemblea socialista - scongiurando il proletariato di far appello a tutta la sua forza morale per bloccare ogni velleità bellicistica in Europa. Tuttavia, nel caso in cui la guerra dovesse scoppiare lo stesso, il proletariato dovrà sfruttare l'occasione per i propri fini. Questa concessione ad un luogo comune del socialismo, probabilmente ispirata dalla preoccupazione di non urtare troppo la suscettibilità dei presenti, non riesce peraltro a dissimulare del tutto i dubbi che Mussolini già cova dentro di sé, dopo lo sciopero del 1911, sulla capacità della classe operaia di trasformare la guerra in rivoluzione. In questa fase, peraltro, Mussolini preferisce dedicare tutti i suoi sforzi ad una campagna contro il rinnovo della Triplice Alleanza, un patto che giudica contrario agli interessi dell'Italia, o addirittura nefasto per il paese. Da questo momento in poi, si fa preponderante nelle sue perorazioni un argomento nuovo, per lui: Mussolini sostiene adesso, infatti, la necessità di privilegiare sopra ogni altra cosa le esigenze dell'Italia nel suo complesso. L l'interesse superiore della nazione che vieta all'Italia di allearsi con Austria e Germania. Non si tratta più di difendere le aspirazioni del proletariato internazionale, o quelle del proletariato italiano: l'Italia, prima di tutto! (59) Mussolini decide insomma di presentarsi come il campione di una nazione tradita dai suoi dirigenti, i cui giochi di potere non possono avere come effetto che quello di rendere l'Italia dipendente dalla Germania e dall'Austria. Anche la terminologia, naturalmente, si adegua: già negli articoli pubblicati sul finire del 1912 vocaboli come «popolo» e «nazione» si sostituiscono a «proletariato», e Mussolini giustifica il cambiamento sostenendo che la nozione di «proletariato» è contenuta in quelle, più ampie, di «popolo» e «nazione».(60) Sempre in questo periodo, Mussolini inizia a considerare con grande attenzione i problemi della minoranza italiana nell'Impero austro-ungarico. In proposito, il suo punto di vista non è alieno da accenti nazionalistici, anche se l'argomentazione resta avvolta nella terminologia tipica del socialismo.(61) In realtà, negli anni che precedono il conflitto mondiale, Mussolini non cessa di allontanarsi, lentamente ma inesorabilmente, dall'ortodossia. Poco a poco, la nazione si sostituisce al proletariato. All'inizio il fenomeno è appena percettibile, sotterraneo, ma con il crescere della tensione prebellica le precauzioni oratorie si fanno sempre meno numerose, e meno laboriose le contorsioni ideologiche. Il segno più evidente dell'evoluzione ideologica di Mussolini è il varo di «Utopia», il cui primo numero viene messo in vendita il 22 novembre 1913.(62) Che il portavoce ufficiale del P.S.I. (Mussolini è ancora direttore dell'«Avanti!») e l'esponente più in vista del partito abbia voluto disporre di un'altra tribuna per le proprie idee non poteva non suscitare meraviglia. E lo stesso Mussolini si rende ben conto dell'anomalia della situazione venutasi a creare. Si premura, dunque, di precisare che la sua decisione non deve affatto essere interpretata come il segno di un qualche dissidio ideologico, o di una sorta di crisi di coscienza.(63) Anzi, nelle primissime righe dell'articolo che apre e presenta la rivista, egli si preoccupa di far atto di fedeltà: «nel marxismo, che può essere considerato come il sistema più organico di dottrine socialiste, tutto è controverso, ma niente è fallito».(64) La formula chiave di questa dichiarazione è naturalmente «tutto è controverso»: la realtà è unica, ma le varie interpretazioni possibili hanno finito per dividere in fazioni il movimento operaio. Mussolini approfitta allora della discussione su quale sia, di tali interpretazioni, la migliore e la più precisa, per abbozzare una severa critica del socialismo europeo. A suo avviso, la crisi del socialismo internazionale è dovuta al fallimento del progetto riformista e della filosofia positivistica che lo sorreggeva. Mussolini si scaglia inoltre contro i socialisti riformisti che hanno promosso la partecipazione dei loro partiti ai rispettivi governi nazionali, impedendo con ciò ogni lotta antimilitaristica, e contro quei dirigenti socialisti che sono giunti persino, com'è accaduto in Germania, ad approvare corposissimi bilanci militari.(65) È insomma necessario ed urgente approntare «una revisione del socialismo dal punto di vista rivoluzionario», che è poi la missione che si propone la nuova rivista, spiega lo stesso Mussolini. Questo appello ad una «revisione rivoluzionaria del socialismo» – formula che ci riporta ai tempi eroici del sindacalismo rivoluzionario – non può peraltro non colpire, in un uomo politico che si appresta ad allontanarsi dal marxismo! Ma a Mussolini lo slogan non è venuto in mente per caso; esso aveva già segnato il cammino intellettuale dei sindacalisti rivoluzionari italiani e francesi. Leggendo l'articolo che Mussolini pubblica sul secondo numero di «Utopia» si comprende meglio la sua volontà di disporre autonomamente di un organo di stampa. In questo articolo Mussolini rivolge un appello Ai giovani, socialisti e non socialisti, esortandoli a schierarsi al suo fianco.(66) La vocazione della nuova rivista non è dunque solo quella, teorica, di far nuova luce sulle questioni ideologiche più pressanti: si tratta anche di reclutare (a sinistra) aderenti che non siano necessariamente socialisti. Mai l'«Avanti!», neppure con Mussolini direttore, avrebbe accettato una proposta di questo genere. Non si inganna dunque Prezzolini, che dalle pagine della «Voce» si congratula con Mussolini e presenta la fondazione di «Utopia» come l'atto di un uomo che ha scelto l'autonomia, che ha voluto «sentirsi più se stesso». Nell'articolo del 15 gennaio 1914, Mussolini ringrazia e riconosce che le osservazioni di Prezzolini sono vere, ma solo a metà. (67) Il testo è importante e degno di essere riportato:

Altrove rappresento l'opinione collettiva di un Partito, che può essere ed è, quasi sempre, anche la mia; qui rappresento la mia opinione, la mia Weltanschauung, e non mi curo di sapere s'essa concorderà o no coll'opinione media del Partito. Altrove sono il soldato che «ob¬bedisce» alla consegna, qui invece sono il soldato che può anche «discutere» la consegna: ma allora o non sono più un soldato o non si tratta più di una consegna. Gli è che certe «consegne» non si discutono davanti all'esercito, come attorno a certe verità od eresie non si polemizza in chiesa. Ammesso che la verità sia femmina, come riteneva Nietzsche, è certo che come femmina ha i suoi pudori. Non è possibile, non è consigliabile di esibirla subito al grande pubblico: bisogna ricercarla nel segreto, nella discrezione, nel silenzio –possederla al buio – e poi offrirla al pubblico préalablement iniziato.( 68 )

Questa, dunque, la funzione di «Utopia»: permettere all'eresia sotterranea di esprimersi alla luce del sole, indipendentemente dal partito e fuori da esso. La rivista dovrà essere il supporto della «revisione del socialismo», alla quale è il momento di dedicarsi. Ma attorno a «Utopia» dovranno raccogliersi forze rivoluzionarie di tipo nuovo: Mussolini si appella alle giovani generazioni, incoraggiandole a rivedere la loro interpretazione del pensiero socialista .(69) Fin dal gennaio 1914, utilizzando argomenti assai vicini a quelli del sindacalismo rivoluzionario, Mussolini lancia un attacco in piena regola contro il marxismo, in cui sono già delineati i contorni fondamentali della futura offensiva. Come era necessario fare, e come avevano fatto, prima di lui, tutti gli altri revisionisti, Mussolini inizia affermando che il capitalismo non sembra affatto essere entrato in una fase di declino. Contestualmente, rifiuta la dottrina marxista secondo la quale la società sarebbe divisa in due classi. Compare anche un argomento del tutto nuovo, sotto la penna di Mussolini: il socialismo non avrebbe preso nella dovuta considerazione i fattori psicologici del comportamento umano. Ci si dovrà dunque chiedere se non esista per caso una contraddizione tra la teoria e la realtà storica.(70) Questo tema, che i sindacalisti rivoluzionari non avevano cessato di approfondire nelle loro discussioni pubbliche fin dal periodo in cui Mussolini collaborava all'«Avanguardia Socialista» di Arturo Labriola, poteva essere introdotto nel 1914 senza suscitare lo scandalo immediato del lettore socialista. Ma Mussolini intende procedere innanzi e, da politico esperto, lo fa con estrema prudenza. Chiama a raccolta, intanto, i vecchi compagni di lotta del sindacalismo rivoluzionario, consapevole del fatto che, nei grandi dibattiti ideologici – laddove i rischi di una deviazione troppo vistosa dalla linea ufficiale del partito sono sempre grandi – i sindacalisti non hanno timori di sorta e, soprattutto, non hanno niente da perdere. Per di più, Mussolini sa anche quanto essi eccellano in questo tipo di controversia. Sergio Panunzio è tra coloro che rispondono all'appello mussoliniano, tenendo a sottolineare che le sue idee non differiscono affatto da quelle del direttore della rivista. (71) Con Panunzio, si respira subito il clima delle revisioni antimaterialistiche del socialismo:

Il socialismo è idealismo, non materialismo; il socialismo in tanto è vero in quanto è utopia, e ben lo sa il Mussolini, ed in quanto scienza, è falso... Non può essere materialistica la filosofia rivoluzionaria.(72)

La conclusione che andrà tratta da queste premesse è estremamente chiara: se il partito socialista non intende rinunciare alla sua vocazione rivoluzionaria, occorre che esso opti per una filosofia idealistica. Poi, sottolineando ancora una volta che le sue idee riflettono quelle di Mussolini, Panunzio rileva che…

dalla storia sappiamo che tutti i movimenti rivoluzionari sono stati sempre assoluti, intransigenti, intolleranti, diciamo pure giacobini, perché il giacobinismo è un momento assoluto dell'idea.(73)

Infine, andando ancor più lontano:

...la posizione di Mussolini è da un lato una minaccia e un pericolo per i riformisti e i realisti che stanno ancora nel partito, e come!, e una promessa per noi sindacalisti che ne stiamo fuori, donde i dissensi, se non espressi, taciti e latenti, che a poco tempo scoppieranno.(74)

Con questa messa a punto si precisa il senso del dibattito ideologico che oppone, nella primavera del 1914, i seguaci di Mussolini al partito socialista nel suo insieme. Il gruppo di «Utopia» comprende già numerosi esponenti della sinistra rivoluzionaria emarginati ormai da molti anni dal socialismo ufficiale. D'ora in avanti, in nome della necessità di una revisione antimaterialistica del marxismo, costoro si opporranno tanto ai «centristi» di Turati quanto ai «massimalisti». D'altronde, l'interpretazione materialistico-scientifica del marxismo costituiva all'epoca il denominatore comune di tutte le tendenze del socialismo italiano. L'eresia revisionista di «Utopia», in realtà, ha ben poco di nuovo. Stavolta, però, non si tratta solo del credo di qualche dissidente: l'uomo forte del P.S.I., per l'intermediario di Panunzio, la patrocina e si industria di diffonderla nel partito. Ma per Panunzio la rivoluzione futura non potrà mai essere una rivoluzione di tipo marxista. Da molto tempo ormai, come i suoi amici sindacalisti, è convinto che il proletariato non sia una forza rivoluzionaria: la rivoluzione dovrà essere una rivoluzione giacobina, guidata da Mussolini. Siamo nel maggio 1914. Incontestabilmente, nell'animo di Mussolini, il gruppo di «Utopia» costituisce il nucleo primario di quella che sarà la leadership intellettuale della rivoluzione futura, che, in mancanza di meglio, viene detta «giacobina». Il termine non è totalmente fuori luogo, in quanto il giacobinismo implica in qualche modo anche un atteggiamento nazionalistico, l'appello al popolo, la difesa della patria in pericolo. Tra i collaboratori di «Utopia», vi sono d'altra parte uomini come Bordiga, Angelo Tasca, Karl Liebknecht, a fianco di Arturo Labriola, Panunzio, Lanzillo, Leone, Massimo Rocca. Il reciso rifiuto dell'ordine costituito e la critica impietosa dei partiti socialisti, della loro ideologia e dei loro metodi, formano il denominatore comune di questo gruppo di intellettuali attivisti. Sono convinti, tutti, che la rivoluzione non possa arrivare da sola, spontaneamente. Dissentono, invece, su un punto essenziale: gli uni vogliono una rivoluzione che abbatta il capitalismo; gli altri, al contrario, credono nella perennità del capitalismo stesso, e intendono lasciare intatta la proprietà privata. Sarà questo lo spartiacque che dividerà le posizioni dei futuri fondatori dei partiti comunisti (Bordiga e Tasca in Italia, Liebknecht in Germania) dai futuri fondatori del movimento fascista (Mussolini, Panunzio, Lanzillo, Rocca). Le differenze tra i due gruppi rivoluzionari si profilano fin dal mese di novembre del 1913, benché tutti i collaboratori di «Utopia» si considerino ancora appartenenti all'estrema sinistra rivoluzionaria. Tutti, d'altra parte, sono o membri del P.S.I., oppure ne sono stati espulsi a causa del loro radicalismo rivoluzionario. Le loro posizioni divergono non soltanto sull'obiettivo finale, ma anche sulla natura del regime che dovrà un giorno sostituirsi a quello attuale. Col passare del tempo, le differenze si approfondiscono, anzi, e negli ultimi numeri di «Utopia» si assiste ad un forte aumento dei contributi dei sindacalisti rivoluzionari, mentre l'apporto dei membri del partito va diminuendo. Le posizioni affermate dagli uni e dagli altri continuano a essere, come sempre, radicali e rivoluzionarie, ma la corrente del «revisionismo rivoluzionario» prende decisamente il sopravvento. La revisione antimaterialistica del marxismo dà alla luce, dunque, un'inedita frazione rivoluzionaria dai contorni inizialmente non chiarissimi, che si affermerà solo con gradualità. Dieci anni dopo la fondazione di «Utopia», Luigi Salvatorelli, osservatore perspicace dell'ascesa del fascismo, non mancherà di notarlo:

Abbiamo, dunque, oltre le origini popolari e democratiche, tutta una serie di manifestazioni del fascismo, sino ed oltre l'assunzione del potere, di carattere che possiamo e dobbiamo chiamare «di sinistra». Senonché le parole di sinistra sono terminate sempre in fatti «di destra».(75)

Nell'immediato anteguerra, dunque, il pensiero di Mussolini si sviluppa e si consolida. Il fallimento dello sciopero generale apre un periodo di riflessione, durante il quale Mussolini si riavvicina di nuovo ai sindacalisti rivoluzionari. Egli è sempre rivoluzionario, lo è anzi quanto non lo era mai stato, ma nel frattempo il suo atteggiamento verso il marxismo è radicalmente mutato. Parallelamente, man mano che si rende conto dell'inerzia del proletariato, prende coscienza della potenza del nazionalismo. Anche se, nel gennaio 1914, Mussolini non si allinea ancora sulle posizioni dei nazionalisti riguardo a Trieste, città rivendicata per l'Italia dai seguaci di Corradini, certo è che le sue idee non sono più quelle professate tradizionalmente dal partito socialista.(76) A destra, l'evoluzione dell'esponente più prestigioso del P.S.I. non passa inosservata. Nell'aprile 1914, un'intervista di Mussolini al «Resto del Carlino», quotidiano della destra moderata, viene accolta con il massimo favore. Commenta il giornale:

Noi, che ci sforziamo di rappresentare a destra uno sforzo di sincerità politica, non possiamo non apprezzare l'analogo sforzo tentato a sinistra da uomini della stessa generazione e che hanno in fondo indubbiamente le medesime preoccupazioni morali e sono agitati dagli stessi stimoli ideali.(77)

Dopo l'armistizio, «Il Resto del Carlino» concederà ampio spazio agli interventi di Georges Sorel. Ma l'evento più importante, che infrange definitivamente i piani del socialismo mussoliniano, è il fallimento della Settimana rossa. Quando, il 7 giugno 1914, divampano le agitazioni antimilitaristiche di Ancona, Mussolini, malgrado qualche dubbio e, soprattutto, malgrado l'esperienza della guerra di Libia, ritiene che sia finalmente giunta l'occasione tanto attesa di uno sciopero generale rivoluzionario, che abbatta il regime, ed è pronto per una vera e propria insurrezione armata. Speranze dalla vita breve: quattro giorni dopo, in un discorso pronunciato a Milano, Mussolini propone di metter fine ad uno sciopero che non ha alcuna possibilità di raggiungere il suo scopo. Il socialismo ufficiale, diventato un pilastro dell'ordine costituito, non permetterà mai al socialismo rivoluzionario di tentare l'assalto del regime. Nel contempo, Mussolini non rinuncia a dichiarare la sua fede nella possibilità e nella necessità di una rivoluzione:

la Settimana rossa è stata un'occasione mancata per colpa del partito socialista e dei suoi sindacati. La rivoluzione – o semirivoluzione – di quei giorni era quasi ineluttabile, poiché vi era «troppa elettricità nell'aria», ma purtroppo la speranza di un grande cambiamento è stata tradita dai capi socialisti, e, indirettamente, dagli altri partiti socialisti europei. Ma la resa dei conti è soltanto rimandata: «L'Italia ha bisogno di una rivoluzione, e l'avrà!» ( 78 )

Per come è formulata nel luglio 1914, la convinzione mussoliniana non trova più collocazioni in uno schema marxista classico. L'afflato rivoluzionario è per Mussolini un profondo bisogno di tipo psicologico: tutto il suo articolo su «Utopia» dedicato alla Settimana rossa è fondato su questa idea. La terra trema: quando si presenteranno assieme tutte le condizioni propizie, la caldaia italiana, sempre più in ebollizione, esploderà. Il processo rivoluzionario non dipende più dalle scelte del socialismo europeo; il che spiega l'ardore con cui Mussolini si lancia nell'interventismo e nel nazionalismo. Il primo passo su questa strada, che porta nell'immediato al socialismo nazionale e poi al fascismo, è la rottura ideologica di Mussolini con la socialdemocrazia, alla vigilia dello scoppio della guerra:

Il socialismo internazionale «moderno» è una frase priva di senso. Non c'è un vangelo unico di socialismo per tutte le nazioni, nel quale tutti si debba giurare pena la scomunica maggiore. Ogni nazione si è foggiata il «suo» socialismo. Il periodo dell'egemonia tedesca nel movimento socialista internazionale sta per tramontare. Le diffidenze verso i socialisti tedeschi aumentano. Che cosa si fa attualmente in Germania? Si discute animatamente su giornali e riviste se la Frazione parlamentare socialista doveva restare – come restò – seduta o andarsene dal Reichstag all'hoc imperiale di chiusura della sessione. Si parla anche di sciopero generale. Da chi? Dai «radicali» (socialisti rivoluzionari), o meglio dalla sola Rosa Luxemburg, una ebrea polacca alla quale non vengono risparmiate critiche acerbe da parte dei benpensanti del socialismo.(79)

Nei mesi immediatamente precedenti l'inizio della guerra, il pensiero di Mussolini è dunque in piena mutazione. Il leader riconosciuto dell'ala sinistra del partito si interroga sulla natura eccessivamente schematica della spiegazione marxista delle realtà sociali e nazionali. La guerra scoppia, insomma, proprio quando l'ortodossia mussoliniana si fa sempre più incerta e segnata da profonde fenditure. Queste frasi di Mussolini, in cui si parla dell'illusione dell'internazionalismo socialista e si denigra la socialdemocrazia tedesca, sembrano tratte di peso dalle invettive lanciate da Michels solo qualche anno prima. Prima ancora che venga sparato il primo colpo di cannone, dunque, Mussolini si unisce ai sindacalisti rivoluzionari nella loro critica del socialismo democratico, della fraseologia internazionalistica, dell'impotenza dimostrata dai vertici del partito. Al culmine di questo processo ideologico, la Settimana rossa è la goccia che fa traboccare il vaso, e nel contempo la cartina di tornasole che evidenzia, senza possibilità d'appello, il tracollo del socialismo tradizionale. Nell'agosto del 1914, l'evoluzione del pensiero di Mussolini ha già raggiunto un punto di non ritorno. Dopo la lenta erosione degli ultimi anni di pace, le posizioni tradizionali del marxismo appartengono ormai ad un passato morto e sepolto. Con il fallimento dell'Internazionale, previsto da Mussolini (ma se l'aspettavano anche Pa-nunzio e Michels), in piedi restavano soltanto gli ideali nazionalistici. D'ora in poi si dovrà privilegiare, quindi, l'interesse della nazione, alla luce del quale il direttore dell'«Avanti!» orienterà la propria linea di condotta.(80) Questo dunque l'esito della profonda crisi intellettuale che covava in Mussolini fin dalla disastrosa conclusione della campagna antimilitaristica del 1911. Il processo di revisione del marxismo intrapreso in quegli anni è guidato dalla percezione di una realtà nuova, in cui si dissolve ogni speranza tanto nelle virtù rivoluzionarie del proletariato, e delle organizzazioni che lo rappresentano, quanto nell'internazionalismo. Lenta e progressiva, l'evoluzione di Mussolini precipita rapidamente con l'apertura delle ostilità. Nella seconda quindicina d'agosto, egli firma – con l'abituale pseudonimo: L'homme qui cherche – un violento articolo contro l'Internazionale, subito pubblicato su «Utopia». Dallo scoppio del conflitto, Mussolini trae la sola conclusione possibile: al cospetto del mondo, l'ideale socialista deve tramutarsi in ideale nazionale.(81) In effetti, i proletari francesi e tedeschi, guidati dai rispettivi partiti socialdemocratici e dalle loro appendici sindacali, avevano risposto senza esitare all'appello dei governi borghesi, gettandosi nella battaglia gli uni contro gli altri, e senza remora alcuna. È chiaro che in tali condizioni, dal punto di vista di Mussolini, che era reduce da due tentativi falliti di sciopero generale, non avrebbe senso lanciarsi in un'altra esperienza di questo genere.(82) Non resta che prendere atto della situazione: il processo di disintegrazione del socialismo classico, a connotazione «ortodossa» o «riformistica», è ormai compiuto. Nell'ottobre del 1914, i sindacalisti rivoluzionari Massimo Rocca e Tullio Masotti si rivolgono a Mussolini, invitandolo a metter fine al dissidio interno che lo attanaglia: da una parte, egli è un uomo politico lucido e intimamente convinto della necessità di schierarsi con gli interventisti; dall'altra, invece, è una personalità ufficiale, direttore dell'«Avanti!» e tenuto a difendere la linea del partito.(83) Rispondendo alle critiche di colui che sarà (poco tempo dopo) al suo fianco tra i fondatori del movimento fascista, Mussolini riconosce di aver attraversato una crisi intellettuale. Ma egli si sente in primo luogo un uomo d'azione e quindi, dall'esame di coscienza, ha subito tratto delle conseguenze di ordine pratico: l'eventuale intervento del paese in guerra deve essere esaminato esclusivamente dal punto di vista nazionale.(84) Ora, per Mussolini dubbi non ve ne sono: dall'immane conflitto uscirà vittoriosa l'alleanza franco-inglese. Ma dato che si tratta dello scontro tra due imperialismi, e nient'affatto di una guerra per la democrazia, la libertà e la giustizia, o per cambiare la società europea, allora è lecito che l'Italia tuteli i propri interessi di nazione, mettendosi dalla parte del più forte.(85)

CONTINUA...

_________________
" Forse che non conoscendo a fondo il pensiero del Duce si può affermare di essere fascisti? Noi diciamo di no! Che il fascismo non è istinto ma educazione e perciò è conoscenza della sua mistica,che è conoscenza di Mussolini" (N. Giani)


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Per tutta la «veglia d'armi» che precede la sua espulsione dal partito socialista e la fondazione del «Popolo d'Italia» (15 novembre 1914), il pensiero di Mussolini è dominato dal nazionalismo. Ai suoi occhi, solo un cieco dogmatismo ha potuto impedire ai dirigenti socialisti di comprendere la natura e la potenza dell'ideale di nazione, determinando, con il rifiuto di prenderlo in considerazione, la sconfitta dell'Internazionale. 86 È la stessa realtà delle cose che lo dimostra: «la nazione rappresenta una tappa nel progresso umano, la quale non è ancora superata». Più oltre, Mussolini precisa il suo pensiero:

Il sentimento di nazionalità esiste, non lo si può negare! Il vecchio antipatriottismo è cosa tramontata e gli stessi luminari del socialismo, Marx ed Engels, hanno scritto a proposito di patriottismo pagine che vi farebbero scandalizzare.(87)

Di conseguenza:

la critica socialista di domani potrebbe anche esercitarsi a trovare una forza di equilibrio tra la nazione e la classe.( 88 )

Ecco in che cosa consiste il nuovo socialismo di Mussolini: in un socialismo «nazionale». E un socialismo di tal fatta, per il suo stesso contenuto, richiede scelte politiche concrete. Tutta la questione dell'interventismo è sottesa alla percezione mussoliniana dell'importanza del sentimento e dell'identità nazionali nella vita della collettività. Occorre tuttavia precisare, e con la massima cura, che questa acuta lettura del fenomeno nazionalistico, associata alla convinzione del fallimento su tutta la linea dell'analisi marxista, non provoca affatto, nel pensiero di Mussolini, l'abbandono di un socialismo inteso come progresso continuo verso riforme di ordine sociale. In questo senso va inteso il socialismo nazionale, movimento politico e nel contempo tendenza ideologica, tappa fondamentale nella transizione verso il fascismo.

3. Il socialismo nazionale

La teoria mussoliniana del socialismo nazionale, lo si è visto, sorge progressivamente e in parallelo ad un processo di revisione del marxismo. Ma, come sempre in questi casi, l'evoluzione riflette una contingenza storica, e il suo ritmo si fa addirittura vorticoso dall'inverno del 1914. In origine, il socialismo nazionale di Mussolini si colloca senza soluzioni di continuità sulla linea delle revisioni antimaterialistiche del marxismo, acquisendo solo in seguito, a poco a poco, la sua specificità. Diventato ideologicamente autonomo, il «mussolinismo» è il risultato finale di un miscuglio di elementi diversi che, fusi insieme, contribuiscono a dar luogo ad un tutto che non ha più molto in comune con le componenti di partenza. E qui l'impronta personale di Mussolini è decisiva. E’ anzi necessario insistere su questo punto. Contrariamente a quanto pensa, per esempio, uno studioso assai avvertito quale R. Vivarelli (che ben rappresenta del resto l'interpretazione comunemente accettata), il nazionalismo di Mussolini differisce sostanzialmente dal nazionalismo classico.(89) Mussolini non è un nazionalista nel senso tradizionale del termine, e non fa proprie tutte le abituali rivendicazioni del nazionalismo. Per esempio, per tutto ciò che riguarda i problemi territoriali e le frontiere del dopoguerra, egli elabora una linea politica propria e notevolmente diversa da quella dei nazionalisti. Lo stesso dicasi per quanto concerne il suo appoggio alla creazione di uno stato jugoslavo. Alla conclusione del conflitto, Mussolini avrà un atteggiamento assai tiepido rispetto alla spedizione di Fiume, suscitando l'aperto e stizzito dissenso di Alceste De Ambris, capo gabinetto e luogotenente di D'Annunzio. Di fatto, nonostante le sue dichiarazioni di fedeltà al Comandante ed ai suoi uomini, Mussolini abbandonerà a se stessa «la Reggenza italiana del Carnaro». Il che spiega perché De Ambris, autore nel settembre del 1920 della costituzione della Reggenza, non si prenderà neppure la pena di farla pervenire a Mussolini, prima di spedirla a tutti gli altri direttori di giornali italiani. Mussolini se ne lamenterà dalle colonne del «Popolo d'Italia», senza peraltro rettificare la propria posizione, e tre mesi dopo darà la propria approvazione al trattato di Rapallo. A fine dicembre, il caso Fiume è ormai chiuso, senza che Mussolini abbia fatto niente per aiutare D'Annunzio e De Ambris. Né si trattava soltanto, dal suo punto di vista, di sbarazzarsi di due scomodi rivali. Certo, Mussolini è un uomo politico rotto a tutte le astuzie della professione, e, nel contempo, un osservatore assai attento della realtà, conscio del fatto che l'Italia non ha i mezzi per un'altra guerra.(90) Ma, ed è questo il punto più importante, non professa un nazionalismo semplicistico o di bandiera. Il suo disegno è estremamente più complesso. Analogamente, Mussolini non è affatto, come pensa De Felice, solo un socialista che, a partire dal 1916, si avvicina ai nazionalisti.(91) L'evoluzione era cominciata ben prima, costituendo un aspetto essenziale della formazione del socialismo nazionale, cioè di una nuova concezione dei fini da stabilire globalmente per la società. In un primo tempo, Mussolini tende a presentare il nazionalismo come uno strumento nelle mani del socialismo: visto che non vi può essere una solidarietà internazionale dei lavoratori a causa delle rivalità tra nazione e nazione, visto che la questione nazionale blocca ogni volontà rivoluzionaria, la strada della rivoluzione sociale passa per la risoluzione dei problemi nazionali.(92) La rivoluzione è ancora l'obiettivo finale, insomma, e Mussolini cerca di dimostrare che non vi è alcun tipo di contraddizione tra nazionalismo e socialismo. Allo scopo, indica spesso l'esempio di Blanqui: veterano di tutte le rivoluzioni dell'Ottocento, questi non ha forse fatto appello al popolo per difendere la patria, mentre la destra borghese, da parte sua, era pronta a capitolare?(93) Vi sarebbero dunque dei periodi in cui patriottismo e socialismo sono perfettamente compatibili, e la situazione venutasi a creare all'inizio del 1915 sembra confermarlo. Si deve allora intervenire nella guerra europea in nome della nazione e in nome del socialismo. Tuttavia, rispetto alle prese di posizione precedenti, si nota da parte di Mussolini un mutamento di prospettiva: la guerra non coincide più con la rivoluzione, e non è affatto il caso di provocare uno sciopero generale che serva da preludio a cambiamenti di tipo rivoluzionario. Adesso, sono i risultati della guerra che determineranno la sorte della rivoluzione, rimandata ad un futuro indeterminato.(94) Nel maggio 1915, qualche giorno dopo la dichiarazione di guerra, i toni si induriscono. Nel frattempo, Mussolini e i suoi seguaci, espulsi dal partito, hanno lanciato il loro quotidiano e sono ormai in grado di esprimersi liberamente. Bersaglio della polemica non sono più i capi riformisti, ma gli stessi padri fondatori del socialismo, accusati di essersi costantemente identificati con la patria tedesca e di averne sempre messo in primo piano gli interessi: Marx ed Engels sono ormai presentati come i servi del pangermanesimo e della diplomazia di Bismarck. Sorte non diversa tocca alla socialdemocrazia tedesca: è essa che ha voluto la guerra, facendo di tutto per preparare il popolo a parteciparvi attivamente.(95) Per tutto il 1915, attacchi a Marx ed Engels si moltiplicano a dismisura. Mussolini, straordinario animale politico, non ama le mezze misure, e scatena tutta la sua energia di polemista. A dargli retta, sembrerebbe che i veri responsabili del conflitto siano Marx, Engels e i socialisti tedeschi, alleati da sempre di Bismarck e di Hindenburg.(96 )Ben presto, questi attacchi contro un marxismo di cui non ci si limita a mostrare la sconfitta sul piano internazionale ma che viene presentato come uno dei fondamenti del pangermanesimo, daranno luogo ad una critica globale del sistema. È evidente, infatti, che il principio della lotta di classe non può più esser ritenuto valido, e le lodi al proletariato, così come le invettive lanciate contro la borghesia italiana, dipendono da un criterio diverso ed esclusivo: il rispettivo grado di tensione patriottica delle due classi sociali. Se il proletariato è degno di elogi è soltanto perché esso ha provato la propria superiorità dimostrandosi capace di operare per il bene della patria.(97) Sono, questi, temi classici del socialismo nazionale. Mussolini, come tutti i suoi predecessori, come tutti coloro che imboccheranno dopo di lui questa strada, come i sindacalisti rivoluzionari che avevano sostituto alla categoria di «proletari» quella di «produttori», continua ad aborrire quella parte della borghesia che ancora definisce «parassitaria», considerandosi tuttora un rivoluzionario.( 98 ) Ma la natura, il senso e gli obiettivi della rivoluzione sono cambiati. La rivoluzione futura non potrà essere che una rivoluzione nazionale e antimarxista, senza per questo dover essere borghese. Contrariamente a quello che pensa De Felice, Mussolini non è più, nel 1915, un «socialista dormiente»,(99) bensì un socialista nazionale, antiliberale, antimarxista. Egli è un rivoluzionario, certo, ma un rivoluzionario di un tipo fino ad allora sconosciuto. Si spiega, così, la sua accanita opposizione a Lenin ed al bolscevismo, oggettivamente alleati del Reich, e in quanto tali nemici della patria italiana: Lenin non può far altro che proseguire l'opera di Marx, patriota tedesco del 1870, e la rivoluzione bolscevica non è altro che la continuazione del militarismo tedesco. (100) Però, se Lenin o i socialisti tedeschi che salutano con gioia la rivoluzione d'ottobre sono soltanto dei nemici, i socialisti italiani, da parte loro, sono dei traditori. (101) Un Leitmotiv che torna spesso negli scritti di Mussolini dai primi mesi del 1915 in poi: ( 102 ) vassalli del Kaiser, gli ingenui socialisti italiani consegnano al nemico straniero l'Italia e l'Europa intera.(103) Giunto al potere, Mussolini non dirà mai alcunché di diverso. Ma l'opposizione a oltranza di Mussolini alla rivoluzione d'Ottobre non deriva semplicemente dalla ritirata dell'esercito russo dal fronte tedesco. Il suo totale rifiuto del bolscevismo risale già a prima della presa del potere da parte dei rivoluzionari, e non ha soltanto motivazioni d'ordine strategico: Mussolini rifiuta la rivoluzione russa in quanto rivoluzione marxista. Non è vero, dunque, come invece sostiene De Felice, che furono la rivoluzione d'Ottobre e la disfatta di Caporetto a spingere Mussolini verso destra.(104) Mussolini non abbandona il marxismo d'un sol colpo, frastornato da eventi catastrofici, ma al termine di un'evoluzione durata parecchi anni. L'ingranaggio intellettuale e politico che trasformerà la personalità più in vista del Partito socialista italiano in un avversario del marxismo si è già messo in moto al tempo della guerra di Libia. Questo processo, assai simile a quello che caratterizza le vicende intellettuali dei sindacalisti rivoluzionari, porterà Mussolini a sintonizzarsi sulle conclusioni di questi ultimi, facendo propria una sintesi ideologica in cui il socialismo giunge a fondersi con il nazionalismo. Dal punto di vista di Mussolini, il marxismo è fallito in primo luogo al suo interno: la coscienza di classe del proletariato e la coesione tra i proletari non hanno dato gli effetti sperati, mentre la politica dei partiti socialisti ha seguito vie diverse da quelle preconizzate. Per di più, dopo aver registrato un tale fallimento interno, il marxismo è crollato sul piano internazionale. Tale è, nel pensiero di Mussolini, il senso ultimo della situazione alla vigilia della guerra. Il socialismo nazionale, anche nella versione mussoliniana, segue tipicamente le orme del revisionismo, riconoscendo la perennità del sistema capitalistico. Sei mesi prima dell'inizio delle ostilità, in un articolo pubblicato su «Utopia», Mussolini si esprime in proposito con estrema chiarezza:

E il capitalismo, cioè il sistema economico-politico dominante nelle nazioni moderne, ci presenta la sua realtà. È varia, è multiforme, una realtà in movimento. A un dato momento i socialisti sono stati vittime di un gravissimo errore. Hanno creduto che il capitalismo avesse compiuto il suo ciclo. Invece il capitalismo è ancora capace di ulteriori svolgimenti. Non è ancora esaurita la serie delle sue trasformazioni. Il capitalismo ci presenta una realtà a facce diverse: economica, prima di tutto.(105)

Questa idea, che era stata a lungo sviluppata dai sindacalisti rivoluzionari (e che si traduceva di fatto in una difesa dell'ordine economico sussistente), costituisce la base ideologica stessa del sindacalismo nazionale, importante anello della catena al cui estremo si troverà il fascismo. Nell'agosto, del 1917, Mussolini disegna a grandi linee quella che sarà la situazione del dopoguerra. In testa alle sue preoccupazioni viene la modernizzazione del paese, che deve Permettere non soltanto di accelerare lo sviluppo economico della società italiana, ma anche di innalzare l'Italia al rango di grande potenza. I paesi slavi e la parte orientale del Mediterraneo costituiscono per l'Italia una naturale area di espansione. Occorre però eliminare l'influenza (economica e politica) tedesca su questi territori, appoggiando l'indipendentismo slavo contro l'Impero austriaco.(106) In questo processo di industrializzazione e di crescita economica, al proletariato spetta un ruolo di primo piano. Certo, non si parla più di rivoluzione proletaria, bensì di solidarietà nazionale: le esigenze della nazione e quelle del proletariato coincidono.(107) Nello stesso tempo, Mussolini spinge molto in là l'identificazione dell'interesse individuale con quello nazionale, andando ben oltre, in questo caso, la sintesi socialista nazionale elaborata dai sindacalisti rivoluzionari. Mentre per i sindacalisti nazionali, formatisi su «Pagine Libere» e sul «Divenire Sociale», l'interesse dell'operaio restava sempre l'obiettivo finale dell'azione collettiva, e la nazione soltanto lo strumento necessario per giungere allo scopo, in Mussolini l'ordine delle priorità è esattamente rovesciato.(108) In occasione del 1° maggio 1918, Mussolini prende posizione sugli avvenimenti russi: ai suoi occhi, la rivoluzione bolscevica è la prova del fallimento del proletariato, tanto nella sfera politica quanto in quella economica. I rivoluzionari di Lenin hanno dimostrato al mondo intero che il proletariato non è capace, né merita, di governare. Il fatto di costituire la maggioranza della popolazione non conferisce al proletariato nessun diritto speciale: il potere appartiene ai migliori, non ai più numerosi. Può darsi che venga un giorno in cui una parte del proletariato, ben preparata e in qualche modo purificata, si dimostri degna di svolgere il ruolo di élite dirigente, ma per il momento le cose non stanno così. Quindi, il regime che il socialismo nazionale e il sindacalismo nazionale intendono instaurare non sarà affatto un regime ugualitario, e non darà luogo ad alcuna socializzazione della proprietà. La nuova economia sarà rivolta, piuttosto, alla crescita, alla massimizzazione delle risorse, alla «produttivizzazione» delle masse. Soltanto un regime fortemente gerarchizzato, che permetta a una potente élite di guidare la società, può rivelarsi capace di condurre il paese sulla via dello sviluppo. (109) In Italia come in Francia, i soreliani predicavano da tempo dottrine niente affatto dissimili: non vi è alternativa al capitalismo, e ancor meno al governo delle élites. D'altronde, i principi democratici erano da sempre invisi ai teorici del sindacalismo rivoluzionario. Sociologi, giuristi od economisti che fossero, costoro erano tutti assai scettici sulla capacità degli uomini di governare se stessi. Con il passare degli anni, si assiste ad una progressiva radicalizzazione di queste idee, fino alle conclusioni più estreme: con il sindacalismo nazionale, la teoria produttivistica si pone in antitesi al marxismo, mentre la stessa nozione di «proletariato nazionale» viene abbandonata: si preferirà, piuttosto, parlare di «produttori». Ma i produttori provengono da tutte le classi sociali, si trovano in tutti i ceti e rappresentano l'Italia nuova. Da loro dipende la modernizzazione del paese e, di conseguenza, il suo avvenire. Come i suoi maestri - Arturo Labriola ed Enrico Leone - e, di fatto, come tutti gli altri intellettuali del sindacalismo rivoluzionario italiano (molti dei quali provenienti dal Mezzogiorno sottosviluppato) che avevano affrontato i problemi economici del paese, Mussolini è perfettamente cosciente dell'arretratezza italiana. Un'Italia economicamente debole sarà preda perenne dei suoi vicini più potenti. All'idea di rivoluzione si dovrà ormai sostituire quella di rinnovamento».(110) Ma il rinnovamento esige la collaborazione tra le classi; idea, questa, che domina sempre più il pensiero di Mussolini. Da colonna portante del produttivismo, l'idea di «collaborazione» diventa un elemento fondamentale del corporativismo. Ma la collaborazione tra le classi, strumento essenziale della modernizzazione, deve accompagnarsi anche a riforme sociali, fermo restando che la politica sociale avrà come unico scopo quello di garantire il buon funzionamento del sistema e la più completa fedeltà del lavoratore alla nazione.(111) Non è dunque – come ritiene De Felice – il timore di un eventuale contagio bolscevico, o la necessità di far fronte al pericolo di una rivoluzione comunista in Italia, che induce Mussolini a prendere le difese del capitalismo.(112) Indubbiamente, egli è ben deciso a impedire ogni bolscevizzazione dell'Italia, ma non è affatto il pericolo comunista la radice ultima della teoria produttivistica. Il produttivismo mussoliniano, infatti, sorge al momento dell'accordo con i sindacalisti rivoluzionari: fin dal gennaio 1914, epoca in cui è ancora il capo incontestato del socialismo italiano, Mussolini proclama il suo appoggio al sistema capitalistico.(113) Alla conclusione del conflitto, Mussolini e i suoi seguaci, in particolare i sindacalisti rivoluzionari e i futuristi, sono persuasi di aver individuato – nel sindacalismo nazionale – una terza via, quella terza via così febbrilmente ricercata tra un marxismo ormai giunto al tracollo ed un liberalismo le cui tare morali e politiche non abbi-- sognano ormai più di esser provate. Mussolini, nel gergo del marxismo hegeliano, si compiace di definirla come la sintesi di due concetti antitetici: classe e nazione. «Noi ci mettiamo sul terreno della nazione, che contiene la classe di tutte le classi, mentre la classe non contiene affatto la nazione», dirà infine alla vigilia della fondazione del movimento fascista.» (114) Contemporaneamente alla definizione delle basi economiche e sociali di ciò che diventerà tra breve il programma fascista, Mussolini mette a punto le proprie concezioni politiche. Con riferimento alla rivoluzione francese, a Carnot e a Napoleone, e traendo il dovuto insegnamento dalla rivoluzione russa, Mussolini giunge alla conclusione che la difesa della patria, il suo sviluppo e le sue aspettative rivoluzionarie (cioè patriottiche e centrate sugli interessi nazionali, come quelle che avevano caratterizzato la rivoluzione francese e la prima fase della rivoluzione russa) necessitano di un regime dittatoriale.(115) Sulla natura, il senso e gli obiettivi della futura rivoluzione, di questo tipo di rivoluzione, Mussolini si esprime senza ambiguità nel luglio del 1917:

La rivoluzione non è il caos, non è il disordine, non è lo sfasciamento di ogni attività, di ogni vincolo della vita sociale, come opinano gli estremisti idioti di certi paesi; la rivoluzione ha un senso e una portata storica soltanto quando rappresenta un ordine superiore, un sistema politico, economico, morale di una sfera più elevata; altrimenti è la reazione, è la Vandea. La rivoluzione è una disciplina che si sostituisce a un'altra disciplina, è una gerarchia che prende il posto di un'altra gerarchia.(116)

Il pensiero di Mussolini acquisisce una forma pressoché definitiva quando la rivoluzione russa ha già avuto luogo. Ma se è certo che egli considerò con attenzione reiterata gli avvenimenti russi, ciò non significa che le sue concezioni ideologiche rappresentino una sorta di reazione congiunturale a quello che era avvenuto, o ancora avveniva, in Russia. Il grosso del patrimonio ideale utilizzato dopo la presa del potere da parte di Lenin era maturato in Mussolini, nella maggior parte dei casi, molti anni prima dell'ottobre 1917. Tuttavia, con lo scorrere del tempo e l'evoluzione della situazione internazionale, anche il pensiero di Mussolini non manca di conoscere variazioni. Ai primi di ottobre del 1917, impegnato in una violenta discussione con i suoi ex compagni di partito, egli è categorico:

Ma la patria non si nega. Soprattutto la patria non si tradisce, specie quando è impegnata in una lotta di vita o di morte. E chi dice patria, dice disciplina; chi dice disciplina, ammette una gerarchia di autorità, di funzioni, di intelligenze. Questa disciplina, laddove non sia liberamente e consapevolmente accettata, deve essere imposta, anche colla violenza, anche — ci permetta la censura di dirlo — con quella dittatura, cui i Romani della prima Repubblica ricorrevano nelle ore critiche della loro storia.(117)

La guerra, insomma, deve dar luogo ad una vera e propria rinascita nazionale, ad una presa di coscienza collettiva senza precedenti: è l'ora di spazzar via il vecchio mondo, con i suoi politici decaduti e le sue fatiscenti ideologie. Questa benefica catarsi sarà l'obiettivo delle nuove élites: il proletariato nazionale,(118) senza dubbio, ma soprattutto, uscita dalle trincee, un'avanguardia nuova e migliore, che «governerà l'Italia di domani»,(119) presiedendo a quella fusione dei contrari da cui dipende il futuro del paese:

Sono ammirevoli nel loro candore quelli che si tengono ancora disperatamente aggrappati ai vecchi schemi mentali. È gente che perde il treno. Il treno passa e quelli rimangono sul trottoir della stazione, con la faccia smorfiata fra l'ebetismo e il dispetto. Le parole repubblica, democrazia, radicalismo, liberalismo, la stessa parola socialismo, non hanno più senso: ne avranno uno domani, ma quello che daranno loro i milioni di «ritornati». E potrà essere tutt'altra cosa. Potrà essere un socialismo antimarxista, ad esempio, e nazionale. I milioni di lavoratori che torneranno al solco dei campi, dopo essere stati nei solchi delle trincee, realizzeranno la sintesi dell'antitesi: classe e nazione.(120)

Queste affermazioni risalgono a prima dell'avvento al potere di Lenin, o alle prime settimane che seguono alla caduta del governo Kerensky, e costituiscono l'ultimo stadio di una maturazione ideologica che aveva preso le mosse negli ambienti intellettuali della sinistra non conformista non soltanto prima della deposizione dello zar, ma anche ben prima dell'attacco tedesco al Belgio. È vero tuttavia che queste idee, la cui origine va cercata nel dibattito politico prebellico, acquisiscono una forma ed una consistenza nuove durante la guerra e a causa di essa. L'ideologia fascista si sviluppa in modo organico e logico, guidando costantemente l'azione politica di Mussolini. Se Mussolini, non dimentichiamolo, si allontana progressivamente dal socialismo ufficiale ben prima della guerra, non abbandona per questo le sue aspirazioni rivoluzionarie. Cambiano, però, il senso e l'obiettivo della futura rivoluzione, nonché i suoi protagonisti. Dai sindacalisti rivoluzionari, Mussolini ha raccolto l'idea del necessario mantenimento dell'economia capitalistica, e dopo il fallimento degli scioperi generali, gli è ormai chiaro — senza dover attendere l'agosto 1914 — che il proletariato dell'Europa occidentale non è in grado di scatenare la rivoluzione. Per rompere le catene dell'ordine costituito, che sono le stesse che costringono il sud al sottosviluppo e il nord al vassallaggio nei confronti della finanza tedesca, per sconfiggere la corruzione e i giochi di potere, per riformare alla radice il Parlamento e l'amministrazione, l'esercito e la Chiesa, i partiti politici e i sindacati riformisti, per farne altra cosa che semplici ingranaggi di un'enorme macchina per lo sfruttamento del popolo, occorre una certa rivoluzione, ma un'altra rivoluzione. È ormai evidente, però, che i tempi dell'opposizione sistematica ai padroni sono finiti: l'avvenire del proletariato è legato a quello della borghesia produttiva. Mussolini accoglie con grande soddisfazione i principi produttívistici che Alceste De Ambris sviluppa in profondità negli ultimi mesi che precedono l'armistizio. (121) Fa suo, inoltre, lo slogan di Lanzillo, l'idea di un «armistizio sociale» permanente, sulla scia dell'unione nazionale appena suggellata dall'interventismo.(122) Nello stesso tempo, Mussolini non dimentica che lo scopo finale del sindacalismo rivoluzionario è pur sempre l'affermazione di un proletariato degno e capace di sostituirsi alla borghesia nella guida del processo produttivo. Si tratta allora di concedere ai ceti proletari una parte più ampia della ricchezza nazionale, e Mussolini giunge persino a preconizzare una diretta partecipazione operaia alla conferenza di pace, cosicché sia garantita un'adeguata considerazione ai diritti dei lavoratori.(123) Negli ultimi mesi del conflitto, i legami tra Mussolini e i sindacalisti rivoluzionari si stringono ulteriormente. In realtà, l'ex direttore dell'«Avanti!», che ha rotto ormai ogni contatto con il partito socialista, si preoccupa soprattutto di creare un adeguato strumento politico per i suoi piani, cercando di mettere in piedi una grande coalizione di interventisti di sinistra.(124) Al suo fianco, lavorano attivamente Bianchi, Lanzillo, Rocca e Dinale. Vi è, in primo luogo, la U.I.L. — fondata dai sindacalisti rivoluzionari nel giugno 1918 per fare da contrappeso alla C.G.L., dominata dai socialisti — e Mussolini la considera come un'alleata naturale. Contemporaneamente, sottoscrive senza esitazioni le mire espansionistiche dell'irredentismo, così come venivano espresse da Panunzio.(125) È convinto, Mussolini, che l'irredentismo costituisca un eccellente mezzo di mobilitazione politica, e non mancherà di farne ampio uso. Le rivendicazioni territoriali rappresentano per lui una sorta di continuazione dell'interventismo di sinistra, la logica conseguenza di una «guerra delle masse» che dovrà concludersi con una «vittoria delle masse». (126) Ma una guerra come quella che si è appena conclusa, una guerra terribile che ha visto tutto un popolo insorgere, non può finire senza che la vita sociale sia profondamente modificata, e con essa i rapporti tra ceti abbienti e proletariato. Il popolo non ha fatto la guerra perché le cose tornassero ad essere com'erano nell'agosto 1914: questo, in sostanza, il messaggio di Mussolini ai metallurgici di Dalmine, che il 16 marzo 1919 hanno appena occupato gli stabilimenti Franchi¬Gregorini (senza peraltro interrompere il lavoro, in nome dei principi produttivistici).(127) Otto giorni dopo il discorso di Dalmine, viene fondato a Milano il Movimento fascista. Tra i sette membri fondatori che partecipano alla riunione preparatoria del 21 marzo, si nota la presenza di tre ex socialisti (Mussolini, Ferrari e Ferradini) e di due sindacalisti (Michele Bianchi e Mario Giampaoli). Il 23 marzo si tiene la riunione costitutiva del movimento, in piazza San Sepolcro, cui partecipa anche Marinetti.(128) Mussolini si allinea di nuovo sulle posizioni della U.I.L.: sottoscrive il produttivismo ed esige la confisca delle ricchezze accumulate in maniera illecita durante la guerra. Il suo programma, come egli stesso nota a ragione, è quello del sindacalismo nazionale.(129) Non vi possono essere dubbi di sorta sul fatto che il sostrato dell'ideologia fascista, ai suoi inizi, sia costituito dall'eredità intellettuale del sindacalismo rivoluzionario. Alceste De Ambris, segretario della U.I.L., al quale lo statuto sindacale impedisce di aderire ad un partito politico, non manca di sottolinearlo. Il 9 giugno 1919 De Ambris tiene una conferenza davanti ai fascisti milanesi, i quali, come si è visto, avevano integrato nella piattaforma ufficiale del movimento il suo celebre programma di espropriazioni parziali. Alla conclusione del discorso di De Ambris, Mussolini interviene ed esprime il suo pensiero, senza mezzi termini:

La nazione italiana è come una grande famiglia. Le casse sono vuote. Chi deve riempirle? Noi, forse? Noi che non possediamo case, automobili, banche, miniere, terre, fabbriche, banconote? Chi può, «deve» pagare. Chi può, deve sborsare... È l'ora dei sacrifici per tutti. Chi non ha dato il sangue, dia il denaro.(130)

È dunque il sindacalismo rivoluzionario che fornisce al fascismo nascente un contenuto ideologico, sia in materia di problemi interni della società italiana sia in materia di rivendicazioni territoriali. Per quanto riguarda le posizioni adottate da Mussolini, è evidente l'influenza di De Ambris sul punto degli espropri parziali, e quella di Olivetti per Fiume e la Dalmazia. Il programma fascista del giugno 1919 contiene ancora in sé quei principi corporativistici, municipalistici e regionalistici che erano stati elaborati precedentemente su riviste come «Il Rinnovamento» e «L'Internazionale».(131) Nell'anno 1920, segnato dall'occupazione delle fabbriche, la crisi interna del paese assume dimensioni drammatiche. Tanto nella sinistra socialista quanto nella destra nazionalista si fa largo l'idea che la crisi non potrà che avere una soluzione radicale: a sinistra, la bilancia comincia a oscillare verso una soluzione di tipo comunista; a destra, invece, prevale il rifiuto di ogni riforma che attenti agli interessi dei ceti privilegiati. Quanto al centro liberale, nella migliore tradizione giolittiana esso punta ad un compromesso, quale che esso sia. Quanto alla sinistra interventista, di cui fa parte il fascismo e che si presenta come un movimento di unità e di salvezza nazionale, essa si ripromette di difendere i lavoratori dalla crisi che rischia di schiacciarli, senza per questo permettere lo scoppio di una rivoluzione sociale. Ma non è il momento delle mezze misure, e occorre scegliere. Nell'estate del 1920 è ormai evidente che il fascismo ha iniziato a rescindere ogni legame con la sinistra rivoluzionaria. In nome della nazione, Mussolini esige dai lavoratori gli stessi sacrifici richiesti agli industriali: occorre incentivare la produzione, innanzitutto. (132) Se gli interessi nazionali rendono necessaria la lotta contro il socialismo; se la modernizzazione, la crescita economica e la posizione dell'Italia sullo scacchiere internazionale esigono la repressione delle organizzazioni operale; se occorre sostenere i proprietari terrieri per bloccare lo sfascio della società e impedire la rivoluzione sociale, preludio della guerra civile, allora il fascismo dovrà schierarsi in difesa della borghesia, di tutta la borghesia. A seguito di questa evoluzione, che è mossa non soltanto dalla pressione degli eventi, ma anche da una forte logica interna, il Partito nazionale fascista, fondato nel novembre 1921, perde quasi ogni punto di contatto con i primi Fasci del 1914 ed anche con quelli del 1919. Da movimento elitario, ancora indissolubilmente legato alle sue origini, diventa un grande partito di massa. Una mutazione che non è in fondo dissimile da quella attraversata dai partiti socialisti all'inizio del secolo: la svolta a destra è il prezzo da pagare per il successo. Come tutti i partiti politici che si apprestano a prendere il potere, il fascismo annacqua considerevolmente le sue rivendicazioni; tanto che, alla vigilia della marcia su Roma, il movimento ha ormai mutato volto, rispetto ai suoi inizi in piazza San Sepolcro. Negli anni 1919-1920, i sindacalisti rivoluzionari e i socialisti che avevano lasciato il partito sulla scia di Mussolini rappresentavano ancora il nucleo di base del movimento. Erano d'altronde gli unici politici di professione che avessero aderito al movimento, e la loro esperienza era indispensabile: cresciuti nel sindacalismo, ne avevano ereditato lo slancio rivoluzionario e la fede nell'attivismo delle élites. Nessun dubbio era lecito, su questo punto: era stata la determinazione di una minoranza a condurre le masse inerti in guerra, era stata la ferrea volontà di un'avanguardia rivoluzionaria a piegare la democrazia. Non vi era motivo, dunque, di interrompere un cammino tanto promettente. Ma i capi sindacalisti dovettero ben presto arrendersi di fronte all'evidenza: le loro truppe non li seguivano affatto. Se ne ha una prima prova con le elezioni del novembre 1919. Nel maggio dell'anno seguente, al secondo congresso del movimento, Cesare Rossi trae la conclusione necessaria: è vano tentare di sradicare dal proletariato l'ideale socialista.(133) Si conferma dunque, ed anzi si rafforza, l'intuizione originaria, formulata molto prima dell'inizio della guerra: se si vuole la rivoluzione, occorre far leva su interessi diversi da quelli dei proletari. L'idea che la nazione debba subentrare al proletariato come forza guida della rivoluzione risale al periodo prebellico. Ma la guerra, decantata palestra del sacrificio e dell'abnegazione, ha permesso il costituirsi di una nuova riserva di energie e di speranze miste a risentimenti di varia origine. È ai reduci, a questi uomini che hanno imparato ad obbedire – ma soprattutto a comandare – che Mussolini si rivolge. Nell'agosto del 1918, «Il Popolo d'Italia», da giornale socialista, diventa «giornale dei combattenti e dei produttori», e due anni dopo il fascismo guarda con attenzione ai capi militari, e in special modo agli ufficiali delle truppe d'assalto, i celebri Arditi. Questi giovani ufficiali svolgeranno un ruolo di prim'ordine nella progressiva trasformazione del movimento fascista, che sarà brutalmente accelerata, in seguito, dal sorgere del fascismo agrario. Ma l'espansione del movimento e la sua metamorfosi sono ampiamente favorite anche dalla mobilitazione, attorno al 1920-1921, di alcuni strati della borghesia, fino ad allora scarsamente politicizzati.(134) Proseguiva, così, lo scivolamento a destra. I mutamenti interni del movimento fascista, tuttavia, non sono soltanto il risultato della sua mutata composizione sociale, con il sempre crescente afflusso di militanti estranei alla tradizione del sindacalismo rivoluzionario e del socialismo. Derivano anche da una precisa scelta di Mussolini, deciso a trasformare il movimento fascista in partito, in un grande partito di governo. Da uomo politico esperto, Mussolini è conscio del fatto che, nell'Italia del tempo, nulla si può contro le forze sociali tradizionali: l'esercito, la burocrazia, la magistratura, i potentati economici, la famiglia reale e la Chiesa. Dalla sconfitta della sinistra rivoluzionaria, Mussolini ha tratto la dovuta lezione di tattica politica: l'occupazione delle fabbriche non ha avuto risultati migliori dell'impresa di Fiume, e il sogno di una repubblica di soviet è stato spazzato via dagli stessi venti che hanno travolto la Carta del Carnaro. Si tratta dunque di ingraziarsi i veri centri del potere. D'altro canto, Mussolini deve far fronte ai dissensi interni al movimento, che scoppiano all'indomani delle elezioni del 1921, e dopo il Patto di pacificazione (la tregua con i socialisti), tra la «sinistra» e la «destra», tra gli agrari, i cittadini e i provinciali, tra i «politici» e i «militari». Questi ultimi si affrontano su una questione cruciale, quella del controllo delle milizie d'assalto fasciste. In questa babele di tendenze, di gruppi di pressione e di temperamenti diversi, la leadership di Mussolini è messa a dura prova: gli avversari della normalizzazione, guidati da Dino Grandi e Pietro Marsich, capo dei fascisti veneti, vogliono fare del fascismo un grande movimento rivoluzionario, al di fuori della politica parlamentare,(135) e utilizzano gli slogan della mistica dannunziana contro Mussolini. Un motivo in più, dal punto di vista di questi, per trasformare al più presto il movimento in un partito rispettabile e capace di riempire il vuoto politico venutosi a creare. Come avverrà puntualmente nell'ottobre del 1922. La conquista del potere da parte di Mussolini non fu, com'è noto, il risultato di un colpo di stato improvviso, ma il compimento di un processo durato alcuni mesi. Un processo reso possibile non dall'atteggiamento rinunciatario dello stato di fronte alla violenza ed alle prevaricazioni fasciste, bensì dalla comprensione, se non dalla simpatia, di cui il fascismo ha potuto godere presso una larga parte della classe politica, degli intellettuali influenti sull'opinione pubblica, e, in generale, presso le varie élites sociali. I disordini provocati dal fascismo, nei centri industriali come in campagna, nei licei come nelle università, oppure tra gli ex combattenti, non pongono problemi eccessivi all'autorità costituita: i rapporti di forza sono tali che in ogni momento sarebbe possibile una completa repressione delle agitazioni. Lo stesso dicasi per quanto concerne i preparativi della grottesca spedizione cui sarà dato il nome di «marcia su Roma». Miseramente equipaggiati, mal nutriti, i fascisti si avvicinano alla capitale sprofondando nel fango e sommersi da una pioggia torrenziale, senza alcuna possibilità di avere la meglio di fronte a truppe ben organizzate e guidate da comandanti esperti. Ma il potere politico è ben poco determinato a resistere: il 28 ottobre 1922, invece, è necessario che qualcuno si assuma le proprie responsabilità, che qualcuno voglia che il fascismo non passi. Proprio come, dal 1921 in poi, era necessario che qualcuno, a Roma, trovasse il coraggio di appoggiare quei prefetti di polso che non avevano avuto difficoltà a bloccare le imprese dei fascisti. La mancanza di fermezza nella reazione del governo centrale non dipende né dalla debolezza dello stato – le leve di comando funzionavano bene, quando si voleva servirsene – né dall'abilità di manovra di Mussolini. Anche se quest'ultimo, va detto, riesce a sfruttare a meraviglia la situazione, perfettamente a suo agio nel marasma di una democrazia parlamentare all'italiana. Lo stesso movimento fascista, peraltro, non aveva fatto eccezione alle regole della politica in Italia: Mussolini deve guardarsi da un'eventuale crisi interna al partito che metterebbe in discussione la sua stessa posizione di leader; deve neutralizzare, inoltre, il pericolo costituito da D'Annunzio, impedendogli a tutti i costi di formare un fronte antifascista. È nel contesto di queste difficoltà congiunturali che si coglie con maggiore nettezza la profondità della penetrazione dell'ideologia fascista nelle élites politiche e sociali. Se la caduta della democrazia liberale in Italia è provocata dalla mancanza di una reale volontà di resistenza, nonché di fiducia nella capacità del regime di affrontare le pressioni eversive, la radice di questa debolezza di fondo va ricercata anche nel rispetto accordato al fascismo. Molti, nella classe politica e tra gli intellettuali, non approvano i metodi degli squadristi, ma molti meno sono coloro che non si riconoscono in alcuni obiettivi del fascismo e in certi aspetti della sua ideologia. Ciò spiega, innanzitutto, perché il re, a nome dell'establishment liberale, abbia potuto convocare Mussolini a Roma per incaricarlo di metter fine alla crisi istituzionale, e, in secondo luogo, perché Mussolini sia riuscito in seguito a mantenersi al potere. Infatti, prima del 30 ottobre 1922 e nei primi due anni seguiti alla sua ascesa al potere, la posizione di Mussolini è spesso assai precaria, e più di una volta l'avventura fascista sembra dover concludersi, almeno provvisoriamente. Una prima occasione si presenta nel luglio del 1922, quando si profila l'eventuale formazione di un governo di unità antifascista, cui dovrebbero partecipare anche i socialisti; ma una lettera di Giolitti, spedita al direttore della «Tribuna», soffoca anche questo ultimo soprassalto di vitalità da parte della classe politica. D'ora in avanti, non si tratterà più di sapere se i fascisti parteciperanno o meno al governo; ci si chiede, invece, se essi pretenderanno tutte le cariche più importanti o si accontenteranno invece di una posizione di secondo piano.(136) Una seconda possibilità di bloccare l'ascesa del fascismo si offre due anni dopo con l'assassinio del deputato socialista Matteotti, avvenuto il 10 giugno 1924 dopo che il suo discorso del 30 maggio aveva provocato durissime reazioni da parte fascista. L'Italia è scossa: la forza di carattere e il coraggio di Matteotti erano leggendari, e il suo rapimento, nel pieno centro di Roma, suscita grande emozione nel paese. Nell'entourage di Mussolini scoppia il panico, mentre i ministri fascisti più moderati meditano la rivolta. Sarebbe bastato, a questo punto, un intervento dei liberali presso il re perché si arrivasse all'allontanamento di Mussolini, ma i seguaci di Giolitti sono ancora troppo ben disposti verso il fascismo per esigere la cacciata del suo capo. Tale è difatti la posizione di Benedetto Croce, primo intellettuale del paese e, agli occhi dell'opinione pubblica internazionale, l'esponente più rappresentativo della cultura italiana. In questo momento critico, Croce ritiene che il fascismo, nonostante tutto, non sia privo di aspetti positivi, e che dunque sarebbe inopportuno favorire la sua caduta. Al contrario, si tratta di lasciargli il tempo di evolvere, fino ad un pieno ravvedimento e ad una concreta normalizzazione: il 26 giugno, il senatore Croce vota la fiducia al governo Mussolini.(137) Un fatto rivelatore, questa mano alzata di uno degli intellettuali europei più celebri del tempo, questo sostegno di un liberale ad un apprendista dittatore al potere da neanche due anni e responsabile di un crimine odioso. Tanto più che si era in un momento in cui il regime, la cui vera natura non poteva più essere ignorata, era particolarmente vulnerabile. Il gesto di Croce assume dunque un valore altamente emblematico, dimostra quale fosse l'impatto del fascismo, in tutti gli angoli del continente, su di un'intellighenzia europea raffinata, colta, ma ormai da tempo scettica sulle virtù della democrazia liberale.

4. Stato e dittatura: dal socialismo nazionale al fascismo

Di tutte le componenti essenziali dell'ideologia fascista, il concetto di stato è l'ultima a prender forma. Ciò in base a motivi tanto di ordine storico quanto puramente ideologici. È evidente, da una parte, che la generazione dei politici che avevano fatto la guerra comprende solo dopo il termine del conflitto l'entità, fino a quel momento inimmaginabile, del potere dello stato. D'altra parte, si tratta pur sempre di uomini cresciuti in un ambiente intellettuale di tipo marxista – seppur di un marxismo rivisto e corretto dai soreliani – che si adattano solo progressivamente all'idea di un possibile uso estensivo del potere politico. Il sindacalismo rivoluzionario non era esente da tentazioni autoritarie e disprezzava profondamente la democrazia, ma nel suo bagaglio culturale non vi era l'ombra di alcuna forma di terrorismo di stato. Quest'ultimo modo di governare i fascisti lo impareranno – non diversamente dai comunisti – strada facendo. In proposito, è determinante l'esperienza bellica, che mostra quanto ampie, anzi praticamente illimitate, siano le capacità d'intervento dello stato nella vita del paese. Tuttavia, anche per quanto attiene alla delimitazione delle funzioni essenziali dello stato, si rintracciano evidenti motivi di continuità con il passato ideologico del fascismo. Come nei suoi maestri sindacalisti rivoluzionari, coinvolti direttamente – lo si è visto – nel lancio del movimento fascista, anche in Mussolini l'idea di stato si modella in modo complementare a quella di capitalismo. Né si tratta soltanto di lasciare intatta la proprietà privata. Mussolini, che ha ben assimilato su questo punto l'insegnamento di Sorel e di Arturo Labriola, intende privare lo stato di tutte le sue prerogative in ambito economico: «lo stato non deve diventare "produttore", perché chi dice stato dice necessariamente burocrazia, e la burocrazia è parassitaria per definizione; lo stato non deve porre intralci alla ripresa dell'attività economica». (138) Per il Mussolini del 1919 economia e politica costituiscono due sfere ben distinte, insomma. E l'analisi è sufficientemente raffinata per dar conto della possibilità di una radicale trasformazione di regime che non implichi alcun cambiamento dell'organizzazione economica dello stato.(139) L'ímportante, in ogni caso, è dimostrare che il capitalismo non dà luogo necessariamente ad un particolare regime politico.(140) È possibile, di conseguenza, liquidare il liberalismo politico con i suoi aspetti libertari e garantisti (i cosiddetti valori borghesi), pur preservando nel contempo tutto l'insieme dei rapporti economici che caratterizzano la civiltà capitalistica. Questa conclusione induce Mussolini a definire, nel 1921, i principi della propria azione, principi che non dovranno più variare nel corso dell'intero periodo fascista:

Lo stato deve esercitare tutti i controlli possibili immaginabili, ma deve rinunciare ad ogni forma di gestione economica. Non è affar suo. Anche i servizi cosiddetti pubblici devono essere sottratti al monopolio statale.

E poco oltre:

Riassumendo, la posizione del fascismo di fronte allo stato è questa: lotta contro lo stato economico-monopolistico, essenziale allo sviluppo delle forze della nazione; ritorno allo stato delle funzioni d'ordine politico-giuridico, che sono le essenziali. In altri termini: rafforzamento dello stato politico, graduale smobilitazione dello stato economico.(141)

Nel suo primo discorso parlamentare, pronunciato nel giugno del 1921, Mussolini torna sull'argomento con maggior concisione:

Vi dico subito che ci opporremo con tutte le nostre forze a tentativi di socializzazione, di statizzazione, di collettivizzazione!

Al contrario, dichiara nella stessa occasione,

bisogna ridurre lo stato alla sua espressione puramente giuridica e politica .(142)

Negli anni che precedono la conquista del potere da parte del fascismo, il concetto mussoliniano di stato non conosce modifiche sostanziali, anzi si arricchisce. L'idea di uno stato «giuridico e politico» viene sviluppata al Congresso di Roma, che decreterà la nascita del Partito nazionale fascista (8-11 novembre 1921). Lo stato viene concepito come detentore esclusivo della sovranità, centro incontestato della politica nazionale (nel programma si rintraccia anche qualche primo elemento di corporativismo).(143) Mussolini formula a grandi linee la sua concezione dello stato di domani, fondato sui principi ideologici del neonato partito fascista. Ancora una volta, non mancano i riferimenti ai due grandi maestri e compagni di cammino: Arturo Labriola ed Enrico Leone. «Lo scrittore sindacalista» – qui Mussolini si rivolge direttamente a Leone, nel novembre del 1921 – «ha capito che il fascismo è uno stato in potenza, che tende a sostituirsi ad uno stato in atto».(144) In effetti, Leone non aveva dubbi sulla natura della rivoluzione futura, né sulle conseguenze che essa avrebbe comportato. Su questo punto, gli intellettuali vicini al fascismo si trovano d'accordo con i capi politici del movimento, anche con colui che apparirà – per un momento – come il rivale di Mussolini: Dino Grandi.(145) Secondo Mussolini, la concezione fascista dello stato non differisce da quella comunista se non nel suo fondamento sociale: la nazione si sostituisce alla classe come termine primario di riferimento; ma, in entrambi i casi, lo stato ha un carattere centralistico ed unitario.(146) Nel fascismo, lo stato costituisce l'incarnazione giuridica – ma soltanto giuridica – della nazione; (147) principio viene stabilito nel programma del Partito nazionale fascista», pubblicato sul «Popolo d'Italia» nel dicembre del 1921. In sostanza, si giunge ad una teoria dello stato non dissimile da quella della sintesi socialista nazionale, già compiutamente delineatasi con l'attività della «Lupa» o del Circolo Proudhon. Vi è una continuità degna di nota tra le tesi dei sindacalisti rivoluzionari, elaborate nei primi anni del secolo, e quelle di Mussolini. L'impressione si conferma alla lettura degli scritti mussoliniani pubblicati su «Utopia» e, in seguito, su «Gerarchia», rivista dottrinale del partito fascista, fondata alla fine di gennaio del 1922 allo scopo di precisare l'impostazione ideologica del nuovo partito.(148) Del resto, l'elitismo, l'autoritarismo, così come l'opposizione ad una concezione monopolistica del potere statale in ambito economico, erano già stati accolti nell'ideologia ufficiale del partito dalla nuova direzione, la cui dichiarazione di principi risale al novembre 1921: il fascismo si sente ormai perfettamente attrezzato per far fronte alla crisi dello stato.(149) Qualche settimana dopo l'intervento di Mussolini su «Gerarchia», Giacomo Lumbroso svilupperà, sulla stessa rivista, temi del tutto analoghi: il partito annunciava così la propria volontà di andare all'assalto del potere e di compiere la fascistizzazione dello stato.(150 Per tutta l'estate e l'autunno del 1922, Mussolini e i suoi uomini proclamano la loro intenzione di liquidare il regime attuale, sostituendolo con uno nuovo, radicalmente alternativo tanto alla democrazia quanto al socialismo.(151) Questo il contenuto dei due celebri discorsi programmatici di Mussolini, pronunciati il 20 settembre a Udine e il 4 ottobre a Milano;(152) Mussolini non faceva del resto che preparare il terreno per il discorso di Napoli, quando ordinerà alle sue milizie di marciare su Roma. Alla vigilia della nomina di Mussolini a capo del governo, Camillo Pellizzi, professore di filosofia e discepolo di Gentile, illustrerà da «Gerarchia» il quadro concettuale della grande rivoluzione antimaterialistica ormai in procinto di compiersi. Il fascismo, per Pellizzi, è negazione pratica del materialismo storico, ma più ancora negazione dell'individualismo democratico, del razionalismo illuministico, e affermazione dei principi di tradizione, di gerarchia, di autorità, di sacrificio individuale verso l'ideale storico, affermazione pratica del valore della personalità spirituale e storica (dell'uomo, della nazione, dell'umanità), contrapposta e opposta alle ragioni della individualità astratta ed empirica degli illuministi, dei positivisti, degli utilitaristi. (153) La filosofia del fascismo è dunque compiutamente elaborata già prima della presa del potere. In essa si riconoscono tutti gli elementi caratteristici del nazionalismo integralista, associati tuttavia, dopo una lunga maturazione ideologica, alla revisione antimaterialistica e antirazionalistica del marxismo che il sindacalismo rivoluzionario franco-italiano aveva avviato già nei primi anni del secolo. In questa prospettiva, l'azione politica di Mussolini non può essere affatto considerata come affetta da un rozzo pragmatismo o da un opportunismo volgare, almeno non più di quanto lo fosse stata quella di Lenin e di quanto lo sarà, poi, quella di Léon Blum. Il ventennio fascista porterà con sé, al contrario, l'attuazione fedele di quei principi di cui Mussolini ed i suoi uomini disponevano già al momento in cui misero fine – e furono i primi, nel Novecento – ad un regime di democrazia liberale. È quanto mai evidente, a questo punto, che il fascismo italiano fu il prodotto di contributi diversi, eppure convergenti. Occorre sottolineare, tra l'altro, che anche il contributo ideologico del movimento nazionalista era già maturo prima della presa del potere da parte dei fascisti. Dopo la sintesi della «Lupa», sarà infatti la volta delle dottrine di Alfredo Rocco, giurista di altissimo livello al quale Corradini teneva sempre a rendere omaggio. Ministro della Giustizia dal gennaio 1925 al giugno 1932, Rocco svolgerà un ruolo eminente nella codificazione del fascismo e nella traduzione legislativa dei suoi assiomi politici. Ma anche la concezione dello stato di Rocco e i suoi principi antidemocratici e totalitaristici erano già formati nel 1914; come del resto ben sanno, e da tempo, gli studiosi italiani che si sono applicati alla questione. (154) Erede di Corradini, Rocco ne oscurerà ben presto la figura: Corradini era un ottimo oratore, certo, ma un pensatore mediocre, e al momento della fascistizzazione dello stato non servivano tanto i discorsi — ad arringare la folla ci pensava già il Duce — quanto piuttosto una serie di nuove leggi e di strutture statali che mettessero in pratica i principi del nazionalismo e del fascismo. E nessuno era più indicato di Alfredo Rocco per un lavoro di questo tipo, tanto più che le idee di Rocco e di Mussolini, già convergenti nei primi mesi del 1914, finiranno per coincidere al momento della fondazione del partito fascista, nel novembre del 1921. Solo allora sarà possibile dar vita al nuovo movimento, cui aderiscono i Fasci di combattimento, fondati nel marzo 1919 da Mussolini con la collaborazione di sindacalisti rivoluzionari e futuristi, e i membri dell'Associazione nazionalista di Corradini. Quanto al pensiero di Rocco, esso consta di una visione mistica ed organicistica della nazione, fondata sull'affermazione del primato assoluto della collettività sull'individuo, con il totale rifiuto dei principi e delle strutture istituzionali della democrazia liberale. (155) Era tutto ciò che occorreva perché potesse formarsi un nucleo ideologico sul quale Rocco e Mussolini, benché provenienti da aree così diverse, si trovano infine concordi: per stabilire definitivamente il primato dello stato non restava altro da fare, secondo i piani di Mussolini, che sostituire il principio di sovranità popolare con quello di sovranità statale.(156) Nei mesi immediatamente precedenti alla marcia su Roma, i collaboratori di «Gerarchia» si dedicano alla traduzione in termini politici concreti dei principi filosofici del fascismo, con la massima chiarezza. Mai nessun partito aveva dichiarato in modo così esplicito i fini della propria politica ed i mezzi per giungervi. E mai, fino ad allora, un movimento rivoluzionario che si preparasse ad un assalto alla democrazia aveva intrapreso un dibattito ideologico talmente cristallino, enunciando non soltanto i propri principi generali, ma anche un vero e proprio programma di governo. Tutto ciò avviene prima che Mussolini varchi la soglia della presidenza del Consiglio.(157) Conquistato il governo del paese, il fascismo saprà utilizzare tutte le leve del potere statale per mettere in pratica la sua filosofia politica. Al momento della grande crisi del 1924, mentre il Duce, nel tentativo di stabilizzare la propria posizione, si trova alle prese con problemi gravissimi (affrontandoli con la consueta brutalità e determinazione), Camillo Pellizzi interverrà a precisare il carattere della rivoluzione fascista:

Intanto, non concepiamo lo stato né come associazione di «singoli cittadini» né come «quasi-contratto» attuantesi nel processo della storia. Lo vediamo, semmai, come la concretezza di una predominante personalità storica, come lo strumento sociale per la realizzazione di un mito. Non è dunque una fissata realtà, ma un processo in atto; il quale non potrebbe esser processo se non fosse anche, in altro modo, continuazione di sé; non potrebbe essere novità di un mito se non fosse anche unità dialettica e tragica di miti anteriori... La stessa parola stato è inapplicabile al nostro concetto; in questo nostro non-stato, la legge è in funzione del mito finale, non del mito iniziale, e il mito finale non potrà non essere, a suo modo, unità nuova di miti anteriori.(158)

Questa concezione mitologica della politica, o, piuttosto, questa fiducia nella potenza del mito come fonte del dinamismo storico, costituisce senz'alcun dubbio il filo conduttore della visione del mondo fascista. Tutto il resto, di fatto, ne discende. È peraltro vero che, nell'applicazione di tali principi ideali, il fascismo, come ogni altra organizzazione politica pervenuta alla conquista del potere, incontrerà notevoli resistenze: l'ora del trionfo è anche, di necessità, l'ora dei compromessi. In ciò il fascismo non si distingue da nessun altro movimento che sia giunto a dominare la vita politica di un paese: Mussolini deve venire a patti con le forze sociali esistenti, per cui, in pratica, il processo di fascistizzazione dello stato e della società occuperà tutti gli anni Venti. Gli ostacoli da sormontare sono enormi, e l'imposizione del regime dittatoriale è esposta a rischi continui. In ogni caso, via via che il fascismo si afferma, l'eredità socialista e rivoluzionaria si dissolve progressivamente: il fascismo al potere non assomiglia più al fascismo del primo dopoguerra, e ancor meno al sindacalismo rivoluzionario del 1910. Lo stesso Mussolini, del resto, ben difficilmente avrebbe potuto sottoscrivere, dieci anni dopo, il suo discorso del 23 marzo 1919. Ma il bolscevismo al potere fu forse la traduzione pratica delle idee che, dieci anni prima della caduta del Palazzo d'Inverno, preoccupavano Plechanov, Trotzkj e Lenin? Il fatto che il fascismo, una volta acquisito il potere, abbia stretto accordi compromissori con le forze sociali del paese non dimostra affatto che esso sia arrivato al successo privo di qualsiasi armatura ideologica. L vero anzi il contrario: fin dall'inizio della loro azione politica, Mussolini ed i suoi uomini sono ben consapevoli degli obiettivi da raggiungere. Al potere giungono, quindi, muniti di un corpus ideologico consistente, che si presenta come un'alternativa globale al liberalismo e al marxismo. Vi è coerenza nei progetti istituzionali dei fascisti, ed essi non attenderanno molto a metterli in pratica sulle rovine della democrazia liberale: il fascismo maturo è composto di elementi perfettamente messi a punto prima della guerra ed amalgamati tra loro, fino a comporre un tutto estremamente solido, durante il conflitto e nei primi anni seguiti all'armistizio. Certo, con la progressiva identificazione del fascismo con lo stato, le resistenze incontrate nell'applicazione dei principi di matrice sindacalista rivoluzionaria modificano sostanzialmente l'equilibrio che si era creato, sul piano ideologico, tra nazionalismo e socialismo: la dittatura mussoliniana, che trova la sua radice ideale – comune a tutte le componenti del fascismo – nell'orrore per ogni forma di democrazia, darà luogo infine ad un regime totalmente privo di caratteristiche di tipo socialista. Eppure, il regime fascista degli anni Trenta è assai più vicino alla sintesi ideologica promossa dalla «Lupa», o dal Circolo Proudhon, di quanto lo stalinismo lo sia ai principi marxisti. L'evoluzione del fascismo avviene, per tutta la durata degli anni Venti, in funzione di quegli obiettivi primari che si erano prefissati, dieci anni prima della marcia su Roma, i protagonisti di una rivoluzione antiliberale, antimaterialistica ed antimarxista che non ha precedenti nella storia. Fu una rivoluzione, quella fascista, per la nazione nella sua interezza, una rivoluzione politica ma anche morale e spirituale.

Note Capitolo 5

1 ) Su Mussolini dirigente socialista di rilievo nazionale cfr P. Melograni, The Cult of the Duce in Mussolini's Italy, in «Journal of Contemporary History», vol, 11, 1976, p. 225. In que¬sto periodo, persino Gramsci lo riteneva il «nostro capo»; cfr. D. Settembrini, Mussolini and the Legacy of Revolutionary Socialism, in «Journal of Contemporary History», vol. 11, 1976, p 251. Alla vigilia della guerra, Mussolini era ancora considerato dai giovani come il maggior dirigente del partito socialista, cfr, G. Gozzini, La Federazione Giovanile Socialista tra Bordiga e Mussolini (1912-1914), in «Storia Contemporanea», febbraio 1980, pp. 103 - 04; A. Bordiga, Storia della sinistra comunista, vol. I, Milano 1964, p. 68 (cit. da R. De Felice nella Presentazione premessa alla rist, anast. di «Utopia», Milano s.d., p XI, nota 11); A. Tasca, I primi dieci anni del PCI, Bari 1971, pp. 87-88 (cit. da De Felice, ibid.). Sulla posizione di Mussolini all'interno del partito socialista, si veda un'altra testimonianza, meno obiettiva D. Grandi , Il mio paese Ricordi autobiografici, a cura di R. De Felice, Bologna 1985, p. 65.

CONTINUA...

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" Forse che non conoscendo a fondo il pensiero del Duce si può affermare di essere fascisti? Noi diciamo di no! Che il fascismo non è istinto ma educazione e perciò è conoscenza della sua mistica,che è conoscenza di Mussolini" (N. Giani)


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2 ) B. Mussolini, Opera omnia, a cura di E. e D. Susmel, Firenze 1972, vol. I, pp. 9-10, 30,46- 47 (d'ora in avanti: O. O. ).
3 ) Ibid., p 36; cfr. anche R. De Felice, Mussolini il rivoluzionario cit , p 33.
4 ) Ibid , pp. 59-60.
5 ) Id., La crisi risolutiva, in «Avanguardia Socialista», 3 settembre 1904, O.O. , vol. I, PP. 70-¬71.
6 ) Id., Intorno alla notte del 4 agosto, in «Avanguardia Socialista», 30 luglio 1904; Id., Per Ferdinando Lassalle (nel XI, anniversario della sua morte), in «Avanguardia Socialista», 20 agosto 1904, O.O. , vol. I, pp. 61-68.
7 ) Id., L'Individuel et le social, in «Avanguardia Socialista», 14 ottobre 1904, O. O. , vol. I, p. 74.
8 ) Id., La morta gora (confessioni d'un deputato), in «Avanguardia Socialista», 11 marzo 1905, O. O., vol. I, pp. 94-97.
9 ) Id., Intermezzo polemico, in «La Lima», 25 aprile 1908, O. O., vol. I, p 128.
10 ) Id., L'attuale momento politico (considerazioni inattuali), in «La Luna», 18 aprile 1905, O. O., vol. I, p. 119 e p. 120.
11 ) Vero Eretico (pseud. di Mussolini), Socialismo e socialisti, in «La Lima», 30 maggio 1908, O.O. , vol. 1, p. 142.
12 ) Sulle diverse influenze subite da Mussolini, cfr. E. Santarelli, Socialismo rivoluzionario e «Mussolini alla vigilia del primo confronto europeo, in «Rivista Storica del Socialismo», n° 13-14, maggio-dicembre 1961. Sulla particolarità delle idee «marxiste» di Mussolini, e sui suoi legami con Sorel, Nietzsche, il sindacalismo rivoluzionario, il pensiero anarchico, ecc , cfr. J.S. Woolf, Mussolini as Revolutionary, in «Journal of Contemporary History», vol. I, n° 2,1966. Sull'influenza ideologica di Sorel su Mussolini, cfr. S. Romano, Sorel e Mussolini, in «Storia Contemporanea», vol. 15, n° 1, 1984. Per quanto concerne l'influenza di Rosa Lu¬xemburg, si veda invece D. Settembrini, Mussolini and the Legacy of Revolutionary Socialism cit., pp. 250-51. Sulla revisione del marxismo in Italia, cfr E. Santarelli, La revisione del marxismo in Italia cit. Ma quest'ultimo tema è oggi fortemente dibattuto.
13 ) Vi è chi sostiene che Mussolini non è mai stato socialista, o un vero socialista. Ma una tale affermazione equivale a una rinuncia a priori a considerare tanto gli scritti di Mussolini quanto la sua attività di militante Ora, è chiaro che il giovane rivoluzionario Mussolini non sapeva affatto, attorno al 1910, che un giorno sarebbe diventato fascista, e non vi è alcun motivo per negare il valore storico delle sue idee e prese di posizione in quel momento. Un caso tipico di questa controversia interpretativa sono le critiche di Vivarelli alla grande opera di De Felice. Vivarelli biasima De Felice per aver preso sul serio le dichiarazioni e gli scritti di Mussolini, e ciò non sarebbe certo il modo migliore, a detta di Vivarelli, per scoprire il segreto del successo di Mussolini (cfr. R. Vivarelli, Benito Mussolini dal socialismo al fascismo, in Il fallimento del liberalismo. Studi sulle origini del fascismo, Bologna 1981, pp. 108-09; l'articolo era stato già pubblicato sulla «Rivista Storica Italiana», vol. LXXIX, 1967). Vivarelli mette in dubbio anche il contenuto marxista del socialismo di Mussolini, seguito in ciò da un altro studioso, N. Tranfaglia, Dalla neutralità italiana alle origini del fascismo tendenze attuali della storiografia, in Dallo stato liberale al regime fascista Problemi e ricerche, Milano 1981, p. 87. All'altra estremità del ventaglio di interpretazioni, A. J. Gregor sostiene invece che il fascismo era una versione del marxismo classico, tesi non più ragionevole di quelle diametralmente contrarie (cfr. A. J. Gregor, Young Mussolini and the Intellectual Origins of Fascism cit.p. XI).
14 ) B. Mussolini, La crisi, in «L'Avvenire del Lavoratore», 11 febbraio 1909, O.O., vol. II, p. 7.
15 ) Id., Nazionalismo, in «La Lima», 17 dicembre 1910; l'articolo era stato pubblicato, anonimo, in «La Lotta di Classe», 10 dicembre 1910, O. O. , vol. III, pp. 280-81.
16 ) Tratto da un discorso pronunciato da Mussolini a Milano, il 17 novembre 1912, contro l'intervento delle potenze europee nel Balcani (B. Mussolini, Contro la guerra, in «Avanti!», 18 novembre 1912, O. O., vol. IV, p. 234).
17 ) B. Mussolini, Sport di coronati, in «Il Proletario», 29 giugno 1903, O.O., vol. I, p. 32.
18 ) Questo passo è stato pubblicato in forma anonima, ma è attribuito a Mussolini: La guerra?, in «La Lotta di Classe», 30 settembre 1911, O. O., vol. IV, p. 74.
19 ) B. Mussolini, Il proletariato ha un interesse alla conservazione delle patrie attuali?, in «L'Avvenire del Lavoratore», 1° luglio 1909, 0.0., vol. II, p. 170.
20 ) Gregor sostiene che l'atteggiamento di Mussolini sulla questione libica era dettato da ragioni tattiche e dall'esigenza di rafforzare la sua posizione all'interno del partito socialista (A. J. Gregor, Young Mussolini . cit., p. 128).
21 ) R. De Felice, Mussolini il rivoluzionario cit., p. 110. Cfr. anche M. Degl'Innocenti, Il socialismo italiano e la guerra di Libia cit.
22 ) B. Mussolini, Lo sciopero generale e la violenza, in «Il Popolo», 25 giugno 1909, O. O., vol. II, p. 167.
23 ) Id., Socialismo e socialisti, in «La Lima», 30 maggio 1908, O. O., vol. 1, p. 143.
24 ) Id., Per finire, in «La Lima», 6 giugno 1908, O.O., vol. 1, p. 147.
25 ) Id., Lo sciopero generale e la violenza cit., O.O. , vol. 11, pp. 163-68 (il volume di Sorel fu pubblicato, presso l'editore Latenza, nel 1909).
26 ) Id., La teoria sindacalista, in «11 Popolo», 25 maggio 1909, O.O., vol. II, p. 124. (L'opera di Prezzolini usci a Napoli, presso l'editore Perella, nel 1909).
27 ) Ibid, p. 127.
28 ) Cfr. i seguenti articoli di Mussolini: Fra libri e riviste, in «Il Popolo», 4 settembre 1909, O.O., vol. 11, pp. 248-49, Andrea Costa in un libro di Paolo Orano, in «La Lotta di Classe», 21 ottobre 1910, O.O. , vol. III, p. 97; Il socialismo degli avvocati, in «La Lotta di Classe», 25 giugno 1910, O.O., vol. III, p. 122; Ministerialismo, in «La Lotta di Classe», 21 maggio 1910, O.O., vol. III, p. 95; Dopo il Congresso di Milano, in «La Lotta di Classe», 29 ottobre 1910, O.O. , vol. III, p. 253; L'attuale momento politico e i partiti politici in Italia, O.O., vol. III, p. 284.
29 ) Id, Varsavia e il «pus» triestino, «Il Popolo d'Italia», 22 agosto 1920, O.O., vol. XVI, p. 155.
30 ) Id., La teoria sindacalista cit., p. 127.
31 ) Ibid., p. 128.
32 ) Si vedano, per esempio, Id., La poesia di Klopstock dal 1789 al 1795, in «Pagine Libere», 1° novembre 1908; Id., La filosofia della forza (Postille alla conferenza dell'on. Treves), in «Il Pensiero Romagnolo», 29 novembre, 6 e 13 dicembre 1908, O. O., vol. 1, pp. 174-84.
33 ) Id., Giovanni Giolitti, in Al Popolo», 12 ottobre 1909, O.O., vol. 11, p. 269; Id., Vecchiaia, in «La Lotta di Classe», 2 luglio 1910, O 0, vol. III, p. 130.
34 ) Id., L'ultima capriola, in «La Lotta di Classe», 26 novembre 1910, O.O. , vol. III, p. 272.
35 ) Id., Da Guicciardini a Sorel, in «Avanti!», 18 luglio 1912, O.O., vol. IV, p. 71.
36 ) Id., Fine stagione, in «La Lotta di Classe», 17 dicembre 1910, O. O., vol. III, p. 289. Nell'entourage di Mussolini, Lanzillo si rivelerà uno dei fascisti più fedeli.
37 ) Id., Fine stagione cit., p. 291.
38 ) Cfr, la polemica contro Orano, direttore della «Lima», in Id., Nel mondo dei Rabagas, in «La Folla», 18 agosto 1912, O O., vol. IV, p. 191.
39 ) A. De Ambris, Noi e il Partito Socialista. In guardia contro l'illusione, in «L'Internazionale», 27 luglio 1912, p. l.
40 ) Sulla polemica Mussolini-De Ambris, cfr. B. Mussolini, La candidatura De Ambris, in «Avanti!», 13 aprile 1913, O. , vol. V, p. 153; A. De Ambris, I nostri casi personali. La storia di una fuga - Dedicato a Benito Mussolini ed a tutti gli eroi della sua forza, in «L'Internazionale», 18 aprile 1913, p. 1; B. Mussolini, Personalia, in «Avanti!», 19 aprile 1913, O.O., vol. V, p 153; A. De Ambris, Punto e basta, in «L'Internazionale», 3 maggio 1913.
41 ) B. Mussolini, L'atteggiamento del sindacalismo verso le elezioni, in «Avanti!», 25 ottobre 1913, O.O., vol. V, p. 335.
42 ) Id., Lo sciopero generale di protesta contro l'impresa di Tripoli. Constatazioni, in «La Lotta di Classe», 30 settembre 1911, O.O., vol. IV, p. 61.
43 ) Id., Il Congresso di Modena, in «Avanti!» , 24 novembre 1912, O. O., vol. IV, p. 237, Il Congresso di Modena si tenne dal 23 al 25 novembre.
44 ) Id., Lo sciopero generale di protesta… cit., p. 61.
45 ) Id., Replica a Graziadei, in «Il Giornale d'Italia», 6 luglio 1914, O.O., vol. VI, p. 244.
46 ) Id., Metallurgici proclamano lo sciopero generale, in «Avanti!», 19 maggio 1913, O. O., vol. V, pp. 160-61.
47 ) Id., Lo sciopero generale, in «Avanti!», 8 giugno 1913, O. O., vol. V, p. 170, Sciopero conservatore, in «Avanti!», 15 agosto 1913, O.O., vol. V, p. 258.
48 ) Id., Dopo lo sciopero alle «Miani e Silvestri» Una lettera dell'Unione sindacale, in «Avanti! », 26 febbraio 1914, O.O. , vol. VI, pp. 103-08.
49 ) Id., La settimana rossa, in «Utopia», 15-31 luglio 1914, p. 242, O.O., vol. VI, P. 256
50 ) Id., Hervé promette, in «Avanti!», 26 settembre 1914, O.O., vol. VI, p. 370 Intermezzo polemico, in «Avanti! », 8 ottobre 1914, O.O., vol. VI, pp 381-85; Fra la paglia e il bronzo, in «La Patria – Il Resto del Carlino», 13 ottobre 1914, O. O., vol. VI, p. 390.
51 ) Cfr. l'«Avanti!» del 18 ottobre 1914, O.O., vol. VI, pp. 393-403
52 ) Ai lavoratori d'Italia, in «Pagine Libere», 10 ottobre 1914, p. 37.
53 ) R. De Felice, Mussolini il rivoluzionario cit., p. 272.
54 ) Ibid
55 ) Cfr. il vibrante omaggio reso da Mussolini alla memoria del leader sindacalista: Celebrazione della pace, in «Il Popolo d'Italia», 13 novembre 1918, O.O., vol. XI, pp, 480-81.
56 ) B. Mussolini, Contro la guerra cit., p. 232.
57 ) Ibid., p. 234.
58 ) Ibid., p. 235.
59 ) Dinnanzi al fatto compiuto (anon., attribuito a Mussolini), in «Avanti!», 9 dicembre 1912, O.O., vol. V, p. 12.
60 ) Dopo il fatto compiuto (anon., attribuito a Mussolini), in «Avanti!», 10 dicembre 1912, O. O., vol. V, p. 14.
61 ) Dinnanzi al fatto compiuto cit., p. 12.
62 ) «Utopia» si presenta come «rivista quindicinale del socialismo rivoluzionario italiano».
63 ) B. Mussolini, Al largo, in «Utopia», 22 novembre 1913, p. I.
64 ) Ibid. p. 1.
65 ) Ibid., p. 2.
66 ) Id., Ai giovani, in «Utopia», 10 dicembre 1913, p. 28.
67 ) Id., L'impresa disperata, in «Utopia», 15 gennaio 1914, pp. 1-5.
68 ) Ibid , pp. 1-2.
69 ) Cfr, la lettera di Mussolini a Prezzolini del 25 marzo 1914 citata da De Felice nella sua presentazione della rist. di «Utopia» cit., p. IX.
70 ) B. Mussolini, L'impresa disperata cit., pp. 3-5.
71 ) S. Panunzio, Il lato teorico e il lato pratico del socialismo, in «Utopia», 15-31 maggio 1914, pp. 200-05.
72 ) Ibid., pp. 201.
73 ) Ibid., pp. 203.
74 ) Ibid.
75 ) L. Salvatorelli, Nazionalfascismo, Torino 1977 (I ediz. 1923).
76 ) B. Mussolini, Sulla breccia, in «Avanti!», 9 gennaio 1914, O.O., vol. VI, pp. 35-40; E Lazzeri, Italiani e slavi a Trieste, in «Utopia», 30 gennaio 1914, pp. 50-54.
77 ) Per la concordia ma contro i blocchi, in «La Patria – Il Resto del Carlino», 26 aprile 1914, O.O., vol. VI, p. 152. Cfr. le note redazionali a piè di pagina.
78 ) B. Mussolini, La settimana rossa cit., pp. 241-52.
79 ) Ibid., p. 250.
80 ) Sul legarme intercorrente tra la crisi ideologica di Mussolini e il suo passaggio dal neutralismo assoluto all'interventismo, cfr. A. Balabanoff, Ricordi di una socialista, Roma 1946, pp. 63-68; J.A. Thayer, Italy and the Great War Politics and Culture 1870-1915, Madison 1964, p, 266; R. De Felice, Mussolini il rivoluzionario cit., p. 287. Nell'opinione di molti, l'entrata in guerra dell'Italia costituisce il vero inizio della rivoluzione fascista. E’ questa non è solo la posizione di molti fascisti, ma anche di un buon numero di studiosi del periodo! Ma se è vero che la minoranza interventista rappresenterà il nocciolo duro del fascismo, ciò non significa che tutti gli interventisti finirono per diventare fascisti... Sulla tesi in questione, comunque, cfr. B Mussolini, 23 marzo, in «Il Popolo d'Italia», 18 marzo 1919, O.O., vol. XII, P. 310; L. Salvatorelli, Nazionalfascismo cit., p. 27, R. Cantalupo, La classe dirigente, Milano 1926, pp. 25-27; A. Tasca, Nascita e avvento del fascismo, Bari 1974, p. 12; A. Lyttelton, The Seizure of Power, London 1973, p. 3; N. Tranfaglia, Dallo stato liberale , cit., p. 53.
81 ) L'Homme qui cherche [pseud. di Mussolini], Note di guerra, in «Utopia», 15 agosto-1° settembre 1914, p. 306.
82 ) De Felice ritiene che la decisione di Mussolini di sostenere la posizione degli interventisti sia stata influenzata dall'idea di una «rivoluzione attraverso la guerra» (R. De Felice, Mussolini tlrúo1uzionàrio cit., pp. 288-361). Una interpretazione del genere si spiega nel contesto complessivo dell'approccio di De Felice, che considera il Mussolini del 1914 come appartenente alla sinistra rivoluzionaria. De Felice va persino più in là, affermando che, fino alla battaglia di Caporetto, Mussolini è restato «un "socialista dormiente", ma pur sempre un socialista» (ibid., p. 392). Sulla questione, cfr. N. Tranfaglia, Dallo stato liberale. cit., pp. 80-88, R. Vivarelli, Benito Mussolini dal socialismo., cit., pp, 77-97; M. Isnenghi, Il mito della grande guerra cit.
83 ) L. Tancredi [pseud. di M. Rocca], Il direttore dell'«Avanti!» smascherato. Un uomo di paglia», lettera aperta a Mussolini pubblicata su «La Patria – E Resto del Carlino», 7 ottobre 1914, O.O., vol. VI, pp. 501-03; T. Masotti, Da Mussolini al direttore delt'«Avantil», in «L'Internazionale», 10 ottobre 1914. Da vedere anche il telegramma spedito a Mussolini da G. Giulietti, segretario del sindacato dei marinai, che avrà un ruolo di rilievo nell'affare di Fiume: «Il Popolo d'Italia», 15 novembre 1914, in O.O., vol. VII, p. 10.
84 ) B. Mussolini, Intermezzo polemico, in «Avanti!», 8 ottobre 1914, 00 , vol. VI, p 383.
85 ) Id., Un accordo anglo-franco-russo per la discussione delle condizioni di pace, in «Avantil», 7 settembre 1914, O.O. , vol. VI, p. 360
86 ) Id., Dalla neutralità assoluta alla neutralità attiva ed operante. Nazioni e internazionale, in «Avanti!», 18 ottobre 1914, O.O., vol. VI, pp 400-01; La situazione internazionale e l'atteggiamento del partito, in «Avanti!» , 11 novembre 1914, O.O. , vol. VI, p. 427.
87 ) Id., La situazione internazionale e l'atteggiamento del partito cit., p. 428.
88 ) Intervista accordata da Mussolini a «La Patria – Il Resto del Carlino» e pubblicata dal giornale l'11 novembre 1914, O.O., vol. VI, p 431.
89 ) Cfr. R. Vivarelli, op. cit , pp. 97-105.
90 ) Si vedano i seguenti articoli di Mussolini: Ciò che rimane e ciò che verrà, in «Il Popolo d'Italia», 13 novembre 1920, O. O., vol. XVI, p. 5; Mezzi e fini, in «Il Popolo d'Italia», 16 novembre 1920, O.O., vol. XVI, pp. 14-15; cfr, inoltre Lettera di B. Mussolini a De Ambris, Milano, 31 agosto 1920, in R. De Felice, Sindacalismo rivoluzionario e fiumanestmo.. cit., p 311.
91 ) Cfr. R. De Felice, Mussolina il rivoluzionario cit., p. 344.
92 ) B. Mussolini, La necessità dell'intervento, in «Il Popolo d'Italia», 6 dicembre 1914, O.O., vol VII, p. 66; Per la libertà dei popoli, per l'avvenire dell'Italia, in «Il Popolo d'Italia», 17 dicembre 1914, O.O., vol. VII, p. 80; Il dovere dell'Italia, in «Il Lavoro di Genova», 30 dicem¬bre 1914, O.O., vol. VII, p. 107.
93 ) Id. E’ nostra!, in «Il Popolo d'Italia», 18 marzo 1915, O.O. , vol. VII, pp. 264-67.
94 ) Id., Audacia, in «Il Popolo d'Italia», 15 novembre 1914, O.O., vol. VII, pp. 5-6.
95 ) Id., Il «pericolo inaudito», in «11 Popolo d'Italia», 29 maggio 1915, O.O., vol. VIII, p, 6; Kamarad, in «Il Popolo d'Italia», 10 giugno 1915, 0.0 , vol. VIII, pp. 11.15.
96 ) Id., Marx e Hindenburg, 28 agosto 1915, O.O. , vol. VIII, pp. 184-85.
97 ) Id., Popolo e borghesia, in «Il Popolo d'Italia», 12 luglio 1915, O.O., vol. VIII, pp. 71-73.
98 ) In appoggio a questa posizione, si possono citare alcuni esempi. 1) l'allusione a Blanqui, che è per Mussolini il modello stesso del rivoluzionario patriota (E’ nostra cit., pp. 264-67); 2) il fatto che, nello stesso periodo in cui fonda «Il Popolo d'Italia», che inizia le pubblicazioni il 15 novembre 1914, Mussolini crea un movimento politico che si presenta come rivoluzionario, o con obiettivi rivoluzionari, i Fasci d'azione rivoluzionaria (11 dicembre 1914), a loro volta risultato della fusione di due altri movimenti, i Fasci autonomi d'azione rivoluzionaria, fondati dallo stesso Mussolini, e i Fasci d'azione internazionalista; 3) l'esplicito riferimento di Mussolini, nel suo articolo Trincerocrazia, pubblicato nel dicembre 1917, alla presa del potere da parte della nuova élite, la cui azione viene paragonata a quella della borghesia francese alla vigilia della rivoluzione del 1789 (cfr. B. Mussolini, Trincerocrazia, in «Il Popolo d'Italia», 15 dicembre 1917, O.O., vol. X, p. 140).
99 ) R. De Felice, Mussolini il rivoluzionario cit., p. 392.
100 ) Sembra che Mussolini non avesse una conoscenza molto approfondita del socialismo russo, cui non aveva rivolto molta attenzione, al contrario di quanto aveva fatto per il socialismo francese e tedesco; il motivo di ciò è probabilmente la sua ignoranza della lingua russa. Cfr. Y. de Begnac, Palazzo Venezia Storia di un regime, Roma 1951, p 360. E’ probabile che la scelta di Mussolini di sostenere Kerensky piuttosto che Lenin sia stata determinata unicamente dal fatto che il primo aveva continuato l'impegno bellico nonostante la Rivoluzione di febbraio, mentre il secondo, dopo il successo della rivoluzione bolscevica nell'ottobre, aveva ritirato il paese dal conflitto mondiale. Cfr. B. Mussolini, Bandiere rosse, in «Il Popolo d'Italia», 5 luglio 1917, O.O., vol. IX, pp. 26-28; Avanti il Mikado, ibid , 11 novembre 1917, O.O., vol. X, p. 41; La pace dell'infamia, ibid. , 4 dicembre 1917, O.O. , vol. X, p. 111; La maniera dolce, ibid., 7 dicembre 1917, O.O., vol. X, p. 122; Il patto della schiavitù, ibid., 19 dicembre 1917, O.O., vol. X, pp. 149-50; La socialdemocrazia. i complici di Ludendorf, ibid., 14 marzo 1918, O.O., vol. X, p. 385; L'hanno voluto!, ibid, 21 marzo 1918, O.O., vol X, P. 393.
101 )B. Mussolini, Marx e… Hindenburg cit., p 185; Da Stúrmer a Lenin, in «Il Popolo d'Italia», 25 luglio 1917, O.O., vol. IX, p. 74. In seguito, per giustificare le violenze fasciste contro i socialisti (a Bologna), Mussolini sosterrà che il partito socialista non era che una divisione dell'esercito russo di stanza sul territorio italiano; come se i fascisti, insomma, non facessero altro
che combattere contro un esercito straniero: Id., L'eccidio di Palazzo D'Accursio, in «Il Popolo d'Italia», 23 novembre 1920, O.O., vol. XVI, p. 25
102 ) Id., Al bivio, in «Il Popolo d'Italia», 30 gennaio 1915, O.O., vol. VII, p 158,
103 ) Id., Il tacco sul verme, in «Il Popolo d'Italia», 2 settembre 1915, O.O., vol. VIII, P. 194; Lettera aperta a Vandervelde, ibid., 20 luglio 1915, O. O., vol. VIII, pp. 92-96.
104 ) Nella sua critica dell'opera di De Felice, Tranfaglia precisa che a spingere Mussolini verso la destra non fu soltanto la crisi di Caporetto - come sostiene per l'appunto De Felice- ma anche l'arrivo al potere di Lenin (cfr N. Tranfaglia, Dallo stato liberale cit., p. 88 ). Anche su questo punto, Vivarelli è d'accordo con Tranfaglia piuttosto che con De Felice (cfr. R. Vivarelli, Il dopoguerra in Italia e l'avvento del fascismo, 1918-1922, Napoli 1967, p. 231.
105 ) B. Mussolini, L'impresa disperata cit., p. 3. Cfr. anche, sempre di Mussolini, Divagazioni sul centenario, in «Il Popolo d'Italia», 7 maggio 1918, O.O., vol. XI, p. 46; Novità, ibid, I° agosto 1918, O. O., vol. XI, p. 243.
106 ) Id., Grecia e i greci, in «Il Popolo d'Italia», 16 agosto 1915, O.O., vol. III, p. 170; L'ora dei popoli, ibid., 16 agosto 1917, O.O., vol. IX, p. 117; L'adunata di Roma, ibid , 7 aprile 1918, O 0, vol. X. pp. 434-35.
107 )Id., Patria e terra, in «Il Popolo d'Italia», 16 novembre 1917, O.O., vol. X, pp. 55-57.
108 ) P. Orano, Il fascismo, vol. I, Vigilia sindacalista dello stato corporativo, Roma 1939, pp. 12, 304-10.
109 ) B. Mussolini, Variazioni su un vecchio motivo. Il fucile e la vanga, in «Il Popolo d'Italia»,V maggio 1918, O.O., vol, XI, p. 35.
110 ) Id., Orientamenti e problemi, in «Il Popolo d'Italia», 18 agosto 1918, O.O., vol. XI, pp. 282-284; Il sindacalismo nazionale per rinascere', ibid, 17 novembre 1918, O. O., vol. XII, pp. 11-14.
111 ) Id., Andate incontro al lavoro che tornerà dalle trincee, in «Il Popolo d'Italia» 9 novembre 1918, O. O., vol. XI, pp. 469-72; La nostra costituente, ibid., 14 novembre 1918, O. O., vol. XII, pp. 3-4.
112 ) R. De Felice, Mussolini il rivoluzionario cit., p. 465.
113 ) B. Mussolini, L'impresa disperata cit., p. 3.
114 ) Id., Per intenderci. In tema di «Costituente», in «Il Popolo d'Italia», 7 dicembre 1918, O. O. , vol. XII, p. 53. Sull'ideologia del sindacalismo nazionale come terza via, cfr. E. Gentile, Le origini dell'ideologia fascista cit., pp. 76-90.
115 ) B. Mussolini, Viva Kerensky1, in «Il Popolo d'Italia», 26 luglio 1917, O.O., vol. IX, pp. 77-78.
116 ) Ibid., p 78.
117 ) B. Mussolini, La tenda, in «Il Popolo d'Italia», 11 ottobre 1917, O. O., vol. IX, p. 251.
118 ) Id., Fra il segreto e il pubblico, in «Il Popolo d'Italia», 14 dicembre 1917, O.O., vol. X, p. 139.
119 ) Id., Pace tedesca, mai! Nelle trincee non si vuole la pace tedesca. Una lettera di B Mussolini, in «Il Popolo d'Italia», 27 dicembre 1916, O.O., vol. VIII, p. 272; Trincerocrazia cit., pp. 140-42.
120 ) Id., Truicerocrazia cit., pp. 141-42.
121 ) Id., Dopo quattro anni, in «Il Popolo d'Italia», 12 maggio 1918, 0.0, vol. XI, pp 54-55.
122 ) Id., Il trattato di pace e le classi lavoratrici, in «Il Popolo d'Italia», 19 novembre 1918, O.O., vol. XII, p. 16
123 ) Ibid.
124 ) Id., Per intenderci cit., p. 53.
125 ) Id., La «pentapoli» italiana, in «Il Popolo d'Italia», 22 novembre 1918, O.O., vol. XII, p. 22.
126 ) Id., I Maddaleni, in «Il Popolo d'Italia», 5 marzo 1919, O.O., vol. XII, p. 268; cfr. anche Pro Fiume e Dalmazia, ibid , 15 gennaio 1919, O. O., vol. XII, p 144-45.
127 ) De Felice sottolinea il fatto che «Il Popolo d'Italia» fu il solo giornale a parlare a lungo dello sciopero di Dalmine, e proprio a causa della fedeltà degli scioperanti ai principi produzionistici: cfr. R. De Felice, Mussolini il rivoluzionario cit., p. 503
128 ) Ibid., p. 506.
129 Atto di nascita del fascismo, in «II Popolo d'Italia» , 24 marzo 1919, O.O., vol. XII, p. 327.
130 B. Mussolini, Per l'espropriazione del capitale, in «Il Popolo d'Italia», 10 giugno 1919, O.O., vol, XIII, p, 177.
131 ) Cfr. i seguenti scritti di Mussolini: Il discorso di Dalmine, in «Il Popolo d'Italia», 21 marzo 1919, O. O., vol. XII, p 334; Per l'espropriazione del capitale cit., Via da Versaglia!, in «Il Popolo d'Italia», 3 giugno 1919, O.O., vol. XIII, pp. 171-73; da vedere anche Atto di nascita del fascismo cit., dove si ha l'esplicito riconoscimento, da parte dei fascisti, delle loro affinità tra il loro programma originale del 1919 e quello della Uil. In realtà, i fascisti non soltanto esigono l'applicazione del programma di espropriazione parziale di De Ambris, ma rivendicano anche la giornata lavorativa di otto ore, il salario minimo garantito e tutte le altre riforme sociali comprese nel programma della Uil. L'articolo sulla «nazione in armi» si ispira visibilmente a quello di Olivetti, il quale, nel 1914, chiedeva già che si distribuissero le armi al popolo (Le armi al popolo, in «Pagine Libere», 15 dicembre 1914). Il testo integrale del programma fascista del giugno 1919 è riprodotto in R. De Felice, Mussolini il rivoluzionario cit., pp. 742 - 743.
132 ) B. Mussolini, Patria e fazione, in «Il Popolo d'Italia», 16 giugno 1920, O.O., vol. XV, p. 40.
133 ) A. Lyttelton, The Seizure of Power cit., pp. 46-47. A parte l'opera di Lyttelton, cfr., questo periodo, i succitati lavori di De Felice e Gregor. Cfr. anche S. Romano, Storia d'Italia dal Risorgimento ai nostri giorni, Milano 1978; per quanto concerne il fascismo, la conclusione di Romano è agli antipodi della mia: «Il fascismo al governo, soprattutto nella prima fase, non è né un'ideologia né un programma politico. È tutt'al più un'intuizione» (ibid., p. 181).
134 ) A. Lyttelton, Tbe Seizure of Power.. cit., p. 67 (dove viene citato Lanzillo).
135 ) Ibid., pp. 72-75.
136 ) Ibid, p. 81.
137 ) Ibid., p. 243.
138 ) B. Mussolini, Chi possiede, paghi!, in «Il Popolo d'Italia», 6 luglio 1919, O.O., vol. XIII, p. 224.
139 ) P. Birnbaum, La sociologie de l’etat, Paris 1982, p. 84.
140 ) B. Mussolini, Dilemma: collaborare o perire, in «Il Popolo d'Italia», V aprile 1920, O. O., vol. XVI, pp. 101-02.
141 ) Id., Il fascismo nel 1921, in «Il Popolo d'Italia», 7 gennaio 1921, O.O., vol. XVI, pp. 101- 102.
142 ) Id., Il primo discorso alla Camera dei deputati, in Atti del Parlamento italiano, Camera dei deputati, Sessione 1921, Discussioni, vol. I, Roma 1921, pp. 89-98, O.O., vol. XVI, p. 442 e p. 445.
143 ) Id., Il programma fascista, O. O., vol. XVII, pp. 216-23; D. Grandi, Le origini e la missione del fascismo, Bologna 1922, in R. De Felice, Autobiografia del fascismo, Bergamo 1978, p. 138; Programma e statuti del Partito Nazionale Fascista, O.O., vol. XVII, pp. 334-40.
144 ) B. Mussolini, Primo: vivere, in «Il Popolo d'Italia», 18 novembre 1921, O.O.,, vol. XVII, p. 252.
145 ) «Il fascismo sta elaborando in sé, lentamente, i germi dello stato futuro» ( D. Grandi, Le origini e la missione del fascismo, in R. De Felice, Autobiografia del fascismo cit., p. 138).
146 ) B. Mussolini, Per la vera pacificazione, nei cit. Atti..., vol. III, 1°-22 dicembre 1921, pp. 1975-81, O.O., vol. XVII, p. 295. Sul mito della nazione e sulla sua funzione nell'ideologia fascista, cfr. B. Mussolini, Nel solco delle grandi filosofie. Relativismo e fascismo, in «Il Popolo d'Italia», 22 novembre 1921, O.O., vol. XVII, p. 269; M. Rocca, Il primo fascismo, Roma 1964, pp. 50-51; C. Rossi, La critica alla critica del fascismo, in «Gerarchia», 25 aprile 1922, p. 190.
147 ) Programma e statuti del partito... cit., pp. 334-50.
148 ) Cfr., per esempio, l'importante articolo di Mussolini, Stato, anti-stato e fascismo, in «Gerarchia», 22 giugno 1922, pp. 295-300.
149 ) Il manifesto della nuova direzione del Pnf, O.O., vol. XVII, pp. 271-72.
150 ) G. Lumbroso, Lo stato contro lo stato, in «Gerarchia», 25 luglio 1922, pp. 378-81.
151 ) B. Mussolini, Ai fascisti romani, in «Il Popolo d'Italia», 3 agosto 1922, O.O., vol. XVIII, pp. 330-31; si veda anche l'intervista concessa l'11 agosto 1922 da Mussolini al quotidiano napoletano «Il Mattino» (ibid., p. 349). Mussolini ritorna sulle idee espresse in questa intervista nel discorso pronunciato a Milano all'occasione dell'incontro in cui si trovano riuniti la direzione del Pnf, il Comitato centrale dei Fasci, il gruppo parlamentare fascista e la Confederazione delle corporazioni. Mussolini chiuderà la seduta enunciando i punti sui quali vi è unanimità: 1) il fascismo deve essere lo stato; 2) il fascismo deve essere lo stato non per difendere i propri interessi o quelli della sua clientela politica, ma per preservare gli interessi dello stato stesso; 3) per diventare stato, il fascismo dispone di due mezzi: la via legale delle elezioni e quella, extralegale, della rivolta. Cfr. B.Mussolini, La situazione politica, in «Il Popolo d'Italia», 15 agosto 1922, O.O. , vol. XVIII, pp. 351-52.
152 ) Id., L'azione e la dottrina fascista dinnanzi alle necessità stanche della nazione, in «Il popolo d'Italia», 21 settembre 1922, O.O., vol. XVIII, pp. 411-21; Dal malinconico tramonto liberale all'aurora fascista della nuova Italia, in «Il Popolo d'Italia», 5-6 ottobre 1922, O.O., vol. XVIII, pp. 434-39. Le molteplici influenze subite dall'ideologia fascista non dipendono soltanto dalla riflessione di coloro i quali, al momento adesso considerato, avevano già aderito al fascismo. Per esempio, G. Gentile e A. Rocco ebbero un ruolo decisivo dal punto di vista ideologico già prima di iscriversi ufficialmente al partito; cfr. E. Gentile, Le origini dell'ideologia fascista cit., pp. 349-53; 377-85; F. Gaeta, Il nazionalismo italiano, Bari 1981, p. 249.
153 ) C. Pellizzi, Idealismo e fascismo, in «Gerarchia», 25 ottobre 1922, p. 571. Su Pellizzi, il filosofo che ha cercato di fondere l'idealismo liberale ed il fascismo, cfr. E. Gentile, Le origini dell'ideologia fascista cit., pp. 335-40; G. Casini, Classici, romantici, e scettici del pensiero fascista, in «La Rivoluzione fascista», 18 maggio 1924, appendice, pp. 449-50.
154 ) P. Ungari, Alfredo Rocco e l'ideologia giuridica del fascismo, Brescia 1974.
155 ) A. Rocco, Scritti e discorsi politici, vol. 1, Milano 1938, pp 60-61. Per quanto riguarda le idee di Rocco sulla democrazia e sull'individualismo, cfr. E. Gentile, Il mito dello stato nuovo dall'antigiolittismo al fascismo, Bari 1982, pp. 173-74. Sul concetto di «stato nazionale» in Gentile e Rocco, cfr. F. Gaeta, Il nazionalismo italiano cit., pp 43-44.
156 ) A. Rocco, Mussolini uomo di stato, in Mussolini e il fascismo, Roma 1929 (riprodotto in A. Rocco, Scritti e discorsi cit., vol. III, p 1145. Per alcuni la soppressione della democrazia rappresentativa e del sistema parlamentare da parte del fascismo sarebbe espressione della sovranità popolare, del potere diretto del popolo; cfr. International Fascism New Thoughts and New Approaches, a cura di G.L. Mosse, London 1979, p. 2. G. Bottai ha accusato Mussolini di avere deformato il fascismo; a suo dire, l'errore di fondo non starebbe nei principi del fascismo, o nel metodo fascista, ma nell'utilizzazione fatta da Mussolini di tali principi e di tale metodo (G. Bottai, Vent'anni e un giorno, Milano, 1977, pp. 54, 55-62). Quanto a De Felice, è difficile concordare con lui quando sostiene che il fascismo non fa altro che mettere in pratica i principi della rivoluzione francese (cfr. R. De Felice, Intervista sul fascismo, a cura di M. A. Ledeen, Bari 1975, pp. 100-06); secondo De Felice, il fascismo apparterrebbe alla corrente ideologica (di sinistra) che Talmon ha designato col termine di «democrazia totalitaria» (cfr. Y.L. Talmon, The Origins of Totalitarian Democracy, London 1952). Da ciò che scrive De Felice, si deduce che egli non considera il fascismo un radicalismo di destra. Tuttavia, quale che sia il senso in cui De Felice impiega il concetto di «democrazia totalitaria», il risultato della sua interpretazione contraddice le conclusioni di Talmon. Infatti, mentre De Felice distingue tra il nazionalsocialismo tedesco e il fascismo italiano, considerando quest'ultimo, appunto, una «democrazia totalitaria», cioè un totalitarismo di sinistra, Talmon, dal canto suo, include fascismo e nazismo nella stessa categoria, da collocarsi nella destra radicale (cfr. Y L. Talmon, The Myth of the Nation and the Vision of Revolution-The Ongins of Ideologicall Polarization in the 20th Century cit. Segnaliamo, di passaggio, che sull'appheazione dei principi della rivoluzione francese Talmon ha idee assai diverse da quelle di De Felice.
157 ) Volt [pseud. di V. Gotti], Il concetto sociologico dello stato, in «Gerarchia», 25 agosto 1922, pp. 422-28; cfr anche, dello stesso autore, Vilfredo Pareto e il fascismo, ibid., 25 ottobre 1922, p. 600 (in questo stesso numero della rivista si veda inoltre G. Lumbroso, La genesi ed i fini del fascismo, p. 590).
158 ) C. Pellizzi, Problemi e realtà del fascismo, Firenze 1924, p. 21 (corsivo nel testo).

FINE

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" Forse che non conoscendo a fondo il pensiero del Duce si può affermare di essere fascisti? Noi diciamo di no! Che il fascismo non è istinto ma educazione e perciò è conoscenza della sua mistica,che è conoscenza di Mussolini" (N. Giani)
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MessaggioInviato: Mar Mag 19, 2009 12:50 pm    Oggetto:  
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Ho finito la seconda parte e, fin qui, mi pare fatto benissimo!
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Marcus
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MessaggioInviato: Mar Mag 19, 2009 1:20 pm    Oggetto:  
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Dvx87 ha scritto:
Ho finito la seconda parte e, fin qui, mi pare fatto benissimo!


Very Happy Very Happy ...non avevo dubbi che avresti apprezzato, l'integrazione tra il lavoro di Sternhell e quello di Gregor é davvero fondamentale per cogliere la dinamica ideologica del fascismo. Unendovi i lavori di Emilio Gentile, che riprende, sviluppa ed aggiorna le tesi del suo professore
( Renzo DeFelice ) possiamo dire di poter chiudere il cerchio delle interpretazioni più scientificamente ettendibili e comunque imprescindibili per chi si voglia avvicinare ad una reale comprensione dell'argomento in questione.

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MessaggioInviato: Mar Mag 19, 2009 3:18 pm    Oggetto:  
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concordo pienamente! Tra l'altro questo documento è molto utile perchè, non solo rende visibile l'itinerario ideologico di Mussolini, ma spiega bene anche l'itinerario politico dell'Italia di quel tempo con relativi sviluppi futuri, che sono intuibili.
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MessaggioInviato: Mar Mag 19, 2009 9:11 pm    Oggetto:  
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Molto ben fatto!
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MessaggioInviato: Mer Mag 20, 2009 2:04 pm    Oggetto:  
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Citazione:

Poiché infatti se da una parte tale analisi spiega chiaramente e con meticolosità la coerenza inerente le dinamiche politiche maturate da Mussolini nel periodo a cavallo della Grande Guerra, non riesce però a cogliere pienamente lo sviluppo ideologico del fascismo poiché lo sguardo si limita solo ai primordi dell’esperienza politica avviata da Mussolini col suo nuovo soggetto politico, da qui il fraintendimento in cui incorre l’autore nel finale rispetto ad esempio al valore della proprietà privata, od agli ammiccamenti lanciati a mo di specchietto per le allodole da Mussolini alla borghesia liberale, temi che invece Gregor riesce a cogliere nella loro valenza assolutamente strumentale grazie all’analisi della parabola ideologico politica fascista nella sua interezza


Potresti chiarirmi meglio questo punto? Sternhell reputa che ci fosse stato da parte di Mussolini un voltafaccia nel periodo in cui il fascismo giunse al potere?
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MessaggioInviato: Mer Mag 20, 2009 5:01 pm    Oggetto:  
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...assolutamente no,nessun voltafaccia, semplicemente Sternhell limita volutamente la sua ricerca (da quì il titolo del libro da cui é estratto il brano presente in questa discussione) alla nascita dell'ideologia fascista, senza perciò occuparsi di tutto ciò che avvenne dopo il 1922. Ecco perché il lavoro di Gregor completa in modo esaustivo l'analisi del percorso ideologico fascista. Leggete entrambi i documenti inseriti in questa sezione del forum e capirete... Very Happy
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" Forse che non conoscendo a fondo il pensiero del Duce si può affermare di essere fascisti? Noi diciamo di no! Che il fascismo non è istinto ma educazione e perciò è conoscenza della sua mistica,che è conoscenza di Mussolini" (N. Giani)
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MessaggioInviato: Sab Mag 23, 2009 2:07 pm    Oggetto:  
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Ho letto tutto e devo dire che è fatto bene.
Comunque Sternhell è preciso perchè non usa mai la parola voltafaccia ma, in maniera molto appropriata, fa un paragone con quello che stava accadendo in Russia più o meno in contemporanea.
Dal testo si capisce benissimo che non si assiste a nessun voltafaccia ma ad un adeguamento in base alle circostanze.
Tuttavia questo testo deve necessariamente accompagnarsi alla lettura del libro del professor Gregor che, invece, punta a spiegare l'intera evoluzione ideologica dal fascismo e non si ferma soltanto alle origini.
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msdfli




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MessaggioInviato: Mer Gen 13, 2010 6:43 pm    Oggetto:  
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Gran bel capitolo, complimenti.

vi segnalo anche questa recensione del 1993 sull'opera di Zeev Sternhell, utile per il dibattito.

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MessaggioInviato: Mer Gen 13, 2010 7:24 pm    Oggetto:  
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msdfli ha scritto:
Gran bel capitolo, complimenti.

vi segnalo anche questa recensione del 1993 sull'opera di Zeev Sternhell, utile per il dibattito.

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