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La Rivoluzione Permanente

 
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RomaInvictaAeterna
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MessaggioInviato: Mer Gen 18, 2006 1:31 pm    Oggetto:  La Rivoluzione Permanente
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Ragazzi, Bottai aveva decisamente un cervello politico d'altri tempi.

Leggete questi altri brani:

La “Rivoluzione Permanente”
Benito Mussolini scriveva attorno al 1912: «Un'Italia in cui trentasei milioni di cittadini pensassero tutti nello stesso modo, sarebbe un manicomio, o il regno della imbecillità e della noia».

Sembra che a render veridica la deprecata ipotesi di Mussolini si sieno messi tutto coloro che continuano a sognare il Fascismo come una sorta di rullo compressore sulle idee, sui sentimenti, sul modo di pensare e di agire degli italiani d'oggi; industriandosi così di spegnere anche le risorse più necessarie alla vita di un popolo.

Bisogna cominciar dunque a chiarire la differenza sostanziale che c'è fra la disciplina cui gl'italiani son di necessità chiamati a ubbidire, e il borbonismo degli zelatori del Regime che lavorano per far dell'Italia un casermone prussiano, in cui tutti pensino e agiscano al cenno dei comandanti. E poiché il comandante non è sempre un capitano, ma spesso un caporale, così, secondo costoro, questa disciplina da bassa forza dovrebbe essere seguita da tutti gl'italiani salvo, come vedremo, coloro i quali essendo capaci di sbraitare più degli altri, riescono poi a fare senza eccezioni il comodo loro, o per esser più chiari il loro tornaconto.

Della necessità di una disciplina per la Nazione italiana, nessuno può dubitare, poiché si tratta di dare una regola di vita ad un popolo vissuto per oltre cinquant'anni in un regime in cui gli estremi del rigore poliziesco e della libertà anarchica si toccavano spesso. Questo popolo oggi ha la coscienza di se stesso, e dei nuovi compiti che gli sono proposti, e che non possono essere raggiunti se non a patto di dirigere tutte le energie secondo un piano organicamente stabilito, e seguito con unità d'intenti e sincronia di opere, cioè con disciplina perfetta.

Ma il senso di questa vera disciplina è profondamente diverso dalla monotonia esasperante alla quale si vorrebbe giungere.

Il problema della disciplina si presenta anzitutto come necessità di un'interiore adesione ai principî del Fascismo; problema psicologico e quindi squisitamente politico, che si risolve nella necessità di formare negli italiani una nuova mentalità e nel dar loro un nuovo senso dello Stato.

Quando esiste questa sorta di disciplina essenziale, possono sorgere e vivere anche le disparità sul modo di pensare ai dettagli, può esserci la varietà delle forma anche, senza che la sostanza dei fatti ne sia toccata.

Venendo al pratico, è bene considerare ad esempio a quale spirito di reale utilità e di ideale disciplina risponda il tono terribilmente uniforme della stampa fascista, da cui si cerca di bandire, in nome della disciplina, ogni tendenza al ragionamento, alla critica, a quella concorde discordia da cui sola possono nascere, non diciamo le idee, ma le convinzioni.

Il metodo evidentemente non persuade coloro che di persuasione hanno bisogno, né vale a rafforzare in chi l'ha la propria fede; poiché recidere la sincerità e imbalsamare le idee in nome della disciplina, vuol dire rinunciare ad ogni dignità di sviluppo morale [...].

[...] La disciplina può e dev'essere un mezzo, ma non il fine di questa nostra rivoluzione.

Occorre persuadersi di questo, e non far sì che l'atmosfera in cui vivono quaranta milioni d'italiani diventi irrespirabile per amor di uniformità, e ad esclusivo vantaggio di pochi.

Non si domanda al Fascismo di mutare rotta, di farsi un'accademia, o peggio il regno dell'arbitrio, ma soltanto di esigere una costante fedeltà ai principî ideali, e alla pratica giornaliera senza cadere nel ridicolo del caporalismo a ogni costo.

La disciplina stessa acquisterà un più largo respiro e una maggior serenità, il Fascismo un senso di più esatta misura, gl'italiani una coscienza più profonda di ciò che è la rivoluzione che noi facciamo.

I termini del nostro problema sono questi: creare l'unità morale del popolo italiano e dargli uno Stato che ne rappresenti oggi e per l'avvenire il destino storico nel mondo.

La sua risoluzione è ancora in cammino, ma non per questo possiamo ignorarlo e tanto meno sviarlo e tradirlo facendo dell'Italia vivente in tutta la sua delicata e complessa vicenda di popolo, un ammasso di automi ammaestrati.

(Il regno della noia, in “Critica Fascista”, 15 agosto 1928, pp. 301-302).

* * *

[...] L'azione, allora, nacque da propositi e di sviluppò con atti, gli uni e gli altri, semplici e schietti. Ciascuno vi si preparò senza bandi, senza grida, senza fanfare. Il primo passo fu fatto negli spiriti. Quando fu d'uopo provvedere alla esecuzione, ogni opera ebbe i caratteri della necessità. Tutto si svolse con quel serrato impegno, che distingue l'azione dalla rappresentazione. Ogni protagonista, dai capi ai gregari, era un responsabile. Non c'era tempo a vedersi agire, si agiva. La parola non commentava, creava gli stati d'animo e di coscienza indispensabili all'impresa. La Rivoluzione, prima ancora di trovare nella lotta, nell'urto, nel sangue, i suoi connotati tradizionali, era rivoluzione negli intelletti e nelle anime. Per la prima volta, da che erano italiani gl'italiani, soliti a ricercar la rivolta nel fumo, negli spari, nei motti eroici, si movevano per una rivolta ch'era già una loro conquista interiore. Essi non “tentavano” una rivoluzione; “imponevano” la Rivoluzione, già compiuta dentro di loro. Qualcuno ha scritto che la nostra lingua medesima tradisce il nostro carattere un po' teatrale; gl'italiani, infatti, dicono: io “faccio” il soldato o il maestro o il medico, non già: io “sono” soldato o maestro o medico. Ebbene, quegl'italiani che movevano verso Roma nell'ottobre del '22, non “facevano” i rivoluzionari, “erano” rivoluzionari. L'ordine nuovo cui aspiravano era già un loro ordine morale. Essi non andavano a “prendere” Roma, sì bene portavano Roma a Roma. Roma, la Città degl'italiani nuovi che essi erano già, la Capitale dello Stato nuovo di cui essi erano già cittadini [...].

Tutto, o quasi tutto, il lavoro materiale per la costruzione del nuovo Stato fu fornito. Lo Stato Fascista è, ormai, una realtà. Le sue leggi, i suoi ordinamenti, i suoi principî trovano ogni giorno più larga applicazione. Audaci esperimenti di carattere sociale, economico e finanziario già rivelano, agli occhi degli uomini di fede e di esperienza, il disegno del nuovo assetto politico. Non è da escludere che da molte delle riforme attuate scaturiscano ispirazioni di riforme integrative o del tutto nuove. La logica rivoluzionaria, per esempio, ci indica nel Parlamento un problema che è ancora da risolvere, in armonia con alcune delle riforme già attuate. Può darsi, è anzi certo, che tutto il corso della nostra Rivoluzione ci porti, un giorno non lontano, a incidere ancora più profondamente nella costituzione. Ma, nelle linee maestre, lo Stato Fascista è.

E, tuttavia, la Rivoluzione non è finita. Essa, anzi, celebrandosi l'anno quarto del suo avvento, afferma il suo carattere di permanenza. Dall'immenso lavoro compiuto per creare il nuovo sistema, essa deve passare, decisamente, al lavoro da compiersi per ordinare entro quel sistema il popolo italiano, con le sue tradizioni, con le sue aspirazioni, con le sue qualità, onde far sì che sistema politico e popolo formino un'unità storica. Molto di ciò che fu fatto, fu fatto senza il popolo o contro il popolo, indifferente od ostile, e l'unanimità dei consensi di oggi è il risultato di fattori straordinarî. Su questa unanimità, che rende la materia umana pronta e docile, bisogna perfezionare l'opera e far sì che il popolo, che ha “accettata” da una minoranza audace la Rivoluzione, la faccia sua, sua nel suo sangue e nel suo temperamento, sua nella storia e nel suo orgoglio. Perché, quando si è riusciti a dare ad un popolo le leggi migliori, che in un dato momento della sua storia sono necessarie alla sua elevazione, il risultato ultimo sarà sempre condizionato dal genere di coscienza che quel popolo possiede. È questa coscienza che ora ci bisogna plasmare. La Rivoluzione non deve essere più solo dei suoi artefici, ma diventare la carta di riconoscimento di tutto il popolo italiano dinanzi agli altri popoli.

Immensa fatica che si prospetta negli anni! L'azione, che fu merito e vanto d'una generazione, travalica nelle generazioni a venire: ma il trapasso deve compiersi con quei caratteri d'intima, religiosa, impegnativa serietà, ch'ella ebbe nel suo inizio. Per evitare gli inganni si debbon toglier di mezzo, tra una generazione e l'altra, coloro che hanno aderito senza comprendere e che seguono senza fede.

(La rivoluzione permanente, in “Critica Fascista”, 1° novembre 1926, p. 39).


Ultima modifica di RomaInvictaAeterna il Ven Ago 27, 2010 3:39 pm, modificato 1 volta in totale
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MessaggioInviato: Lun Dic 01, 2008 9:05 pm    Oggetto:  
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Cari amici,
tra qualche giorno vorrei inserire uno scritto di cui sono venuto a conoscenza da poco di Yuri Antropov. L'ex segretario del PCUS, di fatto, riconosce che qualcosa è andato storto applicando la politica del "tutto e subito" poichè le masse non hanno "metabolizzato psicologicamente la rivoluzione" e che la semplice abolizione della proprietà privata non è bastata per portare a termine la rivoluzione.
Secondo me è importante conoscere questo scritto perchè dimostra come gli stessi comunisti russi abbiano dovuto constatare che l'approccio economicistico, da solo, non basta.
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Dvx87




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MessaggioInviato: Mar Dic 02, 2008 12:08 am    Oggetto:  
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LA DOTTRINA DI KARL MARX ED ALCUNE DOMANDE RELATIVE ALL'EDIFICAZIONE SOCIALISTA IN UNIONE SOVIETICA tratto da SULLA STRADA DEL SOCIALISMO di Juri Antropov.

A ragione si considera Marx l'erede di quanto la filosofia classica tedesca, l'economia politica inglese ed il socialismo utopistico francese hanno creato di migliore [qui, a dire il vero è molto opinionabile]. Egli si è applicato a risolvere il problema che lui stesso aveva posto: i filosofi hyanno interpretato il mondo in molti modi, noi dobbiamo trasformarlo.
L'unità di teoria scientifica e prassi rivoluzionaria è il tratto distintivo del pensiero di marxista. Le concrete vie storiche del socialismo in divenire non sono state quelle che supponevano i fondatori della nostra teoria rivoluzionaria. Anzitutto, il socialismo ha trionfato in un solo paese, per di più il non più sviluppato economicamente. Ancora oggi gli ideologi della borghesia e del riformismo elaborano interi castelli di argomenti per dimostrare che la nuova società, o sedicente tale, creata in russ e negli altri paesi fratelli, non corrisponderebbe al modello di socialismo concepito da marx.Costoro affermano che la realtà ha divorziato dall'ideale. Consapevolmente o per ignoranza, non ricordano, che, mettendo a punto la sua dottrina, Marx non si lasciava guidare affatto dall'esigenza di un astratto "socialismo ideale", agghindato e senza macchia. Traeva le sue idee sul futuro regime dall'analisi delle contraddizioni obiettive della grande produzione capitalistica. Quest'approccio, l'unico scientifico, gli permette di definire in modo infallibile i tratti essenziali della società che doveva nascere dalle tempese purificatrici delle rivoluzioni sociali del XX secolo. Secondo Marx la proprietà sociale dei mezzi di produzione è la pietra angolare del regime socioeconomico che subentra al capitalismo. L'esperienza del socialismo reale mostra che la trasformazione del "mio" in "nostro" non è una faccenda semplice. La rivoluzione nei rapporti di proprietà non si riassume in un atto risolutivo, in seguito al quale i principali mezzi di produzione diventano appannaggio di tutto il popolo. Acquisire il diritto a essere padrone e diventare questo padrone-autentico, saggio, parsimonioso- non è la stessa cosa. Il popolo che ha realizzato la rivoluzione socialista ha bisogno di molto tempo per assimilare la sua nuova condizione di proprietario supremo e senza spartizioni di tutta la ricchezza sociale: assimilarla, dico, economicamente e politicamente e, se volete, anche psicologicamente, attraverso una coscienza ed una condotta collettivista.
Non bisogna dimenticare che si tratta di un processo complesso e di lungo respiro, che non si può semplificare.
Noi sappiamo perfettamente tutto ciò. Ma sappiamo anche che, in assoluta conformità con la previsione di Marx, dovunque le rivoluzioni proletarie hanno trionfato, la proprietà sociale e dei mezzi di produzione, che si è realizzata in questa o quella forma, è divenuta il mezzo fondamentale di esistenza del socialismo, il suo sostegno, la fonte principale del suo progresso.
Un grande tratto di strada è stato percorso nel rinnovamento sociale del mondo, nella relizzazione degli obiettivi e delle idee rivoluzionarie della classe operaia. La mappa politica del globo ha assunto un nuovo aspetto. Nuove e straordinarie sono le conquiste della scienza, le realizzazioni della scienza sono tali da colpire profondamente la nostra immaginazione.
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MessaggioInviato: Mar Dic 02, 2008 12:23 am    Oggetto:  
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Ecco che da questo testo si deduce che il "tutto e subito" è un miraggio non realizzabile e la sua esecuzione non determina il successo completo ed istantantaneo di una rivoluzione. Qui si parla di necessità di assimilare psicologicamente una determinata condotta che, evidentemente, non è stata completamente assorbita in seguito ad una rivoluzione violenta. Da notare, inoltre, come un uomo della nomenklatura sovietica sia costretto, per necessità pratiche, ad aprirsi all'universo della "assimilazione psicologica" tanto disprezzata dai padri del comunismo che la consideravano, senza mezzi termini, sovrastruttura. Diretta conseguenza di queste affermazioni e che i cambiamenti in campo economico non necessariamente producono effetti in tutti quei campi che i marxisti chiamano sovrastruttura. L'abolizione della proprietà privata non porta automaticamente alla adozione di una condotta collettivista a livello di coscienza collettiva. Ed è qui che si è inceppato il meccanismo in urss: nella convinzione che una rivoluzione, ovvero una cambiamento radicale e totale dei valori collettivi di una popolo o di una civiltà, possa consumarsi esclusivamente sul campo economico.
I fatti non fanno altro che dimostrare ciò: ricordate la critica di Trozcky? Cosa sostiene egli se non che Stalin non è altro che un nuovo zar (con una politica economica diversa)? Infatti la concezione del potere in Russia, ancora oggi, è la stessa del tempo degli zar...
Che dire a questo punto?
Che è il caso di rispolverare Bottai, il quale, con la sua "rivoluzione permanente", già negli anni 30, aveva compreso dinamiche sconosciute ai comunisti russi degli anni 80. Guardate caso la rivoluzione permanente di Bottai risolve proprio i problemi che emergono dall'analisi dello scritto del defunto segretario generale sovietico...
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MessaggioInviato: Gio Gen 14, 2010 5:03 pm    Oggetto:  
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Bottai era una mente sopraffina,
uno che il regime avrebbe dovuto sfruttare di più.
e soprattutto ascoltare di più prima di infognarsi nell'ultimo periodo
bellicista.

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Safra




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MessaggioInviato: Lun Dic 12, 2011 5:43 am    Oggetto:  
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Il problema era uno, ed uno e' rimasto. Come "rivoluzionare" la coscienza del popolo. Il "tutto e subito" e' impensabile soprattutto quando si parla di rivoluzione al "contrario". Non e' un caso che la rivoluzione volta a liberare gli istinti ed i piaceri abbia avuto successo in cosi' poco tempo....

Citazione:

Perché, quando si è riusciti a dare ad un popolo le leggi migliori, che in un dato momento della sua storia sono necessarie alla sua elevazione, il risultato ultimo sarà sempre condizionato dal genere di coscienza che quel popolo possiede. È questa coscienza che ora ci bisogna plasmare


Le leggi e la disciplina da sole non bastano,per questo quando si parla di Fascismo, la gente oggi pensa subito a dittatura. Perche' d'istinto, qualsiasi legge posta a servire un'ente superiore e non solo l'io egoista dei giorni nostri, viene vista come un' imposizione. La rivoluzione se non e' sentita, se non e' animata da emozioni e consapevolezza, e' nulla, ed e' destinata a fallire.
La diversita' di vedute, se unite dal legame unico del pensiero e "fede" Fascista, sono un'aggiunta preziosa e non un pericolo da eliminare, la disciplina interiore, deve per forza venire prima. Non c'e' altra soluzione.

Bottai aveva davvero ragione, la rivoluzione non puo' avere una fine, ma deve essere continua, permanente.

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"Ho tolto la libertà. Si, ho tolto quel veleno che i popoli poveri ingoiano stupidamente con entusiasmo. Ho fatto versare il sangue del mio popolo. Sì, ogni conquista ha il suo prezzo." Mussolini si confessa alle stelle.
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Marcus
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MessaggioInviato: Lun Dic 12, 2011 8:04 pm    Oggetto:  
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Safra ha scritto:


La rivoluzione se non e' sentita, se non e' animata da emozioni e consapevolezza, e' nulla, ed e' destinata a fallire. La diversita' di vedute, se unite dal legame unico del pensiero e "fede" Fascista, sono un'aggiunta preziosa e non un pericolo da eliminare, la disciplina interiore, deve per forza venire prima. Non c'e' altra soluzione.
Bottai aveva davvero ragione, la rivoluzione non puo' avere una fine, ma deve essere continua, permanente.


...dici bene, ma sapere essere coerenti fino in fondo con le premesse ideologiche del Fascismo è difficile ed assai impegnativo, non a caso risulta fondamentale nell'ottica dell'intransigentismo fascista il trinomio CREDERE, OBBEDIRE, COMBATTERE...per Credere bisogna infatti conoscere e capire, per Obbedire bisogna Credere con fermezza assoluta ed incrollabile e dunque accettare oneri ed onori che la propria fede impone, per Combattere davvero bisogna sapere necessariamente prima Credere ed Obbedire...invece abbiamo fin troppo spesso testimonianze concrete di come ciò sià proclamato a chiacchiere senza però essere seguito coerentemente dai necessari comportamenti.

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" Forse che non conoscendo a fondo il pensiero del Duce si può affermare di essere fascisti? Noi diciamo di no! Che il fascismo non è istinto ma educazione e perciò è conoscenza della sua mistica,che è conoscenza di Mussolini" (N. Giani)
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Safra




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MessaggioInviato: Lun Dic 12, 2011 9:03 pm    Oggetto:  
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Marcus i migliori risultati necessitano sempre di impegno e sacrificio.La coerenza non e' una semplice parola ma e' azione. Azione quotidiana, impegnativa e reale.
Non ho mai pensato che fosse facile definirsi Fascisti, anzi, sono piu' di 2 mesi che quotidianamente studio per approfondire le mie conoscenze. E questo proprio per rispetto al Fascismo. Una coscienza consapevole e pulita, ha bisogno di tempo e costanza e non tutti purtroppo riescono a mantenere fede ai propri principi.
Come scritto prima, la rivoluzione e' permanente...se ad un certo punto si ferma e' evidente che c'era qualcosa che non andava.

Per ogni testimonianza negativa che finisce, c'e' sempre una nuova speranza in arrivo. Wink

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MessaggioInviato: Mer Dic 14, 2011 6:31 am    Oggetto:  
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Ero a leggere il testo Sui compiti del proletariato nella rivoluzione attuale (o Tesi d'Aprile) di Lenin e mi sono tornate in mente queste parole...


Citazione:

Da notare, inoltre, come un uomo della nomenklatura sovietica sia costretto, per necessità pratiche, ad aprirsi all'universo della "assimilazione psicologica" tanto disprezzata dai padri del comunismo che la consideravano, senza mezzi termini, sovrastruttura. Diretta conseguenza di queste affermazioni e che i cambiamenti in campo economico non necessariamente producono effetti in tutti quei campi che i marxisti chiamano sovrastruttura. L'abolizione della proprietà privata non porta automaticamente alla adozione di una condotta collettivista a livello di coscienza collettiva.


infatti si legge :

Questa situazione originale ci impone di saperci adattare alle condizioni particolari del lavoro di partito tra le grandi masse proletarie, che si sono appena ridestate alla vita politica.

E al punto 4:


4. Riconoscere che il nostro partito è in minoranza, e costituisce per ora un'esigua minoranza, nella maggior parte dei Soviet dei deputati operai, di fronte al blocco di tutti gli elementi opportunistici piccolo-borghesi, che sono soggetti all'influenza della borghesia e che estendono quest'influenza al proletariato: dai socialisti-popolari e dai socialisti-rivoluzionari fino al Comitato di organizzazione (Ckheidze, Tsereteli, ecc.), a Steklov, ecc. ecc.
Spiegare alle masse che i Soviet dei deputati operai sono l'unica forma possibile di governo rivoluzionario e che, pertanto, fino a che questo governo sarà sottomesso all'influenza della borghesia, il nostro compito potrà consistere soltanto nello spiegare alle masse in modo paziente, sistematico, perseverante, conforme ai loro bisogni pratici, agli errori della loro tattica. Fino a che saremo in minoranza, svolgeremo un'opera di critica e di spiegazione degli errori, sostenendo in pari tempo la necessità del passaggio di tutto il potere statale ai Soviet dei deputati operai, perché le masse possano liberarsi dei loro errori sulla base dell'esperienza.


E' curioso notare come la rivoluzione della coscienza da parte delle masse e' indispensabile fintanto il governo e' in minoranza e solo fino alla presa reale del potere.

La differenza con lo scritto di Bottai, che aveva veramente visto lontano, risalta subito agli occhi...

Su questa unanimità, che rende la materia umana pronta e docile, bisogna perfezionare l'opera e far sì che il popolo, che ha “accettata” da una minoranza audace la Rivoluzione, la faccia sua, sua nel suo sangue e nel suo temperamento, sua nella storia e nel suo orgoglio. Perché, quando si è riusciti a dare ad un popolo le leggi migliori, che in un dato momento della sua storia sono necessarie alla sua elevazione, il risultato ultimo sarà sempre condizionato dal genere di coscienza che quel popolo possiede. È questa coscienza che ora ci bisogna plasmare. La Rivoluzione non deve essere più solo dei suoi artefici, ma diventare la carta di riconoscimento di tutto il popolo italiano dinanzi agli altri popoli

"rivoluzione permanente" e "rivoluzione momentanea per raggiungere uno scopo materiale". Entrambe partivano dalla stessa idea (benche' generate da due presupposti diversi) per arrivare pero' a due distinte destinazioni.

Ecco che il trinomio CREDERE, OBBEDIRE, COMBATTERE assume un senso logico e indissolubile.

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