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Lo Stato Totalitario fascista (di E.Gentile)

 
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Marcus
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MessaggioInviato: Lun Apr 03, 2006 9:08 am    Oggetto:  Lo Stato Totalitario fascista (di E.Gentile)
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IL TOTALITARISMO AL POTERE: LO STATO FASCISTA.


Totalitarismo,una definizione.

Data le innumerevoli controversie sul concetto di totalitarismo, è necessario precisare sinteticamente in che senso definisco questo concetto, riferendolo sia al fascismo sia al nazismo e al comunismo, senza per questo sminuire le differenze e le contrapposizioni fra questi regimi. Il fenomeno totalitario, nelle sue varie e specifiche manifestazioni storiche apparse dopo la prima guerra mondiale, rappresenta una forma nuova e inedita di esperimento di dominio politico messo in atto da un movimento rivoluzionario, che professa una concezione integralista della politica, lotta per conquistare il monopolio del potere e che, dopo averlo conquistato, per vie legali o extralegali, distrugge o trasforma il regime preesistente e costruisce uno Stato nuovo. fondato sul regime a partito unico e sul sistema poliziesco e terroristico come presidio della rivoluzione permanente contro i nemici interni. l'obiettivo principale del partito totalitario è la conquista e la trasformazione della società, cioè la subordinazione, l'integrazione e l'omogeneizzazione dei governati, sulla base del principio del primato della politica su ogni aspetto dell'esistenza umana, interpretata secondo le categorie, i miti e i valori di una ideologia palingenetica, dogmatizzata nella forma di una religione politica, che vuole plasmare l'individuo e le masse attraverso una rivoluzione antropologica, per creare un nuovo tipo di essere umano, unicamente dedito alla realizzazione dei progetti rivoluzionari e imperialisti dei partito totalitario, al fine di creare una nuova civiltà a carattere sopranazionale ed espansionista. All'origine dell'esperimento totalitario, come suo principale artefice ed esecutore, vi è dunque un movimento rivoluzionario integralista, che vuole conquistare il potere per sovvertire il regime esistente e creare uno Stato nuovo, secondo i principi e i valori di una ideologia che pretende di definire in modo esclusivo il significato e il fine dell'esistenza umana individuale e collettiva che non ammette la coesistenza con altre ideologie e altri movimenti politici e fa uso sistematico del terrore contro gli avversari considerati come nemici da sottomettere o annientare fino alla eliminazione fisica. Dalla volontà e dalla iniziativa di questo partito ha origine un nuovo tipo di regime, che si presenta come un sistema politico fondato sul partito unico, ordinato gerarchicamente dall'alto attraverso una concentrazione dei potere politico, che culmina nella persona del capo del partito, il quale sovrasta con la sua autorità carismatica l'intera struttura del regime. Gli strumenti principali per l'attuazione dell'esperimento totalitario sono: a) la coercizione, imposta attraverso la violenza, la repressione, il terrore considerati strumenti legittimi per l'affermazione, la difesa e la diffusione della propria ideologia e del proprio sistema politico; b) la demagogia, esercitata con la propaganda permanente e pervasiva, la mobilitazione dell'entusiasmo, la celebrazione liturgica del culto del partito e del capo; c)la pedagogia totalitaria, compiuta dall'alto, secondo modelli di uomo e di donna elaborati in coerenza con i principi e i valori dell'antropologia di regime; d)la discriminazione dell'estraneo, attuata attraverso misure coercitive, che possono andare dalla messa al bando dalla vita pubblica fino all'annientamento fisico, degli esseri umani, i quali. a causa delle loro idee, della loro condizione sociale o della loro appartenenza etnica, sono considerati dal partito unico come nemici interni perché ritenuti estranei alla comunità totalitaria che il regime vuole creare. Ciò che caratterizza il totalitarismo secondo questa definizione è il suo intrinseco dinamismo, che si esprime nella esigenza di una rivoluzione permanente, nella necessità di una continua espansione del potere politico e di una costante intensificazione del controllo e dell'intervento sulla società, per subordinarla nello Stato a partito unico attraverso una rete sempre più estesa e capillare di organizzazione e di integrazione. Lo Stato totalitario pertanto, è un laboratorio politico condannato alla sperimentazìone continua per attuare la sua rivoluzione antropologica nei confronti di una società. Definendo il totalitarismo come un esperimento piuttosto che come un regime politico, questa definizione vuole dare risalto alla caratteristica del totalitarismo come un processo continuo, che non può esser considerato compiuto in nessun particolare stadio della sua attuazione. Inoltre, secondo questa definizione il concetto di totalitarismo non si applica soltanto alla definizione di un sistema di potere e di un metodo di governo (al regime) ma indica, in senso più ampio un processo politico caratterizzato dal volontarismo sperimentale del partito rivoluzionario, che ha come scopo fondamentale di agire sulla massa eterogenea dei governati per trasformarla in un corpo politico unitario e omogeneo.

IL TOTALITARISMO FASCISTA.

I termini totalitario e totalitarismo sono nati con il fascismo per definire la novità del fascismo come partito armato che aveva conquistato con la violenza il monopolio del potere e imponeva la sua ideologia come una nuova religione laica integralista e dogmatica. Ad inventarli furono, fra il 1923 e il 1925, antifascisti liberali, marxisti e cattolici. Sembra che la paternità dell'aggettivo totalitario spetti a Giovanni Amendola, antifascista liberale. Nel 1923, Amendola definì «sistema totalitario» la riforma elettorale, la legge Acerbo, varata dal governo Mussolini per assicurare al partito fascista una maggioranza assoluta alla Camera. Alcuni mesi dopo, il 2 novembre, commentando le celebrazioni fasciste del primo anniversario della Marcia su Roma, Amendola scrisse che «la caratteristica più saliente del moto fascista rimarrà, per coloro che lo studieranno in futuro, lo spirito totalitario, il quale non consente all'avvenire di avere albe che non saranno salutate col gesto romano, come non consente al presente di nutrire anime che non siano piegate alla confessione credo».Nel gennaio 1924, don Luigi Sturzo scrisse che la tendenza prevalente del fascismo era la «trasformazione totalitaria di ogni e qualsiasi forza morale, culturale, politica, religiosa in questa nuova concezione: la fascista». Giusto un anno dopo, alla vigilia del discorso dei 3 gennaio, con il quale il fascismo imboccò apertamente la via della dittatura di partito, il socialista marxista Lelio Basso prevedeva imminente la fine dello Stato liberale: «Quando siamo giunti a questo punto, quando tutti gli organi statuali, la Corona, il Parlamento, la Magistratura, che nella teoria tradizionale incarnano i tre poteri, e la forza armata che ne attua la volontà, diventano strumenti di un solo partito, che si fa interprete dell'unanime volere, del totalitarismo indistinto e come tale escludente ogni ulteriore progresso, noi possiamo ben asserire che la crisi dello Stato ha toccato il suo estremo e ch'essa deve risolversi o precipitare».I termini totalitario e totalitarismo entrarono così nel vocabolario politico. I fascisti se ne appropriarono orgogliosamente per definire la loro concezione integralista della politica e dello Stato. I due termini ebbero fortuna anche fuori d'Italia. Dalla metà degli anni venti in poi furono adoperati per definire sia il fascismo sia il bolscevismo e, dopo il 1933, anche il nazismo. Cominciarono allora ad apparire le prime teorie dello Stato totalitario e del totalitarismo, che mettevano in risalto gli aspetti simili dei bolscevismo, del fascismo e del nazismo. Dopo la seconda guerra mondiale, specialmente nel periodo della guerra fredda, ebbero una nuova fioritura le teorie del totalitarismo che accomunavano il regime comunista al regime nazista,mentre il fascismo cominciò ad essere escluso dal fenomeno totalitario. Il fascismo da allora è stato variamente definito come un regime autoritario nazionalista, una tirannide demagogica, uno Stato tendenzialmente totalitario, un totalitarismo imperfetto, un totalitarismo incompiuto, un totalitarismo mancato, un totalitarismo zoppo. Secondo gli studiosi che hanno proposto queste definizioni, il fascismo non fu totalitario perché non usò il terrore di massa, perché incontrò limiti e ostacoli alle sue ambizioni totalitarie nella monarchia e nella chiesa cattolica, e soprattutto perché il partito unico non ebbe un ruolo dominante nei confronti dello Stato, ma fu soltanto lo strumento della politica di Mussolini.
Secondo questa interpretazione, il duce attuò una vera e propria liquidazione politica del partito fascista, che venne subordinato allo Stato e privato di potere effettivo, ridotto a un immenso, ma inerte, apparato burocratico addetto soltanto alla regia delle parate e dei riti dei culto del littorio, alla organizzazione del consenso, alla distribuzione di cariche, incarichi, posti e stipendi. La tesi della liquidazione politica del partito fascista è stata sostenuta, nella seconda metà degli anni sessanta, dai principali studiosi del regime fascista, come Alberto Aquarone e Renzo De Felice. Tuttavia, negli ultimi anni, molte cose sono cambiate nella storiografia sul fascismo. Questo cambiamento è dipeso da nuove ricerche e nuovi studi che hanno approfondito la conoscenza della storia del partito e del regime fascista e anche dal rinnovamento critico della riflessione sul fenomeno totalitario. Dai risultati di queste ricerche è emersa una realtà storica del fenomeno fascista e del suo sistema politico molto più complessa, proprio in quanto via italiana al totalitarismo,di cui fu promotore e artefice il partito fascista. Come avevano intuito gli antifascisti che per primi definirono totalitario il fascismo, e come hanno confermato gli studi più recenti, il totalitarismo era insito nella natura originaria del partito fascista, così come si era venuta formando negli anni dello squadrismo. Dallo squadrismo, il fascismo derivò i caratteri originali e definitivi di partito milizia. Con questo termine intendo definire non solo un partito che possiede un braccio armato, ma un partito che fonda la sua identità, la sua mentalità, la sua ideologia e il suo stile di vita sulla militarizzazione della politica e sulla convinzione di costituire l'avanguardia rivoluzionaria che incarnava in sé la coscienza e la volontà della nazione. Per questo, fin dalle origini, i fascisti si consideravano un partito diverso e superiore rispetto agli altri partiti, una milizia eletta di credenti e di guerrieri che avevano la missione di conquistare il potere per rigenerare la nazione e condurla alla grandezza e alla potenza. Nato dalla reazione borghese antiproletaria, come movimento politico e sociale di reduci e di ceti medi in gran parte nuovi alla politica, il fascismo si proponeva non solo la difesa dell'assetto istituzionale, economico e sociale fondato sulla proprietà privata, che rimase sempre un caposaldo della sua ideologia economica, ma voleva realizzare una propria rivoluzione politica e culturale attraverso la distruzione dei regime liberale per creare una dittatura di partito, come prevedeva acutamente il giornale liberale antifascista La Stampa il 18 luglio 1922: il fascismo «è un movimento che tende con tutti i mezzi a impadronirsi dello Stato e di tutta la vita nazionale per stabilire la sua dittatura assoluta ed unica. Il mezzo essenziale per riuscirvi è, nel programma e nello spirito dei capi e dei seguaci, la completa soppressione di tutte le libertà costituzionali pubbliche e private». Del resto, il partito fascista non nascondeva la sua avversione per la democrazia e per lo Stato liberale. la democrazia, disse Mussolini nell'agosto 1922, «ha esaurito il suo compito. il secolo della democrazia è finito. Le ideologie democratiche sono liquidate».Con queste idee e con queste intenzioni, nel 1922, il Pnf (Partito nazionale fascista) mise in atto con successo una nuova tattica di conquista rivoluzionaria del potere, combinando l'azione terroristica con la manovra politica. La mobilitazione insurrezionale della marcia su Roma, il 28 ottobre, fu usata come arma di pressione e di ricatto sul governo e sul re per indurlo a cedere alle pretese del fascismo. La sua efficacia fu di avere seminato la confusione ai vertici dello Stato, mentre Mussolini trattava la sua ascesa al potere con gli esponenti del regime liberale e del mondo economico. In tal modo la marcia su Roma conseguì il massimo risultato col minimo rischio, perché costrinse il re a chiamare al governo Mussolini. Il quale formò un governo con rappresentanti di vari partiti e ottenne la fiducia della Camera e del Senato, ma né l'incarico del re né il consenso parlamentare bastavano a cancellare la gravità di quanto era avvenuto. Per la prima volta nella storia delle democrazie liberali europee, il governo era affidato al capo dì un partito armato che si era imposto con la violenza, ripudiava apertamente la democrazia liberale e proclamava la sua volontà rivoluzionaria di trasformare lo Stato liberale in uno Stato integralmente fascista. E in effetti, pur fra le ambiguità delle manovre oscillanti fra promesse di normalizzazione e minacce di una seconda ondata rivoluzionaria, la politica del partito fascista e dello stesso Mussolini, subito dopo la marcia su Roma seguì una logica mirante a distruggere le opposizioni, a disgregare i partiti fiancheggiatori, ad assicurare al partito fascista la irrevocabilità dei suo avvento al potere. Il fascismo,scrisse lo storico antifascista Luigi Salvatorelli nell'aprile 1923, vuole attuare la «sua totale dittatura di partito ... vuole la dittatura di parte e il partito unico, cioè la soppressione di tutti i partiti, cioè la fine della vita politica come la si concepisce in Europa da cento anni a questa parte». La crisi provocata dall'assassinio dei deputato socialìsta Giacomo Matteotti fece gravemente vacillare il potere di Mussolini, ma ridiede anche vigore allo squadrismo dei fasciati intransigenti, che costituivano l'unica vera forza del Pnf di fronte al rischio di un licenziamento di Mussolíni dal governo. E furono i fascisti integralisti o totalitari che nel dicembre 1924 imposero al duce la via della dittatura. Con il discorso di Mussolini alla Camera, il 3 gennaio 1925, il partito fascista iniziò la trasformazione dei regime politico, mentre una raffica di misure repressive di polizia e nuove violenze squadriste si abbattevano su partiti, giornali, uomini politici e intellettuali antifascisti. Alla fine degli anni venti, i caratteri essenziali del sistema politico fascista erano definiti e consolidati: un regime fondato sul partito unico, su un capillare apparato poliziesco di prevenzione e di repressione, su una concezione gerarchica del potere che emana dall'alto, con la sostanziale eliminazione della divisione dei poteri e l'esaltazione del primato di quello esecutivo, esercitato formalmente in nome del Re, ma di fatto concentrato nelle mani di Mussolini, «capo del governo e duce del fascismo». Il sistema elettorale fu trasformato in una procedura plebiscitaria di approvazione di una lista predisposta dal Gran consiglio, l'organo dei partito fascista divenuto nel 1928 il supremo organo costituzionale dello Stato fascista, cui era riservata anche la prerogativa di intervenire nella successione al trono. La conciliazione con la Chiesa, nel 1929, assicurò al regime il consenso delle masse cattoliche.

UNA RELIGIONE POLITICA

Mussolini affermò definitivamente il suo potere come l'unica guida effettiva dello Stato, esercitando un ruolo indiscusso di arbitro e di mediatore fra le forze vecchie e nuove che convissero nel regime, non senza tensioni e contrasti. Tuttavia, nell'opera di demolizione dello Stato liberale e di costruzione dello Stato totalitario, il partito fascista non incontrò alcuna seria opposizione da parte delle istituzioni tradizionali. La monarchia, le forze economiche, la maggioranza degli intellettuali e dell'opinione pubblica borghese, accettarono il nuovo regime senza proteste né rimpianti per la soppressione dei regime liberale, e si adattarono volentieri a vivere nel nuovo regime per consenso o per convenienza, considerando i cospicui vantaggi assicurati loro dal potere fascista, che aveva abolito la libertà sindacale e organizzato i lavoratoti sotto l'egida dei sindacalismo fascista. Mussolini proclamò nel 1927 che nel regime fascista il partito era subordinato allo Stato, così come nella provincia il segretario federale, rappresentante dei partito, era subordinato al prefetto, rappresentante dello Stato. Ma questa affermazione era continuamente smentita dalla realtà. La subordinazione del partito allo Stato fu una finzione retorica, dietro la quale si agitarono continue tensioni, rivalità e conflitti fra partito e istituzioni statali tradizionali.
Per esempio, i conflitti fra prefetto e federale furono frequenti e durarono fino alla fine del regime, ma la subordinazione del segretario federale al prefetto non fu mai codificata in nessuna legge e neppure nello statuto del Pnf. Un tentativo per prevenire questi conflitti fu la nomina dei prefetti politici, cioè provenienti dal partito: ma spesso proprio la provenienza del prefetto dal partito era causa di nuovi attriti con il segretario federale. Nel 1934, su 65 prefetti, 31 provenivano dal servizio di ruolo e 34 erano di nomina politica, e di questi, 10 erano stati squadristi e 13 erano stati segretari provinciali del Pnf. Complessivamente, dal 1922 fino al 25 luglio 1943 ne furono nominati 103. Il partito professava la sua subordinazione allo Stato, ma si riferiva al mito dello Stato fascista e non allo Stato monarchico. Contro questo Stato, il partito fascista condusse un'azione sotterranea di sovversione nei confronti delle istituzioni tradizionali. I segretari che furono alla guida dei Pnf dal 1925 al 1943, (e soprattutto Achille Starace che fu segretario dei Pnf per il periodo più lungo, dal 1932 al 1939) furono i principali artefici della strategia di espansione per sovvertire lo Stato tradizionale, mentre procedeva la costruzione dello Stato totalitario. Nei confronti delle più importanti istituzioni dello Stato tradizionale, come la Camera e il Senato, il partito seguì due tattiche differenti, data la differente natura delle due assemblee parlamentari l'una elettiva e l'altra vitalizia. Dopo la riforma della rappresentanza politica nel 1928 e le elezioni dei 1929, la fascistizzazione della Camera dei deputati fu praticamente compiuta. l'iniziativa del partito fu poi decisiva nella elaborazione e nell'attuazione dei progetto di riforma dello Stato, che nel 1939 abolì la Camera dei deputati sostituita dalla Camera dei fasci e delle corporazioni, composta da membri del partito e delle corporazioni nominati in ragione e per la durata della loro carica nelle rispettive istituzioni, cancellando definitivamente il principio della rappresentanza parlamentare. Nei confronti del Senato, la politica di fascistizzazione seguì una tattica di infiltrazione progressiva, sia attraverso la nomina dei nuovi senatori (dalla marcia su Roma al febbraio 1943 furono nominati 596 senatori, mentre nei periodo dal 1901 al 1914, ne erano stati nominati 398), sia attraverso l'azione compiuta all'interno dei Senato stesso dalla Unione dei senatori fascisti, una associazione dei senatori iscritti al Pnf. Il Senato non fece alcuna resistenza, ma si piegò docilmente al controllo dei partito. Il segretario del partito aveva la prerogativa dì infliggere punizioni ai deputati e ai senatori. Nel 1942, il presidente del Senato comunicava al duce che su 475 senatori in carica, 415 erano iscritti al Pnf.Un nuovo e più vasto territorio aperto alla espansione del potere del Pnf nella società e nello Stato fu il campo degli enti pubblici, che ebbero una forte proliferazione durante il regime, nei settori più vari: dall'agricoltura all'assistenza sociale, dalla cultura al turismo, dall'industria ai lavori pubblici, dal commercio ai trasporti. Nei confronti degli enti pubblici già esistenti, l'azione di invadenza e di controllo da parte del Pnf, fu effettuata attraverso l'immissione di fascisti negli organi dirigenti. In alcuni casi, il fascismo confermò in carica i dirigenti di origine liberale o democratica, in ragione delle competenze tecniche, ma soltanto se si mostravano pronti ad accettare il nuovo regime, ad assecondarne la politica e a dimostrare fedeltà verso il Pnf, diventandone membri. Anche nei confronti della burocrazia statale tradizionale, che lo stesso Mussolini, per ragioni di convenienza e di funzionalità voleva tenere estranea a un diretto controllo del partito, la strategia di espansione del Pnf guadagnò terreno nel corso degli anni, attraverso il controllo esercitato dall'Associazione degli impiegati, dipendente dal Pnf, l’iscrizione al partito fascista era requisito indispensabile per l'ammissione ai concorsi nella amministrazione pubblica, agli impieghi presso enti locali e parastatali, e presso le amministrazioni comunali e provinciali, e dal 1936 l'obbligo venne esteso anche per la nomina a ufficiali e sottufficiali della Guardia di finanza e per la nomina a ufficiale in servizio permanente effettivo dell'esercito. Con sempre maggiore consapevolezza, il partito tentò di realizzare anche la fascistizzazione delle società, delle coscienze e dei costumi, secondo i principi, i valori, le credenze, i miti e i fini che costituivano i capisaldi della cultura e della ideologia fascista, elaborata nel corso della costruzione dello Stato totalitario. il totalitarismo fascista era fondato sull'affermazione del primato della politica, intesa come risoluzione totale dei privato nel pubblico, cioè come subordinazione dei valori attinenti alla vita privata (religione, cultura, morale, affetti ecc.) al valore politico per eccellenza,lo Stato,concepito come una realtà di fronte alla quale gli individui ela società erano solo strumenti per il conseguimento dei suoi fini di potenza. Sulla base di questi presupposti culturali, i fascisti attribuirono una funzione fondamentale, per l'attuazione dell'esperimento totalitario, alla istituzione di una religione politica, riconoscendo grande importanza ai riti e ai simboli per suscitare e conservare il consenso delle masse. Per il fascismo, la politica doveva essere un'esperienza integrale, che riassumeva in sé il significato e il fine dell'esistenza umana. Questa concezione doveva attuarsi nella realtà dello Stato fascista attraverso l'azione continua del partito unico, che organizzava ed educava le masse al fine di trasformare la collettività degli italiani in una comunità totalitaria, unita da un'unica fede, disciplinata in ogni aspetto della loro esistenza e interamente subordinata alla volontà dello Stato per il conseguimento dei suoi obiettivi di potenza e di espansione. Coerentemente con questa concezione, il fascismo impose alle nuove generazioni l'indottrinamento e su questo terreno non esitò a entrare in conflitto con la Chiesa, nel 1931 e nel 1938, per rivendicare il monopolio dell'educazione della gioventù secondo la sua visione della vita. Da ciò, l'allarme crescente da parte della Chiesa di fronte alla intensificazione del totalitarismo fascista. Nel 1931 il papa aveva condannato in un'enciclica la religione fascista dello Stato. Nel 1939, il cardinale di Milano Schuster denunciava, in un discorso riservato, il fallimento della politica di conciliazione fra il regime e la Chiesa per il pericoloso diffondersi della religione fascista: «Di fronte ad un credo apostolico e ad una Chiesa cattolica di origine divina, abbiamo dunque un credo fascista ed uno Stato totalitario il quale, appunto come quello hegeliano, rivendica per sé degli attributi divini. Sul piano religioso, il Concordato è vaporizzato». In questo modo, lo Stato totalitario operava come un laboratorio per attuare una rivoluzione antropologica da cui doveva nascere l'italiano nuovo, il cittadino soldato interamente dedito allo Stato, al duce e alla realizzazione delle ambizioni imperiali del fascismo. Tutto il sistema organizzativo di massa del regime fascista, dalla scuola all'organizzazione del tempo libero, era finalizzato a questo scopo. l'organizzazione capillare del partito mise in opera una mobilitazione permanente, che coinvolse soprattutto le nuove generazioni che parteciparono con entusiasmo alla realizzazione dell'esperimento totalitario. Nel 1937 il partito unificò sotto il suo controllo tutte le organizzazione giovanili, maschili e femminili, con la creazione della Gioventù italiana del littorio. Con il nuovo statuto dei 1938, il Pnf fu dichiarato ufficialmente partito unico, assumendo come compiti specifici «la difesa e il potenziamento della rivoluzione fascista e l'educazione politica degli italiani». Nella seconda metà degli anni trenta, venne intensificato l'esperimento di rivoluzione antropologica, per il «rifacimento del carattere degli italiani», come Mussolini l'aveva definito, e per creare una nuova razza di italiani rigenerati, dominatori e conquistatori. Questa intensificazione portò a nuove iniziative, come la campagna antiborghese per la riforma dei costume e l'adozione delle leggi razziali nel 1938.

NON SOLO MUSSOLINISMO

Nel 1926, Mussolini riuscì ad imporre il proprio ruolo di capo assoluto e indiscusso anche sul partito fascista. Ciò non significa tuttavia accreditare l'identificazione del fascismo con il mussolinismo.
Come movimento politico e sociale di massa, il fascismo era un fenomeno molto più complesso, che trascendeva la personalità di Mussolini, e con la quale il duce dovette sempre fare i conti. A questo proposito, va ricordato, che se Mussolini era stato il fondatore dei movimento fascista nel 1919, in realtà egli non era stato l'artefice della sua espansione e dei suo successo dopo il 1920, quando il fascismo divenne movimento di massa costituito da formazioni di squadre armate organizzate su base provinciale, ciascuna guidata da un capo con un proprio fascino carismatico. Nell'estate del 1921 Mussolini aveva dovuto affrontare una durissima ribellione da parte dai principali capi del fascismo provinciale, che si opponevano alla sua decisione di un patto di pacificazione con i socialisti e al suo progetto di disarmare lo squadrismo per trasformare il fascismo in una specie di partito laburista per i ceti medi. La ribellione fu sedata soltanto perché Mussolini rinunciò al suo progetto, seppellì il patto di pacificazione e accettò l'organizzazione dei fascismo in partito armato, fondato sul potere locale dei capi dello squadrismo. Dal partito, inoltre, venne l'impulso rivoluzionario decisivo per la marcia su Roma e ancora dopo l'ascesa al potere, Mussolini dovette subire la contestazione e i condizionamenti dei fascisti integralisti, i quali esigevano una rapida azione per la conquista del monopolio del potere da parte dei partito fascista e la trasformazione dei regime liberale in uno Stato nuovo dominato dal partito fascista. Solo dopo il consolidamento dei regime a partito unico, Mussolini riuscì a ottenere il pieno controllo del partito. Nel 1926, un nuovo statuto abolì le cariche elettive nel partito. Tutti i gerarchi erano ora nominati dal duce.

UN CESARE AL COMANDO

Dopo il 1937, ci fu una fase di accelerazione totalitaria che caratterizzò la politica interna del regime, mentre in politica estera continuava la partecipazione dell'Italia fascista a imprese belliche, con il coinvolgimento nella guerra civile spagnola, e sempre più stretti diventavano i legami con la Germania nazista. Alla fine degli anni trenta, il partito fascista aveva esteso i suoi tentacoli ovunque nella società e nello Stato. Nel 1941, oltre 27 milioni di italiani, cioè il 61 % della popolazione, uomini, donne e bambini, erano iscritti alle organizzazioni dei partito. E su questa immensa massa di aderenti al Pnf, dominava una nuova classe politica, vera oligarchia di potere, che intrecciava nella sua posizione politica e affarismo, attorno alla quale vi era una più ampia cerchia di cittadini,sia pure in varia misura, inseriti nei quadri dirigenti del partito e delle sue organizzazioni. Chi era espulso dal partito veniva messo al bando dalla vita pubblica. Un osservatore comunista scriveva nel 1938: «Il fascismo tiene china sotto il suo controllo tutta la vita dei popolo italiano: le grandi masse dei piccoli borghesi, degli operai e dei contadini, degli intellettuali possono vivere solo assoggettandosi al controllo esercitato dal fascismo. l'organizzazione dello Stato non permette se non eccezionalmente di vivere fuori dei quadri, fuori del controllo dei partito fascista e dei suoi diversi organi. Non c'è scampo: chi deve vivere in Italia, deve appiccicarsi l'etichetta fascista». l'influenza, il controllo, la prevaricazione del partito si erano progressivamente estesi ad altri settori, che negli anni precedenti erano rimasti fuori dal suo controllo, come per esempio la magistratura. l'iscrizione al Pnf era diventata obbligatoria per l'avanzamento nella carriera della magistratura, e altri provvedimenti furono introdotti per assicurare la vigilanza sulla disciplina fascista dei magistrati, che dal 1939 furono sottoposti a una forma di rieducazione politica e indottrinati attraverso i corsi di preparazione fascista. In questo periodo, il Pnf accrebbe il suo potere anche dal punto di vista costituzionale. Nel 1937 il segretario del Pnf ebbe carica e funzioni di ministro. Alla fine dei 1940, il segretario del Pnf, Adelchi Serena, diede un nuovo impulso all’iniziativa dei partito per la trasformazione totalitaria dello Stato, istituendo uno speciale ufficio del partito, che ebbe il compito di elaborare nuove riforme legislative che dovevano «rafforzare la posizione del partito nello Stato». Fra queste, la legge dei 29 novembre 1941, che introdusse l'obbligo della preventiva consultazione del Partito fascista per qualsiasi nomina o incarico di pubblico interesse o di portata politica. Nello stesso anno, il partito fascista preparò due progetti che prevedevano una radicale trasformazione del partito stesso in un'organizzazione di élite, e soprattutto un progetto di riforma dello Stato che prevedeva la definitiva affermazione costituzionale del primato del partito come «organo motore dello Stato». Questa riforma prevedeva fra l'altro il passaggio alla dirette dipendenze del partito fascista del ministero degli interni e della cultura popolare, la eliminazione del dualismo fra prefetto e federale con la nomina di un unico rappresentante del partito per la provincia e la consacrazione costituzionale del segretario del partito come il più alto gerarca del regime fascista dopo il duce. La costruzione dello Stato totalitario, solidamente garantito contro ogni opposizione da un efficiente apparato poliziesco di controllo e di repressione, si svolse con gradualità ma con costanza e decisione. Lo Stato fascista, alla fine degli anni Trenta, era un sistema politico, con una propria precisa configurazione istituzionale, che possiamo definire come cesarismo totalitario, cioè una dittatura carismatica di tipo cesaristico, integrata in una struttura istituzionale basata sul partito unico e sulla mobilitazione delle masse, e in continua costruzione per renderla conforme al mito dello Stato totalitario, consapevolmente adottato quale modello di riferimento per l'organizzazione del sistema politico, e concretamente operante come codice fondamentale di credenze e di comportamenti per l' individuo e per le masse. La personalizzazione del potere nella figura del duce non rappresentava solo un fenomeno legato alla personalità di Mussolini, ma era lo sviluppo coerente di una concezione della politica, del partito e dello Stato fascista, che prevedeva, come suo elemento centrale e fondamentale, la figura del Capo, secondo il principio del comando unico che il fascismo considerava pilastro fondamentale dello Stato totalitario. E' significativo che dopo il 1937, concretizzandosi con sempre maggiore consistenza e nettezza di linee, giuristi autorevoli posero esplicitamente il problema di una abrogazione della vecchia carta costituzionale e la esigenza di elaborare una nuova costituzione corrispondente alla realtà del nuovo sistema politico fascista. Questa esigenza divenne ancor più importante dopo il 1939, con la soppressione della Camera dei deputati e l'istituzione della Camera dei fasci e delle corporazioni. Con questa riforma, infatti, venne consolidata la figura istituzionale del duce tanto che, due anni dopo, una pubblicazione ufficiale curata dal Senato e dalla Camera dei fasci e delle corporazioni, dedicava un capitolo alla figura istituzionale del «duce del fascismo, capo dei governo» presentandolo quale «Capo supremo del Regime, che si identifica oramai indissolubilmente con lo Stato». Qualche testo del PNF presentava il duce come «Capo dello Stato». La costruzione dello Stato totalitario si era attuata attraverso una progressiva erosione dei poteri del re e della monarchia. Un primo colpo era stato la costituzionalizzazione del Gran consiglio. Un altro gravissimo colpo fu inferto il 30 marzo 1938, quando il Senato e la Camera dei deputati approvarono per acclamazione una legge che istituiva il grado di Primo maresciallo dell'lmpero,cioè il più alto grado della gerarchia militare, e lo conferiva contemporaneamente al re e a Mussolini.
All'inizio dell'intervento italiano nella seconda guerra mondiale, il duce sottrasse al re il comando delle forze armate. Nella cosiddetta diarchia fra il duce e il re, il potere effettivo era nelle mani di Mussolini, mentre Vittorio Emanuele III, pur rimanendo capo dello Stato, non seppe o non riuscì né a prevenire né a frenare il sistematico smantellamento dell'ordinamento costituzionale fondato sullo Statuto albertino. La monarchia non oppose alcuna resistenza alla costruzione dello Stato fascista e all'attuazione dell'esperimento totalitario, neppure alle sue forme più aberranti, come l'introduzione del razzismo.
Lo stesso atteggiamento della monarchia ebbero le forze armate, le quali se non furono fascistizzate nel senso voluto dai fascisti più integralisti, furono comunque sottoposte agli ordini del capo del partito fascista e non costituirono un freno o un ostacolo alla progressiva instaurazione dello Stato totalitario, mentre il partito riservò a sé l'educazione premilitare delle nuove generazioni. All'inizio degli anni trenta, furono le forze armate a sollecitare la concessione agli ufficiali di potersi iscrivere al partito fascista. Nel 1933 gli uffìciali furono autorizzati a presentare domanda di iscrizione al Pnf, e fu allora il segretario del partito fascista che si mostrò esitante ad accogliere tutte le domande. Quando, nel 1946, Vittorio Emanuele fu invitato a documentare l'azione svolta dalla monarchia per frenare la marcia del totalitarismo fascista, l'unico esempio di opposizione efficace che egli citò fu di essere riuscito a ritardare di un anno, dal 1923 al 1924, la promulgazione di un decreto che limitava la libertà di stampa. Ed egli stesso ammise la sua impotenza nei confronti del duce: «Allora non si poteva avversare il Capo dei governo». La maggior parte dei fascisti avrebbe probabilmente voluto la fine della monarchia. Verso questa soluzione andavano anche i progetti di Mussolini, manifestati ai più intimi collaboratori. Numerose testimonianze degne di fede confermano che Mussolini aveva in mente di liberarsi della monarchia,considerandola una istituzione infida per il futuro dello Stato fascista. Certamente, il fascismo non riuscì a realizzare le sue ambizioni totalitarie va tuttavia ricordato che il regime fascista crollò sotto il peso della disfatta militare nella seconda guerra mondiale non per l'opposizione della monarchia e delle altre istituzioni tradizionali,le quali entrarono in azione solo quando il Gran consiglio, il 25 luglio 1943, dichiarando la sua sfiducia nei confronti di un duce politicamente ormai moribondo, provocò la fine del regime. Il fascismo, riconobbe Badoglio il 18 ottobre 1943 «non è stato rovesciato da noi, da Sua Maestà o da me. Il fascismo è caduto, non per forza esterna, ma per la sua crisi interna; non poteva resistere più. Lo hanno abbattuto gli stessi componenti dei Gran consiglio». Neppure le masse e i partiti antifascisti ebbero un ruolo nella fine dell'esperimento totalitario. Il dirigente comunista Giorgio Amendola, che era a Milano il 25 luglio, ha ricordato «l'impotenza dei partiti antifascisti, ed anche del nostro partito, a determinare prima dei 25 luglio, con il loro intervento, la caduta del regime e la conclusione dell'armistizio».Il 28 luglio, Badoglio decideva lo scioglimento del partito fascista, la soppressione del Gran consiglio, del Tribunale speciale e della Camera dei fasci e delle corporazioni, mentre la Milizia fu defascistizzata e incorporata nell'esercito. Così, dopo venti anni e nove mesi di incontrastato dominio, cessava formalmente di esistere il regime fascista. Sul perché e sui modi di questa fine ci sono varie interpretazioni. Nella maggior parte dei manuali scolastici, delle storie del fascismo e delle biografie di Mussolini, si legge solitamente un giudizio del genere: «Il regime fascista crollò come un castello di carte e il fascismo si sciolse come neve al sole». E' un giudizio semplicistico che non spiega come mai, dopo solo quarantacinque giorni, il castello di carte fu ricostruito in nuovo Stato fascista che, per quanto subordinato alla Germania nazista, fu comunque una realtà politica e amministrativa molto complessa e dotata di una propria autonomia, che rimase in piedi fino a i 25 aprile 1945. Va inoltre ricordato che molte strutture, istituzioni, leggi e personale dirigente del castello di carte continuarono a operare durante il governo Badoglio, e sopravvissero anche nel nuovo Stato repubblicano. Altrettanto semplicistica è l'affermazione che dopo il 25 luglio il fascismo «si dissolse come neve al sole». E' vero che la massa degli iscritti gettò via il distintivo, la camicia nera, la divisa di gerarca. E' vero anche che furono pochi gli episodi di reazione da parte fascista per la destituzione di Mussolini. Colti di sorpresa dalle conseguenza impreviste della votazione del Gran consiglio, i dirigenti del Pnf e della Milizia dichiararono obbedienza al nuovo governo in nome del re e della patria. Lo stesso Mussolini, rispondendo a una lettera di Badoglio, dichiarò che non avrebbe creato nessuna difficoltà al nuovo governo, offrendogli ogni possibile collaborazione. Va tuttavia considerato che, dopo 45 giorni, il fascismo dissolto come neve al sole diede ancora vita, su basi volontarie, a un nuovo partito fascista repubblicano e nuove organizzazioni fasciste, sia maschili che femminili, in gran parte formate da giovani nati e cresciuti nel regime fascista. E va considerato anche che dopo il 1946, per oltre 40 anni, nella repubblica italiana ha operato un partito formato da reduci del regime fascista e della repubblica sociale, che si proclamava apertamente erede del fascismo, e che è stato, quasi ininterrottamente, il quarto partito italiano, per numero di iscritti e per voti elettorali. Infine, un'ultima considerazione sulla fine del regime fascista riguarda l'atteggiamento degli italiani nei confronti del fascismo. Gli italiani festeggiarono la fine dei totalitarismo, sconfessando qualsiasi loro atto di adesione emotiva o ideologica ai miti del fascismo. E' lecito domandarsi però quanto questo atteggiamento degli italiani di 60 anni fa abbia influito nei 60 anni successivi per impedire alla coscienza italiana di fare seriamente i conti con il fascismo. Concludendo, si può constatare che il fascismo non riuscì a realizzare le sue ambizioni totalitarie, ma ciò non sminuisce affatto il significato storico dell'esperimento totalitario fascista. Anche gli altri esperimenti totalitari si sono conclusi con un fallimento. Lo studio più approfondito dei regimi ritenuti perfettamente totalitari ha rivelato che anche qui vi furono notevoli contrasti fra le ambizioni e i risultati. in qualsiasi regime totalitario, il monopolio del potere politico non è stato mai monolitico; la conquista della società non è stata mai totale; la rivoluzione antropologica non ha mai prodotto un nuovo tipo di essere umano corrispondente al modello immaginato; la religione politica non ha mai trasformato la collettività in una comunità di credenti. Ma anche se tutti gli esperimenti totalitari sono falliti, resta il fatto che nel ventesimo secolo, i laboratori totalitari sono stati effettivamente costruiti e sono entrati in azione con lo scopo di trasformare il corpo sociale, di creare un nuovo tipo di essere umano, e per raggiungere questo obiettivo hanno ovunque coinvolto, condizionato, trasformato, deformato o annientato l'esistenza di milioni di esseri umani. Pur con tutti i suoi limiti, il fascismo è stato uno di questi laboratori.

Emilio Gentile.

Estratto da “Millenovecento” ,n°10 Agosto 2003.

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" Forse che non conoscendo a fondo il pensiero del Duce si può affermare di essere fascisti? Noi diciamo di no! Che il fascismo non è istinto ma educazione e perciò è conoscenza della sua mistica,che è conoscenza di Mussolini" (N. Giani)


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MessaggioInviato: Mar Apr 04, 2006 12:21 pm    Oggetto:  
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Seppur E. Gentile sia un buon professionista, in alcune delle sue teorie mi trovo in contrasto..
Ad esempio rende ciò che fu transeunte, ideologico e permanente; ciò che è permanente ed ideologico, temporaneo.

E' il caso del concetto di Stato Etico, e dei rapporti con le religioni.
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