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A.J.Gregor, l'ideologia fascista,la logica del totalitarismo

 
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Marcus
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MessaggioInviato: Lun Mag 04, 2009 6:52 pm    Oggetto:  A.J.Gregor, l'ideologia fascista,la logica del totalitarismo
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Il presente scritto riproduce integralmente i capitoli 4 – 5 – 7 estratti dalla versione italiana pubblicata nel 1974 del libro edito nel 1969 negli Stati Uniti dal professor A. James Gregor dal titolo “The Ideology of Fascism – the rationale of totalitarianism”. Il lavoro oggi purtroppo quasi introvabile, nonostante siano trascorsi quarant’anni da quando ha visto la luce, a tutt’oggi mostra ancora non solo la persistente validità delle documentatissime tesi proposte ma anche quanto tale indagine fosse ampiamente lungimirante avendo di fatto anticipato molte delle conclusioni di altrettanti illustri accademici in materia di fascismo come ad esempio Zeev Sternhell o Emilio Gentile.

NOTE – AVVERTENZA - Nelle note sono state impiegate le seguenti sigle:
CF - G. GENTILE, Che cosa è il fascismo?, Vallecchi, Firenze, 1925.
EPM - K. MARX, Economie and Philosophic Manuscripts of 1844, Mosca s.d.
FD G - GENTILE, Fondamenti della filosofia del diritto, Sansoni, Firenze, 1955.
GG - Giovanni Gentile: la vita e il pensiero, Sansoni, Firenze, 1948-61, 9 voll.
GS - G. GENTILE, Genesi e struttura della società, Sansoni, Firenze, 1946.
IF - G. GENTILE, Introduzione alla filosofia, Treves, Roma, 1933.
OD - G. GENTILE, Origini e dottrina del fascismo, Libreria del Littorio, Roma, 1929.
Opera - B. MUSSOLINI, Opera omnia, La Fenice, Firenze, 1951-61, 36 voll.
PF - G. GENTILE, Preliminari allo studio del fanciullo, Sansoni, Firenze, 1958.
RE - G. GENTILE, Riforma dell'educazione, Sansoni, Firenze, 1955.


A. James Gregor – “L’IDEOLOGIA DEL FASCISMO, il fondamento logico del totalitarismo”, 1969.

Capitolo Quarto LO SVILUPPO DELLA DOTTRINA FASCISTA

Il pensiero sociale e politico di Mussolini assunse quei particolari aspetti dottrinari che dovevano, poi, caratterizzare il Fascismo, durante gli anni compresi tra l'entrata dell'Italia nella Prima Guerra Mondiale, nel 1915, e la Marcia su Roma, nel 1922. Tra il 1915 e la fondazione dei Fasci di combattimento, avvenuta il 23 marzo 1919, Mussolini tracciò il primo profilo della Dottrina Fascista; il periodo successivo, durante il quale il movimento si trasformò in Partito Nazionale Fascista, vide la più precisa e articolata formulazione dei fondamenti dottrinari caratteristici del Fascismo. In questo periodo, lo sviluppo delle idee avvenne in maniera continua e secondo una logica coerente. Tale evoluzione continuò anche dopo l'ascesa al potere. È bene tuttavia soffermare l'attenzione su questo primo periodo dello sviluppo dottrinario perché in tal modo è possibile giudicare con maggior cognizione di causa il valore dei pareri, espressi con notevole frequenza negli scritti attuali, secondo cui, dietro l'organizzazione delle squadre fasciste, Mussolini non avrebbe avuto alcuna chiara dottrina sociale e politica costruttiva.(1) Fino al 1914, Mussolini aveva avuto esperienza di una sola dottrina sociale e politica: la dottrina marxista, come allora era intesa. Come egli stesso ebbe a dire, non era esistita, almeno dalla morte di Engels in poi, un'interpretazione univoca della dottrina, universalmente accettata dagli uomini di pensiero socialisti.(2) All'interno del movimento socialista erano sorte numerose scuole contrastanti, influenzate dalle più varie correnti intellettuali. L'interpretazione mussoliniana esprimeva il pensiero di un notevole numero di socialisti rivoluzionari dell'Italia prebellica. Il socialismo di Mussolini, comunque, rimase socialismo soltanto fino a che l'appartenenza alla classe fu ritenuta il rapporto storico e sociale fondamentale tra gli individui. Tutta la struttura del suo socialismo poggiava su questo concetto critico. Fino a che la classe costituì l'oggetto della fedeltà e poiché si riteneva che rappresentasse il mezzo per un rinnovamento morale della società, Mussolini potette rimanere socialista, per quanto originali fossero le sue interpretazioni ed estensive le sue revisioni. Ma una volta che la sua convinzione sulla supremazia dei rapporti di classe fu scossa dagli avvenimenti che erano seguiti allo scoppio del conflitto europeo del 1914, il suo socialismo fu fatalmente compromesso. A mano a mano che la Nazione si ingigantiva nel suo pensiero, il suo socialismo subiva uno sgretolamento uguale e contrario. Nel 1914, questo processo non era affatto chiaro neppure allo stesso Mussolini. Visto a posteriori esso, comunque, appare del tutto inevitabile. Il 24 novembre 1914, quando fu espulso dal Partito Socialista, Mussolini dichiarò che l'espulsione non poteva privarlo della « fede socialista ».(3) Al suo nuovo giornale Il Popolo d'Italia aggiunse il sottotitolo di Quotidiano Socialista. L'intervento della Nazione nella conflagrazione europea, costituiva un immediato argomento di discussione e un problema che divideva i socialisti; ma, dato che la maggior parte dei partiti socialisti del continente avevano optato per la guerra, Mussolini sosteneva che l'interventismo non era una ragione sufficiente per determinare l'abbandono del Socialismo. Egli affermava che alla fine del conflitto che ora infuriava in Europa, i socialisti interventisti si sarebbero riorganizzati ed avrebbero formulato un proprio programma comprendente un solo sicuro, postulato: « Preparare ad armare il proletariato alla rivoluzione sociale ».(4) Ancora nel dicembre 1914, egli pensava che la lotta di classe dovesse essere ripresa dopo la guerra,(5) e fino a tutto il gennaio 1915 continuò a parlare del Socialismo internazionale come di una « realtà ineluttabile di domani ».(6) Si sentì perciò in diritto, nel periodo immediatamente successivo alla sua .espulsione dal Partito Socialista, di continuare a definirsi socialista.(7) Ma i contrasti ideologici prodotti dalla lotta per l'intervento dell'Italia in guerra ebbero una influenza decisiva e il pensiero di Mussolini subì l'ultima, critica, trasformazione, che mutò il suo socialismo in Fascismo.

IL PRIMO FASCISMO

Già nel periodo precedente lo scoppio della Prima Guerra Mondiale, Mussolini aveva dato forma ad un insieme di convinzioni sociali e politiche cui continuò a rimanere fedele, con notevole coerenza, durante tutta la sua vita politica. Si trattava di un Socialismo informato, e trasformato, da elementi attinti dal pensiero di Pareto, di Sorel, di Michels, e riprodotti negli scritti di vari sindacalisti rivoluzionari, i più importanti dei quali erano A. O. Olivetti e Sergio Panunzio. Si trattava di un Socialismo più pragmatista che razionalista, più interessato al rinnovamento morale che ad una equa distribuzione dei beni economici; un Socialismo convinto che i mutamenti storici sono conseguenza più di un impegno volitivo da parte di un'élite strategica che di una maturazione nella base economica della società. Tutto ciò era Socialismo soltanto in quanto lo strumento del rinnovamento morale era rappresentato dalla classe con la quale l'individuo si identificava, e in quanto l'élite strategica e dinamica costituiva l'avanguardia del proletariato. Questo Socialismo così riveduto rimase socialista soltanto fino a quando la classe venne considerata l'elemento fondamentale della trasformazione storica. L'idea che la classe potesse assumere questa funzione critica sembrava nascere dai lunghi e violenti scontri di classe che avevano afflitto l'Italia durante l'ultimo decennio del diciannovesimo secolo e il primo decennio del ventesimo. La tesi della solidarietà internazionale di classe era servita soltanto per dare un valore concreto, nel contesto dello sviluppo storico dell'Europa nel suo complesso, all'importanza dinamica determinante dell'appartenenza ad una classe. Soltanto con l'inizio della Prima Guerra Mondiale si ebbe la prova irrefutabile della falsità di questa tesi. Gli avvenimenti che si susseguirono immediatamente dopo lo scoppio della guerra gettarono forti dubbi sull'utilità, per qualsiasi scopo teorico o pratico, di considerare la classe come unità analitica fondamentale. Quasi subito dopo la sua espulsione dal Partito Socialista, Mussolini rilevò che la guerra aveva raggruppato intere popolazioni in unità nazionali all'interno delle quali le differenziazioni di classe avevano perduto qualsiasi valore e importanza.( 8 ) In sostanza, Mussolini iniziava a ritenere che le Nazioni rappresentassero un'unità analitica più valida delle classi. Gli uomini, egli diceva, sono indotti all'azione non soltanto dai loro interessi materiali immediati, vale a dire di classe, ma anche da considerazioni psicologiche e morali che li trascendono. Mussolini riconobbe un insieme relativamente costante di sentimenti morali e psicologici che inducono all'azione come quel prodotto storico e nazionale che assicura la continuità temporale e spirituale dei popoli. Ciascun popolo storicamente definito, egli sostenne, è il risultato di un insieme di elementi materiali e spirituali caratteristici che informano di sé borghesia e proletariato.(9) Gli interessi di classe sono condizionati dagli interessi nazionali e, in un certo senso, sono ad essi subordinati. «La classe», affermò Mussolini, «è una collettività di interessi, ma la Nazione è una storia di sentimenti, di tradizioni, di lingua, di cultura, di stirpi».(10) Non era più accettabile la tesi della priorità degli interessi di classe rispetto agli interessi nazionali; tutti gli avvenimenti della recente storia europea la infirmavano. Soltanto un dogmatico, proseguiva Mussolini, potrebbe negare l'evidente realtà del sentimento di nazionalità così eloquentemente confermato dalla disposizione del proletariato a sacrificarsi per esso. Questa sua revisione del giudizio sulla situazione europea muoveva tanto da un punto di vista nazionale quanto da un punto di vista socialista; in tal modo, egli anticipava la possibilità di giungere a un «Socialismo nazionale» che meglio si sarebbe accordato ai dati di fatto inoppugnabili contro cui invano si urtavano i teorici del Socialismo. Inoltre, l'importanza che i concetti di nazione e di popolo avevano assunto nel suo pensiero, costrinse Mussolini a rivedere il dato della solidarietà internazionale della classe lavoratrice, su cui si erano fondate le sue idee prima della guerra. Nel dicembre del 1914 egli aveva ammesso che, in effetti, tale internazionalismo era vuoto di contenuto. Nel gennaio del 1915 affermò che « l'internazionale operaia […]si è dimostrata alla prova dei fatti — più che impotente a fronteggiare gli avvenimenti ed impedire l'evento guerresco — inesistente ».(11) La realtà del conflitto in corso rendeva evidente il fatto che i popoli europei cercavano di realizzare le loro aspirazioni nazionali e non quelle di classe. Di fronte alla realizzazione di queste aspirazioni , il richiamo alla lotta di classe era vano. Ciò che le circostanze esigevano era l'unità nazionale .(12) Le conseguenze di questo nuovo orientamento erano ovvie. Mussolini propugnava un ritorno al nazionalismo di Mazzini e il rifiuto di Marx, qualora la realtà, la complessità e la sollecitazione degli eventi del momento lo avessero richiesto.(13) Nel maggio del 1915 queste idee erano ormai ben salde in lui. Soltanto uomini disposti a mentire a se stessi e ad ingannare il prossimo potevano non riconoscere che l'internazionalismo, inteso come valida alternativa politica, era ormai morto. Il giorno dell'entrata in guerra dell'Italia Mussolini scriveva: « Non mai come in questo momento noi abbiamo sentito che la Patria esiste, ch'essa è un dato insopprimibile e forse insormontabile della coscienza umana; non mai, come in questo cominciamento della guerra, noi abbiamo sentito che l'Italia è una personalità storica, vivente, corporea, immortale ».(14) Un mese dopo scriveva: « La Patria è il terreno duro e saldo, Ia costruzione millenaria della stirpe; l'internazionalismo era l'ideologia fragile che non poteva reggere al soffio della tempesta. Il sangue che vivifica la Patria ha ucciso l'Internazionale ».(15) La nazione era una realtà quale l'Internazionale non era mai riuscita ad essere. La Nazione era una realtà storica, fisica e morale permanente, unita nella cultura e nella tradizione, basata su caratteristiche complesse e interagenti, favorite dallo sviluppo economico contemporaneo; la Nazione possedeva tutti i requisiti per godere di una duratura vitalità, e la guerra aveva rivelato che essa rappresentava l'oggetto primo di lealtà da parte della grande maggioranza del proletariato nazionale.(16) La Nazione, sostenne Mussolini, è il « grande prodotto della storia », il cui valore, che era stato a lungo « disconosciuto e disprezzato » si era rivelato in occasione della sfida mortale lanciata dalla Prima Guerra Mondiale.(17) A questa evidente realtà si contrapponeva l'Internazionale, un'organizzazione esistente soltanto sulla carta, che non aveva mai prodotto molto di più di sporadiche edizioni di qualche trattato teorico in una delle sue lingue « ufficiali » (tra le quali non era compresa la lingua italiana). Ma la irrealtà dell'Internazionale si manifestava sotto un aspetto più significativo: essa era fondata sull'ipotetica esistenza di una particolare entità reale: la classe. È ormai dimostrato, proseguiva Mussolini, il fatto che le classi, in quanto tali, non esistono. Esistono gruppi e sottogruppi, distinguibili l'uno dall'altro per varietà di interessi e mentalità e collegati l'un l'altro da rapporti complessi e non sempre chiari. Il concetto di « proletariato » rappresenta un tipo ideale, astratto che può anche servire a scopi mnemonici o euristici, ma che non ha alcuna rispondenza con la realtà. Stando così le cose, ogni discorso sulla lotta di classe diventa incomprensibile: « Se non esistono le classi non esiste nemmeno la lotta di classe. Esiste una lotta che non è lotta di classi, ma è umana. Ogni individuo o gruppo vuole assicurarsi la maggiore somma di benessere in questa valle di lacrime. Per ottenere maggiore benessere può accadere di frequente — ed è già accaduto — che uomini cosiddetti borghesi lottino contro uomini altrettanto borghesi e che uomini cosiddetti proletari si trovino in conflitto con uomini altrettanto proletari ».( 18 ) Mussolini era giunto a concepire la Nazione come un tipo particolare del sistema sociale; un sistema che affonda le sue radici nella tradizione e nel sentimento; che è vasto e differenziato quanto gli basta per essere autosufficiente in rapporto alla necessità funzionale dei suoi membri. La Nazione riesce a soddisfare le necessità materiali, psicologiche e morali. Meno di un mese dopo la sua espulsione dal Partito Socialista, Mussolini scriveva che la guerra aveva posto in evidenza « il germe di nuove impensate costruzioni politiche » fondate sul fatto obiettivo « che popoli e Stati' hanno realizzato ovunque la loro fusione nel blocco della unanimità nazionale ».(19) In Germania, Belgio, Francia, Inghilterra, Svizzera e Russia si osservava la stessa fusione tra popolo, Stato e Nazione. La guerra aveva rivelato la infrangibile comunanza di interessi materiali, psicologici e morali che forma l'ossatura della unità nazionale.(20) Questa identità di interessi materiali e spirituali supera e trascende qualsiasi particolare interesse di classe, di categoria e di regione. Durante il periodo iniziale dello sviluppo della dottrina fascista, queste idee, che successivamente andarono sempre più precisandosi, venivano riferite alla Nazione in guerra. La Nazione, sosteneva Mussolini, citando Jean Jaures, non è il semplice prodotto di variabili economiche. La Nazione ha un contenuto essenzialmente morale.(21) La Nazione non si limita soltanto a nutrirci, ma provvede anche a porre le basi della nostra personalità spirituale, così come fanno i nostri genitori: come non possiamo rinunciare a questi ultimi, non possiamo neanche rinunciare a quella.(22) Alla Nazione, e non alla classe o alla categoria, si deve fedeltà e obbedienza. Tutte le forze devono essere inquadrate al suo servizio. Tutti gli interessi locali e particolari devono esserle subordinati. Così, nel luglio 1915, Mussolini, che per tanto tempo aveva difeso con ardore lo sciopero come un'arma nella lotta di classe, inveiva ora contro ogni interruzione del lavoro che potesse danneggiare quella Nazione da lui stesso, per sua stessa ammissione, un tempo vilipesa.(23) La Nazione esigeva che si votassero al suo servizio non soltanto i lavoratori, ma anche i parlamentari. Se le masse lavoratrici della Nazione dovevano consacrarsi agli interessi della collettività, altrettanto si doveva richiedere alla classe politica. La classe minoritaria al governo della Nazione doveva governare, mobilitando gli sforzi della Nazione per la causa della vittoria. Ma proprio di questo compito, secondo il giudizio di Mussolini, la classe dirigente si era dimostrata incapace.(24) Egli si proclamò antiparlamentarista in quanto il parlamento era venuto meno ai suoi doveri verso la Nazione.(25) Il parlamento italiano era diventato « un bubbone pestifero che avvelena il sangue della Nazione ». Era quindi necessario estirparlo.(26) La sua opposizione al parlamento non si fondava più sul concetto che esso rappresentasse unicamente particolari interessi di classe; ma derivava dalla convinzione che il parlamento fosse ormai incapace di rappresentare e difendere gli interessi vitali della Nazione. Mussolini aveva sempre avversato il parlamentarismo. Egli concepiva i mutamenti sociali, l'organizzazione politica ed il governo, in maniera sostanzialmente elitista e coerentemente elitista fu la sua analisi della situazione italiana durante la crisi della guerra. Fin dal gennaio del 1915, con l'organizzazione interventista dei Fasci d'Azione Rivoluzionaria, Mussolini parlò di una minoranza di uomini decisi a tutto, animati da una salda consapevolezza dell'interesse nazionale, in grado di infondere alle masse uno stato d'animo che le spingesse al raggiungimento delle aspirazioni collettive.(27) Per la prima volta nella storia, diceva Mussolini, « le masse anonime » avevano assunto il ruolo di strumenti della storia.( 28 ) I loro dirigenti potevano essere soltanto apostoli o soldati.(29) Tutti gli insegnamenti di Pareto, Sorel e Michels lo costringevano ad esprimere necessariamente un'opinione simile. Nel dicembre del 1917 a questa convinzione si era aggiunta l'intuizione che l'avvenire della Nazione sarebbe stato nelle mani di una nuova aristocrazia, « l'aristocrazia delle trincee », un'élite formata da uomini per i quali la realtà della Nazione era diventata una convinzione prepotente e vitale. Soltanto i miopi o gli sciocchi non erano in grado di prevedere questo sbocco politico della situazione. Soltanto questa aristocrazia avrebbe potuto rappresentare, in senso completo, i futuri ideali politici che, unici, avrebbero infiammato le masse inerti e sprovvedute. A seconda delle circostanze e dei rispettivi punti di vista, questi ideali avrebbero definito « democrazia » o « socialismo ». E, concludeva Mussolini, con ogni probabilità questo Socialismo sarebbe stato antimarxista e nazionale.(30) Dato l'insieme di idee che era andato sviluppandosi nella sua mente a partire dall'ottobre del 1914, Mussolini aveva gradualmente annacquato il proprio socialismo classista che, certamente, non era più marxista. L'11 agosto 1918, egli cambiò il sottotitolo del suo giornale, che da Quotidiano Socialista » divenne « Quotidiano dei combattenti e dei produttori ». Nell'annunciare questo cambiamento precisò che la definizione socialista » non rispondeva più alle idee che il giornale esprimeva.(31) Così, molti dei temi tipici del Socialismo ortodosso quali « classe », «lotta di classe », « profitto », e « determinismo economico » furono abbandonati o subirono tali modificazioni da perdere il loro significato originale.(32) Nella stessa epoca, Mussolini richiamava l'attenzione sull'ordine gerarchico in cui occorreva inquadrare le attività che caratterizzavano la produzione nella vita nazionale.(33) I termini « proletariato » e « borghesia » non avevano più, sul piano politico, un significato preciso. Dal punto di vista dell'interesse nazionale esistevano soltanto le categorie che svolgevano attività produttive: queste potevano anche essere definite «classi produttive », ma soltanto allo scopo di indicare la funzione particolare di ciascuna di esse nel sistema di funzioni interdipendenti da cui è formata la vita nazionale. In base a questa concezione di vita unitaria della Nazione, Mussolini cominciò a parlare di « coincidenza di interessi » tra lavoratori e datori di lavoro, che rendeva possibile la loro collaborazione nel quadro di un programma di accelerazione totale della produttività economica.(34) Successivamente il programma di collaborazione tra categorie produttive divenne il tema fondamentale della dottrina dei Fasci. Circa una settimana dopo la cessazione delle ostilità, nel novembre del 1918, e circa cinque mesi prima della nascita del movimento che doveva diventare il Fascismo, Mussolini delineò il proprio programma economico. Presentato come «Sindacalismo Nazionale», questo programma prevedeva una « ricostruzione economica » della Patria, nel cui ambito industria e lavoro avrebbero attuato una « stretta collaborazione », unendo le rispettive energie per giungere al massimo livello di produttività industriale della Nazione. L'obiettivo del Sindacalismo Nazionale era quello di 'rendere la Nazione « più bella, più viva, più grande ».(35) « C'è dunque », affermava Mussolini, « un interesse comune, che a un dato momento elide e cancella la lotta di classe: l'interesse di produrre [...] al vecchio socialismo politico e parassitario va sostituendosi il sindacalismo nazionale o socialismo produttivista... ».(36) La produzione non deve essere né limitata né compromessa da interessi particolaristici.(37) Le divergenze tra lavoratori e datori di lavoro debbono essere risolte per mezzo di arbitrati, che diano ai rispettivi interessi delle due categorie ugual peso in rapporto all'interesse generale della Nazione. Così un mese prima della fondazione di quell'organizzazione che divenne in seguito il Partito Nazionale Fascista, Mussolini si espresse a favore delle seguenti proposte programmatiche di Léon Jouhaux:
a) riconoscimento ufficiale delle organizzazioni sindacali;
b) intervento di queste organizzazioni in tutti i rapporti di lavoro;
c) avvento alla gestione ed al controllo;
d) trasformazione dell'amministrazione politica in amministrazione economica;
e) espropriazione della burocrazia e sua sostituzione con l'amministrazione tecnica: queste sono le misure atte ad assicurare la marcia ascensionale della nazione.
Queste erano le proposte programmatiche del « Sindacalismo Nazionale pragmatico » ed erano sufficienti, agli occhi di Mussolini, a differenziare il suo programma economico da quello del « socialismo distruttivo » e del « sindacalismo apocalittico e mistico della scuola soreliana ».( 38 )
Nel marzo del 1919, quando lanciò l'appello per una organizzazione di Fasci in « difesa della vittoria », Mussolini espose una serie di concetti politici, sociali ed economici che nell'insieme costituivano una dottrina già abbastanza precisa. Tre giorni prima della riunione di Piazza San Sepolcro, che segnò la nascita del Fascismo, Mussolini parlò ai duemila lavoratori della Dalmìne che come iscritti alla nazionalsindacalista Unione Italiana del Lavoro, protestavano contro i bassi livelli salariali e contro il rifiuto dei datori di lavoro al riconoscimento della loro Unione, ma che si opponevano anche a qualsiasi interruzione del lavoro perché scioperi di questo tipo avevano effetti dannosi sull'economia nazionale.(39) Egli disse loro: «Voi vi siete messi sul terreno della classe, ma non avete dimenticato la Nazione. Avete parlato di popolo italiano, non soltanto della vostra categoria di metallurgici. Per gli interessi immediati della vostra categoria, voi potevate fare lo sciopero vecchio stile, lo sciopero negativo e distruttivo, ma pensando agli interessi del popolo, voi avete inaugurato lo sciopero creativo, che non interrompe la produzione. Non potevate negare la Nazione, dopo che per essa anche voi avete lottato, dopo che per essa cinquecentomila uomini nostri sono morti. La Nazione che ha fatto questo sacrificio non si nega, poiché essa è una gloriosa, una vittoriosa realtà. Non siete voi i poveri, gli umili e i reietti, secondo la vecchia retorica del socialismo letterario; voi siete i produttori, ed è in questa vostra rivendicata qualità che voi rivendicate il diritto di trattare da pari cogli industriali ».(40) Queste stesse idee Mussolini espose alla riunione lì Piazza San Sepolcro dove circa centoquarantacinque intervenuti di tutte le fedi politiche, dal futurista F. T. Marinetti, al sindacalista rivoluzionario Michele Bianchi, si erano radunati per fondare i Fasci di Combattimento. Tra i partecipanti vi erano professionisti, industriali, commercianti e operai e, in prevalenza, piccolo- borghesi. Nel complesso, quindi, i fondatori del Fascismo provenivano dalle stesse classi e dalle stesse categorie di coloro che avevano fondato la Terza Internazionale Bolscevica a Mosca. esattamente nello stesso periodo. In entrambi i gruppi esisteva una larga rappresentanza di giornalisti, di avvocati, di professionisti disoccupati o di liberi professionisti, di coloro, cioè, che generalmente vengono chiamati « intellettuali ».

IL FASCISMO DI PIAZZA SAN SEPOLCRO

Alla riunione di Piazza San Sepolcro Mussolini parlò due volte: la prima, nella mattinata del 23 marzo 1919 e la seconda nel pomeriggio dello stesso giorno. Entrambi i discorsi ebbero carattere dottrinario e fissarono schematicamente l'insieme di idee che avrebbero caratterizzato il Fascismo durante tutto il periodo di sviluppo iniziale fino alla definitiva ascesa al potere nell'ottobre 1922, e che sarebbero state in seguito inserite in un più ampio sistema teorico e sempre meglio definite. Nel discorso pomeridiano espose organicamente le sue idee, come egli solo sapeva fare; chiese che venisse approvato un programma flessibile, giacché i movimenti politici operano sul piano contingente; l'esperienza negativa dei rigidi programmi socialisti consigliava di stabilire soltanto i pochi postulati necessari ad orientare le attività quotidiane e di fornire indirizzi programmatici variabili al variare delle circostanze. Ai fascisti Mussolini proponeva soltanto due punti fermi: la produzione e la Nazione. Il programma di riorganizzazione dell'economia era quello del Sindacalismo Nazionale, che prevedeva anche la riorganizzazione dello Stato secondo la falsariga sindacalista. Mussolini propose l'abolizione del Senato e della Camera dei deputati e la loro sostituzione con una rappresentanza diretta delle categorie produttive della Nazione. La rappresentanza politica non poteva più soddisfare le precise necessità della vita industriale moderna. Propose la creazione di un Consiglio tecnico di categorie, chiamato anche Consiglio delle corporazioni, che rappresentasse gli elementi produttivi della Nazione. Propose che i fascisti si rivolgessero attivamente alle masse operaie, sostenendo le loro richieste per la giornata lavorativa di otto ore e per programmi avanzati di previdenza sociale. Propose anche di sostenere le aspirazioni dei lavoratori al controllo delle industrie. « Noi appoggeremo queste richieste », affermò Mussolini, « anche perché vogliamo abituare le classi operaie alla capacità direttiva delle aziende, anche per convincere gli operai che non è facile mandare avanti un'industria e un commercio ».(41) L'attuazione di questi programmi avrebbe condotto ad una democrazia economica, ed in definitiva politica. Il fatto che Mussolini, nella sua prima esposizione pubblica di una dottrina specificamente fascista, abbia indicato nella democrazia un ideale, è sempre stato citato dai commentatori come prova evidente della incostanza mussoliniana e della mancanza in lui di serio impegno politico. In realtà, l'interpretazione più giusta è un'altra. Nell'Italia di quell'epoca, il termine « democrazia » aveva un grande effetto sentimentale, ma era anche quanto mai vago e indistinto. Quasi nello stesso periodo in cui Mussolini lo usava nel suo discorso inaugurale, Pareto scriveva: « ... il termine democrazia è indeterminato come molti altri termini del linguaggio volgare... né v'ha speranza di trovarne altro per dare forma rigorosa e precisa a ciò che è indeterminato e fugace ».(42) Mussolini era certamente ben consapevole dell'indeterminatezza e dell'ambiguità connaturate a questa parola. Egli aveva già in precedenza indicato che soltanto l'aristocrazia delle trincee di ritorno dal fronte sarebbe riuscita a dare un significato concreto e preciso al termine. In ogni caso, qualunque valore avesse per lui il termine democrazia, nel 1919, certamente non voleva indicare un governo di maggioranza. Egli dichiarava: « Noi siamo decisamente contro tutte le forme di dittatura, da quella della sciabola a quella del tricorno, da quella del denaro a quella del numero; noi conosciamo soltanto la dittatura della volontà, dell'intelligenza ».(43) Questa dichiarazione, insieme all'interpretazione della dinamica politica esposta pochi paragrafi prima, non poteva lasciare alcun dubbio che, a quel tempo, qualsiasi cosa Mussolini intendesse per democrazia, certamente non intendeva governo di maggioranza e neppure iniziativa maggioritaria. « È fatale che le maggioranze siano statiche, dicevo, mentre le minoranze sono dinamiche. Noi vogliamo essere una minoranza attiva... ».(44) Qualsiasi cosa questa democrazia sarebbe stata, doveva comunque essere il risultato della iniziativa di una minoranza, che avrebbe assunto veste di dittatura « di volontà e intelligenza ». Abbiamo sinora parlato del discorso pomeridiano alla riunione di Piazza San Sepolcro. Ma anche il discorso della mattina fu importante, perché in esso Mussolini tracciò le linee generali della politica estera dell'Italia Fascista. L'Italia era una Nazione di quaranta milioni di anime addensate su un territorio di soli duecentottantasettemila chilometri quadrati, per un terzo montagnoso e non coltivabile. Tutti gli altri territori, al di fuori della Penisola, sotto dominio italiano erano in gran parte aridi e non adatti a una colonizzazione su larga scala. Viceversa, proseguiva, l'Inghilterra, con una popolazione di quarantasette milioni di abitanti, possedeva un impero coloniale di cinquantacinque milioni di chilometri quadrati, e la Francia, con un numero di cittadini inferiore ai quaranta milioni, un impero di quindici milioni di chilometri quadrati. I domini portoghesi, olandesi e belgi nel mondo erano altrettanto estesi ed importanti. Il mondo, affermava Mussolini, è diviso in «Nazioni ricche e Nazioni proletarie». Le prime desiderano mantenere immutato lo status quo, mentre le seconde « pretendono di avere nel mondo il posto al quale hanno diritto ».(45) Nel marzo del 1919, dunque, il programma e la strategia generale del Fascismo erano già chiari. Le formulazioni teoriche ed interpretative erano ereditate dal passato socialista di Mussolini. Negli anni successivi alla fondazione dei Fasci, fino alla Marcia su Roma, questo fatto fu evidente in tutto quanto Mussolini disse e scrisse. La visione mussoliniana del mondo, in questo periodo, era sempre la visione del mondo del Mussolini socialista, quella che si ritrova nelle opere di Gumplowicz, Pareto, Mosca, Sorel e Michels. Mussolini continuava a considerare la vita come una lotta continua, densa di conflitti e di contrasti. « La lotta », affermava, « è origine di ogni cosa, la lotta rimane per sempre alla base stessa della natura umana come una suprema fatalità ».(46) Per riuscire ad essere vincitori in questa continua e difficile lotta, gli individui devono organizzarsi in gruppi che abbiano interessi e sentimenti comuni; e per organizzazione si intendono gerarchia e comando: «... Il nuovo concetto di partito risponde al diffuso e profondo bisogno che hanno gli uomini di una disciplina, di un ordine, di una gerarchia ».(47) La Nazione era l'organizzazione attraverso la quale doveva proseguire la lotta tra i gruppi. Queste idee del Mussolini fascista sono identiche a quelle del Mussolini socialista rivoluzionario: l'unica cosa che è mutata è, come abbiamo visto, il tipo di organizzazione fondamentale: dalla classe, Mussolini è passato alla Nazione. Per il Fascismo, un solo punto di riferimento era sufficiente: la Nazione. Ogni altra cosa ne è una conseguenza necessaria.( 48 ) La Nazione costituisce una insopprimibile realtà storica, fisica e morale a cui tutto il resto è subordinato.(49) La Nazione è l'unione degli interessi territoriali, materiali, intellettuali e sentimentali perpetuantesi nel tempo, che gli individui trovano quando vengono alla luce e che vive dopo la loro morte. È il sistema sociale più adatto alle reali necessità della vita, un insieme governato da leggi le cui branche, articolate funzionalmente, vivono ed operano al di là della persona, o gruppo di persone, temporaneamente preposte loro.(50) La Nazione è la depositaria dei valori fondamentali della collettività.(51) Come tale essa non soltanto provvede alla sopravvivenza fisica dei suoi membri, ma costituisce il fondamento stesso della personalità umana.(52) In questo modo, per il Mussolini fascista la Nazione esercitava esattamente le stesse funzioni esercitate, per il Mussolini socialista, dalla classe. Da socialista, Mussolini aveva sostenuto che l'appartenenza alla classe costituiva l'ossatura morale della vita individuale, e precisava i doveri le responsabilità del singolo nel lungo conflitto storico tra gruppi, contrapposti da interessi spirituali e materiali. Il mito della lotta di classe, inteso nel senso soreliano, conferiva alla vita individuale il suo significato morale. Il concetto della lotta di classe costituiva il mito organizzativo del sindacalismo rivoluzionario; dopo il 1915 questa funzione venne assunta dal concetto di Nazione. Pochi giorni prima della Marcia su Roma, e dell'avvento del Fascismo al potere, Mussolini affermava: « Noi abbiamo creato il nostro mito. Il mito è una fede, è una passione [...] E’ una realtà nel fatto che è un pungolo, che è una speranza, che è una fede, che è coraggio. Il nostro mito è la Nazione, il nostro mito è la grandezza della Nazione! E a questo mito, a questa grandezza [...] noi subordiniamo tutto il resto».(53) Nel gennaio del 1922 aveva espresso questa subordinazione in termini di gerarchia. « Chiunque dica gerarchia », egli diceva, « si riferisce ad una scala di valori umani; chiunque dice scala di valori umani dice scala di responsabilità e di doveri umani, chi dice gerarchia dice disciplina ».(54) Il Nazionalismo costituiva il mito organizzativo, o funzionale, del Fascismo. Dopo l'avvento al potere esso divenne il mito statutario del Regime. La Nazione è un sistema sociale storico, e completo, formato da numerosi sottosistemi legati tra loro da norme che ne regolano i rapporti: un sistema di interazioni relativamente stabili e in cui i continui, reciproci rapporti tra i vari sottosistemi costituenti sono favoriti e precisati da norme durevoli, i cui valori sono espressi attraverso leggi codificate e la tradizionale disciplina sociale sotto forma di consuetudine e sentimento comune. La Nazione, in quanto sistema, trova nello Stato l'espressione concreta della propria personalità giuridica. Lo Stato è la fonte prima dell'autorità; esso costituisce la più alta ratifica che dà vita ad un complesso di norme, è il supremo depositario della forza, l'indiscusso sovrano.(55) Ciò non vuol dire che ogni Stato storicamente costituito si comporti in tal modo. Lo Stato empirico può, infatti, non esercitare la propria autorità e questa mancanza può essere conseguenza di svariate influenze di ordine materiale e morale. In tal caso esiste la minaccia di frantumazione del sistema sociale in una serie di sistemi minori governati ciascuno da uno Stato di fatto, un « anti-Stato », che si arroga quelle prerogative che lo Stato sovrano non ha saputo esercitare. Ciascun elemento sociale, allora, agisce da arbitro secondo i propri interessi e diventa decisiva la forza. Ciascuna di queste collettività diventa cioè in pratica uno Stato a sé, e assume in sé, di fatto o in potenza, gli attributi dello Stato in assoluto.(56) Come risultato si ha la disgregazione di quella che era stata la Nazione, in due o più nazioni in guerra tra loro. Per Mussolini, lo Stato era il depositario della forza che impone le sanzioni necessarie all'applicazione pratica delle leggi. In linea di principio lo Stato era assolutamente sovrano; poteva, in linea di fatto, preferire di non esercitare le sue prerogative, ma non era comunque sottoposto ad alcuna limitazione intrinseca e estrinseca. La vita sociale senza lo Stato sarebbe stata impossibile, in quanto lo Stato ne creava le condizioni necessarie. Le critiche di Mussolini alla tesi marxista della «distruzione dello Stato » si fondavano su questa concezione. La distinzione marxista tra lo Stato che governa gli uomini e il non-Stato comunista dell'avvenire che governerà le cose, era, secondo lui, priva di significato. In realtà, affermava Mussolini, il « governo delle cose », nella Unione Sovietica aveva prodotto lo Stato più complesso della storia. In tal modo, nel giugno del 1922, quattro mesi prima di salire al potere, Mussolini aveva posto in risalto gli elementi della dottrina fascista riguardanti la Nazione e lo Stato. La Nazione era concepita come popolo, inteso nella sua totalità, mentre lo Stato era la personificazione giuridica della Nazione.(57) Con la sua azione positiva o negativa lo Stato stabiliva l'ordine morale, il sistema di gerarchie, la scala dei valori, umani nel cui ambito gli individui, quali componenti transeunti del sistema sociale storico, erano nati e vivevano. In questo senso, allo Stato spettava la massima responsabilità morale. Anche gli organismi religiosi dovevano essere ad esso subordinati, in linea di principio, se non di fatto. I comandamenti religiosi non potevano entrare in conflitto con la legge secolare; nessuna delle norme che disciplinavano la società religiosa doveva essere in contrasto con gli interessi dello Stato. Così, già nel novembre del 1921, Mussolini aveva definito lo Stato un'entità essenzialmente etica, che chiamò infatti, «lo Stato etico».( 58 )

CONTINUA...

_________________
" Forse che non conoscendo a fondo il pensiero del Duce si può affermare di essere fascisti? Noi diciamo di no! Che il fascismo non è istinto ma educazione e perciò è conoscenza della sua mistica,che è conoscenza di Mussolini" (N. Giani)


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LA CONCEZIONE FASCISTA DELLO STATO

Questa concezione dello Stato, fondamentalmente hegeliana o neo-hegeliana, costituì un elemento nuovo nello sviluppo della dottrina fascista. Per parecchio tempo, Mussolini non ebbe alcuna concezione particolare dello Stato. Aveva affrontato il problema da socialista, ma tutto sembra dimostrare che le sue idee in proposito erano rimaste confuse e talvolta contraddittorie. Si sa, per esempio, che per qualche tempo Mussolini subì l'influenza dell'individualismo filosofico e del suo implicito anarchismo. Egli stesso ebbe a dire che fino al 1908 era rimasto sotto l'influenza di Nietzsche e di Max Stirner,(59) la quale lo induceva a sostenere che l'individuo (in quanto tale) godeva di una specie di privilegio morale rispetto a qualsiasi gruppo umano organizzato, e che l'unica legge che vincolava, l'individuo era quella che l'individuo imponeva a se stesso. In particolare a quell'epoca, Mussolini si opponeva strenuamente all'accettazione di leggi di qualsiasi altra natura. Tuttavia, nel 1908, era disposto ad ammettere quanto fosse arduo, sul piano teorico, difendere simile posizione. Nel suo saggio su Nietzsche, pubblicato in quell'anno, dava per scontato il fatto che per Nietzsche lo Stato fosse un sistema di « oppressione organizzata ai danni dell'individuo ».(60) Ma proseguiva dicendo che la concezione nietzschiana dell'uomo, inteso come animale da preda, implicava necessariamente la convinzione che l'uomo, in quanto animale da preda, facesse parte di una comunità organizzata. In mancanza di tale presupposto, sarebbe impossibile una lotta efficace e nessuna conquista sarebbe certa. Egli affermava che: «soprattutto, un principio di solidarietà deve governare le relazioni di questi biondi animali da preda. Anche i conquistatori obbediscono alle disposizioni che la collettività prende per salvaguardare gli interessi supremi della casta e questa può dirsi una prima limitazione individuale... L'unico non può dunque mai essere 'unico' nel senso stirneriano della parola, ché la fatale legge della solidarietà lo piega e lo vince».(61) Come già detto, Mussolini concepiva l'uomo come animale eminentemente sociale. Pur continuando a restare fedele ad un certo tipo di individualismo romantico, dal 1914 espresse sempre più esplicitamente e decisamente la convinzione che « l'individualismo è concepibile e realizzabile soltanto attraverso il collettivismo ».(62) Ad ogni modo, già tra i suoi primissimi scritti figura un'interessante ed importante apologia di Ferdinand Lassalle, nella quale Mussolini espone una concezione di moralità e di Stato sorprendentemente simile a quella che trasfuse nel Fascismo negli anni successivi. L'ideale morale esaltato da Mussolini a ventun'anni, era l'attività dell'individuo governato da impegni morali a favore della solidarietà di mutui interessi e di reciproci doveri nell'ambito della comunità di cui l'individuo stesso fa parte. Questa tesi comporta la concezione di uno Stato che costituisca l'unione morale della comunità. « Lo Stato in quanto unità morale è la fase ultima integrante tutto il processo evolutivo nella vita delle comunità, dalla comunità di sangue, di luogo, di interessi economici, alla comunità di interessi intellettuali. La sua funzione è di condurre la lotta contro la natura, la miseria, l’ignoranza, l'impotenza, la schiavitù di ogni genere in cui ci troviamo allo stato di natura, all'inizio di questa lotta. L'Unione sotto forma dello Stato deve mettere gli individui in condizioni di raggiungere sensi e gradi di vita, che i singoli non avrebbero mai potuto raggiungere ».(63) Lo Stato si identificava con l'ordine morale che governa la comunità. Se Mussolini non avesse detto altro su questo argomento, l'interpretazione sarebbe facile, ma non terrebbe conto delle dichiarazioni altrettanto significative che egli fece nel 1920. Alla fine del 1919, in un periodo di profondo riesame dottrinario, egli ribadì nuovamente la priorità ontologica e implicitamente morale dell'individuo, auspicando l'allentamento dei legami imposti alle « forze elementari degli individui, perché altra realtà umana, all'infuori dell'individuo, non esiste! Perché Stirner non tornerebbe d'attualità? ».(64) Due settimane più tardi egli, inoltre, affermava: « Noi abbiamo stracciato tutte le verità rivelate, abbiamo sputato su tutti i dogmi, respinto tutti i paradisi, schernito tutti i ciarlatani — bianchi, rossi e neri, — che mettono in commercio tutte le droghe miracolose per dare la 'felicità' al genere umano. Non crediamo ai programmi, agli schemi, ai santi, agli apostoli; non crediamo soprattutto alla felicità, alla salvazione, alla terra promessa. Non crediamo a una soluzione unica — sia essa di specie economica o politica o morale — a una soluzione lineare dei problemi della vita perché... la vita non è lineare... Ritorniamo all'individuo... Appoggeremo tutto ciò che esalta, amplifica l'individuo, gli dà maggiore libertà, maggiore benessere, maggiore latitudine di vita; combatteremo tutto ciò che deprime, mortifica l'individuo ».(65) Queste affermazioni, insieme alle osservazioni pubblicate nell'aprile del 1920, ci danno un'immagine del rapporto tra individuo e Stato che, a prima vista, è in stridente contrasto con la dottrina programmatica del Fascismo come fu poi espressa nelle pubblicazioni ufficiali del Partito Nazionale Fascista. Nell'articolo dell'aprile 1920, Mussolini, nel corso delle critiche da lui mosse ai regolamenti dello Stato, affermava che la sua posizione critica non nasceva da opposizione politica, nazionalistica o di natura utilitaria; egli si opponeva ai regolamenti dello Stato in sé per sé. Egli si considerava una tra le poche persone in rivolta potenziale contro lo Stato, « non contro questo o quello Stato, ma contro lo Stato in sé stesso... » e proseguiva: « Lo Stato è la macchina tremenda che ingoia gli uomini vivi e li rivomita cifre morte... Questa, questa è la grande maledizione che colpì la razza umana negli incerti cominciamenti della sua storia: creare, nei secoli, lo Stato, per rimanervi sotto, annientata!... Abbasso lo Stato sotto tutte le sue specie e incarnazioni. Lo Stato di ieri, di oggi, di domani ».(66) Questa era l'ultima, esasperata espressione dell'individualismo romantico che Mussolini si portava dietro dalla giovinezza. Nel novembre del 1920 ammetteva che il Fascismo non aveva avuto ancora il tempo di articolare la propria dottrina, ma si augurava una « elaborazione e coordinamento delle sue idee ».(67) Il Fascismo, come movimento, come « anti-partito », era rimasto una libera confederazione di gruppi composti di elementi eterogenei, uniti soltanto da un programma minimo, ma già verso la metà del 1920 era iniziato un moto tendente a organizzare i Fasci in forma di partito politico. Per gettare le basi dell'unità indispensabile alla prevista riorganizzazione politica, il Fascismo si trovò costretto a precisare la sua posizione rispetto a concetti politici critici come quelli di « Nazione » e « Stato ».( 68 ) Probabilmente, proprio durante questa fase di elaborazione critico-dottrinaria, Mussolini lesse, forse per la prima volta, alcune opere di Giovanni Gentile (1875-1944), il pensatore che avrebbe fornito i presupposti filosofici razionali all'ideologia del Fascismo maturo. Durante il Terzo Congresso Nazionale Fascista, svoltosi nel novembre 1921, Mussolini delineò quella che doveva essere la dottrina fascista dello Stato, identificandola nello « Stato etico » neo-hegeliano di Gentile. Alcuni anni più tardi disse a Yvon De Begnac di aver letto per la prima volta Gentile precisamente in quel periodo.(69) Mussolini in realtà ammise apertamente quanto era d'altronde possibile indovinare: parlando a Roma alla riunione organizzata per fondare il Partito Nazionale Fascista, riconobbe che in lui coesistevano « due Mussolini in lotta tra loro, l'uno individualista, e l'altro, ossequiente al Fascismo, che era il custode della Nazione ». Partendo dalla realtà insopprimibile della Nazione, egli diceva di essere inevitabilmente fatalmente portato allo Stato sicché si trovava costretto a considerare Nazione e Stato una stessa cosa.(70) Tuttavia, mentre può essere affermato con una certa fondatezza che l'atteggiamento dottrinario di Mussolini riguardo allo Stato fu influenzato in maniera' significativa, e la ricorrente ambiguità del suo pensiero circa individualismo e collettivismo finalmente risolta, dalla filosofia sociale politica di Gentile, le sue convinzioni rispetto alla natura e alla funzione dello Stato, non altrettanto facilmente risolte, rimasero sempre imprecise e vaghe. Nello scegliere lo « Stato etico » Mussolini accettò una concezione di Stato essenzialmente totalitaria, per ammissione dello stesso Gentile. Le stesse conclusioni che rendevano lo Stato sovrano assoluto, personificazione spirituale della comunità nazionale, implicitamente legittimavano anche un più ampio controllo dello Stato in ogni settore degli interessi umani. Tuttavia, durante tutto questo periodo, Mussolini insisteva ancora sulla opportunità di ridurre gli impegni dello Stato a funzioni strettamente « manchesteriane ». Nel maggio del 1920 egli affermava che lo Stato si sarebbe dovuto limitare all'esercizio delle quattro funzioni che il liberalismo del diciannovesimo secolo gli aveva assegnato: difesa militare, sicurezza pubblica, imposte, amministrazione della giustizia.(71) Le stesse opinioni furono da lui ribadite nel gennaio del 1921.(72) Sei mesi dopo, in occasione del suo primo discorso alla Camera italiana lanciava la stessa direttiva: « Per salvare lo Stato, bisogna fare un'operazione chirurgica... cioè bisogna ridurre lo Stato alla sua espressione puramente giuridica e politica. Lo Stato ci dia una polizia [ ... ], una giustizia bene organizzata, un esercito pronto per tutte le evenienze, una politica estera intonata alle necessità nazionali. 'Tutto il resto, e non escludo nemmeno la scuola secondaria, deve rientrare nell'attività privata dell'individuo. Se voi volete salvare lo Stato dovete abolire lo Stato collettivista e ritornare allo Stato manchesteriano ».(73) Secondo il programma ufficiale del 1922, il Partito Nazionale Fascista si impegnava a « ridurre lo Stato alle sue funzioni essenziali di ordine giuridico e politico ».(74) Nello stesso momento e nel medesimo documento, tuttavia, là Nazione veniva considerata qualcosa di più della semplice somma degli individui che la componevano e veniva definita la « suprema sintesi di tutti i valori materiali e spirituali della razza » di cui lo Stato rappresentava l'espressione fisica. Tutti i valori dell'individuo e della collettività (famiglie, comuni, corporazioni) dovevano essere « ...promossi, sviluppati e difesi sempre nell'ambito della nazione cui sono subordinati […]. Lo Stato deve favorire lo sviluppo della nazione, non monopolizzando, ma promovendo ogni opera intesa al progresso etico, intellettuale, religioso, artistico, giuridico, sociale, economico, fisiologico della collettività nazionale ». Per chiarire il tipo di programma necessario per l'attuazione di un così vasto mandato, i fascisti chiedevano allo Stato di intraprendere un « piano organico di lavori pubblici che venissero incontro alle nuove necessità economiche, tecniche e militari del Paese », un piano che prevedesse il completamento, la riorganizzazione e la elettrificazione della rete ferroviaria, lo sviluppo dell'energia idroelettrica, l'ampliamento del sistema viario e l'incremento delle comunicazioni marittime nel Mediterraneo. La classe lavoratrice e le associazioni aziendali dovevano ottenere il riconoscimento giuridico di enti di contrattazione per i rispettivi associati, mentre i contratti collettivi di lavoro avrebbero reso inutili scioperi e serrate. Lo Stato si sarebbe assunto la responsabilità di regolare le procedure di contrattazione. Lo Stato avrebbe dovuto anche esercitare un « rigido controllo » sulla scuola elementare per quanto concerne i programmi, la scelta del corpo insegnante e la loro attività. Le scuole secondarie e l'università avrebbero dovuto essere lasciate libere tranne che per il « controllo dello Stato sui programmi e sullo spirito dell'insegnamento »... Quasi contemporaneamente alla pubblicazione del programma del Partito, Mussolini proclamò che il Fascismo si proponeva di dare alla Nazione disciplina, ordine e gerarchia.(75) In effetti questi erano impegni che nessuno Stato manchesteriano avrebbe potuto assolvere. La concezione dello Stato manchesteriano, con le sue limitate funzioni amministrative, è un derivato del contrattualismo, della teoria atomistica della società. Ciò è del tutto anomalo nel contesto del concetto mussoliniano di uomo e di società. Il giudizio di Mussolini sul valore dell'uomo nella società rimase relativamente costante dalla sua giovinezza sino alla maturità, dal periodo socialista fino a tutto il periodo fascista. Da giovane e da capo politico maturo, da socialista e da fascista, Mussolini ritenne che la storia fosse fatta da una minoranza aggressiva, risoluta e disposta al sacrificio, capace di infondere nelle masse inerti l'energia motrice che è alla base di ogni mutamento. Per Mussolini « le masse non possono essere protagoniste della storia, ma strumento della storia ».(76) Altrove, riallacciandosi a Gumplowicz, Mosca e Michels sosteneva che « la storia dimostra che sempre delle minoranze, esigue da principio, hanno prodotto profondi sconvolgimenti nelle società umane ».77 Alle masse occorre « l'eroe» capace di interpretare le loro aspirazioni vaghe e indeterminate e « l'eroe » ha bisogno delle masse come materia da plasmare.( 78 ) Questo paragone con l'artista e la sua materia piacque a Mussolini che se ne avvalse frequentemente per esemplificare i rapporti che si hanno tra il capo politico e le masse. Nel 1917 affermava che « il popolo italiano è in questo momento un masso di minerale prezioso. Bisogna fonderlo, pulirlo dalle scorie, lavorarlo. È ancora possibile un'opera d'arte. Ci vuole un governo. Un uomo. Un uomo che abbia, quando occorra, la mano dal tocco delicato dell'artista, e il pugno pesante del guerriero ».(79) Alcune settimane prima della Marcia su Roma disse che il Fascismo « ha bisogno delle masse come un artista ha bisogno della materia prima per forgiare il suo capolavoro ».(80) Altrove, riaffermando i giudizi attinti da Le Bon e Sighele, sostenne che « la massa è gregge e come gregge è in balia di istinti e di impulsi primordiali. La massa è senza continuità. Preda di un dinamismo abulico, frammentario, incoerente. È materia, insomma, non è spirito ».(81) Lo spirito si manifesta soltanto attraverso un'élite organizzativa, una minoranza capace e selezionata in grado di incanalare le energie elementari delle masse. Al tempo in cui Mussolini stava preparando le forze fasciste per la Marcia su Roma, le implicazioni che questa concezione comportava erano manifeste. Si trattava di un esplicito rifiuto della democrazia, come generalmente veniva intesa. Mussolini prevedeva che « un secolo 'aristocratico', l'attuale, succede a quello scorso, democratico ».(82) Il secolo passato aveva aspirato ad un governo di molti, idealmente ad un governo di tutti. Quello attuale, affermava Mussolini, avrebbe visto il governo ritornare ad essere, ancora una volta, affare di pochi, eventualmente affare di uno solo: un tribuno capopopolo.(83) Queste idee erano fondamentalmente incompatibili con la concezione di uno Stato i cui unici interessi nei confronti della società riguardassero esclusivamente gli affari militari, di sicurezza pubblica, fiscali e giuridici. Nella concezione mussoliniana dello Stato erano implicite preoccupazioni tutorie, organizzative, imprenditoriali, politiche, economiche, educative e morali, che andavano al di là di qualsiasi cosa ritenuta legittima per uno Stato liberale di tipo manchesteriano. L'ambiziosa aristocrazia fascista avocava a sé responsabilità tali da renderla arbitra inappellabile di una così vasta sfera di attività che lo Stato non poteva fare altro che assumere un carattere del tutto diverso da quello di qualsiasi altro precedente tipo di Stato. Ciò era chiaro per i teorici fascisti, compreso lo stesso Mussolini, e risulta evidente da tutti i loro scritti del periodo precedente alla conquista del potere e degli anni tra il 1922 e (almeno) il 1925. Il fatto che tutto ciò non fosse altrettanto evidente per i non fascisti appare altrettanto chiaro dal comportamento di molti commentatori politici, tra cui liberali come Benedetto Croce che, inizialmente, diedero al Fascismo il proprio appoggio. Molti di questi uomini pensavano che il Fascismo volesse giungere alla « normalizzazione », cioè al ripristino delle condizioni a cui era giunta l'Italia prima della crisi politica del ventesimo secolo. L'errore in cui incorsero è da attribuirsi al fatto che gran parte di ciò che Mussolini aveva detto durante questo periodo, si prestava ad essere interpretato come difesa del liberalismo economico e politico. Egli, tanto per citare un esempio, attaccava la dittatura di Lenin e affermava che « noi non accetteremo dittature ».(84) Insieme a queste affermazioni di fede apparentemente liberali, esisteva un positivo programma di accelerazione dello sviluppo industriale all'interno e della espansione economica all'estero, che poteva realizzarsi soltanto attraverso la impresa di tipo borghese. Il Fascismo, che respingeva le preoccupazioni distribuzioniste del Socialismo, era favorevole ad un programma di sviluppo industriale nazionale. Il suo obiettivo era produzionista. Fin dai suoi inizi il Fascismo, come movimento politico, agì sulla falsariga del precetto paretiano secondo il quale il problema economico fondamentale cui l'Italia doveva far fronte, nella sua condizione di Nazione proletaria, era la espansione della propria industria piuttosto che la ridistribuzione dei beni o della proprietà dei mezzi di produzione.(85) Mussolini, mentre da un lato affermava che i programmi tattici del Fascismo erano sottoposti a costante revisione, subivano continue modifiche ed erano quindi necessariamente malleabili,(86) sosteneva tuttavia anche il pensiero fascista si fondava su due costanti: la produzione e la Nazione.(87) La Nazione esigeva una rapida espansione industriale e a questo fine dovevano collaborare tutte le categorie produttive.( 88 ) Queste direttive strategiche vennero proposte all'atto della fondazione del Fascismo come movimento e rimasero immutate attraverso tutto il periodo dello sviluppo del Partito e della sua ascesa al potere. Nel giugno del 1922 Mussolini definì il sindacalismo fascista « nazionale e produttivistico », e sei settimane prima della Marcia su Roma ribadì l'impegno programmatico del Fascismo per il produttivismo e per la conseguente « stretta » collaborazione tra le categorie industriali.(89) A questi principi si accompagnava la piena accettazione dell'espansionismo politico, economico e morale. « Il programma fascista di politica estera, 'spiegava Mussolini', può essere espresso con una sola parola: espansionismo ».(90) Il motto dottrinario che riassumeva questa tesi era « Il Mediterraneo ai popoli mediterranei! ».(91) Le tesi secondo cui il sindacalismo fascista ed il produttivismo erano inscindibili, mentre per l'aumento della produzione era necessario che la lotta di classe venisse ridotta a scontri, tutt'al più, sporadici, insieme alla richiesta che la Nazione estendesse la propria sfera di influenza su tutto il Mediterraneo a spese delle potenze plutocratiche,(92) non potevano non influire positivamente sulle classi imprenditoriali e commerciali italiane. La patente di vitalità concessa al capitalismo le rassicurarono ulteriormente,(93) mentre la violenta repressione del Socialismo ad opera del Fascismo non poteva non soddisfarle. In questo contesto, la dichiarazione che il Fascismo si proponeva di « spogliare lo Stato di tutti i suoi attributi economici »,(94) parve alla buona borghesia dell'Italia, indebolita dai postumi della guerra, una richiesta di restaurazione del liberalismo economico del diciannovesimo secolo, col quale essa per tradizione si era identificata. Il fatto che Mussolini non mancasse di ammonire la borghesia che il Fascismo non sarebbe stato il suo parafulmine e che i suoi interessi, come qualsiasi altro, sarebbero stati sacrificati senza indugio a vantaggio di ciò che il governo fascista riteneva fossero gli interessi nazionali, e che il Fascismo era fondamentalmente antiliberale, non contribuì che in scarsa misura a dissipare le illusioni della borghesia. Mussolini, in sostanza, voleva una dittatura di sviluppo e la riorganizzazione del Paese in un « immenso e potente esercito... »(95) Il Fascismo non apparteneva né alla destra né alla sinistra, tradizionalmente intese; non rappresentava né il liberalismo borghese né il socialismo proletario. Era un qualcosa a sé stante, tipico del ventesimo secolo: un movimento élitista e solidarista fondato sulle masse, il cui significato può diventare chiaro soltanto attraverso lo studio della ideologia fascista nella sua fase più matura. Che il Fascismo non fosse né di destra né di sinistra è dimostrato dal fatto che la sua dottrina é il risultato della confluenza di correnti di pensiero politico e sociale di destra e di sinistra. La dottrina fascista è composta di elementi maturati nel pensiero di sindacalisti rivoluzionari come Olivetti, Panunzio, Michele Bianchi e Edmondo Rossoni, elementi che si dimostrarono compatibili con le tesi di futuristi come Marinetti e di nazionalisti come Dino Grandi, e, infine, come Alfredo Rocco e Corradinì. Il Fascismo enucleò, in sostanza, una sintesi dottrinaria che si rifaceva relativamente tanto all'estrema destra quanto all'estrema sinistra. Il carattere sincretistico del Fascismo si rifletteva nella composizione di classe e di categoria delle stesse organizzazioni fasciste, illustrate da uno studio sugli iscritti al Partito Nazionale Fascista diffuso nel 1921 dal segretario stesso del Partito. Venne eseguita una ricerca sulla provenienza di classe e di categoria di 152.000 dei suoi 320.000 iscritti: di questi, 23.418 risultavano lavoratori dell'industria, 36.847 lavoratori dell'agricoltura, 14.989 impiegati, 19.783 studenti, 7.209 militari, 1.506 appartenenti alla marina mercantile. Soltanto 4.269 erano qualificati industriali o datori di lavoro, 13.879 erano commercianti o artigiani in proprio e 18.186 piccoli proprietari terrieri e/o datori di lavoro agricolo a contratto. Di conseguenza il Partito presentava un carattere sostanzialmente proletario. Questo aspetto in prevalenza proletario fu confermato dai componenti il Congresso del Sindacato Fascista che, nel giugno del 1922, vantava 550.000 iscritti.(96) Gli elementi della classe lavoratrice nelle file del Fascismo provenivano, infatti, dagli strati più bassi del proletariato. D'altro canto il Fascismo aveva attirato un numero enorme di studenti universitari e delle scuole secondarie, di tipica appartenenza alla classe media, che costituivano la punta nazionalistica e radicale tra le più accese e fornivano elementi tra i più attivi. Le statistiche a disposizione indicano che essi rappresentavano circa il quindici per cento degli attivisti del Partito, ma i commentatori contemporanei affermano che esercitavano una influenza di gran lunga superiore alla loro forza numerica. La piccola borghesia dava un ulteriore notevole apporto ai quadri delle squadre fasciste, mentre i reduci di guerra di tutte le classi costituivano il nerbo dei tesserati. Lo stesso Mussolini simboleggiava in pieno il carattere del Fascismo. La sua origine proletaria e piccolo-borghese rappresentava le componenti principali che costituivano il movimento. Il suo sviluppo intellettuale aveva preso le mosse da un socialismo rivoluzionario impreciso e sentimentale, allora retaggio comune delle classi lavoratrici italiane della agricoltura e dell'industria, per passare poi a quel sindacalismo più elaborato, ma altrettanto rivoluzionario, che ebbe enorme importanza per il pensiero marxista in Italia, per sfociare infine nella sintesi sociale e nazionale che Sorel giudicò frutto del peculiare genio politico di Mussolini.(97) In effetti il pensiero sociale e politico di Mussolini piuttosto che anticipare questi sviluppi, li rispecchiava, come egli stesso ammise, in parecchie importanti occasioni. L'apologia del Fascismo di Pietro Gorgolini, scritta prima dell'avvento del Fascismo al potere e raccomandata da Mussolini come la migliore esposizione della dottrina fascista pubblicata fino ad allora,( 98 ) conferma questo fatto. Gorgolini allude alle origini specificamente marxiste di Mussolini, ravvisa nel Fascismo una logica evoluzione del Socialismo soreliano,(99) e respinge perciò l'identificazione del Fascismo con i particolari interessi della borghesia o del proletariato.(100) Egli definì il Fascismo il prodotto di una esigua minoranza di uomini che, reduci dalle trincee, si erano proposti di realizzare la grandezza dell'Italia, impresa che godeva della priorità morale rispetto a qualsiasi interesse di classe e di categoria. L'opera di Gorgolini costituiva una seria esposizione della dottrina fascista e rispecchiava la posizione assunta da Mussolini nel 1921. Gorgolini affermava decisamente che il Fascismo rappresentava una particolare applicazione del sindacalismo soreliano, che alla lotta di classe aveva sostituito lo sviluppo nazionale, proponendolo come mito funzionale della dottrina sociale. L'accettazione della « Nazione » come concetto di morale pratica e politica rese il Fascismo un decisivo avversario del Socialismo marxista che si fondava sul presupposto della priorità della classe. L'impegno verso la Nazione aveva trasformato la logica dei doveri, l'intera gerarchia dei valori che regolava il comportamento politico.(101) Questo impegno, insieme a certe proposizioni di fatto sulla dinamica sociale e politica e sulla funzione della élites nei mutamenti storici, ed insieme anche all'orientamento pragmatico del suo programma politico, definiva chiaramente la dittatura evolutiva che il Fascismo si prefiggeva.(102) Il Fascismo era un movimento unitario di massa che propugnava una vasta riorganizzazione delle strutture sociali ed economiche dello Stato, tale da attuare la collaborazione tra classi e categorie, sotto forma giuridica e politica, posta disciplinatamente al servizio di quelli che si riteneva fossero i reali interessi della comunità nazionale. A tal fine lo Stato doveva assumersi le responsabilità legislative, esecutive, educative e di iniziativa. La promulgazione delle leggi sul riconoscimento giuridico dei sindacati e delle associazioni dei datori di lavoro, che avrebbero permesso l'arbitrato e la mediazione nelle controversie di lavoro secondo i principi del Sindacalismo Nazionale, costituiva la base e il primo impegno del programma economico e sociale fascista. Il problema del rafforzamento del potere esecutivo era egualmente impellente. Nelle dichiarazioni programmatiche del Partito si affermava la necessità che lo Stato assumesse funzioni di iniziativa, mentre i suoi compiti educativi venivano indicati nella responsabilità del « risveglio della torpida coscienza nazionale », coscienza innata nell'uomo in quanto animale sociale e politico. Al tempo del suo avvento al potere il Fascismo, quindi, aveva già elaborato i fondamenti della propria caratteristica dottrina sociale e politica.(103) La sua genesi storica era fedelmente illustrata dalla evoluzione del pensiero di Mussolini. Questa dottrina era, come mise in evidenza Gorgolini, una sintesi relativamente coerente di elementi soreliani, futuristi e nazionalisti; in generale era abbozzata a grandi linee ed i suoi programmi tattici mutavano a seconda delle circostanze politiche ed economiche della crisi italiana. Gli argomenti posti di volta in volta in risalto dipendevano dai mutamenti che avvenivano nella compagine direttiva del Partito. Tuttavia, partendo da tali presupposti, il Fascismo propose una dottrina sociale e politica tanto singolare, coerente e chiara quanto qualsiasi altra sulla scena italiana di allora. Mussolini, quando assunse il potere, era legato a tutta una serie di ragionate credenze alcune delle quali formatesi in lui nel periodo sindacalista rivoluzionario, altre in conseguenza dell'esperienza dell'Italia durante la Prima Guerra Mondiale e altre ancora, in più, come conseguenza semideduttiva della fusione delle precedenti. Gran parte di quanto era legittimamente implicito in questa dottrina ai suoi inizi, rimase parzialmente lettera morta. per riapparire in pieno soltanto dopo l'avvento al potere del Fascismo quando esso poté pienamente svilupparsi. Ciò è vero, in particolare, per quanto riguarda la concezione fascista della natura e della funzione dello Stato. L'evoluzione della dottrina fascista nel decennio successivo al suo avvento al potere ebbe come principale obiettivo la elaborazione di una solida concezione dello Stato.

IL FASCISMO AL POTERE E LA CODIFICAZIONE DELLA SUA DOTTRINA

Le caratteristiche degli anni immediatamente successivi alla Marcia su Roma furono piuttosto confuse. Mussolini formò un Governo di coalizione che comprendeva ministri non fascisti ed il Parlamento italiano non venne sciolto, sebbene i deputati fascisti fossero soltanto trentacinque. L'unica modifica che risultò subito evidente agli osservatori fu l'accelerazione delle attività. Formalmente, la struttura dello Stato e le istituzioni della nazione rimasero invariate. Tutti i poteri esecutivi straordinari di cui Mussolini si servì in questo primo periodo, derivarono dalle qualità personali e dal prestigio dell'uomo, e non da importanti modifiche costituzionali. Era vero che una minoranza di uomini, al comando di squadre a disciplina paramilitare, aveva violato la prassi normale per il legittimo trapasso dei poteri, e si era impadronita dell'apparato governativo, ma l'Italia era talmente stanca dei disordini che avevano caratterizzato gli anni del dopoguerra, che si erano levate soltanto poche voci di protesta. La Monarchia era evidentemente favorevole all'azione fascista; il Vaticano non sollevava alcuna obiezione. Giovanni Giolitti, che aveva dominato la politica italiana fino al 1915, dichiarò che l'avvento di Mussolini al potere era la sola soluzione logica della lunga crisi parlamentare italiana. Antonio Salandra ex presidente del Consiglio, affermò che Mussolini era nel pieno diritto di assumere il potere avendo già da quasi un anno costituito de facto il Governo italiano. Pareto affermò pubblicamente che « la Marcia su Roma è venuta al tempo giusto. Guai se tardava di un altro minuto perché si doveva senza altro contrastare e arrestare il processo di degenerazione... »(104) La maggioranza degli italiani sembrò trarre un sospiro di sollievo. L'ascesa di Mussolini al potere parve un ulteriore esempio della politica personalistica che era stata una caratteristica dei Governi italiani per oltre mezzo secolo. Un energico condottiero di uomini aveva preso le redini del Governo. Le sue eccezionali doti personali parvero promettere un ritorno a quella stabilità e continuità di cui l'Italia aveva goduto sotto dirigenti dinamici, degli anni passati. Un gran numero di italiani, dopo i disordini del decennio precedente, si aspettava, e a buon diritto, una normalizzazione, una restaurazione dell'equilibrio politico e sociale. Mussolini aveva strappato il potere alla vecchia classe politica: e, tuttavia, dei quindici Ministeri soltanto quattro andarono ai fascisti, che vennero, però, leggermente favoriti nella assegnazione dei Sottosegretariati; di questi, quindici furono affidati a fascisti, sei a deputati del Partito Popolare, tre a liberali, tre a nazionalisti e tre a democratici. Soltanto i socialisti erano stati esclusi, a priori, dal Governo. Mussolini mostrò grande rispetto per il Senato. L'unico indizio importante del fatto che il Fascismo non sarebbe stato una forza politica nel senso tradizionale della parola, fu la richiesta dei pieni poteri per un anno, avanzata da Mussolini per attuare le necessarie economie di Governo. Il Parlamento, prevalentemente non-fascista, gli accordò la fiducia con 215 voti contro 80. Ma neppure questo rafforzamento del potere esecutivo poteva considerarsi extracostituzionale. Mussolini aveva riscosso la fiducia della Nazione e il Parlamento si era trovato a dover scegliere tra l'accettare il sentimento nazionale predominante o « scomparire », secondo la minaccia di Mussolini.(105) Egli aveva difatti prospettato la possibilità di effettuare importanti mutamenti del sistema elettorale e di abolire il Parlamento così come era costituito. Ma, con queste eccezioni, il Governo rivoluzionario era stato sorprendentemente moderato nelle sue richieste. Per coloro che si accontentavano delle apparenze superficiali, coloro cioè che non tenevano conto delle precise vedute sociali e politiche di Mussolini, il nuovo Governo rappresentava soltanto uno della serie di Governi di coalizione che avevano retto l'Italia. Soltanto il modo in cui era giunto al potere e la personalità politica del nuovo « Duce » lo rendevano assolutamente singolare. Questa benevolenza nei suoi confronti derivava da una scarsa inclinazione a prendere in seria considerazione la dottrina 'fascista. Visto a distanza di tempo, tale disinteresse è quasi inspiegabile, giacché la logica delle finalità del Fascismo era evidente. Soltanto una parte accuratamente scelta e non rappresentativa delle dichiarazioni di Mussolini poteva essere interpretata in difesa delle istituzioni sociali e politiche tradizionali. Leggendo il contesto, appariva evidente che queste frasi servivano soltanto per gettare fumo negli occhi all'avversario e indurlo alla trattativa e all'accordo. Il Fascismo era un movimento sociale e politico radicale, e doveva essere giudicato in base alla tradizione dalla quale era sorto, ed alle convinzioni politiche dei suoi capi. In nessun senso si poteva pensare che il Fascismo potesse difendere la democrazia parlamentare tradizionale. Il Fascismo comportava una radicale ridefinizione delle basi filosofiche e teoretiche della società e dello Stato, e la sua ascesa al potere non poteva non implicare una profonda modifica degli ordinamenti politico-sociali italiani. Era evidente che il Fascismo partiva da presupposti radicalmente opposti a quelli dell'individualismo filosofico e politico che aveva fornito i concetti basilari della ideologia liberale e democratica. Il suo élitismo costituiva già un indizio immediato e approssimativo di questo fatto. Per di più; gli elementi fondamentali del sindacalismo e del nazionalismo erano sostanzialmente collettivisti, in senso sia filosofico che sociologico. Il Fascismo era il prodotto di una tradizione collettivista, che traeva le sue origini dal Marxismo e dalla tradizione sociologica di Gumplowicz, Pareto e Michels. Il Fascismo era frutto di una tradizione filosofica che intendeva l'individuo in funzione della vita di gruppo. Marx, uno dei principali esponenti di questa tradizione, concepiva l'uomo come « un animale sociale... per natura ».(106) Da questa convinzione essenzialmente teorica Marx 'riuscì a trarre norme di comportamento di questo genere: « Nel senso letterale, l'uomo è uno zoon politikón; non soltanto un animale sociale, ma un animale che può conseguire la sua individualità soltanto nella società ».(107) Un modello d'uomo simile a questo era alla base anche della tradizione gumplowicziana che considerava « l'uomo come un prodotto sociale, sia nel corpo sia nella mente[…] Il fenomeno sociale è sempre il principale: il pensiero dell'individuo e i prodotti etico-sociali quali religione, diritti, morale sono derivati ».( 108 ) Gumplowicz sosteneva che « l'individuo non viene prima del suo gruppo, ma è piuttosto il gruppo che viene prima dell'individuo. Noi siamo nati in un gruppo e muoriamo in esso... il gruppo ci precede e ci sopravviverà […] Aristotele concepiva giustamente questo rapporto quando affermava: 'il tutto viene necessariamente prima delle sue parti ».(109) Questa visione dell'uomo rimase a fondamento delle opinioni sociali e politiche dei teorici sindacalisti che sarebbero diventati i primi teorici del Fascismo. Così Olivetti, passato dal sindacalismo proletario al sindacalismo fascista, osservava che « la società è il necessario presupposto dell'individuo »(110) ed affermava che ciò che l'individuo valeva e quanto di valido vi era in lui erano patrimonio sociale. Il pensiero viene espresso con la parola, che è un prodotto sociale e che presuppone norme che possono avere significato soltanto in un ben preciso contesto sociale. L'espressione, e per conseguenza il pensiero effettivo, presuppongono norme di uso corretto che sono in sostanza criteri comuni e neutri, cioè prodotti sociali. Le norme generali di cui l'individuo si serve per regolare la propria vita conoscitiva, morale ed estetica sono prodotti sociali, sottoprodotti della comunità culturale che precede l'individuo e gli sopravvive. Qualunque contributo l'individuo apporti a tale patrimonio collettivo, lo apporta soltanto entro i limiti di norme prestabilite per la definizione della verità, per il giudizio normativo e per la valutazione estetica. Le realizzazioni umane sono essenzialmente prodotti sociali e storici. E’ utile osservare che a questo proposito Olivetti aveva fatto ricorso alla tradizione idealistica tedesca, richiamandosi dapprima alla tesi di Kant secondo la quale l'uomo è « per forza di cose membro di una comunità civile », e, infine, alla concezione hegeliana della società quale Io più vasto e sostanzialmente più vero.(111) In questo senso, il sindacalismo nazionale non soltanto si avvicinava sempre più alla posizione filosofica assunta dal nazionalismo di Corridoni (profondamente radicato nella stessa tradizione collettivista), ma acquisiva una fisionomia neo-hegeliana che non era in contrasto con l'idealismo di Gentile. Così Balbino Giuliano, seguace di Gentile, pubblicando la sua difesa del Fascismo, quasi contemporaneamente a quella di Olivetti, pressappoco nel periodo in cui il Fascismo salì al potere, poté addurre sostanzialmente gli stessi argomenti a sostegno della natura preminentemente sociale dell'uomo.(112) Per Balbino Giuliano lo sviluppo dell'individuo era una funzione delle interazioni sociali che presupponevano l'esistenza di una comunità storica governata da leggi. Soltanto agli inizi, e in conseguenza della più arida delle astrazioni, l'individuo poteva essere considerato come l'Io empirico, l'entità fisica che dura per alcune decine d'anni e quindi perisce. L'Io che gode di un reale valore morale è il più vasto Io che ha origine in un passato oscuro e lontano; il suo contenuto morale affonda le radici nella comunità spirituale della quale è parte costitutiva ma transeunte. Questo più vero Io parla lo stesso linguaggio e formula gli stessi pensieri di una comunità, la cui storia si addentra nei recessi del passato e anticipa un futuro imprevedibile. Questo Io più vero è l'erede di un patrimonio culturale dal quale si sviluppa la personalità in tutta la sua pienezza. Il valore intrinseco dell'individuo, qualunque sia, è sempre il prodotto specifico e determinato di una data comunità storica ed organica. Per i sindacalisti fascisti, per i nazionalisti e per gli idealisti gentiliani questa comunità è la Nazione mentre lo Stato ne è il supporto e l'espressione concreta: « Noi siamo nazionalisti e statalisti, affermiamo l'eticità della devozione alla società nazionale e all'organizzazione giuridica dello Stato, perché Nazione e Stato non sono entità anteriori a noi e alla nostra individualità, bensì vivono nel nostro Io... La fedeltà alla Nazione e allo Stato è anche fedeltà alla nostra verità più profonda; ed è supremo dovere etico, perché è suprema esigenza del nostro sviluppo spirituale ».(113) Il Sindacalismo fascista e il Nazionalismo di Corridoni avevano una comune origine teoretica nella tradizione sociologica di gruppo di Gumplowicz, Mosca, Pareto e Michels. Avevano perciò un modello di uomo, inteso come animale sociale, comune; un modello teorico ed esplicativo in grado di soddisfare le necessità di una gnoseologia sintetica. Questa tradizione scientifica naturalistica rimase fondamentale per la dottrina fascista; nel 1925 Panunzio, che ne fu uno dei principali propagandisti, definì il Fascismo « una dottrina politica, vale a dire una concezione dello Stato essenzialmente sociologica ».(114) Ed il modello di uomo proposto dai teorici sindacalisti e nazionalisti soddisfaceva non soltanto le necessità gnoseologiche, ma anche quelle del giudizio normativo. Il concetto di uomo quale animale preminentemente sociale, capace di conseguire la pienezza di sé, l'umanità, soltanto in un contesto sociale governato da leggi, esplica una forza morale notevolmente persuasiva. L'esortazione a completare la propria personalità non ha bisogno di ulteriori chiarimenti. Concepire la vita in seno alla società come condizione necessaria per realizzare se stessi vuol dire conferire alla società un importantissimo valore morale. Identificare, in un certo senso, l'Io con la società vuol dire attribuire alla società lo stesso valore morale tradizionalmente riconosciuto agli uomini in quanto agenti spirituali. Identificare la società con l'Io più vero vuol dire accordarle tutti i privilegi morali. Perciò Panunzio nel suo libro Lo Stato di diritto, scritto nel 1922, ribadiva il primato morale dello Stato in quanto entità etica. La spinta di queste concezioni condusse a una sostanziale fusione con l'idealismo etico che in Italia si era sviluppato di pari passo. Si trattava di una fusione naturale e complementare di elementi sociologici e teorici con elementi filosofici o normativi. Le concezioni politiche formulate dagli esponenti di questa dottrina sintetica e rivoluzionaria erano del tutto differenti da quelle del liberalismo tradizionale. Il sistema ideologico del liberalismo europeo si fondava su un particolare modello d'uomo. Per i filosofi del liberalismo, l'uomo era un Io individuale ed empirico e la società un aggregato contrattuale di individui. La società e lo Stato erano ritenuti entità totalmente derivate. Gli individui autonomi e unitari, preesistenti alla società, erano ritenuti dotati, dalla natura o dal Dio della natura, di diritti imprescrittibili e di valori indipendenti e distinti dalla società e dallo Stato. Tra questi diritti inalienabili era la libertà. Gli uomini erano nati liberi e la libertà era intesa come assenza di restrizioni. Per ragioni di convenienza e di reciproca protezione, gli uomini potevano accordarsi per associarsi in comunità e rinunciare a parte della propria libertà in cambio della sicurezza. Lo Stato era stato creato per attuare questi fini: utilità e sicurezza; ma trattandosi di una istituzione dagli scopi limitati, la sua importanza morale era negativa e contingente. Lo Stato, un male necessario, era tanto migliore quanto meno governava poiché qualsiasi legge impone restrizioni e ogni restrizione rappresenta un male. Se gli uomini riuscissero a seguire soltanto i dettami della ragione, le leggi sarebbero del tutto superflue ed essi vivrebbero liberi e senza intralci. Società e Stato erano considerati una continua minaccia alle libertà connaturate all'individuo, libertà che potevano essere garantite soltanto col frazionamento del potere dello Stato in varie suddivisioni, ciascuna delle quali studiata per controllare e bilanciare l'altra. Queste convinzioni servivano a sostenere il presupposto iniziale a favore dell'illimitata attività dell'individuo, che viene necessariamente sopraffatta da qualsivoglia ombra di restrizione. La massima pratica che è corollario naturale di questo postulato è quella che afferma che « qualsiasi limitazione, ogni limitazione, è un male ». Le concezioni dottrinarie del Fascismo, viceversa, partivano dal presupposto iniziale della supremazia delle comunità storiche governate dalla legge. L'individuo, per il Fascismo, è il prodotto, e non il creatore, della società e dello Stato. Società e Stato sono l'origine del compimento di sé, e la libertà è attività conforme alla legge. Come vedremo quando avremo occasione di esaminare la filosofia politica del Fascismo nella sua espressione più matura, ciò che i filosofi del liberalismo consideravano libera attività umana, per i fascisti assumeva il carattere di atto istintivo ed arbitrario. Per il liberalismo società e Stato erano oggetto di diffidenza e il loro contenuto morale era puramente contingente. Per il Fascismo società e Stato erano il fondamento morale dell'individuo in quanto essere umano. Come abbiamo già rilevato, dunque, il pensiero sindacalista pre-fascista e proto-fascista, quello nazionalista e quello gentiliano erano radicalmente anti-individualisti. Fin dal 1917 Panunzio aveva accettato in pieno la concezione « organica di società e di Stato, contrapposta alla concezione `atomistica' e `meccanicistica »;(115) una concezione che accordava una supremazia morale alla collettività, alle sue tradizioni e in particolare alla sua personificazione giuridica nello Stato, in antitesi con gli individui empirici e transeunti che la costituivano in ciascun particolare momento. In questo senso il Fascismo assunse inizialmente un indirizzo favorevole al mantenimento delle istituzioni e delle forme che potevano dare consistenza alla storicità della nazione e poté perciò dire di essere un «conservatorismo rivoluzionario».(116) Tutto ciò avrebbe dovuto apparire evidente a chiunque avesse dedicato un po’ di tempo all'approfondimento della dottrina fascista in evoluzione. Se gli uomini avessero conosciuto meglio la dottrina fascista, le affermazioni di Mussolini riguardanti la riduzione delle attività dello Stato alle sole funzioni che gli erano proprie, non sarebbero riuscite a suscitare i consensi che accompagnarono l'inizio della impresa fascista. Poco più di due mesi dopo la Marcia su Roma, Mussolini espresse chiaramente il suo proposito di dar vita allo «Stato Fascista»: «...lo Stato unico unitario, unico depositario di tutta la storia, di tutto l'avvenire, di tutta la forza della nazione italiana. […] Una idea morale che si incarni e che si esprima in un sistema di gerarchie […] Io intendo di ricondurre con tutti i mezzi tutta la Nazione ad una identica disciplina, che sarà superiore a tutte le sètte, a tutte le fazioni e a tutti i partiti ».(117) Fin dai suoi esordi il Fascismo considerò la Nazione come la « suprema sintesi di tutti i valori materiali e spirituali » che godeva perciò di una supremazia morale nei confronti degli « individui, delle categorie e delle classi [ ... ] che sono strumenti al servizio della Nazione... ». ( 118 ) Gli interessi degli individui, delle categorie e delle classi erano considerati legittimi soltanto se e in quando compatibili con i superiori interessi della Nazione. Era evidente che i fascisti, i sindacalisti, i nazionalisti e gli idealisti affidavano allo Stato, inteso come personificazione giuridica della Nazione, la responsabilità di determinare la natura e gli obiettivi specifici degli interessi nazionali, in ciascun determinato periodo. Mussolini aveva definito la Nazione e lo Stato:(119) la Nazione era la somma degli interessi materiali e spirituali di una particolare comunità storica, una comunità sorretta da un sentimento dominante ed indomabile e lo Stato ne era la personificazione giuridica. Lo Stato, quale sovrano, aveva la responsabilità immediata e mediata di mantenere l'ordine normativo, al di fuori del quale la vita dell'individuo è priva di significato. La società, la comunità storica, cioè, rappresenta la materia, lo Stato la forma della vita politica (come materia appetit formam, così societas appetit Statum). In quanto legittimo sovrano, lo Stato era il supremo depositario della forza e come tale aveva il compito di applicare le norme che, disciplinando il comportamento individuale e collettivo, rendono possibile la vita comunitaria.(120) Quindi per il Fascismo, lo Stato era « infinitamente superiore » sia agli individui sia alle organizzazioni che compongono la comunità nazionale. Nel primo anniversario della Marcia su Roma, Panunzio definì lo Stato Fascista « un grande esercito, una grande disciplina, una vivente gerarchia. Non basta più il solo Esercito militare, ma ci vuole, stretto col primo, un più grande Esercito civile, dai funzionari ai cittadini, dai cittadini ai funzionari. Non solo i soldati sono soldati e combattenti; tutti i cittadini dai più bassi ai più alti, sono soldati e combattenti [...] tutti siamo strumenti animati di quella sinfonia che è la vita nazionale ».(121) Queste erano le caratteristiche che il Fascismo attribuiva allo Stato sin dal tempo della sua trasformazione in partito politico, nel novembre del 1921. Roberto Farinacci, nella sua storia di questo periodo, precisa che la posizione del Fascismo di fronte allo Stato si era definita soltanto in tale arco di tempo e unicamente con l'adozione della concezione gentiliana dello « Stato etico ».(122) In simile contesto ogni riferimento allo « Stato manchesteriano » era semplicemente assurdo, e poiché non esprimeva alcuno dei presupposti fondamentali della concezione fascista, poteva soltanto fuorviare il giudizio. La dottrina fascista, dello Stato era radicalmente avversa alla « idolatria » liberale che attribuiva supremazia morale, storica e politica all'« individuo empirico », e di conseguenza era contraria a tutti i diritti « inalienabili » di cui l'individuo era ritenuto possessore.(123) Il Fascismo aveva, in effetti, « identificato la società con la Nazione, la Nazione con lo Stato e l'attività economica con l'attività politica ».(124) Lo Stato, a sua volta, veniva identificato con il Partito. Il Fascismo, affermavano i suoi teorici prima che il Fascismo stesso rivelasse le sue caratteristiche di dittatura plebiscitaria e di chiaro totalitarismo, aveva « una concezione totale della vita » che avrebbe trasfuso nello Stato. Il Partito era il portatore di questa concezione e lo Stato che avrebbe creato si sarebbe dovuto chiamare «Stato-Partito».(125) Le sue responsabilità erano etiche e pedagogiche. Al Partito spettava l'obbligo di ridestare nelle masse la coscienza dei loro interessi fondamentali e più veri, della loro sostanziale identità con la collettività che ne costituiva l'essenza morale. Questi furono i tempi sviscerati in quel periodo iniziale da teorici della statura di Panunzio, Guido Pighetti e Massimo Rocca, i quali rappresentarono responsabilmente il pensiero fascista; sulla base delle loro formulazioni era possibile fare, sullo sviluppo futuro del Fascismo, previsioni molto più sicure di quelle fondate esclusivamente sulla tattica politica seguita, alla luce del sole, dal Fascismo tra il 1922 e il 1924. Una volta che si riesaminino la logica sulla quale si fondava, e il contenuto ideologico che ispirava, il fondamento razionale del Fascismo, appare evidente che il Fascismo fu, fin dai suoi esordi, radicalmente contrario al liberalismo in quanto Weltanschauung sociale e politica, e alla democrazia che ne era l'espressione politica più importante. Né i fascisti cercarono mai di nascondere questa realtà. Come abbiamo visto, Mussolini aveva predetto l'inizio di un'epoca antiliberale antidemocratica. Subito dopo la Marcia su Roma egli definì la rivoluzione fascista, così come la rivoluzione bolscevica, sostanzialmente antiliberale e antidemocratica.(126) Esattamente, nello stesso periodo i teorici fascisti attaccavano violentemente le istituzioni liberali. Panunzio, Pighetti e Olivetti affermavano che era in via di formazione un nuovo tipo di Stato. Saggiamente Panunzio faceva notare che l'esistenza della Milizia faceva presagire come il Fascismo intendesse forgiare uno Stato completamente diverso da quello liberale il quale, in teoria, era sempre stato appannaggio delle maggioranze numeriche. Il Fascismo intendeva armare il suo Stato di una milizia che aveva giurato fedeltà ad un particolare partito. In tal modo il Fascismo proclamava il suo intendimento di conservare il potere anche, se necessario, contro una eventuale opposizione popolare. Panunzio faceva notare che il fenomeno che parallelamente si stava verificando nella rivoluzionaria Unione Sovietica, la Guardia Rossa, rappresentava l'organizzazione leninista corrispondente alla Milizia Volontaria per la Sicurezza Nazionale.(127) Ciascuna di queste due organizzazioni rappresentava la volontà di predominio di un'entità politica che prima del ventesimo secolo era ignota: il partito unico. Quasi immediatamente dopo l'avvento al potere, Mussolini incorporò ufficialmente nelle forze armate nazionali le squadre fasciste, con l'aiuto delle quali egli aveva strappato il controllo dello Stato al regime parlamentare. Dal gennaio del 1923 la Milizia divenne una forza armata ufficiale dello Stato. Giustamente Edoardo Susmel rileva che questo semplice atto « equivale a una condanna a morte del pre-esistente Stato demoliberale... ».( 128 ) Nessun altro atto rivelò più chiaramente ciò che il Fascismo poteva voler dire. In linea di principio il Fascismo non si occupò mai delle maggioranze elettorali; le sue preoccupazioni per le maggioranze furono puramente tattiche. A tale proposito Mussolini e il Fascismo furono brutalmente espliciti: il Fascismo era elitista, e i portavoce fascisti non si stancarono mai di trarre, e far notare, le conseguenze logiche di questo fatto. «Le folle e le élites si congiungono indissolubilmente nel processo storico, in quanto le prime non riescono ad evolvere e migliorarsi se non guidate o sospinte dalle seconde, e queste non riescono a vincere e dominare se non interpretano o anticipano un oscuro bisogno, una profonda aspirazione […] di quelle ». Il progresso, infatti, « è opera di minoranze elette e non di maggioranze... ».(129) Queste sono semplici parafrasi di temi ripresi da Oriani, Pareto, Mosca, Sorel e Michels e da una schiera di altri teorici il cui pensiero Mussolini aveva fatto proprio negli anni precedenti la Prima Guerra Mondiale. Nell'ambito del nazionalismo e dello statalismo che dal 1921 caratterizzarono il Fascismo, questi temi costituirono le premesse strategiche della politica totalitaria fascista.

CONTINUA...

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" Forse che non conoscendo a fondo il pensiero del Duce si può affermare di essere fascisti? Noi diciamo di no! Che il fascismo non è istinto ma educazione e perciò è conoscenza della sua mistica,che è conoscenza di Mussolini" (N. Giani)


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LO SVILUPPO DELLA DOTTRINA FASCISTA DOPO IL 1925

Dopo il 1925, a seguito di una serie di circostanze, la dottrina fascista assunse un carattere sempre più uniforme; le sue tesi si svilupparono con maggior rigore e le sue implicazioni furono più evidenti. Innanzitutto, fino al 1925, il Fascismo era vissuto in uno stato di crisi permanente. Dopo il primo smarrimento seguito alla Marcia su Roma, l'opposizione antifascista si era riorganizzata e aveva intrapreso una debilitante guerra di logoramento contro il Governo di Mussolini. Ma ben più minaccioso era il disordine che regnava nelle file dello stesso Fascismo. Il Fascismo aveva avuto una crescita spontanea e disordinata. I Fasci erano venuti organizzandosi in tutti i maggiori centri dell'Italia settentrionale intorno a popolari capi locali. Questi uomini, pur nominalmente subordinati al controllo degli organismi centrali del movimento, erano di fatto condottieri con un seguito personale. Essi lanciavano campagne paramilitari, organizzative e propagandistiche a loro discrezione e volontà. Qualsiasi decisione politica di Mussolini correva sempre il rischio di venire compromessa dalle azioni indipendenti di alcuni o di tutti i ras locali (come erano chiamati i dirigenti locali). Mussolini era riuscito ad impadronirsi dello Stato con questo partito indisciplinato. Dopo la Marcia su Roma, per quasi due anni, Mussolini continuò a promettere la cessazione della violenza fascista e, tuttavia, la violenza continuò. Il Partito correva il rischio di frantumarsi in fazioni e le espulsioni dalle sue file non erano infrequenti. Nel giugno del 1924, con l'assassinio di Giacomo Matteotti ad opera di fascisti, tutta la situazione politica diventò critica. Per sei mesi, il Governo fascista barcollò. Finalmente, Mussolini forzò la situazione: il Fascismo ebbe ragione delle opposizioni e in breve tempo Mussolini divenne il padrone assoluto del Partito. Il 3 gennaio 1925, dopo aver assicurato il proprio controllo sul Partito, Mussolini proclamò che il Fascismo, e soltanto il Fascismo, avrebbe governato la Nazione.(130) Da quel momento, il Fascismo fu libero di esprimersi senza equivoci. La sua dottrina poté essere articolata al di fuori di ogni restrizione e di qualunque riserva tattica; ma, come abbiamo visto, ciò non vuol dire che la dottrina fascista non avesse già da tempo-acquisito la specifica fisionomia che le fu propria. Il Fascismo, a partire dal 1921, anno della fondazione del Partito Nazionale Fascista, gravitò intorno ad un nucleo centrale di concetti che avevano assunto un aspetto ben definito in una dottrina politica notevolmente specifica. Nelle settimane che precedettero la uccisione di Matteotti, Mussolini poteva, a ragione, sostenere che il Fascismo aveva un programma « fondato su un principio unitario, basato su una concezione classica dello Stato », radicalmente differente da quella liberale.(131) Dopo la risoluzione della crisi seguita alla morte di Matteotti, il Fascismo fu libero di intraprendere un vasto programma di rivoluzione sociale, un programma accompagnato da esplicite affermazioni e anticipato, nei suoi aspetti dottrinari, già dal 1919.(132) Insieme a questi avvenimenti politici, un'altra circostanza condusse alla rapida maturazione della dottrina fascista. Una volta rafforzatosi al potere, il Fascismo attrasse a sé la fedeltà di un consistente gruppo di uomini di notevole calibro intellettuale. Immediatamente dopo il suo avvento, il Fascismo si servì dell'opera di uomini di fama internazionale quali Giovanni Gentile, Corrado Gini e Roberto Michels. Una volta insediatosi stabilmente al potere, a questi si aggiunsero esponenti di svariate discipline accademiche e scientifiche, ciascuno dei quali contribuì in qualche misura alla finalizzazione del fondamento dottrinario razionale del Fascismo. La cosa interessante ed istruttiva é che, indipendentemente dalla diversità dei contributi, tutto un insieme di temi e di concetti fu sempre presente e rimase sostanzialmente immutato. La dottrina fascista, dopo il 1921, mostra una straordinaria continuità nella tematica e nel contenuto. Ne vennero ampliati alcuni elementi e riformulate alcune argomentazioni, ma, nonostante il gran numero di individui che contribuirono alla sua articolazione, la dottrina stessa presentò sempre una notevolissima resistenza contro alterazioni sostanziali. In pratica mentre le idee sociali e politiche fasciste si tradussero in forme istituzionali e tecniche 'di vario tipo, il loro fondamento razionale rimase costante. La dottrina, come tutte le dottrine sociali e politiche, conteneva una dichiarazione dì finalità e le argomentazioni a sostegno di queste finalità, mentre, ovviamente, non si occupava delle procedure tecniche per la loro attuazione. Era chiaro che la attuazione delle finalità implicasse tutta una serie di problemi, estranei però all'interesse ed alla competenza della dottrina sociale e politica. Perciò, l'affermazione dottrinaria di Mussolini secondo la quale le principali categorie del processo produttivo, capitale e lavoro, dovevano avere riconoscimento giuridico per incontrarsi da pari di fronte alla legge allo scopo di risolvere le divergenze in una maniera compatibile con gli interessi nazionali, non conteneva alcuna specificazione del contenuto del Regio Decreto del 3 aprile 1926, che fornì le norme giuridiche per la sua attuazione. Questa distinzione tra fini e mezzi diventa più importante quando gli impegni dottrinari sono espressi in termini vaghi. In questo caso, l'applicazione fornisce un importante contenuto ad espressioni che hanno una forza persuasiva grandissima, ma minima forza razionale. Ma anche in questo caso, gli ideali dottrinari forniscono un'indicazione della direzione in cui muoverà la legislazione. Una dottrina fondata su una concezione dell'uomo che considera ciascun individuo sede di imprescrittibili diritti ha, naturalmente, minori probabilità di sfociare in una legislazione restrittiva di ciò che il liberalismo considera libertà individuali. Una dottrina che concepisce i diritti individuali come derivati è, prevedibilmente più disposta a introdurre una legislazione del genere. In nessun caso, comunque, è possibile prevedere una legislazione specifica, si possono soltanto immaginare le probabili conseguenze dei presupposti dottrinari. In questo senso, lo Stato Corporativo Fascista subì una graduale evoluzione, distinta, dagli stessi teorici del Fascismo, in una « fase sindacale » e 'una « fase corporativa », e assunse forme notevolmente diverse nei diversi momenti della sua esistenza. Ciò nonostante, i fascisti sostennero che le varie forme specifiche e transeunti delle istituzioni dello Stato erano assolutamente compatibili con « i fini posti dallo Stato a motivo fondamentale della propria azione », ed espressioni funzionali di essi.(133) L'accettabilità di queste affermazioni può essere valutata soltanto tramite il confronto responsabile tra le finalità dottrinarie, la legislazione emanata e le istituzioni fondate presumibilmente per raggiungerle. Ai fini della presente esposizione è necessario soltanto stabilire che i fascisti pensavano che i rapporti tra fini e mezzi fossero essenzialmente quelli cui abbiamo di anzi accennato. La dottrina non soltanto indicava le grandi mete programmatiche, ma conteneva anche una trattazione sommaria del sistema fideistico e dei fondamenti della fede; vale a dire, un'elencazione degli impegni essenziali o almeno una presentazione preliminare e stenografica dei giudizi ragionati intesi come credenze fondamentali utili a dissipare dubbi, a risolvere controversie, a indicare il corso dell'azione. Perciò i fascisti consideravano alcune particolari opere della letteratura dottrinaria di maggior importanza politica e sociale. Ciò vale ad esempio per la Carta del Lavoro, che venne approvata dal Gran Consiglio del Fascismo il 21 aprile 1927.(134) Uguale importanza fu attribuita alla Dottrina del Fascismo, che comparve, a firma di Mussolini, nel 1932.(135) In realtà, l'importanza di questi documenti può essere attribuita più alla loro origine che al loro contenuto. In un sistema gerarchico e autoritario, le affermazioni dottrinarie ufficiali possiedono necessariamente un'importanza politica e sociale maggiore di qualsiasi formulazione personale, per valida che sia. Sta di fatto che sia la Carta del Lavoro, sia la Dottrina del Fascismo sono formulazioni fortemente concentrate ed ellittiche della dottrina fascista. Dal punto di vista della ricostruzione razionale della dottrina storica del Fascismo la Carta rappresenta ancora meno. È un insieme di enunciazioni, un compendio di affermazioni di principio.(136) Fornisce anche le norme giuridiche per la formulazione e l'amministrazione delle leggi che dovevano governare i rapporti tra le categorie produttive organizzate in sindacati dei lavoratori e degli imprenditori ed i rapporti di entrambe con lo Stato. Ma non offre un fondamento razionale a proprio sostegno. Quest'ultimo può essere trovato soltanto richiamandosi a opere più sostanziali della letteratura dottrinaria. Qualsiasi esame obiettivo della letteratura dottrinaria tra il 1925 e il 1943 mostra che il Fascismo possedeva un insieme relativamente specifico di finalità ragionate già implicite, se non esplicite, nelle dichiarazioni pubbliche e negli scritti pubblicati di Mussolini fin dal 1922. Tra il 1919 e il 1924, Mussolini non riuscì a dominare né l'organizzazione e lo sviluppo spontaneo dei Fasci di Combattimento e del Partito Nazionale Fascista, né le loro parimenti spontanee opinioni. I Fasci sorsero spontaneamente e raccolsero elementi eterogenei intorno all'appello per la « difesa della vittoria nazionale », mentre il Socialismo ortodosso italiano poneva in dubbio la necessità stessa dell'entrata in guerra dell'Italia. Proprio l'eterogeneità degli elementi costitutivi condusse ad un'eterogeneità di opinioni che si rifletteva negli atteggiamenti programmatici di un movimento che si autodefiniva « problematicistico » e « pragmatista ».(137) Il tentativo di mettere in piedi un'organizzazione dove potessero trovar posto gruppi così disparati costrinse il movimento ad essere « antipregiudiziale », ed a presentarsi perciò, come né repubblicano né monarchico, né cattolico né anticattolico, né socialista né antisocialista.( 138 ) Sei mesi dopo la costituzione dei Fasci di Combattimento, Mussolini faceva capire che era « un po' difficile definire i fascisti. Essi non sono repubblicani, socialisti, democratici, conservatori, nazionalisti. Essi rappresentano una sintesi di tutte le negazioni e di tutte le affermazioni. […] Il fascismo mentre rinnega tutti i partiti, li completa ».(139) Qualsiasi cosa ciò significasse, sta comunque chiaramente ad indicare che il Fascismo, come forza organizzata, era un misto di gruppi disparati distinti, legati insieme da due ideali fondamentali: 1) la Nazione prima sopra di ogni altra cosa; 2) un corollario programmatico: il massimo sviluppo della produzione. Questi erano i fini ideali con i quali Mussolini tenne insieme i Fasci dopo la loro fondazione, nel marzo 1919, e che rimasero costanti per tutto il quinquennio successivo. Tutto ciò che egli riteneva che rafforzasse la vitalità della Nazione aveva la sua approvazione; egli affermava che « il comandamento supremo del momento » era la produzione.(140) I vari atteggiamenti tattici assunti dal nascente Fascismo non furono mai considerati, dai fascisti, immutabili. Inizialmente i Fasci sostennero la separazione tra Stato e Chiesa e la confisca dei beni ecclesiastici.(141) A ciò si univa la richiesta di una rappresentanza proporzionale in Parlamento, l'abolizione del Senato, l'estensione del voto alle donne e l'« esproprio parziale » del capitale mediante le sovrattasse ed una tassa progressiva sull'eredità.(142) Tutte queste richieste programmatiche tattiche vennero successivamente abbandonate. Mussolini affermò chiaramente che si trattava di richieste tattiche contingenti che « potevano variare secondo il tempo e il luogo ».(143) Soltanto la strategia era calcolata e aveva come risultato tattiche dipendenti dal tempo e dalle circostanze. È importante comprendere come le tattiche fossero dominate da una superiore strategia dottrinaria. La richiesta di parziale esproprio del capitale non era conseguenza di un impegno dottrinario derivante dalle convinzioni marxiste circa il fatto che il capitale privato sarebbe uno strumento di oppressione. Era stata avanzata soltanto per soddisfare quelle che Mussolini riteneva fossero le esigenze fondamentali della Nazione in quel particolare momento. Egli si preoccupava soprattutto di aumentare al massimo la produzione e di garantire il benessere nazionale. Se ciò poteva essere più efficacemente attuato senza la confisca dei beni della Chiesa e senza una sovrattassa sul profitto, Mussolini era pronto a rinunciare alla sua richiesta. A questo punto, la domanda che sorge spontanea è questa: se le richieste tattiche sono contingenti, come può un osservatore anticipare con qualche sicurezza la strada che imboccherà un movimento come il Fascismo? E questa è la risposta: grazie ad una profonda conoscenza e comprensione degli impegni dottrinari a cui si sposa. Nel 1919, Mussolini aveva definito il proprio pensiero con tutta una serie di idee ragionevolmente ben articolate. Di queste idee abbiamo già parlato. Nel 1921, queste idee erano diventate precise quanto poteva bastare perché un osservatore che le conoscesse bene, valutandole nel contesto della situazione politica e sociale di allora, potesse, con un certo grado di sicurezza, prevedere le caratteristiche future dello Stato Fascista che si andava delineando. Ciò risulta immediatamente evidente da una rassegna della Dottrina Fascista dopo il 1925; il suo contenuto è un letterale ritorno a tutte le categorie critiche delle precedenti convinzioni politiche e sociali di Mussolini. Dopo il 1925, Mussolini non era più ostacolato dalle necessità del compromesso per tenere insieme i gruppi più disparati e recalcitranti. Egli aveva il dominio assoluto del Partito. Non doveva più ammansire una minacciosa opposizione esterna al Partito. E le sue idee riemersero sostanzialmente inalterate dopo il lungo periodo di incubazione forzata. Dopo il 1925, la dottrina del Fascismo fu una riaffermazione degli elementi dottrinari che Mussolini aveva fatto propri durante la sua maturazione e la sua iniziale guida degli elementi che componevano il Partito Nazionale Fascista. Mussolini era notevolmente sensibile all'articolazione della dottrina fascista. Egli leggeva moltissimo, e di tutto. Nella situazione autocritica da lui stesso creata, egli divenne e rimase l'arbitro diretto o mediato di tutto ciò che veniva pubblicato come dottrina ufficiale. Molti dei libri pubblicati durante il periodo fascista contengono una sua introduzione ed il suo personale imprimatur. In ogni caso, gran parte di queste opere fu pubblicata sotto gli auspici ufficiali del Fascismo, da enti cui egli aveva delegato i propri poteri. L'autorità dottrinaria ultima promanava da Mussolini o da uomini che godevano della sua fiducia. Infine, gli autori di esegesi dottrinarie erano sufficientemente prudenti da tentar di scoprire le opinioni « definitive » di Mussolini prima di esporre le proprie idee. Le loro posizioni accademiche e sociali potevano benissimo dipendere dalla loro ortodossia. Il risultato fu la coerenza e la continua ripetizione della dottrina fascista. Tutte le polemiche (e lunghe furono le polemiche tra l'interpretazione « idealistica » e quella « naturalistica » della dottrina generale o tra l'interpretazione « politica » e quella « giuridica » dello Stato, tanto per citarne soltanto due tra le più importanti) erano condotte entro i binari della più o meno specifica dottrina. È fondamentale però ribadire il fatto che la dottrina fu sempre ragionevolmente coerente e specifica e che si trattò della dottrina che Mussolini aveva fatto sua fin dal 1921. Nel 1927, esistevano ormai già numerose esposizioni dottrinarie del Fascismo totalmente compiute. Gli impegni teorici e normativi a cui queste esposizioni davano espressione rimasero essenzialmente immutati per tutto il periodo fascista. Ne scaturì una sistematizzazione: il risultato di idee generali e rudimentali regolarmente e coerentemente applicate come schema concettuale di riferimento all'interpretazione di un insieme di fatti per fornire una soddisfacente spiegazione dei fatti stessi e una valida previsione dei fatti importanti futuri e, di conseguenza, una guida pratica di orientamento.(144) Non possiamo qui occuparci della condizione di verità dell'interpretazione, della spiegazione e della validità delle previsioni che ne derivavano. Ci occuperemo soltanto della sistematizzazione in se stessa, della nuova filosofia politica e sociale che raggiunse la maturità con la sintesi, del tutto esplicita, tra idealismo gentiliano e dottrina del Fascismo, avvenuta nel 1932. Tracceremo un abbozzo sommario della dottrina politica e sociale del Fascismo nella sua maturità e la nostra attenzione sarà rivolta a questo. La questione se la dottrina abbia raggiunto il rigore che potrebbe qualificarla come filosofia politica e sociale è puramente accademica. La distinzione tra dottrina politica e sociale fascista ormai matura e idealismo gentiliano viene introdotta soltanto per facilitare l'esposizione. Dopo il 1921, il Fascismo fu sostanzialmente compatibile coll'attualismo gentiliano, soprattutto a causa di circostanze storiche e intellettuali. Idealisti gentiliani, nazionalisti e sindacalisti nazionali avevano accettato, tutti, un nucleo comune di elementi dottrinari, mentre già nel 1921 lo stesso Mussolini aveva introdotto il concetto gentiliano di Stato etico nella dottrina del Fascismo. Le differenze derivavano soltanto dai presupposti sociologici del nazionalismo e del sindacalismo nazionale.(145) L'analisi gentiliana era irriducibilmente normativa e filosofica. Le conclusioni cui giungeva erano tuttavia assolutamente compatibili con quei presupposti. Le differenze verranno specificate nella trattazione che faremo del contributo gentiliano all'ideologia fascista.

LA DOTTRINA DEL FASCISMO NELLA SUA MATURITÀ

I teorici del Fascismo, riprendendo una delle convinzioni mussoliniane, sostenevano che qualsiasi dottrina sociale e politica ruota intorno ad una particolare concezione dell'uomo e della società.(146) Se ciò è vero, la dottrina del Fascismo ruotava intorno ad una concezione dell'uomo e della società che gli stessi teorici del Fascismo definivano variamente: « organica », « solidarista », « comunitaria » allo scopo di distinguerla da quella liberale, cui il Fascismo si opponeva nettamente. Prima dell'avvento del Fascismo, tanto i sindacalisti quanto i nazionalisti definivano la propria concezione generale dell'uomo e della società « organica »; essi, cioè, concepivano la società come un sistema, un insieme integrato di ricorrenti modelli di comportamento interpersonale governati da norme, ampia e differenziata quanto basta per essere autosufficiente rispetto alle esigenze funzionali dei suoi componenti e capace di lunga durata.(147) L'individuo era concepito come componente funzionale di un sistema sociale autoregolantesi. Era concepito come determinata persona soltanto per la funzione che assolveva all'interno della struttura di rapporti preesistenti all'occupazione da parte sua di un incarico e che sarebbero continuati dopo di lui.( 148 ) Per i fascisti, il parlare di sistema sociale, di integrazione, di dominio delle norme e di persistenza di modelli implicava l'esistenza di un ente centrale e sovrano di controllo e di regolamentazione, lo Stato; Perciò, in una delle prime sistematizzazioni della dottrina fascista, Giovanni Corso poteva sostenere che « società, legge e Stato sono concetti inseparabili [...] L'uno è intrinseco all'altro ».(149) Nel 1935, Stefano Raguso aggiungeva che finanche « la più semplice comunità umana è inconcepibile se non è sostenuta da un principio attivo di organizzazione e [...] questo principio di organizzazione [...] consiste nella subordinazione a un potere sovrano, politico ».(150) Questo rapporto era già stato reso sistematico nel 1927 da Corrado Gini (1884-1965), che faceva parte di una commissione incaricata di studiare le riforme costituzionali dopo l'ascesa del Fascismo al potere. Egli definiva la società « un sistema normalmente fondato su un equilibrio evoluzionista e devoluzionista, che possiede la capacità di' autoconservarsi e di riequilibrarsi », e che trova la sua massima espressione nello Stato moderno, dato che «le condizioni normali di tale organismo sono caratterizzate da un consenso tra le sue parti cosicché gli, interessi di ciascuno sono temperati dal, e si fondano sul, vantaggio comune dell'organismo[...] È impossibile avere questo consenso senza un potere normativo centrale [...] [che] concili gli interessi della maggioranza o della generalità della generazione presente con gli interessi superiori della vita futura della nazione [...] Il concetto dell'interesse nazionale come superiore agli interessi della maggioranza ed anche della totalità dei cittadini si accorda perfettamente con la concezione organicistica della società. L'organismo ha esigenze vitali ed evidenti che trascendono il presente ed alle quali gli interessi attuali devono essere frequentemente sacrificati».(151) Gini parla sostanzialmente da sociologo. Egli articola una serie di proposizioni teoriche che vogliono avere una funzione esplicativa e di previsione. Ma le loro implicazioni normative e più specificamente politiche sono ovvie. Quando la società viene definita organismo diventa indice di riferimento la collettività, il tutto organizzato, mentre l'individuo, in quanto parte componente il tutto, lo è soltanto per il contributo che dà alla conservazione del tutto. In un contesto più specificamente politico, perciò, Gini sosteneva: « La teoria liberale asserisce che la società è un aggregato di individui che devono' badare ai propri interessi e considera lo Stato la emanazione delle volontà individuali intesa ad eliminare i conflitti tra gli interessi degli individui. La teoria nazionalista, al contrario, considera la società come un vero e proprio organismo a sé stante, di grado superiore a quello degli individui che la compongono, un organismo dotato di vita propria e di interessi propri. Questi interessi sono il risultato del coordinamento delle aspirazioni presenti della generazione attuale con gli interessi di tutte le generazioni future che daranno vita futura alla nazione. Abbastanza spesso questi interessi sono in armonia l'uno con l'altro, ma talvolta gli interessi delle generazioni future sono in contrasto con quelli della generazione attuale e, in ogni caso, ne possono differire notevolmente, se non in direzione, almeno in intensità. L'ente destinato a rendere effettivi questi interessi superiori della società è lo Stato, che sacrifica, quando sia necessario, gli interessi dell'individuo e agisce in opposizione alla volontà della generazione attuale ».(152) Le affermazioni di Gini sono una rielaborazione di quanto aveva scritto nel 1925 Alfredo Rocco, ministro fascista di Grazia e Giustizia. Rocco aveva definito le idee politiche e sociali del Fascismo una « dottrina integrale di socialità » ed aveva affermato che « l'uomo vive e deve vivere nella società. Un essere umano al di fuori della società è una cosa inconcepibile, un non-uomo... » La società, a sua volta « è una frazione della specie umana dotata di unità di organizzazione per il raggiungimento dei fini peculiari della specie... Il fascismo sostituisce quindi la vecchia teoria atomista e meccanica che era alla base delle dottrine liberale e democratica con una concezione organica e storica della società. Quando dico organica non voglio dare l'impressione che io concepisca la società come un organismo alla maniera delle cosiddette 'teorie organiche dello Stato'; ma piuttosto intendere che i gruppi sociali, in quanto frazioni della specie, ricevono da ciò una vita ed un fine che trascende il fine e la vita degli individui, identificandosi con la storia e le finalità di una serie ininterrotta di generazioni... La cosa importante è constatare che questa concezione organica dello Stato conferisce alla società una vita continua al di sopra ed al di là della esistenza dei diversi individui. Perciò, i rapporti tra Stato e individui sono completamente capovolti dalla dottrina fascista. Invece della formula liberale e democratica della società per gli individui', abbiamo 'gli individui per la società', con questa differenza, però: che mentre le dottrine liberali eliminano la società, il Fascismo non affoga l'individuo nel gruppo sociale. Lo subordina, ma non lo elimina [ ... ] Per il Fascismo, la società è il fine, gli individui il mezzo, e la sua intera vita consiste nel servirsi degli individui come strumenti per i fini sociali... Il problema fondamentale della società nelle vecchie dottrine è la questione dei diritti dell'individuo. Il Fascismo, invece, affronta apertamente il problema dei diritti dello Stato e del dovere degli individui. I diritti individuali sono riconosciuti soltanto in quanto siano impliciti nei diritti dello Stato ».(153) Le affermazioni di Rocco ottennero l'esplicito avallo di Mussolini e la serie di proposizioni che ne costituivano la sostanza ricomparvero a più riprese nelle definizioni dottrinarie fasciste durante tutto il ventennio.(154) Le affermazioni di Rocco costituiscono chiaramente una giustificazione politica dell'ideologia del Fascismo. Quanto scrisse Gini ha invece un valore presumibilmente conoscitivo. Gini sostiene che una trattazione adeguata del comportamento umano deve far riferimento al ruolo ed alla condizione dei singoli individui. I concetti di ruolo e condizione sono incomprensibili a meno che non vengano intesi nel contesto di istituzioni, di sottosistemi che esigono risposte interpersonali prestabilite. Queste risposte offrono la diagnosi di alcuni aspetti specifici delle forme organizzative e societarie esistenti. Qualsiasi valida trattazione del comportamento dell'uomo deve far riferimento a simili fatti sociali irriducibili.(155) I riferimenti a comportamenti organizzati per uno scopo e diretti a uno scopo riassumono modelli perenni di comportamento; il significato analitico di queste affermazioni è quello di riuscire a mettere insieme affermazioni che riguardino un certo numero di individui. Ma i regolari rapporti che evidentemente si ottengono tra individui possono essere spiegati soltanto facendo riferimento alle norme che stabiliscono la loro appropriatezza o non appropriatezza. E’ evidente che persino Rocco concepiva in tal modo l'analisi. Egli parla del gruppo sociale « pervaso da influssi spirituali »: l'unità di lingua, di cultura, di religione, di tradizione, di costumi, di leggi che sono tutte governate da norme e che offrono il minimo essenziale per la conservazione del modello che definisce la « società ».(156) Finora, i riferimenti alla Nazione, incontrati in questa ricostruzione della dottrina del Fascismo, sono stati marginali. Un'analisi simile può essere condotta per qualsiasi gruppo sociale, per qualsiasi collettività organizzata. Infatti, abbiamo visto che definizioni di questo tipo furono ereditate dal Fascismo dalla tradizione sociologica che ebbe pratico inizio con Gumplowicz. Gini cita Gumplowicz come uno dei più importanti precursori dell'organicismo.(157) L'organicismo come sistema esplicativo ed analitico non si rivolgeva ad uno specifico oggetto, vale a dire che le obiezioni contro l'individualismo metodologico non comportavano necessariamente il riferimento a un qualsiasi specifico gruppo organizzato, gruppo, razza, classe, setta, casta o Nazione, come elemento privilegiato dell'analisi. Se l'analisi del marxismo ortodosso era esatta, la classe avrebbe costituito l'effettivo oggetto di analisi. Ma, dal momento che le affermazioni teoriche dei fascisti avevano ovvie implicazioni normative, l'oggetto di fedeltà divenne la Nazione. Come abbiamo visto, i sindacalisti radicali furono tra i primi ad operare il passaggio analitico e teorico dalla classe alla Nazione come elemento fondamentale di analisi. Olivetti definiva il sindacalismo « la filosofia dell'associazione », fondata sull'empirica generalizzazione che considera l'esistenza umana impossibile al di fuori di una qualche « ordinata associazione » di simili.( 158 ) Il tema centrale divenne il seguente: quali rassomiglianze sono sufficienti per avere un'associazione vitale? Una volta identificate queste somiglianze, è identificato anche l'ele¬mento fondamentale di analisi. Arturo Labriola (1873-1959), uno dei fondatori del sindacalismo in Italia, sosteneva che l'esperienza aveva dimostrato che il sentimento di classe è in massima parte artificiale; il solo interesse di classe si era dimostrato incapace di generare e sorreggere un gruppo che avesse potere normativo. « Non c'è dubbio », sosteneva, « che il sentimento nazionale ed il sentimento etnico sono molto più spontanei e potenti ».(159) Già nel 1911 egli aveva affermato che il sentimento di nazionalità è il prodotto di una vita di gruppo trascorsa entro i confini di un'associazione, governata da norme e leggi, molto più vasta e di maggior valore sentimentale della classe.(160) Questa analisi fu proseguita dai teorici del Fascismo e i fondamenti obiettivi della « simiglianza », i fattori cioè che conducono alla conservazione ed alla durata del gruppo, furono infine identificati nelle comuni origini territoriali, nella comune discendenza, negli usi e costumi comuni, nella comune cultura, nella lingua comune, nella comune storia, in un comune sistema di leggi.(161) Queste erano le basi obiettive su cui riposava il sentimento di nazionalità. Nelle sue lezioni propedeutiche di sociologia politica all'Università di Roma, nel 1927, Michels le specificò così.(162) Come abbiamo già detto, Mussolini aveva fatto propria questa analisi fin da prima del 1919. I teorici fascisti concepivano l'uomo come un animale sociale in possesso delle predisposizioni naturali che conducono alla conservazione di una vita comunitaria organizzata. Come già abbiamo detto, essi sostenevano che l'uomo ha in comune con tutti gli animali sociali il senso della territorialità e una predisposizione a identificarsi con una ristretta comunità di propri simili. Le somiglianze che sorreggono la coesione del gruppo variano nel tempo e nello spazio; ma, in generale, qualche caratteristica socialmente ben visibile fornisce la base iniziale per l'identificazione. In possesso di queste predisposizioni caratteristiche, gli uomini si ritrovano sempre in gruppi di limitata ampiezza. Non per caso Michels divenne un portavoce di queste concezioni. Egli discendeva in linea diretta dalla tradizione di Gumplowicz, Pareto e Mosca, caratterizzava l'uomo sostanzialmente nello stesso modo e aveva accettato per validi gli stessi fattori di formazione del gruppo scoperti dai suoi predecessori. Ugualmente , Ezio Maria Olivetti, figlio di A. O. Olivetti, in un libro che ottenne l'avallo di Mussolini,(163) faceva risalire questi elementi dottrinari alla « tradizione sociologica antindividualista », popolare nell'Italia prebellica,(164) con evidente allusione agli uomini che seguivano la tradizione di Gumplowicz. Carlo Costamagna, in una delle più mature espressioni della dottrina fascista, dà prova evidente non soltanto della sua dipendenza da Pareto e Mosca, ma anche della sua familiarità con le opere di Gumplowicz.(165) La dottrina fascista ereditò queste concezioni dalla tradizione sociologica dell'Italia prebellica, ma fu la concezione dello Stato, che divenne fondamentale per il pensiero fascista soltanto nel 1921, a conferire al Fascismo un carattere specifico e determinato suo proprio. I fascisti sostenevano che mentre il popolo, sorretto dai sentimenti di gruppi ai quali abbiamo accennato, costituisce il contenuto dello Stato, lo Stato è formalmente definito dalle sue funzioni politiche e giuridiche. I fascisti sostenevano anche che, tecnicamente parlando, qualsiasi forma di vita associata ordinata ed autonoma è animata da uno Stato.(166) Lo Stato è « qualsiasi società o comunità umana tenuta insieme da un nesso politico ».(167) L'elemento formale dello Stato è il suo potere sovrano politico e giuridico. Lo Stato è « il creatore di un ordine, per il tramite di leggi o norme, che riduce tutte le entità componenti all'unità e coordina tutte le attività verso un fine comune ».( 168 ) Lo Stato è il depositario ultimo della forza alla quale, in ultima analisi, qualsiasi ordine deve far ricorso per le sanzioni legali. Teorici fascisti come Panunzio ammettevano che associazioni organizzate all'interno dello Stato avessero la capacità di emanare norme e regole che governassero i propri iscritti, ma sostenevano anche che queste norme e regole avevano valore reale soltanto se erano direttamente o indirettamente sanzionate dallo Stato.(169) Si ammetteva, cioè che l'associazione poteva seguire interessi, reali o immaginari, che fornivano le basi di identificazione fra gli uomini. La crescita imponente delle organizzazioni economiche, in particolare dei sindacati, era una prova evidente di questa realtà storica. Sette, circoli, cooperative, associazioni culturali, costituivano tutti associazioni a favore di particolari interessi, governate da norme, all'interno dello Stato. Erano tutte autonome fintanto che erano capaci di governare la propria organizzazione interna per mezzo della promulgazione di norme procedurali e sostanziali. Lo Stato non poteva, per nessun motivo, esercitare il proprio diritto sovrano su di loro. Le organizzazioni dovevano continuare a funzionare in base alla forza della propria capacità di imporre sanzioni ai propri iscritti. Tuttavia, ribadivano i fascisti, lo Stato è l'unica ed ultima fonte di sanzioni imperative, dal momento che lo Stato ha il diritto esclusivo di regolare l'uso della forza. In pratica, il Fascismo respingeva la tesi secondo la quale potesse esistere qualche limite, in linea di principio, alla sovranità politica e giuridica dello Stato. Lo Stato era « integrale », « totalitario ». Il Fascismo non concepiva alcun interesse, né economico, né educativo, né religioso, né culturale che ricadesse fuori della sfera d'azione dello Stato. Non esistevano, di conseguenza, interessi privati distinti da interessi pubblici.(170) Questa idea trovò la sua espressione dottrinaria nell'aforisma mussoliniano: « Tutto nello Stato, niente al di fuori dello Stato, niente contro lo Stato ».(171) Se il termine comunità si riferisce ad un certo numero di individui il cui comportamento è governato da un ordine normativo, e se lo Stato fornisce la sanzione ultima che sostiene quest'ordine, si intende allora che lo Stato costituisce una realtà sociale di fondo ed essenziale che ha la stessa estensione e gli stessi limiti della comunità e la precede logicamente. Se questa comunità è una Nazione, una comunità cioè che ha storia e cultura comune, che si manifesta in comuni, stabili e abituali preferenze e priorità che permettono ai suoi componenti di avere in comune, in maniera più intima, una più vasta gamma di rapporti reciproci che non con gli estranei, allora la Nazione e lo Stato, in senso critico, si fondono. Nel parlare dello Stato per sé ci si riferisce ad un ordine normativo e nel parlare nella Nazione si parla di un insieme di individui viventi il cui comportamento esemplifica quell'ordine. Questi concetti trovano espressione stenografica nella Carta del Lavoro: « La ... Nazione è un organismo che ha fini, vita e potenzialità superiori, per forza e durata, agli individui, presi singolarmente o collettivamente, che la compongono. E' un'entità morale, politica ed economica che trova la sua realizzazione integrale nello Stato Fascista ».(172) Lo Stato, di conseguenza, si assume la responsabilità del mantenimento dell'ordine morale che fornisce la continuità storica della comunità che è la Nazione.(173) Nel documento che divenne la base della matura ideologia del Fascismo, Mussolini riassume questi concetti dottrinari nel modo seguente: « Caposaldo della dottrina fascista è la concezione dello Stato, della sua essenza, dei suoi compiti, delle sue finalità. Per il fascismo lo Stato è un assoluto, davanti al quale individui e gruppi sono il relativo. Individui e gruppi sono « pensabili » in quanto nello Stato. Lo Stato liberale non dirige il gioco e lo sviluppo materiale e spirituale delle collettività, ma si limita a registrare i risultati; lo Stato fascista ha una sua consapevolezza, una sua volontà, per questo si chiama uno Stato etico. Nel 1929... io dicevo: 'Per il fascismo lo Stato non è il guardiano notturno che si occupa soltanto della sicurezza personale dei cittadini; non è nemmeno una organizzazione a fini puramente materiali, come quello di garantire un certo benessere e una relativa pacifica convivenza sociale, nel qual caso a realizzarlo basterebbe un consiglio di amministrazione; non è nemmeno una creazione di politica pura, senza aderenze con la realtà materiale e complessa della vita dei singoli e di quella dei popoli. Lo Stato così come il fascismo lo concepisce e attua è un fatto spirituale e morale, poiché concreta l'organizzazione politica, giuridica, economica della nazione, e tale organizzazione è, nel suo sorgere e nel suo sviluppo, una manifestazione dello spirito. Lo Stato è garante della sicurezza interna ed esterna, ma è anche il custode e il trasmettitore dello spirito del popolo così come fu nei secoli elaborato nella lingua, nel costume, nella fede. Lo Stato non è soltanto presente, ma è anche passato e soprattutto futuro. È lo Stato che trascendendo il limite breve delle vite individuali rappresenta la coscienza immanente della nazione. Le forme in cui gli Stati si esprimono, mutando, ma la necessità rimane. E’ lo Stato che educa i cittadini alla virtù civile, li rende consapevoli della loro missione, li sollecita all'unità; armonizza i loro interessi nella giustizia; tramanda le conquiste del pensiero nelle scienze, nelle arti, nel diritto, nell'umana solidarietà; porta gli uomini dalla vita elementare della tribù alla più alta espressione umana di potenza che è l'impero; affida ai secoli i nomi di coloro che morirono per la sua integrità o per obbedire alle sue leggi... ».(174) Questa concezione dello Stato come sostanza morale della Nazione dell'individuo, come tutore delle virtù civile, come coscienza immanente della comunità e ordine morale precostituito nel quale l'individuo ritrova il suo vero Io è la chiara translitterazione delle concezioni morali di Georges Sorel. Per Sorel, l'ente di rigenerazione morale, in un'epoca divenuta flaccida, era il sindacato, la classe operaia organizzata al servizio della rivoluzione sociale. Il sindacato era governato da un ordine morale che stabiliva la forma ed il contenuto degli obblighi individuali, obbli¬ghi che fornivano la base per le attribuzioni morali, obblighi ideati per dirigere le vite degli eroi. Queste vite avrebbero dovuto essere vite di dedizione e sacrificio al servizio di un ideale. Il perseguimento dell'ideale doveva essere intrapreso con una unicità di intenti che esigeva la sfida della violenza come dimostrazione di impegno. Tutti questi elementi erano sopravvissuti nelle concezioni politiche sociali mature di Mussolini. Ciò che era cambiato era l'oggetto di fedeltà: la classe aveva ceduto il posto alla nazione.(175) La lotta che offriva le occasioni di impegno era la lotta tra le nazioni invece della lotta tra le classi. La prova della violenza era data dall'ascesa rivoluzionaria al potere e dalla guerra, prova ultima di eroismo e di sacrificio. Strumento di rigenerazione morale era la nazione. La Nazione, in quanto ideale da raggiungere, era il mito organizzatore della rivoluzione fascista il mito costituzionale del Regime .(176) I teorici fascisti non riuscirono però a svolgere mai una trattazione pienamente convincente del mito così come venne utilizzato dalla dottrina fascista. Sebbene la letteratura dedicata a questo concetto fosse abbondante, tuttavia ben poche opere rispondevano ai requisiti elementari di rigore intellettuale. Questo fatto fu ammesso dai migliori tra gli stessi teorici del Fascismo.(177) È possibile, comunque, specificarne alcune caratteristiche. È chiaro che il concetto ebbe origine con Sorel e Pareto. A questo proposito, è un vero peccato che i commentatori non abbiano considerato seriamente l'identificazione che i pensatori fascisti facevano tra questo concetto e quello proposto da Pareto e Sorel. Pareto dice chiaramente che « la dottrina sociale [ ... ] se vuole avere una qualche influenza, deve assumere la forma del mito ».( 178 )
I fascisti, in generale, ritennero che il mito avesse funzioni imperative ed esortative. Il suo linguaggio è il linguaggio dell'incitamento. In quanto tale, le sue prescrizioni di divieti non sono mai conseguenza di una dimostrazione, le sue conclusioni non sono mai la necessaria conseguenza di deduzioni rigorosamente discendenti da un qualsiasi limitato insieme di proposizioni descrittive. I miti sono, in senso paretiano, prodotti non logici; sono essenzialmente argomenti morali e come tali ricadono al di fuori del dominio di ciò che Pareto, e i fascisti dopo di lui, definiva ragionamento logico-sperimentale. In questo senso i miti costituiscono una classe distinta di interessi. Essi si fondano inestricabilmente sui sentimenti, su atteggiamenti che, sebbene influenzati dal ragionamento, non ne sono mai una conseguenza deduttiva. Qualsiasi mito si fonda su una tendenza attitudinale e qualsiasi argomentazione che si concluda con un'esortazione o emetta un giudizio normativo si fonda inestricabilmente su un sentimento irriducibile. In qualsiasi argomentazione che abbia valore morale esistono parole che hanno valore di per sé. Il valore di queste parole dà a queste argomentazioni la capacità di equilibrare le proposizioni descrittive con quelle normative. In ogni discussione del genere, si deve sempre presupporre l'assistenza di un pregiudizio positivo nei confronti di qualche valore generale, che può essere la sopravvivenza collettiva o personale, la libertà, la democrazia, l'ordine, la gloria o il profitto (e così via), prima di accettare un'argomentazione. Perciò Mussolini sosteneva che prima che un'argomentazione possa essere presentata a sostegno di una politica, si deve necessariamente presumere che gli ascoltatori abbiano in comune un sentimento favorevole ad alcuni valori indubbiamente vaghi, ma impellenti.(179). Le implicazioni di un valore possono essere specificate mediante definizioni sempre più precise e ragionamenti possono essere proposti a suo sostegno, ma il valore deve avere una determinata forza iniziale di persuasione prima che sia intra¬presa una discussione che abbia qualche significato.(180) Così, ad esempio, per poter stabilire il primato morale della Nazione è necessario supporre che l'interlocutore condivida un sentimento positivo a favore del compimento dell'Io. La discussione, allora, ha il necessario punto d'appoggio. Allora si può sostenere, servendosi di proposizioni descrittive e analitiche, che il compimento dell'Io, in senso valido, è impossibile al di fuori di una ben ordinata comunità umana, che la lingua e il pensiero, fondamentali per il compimento dell'Io, sono psicologicamente, se non logicamente, inconcepibili al di fuori delle regole grammaticali e sintattiche del discorso, possibili soltanto quando tutti gli interlocutori parlino la stessa lingua. Queste argomentazioni, insieme alle proposizioni descrittive che riguardano le condizioni necessarie per il mantenimento della continuità del modello e dell'organizzazione sociale, possono condurre a giudizi che attribuiscono valore allo Stato in quanto ente che ha l'obbligo di favorire e di difendere l'ordine normativo della comunità. In virtù di queste considerazioni, dell'assoluta necessità, cioè, di porre un sentimento comune a presupposto di qualsiasi discorso che abbia un senso, le discussioni politiche e sociali assumono un carattere che le distingue dalle discussioni che rientrano nel campo della scienza. Le discussioni politiche e sociali sono inevitabilmente non logiche. Per mezzo di queste discussioni, viene a costituirsi una gerarchia di valori per l'assegnazione degli obblighi e l'attribuzione della lode o del biasimo. Si genera in tal modo un sistema morale. Se lo Stato agisce da guardiano di questo sistema, viene definito « etico ». Se il sistema viene predicato sulla base di un nucleo centrale di impegni al quale tutti gli altri impegni sono subordinati, questo nucleo viene definito mito del sistema. Il mito centrale del Fascismo era la nazione. Mussolini e i teorici fascisti sostenevano che qualsiasi sistema politico è animato, implicitamente o esplicitamente, da un mito organizzatore e, in circostanze adatte, anche costituzionale.(181) Oscar di Giamberardino affermava, perciò, che « ogni teoria politica e sociale... ha a suo fondamento una maniera particolare di concepire l'uomo nella sua individualità e nei suoi rapporti con la specie... ».(182) È questa concezione dell'uomo, concezione formulata in termini falsamente descrittivi, che si traduce in giudizi normativi prescrittivi e proscrittivi. Una simile concezione è un mito, non perché non sia vera, ma perché una trattazione teorica di per sé è incapace di assumere il carattere normativo indispensabile all'appello politico e sociale. La politica si serve del linguaggio dell'appello lanciato sulla base di comuni sentimenti, e di conseguenza si serve di argomenti intrinsecamente distinti da quelli della scienza, che, idealmente, è libera da valori. È questa la maniera generale di concepire il mito che si ritrova nella migliore letteratura teorica fascista. Si tratta, con piccole modifiche, di un'analisi paretiana e sorelìana. E ne incontra le stesse difficoltà. Sia Canepa sia Costamagna, ad esempio, parlano del sentimento in base al quale viene predicata la tesi politica in termini di « intuizioni » e «fede ». In questo senso, questi sentimenti hanno una qualità irriducibile molto simile a quella dei « residui » di Pareto e delle « intuizioni » di Sorel. Tutti questi termini sono vaghi e ne deriva immediatamente che «intuizioni », « fede » e « residui » sono indiscutibili. Sono semplicemente dati. Sebbene i fascisti abbiano regolarmente avanzato argomentazioni a sostegno del loro particolare mito politico, l'uso di termini come «intuizione » o « fede » fa pensare ad un impegno distaccato da qualsiasi discorso ragionato. Altra conseguenza che deriva da ciò è il fatto che qualsiasi differenza di sentimento, inteso come « fede » o indiscutibile «intuizione », può essere risolta soltanto facendo ricorso alla violenza. Questa deficienza trova espressione negli scritti dei « mistici » fascisti che ribadiscono la derivazione transrazionale delle loro tesi gnoseologiche.(183) Accettando per vera questa loro posizione, non può esistere alcun sistema razionale in virtù del quale possano essere risolte le differenze. Gli avversari possono essere trattati soltanto come se appartenessero a due categorie che li comprendono tutti: 1) quella degli ignoranti incorreggibili; e 2) quella dei malvagi. I primi devono rimanere per sempre sotto la tutela degli illuminati, mentre i secondi diventano, legittimamente, oggetto di punizioni. Esiste, come abbiamo visto, qualche prova del fatto che personalmente Mussolini non accettasse presupposti transrazionali. Mussolini era un anti-intellettuale, nel senso che abbiamo specificato, ma non esiste prova, anzi, esiste qualche prova in senso contrario, del fatto, che egli fosse un transrazionalista. Tuttavia, queste questioni non furono risolte definitivamente durante il periodo fascista e, come vedremo, infettarono l'ideologia fascista fin nella sua forma più sostanziale. Una volta comprese le concezioni fondamentali della dottrina fascista, il resto si rivela come una riaffermazione di quegli elementi che Mussolini aveva fatto propri in gioventù. La massima parte di questi elementi hanno assunto la forma di proposizioni descrittive e semiteoriche riguardanti la natura dell'uomo in quanto essere singolo e in quanto componente una collettività. La massima parte divennero di uso comune nella letteratura dedicata all'esposizione della dottrina fascista. L'uomo è essenzialmente un animale sociale. Come tale, è portato a identificarsi con una comunità di limitata ampiezza. Questa identificazione comporta un processo di sviluppo che comincia nella prima infanzia, periodo nel quale vengono inculcate le norme ed il bambino si avvezza alla vita sociale responsabile. Da qui deriva l'importanza attribuita dal Fascismo all'organizzazione politica della gioventù. Il continuo processo di socializzazione è in gran parte compiuto per mezzo del mimetismo e della suggestione. Da qui, l'importanza attribuita dal Fascismo alla necessità dei riti e delle cerimonie. In sostanza, sostengono i fascisti, la vita morale della maggioranza degli individui non matura mai oltre questi stadi; i loro valori e le loro preferenze non sono mai nulla di più del riflesso dei valori e delle preferenze prevalenti all'interno della comunità con cui essi si identificano. Da qui, l'importanza attribuita dal Fascismo alla responsabilità dello Stato nel controllo degli strumenti di informazione, in modo che il cittadino medio viva in un' ambiente attentamente controllato. La stima che il Fascismo ha dell'uomo è tutt'altro che lusinghiera. La valutazione negativa di Mussolini era assai vivida.(184) Abbandonati a se stessi, gli uomini cedono alla propria stupidità ed ai propri infimi impulsi. Soltanto in un'atmosfera di alta tensione morale, sotto la sferza insistente di un ideale esigente e la disciplina necessaria per la sua attuazione, gli uomini possono sperare di trascendere se stessi. Una condizione del genere può aversi soltanto sotto il disciplinato controllo di una aristocrazia rigorosamente autoselezionata capace di imporre la propria volontà alle energie elementari delle masse. Da qui, l'importanza attribuita dal Fascismo al partito unico, gerarchico e disciplinato. Il partito doveva assumere quelle funzioni tutorie, educative e morali ché avrebbero creato gli homines novi, i quali avrebbero vissuto una nuova vita in un nuovo stile e con un nuovo carattere.(185) Infine, se le masse sono sostanzialmente inerti, capaci soltanto di fornire l'energia elementare al servizio di un mutamento preciso, qualsiasi concetto di sovranità popolare sarebbe stato, per principio, difficile. All'abbandono del concetto di sovranità popolare, seguì l'abbandono delle elezioni popolari e incontrollate. Il Fascismo preferì un Bonapartismo plebiscitario, sistema compatibile con le sue convinzioni dottrinarie e con la tradizione protofascista. L'aristocrazia inizia il mutamento e in seguito, dopo che siano stati impiegati tutti i sistemi per dar vita al consenso popolare, viene indetto un plebiscito, non per legittimare il mutamento, ma per mobilitare efficacemente le masse al suo servizio. Il Fascismo era un movimento di solidarietà di massa e non era per niente indifferente alle masse. Ammetteva che l'introduzione delle masse nel regno della vita politica rappresentava una delle caratteristiche più insolite del ventesimo secolo. Era sua intenzione controllare le masse; creare, sulla base di un consenso sui valori, un movimento di massa unitario a sostegno della politica dell'aristocrazia dirigente. Concepiva la nazione in termini di grande esercito, capace di dedizione, eroismo e vittoria definitiva soltanto se inquadrato e diretto con competenza da un'aristocrazia politica. E’ difficile non udire in ciò un'eco delle convinzioni politiche e sociali del giovane Mussolini. Ricorrono gli stessi temi, vengono eseguite le stesse analisi, vengono proposte le stesse argomentazioni, che sono sostenute dagli stessi richiami sentimentali. La differenza sta nella sempre maggior sistematicità. Verso la fine del periodo fascista, ad esse venne data quella che forse è la più chiara e lineare espressione nella Dottrina del Fascismo di Carlo Costamagna. Il fondamento razionale del Fascismo, sosteneva Costamagna, si basa su tre considerazioni concettuali fondamentali: la formula politica, la classe politica minoritaria che ne tenta l'attuazione e la massa politica mediante la quale questa viene effettuata.(186) Tutte considerazioni di cui si era occupato Mussolini in gioventù. Infatti, mentre il termine formula politica era tratto da Mosca, Costamagna lo identificò col mito paretiano e soreliano. La sua analisi della funzione del mito era sostanzialmente quella del giovane Mussolini. La formula politica, sosteneva Costamagna, è una formula stenografica e talvolta ellittica che esprime la base morale ultima su cui si fonda la legittimità del potere di una classe politica. Il riconoscimento, da parte della massa politica, della legittimità del Governo reca con sé l'obbligo morale dell'obbedienza al Governo stesso. Inoltre, la formula politica fornisce la gerarchia di valori che ordinano l'universo morale dell'individuo. La formula politica dà il contenuto degli imperativi e la loro forza normativa. Nei termini del linguaggio dottrinario del Fascismo, la Nazione era concepita come la fonte reale ed ultima di tutto ciò che ha valore nell'individuo. La Nazione era sostanzialmente intesa come una comunità governata da regole. Lo Stato era la fonte ultima di sanzione che, nel rendere operanti le norme, faceva della Nazione una realtà. In tal modo, lo Stato e la Nazione si identificavano nell'espressione « Stato-Nazione ». Poiché il sistema normativo è la sostanza morale costitutiva del popolo, che a sua volta costituisce il contenuto dello Stato-Nazione, lo Stato e il popolo si identificano nell'espressione « Stato-popolo ». Poiché il sistema normativo dominante è il prodotto di una serie di atti creativi da parte delle aristocrazie politiche storiche, e l'aristocrazia politica attuale ha la responsabilità di sostenere e perpetuare il sistema, e di educare le masse alle loro responsabilità, l'aristocrazia organizzata in un partito unico e il sistema possono identificarsi nella espressione « Stato-partito ». Ne risulta un opportuno insieme di sostituzioni che permette di identificare la Nazione con lo Stato, il popolo e il partito. Questo, in sostanza, è ciò che il Fascismo intendeva per « sistema politico integrale » o totalitarismo. Ciò implicava un'identificazione degli interessi reali ultimi della Nazione, dello Stato, del partito dell'individuo, per quanto divergenti fossero i loro interessi apparenti. Poiché lo Stato e il partito venivano in pratica identificati con la volontà di un uomo, Mussolini, costui veniva ad identificarsi, grazie alle sostituzioni di cui sopra, con la Nazione. Proprio questa identificazione conferiva alla guida di Mussolini il suo carattere « carismatico»; il Duce era concepito come « l'incarnazione vivente ed attiva » della Nazione.(187) Il concetto di carisma entrò ufficialmente nella dottrina fascista; Michels, infatti, definì il Regime un « governo carismatico », mentre il manuale ufficiale del Partito del 1936 sosteneva che « la teoria 'carismatica' della società nazionale ha trovato, in realtà, la sua prima piena attuazione nel Fascismo ».( 188 ) Il Duce era Capo del Governo e Primo Ministro, autore di decreti-legge, capo effettivo di tutte le istituzioni militari, politiche ed economiche, Comandante della Milizia, Capo del Gran Consiglio del Fascismo, Maresciallo dell'Impero, e personificazione fisica della Nazione.

SINTESI FASCISTA

La dottrina fascista fu, in gran parte, creazione personale di Mussolini. Taluni suoi elementi erano parte essenziale del pensiero sociale politico di Mussolini già nel 1904 (quando questi aveva 21 anni). Come egli stesso ebbe a dire, comunque, facevano parte a loro volta di diverse tradizioni politiche ed intellettualì.(189) Le tre principali fonti dottrinali della sintesi fascista erano, come abbiamo visto: la tradizione anti-parlamentarista di Gumplowicz, di Mosca e di Pareto, la tradizione radicale sindacalista di Sorel, la tradizione nazionalista di Corradini. La comune provenienza e tutto un insieme di circostanze storiche fecero confluire queste tradizioni nel Fascismo. Ciò che mancava era un principio unitario, un concetto che desse a questi elementi una unità logica valida e sostenibile. Il concetto unificatore fu la concezione gentiliana dello Stato: accettandola e facendola propria il Fascismo divenne il primo, vero movimento totalitario del ventesimo secolo. Il caposaldo del totalitarismo fascista fu la concezione dello Stato. La dottrina del fascismo è basata sulla priorità morale della Nazione e dello Stato come suo fondamento morale rispetto ai quali ogni altro valore è subordinato. Così stando le cose, noi non ci siamo occupati delle diverse e svariate istituzioni attraverso le quali fu realizzata la integrazione dell'economia.(190) La struttura istituzionale dello Stato Corporativo è molto meno importante della gerarchia dei valori che ne fornì la base razionale. I fascisti spiegarono subito, e senza equivoci, che per giungere all'auspicata integrazione della vita economica, intellettuale e politica della Nazione in una unità indissolubile, essi avrebbero usato qualunque sistema che, si fosse dimostrato efficace.(191) La base razionale che sosteneva l'intero sistema fu espressa in vari modi, più o meno raffinati. L'espressione più matura si trova nelle opere di Giovanni Gentile il quale, come si è detto, apportò alla ideologia fascista il concetto critico di « Stato etico ». Si deve quindi ricorrere a Gentile per avere, della filosofia sociale e politica del Fascismo, la trattazione più convincente e qualificata, ed è alla sua opera che noi, ora, rivolgeremo la nostra attenzione.

NOTE AL CAPITOLO QUARTO

1) R. M. MacIver, The Web of Government, New York 1965, p. 183.
2) « Dottrina del fascismo », Opera, XXXIV, 122.
3) « Per l'espulsione dal Partito », Opera, VI, 40.
4) « 'Se credono di avermi imbavagliato sbagliano' », Opera. VII. 46.
5) « La necessità dell'intervento », Opera, VII, 67.
6) « Fronda... », Opera, VII, 127.
7) « Il dovere dell'Italia », Opera, VII, 98.
8 ) « La necessità dell'intervento ». Opera, VII, 66. « Per la libertà dei popoli. per l'avvenire dell'Italia », Ibid., 78.
9) « Popolo e borghesia », Opera, VIII, 71 e segg.
10) « Il dovere dell'Italia », Opera, VII, 101; cfr. « L'inevitabile cimento ». Ibid., p. 189.
11) « Un appello ai lavoratori d'Italia dei Fasci d'Azione Rivoluzionaria », Opera. VII, 117.
12) « La situazione internazionale ». Opera, VII. 148.
13) « Dopo l'adunata », Opera, VII, 152 e segg.
14) « ... E guerra sia. » Opera, VII, 419.
15) « Il sangue è sangue! », Opera, VIII, 32; cfr. « 'Usque ad finem' », Ibid., p. 84.
16) « Per la libertà dei popoli, per l'avvenire dell'Italia », Opera, VII, 77.
17) « Se fosse vivo », Opera, VIII, 105, « Intermezzo », Opera, IX, 293.
18 ) « Divagazioni pel Centenario ), Opera, XI, 46 e segg.
19) « Guerra di popoli », Opera. VII, 73, 72; cfr. « Ombre e penombre », Opera. VII, 341-343.
20) « Il sangue è sangue! » Opera, VIII. 31 e segg.
21) Cfr. « 'L'armée nouvelle' », Opera, XI, 118-127.
22) « Per la libertà dei popoli, per l'avvenire dell'Italia ». Opera. VII. 79.
23) « Gli Herveisti del Galles », Opera, VIII. 90 e segg.
24) « L'attimo che fugge... », Opera, IX, 150 e segg.
25) « Malessere », Opera, X, 143.
26) « Abbasso il Parlamento! », Opera, VII, 376.
27) « L'adunata », Opera, VII, 139 e segg.
28 ) « I morti che vivono... », Opera, VII, 120.
29) « L'attimo che fugge... », Opera, IX, 150.
30) « Trincerocrazia », Opera, XI, 140-142.
31) « Divagazione », Opera, XI, 270 e segg.
32) « Divagazioni pel Centenario », Opera, XI, 47.
33) « Il fucile e la vanga », Opera, XI, 35.
34) « 'Tu quoque' Jouhaux? », Opera, XI, 357 e segg.
35) « Il sindacalismo nazionale: per rinascere! » Opera, XII, 11-14.
36) « Nel mondo sindacale Italiano: rettifiche di tiro », Opera, XII, 250.
37) « La politica nazionale: primo squillo », Opera, XII, 223.
38 ) « Conquiste e programmi », Opera, XII, 245.
39) Cfr. R. FARINACCI, Storia della rivoluzione fascista, Cremona 1937, I, 121 e segg.;
G. PINI e D. SUSMEL, op. cit., I, 387 e segg.
40) « Discorso di Dalmine », Opera, XII, 314.
41) « Atto di nascita del fascismo », Opera, XII, 325.
42) V. PARETO, Trasformazione della democrazia, Rocca San Casciano 1964, p. 33.
43) « Atto di nascita del fascismo », Opera, XII, 326 e segg.
44) Ibid., p. 325.
45) Ibid., p. 323. Già in precedenza aveva usato l'espressione « nazione proletaria » a proposito dell'Italia, (cfr. « Un altro passo », Opera, XII, 229), Mussolini incolpava in particolare la Lega delle Nazioni di essere divenuta strumento delle « nazioni plutocratiche » per la difesa delle loro posizioni di privilegio,
(cfr. « Il fascismo e i problemi della politica estera Italiana », Opera, XVI., 158; « Le linee programmatiche del Partito Fascista », Opera, XVII, 177 e segg.)
46) « Discorso di Trieste », Opera, X, 216; « La Babele e il resto », Opera, XVIII, 235 e segg. La stessa convinzione fu ribadita nel 1924; cfr. « Occorre luce di pensiero, di cultura. d'idealità », Opera, XXI, 160 e segg.
47) « Forze e programmi », Opera, XVII, 282.
48 ) « Nel solco delle grandi filosofie: relativismo e fascismo », Opera, XVII, 269.
49) « Fascismo e sindacalismo », Opera, XVIII. 226; « Programma », Opera. XVII, 321; « Al popolo di Ferrara », Opera, XVI, 248.
50) « Le linee programmatiche del Partito Fascista », Opera, XVII. 174 e segg.
51) « Rimango il capo del fascismo » Opera, XIX. 63; « Il programma fascista ». Opera, XVII, 221.
52) « Discorso di Piazza Belgioioso », Opera, XIV, 124.
53) « Il discorso di Napoli », Opera, XVIII, 457.
54) « Breve preludio », Opera, XVIII, 19.
55) « L'azione e la dottrina fascista dinnanzi alle necessità storiche della nazione », Opera, XVIII, 419.
56) Cfr. « Stato, antistato e fascismo », Opera, XVIII, 258-263.
57) « Il diritto della vittoria », Opera, XIV, 53.
58 ) « Il programma fascista », Opera, XVII. 220.
59) Y. DE BEGNAC, Palazzo Venezia, p. 133.
60) « La filosofia della forza », Opera. I, 175.
61) Ibid.
62) « Il socialismo oggi e domani », Opera, VI, 41.
63) « Per Ferdinando Lassalle », Opera, I, 65 e segg.
64) « Vecchie usanze », Opera, XIV, 194.
65) « Tra il vecchio e il nuovo: 'Navigare necesse' », Opera, XIV, 231 e segg.
66) « Divagazione: l'ora e gli orologi », Opera, XIV, 397.
67) « La marcia del fascismo », Opera, XV, 299.
68 ) « Le linee programmatiche del Partito Fascista », Opera, XVII, 174.
69) Y. DE BEGNAC, Palazzo Venezia, p. 133: cfr. pp. 178 e segg., 212 e segg.
70) « Il programma fascista », Opera, XVII, 221, 219.
71) « Discorso inaugurale al secondo Congresso dei Fasci », Opera, XIV, 468.
72) « Il fascismo nel 1921 », Opera, XVII, 101 e segg.
73) « Il primo discorso alla Camera dei Deputati », Opera, XVI, 445.
74) « Programma e statuti del Partito Nazionale Fascista », Opera, XVII, 335.
75) « Forze e programmi », Opera, XVII, 282.
76) « Da che parte va il mondo? », Opera, XVIII, 71.
77) « L'azione e la dottrina fascista dinnanzi alle necessità storiche della nazione », Opera, XVIII, 414.
78 ) « Il programma fascista », Opera, XVII, 220.
79) « I nostri postulati: per la storia di una settimana », Opera, X, 87.
80) « L'azione e la dottrina fascista dinnanzi alle necessità storiche della nazione », Opera, XVIII, 415.
81) « Adagio », Opera, XVIII, 410.
82) « Fiera di 'Demos' », Opera, XVIII, 360.
83) « Nel solco delle grandi filosofie: relativismo e fascismo », Opera, XVII, 268.
84) « Discorso di Monza », Opera, XVI, 128; « Discorso di Piazza Belgioioso », Ibid., p. 124; cfr. « Illusioni e mistificazioni: il paradiso leninista », Ibid., p. 117. Sui rapporti tra fascismo e intellettuali, in questo periodo, cfr. C. QUARANTOTTO, Gli intellettuali e la Marcia su Roma, Roma 1972; e C. QUARANTOTTO,
« Vittorini, fascista `integrale' », in la Destra, luglio 1972.
85) V. PARETO, Corso, II, par. 1036.
86) Cfr. « Ai fascisti della Lombardia », Opera, XVI, 174; « Dopo due anni », Ibid., p. 212; « Discorso di Piazza Belgioioso », Ibid., p. 300; « Prefazione al pro¬gramma », Opera, XVII. 352.
87) « Atto di nascita del fascismo », Opera, XII, 325.88
88 ) « Nel mondo sindacale Italiano: rettifiche di tiro », Opera, XII, 250.
89) « Sindacalismo », Opera, XVIII, 386.
90) « Discorso di Piazza Belgioioso », Opera, XVI, 300; cfr. « Salandra », Ibid., 320; « Discorso di Verona », Ibid., 335; « Scoperte », Opera, XVII,186.
91) « Discorso di Piazza Belgioioso », Opera, XVI, 301, « Discorso di Piazza Borro¬meo », Ibid., p. 347; « Il discorso di Napoli », Opera, XVIII,459.
92) « Il Libro Bianco », Opera, XVII, 278 e segg.
93) « Dove impera Lenin », Opera, XVII, 78; cfr. « Sindacalismo Francese: una dichiarazione-programma », Opera, XIV, 247
94) « L'azione e la dottrina fascista dinnanzi alle necessità storiche della nazione », Opera, XVIII, 419.
95) Questa concezione è di Jean Jaures, ma fu accolta, e sostenuta per tutta la vita, da Mussolini come rappresentazione della struttura ideale della Nazione. Una concezione simile dell'organizzazione delle forze sociali

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" Forse che non conoscendo a fondo il pensiero del Duce si può affermare di essere fascisti? Noi diciamo di no! Che il fascismo non è istinto ma educazione e perciò è conoscenza della sua mistica,che è conoscenza di Mussolini" (N. Giani)
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96) H. FINER, Mussolini's Italy, New York 1965, p. 146.
97) Citato da MEISEL, in Genesis..., p. 230 e da G. PINI, The Official Life of Benito Mussolini, Londra 1939, p. 104.
98 ) P. GORGOLINI, Il fascismo nella vita Italiana, Torino 1923, p. 3, (prima edizione 1921). Tutti i riferimenti sono fatti alla seconda edizione.
99) Ibid., p. 43.
100) Ibid., pp. 33, 35, 131.
101) Ibid., pp. 42-44.
102) Ibid., pp. 48, 73 e segg.
103) Questo è quanto sostiene De Marsanich e si dimostra sostanzialmente giusto. Cfr. DE MARSANICH, Lo stato nel ventennio fascista, Roma s.d., p. 7.
104) G. PINI e D. SUSMEL, Op. cit., 'II, 259.
105) « Il primo discorso presidenziale alla Camera dei Deputati », Opera, XIX, 15-24; e « Replica ai Deputati », Ibid., pp. 25-28.
106) K. MARX, Das Kapital, Werke, Berlino 1962, XXIII, 346. È tradotto in « l'uomo.., è un animale sociale » nel Capitale, Mosca 1954, I, 326.
107) K. MARX, Grundrisse der Kritik der politischen Oekonomie, Berlino 1953, p. 6.
108 )L. GUMPLOWICZ, Outlines ..., p. 39.
109 )L. GUMPLOWICZ, Die sociologische Staatsidee. p. 211.
110) A. 0. OLIVETTI, Il sindacalismo Come filosofia e come politica, Milano 1924, p. 28. Cfr. G. PIGHETTI, Sindacalismo fascista, Milano 1924, pp. 88, 143.
111) A. 0. OLIVETTI, Il sindacalismo come filosofia e come politica, pp. 28, 30 e segg., 92. Cfr. I. KANT, Anthropologie in pragmatischer Hinsicht, Berlino 1869, pp. 260-262.
112) B. GIULIANO, L'esperienza politica dell'Italia, Firenze 1924, pp. 198-204.
113) Ibid., p. 200.
114) S. PANUNZIO, Lo stato fascista, Bologna, 1925, p. 51. Cfr. S. PANUNZIO, Che cos'è il fascismo?, Milano 1924, p. 77.
115) S. PANUNZIO, « Principio e diritto di nazionalità », in Popolo, nazione, stato, Firenze 1933, p. 80 (il Saggio fu scritto nel 1917). Cfr. le obiezioni di Panunzio alla concessione « atomistica e contrattuale » della società e dello Stato: S. PANUNZIO, Stato nazionale e sindacati, Milano 1924, p. 93.
116) S. PANUNZIO, Che cos'è il fascismo? p. 79; Lo stato fascista, pp. 21-30. Cfr. M. ROCCA, Il primo fascismo, Roma 1964, p. 53.
117) « L'instaurazione dello stato fascista », Opera, XIX, 82.
118 ) G. PIGHETTI, Op. cit., p. 18. Il brano si riferisce alla prima formulazione, dei postulati dottrinari del Sindacalismo fascista, enunciata il 24 gennaio 1922 da Michele Bianchi.
119) Ibid., p. 222; S. PANUNZIO, Stato nazionale..., p. 38.
120) S. PANUNZIO concepiva la jurisdictio e l'imperium come un'unica cosa, non due. Cfr. S.PANUNZIO, Lo stato fascista, pp. 92, 134; cfr. « La riforma elettorale », Opera, XIX, 316.
121) S. PANUNZIO, Che cos'è il fascismo?, p. 16.
122) Cfr. R. FARINACCI, Storia della rivoluzione fascista, III, 230-262, in parti¬colare 256.
123) Ibid., pp. 265, 238.
124) Ibid., p. 265.
125) S. PANUNZIO, Lo stato fascista, p. 169; G. PIGHETTI, Op. Cit., pp. 149, 155 e segg.
126) « Forza e consenso », Opera, XIX, 195; « La riforma elettorale », Ibid., p. 310.
127) S. PANUNZIO, Lo stato fascista, pp. 145 e segg.
128 ) E. SUSMEL, Mussolini e il suo tempo, Cernusco sul Naviglio 1950, p. 179; cfr. C. QUAGLIO, Orientamenti della rivoluzione fascista, Lucca 1937, p. 69.
129) M. ROCCA, OP, cit., pp. 191, 31 e segg. Cfr. « Replica ai Senatori », Opera, XIX, 47.
130) Esistono numerose versioni valide degli eventi storici succedutisi nel corso di questo periodo. Ho trovato che le più utili sono quelle di H. FINER, Mussolini's Italy e di H. W. SCHNEIDER, Making the Fascist State, New York, 1928.
131) « Sull'indirizzo di risposta al discorso della Corona », Opera, XX, 317; cfr. pp. 320, 324.
132) Cfr. A. Rocco, La trasformazione dello stato, Roma 1927. pp. 8 e segg.
133) G. BOTTAI, Esperienza corporativa (1929-1935), Firenze s.d., p. 22. Cfr. S. PANUNZIO, Il sentimento dello stato, Roma 1929, parte II.
134) Cfr. G. BOTTAI, La Carta del Lavoro, Roma, 1928, pp. 6 e segg.; E. M. OLIVETTI, Sindacalismo nazionale, Milano 1927, pp. 157-161; A. TURATI, « The Labour Charter », in A Survey of Fascism, International Center of Fascist Studies, Londra 1928, pp. 136 -140. Gli attuali neo-fascisti, quali ad esempio A. DE MARSANICH, op. cit., pp. 9 e segg., conferiscono alla Carta lo stesso significato e importanza dottrinaria.
135) La seconda parte della Dottrina, quella scritta personalmente da Mussolini, divenne il preambolo allo Statuto del Partito Nazionale Fascista nel 1938.
136) S. PANUNZIO, Il diritto sindacale e corporativo, Perugia 1930, pp. 38 e segg., 46 e segg. Vincenzo Zangara parla della Carta come di una « affermazione di principi generali... ». (V. ZANGARA, Rivoluzione sindacale: lo stato corporativo, Roma 1927, p. 149).
137) « Il 'Fascismo' », Opera, XIII, 220.
138 ) « Dopo i fatti del 15 aprile 1919 », Opera, XIII, 63; « Per un'azione politica », Ibid., p. 209;
« Il 'Fascismo' », Ibid., pp. 218 e segg.; « I diritti della vittoria », Opera, XIV, 51.
139) « La prima adunata fascista », Opera, XIV, 44.
140) « Per l'intesa e per l'azione fra gli interventisti di sinistra », Opera, XIII, 252; « Chi possiede, paghi! » Ibid., p. 224.
141) « Per i Fasci di Combattimento ». Opera, XIII. 113: « I postulati fondamentali del blocco fascista », Opera, XIV, 111.
142) « Per un'azione politica », Opera, XIII, 208: « Prima vittoria ». Ibid.. pp. 221
segg.; « Sbrigatevi, signori! », Ibid., p. 265.
143) « Per l'intesa e per l'azione fra gli interventisti di sinistra », Opera, XIII, 254.
144) Cfr. A. CANEPA, Sistema di dottrina del fascismo, Roma 1937, I, 10 e segg.
145) Nel 1926 Puchetti, sosteneva che il Fascismo e la sua dottrina potevano essere spiegati sulla base di « considerazioni puramente sociologiche »: cfr. A. PUCHETTI, Il fascismo scientifico, Torino, 1926, p. 4.
146) « Dottrina del Fascismo », Opera, XXXIV. 117.
147) Per una rassegna contemporanea della tradizione « organicistica » con alcuni riferimenti alla funzione che ebbe nel Fascismo, cfr. M. MAROTTA, Organicismo e neo-organicismo, Milano 1959.
148 ) Questi concetti sono sviluppati, sostanzialmente negli stessi termini in Corso. Lo stato fascista, pp. 69-72. Cfr. anche S. PANUNZIO, Popolo, nazione, stato, pp. 13-28.
149) Ibid., p. 70.
150) S. Raguso, Elementi di scienza politica corporativa. Firenze 1935, p. 28
151) C. GINI, Il neo-organicismo, Catania 1927, pp. 27, 42 e segg.
152) C. GINI, « The Scientific Basis of Fascism », Political Science Quarterly, XLII, n. 1, marzo 1927, 102 e segg.
153) A. Rocco, « The Political Doctrine of Fascism », Communism, Fascism and Democracy, a cura di C. Cohen, New York 1964, pp. 341, 342 e segg., 344.
154) Nel 1927 Rocco riaffermò la dottrina fascista della Società, dello Stato e dei rapporti con i singoli sostanzialmente nello stesso modo. Cfr. A. Rocco, La tra¬sformazione dello Stato, pp. 16 e segg.
155) G. BORTOLOTTO, Faschismus und Nation, Amburgo 1932. pp. 32 e segg.
156) A. Rocco, « The Political Doctrine of Fascism », op. cit.. p. 342.
157) C. GINI, Il neo-organicismo, p. 8.
I58 ) A. O. OLIVETTI, Il sindacalismo come filosofia e come politica, pp. 11, 15, 21, 39, 40 e segg. Cfr. Corso, op. cit.. cap. 2.
159) A. LABRIOLA, Socialismo contemporaneo. Napoli 1921. p. 303.
160) A. LABRIOLA, « La patria come sentimento », Sindacalisti italiani, pp. 77 e segg.
161) È un richiamo a Mazzini: cfr. G. MAZZINI, « Dell'unità italiana », Scritti editi e inediti. Roma 1906, II, 125. Cfr. P. S. MANCINI, Prolusione al corso di diritto costituzionale, Roma 1931; C. COSTAMAGNA, Dottrina del fascismo, Torino 1940, p. 187. Cfr. S. PANUNZIO, Popolo, nazione, stato, pp. 14 e segg.;
C. COSTAMAGNA. Elementi di diritto costituzionale corporativo fascista, Firenze 1929, pp. 23-25.
162) R. MICHELS, « Patriotism », First Lectures in Political Sociology, New York 1949, p. 157. Cfr. anche Der Patriotismus. Prolegomena zu seiner soziologischen Analyse, Monaco 1929, dello stesso autore.
163) Mussolini in una lettera A. O. OLIVETTI, datata 22 novembre 1927. Opera, XXIII, 301.
164) E. M. OLIVETTI, Sindacalismo nazionale, p. 95.
165) C. COSTAMAGNA, Dottrina del fascismo, p. 80.
166) Ibid., p. 149; cfr. C. QUAGLIO, op. cit, p. 161; G. BORTOLOTTO, Massen und Fuehrer in der faschistischen Lehre, Amburgo 1934, p. 25.
167) C. COSTAMAGNA, Elementi..., p. 19.
168 ) S. RAGUSO, op. cit., p. 28.
169) Cfr. S. PANUNZIO, Il diritto sindacale e corporativo.
170) C. COSTAMAGNA, Dottrina del fascismo, pp. 145 f.
171) « Per la Medaglia dei Benemeriti del Comune di Milano », Opera, XXI, 425.
172) « La carta del lavoro »; cfr. nota n. 134 del presente capitolo.
173) L'ordinamento dello stato fascista, a cura del Partito Nazionale Fascista, Roma 1936, p. 27.
174) « Dottrina del fascismo », Opera, XXXIV, 129.
175) È questo un tema costante e ricorrente nella affermazione della dottrina fascista. G. BORTOLOTTO, Massen und Fuehrer in der faschistischen Lehre, p. 13; P. GORGOLINI, Il fascismo spiegato al popolo, Torino 1935, pp. 69 e segg.
176) Cfr. COSTAMAGNA, Dottrina del fascismo, pp. 111 e segg.
177) A. CANEPA, op. cit., III, 78 e segg.
178 ) V. PARETO, The Mind and Society, III, par. 1868.
179) Mussolini, nella sua introduzione a R. KORHERR, Regresso delle nascite, morte dei popoli, Roma 1928, p. 22; « Il numero come forza », Opera, XXIII, 215.
180) Cfr. La discussione di Pareto dei miti e dei sentimenti in V. PARETO, La trasformazione della democrazia, pp. 43-48.
181) C. COSTAMAGNA, Dottrina del fascismo, pp. 111, 129; C. PELLIZZI, Fascismo-aristocrazia, Milano 1924, p. 192 cfr. A. CANEPA, op. cit., III, 79, n. 14.
182) O. DI GIAMBERARDINO, L'individuo nell'etica fascista, Firenze 1940, p. 5.
183) Il più noto, se non certamente l'unico autore in questa tradizione è JULIUS EVOLA. Nel 1928 sosteneva che il Fascismo deve « combattere la scienza profana, democratica e materialista, sempre relativa e incerta, schiava dei fenomeni e di leggi non universali, muta rispetto alla profonda realtà dell'uomo... ». Sosteneva che il « vero » Fascismo dà nuovo vigore alla « Scienza sacra, interiore e segreta... alla scienza che conduce alle forze occulte che regolano il nostro organismo... ». Si richiamava cioè alla tradizione occultista. J. EVOLA, Imperialismo pagano: il fascismo dinnanzi al pericolo euro-cristiano, Roma 1928, p. 12.
Cfr. J. EVOLA, Rivolta contro il mondo moderno, Milano 1934 (cfr. III ed., Roma 1969 n.d.r). In generale il « misticismo » fascista non è altro che una forma di idealismo etico. Cfr. E. MARTINOLI, Funzione della mistica nella rivoluzione fascista, Udine 1940.
184) « Preludio al Machiavelli », Opera, XX, 251-254.
185) Queste convinzioni davano vita ad un insieme di generalizzazioni teoretiche e descrittive, espresse da Rocco nel seguente modo: « Per una legge fondamentale della vita sociale, chiamata da Maine legge di 'imitazione', le masse tendono a seguire la volontà di qualche elemento dominatore, di alcuni cosiddetti 'spiriti guida': A. Rocco, « The Transformation of the State », What is - Fascism and Why?, a cura di T. SILLANI, New York 1931, pag. 22. Cfr. A. MARPICATI, Il Partito Fascista, Milano 1938, pag. 69;
La cultura fascista, a cura del Partito Nazionale Fascista, Roma 1936, pagg. 9-17.
186) C. COSTAMACNA, Dottrina del fascismo, pp. 99-116.
187) R. MICHELS, First Lectures in Political Sociology, p. 126.
188 ) Il Partito Nazionale Fascista, Partito Nazionale Fascista, Roma, 1936, p. 50.
189) « Dottrina del fascismo », Opera, XXXIV, 128.
190) Esiste una copiosa e valida documentazione sulla struttura istituzionale dello Stato Corporativo Fascista. Tra i commenti, a mio parere, più utili possiamo includere: H. G. WELK Fascist Economie Policy, Cambridge 1938; G. L. FIELD, The Syndical and Corporative Institutions of Italian Fascism. New York 1938: A. PENNACHIO. The Corporative State, New York 1927; C. HAIDER. Capital and Labor under Fascism. New York 1930; F. PITIGLIANI, The Italian Corporative State, London 1933: H. GOAD. The Making of the Corporate State, London 1934. Un buon commento critico è quello di C. SCHMIDT, The Corporate State in Action: Italy under Fascism, New York 1939. Tra i migliori commenti scritti dagli stessi fascisti, notiamo: N. JAEGER, Principii di diritto corporativo, Padova 1939; A. SERPIERI, Principi di economia politica corporativa, Firenze 1944. La più vasta esposizione italiana del dopoguerra è quella di A. AQUARONE, L'organizzazione dello stato totalitario, Torino, 1965. Una raccolta di leggi fasciste riguardante l'organizzazione dello Stato Corporativo si trova nel Codice corporativo e del lavoro, Milano 1940, 2 voll.
191) « ... Il Fascismo non si pone mai la questione del metodo, usando nella sua azione politica ora sistemi liberali, ora mezzi democratici e talvolta persino espedienti socialisti. Questa indifferenza nei confronti del metodo espone spesso il Fascismo all'accusa di incoerenza da parte di osservatori superficiali, che non si accorgono che ciò che conta per noi è il fine e che quindi anche quando usiamo sistemi altrui noi agiamo con un atteggiamento spirituale radicalmente diverso dagli altri e miriamo a risultati completamente differenti. La concezione fascista della Nazione, dei fini dello Stato, dei rapporti tra società e individui che la compongono, respinge interamente la dottrina che, come già ho detto, procede dalle teorie sulla legge naturale formatesi nel corso dei secoli sedicesimo, diciassettesimo e diciottesimo e che costituisce il fondamento delle ideologie liberali, democratiche e socialiste »: A. Rocco, « The Political Dottrine of Fascism », Op. cit., pag. 341.

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" Forse che non conoscendo a fondo il pensiero del Duce si può affermare di essere fascisti? Noi diciamo di no! Che il fascismo non è istinto ma educazione e perciò è conoscenza della sua mistica,che è conoscenza di Mussolini" (N. Giani)
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Capitolo Quinto LA FILOSOFIA SOCIALE E POLITICA DEL FASCISMO

Qualsiasi tentativo di ricostruzione della filosofia sociale e politica del Fascismo va inquadrato alla luce di numerose considerazioni due delle quali almeno devono essere attentamente esaminate prima di dare inizio a questa esposizione. Ciò che interessa, in primo luogo, è stabilire se il Fascismo ebbe pretese specificamente filosofiche. È stato detto e ripetuto così insistentemente che il Fascismo fu anti-intellettuale e quindi anti-filosofico, che tali asserzioni sono comunemente accettate come verità lapalissiane.(1) La supina accettazione di un simile giudizio, del resto non completamente infondato, distorce però la verità storica. In realtà, come abbiamo già fatto notare, bisogna distinguere tra anti-intellettualismo e l'irrazionalismo. L'anti-intellettualismo rappresenta di per se stesso un sistema di pensiero. Quando Mussolini e il Fascismo, appena alle origini, accolsero le tesi del pragmatismo così come veniva inteso in Italia, si identificarono subito con questo sistema di pensiero. Papini il quale, come si è detto, aveva notevolmente influito sullo sviluppo del pensiero di Mussolini, era stato uno dei primi ad accusare la filosofia di « intellettualismo ». Per lui, questa accusa stava a significare che la filosofia, nel voler costringere la realtà sul letto di Procuste di categorie e concetti astratti, era diventata sterile. Papini rinunciò alla ricerca di valori universali transempirici e auspicò il ritorno a valori particolari, all'azione nel mondo degli uomini e delle cose.(2) Prezzolini, che aveva influito quanto Papini sulla evoluzione del pensiero di Mussolini, in un libro che quest'ultimo recensì nel 1909, osservava che il sindacalismo di Sorel realizzava proprio tutto ciò. Il sindacalismo rivoluzionario, come l'attivismo pragmatico, rifiutava ogni forma di intellettualismo che tentasse di ridurre il mondo a categorie aprioristiche ed a concetti universali astratti. Il sindacalismo s'interessò responsabilmente degli uomini del suo tempo e dei loro più urgenti problemi reali. Ciò non significava, come fece osservare Prezzolini, che gli uomini non dovessero ragionare su simili problemi o che non dovessero servirsi dei processi induttivi e deduttivi caratteristici dell'intelligenza.(3) Significava, invece, l'adozione di un metodo che prendesse le mosse dai problemi ancora insoluti, problemi che fanno dell’uomo un essere reale in un ambiente reale. Come già si è detto, Mussolini intese in questo modo il rapporto tra ragione e realtà e di conseguenza preferì una forma di pragmatismo che rendesse la necessità dell'azione la fonte di energia del pensiero sistematico e l'azione effettiva il banco di prova della ragione e della verità. Questa tesi, per quanto difficile a sostenersi, non può tuttavia essere tacciata di irrazionalismo ed è « anti-filosofica » soltanto nel limitato senso che assume una posizione filosofica particolare rispetto alla filosofia in generale. Dai pragmatisti, la ragione era considerata uno strumento per la risoluzione dei problemi reali che si presentavano all'umanità. I moventi delle azioni venivano definiti in vario modo, o come sentimenti o come necessità. Il fatto che un uomo preferisse vivere piuttosto,che morire veniva considerato un sentimento; una volta accertata l'esisténza di questo sentimento, la ragione veniva impiegata per difendere e migliorare la vita. In tal senso il pragmatismo italiano concepiva l'azione e la volontà precedenti alla ragione (in maniera, cioè, non molto diversa da quella di Hume).(4) Il banco di prova della verità era la efficacia strumentale, la capacità di tradurre in atto le aspettative.(5) Il pragmatismo italiano subì una rapida decadenza negli anni immediatamente precedenti e immediatamente seguenti la Grande Guerra. Prezzolini passò ben presto all'idealismo così come si era sviluppato in Italia sin dall'inizio del secolo.(6) Ugo Spirito, in un libro scritto dopo la Seconda Guerra Mondiale, tracciò il corso che la filosofia italiana aveva seguito dall'inizio del ventesimo secolo. Partendo da un positivismo acritico, essa si era rapidamente trasformata in pragmatismo,(7) volontarismo e relativismo per sfociare, quindi, nel periodo immediatamente la Prima Guerra Mondiale, nel neo-idealismo di Croce e di Gentile.( 8 ) Come abbiamo visto, questo fu sostanzialmente lo stesso cammino percorso anche da Mussolini. Partendo dal positivismo del suo saggio giovanile L'uomo e la divinità (1904), il pensiero di Mussolini attraversò un periodo d'acceso pragmatismo, durato dal 1909 al 1921, quindi giunse al relativismo del breve saggio “Relativismo e fascismo”(9) e si concluse infine, poche settimane più tardi, nel neo-idealismo.(10) La continuità di questo processo di pensiero viene indicata dal fatto che non si trattò di una manifestazione individuale, ma generale. Alcuni tra i più vivaci pensatori italiani, infatti, compresi molti intellettuali radicali di avanguardia, passarono attraverso le stesse fasi. Ci riferiamo, in particolare, ai sindacalisti radicali e specialmente ad Arturo Labriola ed a A. O. Olivetti. In realtà, Mussolini più che anticipare l'indirizzo di pensiero nel suo insieme, lo rispecchiava. In generale, si può affermare che il neo-idealismo fece proprio ciò che riteneva valido del pragmatismo e del relativismo e che il passaggio dal pragmatismo al relativismo e, infine, al neo-idealismo non costituisce necessariamente una prova di debolezza, ma potrebbe benissimo indicare una evoluzione di pensiero.(11) Inoltre, esistevano validissime ragioni politiche e tattiche per compiere un simile passaggio. In Italia, il neo-idealismo fece presa fin dall'inizio sulle correnti nazionaliste. Il sindacalismo, a sua volta, aveva gradualmente assorbito elementi neo-idealistici. Quando il Fascismo si trovò ad essere una fusione di elementi nazionalisti e sindacalisti, il neo-idealismo costituì la matrice comune in cui tutti potevano trovar posto. Infine, la concezione neo-idealista dello « Stato etico » unì vari elementi politici particolari del Fascismo in un insieme coerente e valido. Le considerazioni sopra esposte portano a ritenere che: a) i teorici fascisti, pur restando decisamente anti-intellettualisti (12), non erano contrari al ragionamento di per sé e, di conseguenza, affrontarono con serietà i problemi dell'evoluzione del loro pensiero politico e sociale; b) il neo-idealismo divenne, in un certo qual modo, basilare per il sistema. Nel paragrafo seguente ci soffermeremo ad esaminare più da vicino queste affermazioni.

IL FASCISMO E LA FILOSOFIA

A scopo di studio, nella prefazione abbiamo dato una definizione convenzionale di ideologia secondo cui quest'ultima deve avere: a) un sistema, implicito o esplicito di valori, unito a b) un sistema relativamente coerente di generalizzazioni sulla natura, la società e l'uomo cui un gruppo si richiama per poter giustificare l'emanazione di direttive, prescrizioni e divieti politici e sociali e per giustificare c) le direttive, prescrizioni e divieti stessi, formali ed informali.(13) Storicamente, questa definizione si accorda perfettamente con le distinzioni che fecero, in pratica, i teorici del Fascismo. Per quanto gli elementi costituenti l'ideologia fascista siano molto intersecati fra loro, è possibile distinguere fra il sistema razionale di valori che sta alla base della dottrina e la dottrina stessa. Il primo rappresenta, più propriamente, il dominio della filosofia sociale e politica, che fornisce gli argomenti razionali a sostegno dei valori su cui poggia, in definitiva, la dottrina. Una ideologia matura comporta un impegno esplicito e ragionato verso un sistema di valori che riguarda « i fini veri dell'esistenza umana » (filosofia politica e sociale speculativa) e che dà luogo all'ordinamento più o meno sistematico dei fatti e delle idee riguardanti la società e la sua organizzazione (dottrina) al servizio di un programma pratico di azione sociale (norme prescrittine e proscrittine di comportamento). Nel 1908 Mussolini, giovane teorico socialista, definì quella che noi abbiamo chiamato « ideologia » una « dottrina completa, armoniosa e sintetica » composta da tre elementi: l'elemento ideale, l'elemento dottrinario, e l'elemento pratico.(14) Venticinque anni dopo, la Dottrina del fascismo sosteneva che la pratica fascista non poteva essere compresa senza un'esatta valutazione della sua concezione di vita e che quest'ultima, la quale possedeva un contenuto ideale o filosofico, aveva trovato espressione in una dottrina contingente e corrispondente alle esigenze di tempo e di luogo.(15) Mussolini rimase coerentemente fedele a questa distinzione. Nel 1926 aveva identificato una « ...zona riservata... alla meditazione delle supreme finalità della vita... (che portano) necessariamente alla filosofia (la quale) ...sola può illuminare la scienza e condurla sul terreno della idea universale ».(16) Egli si rifece regolarmente alla dottrina per le premesse che erano a fondamento della legislazione e per legare la dottrina stessa a quei valori fondamentali su cui essa poggiava.(17) Così, mentre faceva capire che i primi Fasci d'azione rivoluzionaria del 1915 non avevano avuto un « programma specificamente dottrinario » giacché erano nati da una urgente necessità di azione, rivendicava, d'altra parte, ai Fasci Italiani di Combattimento, del 1919, il privilegio d'aver fornito, attraverso indicazioni e anticipazioni, le basi ad un sistema di pensiero politico indipendente e autosufficiente.( 18 ) Nel febbraio del 1922 Mussolini, passato al neo-idealismo, riesaminò brevemente gli sviluppi politici in Italia dall'inizio del secolo. Egli scriveva: « Questo processo politico è affiancato da un processo filosofico: se è vero che la materia è rimasta per un secolo sugli altari, oggi è lo spirito che ne prende il posto [...] Quando si dice che Dio ritorna, s'intende affermare che i valori dello spirito ritornano ».(19) E da quel momento si riferì ai sistemi politici come a sistemi di valori.(20) Nel 1932 la Dottrina del Fascismo affermava che una concezione politica dello Stato dev'essere, fondamentalmente, « un concetto della vita: filosofia o intuizione, sistema di idee che si svolge in una costruzione logica o si raccoglie in una visione o in una fede ma è sempre, almeno virtualmente, una concezione organica del mondo... ».(21) I teorici fascisti ribadirono incessantemente questi temi. Canepa, nella sua sistematica esposizione esplicativa della dottrina fascista affermava che, « non soltanto la dottrina fascista, ma in qualunque dottrina è riscontrabile alla base un certo numero di valori fondamentali ».(22) Egli perciò distingueva la filosofia politica e sociale da altre questioni ad essa più o meno connesse in virtù del suo carattere normativo, e la riteneva qualitativamente diversa dalla scienza perché la scienza è essenzialmente amorale. La scienza si occupa della classificazione dei fenomeni mediante analisi sulla loro regolarità che, sul piano teorico, forniscono le leggi generali che servono ad aumentare la sicurezza nelle previsioni ed il loro controllo. Le scienze « mature » o « esatte » hanno ottenuto notevoli successi in quest'opera di riordinamento dei dati. Le scienze « immature » quali la sociologia, la psicologia e tutte le discipline sussidiarie che ad esse si accompagnano, hanno avuto minori successi, ma tuttavia si rivolgono agli stessi scopi e non hanno, come le prime, alcun carattere normativo. Esse si occupano della natura, sia essa fisica o umana, quale essa è... e non quale dovrebbe essere.(23) La scienza quindi è un efficace strumento di controllo e di previsione. Una volta determinate le condizioni iniziali e la ricorrenza sistematica entro cui i fenomeni in esame possono essere classificati, è possibile dare giudizi probabilistici su particolari andamenti delle cose. Una conoscenza di questo genere è essenziale per raggiungere determinati fini, ma non pretende minimamente di dire quali fini si debbano scegliere. La scelta dei fini è conseguenza di un importante atto di scelta che è funzione di un sistema di valori validi per un individuo o per un gruppo; e un sistema di valori si fonda, tacitamente o espressamente, su una teoria valida ed efficace dei « fini veri dell'esistenza umana ». Laddove l'impegno è esplicito, noi parliamo a buon diritto di « filosofia morale », mentre se l'impegno è implicito potremmo usare termini come « sentimento » o « predisposizione attitudinale ». Quando questi impegni agiscono in un contesto sociale e politico e forniscono la struttura concettuale per l'organizzazione dei fatti, parliamo di filosofia sociale e politica nel suo significato corrente. Questo complesso di tesi sistematicamente interconnesse e basate su di una particolare gerarchia di valori, fu definito da Canepa un « sistema di dottrina ». Panunzio, analogamente, distinse la « sostanza teorica del Fascismo » del suo « aspetto pratico, attivo, più immediato, più fisico o meccanico, si potrebbe dire ».(24) Luigi Volpicelli parlò di « valori politici » del Fascismo che rimanevano costanti durante il corso della sua attività pratica variabile e contingente.(25) Altrove, nel puntualizzare questa distinzione Volpicelli sosteneva che il Fascismo aveva chiarito « un suo pensiero, una sua filosofia, una sua concezione dei valori, che erano impliciti nella propria azione rivoluzionaria ».(26) E' tipico di una dottrina di avere soltanto valori impliciti. I valori determinano l'ampiezza e l'importanza dei dati di fatto di cui la dottrina terrà conto nella sua tesi, ma la definizione particolareggiata e la difesa razionale dei valori è tratto caratteristico distintivo della filosofia sociale e politica. Il fatto che il Fascismo abbia le sue origini nelle tradizioni antiintellettualstiche che vanno dal pragmatismo al neo-idealismo, indusse i teorici fascisti a distinguere il fondamento razionale del fascismo dalla filosofia « comunemente intesa ».(27) Perciò Mussolini respinse i sistemi filosofici che fossero « costruzioni logiche arbitrarie » definendoli «aridi, sterili e improduttivi».( 28 ) Ma non si deve pensare che il ripudio di « dottrine preconcette »,(29) di « dogmi »,(30) di « sublimazioni ideologiche o mistiche »(31) comportasse la rinuncia alla elaborazione critica e sistematica di una filosofia sociale e politica specificamente fascista.(32) Nel 1929, rivolgendosi al Settimo Congresso Nazionale della Filosofia svoltosi a Roma, Mussolini disse che era necessario « fare della filosofia » e che i filosofi presenti non dovevano stupirsi della sua partecipazione, ai lavori congressuali giacché egli giudicava i loro temi non soltanto intrinsecamente interessanti, ma fondamentali « dal punto di vista della dottrina che serve ad animare gli orientamenti pratici della azione quotidiana ».(33) Nel 1921 Mussolini aveva assegnato alla filosofia il compito di « attrezzare il cervello di dottrine e di solidi convincimenti (che non avrebbero condotto) a disarmare, ma a irrobustire, a rendere sempre più cosciente l'azione ».(34) Esistono, dunque, numerose prove del fatto che i fascisti colti affrontarono con serietà l'attività filosofica. M. Marchello definì l'elaborazione dottrinale « tecnica » delle « idee filosofiche fasciste » il « problema centrale » della cultura fascista, mentre Gentile parlò della necessità di rendere la filosofia politica del Fascismo chiara e consistente, coerente nel contenuto e difendibile nelle polemiche con gli avversari.(35) Nel 1935 la biblioteca della Camera dei deputati italiana comprendeva circa diecimila volumi dedicati al Fascismo in generale e più di duemila che trattavano specificamente la sua dottrina.(36) Questa enorme mole di materiale può soltanto dare una prova dell'interesse in materia ma non attesta, però, la qualità del prodotto. Sta di fatto che Canepa osservava seccamente che « una notevolissima percentuale » di tale materiale dottrinale era « men che mediocre » costituito com'era da testi « vuoti, raffazzonati, confusi... senza serietà né convinzione ».(37) E' tuttavia evidente che intorno al 1930 l'impegno per una elaborazione ideologica sistematica era serio.

GIOVANNI GENTILE E LA FILOSOFIA DEL FASCISMO

Nel 1921 il Fascismo aveva già sviluppato quei concetti-chiave e quegli impegni teorici che lo distinguevano dai sistemi dottrinari allora esistenti. Nel 1927 la sua dottrina era andata affinandosi in un sistema relativamente coerente. Nel 1930 Mussolini si convinse che il Fascismo aveva bisogno di una chiara difesa ragionata del suo sistema di valori; in altre parole, di una definizione della sua filosofia sociale e politica. Questa definizione vide la luce nella Dottrina del fascismo che apparve nell'Enciclopedia Italiana sotto la voce Fascismo. La Dottrina pubblicata nel 1932 era suddivisa in due parti, l'una intitolata « Idee fondamentali » e l'altra « Dottrine sociali e politiche ». Entrambe risultavano a firma di Mussolini mentre questi, in effetti, aveva scritto soltanto la seconda. L'autore delle « Idee fondamentali » era Giovanni Gentile,( 38 ) che era stato scelto da Mussolini come portavoce della filosofia del Fascismo. L'intero saggio, infatti, compresa la parte filosofica scritta da Gentile, divenne la base della filosofia ufficiale del Fascismo.(39) La sua pubblicazione ebbe luogo nonostante, le proteste del Vaticano il quale vi ravvisava i princìpi dell'Attualismo, la filosofia di Gentile, che la Chiesa Cattolica aveva, per anni, duramente attaccata. Durante il periodo fascista la paternità delle « Idee fondamentali » non fu mai riconosciuta ufficialmente al loro vero autore e molti pensatori fascisti avversarono l'unione tra la filosofia del Fascismo e l'Attualismo gentiliano.(40) Con il riconoscimento della paternità di Gentile, queste riserve sono difficili a difendersi. Le « Idee fondamentali » sono apertamente attualiste. Il loro autore fu il fondatore dell'Attualismo e si considerò fascista,(41) poiché riteneva lo Stato Fascista l'incarnazione dei propri princìpi.(42) A questo Stato egli prestò la sua opera di teorico (e ne fu il massimo), di amministratore pubblico, di membro del Gran Consiglio del Fascismo e dell'importantissimo Comitato per la Riforma Costituzionale; e proprio perché figura di primo piano del Fascismo, fu assassinato il 15 aprile 1944. Mussolini esaminò personalmente l'esposizione filosofica di Gentile prima della pubblicazione ufficiale e l'approvò nonostante le opposizioni di forze assai potenti in Italia. D'altro canto, l'Attualismo era perfettamente compatibile con tutti gli atteggiamenti specificamente filosofici che Mussolini aveva assunto dopo il 1921. E'molto probabile che Mussolini avesse letto qualcosa di Gentile sin dal 1908. In una conversazione con Yvon de Begnac, egli disse di non saper precisare in che misura le opere di Gentile lo avessero influenzato in quel primo periodo, facendo così intendere di aver letto o sentito parlare delle idee di Gentile prima di allora.(43) Che Gentile gli fosse noto e quasi certo. Il primo saggio di Gentile su Marx ebbe molto credito tra i sindacalisti rivoluzionari tanto che l'interpretazione del pensiero di Marx ad opera di Arturo Labriola poggia sostanzialmente sulle tesi di Gentile.(44) Come dimostreremo, le idee di Gentile erano abbastanza conosciute nei circoli socialisti in generale. La sua influenza aveva oltrepassato gli ambienti sindacalisti e nel 1914, come si è detto, Prezzolini era giunto ad accettare certi aspetti del neo-idealismo. Allo scoppio della Prima Guerra Mondiale, Gentile fu uno di quei professori universitari che sostennero attivamente l'interventismo.(45) Quando nel dicembre 1918 i nazionalisti Francesco Coppola e Alfredo Rocco (che sarebbe divenuto in seguito ministro della Giustizia) fondarono il periodico Politica, Gentile collaborò al primo numero. Egli esercitò, quindi, una notevole influenza su quei nazionalisti e sindacalisti che per primi gravitarono nell'orbita del Fascismo.(46) Nel 1921 Gentile godeva di una discreta notorietà nei circoli rivoluzionari, interventisti e nazionalisti nei quali agiva anche Mussolini. Nei colloqui con De Begnac, Mussolini fornì una spiegazione sintetica ma esatta della sua evoluzione intellettuale: egli era rimasto gradualmente deluso dal positivismo di Roberto Ardigò, ed aveva accettato una forma di pragmatismo e attivismo tratta dalle opere di Papini.(47) Le dure esperienze della guerra, però, parvero rendere superate queste idee. Papini e Sorel sembravano ormai appartenere ad un'epoca antichissima. « Fu Gentile », affermava Mussolini, « a preparare la strada per coloro che, come me, desideravano percorrerla »,( 48 ) e aggiungeva che il solido impegno verso una certa forma di neoidealismo era stato assunto sin dal 1921, cioè in epoca immediatamente precedente alla organizzazione del Partito Nazionale Fascista. Allora egli aveva scritto a Michele Bianchi che il Fascismo, pena la sua estinzione, aveva bisogno di un corpo di dottrine che non esitava a definire « la filosofia del Fascismo ».(49) Come abbiamo già detto, Mussolini aveva accolto alcuni elementi del neo-idealismo ancor prima della sua rottura con il socialismo ufficiale. Benedetto Croce, nella storia intellettuale dell'Italia di questo periodo, convalida tale opinione.(50) Ma soltanto nel 1921 Mussolini identificò la teoricamente importantissima concezione fascista dello Stato, con quella dello « Stato etico » di Gentile. Nel dicembre di quell'anno, alla Camera egli fece una esplicita professione di fede neo-idealista. Così, pur mantenendo precise riserve riguardo alla « metafisica e al lirismo » del neo-idealismo,(51) è evidente che egli aveva consapevolmente accettato una certa forma di epistemologia idealista e, più esplicitamente, un certo idealismo etico.(52) I rapporti tra Mussolini e Gentile, prima che questi nel 1922 fosse nominato Ministro dell'Educazione Nazionale, appaiono quindi più che casuali.(53) Harris ha probabilmente torto quando insinua che la scelta, da parte di Mussolini, di Gentile come ministro fu determinata da una « coincidenza di terminologia », in quanto Gentile aveva fondato il Fascio di Educazione Nazionale.(54) L'uso della parola « Fascio » era allora comunissimo in Italia e questo termine non aveva alcun peso per una seria valutazione di uomini e cose. Mussolini era certamente venuto a conoscenza dell'opera di Gentile prima del 1922 ed è intrinsecamente evidente il fatto che in precedenza egli aveva letto almeno alcune parti della sua Teoria generale dello spirito come atto puro.(55) Il fatto che Mussolini abbia identificato il concetto fascista di Stato con lo « Stato etico » di Gentile induce a considerare più che casuale la intima conoscenza che egli ebbe del pensiero gentiliano. In ogni caso, la considerazione più importante è il giudizio di De Begnac, il quale afferma che l'Attualismo di Gentile servì a spiegare alcune, se non tutte, le parti del sistema fideistico fondamentale del Fascismo.(56) Dopo il 1922 le dichiarazioni di Mussolini (e quindi del Fascismo) riguardanti i rapporti tra lo Stato, gli organismi che lo costituiscono, e gli individui sono quasi sempre conformi alle opinioni di Gentile, opinioni che rispecchiavano fedelmente la dottrina fascista così come si era sviluppata. Nel 1922 i nazionalisti di fede gentiliana, come Balbino Giuliano (che fu in seguito ministro dell'Educazione Nazionale) e Giuseppe Bottai (che divenne ministro delle Corporazioni) erano ormai i principali teorici del Fascismo e perfino Alfredo Rocco, nazionalista corradiniano, avanzò tesi dottrinali che, secondo Harris, « coincidevano quasi completamente » con quelle di Gentile.(57) Si può quindi affermare con sufficiente sicurezza che l'Attualismo di Gentile rappresentò il complemento teorico definitivo del sistema di pensiero politico e sociale fascista. Le correnti dell'antiparlamentarismo, del sindacalismo rivoluzionario e del nazionalismo si erano fuse nell'Attualismo per dar vita alla ideologia del Fascismo. Tutte le polemiche filosofiche e dottrinarie che successivamente agitarono il Fascismo (e furono molte) vennero condotte all'interno di un sistema di pensiero che forniva il fondamento razionale per il mito statutario del Regime. Gentile, fu, di fatto, il filosofo del Fascismo per scelta propria e per scelta di Mussolini.

FASCISMO E ATTUALISMO

Considerare l'Attualismo il fondamento razionale filosofico del Fascismo non significa pensare che Attualismo e Fascismo fossero la stessa cosa. La ideologia fascista comprendeva una dottrina i cui elementi essenziali già prima del 1921 erano stati strutturati in un sistema relativamente omogeneo. Ovviamente, l'insieme di proposizioni descrittive e teoriche che caratterizzava il Fascismo era retto da alcuni valori sostanziali, ed è del tutto evidente che Mussolini e il Fascismo tenevano fede a determinati valori. L'insieme dei fatti che interessano e la loro articolazione nell'ambito di una dottrina sono determinati dai valori espliciti o impliciti nel sistema. Soltanto la definizione delle finalità che si intendono raggiungere consente criteri di scelta e l'adozione di una scala di priorità.( 58 ) Fin dal 1904, all'età di ventun anni, Mussolini sosteneva: « La nostra morale dice all'uomo: comportati secondo coscienza e sii uomo! ».(59) Quarant'anni dopo, Gentile nella sua apologia conclusiva del Fascismo scriveva: « Per chi ricerchi una definizione della legge morale (essa può) essere espressa nel modo più esatto attraverso l'esortazione: sii Uomo ».(60) Ovviamente, esortazioni di questo tipo hanno notevole forza imperativa, ma scarso valore gnoseologico. Per parafrasare Aristotele, esse sono generalmente accettate, ma restano oscure. Sarebbe difficile pensare a qualcuno che seriamente esorti l'uomo ad essere qualcosa di diverso dall'uomo, ma stabilire che cosa significhi per un uomo essere tale è notevolmente complesso. L'impegno a realizzare i valori propri dell'uomo inizialmente serve soltanto a dimostrare la buona fede di chi lo assume e la sua buona volontà ad affrontare un dialogo razionale. Una volta che questo sentimento, che non può essere combattuto e che riesce a diffondersi, è stato espresso, qualsiasi elaborazione che è utile per definirlo o descriverlo, anche teoricamente, intrapresa allo scopo di dargli valore gnoseologico, diventa occasione di dibattito razionale. A mano a mano che queste elaborazioni si addentrano in sempre maggiori particolari, i criteri di scelta e di priorità diventano sempre più evidenti. Il sistema di pensiero si articola in un processo dialettico elaborato e complesso. L'Attualismo aveva la possibilità di compiere questa opera, e la mise al servizio del Fascismo. Fu affidato a Gentile, in tutto e per tutto, il compito di individuare e sviluppare i valori fondamentali del Fascismo, di intraprenderne la difesa ragionata. Le sue tesi comparvero ripetutamente nelle trattazioni più approfondite della ideologia fascista, ma ciò non significa che Fascismo e Attualismo fossero la stessa cosa. L'Attualismo, in senso critico, era in armonia con i valori essenziali che costituivano il substrato del Fascismo inteso come sistema sociale e politico e forniva il fondamento razionale a suo sostegno, ma sarebbe anacronistico identificarli tra loro. Il Fascismo, all'epoca della sua alleanza con l'Attualismo, aveva già sviluppato un proprio sistema dottrinario alquanto approfondito, un insieme di tesi esplicative e teoriche che gli avevano già conferito un carattere ben distinto e sufficientemente stabile. In questo senso, il Fascismo comprendeva l'Attualismo, pur restandone diverso. Niente prova, ad esempio, che il Fascismo si sia mai identificato con la metafisica e con la epistemologia dell'Attualismo, come nulla sta ad indicare che le dottrine più esoteriche e sistematiche dell'Attualismo abbiano esercitato alcuna influenza sul pensiero fascista. Il Fascismo assorbì quegli elementi dell'Attualismo che ritenne più adatti a spiegare i valori propri impliciti e ad integrare in un unico sistema le sue componenti ideologiche. Tali elementi riguardavano quasi esclusivamente la concezione gentiliana dell'uomo e le considerazioni, che ne derivavano come corollario, riguardanti la vita politica in generale e la natura dello Stato in particolare.(61) Quegli stessi elementi, cioè, che si ritrovano nelle «Idee fondamentali » della Dottrina e che divennero il nucleo essenziale del sistema fideistico fascista.(62)

GENTILE E LA CONCEZIONE FASCISTA DELL'UOMO E DELLA LIBERTA’

A fondamento delle stringate formulazioni delle « Idee fondamentali » esiste una concezione normativa dell'uomo che conferisce valore etico alle dichiarazioni del Fascismo concernenti lo Stato e la Nazione.(63) Come concezione normativa essa è qualitativamente diversa; dalle tesi esplicative e teoretiche fornite dalla tradizione sociologica che va da Gumplowicz a Michels, alla dottrina fascista. Queste tesi avevano chiare implicazioni normative che, però, restavano inespresse nel contesto delle discipline di cui erano il prodotto. Anche Gumplowicz concepiva l'uomo essenzialmente come un animale sociale, ma il concetto era formulato con fini essenzialmente esplicativi o di predizione. La concezione gentiliana dell'uomo come animale sociale(64) fu sviluppata, invece, per il suo significato etico. Entrambi respingevano la concezione « individualistica » o « atomistica »dell'uomo, fondamentale per la visione del mondo del liberalismo classico, e nel respingerla adducevano sostanzialmente le stesse argomentazioni. L'uno e l'altro ritenevano che l'individualismo metodologico non riuscisse a fornire una valida spiegazione di alcune tra le caratteristiche più significative della vita dell'uomo in seno alla società. Per gli studiosi della psicologia del comportamento queste caratteristiche rappresentavano il comportamento esterno dell'uomo, mentre per Gentile rappresentavano il suo comportamento etico. Secondo Gentile, difficoltà insormontabili paralizzavano la filosofia politica liberale perché lo Stato e la Società erano concepiti come qualcosa di contrario all'« Io » e alla « vera individualità » dell'uomo.(65) I filosofi del liberalismo classico sostenevano che ogni leggi è un male e che ogni governo è un male potenziale perché concepivano la legge ed il governo come una limitazione di libertà e qualsiasi limitazione di libertà un'infrazione morale. Per loro « Libertà » significava quasi esclusivamente assenza di limitazioni. Così intesa, la libertà era nettamente incompatibile con la legge. Nell'ambito di questa concezione, ritenevano, dunque, che l'assenza di leggi permettesse alla libertà le massime possibilità formali di esplicarsi. Secondo Locke, l'assenza assoluta di leggi porrebbe gli uomini « in uno stato di assoluta libertà di regolare le proprie azioni e di disporre dei propri beni e delle proprie persone secondo quello che ritengono più opportuno... ». Ma, paradossalmente, gli stessi teorici liberali giungevano ad affermare che l'esistenza di un minimo di limitazioni, è conditio sine qua non per un pieno sviluppo di quella libertà, senza la quale la vita umana è, nel migliore dei casi, sgradevole, bestiale e di breve durata». Secondo la tesi contrattualistica, « l'individuo, libero », quando entra a far parte della società, è costretto a rinunziare a parte della propria libertà per vedere garantiti i propri diritti fondamentali. La questione prima, sosteneva Gentile, è stabilire se esiste una qualsiasi effettiva libertà senza la garanzia dei diritti fondamentali. Senza la libertà dalla violenza, dalla rapina, dalla morte, senza la libertà dalle condizioni che rendono ognuno nemico di tutti e ciascuno nemico dell'altro, ha veramente senso parlare di libertà? Al di fuori della società, la presunta « libertà naturale » degli individui di regolare le proprie azioni e di disporre dei propri beni e delle proprie persone a proprio piacimento diminuisce considerevolmente in significato reale. Ci troviamo di fronte ad una circostanza singolare, osservava Gentile: la libertà (resa significativa dalla acquisizione dei diritti fondamentali essenziali) viene rinforzata normalmente da una sua diminuzione e ciò fa pensare che la « libertà » non sia come una pezza di stoffa, ma piuttosto come una pianta, che fiorisce soltanto se giudiziosamente potata. Se si accetta il paragone, è difficile pensare che la potatura possa distruggere la libertà. Le limitazioni che favoriscono un effettivo incremento della libertà individuale, ponendo l'individuo al riparo dalla violenza e dagli ostacoli arbitrari e imprevisti, assicurandogli determinate garanzie, non possono essere seriamente condannate in quanto contrarie alla libertà. Il paradosso, osservava Gentile, derivava da un concetto errato, secondo il quale i diritti degli « altri » sull'« individuo » distruggerebbero la libertà individuale, che non tiene conto della tesi opposta, secondo la quale, invece, il riconoscimento dei diritti reciproci accrescerebbe la libertà anziché diminuirla. Secondo Gentile, il concetto di uomo che vive in perfetta libertà prima, o al di fuori, della società è pura fantasia.(66) L'uomo, finché resta al di fuori della società organizzata e del suo sistema di norme e di doveri valide per tutti, non gode di vera libertà. Al di fuori della società l'uomo sarebbe assoggettato alla natura, non ne sarebbe il padrone. Nemico di tutti e amico di nessuno egli sarebbe esposto alla minaccia delle persone e delle cose e cadrebbe in uno stato di degradante soggezione. Non esisterebbero più né libertà né sicurezza, giacché ciascun uomo sarebbe esposto alle aperte prepotenze di qualsiasi nemico. Non esisterebbe più sicurezza di vita né tantomeno di libertà. Quella libertà cui si suppone che l'uomo debba rinunciare, entrando nell'ambito della società per garantirsi così la parte restante, non esiste nella realtà. Secondo Gentile, si tratta di un bene immaginario che quindi, attraverso un trasferimento altrettanto immaginario, viene ceduto alla società. Gentile sosteneva che soltanto a chi concepisca l'individuo in maniera totalmente astratta può venire in mente un concetto simile.(67) Secondo questa concezione, infatti, l'individualità, cioè il genio peculiare e la pienezza di vita, non viene alimentata e protetta dai rapporti governati dalla legge e dagli impegni che insorgono nella società, ma si nasconde nei recessi di un particolare Io intimo ( 68 ) per restare racchiusa in quei recessi, al riparo dai colpi avversi di un mondo esterno, fisico e sociale, minaccioso. Unica possibile conseguenza di questa concezione fu quel genere di anarchismo (69) speculativo e innocuo che caratterizzò il pensiero liberale del diciannovesimo secolo. Il solitario egocentrico Thoreau, fu considerato il modello dell'Io pienamente evoluto. Alla società si attribuì la paternità della monotonia e della uniformità e la si considerò il nemico morale della « natura umana ». Gentile affermava che la libertà dalla violenza e dalla rapina è una delle condizioni necessarie per la vera libertà, ed aggiungeva che l'associazione di uomini governata da norme non era soltanto una condizione necessaria per la libertà, ma che la libertà stessa poteva essere validamente intesa soltanto come comportamento disciplinato da norme. Gli idealisti etici hanno a lungo sostenuto che il concetto di uomo come animale razionale comporta implicitamente il riconoscimento dell'uomo come animale sociale. Il ragionamento si richiama necessariamente alle norme infrasoggettive che regolano le attribuzioni di verità e le valutazioni morali. « Ragione » è il termine con cui si definisce l'iniziativa intellettuale di tutti coloro che sono alla ricerca della verità e che intendono sostenere giudizi morali; il che può essere raggiunto solo richiamandosi a criteri che prescindano dall'interesse personale, ovvero a quei criteri generali e imparziali che sono sostanzialmente prodotti sociali. L'affermazione di uno status di verità e la difesa dei giudizi morali implicano criteri fondati sul piano sociale e che, idealmente, corrispondono all'esame critico del « potere universale della ragione che appartiene agli uomini e agli dei, ai morti, ai vivi e ai nascituri ».(70) Ciò che accomuna gli uomini tra loro è la natura umana che si manifesta nella ragione regolata dalle norme, nel pensiero. Al di fuori di questa comunione spirituale, gli uomini sono animali privi di ogni concetto di verità e di moralità e senza parvenza di libertà. Perciò Gentile sosteneva che « l'individuo non è un atomo. Immanente al concetto di individuo è il concetto di società [...] L'uomo è, in senso assoluto, un animale politico ».(71) Come agente spirituale, l'uomo è un animale essenzialmente sociale che trova la libertà solo integrandosi con altri uomini in un sistema governato da leggi. Di conseguenza, secondo Gentile, soltanto il pensiero caratterizza l'uomo; e poiché il pensiero comporta l'uso di un linguaggio, anch'esso regolato da norme, e in questo senso deve essere « sociale », il modello d'uomo di Gentile è normativo in quanto non si limita a dare un insieme di definizioni descrittive per caratterizzare l'uomo quale è realmente, ma offre anche una indicazione di quale dovrebbe essere. « Scrutando il contenuto della legge morale » sosteneva Gentile, «… ne raccolsi il più rigoroso concetto nel monito: sii Uomo. Ma per chiarezza è preferibile dire...: Pensa ».(72) L'uomo non può giudicare secondo la sua personale inclinazione, ma come individuo in possesso di una facoltà di giudizio che è comune e connaturale a tutti gli uomini [...] il potere universale della ragione [...] Giacché all'origine dell'Io vi è il Noi. Alla base della esistenza spirituale dell'individuo vi è la comunità alla quale egli appartiene... ».(73) Se ciò che interessa sono la verità o la moralità, i criteri per un retto pensiero e comportamento scaturiscono unicamente da un'associazione di persone integrate in un sistema ordinato che fornisca all'individuo « una legge interiore alla quale ogni parola, ogni atto dell'individuo si commisura in quel punto in cui viene all'essere ».(74) Non esiste norma senza un modello e in virtù del quale possa essere stabilita la correttezza o la scorrettezza di un'espressione, e per coloro che seguono le norme non esiste modello senza che esistano coloro i cui giudizi forniscono le condizioni necessarie per stabilire ciò che è « corretto » e i ciò che è « scorretto ». Il linguaggio rappresenta il legame fondamentale e indissolubile tra gli uomini. Come tale, è un esempio tipico di rapporti sociali. Se il pensiero costituisce l'essenza dell'uomo, e il linguaggio la sua espressione, l'uomo può conseguire una autentica dimensione umana soltanto in unione spirituale con i suoi simili. Gentile non soltanto considerava il concetto dell'uomo al di fuori della società una fantasia storica ed empirica, ma lo riteneva addirittura privo di qualsiasi valore e significato. Un individuo estraneo alla società può essere soltanto una divinità o un animale .(75) L'uomo, per essere veramente tale, deve obbedire alla voce imperiosa della ragione, la voce della comunità spirituale in cui la ragione si manifesta. Ragionare vuol dire mostrarsi disposti a sottomettersi alle regole procedurali richieste dal concetto di obbedienza alla norma. In teoria, il ragionamento è considerato universale, ma Gentile sosteneva che il ragionamento umano è sempre condizionato dalle circostanze storiche, cioè dal linguaggio storico della comunità spirituale della quale l'uomo empirico fa parte, dalla moralità di quella comunità e dai mezzi tecnici con cui viene espresso. Sul piano teorico, il ragionamento prescinde da limitazioni di carattere personale o ambientale, ma esso è, allora, una aspirazione, un ideale morale, giacché, in realtà, il nostro pensiero è sempre condizionato dai fatti materiali del mondo in cui viviamo. Il pensiero attuale dell'uomo si manifesta in determinate comunità, in determinate situazioni familiari, associative e nazionali. Gentile affermava che anche la scienza, per esempio, pur essendo in teoria; universale è, di fatto, sempre storicamente particolare e nazionale. La patente di verità a formulazioni scientifiche di carattere specifico implica sempre che venga tenuto conto di condizioni necessarie quali l'alterazione (cioè una determinata operazione empirica può confermare infirmare la proposizione in esame), l'attinenza (ovvero la proposizione teoretica risponde alla domanda di partenza o si riferisce ad essa), la forza di previsione (ossia tale proposizione sarebbe in grado di rivelare che specifici dati dì fatto potrebbero dimostrarne la validità, che non era certa al momento in cui la proposizione originaria era stata formulata). Ma tutte queste considerazioni non sono sufficienti per garantire la verità. Un'altra considerazione almeno è necessaria per poter esprimere un giudizio definitivo: la compatibilità tra le proposizioni in esame e un corpo di proposizioni che abbiano carattere morale e culturale. I soli « criteri scientifici » non sono sufficienti per l'accettazione di una proposizione scientifica. Per determinare la verità scientifica di una affermazione, o di un insieme di affermazioni, ordinate in modo tale da formare una teoria, si è sempre tenuto conto del fatto che queste possono essere adatte a sostenere un determinato, e voluto, modo di comportarsi dei cittadini, o meglio, il loro comportamento morale. Per Gentile questo sottinteso è fondamentale per valutare la scienza come attività nazionale.(76) L'idea che la scienza sia indipendente da qualsiasi considerazione morale o politica può derivare soltanto dal fatto che la si consideri semplicemente una catalogazione di fatti oppure una raffigurazione di una realtà obiettiva pre-esistente. Gentile, invece, sosteneva che la scienza è uno strumento che serve per fornire agli uomini quella capacità di previsione utile ai loro fini ideali; ed inoltre che, proprio perché strumento, è formata da un sistema di affermazioni e di definizioni pratiche dei termini, ed è governata da criteri che permettono di giudicarne la verità. Tra questi criteri sono comprese la semplicità, la conformità al buon senso, e la capacità di sostenere la voluta condotta dell'uomo. La scienza, quindi, non è soltanto una attività strumentale intrapresa per attuare qualche fine ideale. Uno scienziato deve, a un certo punto della sua attività, convalidare, cioè accettare o respingere, un'ipotesi enunciata. Ma dato che nessuna ipotesi scientifica può essere verificata completamente, è necessario che lo scienziato esprima un giudizio di sufficienza; egli deve, a un certo punto, dare un giudizio di merito sul fatto che le prove a sostegno di un'affermazione scientifica siano sufficientemente valide per garantirne la verità. Il momento in cui questo giudizio verrà dato dipende dall'importanza morale, in senso etico, del darlo, e perciò verrà inevitabilmente scelto in base a considerazioni e influenze di ordine morale, politico, religioso ed, eventualmente, estetico. In sostanza, affermava Gentile, la scienza non può mai essere totalmente indipendente dalla cultura nazionale in cui si sviluppa.(77) In tal senso, le concezioni gentiliane erano decisamente storicistiche e nazionalistiche. Il perseguimento della verità e della moralità rappresentava per lui un processo dialettico e storico che si svolge entro i confini di una comunità nazionale. L'individuo vede la luce in seno a una comunità nazionale; ad un sistema complesso, cioè, di norme interdipendenti che comprende i codici, civile e penale, le leggi per dar valore di verità alla scienza, i criteri di colpevolezza e innocenza nella condotta morale, il giudizio estetico e l'ordine politico. Questi sistemi normativi conferiscono contiunità e identità alle azioni dell'individuo. Queste ultime sono razionali, e quindi non impulsive o istintive, quando la comunità di cui fa parte l'individuo può comprenderle a fondo, cioè, quando siano conformi alle leggi. E, dato che soltanto azioni che siano razionali e abbiano un significato possono essere scelte, soltanto gli atti razionali sono liberi. Se libertà vuol dire agire secondo le leggi, il significato di libertà dipende, ovviamente, dal contesto sociale. Questo contesto, per Gentile, è lo Stato-Nazione storico, che rappresenta « la sostanza (morale) della nostra personalità umana [...]Lo Stato e la Nazione sono intrinseci e connaturati al nostro stesso essere in quanto la volontà universale dello Stato ha le stesse dimensioni della nostra personalità etica concreta ed attuale».( 78 )

LA LIBERTA’ COME COMPORTAMENTO GOVERNATO DA LEGGI

La libertà si esprime con un'azione scelta perché conforme a leggi formulate implicitamente o esplicitamente. L'azione riflessa o istintiva non è libera perché non può essere scelta. Un'azione casuale o a capriccio non è libera perché non rispetta alcuna legge. L'azione riflessa o istintiva, non essendo libera, non può essere giudicata colpevole o innocente. L'azione casuale o a capriccio può venire giudicata immorale quando si pensa che chi l'ha compiuta abbia agito violando volontariamente e coscientemente il proprio modo di intendere le leggi vigenti. Soltanto l'esplicita spiegazione dei motivi che hanno indotto chi ha compiuto un'azione da noi giudicata casuale o a capriccio a compierla, può giustificare il suo comportamento o invalidare il nostro giudizio sulla sua colpevolezza. Gentile sostiene che l'azione chiaramente conforme alle leggi sociali vigenti non è mai posta in discussione perché soddisfa alle norme tradizionali. Non si chiede mai a qualcuno perché parli un linguaggio corretto, perché rispetti i limiti di velocità nel guidare un'automobile o perché accetti una affermazione scientifica che risponda a criteri ritenuti validi per la sua accettabilità. Né si considerano « imposte » quelle azioni che sono conformi alle leggi. Chi agisce così dà l'esempio di agire da uomo libero; ha scelto di comportarsi in un certo modo e ne comprendiamo la ragione. Ma quando qualcuno si comporta altrimenti noi poniamo in dubbio il suo modo di agire e gli chiediamo di giustificare le sue azioni spiegandoci in che modo possano essere prese ad esempio di condotta regolata da leggi. Quando si conia un neologismo, se ne spiegano i motivi. Chi guida veloce, fornisce le ragioni della violazione alle leggi, ragioni che si richiamano a criteri oggettivi, cioè a un insieme di valori socialmente accettabili, che l'autore dell'atto ritiene che possano spiegarne il perché (ad esempio, un uomo che guidi superando i limiti di velocità per portare all'ospedale un bambino ferito ritiene che il motivo che lo ha indotto a trasgredire alle leggi appaia evidente e valga a giustificazione agli occhi del vigile che gli ha intimato l'alt). Una condotta che si allontani da quella conforme alla legge è giustificata soltanto quando dimostra chiaramente di essere di tipo socialmente responsabile, come quella degli esempi citati. Se qualcuno non riesce a convincersi della legittimità dei motivi che l'hanno indotto ad agire in modo illecito, lo accusiamo di malvagità morale o intellettuale. La legge codificata è sanzionata quindi dalla sua stessa razionalità e dalla sua stessa chiarezza.(79) Gentile sosteneva che le leggi si giustificano soltanto se si indica quale funzione abbiano per lo sviluppo della libera attività morale e razionale dell'uomo. La sottomissione alle leggi che regolano il linguaggio permette lo sviluppo della personalità dell'uomo. Altrettanto fa la sottomissione alle leggi che governano la morale e la scienza. Ciascun sistema di leggi riceve la propria sanzione dall'imperativo: sii Uomo.(80) La società può imporre l'osservanza della legge perché è implicito il fatto che la legge stessa miri a questo fine. Nel sistema gentiliano esiste, dunque, un presupposto favorevole alla tradizione e alla legge, cui, inizialmente, non si chiede di giustificare se stesse.(81) Viene però chiesto, a chi le violi, di giustificare la propria violazione. Le giustificazioni possono fare appello ad un mutato stato di cose che richiede variazioni anche nella tradizione e nella legge e possono dimostrare che una determinata tradizione o legge impedisce lo sviluppo. Ma, in ogni caso, il mutamento deve essere giustificato di fronte ad un tribunale il quale segue norme prestabilite che autorizzino un determinato modo di ragionare. Una simile procedura è sempre sociale. L'individuo che scelga di agire in maniera libera, e giustificabile, non trascende mai la comunità, il Noi di cui fa parte. La comunità ha « una esistenza storica determinata in una forma che è linguaggio e costume, sono istituti e leggi, sono tradizioni e principi morali, memorie e speranze. Per cui l'uomo è nazione, e la Nazione, avendo una concreta personalità, è Stato ».(82) Gentile, dunque, concepisce la « persona » come un tutto complesso, un insieme di rapporti che si esprimono con le comunicazioni dell'intelligenza e della legge, senza le quali una persona non può essere definita altro che una cosa materiale. Una persona umana non può esistere né essere concepita separata dalla vita comunitaria richiesta dal suo stesso essere. La società rappresenta l'unione dell'universale col particolare e costituisce un tutt'unico che è superiore alle sue parti componenti. La società è un'associazione governata da leggi che conferisce significato alle parti che la compongono in ogni particolare momento. Lo Stato rappresenta la vera volontà della comunità, la fonte sovrana, cioè di sanzione che fornisce il sostegno fondamentale al dominio della legge. In linea di principio, non esiste legge, norma o usanza che esorbiti dalle sue competenze. La società e lo Stato godevano quindi per Gentile e per l'etica fascista in generale,della priorità logica, fattuale e morale rispetto agli individui che li compongono.(83) Questa concezione accorda una priorità etica alla comunità governata da leggi, al di fuori della quale non esiste umanità e al di fuori della quale è inconcepibile la libertà. Essa poggia su di un modello di uomo inteso quale animale che segue le leggi e manifesta un presupposto iniziale favorevole alla obbedienza alle leggi ed alla comunità governata dalle leggi. (84) La violazione delle leggi vigenti, la disobbedienza alle regole, la trascuranza, incosciente o volontaria, della responsabilità devono sempre essere chiamate a render conto. In conseguenza, i teorici dell'etica fascista ritengono il principio liberale e individualistico secondo cui « qualsiasi limitazione, in quanto limitazione, è un male », col suo presupposto fondamentale favorevole ad un individuo che goda di « motivi », « diritti », e « libertà » suoi propri e indipendenti dalla società, non soltanto sbagliato ma anche profondamente immorale, conseguenza del modello d'uomo, decisamente egoistico, del liberalismo.Gentile sostiene che l'individuo che tenta di sottrarsi alle norme e agli obblighi impostigli dalla legge positiva e dalla sanzione sociale della comunità nazionale storica è moralmente costretto a giustificare questo suo modo d'agire. Una tesi del genere deriva dalla concezione gentiliana dell'uomo. L'uomo viene concepito libero soltanto nel senso che le sue scelte sono razionali e la razionalità porta necessariamente con sé condizioni che rendono possibile l'obbedienza alle leggi. Perciò, l'esistenza di associazioni governate da leggi in cui vengano attuate queste condizioni precede logicamente l'individuo che può raggiungere la razionalità e la moralità soltanto entro i loro confini. La comunità gode quindi di una supremazia morale, poiché le sue leggi rendono possibili le scelte gnoseologiche e morali e soltanto queste scelte rendono l'uomo ciò che è, o dovrebbe essere. La tendenza a violare le norme sociali e le leggi codificate e a sottrarsi ai propri doveri deve necessariamente rendere conto di se stessa. Questa norma formale o procedurale, non ha valore come premessa di un ragionamento deduttivo che ci possa permettere di decidere sulla validità di una determinata giustificazione, ma indica semplicemente a chi spetti la responsabilità della giustificazione stessa. Al di fuori degli stretti confini della filosofia sociale e politica, essa favorisce un indirizzo dottrinario di tipo collettivista. La suddetta definizione di uomo, sostenuta con argomenti teorici e pratici, costituisce il nucleo della filosofia sociale e politica di Gentile. La definizione assegna alla collettività, per ipotesi, una funzione di centro di interesse e di privilegio che supera quella dell'individuo e le è contrapposta. Di conseguenza, i sistemi totalitari, difesi in nome di una presunta priorità della collettività rispetto all'individuo, tendono a sviluppare concezioni strutturalistiche, funzionalistiche e organicistiche della società. La nazione è concepita come un tutto organico o funzionale in cui gli individui si collocano ed in cui si « definiscono ». Lo Stato è considerato l'espressione reale della volontà di questo tutto organico e rappresenta la volontà di tutto il popolo, distinta dalla volontà immediata ed empirica degli individui che lo compongono.(85) Questa volontà trascende in ampiezza ed interesse la volontà degli individui, delle classi e delle categorie, comprende la volontà esplicita delle precedenti classi, categorie e individui (presupposto logico delle leggi vigenti) e deve tentare di stabilire quali siano gli interessi futuri della collettività (emanando le leggi che dovranno costituire il fondamento della scelta futura).Gentile, quindi, non considera necessariamente antitetiche la libertà e l'obbedienza alle norme e alle leggi di una determinata comunità nazionale.(86) Le leggi e le norme razionali pongono limitazioni soltanto alla volontà momentanea e immediata. L'ostacolo all'irruenza non è una limitazione di libertà: è la condizione necessaria per rendere efficace l'azione della vera e razionale volontà del singolo individuo. È una disciplina voluta dal concetto stesso di libertà. Norme e leggi sono un dato di fatto: sono l'ambiente morale preesistente in cui l'individuo vede la luce. Come aspetti dell'ambiente morale, i sistemi di leggi devono essere continuamente studiati, rivalutati e modificati, ma il sistema nella sua totalità, in nessun momento, respinto. La logica stessa del giudizio richiede che il critico accetti alcune, ed in sostanza molte,delle norme preesistenti (le regole grammaticali e sintattiche, quelle per la definizione di verità, di valore e via dicendo). In tal senso. Gentile e gli altri teorici dell'etica fascista erano tradizionalisti e conservatori. L'uomo comincia la propria vita morale e razionale come cittadino di una particolare comunità storica.(87) Rifiuta alcuni aspetti delle prescrizioni e dei divieti di questa comunità soltanto quando ne ha un motivo solido e sufficiente. Il mitico uomo allo stato di natura, privo del sistema di leggi che governa l'associazione umana, è un uomo privo anche di contatti umani, di linguaggio,( 88 ) di pensiero e di moralità, ma anche della stessa umanità. Via via che accrescono la complessità dei rapporti regolati da leggi, gli uomini accrescono anche la propria umanità e la propria libertà. La società rappresenta la disciplina che permette la vera libertà, perché costituisce il presupposto morale e logico della ragione, senza la quale non può esistere umanità, e meno ancora libertà. In quanto tale, la società parla con tono autoritario e richiede disciplina.(89) E’ l'autorità e la disciplina che l'uomo imporrebbe a se stesso.(90) E’ la volontà razionale dell'uomo tradotta in atto. Nella sua attualità concreta questa volontà personificata è rappresentata dallo Stato storico.(91) Lo Stato non soltanto protegge la vita e la libertà dell'individuo, ma costituisce anche il tramite per la trasmissione del sapere, delle tradizioni, delle norme e delle leggi; di quel patrimonio spirituale, cioè, che rende l'uomo quello che è. E' quindi impossibile richiamarsi a diritti e a libertà estranee allo Stato, poiché richiami di tal genere devono essere espressi in termini di ragioni che si richiamino a loro volta a norme ed a valori socialmente validi che permettano di ragionare in tal modo. Colui che protesta non sostiene di possedere diritti o libertà estranee alla comunità ed alla sua personificazione: lo Stato. Sostiene che quel determinato Stato storico non è lo Stato ideale.(92) Colui che protesta contrappone uno Stato virtuale, o ideale, a quello esistente. Egli non si richiama a qualcosa di estraneo allo Stato, ma ad uno Stato che egli ritiene impersoni meglio la volontà collettiva. Perciò, sostenevano Gentile ed i teorici fascisti, non è possibile concepire diritti e libertà al di fuori dello Stato.(93) Qualsiasi altra soluzione, ad esempio pensare che gli individui siano dotati di diritti « inalienabili » o « naturali », porta al paradosso e alla confusione. Se si pensa che gli uomini possiedono un « diritto naturale » alla « vita, alla libertà ed alla ricerca della felicità », risulta assai strano il fatto che lo Stato obblighi gli individui a perdere la vita in difesa della comunità, li metta in prigione per infrazioni a regole sociali, e definisca i limiti della felicità cui gli uomini possono legittimamente aspirare. Nessuno di questi diritti « inalienabili » è inalienabile, ma sono tutti concessioni dello Stato.(94)

CONTINUA...

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" Forse che non conoscendo a fondo il pensiero del Duce si può affermare di essere fascisti? Noi diciamo di no! Che il fascismo non è istinto ma educazione e perciò è conoscenza della sua mistica,che è conoscenza di Mussolini" (N. Giani)
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MessaggioInviato: Lun Mag 04, 2009 7:22 pm    Oggetto:  
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GENTILE E IL TOTALITARISMO FASCISTA

La logica gentiliana vuole che (indipendentemente da qualsiasi distinzione) (95), i termini individuo, popolo, partito, nazione e Stato siano in un certo senso intercambiabili. Gentile sosteneva, infatti, che « lo Stato è la vera personalità dell'individuo », pur rappresentando contemporaneamente « la volontà della Nazione ».(96) A sua volta il Partito, sosteneva sempre Gentile, « non è fazione [...] e come organizzazione della grande maggioranza della Nazione o delle masse italiane significative diventa la Nazione... ».(97) L'individuo, il Partito, il popolo, la Nazione, lo Stato costituiscono gli interessi ultimi individuali e collettivi. In un certo senso l'individuo è collettività in quanto popolo, Nazione o Stato.(98 ) In virtù di questa logica, i teorici fascisti potevano affermare che « nell'etica fascista il fine della società è identico a quello dell'uomo; la stessa ragione che dà norma alla vita individuale deve dare anche la norma alla vita sociale... »,(99) o, secondo le parole di Gentile, « L'individuo non è un atomo. Nel concetto di individuo è immanente il concetto di società...Soltanto tale identità può spiegare il necessario ed intrinseco rapporto che intercorre tra i due termini della sintesi, il che comporta che la concezione di un termine implica anche quello dell'altro [...] Io spero che a nessuno sfugga l'importanza di questo concetto poiché, a mio avviso, esso è la chiave di volta del grande edificio della società umana».(100) Già da molto tempo i filosofi politici hanno ammesso la legittimità di limitazioni pubbliche imposte allo zelo di individui che possa comportare danno per gli individui stessi. Il diritto di limitare l'azione individuale è sanzionato da appositi istituti che agiscono per attuare quella che si ritiene sia la vera volontà degli individui. Questi istituti costringono l'individuo ad agire come agirebbe se la sua volontà non fosse momentaneamente annebbiata dall'entusiasmo o dalla passione.(101) Si intende che la vera volontà, fondamentale per gli interessi reali ed ultimi dell'individuo, può di tanto in tanto trovarsi in contrasto con gli impulsi immediati dell'individuo stesso. Lo Stato ha il dovere di intervenire in nome di quella volontà per frenare l'individuo. Unite alla convinzione che una minoranza possa parlare in nome di una simile volontà reale, queste sono le tesi che costituiscono o il fondamento razionale del Fascismo. In tal caso, la volontà dello Stato, espressa da una minoranza, s'intende uguale alla vera volontà dell'individuo. Questa minoranza rappresenta l'autentica volontà dell'individuo, che ne riconoscerebbe l'identità con la propria se la sua ragione non fosse sconvolta.(102) In alcuni momenti critici della vita di una nazione, la volontà universale si « incarna e rivela in pochi individui o in uno solo... ».(103) Una tale volontà può esprimere la vera volontà di un intero popolo, libera dalle forme accidentali dovute alle classi e alle categorie; una volontà che tenta di esprimere la vera e ultima volontà di un'intera comunità spirituale. La minoranza di uomini che, in quanto dirigenti di una particolare comunità storica, esprime questa volontà, parla in nome della propria nazione e della propria epoca.(104) Essi possiedono il « genio politico » che si accattiva l'assenso della volontà razionale della comunità. Essi non soltanto risolvono i problemi concreti di un dato tempo e un dato luogo, ma sono ispirati da una visione della vita che riceve il consenso delle masse. Questa visione della vita è espressa in un'opportuna « formula politica » che a sua volta esprime « la volontà di un'élite politica ».(105) Questa fu la filosofia politica e sociale donata da Gentile al Fascismo. In essa, il nazionalismo e lo statalismo fascista trovarono una valida e ragionata difesa. In essa l'elitismo e l’anti-individualismo trovarono il loro fondamento razionale. Essa permise la portentosa logica delle trasposizioni, per mezzo della quale individuo, popolo, partito, nazione e Stato divennero un'unica entità morale avente un solo insieme di interessi ultimi. Questa filosofia rappresenta la prima, e forse l'unica, difesa ragionata del totalitarismo carismatico tipico del ventesimo secolo. Nelle «Idee fondamentali » della Dottrina del Fascismo, Gentile espresse esattamente questa filosofia politica e sociale: « L'uomo del fascismo è individuo che è nazione e patria, legge morale che stringe insieme individui generazioni [...] con una Volontà obiettiva che trascende l'individuo particolare e lo eleva a membro consapevole di una società spirituale. [...] Il fascismo è una concezione storica, nella quale l'uomo non è quello che è se non in funzione del processo spirituale a cui concorre, nel gruppo familiare e sociale, nella nazione e nella storia, a cui tutte le nazioni collaborano. Donde il gran valore della tradizione nelle memorie, nella lingua, nei costumi, nelle norme del vivere sociale. Fuori della storia l'uomo è nulla. [...] Il liberalismo negava lo Stato nell'interesse dell'individuo particolare; il fascismo riafferma lo Stato come la realtà vera dell'individuo. E se la libertà dev'essere l'attributo dell'uomo reale, e non di quell'astratto fantoccio a cui pensava il liberalismo individualistico, il fascismo è per la libertà. E' per la sola libertà che possa essere una cosa seria, la libertà dello Stato e dell'individuo nello Stato. Giacché, per il fascista, tutto è nello Stato, e nulla di umano o spirituale esiste, e tanto metto ha valore, fuori dello Stato. In tal senso il fascismo è totalitario, e lo Stato fascista, sintesi e unità di ogni valore, interpreta, sviluppa potenzia tutta la vita del popolo [...] Gli individui sono classi secondo le categorie degli interessi; sono sindacati secondo le differenziate attività economiche cointeressate; ma sono prima di tutto e soprattutto Stato. Il quale non è numero, come somma d'individui formanti la maggioranza [...] ma è la forma più schietta di democrazia se il popolo è concepito, come dev'essere, qualitativamente e non quantitativamente, come l'idea più potente perché più morale, più coerente, più vera, che nel popolo si attua quale coscienza e volontà di pochi, anzi di Uno, e quale ideale tende ad attuarsi nella coscienza e volontà di tutti [...] La nazione come Stato è una realtà etica ».(106) Nel 1932 il Fascismo aveva quindi chiarito perfettamente la propria posizione, politica e sociale, cui si richiamavano in definitiva tutta la legislazione e la politica italiana. I principi dottrinari della concezione organica della Nazione, la collaborazione di classe, il partito unitario e il totalitarismo trovano il loro sostegno negli argomenti giustificativi ordinati nella filosofia politica e sociale di Giovanni Gentile.

GENTILE E L'OPPOSIZIONE FASCISTA: IL CONCETTO DEL CONSENSO

Gentile, oltre a fornire al Fascismo il suo fondamento razionale ne rappresentò anche la coscienza, cosa questa che fu evidente durante tutto il periodo fascista e rese il filosofo bersaglio di violente critiche da parte di altri fascisti. Tanto è vero che, quando Gentile venne assassinato, corse voce che fosse stato ucciso proprio da alcuni fascisti « intransigenti ». Queste voci erano assolutamente false, ma stanno ad indicare l'intensità dell'opposizione anti-gentiliana in alcuni ambienti italiani. Gentile, in realtà, venne criticato dai fascisti durante tutto il Ventennio, e tra i suoi più accesi avversari erano teorici di primo piano, quali Panunzio e Costamagna. Esistono numerose critiche sostanziali all'Attualismo in quanto sistema di pensiero, ma non rientra nei nostri scopi discuterne in questa sede.(107) Per ora, ci occupiamo soltanto del Fascismo, e trattiamo quindi dell'Attualismo soltanto perché ne rappresenta il fondamento razionale. Stando così le cose, discuteremo qui esclusivamente le critiche fasciste all'Attualismo, poiché esse riescono a spiegare molte cose del Fascismo. La massima parte delle critiche dei fascisti si rivolgevano a ciò che veniva considerato l'eccessivo razionalismo gentiliano. Costamagna, uno dei più seri critici fascisti, diresse le sue critiche contro il « formalismo » e l’« intellettualismo » che caratterizzavano il neo-idealismo,( 108 ) perché pensava che il « pensiero razionale » non potesse costituire il fondamento ultimo dell'azione. Questa critica è insieme strana e vaga. Gentile ammetteva sicuramente che la ragione, in quanto tale, non potesse fornire i motivi sufficienti all'azione. Egli sosteneva che la forza motrice ultima della vita spirituale era il « mito », « la fede in una realtà morale » e non esitò mai a definire Fascismo e attualismo sistemi fideistici sostanzialmente « religiosi » scagliandosi contro quei sistemi « intellettualistici » che separavano « il pensiero dall'azione, la scienza dalla vita, il cervello dal cuore e la teoria dalla pratica... ».(109) Egli fece costantemente riferimento al « sentimento » che rappresenta la prima prova concreta di una comunione spirituale, all'amore per la famiglia, per la religione, per la patria.(110) Il sentimento, per Gentile come per Mussolini, precede la ragione e ne costituisce il fondamento.(111) Ma il sentimento da solo non basta. Il sentimento rappresenta il momento iniziale della vita spirituale, mentre la ragione che si manifesta nell'azione positiva, ne è la conferma. E questo vale tanto per l'attualismo quanto per le idee politiche e sociali di Gentile. Gentile sosteneva che se lo Stato deve avere valore morale, non può restare soltanto un fatto empirico, ma deve costituire, insieme all'ordine che mantiene, un mondo morale preesistente nel quale viene a trovarsi automaticamente l'agente morale. Lo Stato assume importanza morale soltanto quando l'individuo viene persuaso, o si persuade, del fatto che lo Stato stesso è il suo Stato. Soltanto in questo caso lo Stato diventa una realtà morale per l'individuo. L'individuo accetta il governo e si lascia dominare dalle leggi.(112) Gentile sosteneva: « Il Governo (assoluto o rappresentativo) fa la legge e la tutela e i governati presuppongono per essere governati, l'azione del Governo. E in astratto è così. Ma come il diritto positivo è negato nell'attualità dell'azione etica, così ogni opposizione di Governo e governati cade nel consenso di costoro senza del quale il governo non si regge. Questo consenso sarà spontaneo, o sarà coatto. E la moralità dello Stato, in cui il Governo esercita la sua autorità, richiede un massimo di spontaneità e un minimo di coazione ».(113) « Persuasione » e « consenso » sono termini che possono essere usati a proposito soltanto quando esista la libertà intellettuale. Gli uomini possono venir persuasi a dare il proprio consenso senza imposizioni soltanto da buone ragioni. Dice ancora Gentile: « Laddove l'uomo per noi è tale quando su lui crediamo di poter influire con la parola che si rivolge alla ragione, privilegio degli esseri umani, e a quei sentimenti che, come prerogativa dell'uomo, si dicono infatti umani e ci sembrano quasi la base, sulla quale la ragione si può fondare ».(114) Perciò per Gentile la persuasione comportava un richiamo alla ragione ed al sentimento umani. Il sentimento, come abbiamo già detto, è l'impulso iniziale della vita spirituale. La vita spirituale non è « la vita naturale, puramente istintiva, ma è vita governata dal pensiero [...] perché l'uomo è un essere pensante ».(115) Perciò Gentile pensava che il cittadino potesse convincersi del fatto che lo Stato costituisse la sostanza della sua personalità morale. Gentile sosteneva che persino il delinquente può essere indotto a capire che lo Stato storicamente costituito esiste « per buone ragioni ».(116) Lo Stato non è il risultato del capriccio individuale, né l'effetto di un insieme di atti arbitrari; lo Stato è ragione, cui noi partecipiamo di riflesso.(117) Il processo in virtù del quale l'individuo è indotto a comprendere la razionalità essenziale dello Stato ed ad accettare le leggi è lungo e tortuoso. Affermava ancora Gentile: « E il mondo umano è pieno di fanciulli. E chi non ha pazienza e si adegua degli spropositi che sente intorno a sé e non vuol turarsi gli orecchi, menerà la mazza intorno; ma con qual frutto? La verità così non si insegna, non si diffonde; quel regno dello spirito che si vorrebbe pur costruire, rimane sempre un desiderio fallito ».( 118 ) È evidente come una simile concezione poteva dimostrarsi fastidiosa per un movimento rivoluzionario che aspirava al consenso nazionale. Gentile concepiva questo consenso come il prodotto di un dialogo ragionato e non come il risultato artefatto del monopolio sugli organi di informazione e di propaganda. Nel 1925, quando stava attivamente operando per la riforma della scuola, egli sosteneva che le università fasciste dovessero essere organizzate in modo da costituire i centri da cui si irradiasse gradualmente la nuova concezione politica. Egli prevedeva l'espansione del pensiero fascista come un processo graduale che conquistasse spontaneamente le menti e i cuori degli italiani, pur rispettando coloro che, in buona fede, non se la sentivano di aderire al nuovo regime.(119) Era la stessa dottrina di tolleranza che sosteneva ancora nel 1943. Gentile condannava i dogmi e i tentativi di imporre un conformismo meccanicistico agli uomini,(120) e si opponeva all'intolleranza, conseguenza di una pretesa conoscenza non « acquistata razionalmente », ma derivante da un « dono immediato della grazia », da una « improvvisa illuminazione ». Erano queste le convinzioni che ispiravano il concetto gentiliano di « imperialismo culturale »: il trionfo, cioè, dell'idea fascista senza la conquista di un solo chilometro quadrato di territorio straniero. La espansione, sosteneva Gentile, è un bisogno naturale di qualsiasi spirito vitale, ma le conquiste di quest'ultimo sono spirituali. Dalla violenza o dall'imposizione di un dogma non ragionato non può derivare nessuna vera conquista. La violenza è, nella migliore delle ipotesi, una difesa contro coloro la cui azione non possiamo più considerare razionale. Il dogma è il rifugio di coloro che non pensano e non capiscono. Queste idee non potevano non incontrare la resistenza da parte di molti fascisti. La reazione più immediata fu la negazione della supremazia della ragione. In contrapposizione a Gentile, Costamagna sosteneva che la verità è il risultato dell'« ispirazione », che si richiama a una fonte di conoscenza « metarazìonale e metafìlosofica ».(121) Occorreva far distinzione, come aveva detto Gentile, tra l'« eletto » e il « dannato ». Lo Stato non avrebbe più dovuto avere una funzione pedagogica, ma una funzione disciplinare. Gli individui non dovevano più essere convinti che lo Stato dovesse essere il supremo oggetto di fedeltà perché vera sostanza morale dell'Io. Lo Stato avrebbe dovuto essere concepito come fine a se stesso, con l'obbligo di costringere i cittadini a sacrificarsi per scopi a loro estranei. « È necessario », sosteneva Costamagna, « proporre uno scopo estraneo all'individuo e perciò imporre un 'ordine nazionale. Lo scopo è stabilito dall'autorità di una 'intuizione spirituale ».(122) Dato che possiedono una verità superiore, coloro che agiscono in nome dello Stato possono pretendere l'obbedienza. La loro conoscenza delle cose, che ne legittima il comando, è a sua volta legittimata dalle « intuizioni » e dalle « ispirazioni », che sono sempre contrarie a qualsiasi indagine o smentita. Un sistema simile tende a creare una popolazione obbediente e disciplinata verso doveri che non potrà mai realmente capire. La massima espressione di questa forma di misticismo si ritrova nelle opere di Julius Evola, che auspica un governo di « saggi », di coloro, cioè che possiedono una « saggezza sacra » derivante da una « trasformazione interiore », una saggezza che sfida il pensiero e la parola, « che non può essere insegnata dai libri o nelle università né essere tramandata oralmente... ».(123) Per tutto il periodo fascista, Evola restò irriducibile avversario di Gentile e proseguì la sua aspra polemica contro di lui dopo la sua morte anche dopo la guerra.(124) Evola è il massimo esponente di quella opposizione all'interpretazione gentiliana del Fascismo, che quasi sicuramente trova la sua origine nell'intuizionismo di cui, per opera di Sorel e Bergson, era permeato il sindacalismo. Questa corrente transrazionalista fu molto vivace nel Fascismo ed ebbe influenza anche sul pensiero di uomini di valore come Costamagna. I vantaggi del transrazionalismo sono evidenti e molti fascisti erano propensi a scegliere questa epistemologia per poter più facilmente legittimare il governo minoritario. Ma non esistono prove del fatto che Mussolini abbia mai favorito l'interpretazione transrazionalista. La sua posizione al proposito non era molto differente da quella di Gentile. La differenza fra loro derivava dal fatto che Mussolini aveva già sviluppato un ben fondato insieme di proposizioni descrittive e teoriche riguardanti l'uomo, che necessariamente influenzarono la sua concezione dei rapporti tra governanti e governati. Nel 1924 aveva apertamente descritto il suo modo di concepire l'uomo: l'uomo è una creatura mossa dai suoi istinti più volgari, desiderosa più di beni materiali che di amore per i propri simili. Mosso dall'egoismo, l'uomo ha una predisposizione naturale a sottrarsi ai doveri, alle leggi ed al servizio della comunità in cui vive. La società abbandonata all'influenza di questi istinti, tende a disgregarsi. È compito del governo « educare le passioni, gli egoismi, gli interessi dell'uomo per raggiungere un ordine generale che quasi sempre trascende quello dell'individuo... ».(125) Stando così le cose, non può esistere alcun governo che sia esclusivamente consensuale. « Pochi sono coloro, eroi o santi, che sacrificano il proprio Io sull'altare dello Stato. Tutti gli altri rimangono in istato di rivolta potenziale contro lo Stato ».(126) Vent'anni dopo, nel diario da lui tenuto dopo il colpo di Stato del 1943, Mussolini scriveva che delle tre anime che Platone attribuisce agli uomini, alle masse manca « la più alta, l'intellettiva »: (127) possiedono le facoltà vegetative e sensitive, ma mancano dei requisiti necessari all'autogoverno. Il Fascismo, quando si avvicinò all'Attualismo, aveva già un solido insieme di concetti riguardanti l'uomo e la società, che erano, in sostanza, quelli che Mussolini aveva formulato traendoli dalla propria esperienza e dalla letteratura descrittiva e teorica del proprio tempo. Questa esperienza e questa letteratura gli avevano dato la tendenza a considerare con una notevole dose di pessimismo l'uomo, preso sia individualmente, sia collettivamente. Il suo pessimismo era simile a quello di Gumplowicz, Pareto, Mosca, Sorel e Michels. I suoi giudizi precedenti influenzarono soltanto la sua condotta pubblica e la sua valutazione del realismo delle aspirazioni morali dell'Attualismo. Qualsiasi giudizio pratico che serva di guida all'azione è conseguenza semideduttiva dei precedenti giudizi normativi e di sintesi che ne costituiscono la base. Nel caso di Mussolini, gli ideali gentiliani potevano benissimo avere la funzione di limite ideale cui tende l'uomo, ma congiunti alla fondamentale perversità ed egoismo degli uomini questi stessi ideali non potevano generare altro che una concezione di governo inteso come disciplinatore più che educatore.E' chiaro che per Gentile lo Stato era sostanzialmente un educatore,( 128 ) mentre per Mussolini lo Stato era principalmente un disciplinatore. Per Mussolini, la restaurazione dei « princìpi e dei valori » poteva essere soltanto conseguenza della restaurazione delle perdute virtù di « devozione e disciplina ».(129) Per Gentile il compito fondamentale dello Stato era pedagogico: suscitare il consenso con la persuasione. Per Mussolini, il suo compito era quello di reinculcare la virtù civile, quella « temperanza » sostenuta da Platone che provoca nell'uomo comune il riconoscimento del fatto di dover essere governato.(130) Per inculcare questa virtù morale (in senso aristotelico) occorreva servirsi di richiami sostanzíalmente non razionali, che assumevano le forme caratteristiche del rito e della cerimonia, dell'imitazione e della consuetudine e della costante reiterazione dei miti fondamentali e delle verità formulate con la semplicità e l'eleganza necessarie per catturare l'immaginazione popolare. A rigore, questi miti dovrebbero essere veri, cioè espressioni concise e compendiose di verità complesse la cui formulazione estesa risulta troppo difficile per la mente popolare. Esistevano, quindi, almeno due concezioni del « mito », nel pensiero fascista: per la prima, il mito è un insieme sistematico di proposizioni, fondate su uno o più impegni normativi, che fornisce i criteri iniziali di importanza e lo sprone alla loro articolazione (cioè, l'individuo deve acquisire qualche valore primitivo e iniziale prima che si possa intraprendere qualsiasi discussione politica o sociale); per la seconda, il mito riassume una concezione politica e sociale più complessa, ed è studiato apposta per ridurre le masse all'obbedienza (mito organizzativo e statutario): I teorici fascisti passavano indifferentemente dall'una all'altra delle due interpretazioni. Una terza concezione del « mito » era quella proposta dai transrazionalisti. Per loro il mito era in un certo senso più vero del vero, il risultato di un'intuizione privilegiata che sfida qualsiasi spiegazione razionale. Questa terza interpretazione era quella di teorici quali Evola, ma sembra che sia stata decisamente rifiutata, anche se poteva essere conveniente, da Mussolini.(131) Egli rifiutava in particolare qualsiasi forma di misticismo che sostenesse la verità senza ricorrere alla ragione; (132) questa interpretazione, tuttavia, ricompariva spesso negli scritti fascisti. Mario Palmieri, ad esempio, così la espresse: « Noi scaviamo invano con l'osservazione, la sperimentazione, l'analisi, la logica, per giungere al nocciolo dell'essere. Le più profonde cecità ci restano celate. Soltanto il magico lampo di un istante di intuizione suprema, quel lampo che per un attimo rende l'uomo uguale a Dio, può rivelarci la Verità. Ma noi non conosceremo mai l'estasi di quell'istante. I doni supremi della sintesi, dell'intuizione, della rivelazione ci sotto negati: appartengono di diritto all'eroe e a nessun altro ».(133) È chiaro che queste affermazioni contrastano con la filosofia politica di Gentile, se vengono proposte come fondamento razionale dell'obbedienza politica. Per Gentile, nessun uomo può essere moralmente costretto all'obbedienza dell'altrui intuizione mistica della « Verità ». La verità, e la forma politica in cui si esprime, sono il risultato del sempre più approfondito esame spirituale di ciascun uomo: un processo, cioè che, seppur inquadrato da regole sociali, è eminentemente individuale e prevalentemente razionale. Perciò, l'idea di Palmieri secondo cui «il principio primo del modo di vita fascista riposa sulla fede mistica dell'unicità di tutti gli esseri viventi...»(134) è una pessima parafrasi della tesi gentiliana secondo cui il completamento dell'Io richiede il riconoscimento del fatto che i rapporti con le cose, ma soprattutto con le altre persone, fanno parte dell’Io più vero e vasto.

GENTILE E L'OPPOSIZIONE FASCISTA: LA RAZIONALITÀ DELLA DITTATURA

Gentile fornì al Fascismo il fondamento razionale normativo più solido e valido. Il suo imperativo morale: sii Uomo! , gode del vantaggio di essere compreso ed accettato da tutti, senza bisogno di spiegazioni. È una premessa normativa che, unita a proposizioni analitiche e descrittive, permette l'emanazione di obblighi e divieti. Persino gli avversari di Gentile, quando hanno affrontato la difesa dei princìpi normativi del Fascismo, sono ricorsi alle argomentazioni gentiliane. Costamagna sosteneva: « ...(per) il Fascismo, lo Stato, nella misura in cui risponde alle esigenze positive e pratiche dell'organizzazione, è la condizione indispensabile per lo sviluppo [...] della personalità dell'individuo ed il mantenimento delle istituzioni spirituali all'interno della comunità umana ». E riteneva che lo Stato avesse carattere etico perché « fornisce le condizioni necessarie, anche se non sufficienti, per l'esistenza e lo sviluppo della personalità morale dell'individuo [...] ed è conforme al fine naturale dell'uomo, che è quello di attuare la propria personalità essenziale... ».(135) Gli scrittori fascisti usavano ed abusavano dei temi gentiliani. Tipico ad esempio il seguente brano: « Lo Stato rappresenta la volontà etica universale, il fondamento creativo della legge, l'educatore dello spirito, l'anima dell'anima dell'individuo [...] L'individuo scopre la propria personalità nella Nazione [...] In questa altissima visione,l'individuo si incarna e si confonde con la Nazione, accettando come libertà l'armonia dell'ideale che è quello dell'individuo e della [...] Nazione ».(136) La gerarchia di valori che caratterizzava il pensiero fascista si fondava sull'imperativo: sii Uomo! Un insieme di proposizioni definiva, descriveva e specificava il modo di esserlo. Tra queste, la proposizione secondo la quale l'uomo è, per natura, un animale sociale, induceva a considerare la nazione la più valida delle associazioni umane esistenti e lo Stato la volontà organizzatrice di quest'ultima, l'ordine morale preesistente che dà all'io la propria sostanza spirituale primordiale. Idealmente, in tutti gli uomini deve risvegliarsi la consapevolezza ragionata dell'identità morale degli interessi collettivi e individuali. Ma dato che il Fascismo pervenne all'idealismo etico già convinto della fragilità intellettuale dello uomo,(137) la funzione dei richiami e delle imposizioni non razionali finì col prevalere. L'uomo, sottratto alla tutela ferma e precisa di una aristocrazia ispirata e illuminata, non ha più un fondamento e affonda nelle sabbie mobili degli interessi materiali e sensuali. Soltanto un'aristocrazia della volontà e dell'intelligenza può disciplinare le masse informi e indirizzarle a fini morali che trascendono la sfera dei loro interessi immediati. Una tale aristocrazia educa le masse a quella virtù che esse non potrebbero mai raggiungere altrimenti. Questi concetti sono una ripetizione di quanto già scriveva Oriani nella Rivolta ideale, considerata da Mussolini « magnifica » e ritenuta fondamento del Fascismo.( 138 ) Oriani scriveva: « L'uomo è così fatto che la verità, quando non può salire dal fondo del suo spirito, ví penetra dall'esterno e vi discende; l'uomo vede, e ripete senza capire, imita, si abitua e finisce col fare ciò che invano si sarebbe voluto persuadergli. Il mimetismo è la legge di educazione per gli inferiori ».(139) Questa concezione, riecheggiante l'intera tradizione, da Gumplowicz a Sorel, in cui si era maturato Mussolini, restò costante nel pensiero politico e sociale fascista. Lo Stato deve educare le masse alla virtù. Normalmente l'uomo, senza la disciplina dello Stato, è incapace di raggiungere la sublimità della vera spiritualità. Abbandonate a se stesse, le masse gravitano verso la più piatta mediocrità, guidate dalla passione, dalla suggestionabilità e dall'egoismo.(140) Ineducata alla vita politica, priva dell'« ordine e della guida dello Stato e del governo », l'umanità assume la « forma caotica, anarcoide e amorale » tipica delle masse.(141) Nella migliore delle ipotesi, sosteneva Mussolini, « la plebe è quella parte della Nazione che non sa che cosa voglia incapace di governare sé stessa ».(142) Come tutte le tesi della filosofia sociale e politica, anche le spiegazioni offerte dai fascisti erano composte di affermazioni normative e descrittive. L'invito ad essere uomo rappresenta la riaffermazione di un valore. La forza di questa affermazione sta nella sua facilità di essere chiaramente compresa da tutti. I suoi sottintesi, insieme alle affermazioni di fatto sul carattere dell'uomo, divennero sempre più chiari. Per soddisfare le esigenze normative degli obblighi che avevano imposto a se stessi e alla nazione, i fascisti insistevano su una forma di epistemarchia; un governo, cioè, formato da una esigua aristocrazia dell'intelligenza e della volontà; i « sublimi guerrieri » sognati da Sorel.(143) Perciò, nel 1938, Pietro Ubaldi individuava il compito essenziale del Fascismo nella « creazione di una nuova umanità », gli homines nove di Sorel. Ma il raggiungimento di questo scopo richiedeva una vera e profonda conoscenza delle « leggi della psicologia collettiva », che indicavano che: « ... la, risultante delle reazioni mentali della maggioranza si stabilisce ad un livello che non è sul piano della media, ma a quello degli elementi più bassi. Il problema », proseguiva Ubaldi, « è psicologico, non matematico. Maggioranza significa abbassamento di verità, non criterio di verità. E nella vita sociale invece urge una guida più evoluta che indichi la via. La maggioranza non può capire, scegliere e decidere chi sia il migliore; non può che subirlo [...] Per governare, sono necessarie qualità e doti specialissime: visione vasta, intuizione profonda, volontà suprema, rettitudine e sacrificio, qualità, che solo l'eccezione può possedere, non la massa. E questo individuo eccezionale deve essere scelto e sollevato in alto dalle forze della vita, solo per ripiegarsi verso il popolo, per levarlo fino a sé. I popoli ... hanno bisogno di educazione... queste sono le leggi di natura. I popoli sono, come psiche collettiva, dei fanciulli, ignari delle alte mete che solo un capo può vedere. Ed egli che le vede ha il dovere di imporre agli ignari queste mete. E' ovvio che a un bambino il sue bene, se non lo comprende, va imposto, se necessario, anche con la forza ».(144) I fascisti proposero questa serie di generalizzazioni descrittive come giustificazione per l'insieme di leggi che trasformarono il regime parlamentare italiano in dittatura. A cominciare dall'estensione dei poteri e delle prerogative dell’esecutivo, reso responsabile soltanto di fronte al re, mediante le leggi del 1926 che attribuivano all'esecutivo stesso il potere di emanare decreti legge, e dalla totale integrazione delle categorie produttive della nazione in ciò che i fascisti stessi definivano « il potere dittatoriale che occupa il vertice della Nazione », il Fascismo dimostrò chiaramente in pratica quali fossero le sue convinzioni sociali e politiche.(145) La facoltà di emanare leggi fu trasferita, dagli organi legislativi precedenti la rivoluzione, al Capo del Governo. Dopo il 1928, la scelta dei componenti la nuova Camera dei Deputati avvenne attraverso un sistema misto di nomina popolare e conferma del Partito e, infine, di approvazione plebiscitaria della « lista nazionale ». Il Fascismo non può in alcun senso essere considerato un regime di rappresentanza popolare, se si vuole intendere il termine nel senso corrente nei regimi politici parlamentari. Attraverso la struttura corporativa e la modifica della Camera, si giunse gradualmente ad un sistema che venne definito, da Francesco Paoloni e da Panunzio, una « rappresentanza senza elezioni ». I rappresentanti delle varie associazioni, delle categorie produttive e dei gruppi non economici erano normalmente designati gerarchicamente. Le loro funzioni, inoltre, erano notevolmente differenti da come venivano intese nei sistemi parlamentari. W. Cesarini Sforza definiva il sistema parlamentare un sistema in cui gli interessi locali e particolari tentano di servirsi dello Stato come di un'arma politica esecutiva degli interessi della propria categoria o classe. Se risulta loro impossibile dominare da soli lo Stato, essi si accordano con rappresentanti di altri interessi per spartirne con questi il controllo. Il sistema parlamentare non esprime la volontà della Nazione, ma la volontà di un particolare gruppo, o di un insieme di gruppi, di interessi precostituiti. Il Fascismo, invece, sosteneva Cesarini Sforza, ha organizzato la nuova Camera per renderla il luogo in cui « Fasci e Corporazioni esprimeranno direttamente la loro volontà di organi di Stato, non come rappresentanti del popolo, ma come organi dello Stato che realizza integralmente, unitariamente, la volontà della Nazione ».(146) Se gli uomini fossero realmente creature che si curano soltanto dei propri interessi materiali immediati piuttosto che degli interessi ultimi della collettività, e se essi reagissero all'esempio in maniera mimetica ed in maniera positiva alle suggestioni in momenti di grande tensione morale, allora dovrebbe essere responsabilità di quei pochi consapevoli delle realtà superiori ed ultime di fornire i mezzi per l'espressione dei loro interessi materiali (sistema corporativo), ma soltanto nell'ambito di un'organizzazione che ne assicuri l'effettivo controllo. Il controllo dovrebbe essere attuato mediante il costante ricorso al sentimento, alla comunanza di sentimenti, alla fondamentale predisposizione etnocentrica dell'uomo come animale sociale, in un clima di forte tensione morale. La soluzione alternativa sarebbe, altrimenti, quella di abbandonare le masse alla mercè di partiti e influenze locali divergenti che sfruttano, ciascuno, i propri sistemi non razionali per creare divisioni e dissensi all'interno del corpo politico. Faziose distinzioni di classe, categoria e setta, minaccerebbero così la vitalità della Nazione in un mondo che vede sempre più aspra la contesa tra le varie nazioni. Per i fascisti, non si deve mai assolutamente permettere che interessi locali, economici o confessionali divengano il fulcro fondamentale della vita individuale. Le cerimonie e i riti, le dimostrazioni di massa, l'uso della camicia nera (che annullava le distinzioni di classe e categoria) vennero studiati appositamente per generare una comunanza di sentimenti di gruppo che avrebbe unito gli individui in quello che Mussolini definiva un nuovo « senso collettivo della vita », la « bellezza della vita vissuta in comunione ». (147) Perciò Mussolini e i fascisti tentarono di sostanziare le idee neo-idealiste secondo le quali l'individuo, il popolo, la Nazione, il Partito e lo Stato sono espressioni diverse di una stessa realtà, che possono essere sostituite indifferentemente l'una all'altra. Per Gentile, questa sostituzione poteva avvenire convincendo l'individuo che egli era, nel più profondo senso di sé, il suo stesso popolo, la Nazione, il Partito, lo Stato. Per il Fascismo, questa identificazione veniva attuata tramite richiami emotivi, non razionali, dato che l'uomo, in generale, è il risultato di influssi che sono fondamentalmente irrazionali. Tali convinzioni si erano già compiutamente manifestate nel pensiero politico e sociale di Mussolini quando egli era ancora socialista, e rimasero costanti per tutto il corso della sua vita.( 148 ) E proprio queste convinzioni opposero irrimediabilmente il Fascismo alla democrazia politica. Una situazione di pluralità di partiti non serve ad altro che a permettere a un certo numero di demagoghi di sfruttare i sentimenti non razionali delle masse per creare il dissenso all'interno dello Stato e indebolire quest'ultimo nei confronti dell'attuale, o potenziale, conflitto internazionale. In una situazione di partito unico, invece, i dirigenti sono in una posizione tale da poter organizzare le capacità di gruppo dell'uomo al servizio degli interessi collettivi. Gli individui capaci di assumere funzioni direttive potevano essere scelti dai loro superiori attraverso le svariate organizzazioni che raggruppavano vecchi e giovani, uomini e donne, individui di tutte le classi, categorie e confessioni. Costoro sarebbero entrati a far parte dei ranghi della aristocrazia dirigente per diventare i dirigenti, gli imprenditori e gli educatori del futuro. Così, mentre il consenso popolare su cui riposava il regime veniva inteso come un prodotto del monopolio quasi completo dei mezzi di educazione e propaganda goduto dallo Stato e dall'apparato del Partito, lo Stato e il Partito erano considerati i rappresentanti delle qualità superiori di intelligenza e di morale della Nazione. In genere, i fascisti sostenevano che il possesso di queste qualità era stato inizialmente dimostrato dal successo della rivoluzione. Questo è l'unico significato pratico che può venir dato all'affermazione che il Duce fosse stato « inviato dalla Provvidenza ». Una volta insediatosi al potere, la cura per la continua vitalità del sistema avrebbe garantito una scelta costante e obiettiva di individui adatti ad occupare le cariche nella aristocrazia direttiva e strategica. Il fatto che il sistema fascista sia fallito è ormai un dato di fatto storico. Del resto, lo stesso Mussolini ne ammise il parziale fallimento.(149) Le ragioni del suo fallimento sono, ovviamente, troppo complesse ed oscure perché se ne possano dare, in questa sede, validi giudizi.(150) Ciò che qui mi interessa è di dimostrare che la politica pratica fascista seguì con notevole coerenza le impostazioni filosofiche e dottrinarie fasciste. Il fatto che il Fascismo non sia stato Attualismo dipende dai precedenti dottrinari del primo. Questi precedenti erano accettazione di una ben precisa serie di proposizioni pratiche la cui verità o falsità poteva essere stabilita con i normali procedimenti scientifici di verifica. Tutto ciò, insieme ai primitivi valori dell'Attualismo, produsse la giustificazione razionale della dittatura. Il carattere istituzionale della dittatura stessa ci interessa qui soltanto di sfuggita. Ci occorre, qui, occuparci di una sola caratteristica del governo fascista: della tendenza, cioè, del sistema gerarchico fascista a sfociare in una dittatura personale. Dato che la responsabilità e il potere seguivano una scala gerarchica, c'era la tendenza a considerare l'iniziativa come proveniente soltanto dal vertice del sistema ed a permettere che i subordinati si abbandonassero all'apatia ed all'imitazione. Perciò, i fascisti avevano ragione a definire il governo fascista non un « governo di iniziativa popolare », ma un governo di « adesione popolare », un sistema nel quale il « principio di autorità » veniva gradualmente inculcato nelle masse attraverso i mezzi di educazione e di propaganda in possesso dello Stato, ma soltanto « secondo le direttive politiche emanate dal Capo del Governo ».(151) Panunzio, che visse intensamente, per mezzo secolo, da pensatore, la vita del pensiero fascista, non aveva quindi difficoltà ad affermare che « il centro ed il motore » dell'intero sistema era il « Capo del Governo ».(152) Il « culto del capo » divenne una caratteristica tipica del sistema. Il culto della personalità », del dirigente dalle caratteristiche carismatiche o semicarismatiche, ritenuto oggi sintomatico dei sistemi totalitari, ebbe la sua prima giustificazione razionale e dottrinaria durante il periodo fascista. Dato che, secondo i teorici fascisti, le masse rappresentano soltanto le energie elementari, suscettibili dì essere utilizzate a qualsiasi scopo, la funzione della guida direttiva diviene d'importanza critica. La tradizione da cui scaturì il Fascismo sosteneva che le masse devono essere guidate e i teorici fascisti sostenevano che « il lento moto ascensionale dell'umanità è stato sempre caratterizzato dalla comparsa di un uomo che guida e domina; qualsiasi passo in avanti è sempre stato compiuto prima da un individuo, dietro al quale hanno seguito, adoranti o tremanti, le masse incolte [...] La necessità delle masse di inchinarsi di fronte a una personalità singolare che abbia un volto e un nome e che possegga uno spirito dominatore deriva dalle necessità innate nell'uomo fin dall'antichità ».(153) Queste affermazioni rappresentano poco di più di una riaffermazione della sociologia politica di Michels, di una nuova formulazione delle idee di Le Bon e Sorel. Michels volle chiamare « carismatico» questo tipo di capo per indicare una categoria che non si ritrova nella tipologia di Max Weber, la quale ultima faceva distinzione soltanto tra il capo « tradizionale » o dinastico ed il capo « razional-legale » che predomina nei regimi parlamentari.(154) Ma dato che Weber aveva usato il termine « carismatico » per intendere capi dotati di un presunto mandato divino, per meglio individuare i capi totalitari è stato proposto il termine « semi-carismatico ».(155) I dittatori totalitari, dei quali Mussolini fu l'esempio più tipico, fondano il proprio governo su fattori emotivi non razionali, che vengono legittimati però in termini razionali. Si deve intendere questa dittatura come una necessità razionale e legittima, data la verità di tutta una serie di presupposti relativi all'uomo ed alla vita sociale. La sottomissione alla guida del dittatore è inizialmente spontanea, ma viene successivamente perfezionata ed eventualmente imposta attraverso il controllo di mezzi di comunicazione e di propaganda di massa. Il risultato di tutto ciò fu, nell'Italia fascista, l'identificazione di Mussolini con lo Stato e, di conseguenza, con la Nazione. Il grido popolare «Tu sei l'Italia », era un'espressione di questa identificazione implicita nella dottrina fascista fin dal tempo della fondazione formale del Partito Nazionale Fascista. Per Gentile questa identificazione era possibile soltanto quando il capo della Nazione impersonasse la volontà razionale universale. Per i fascisti, l'identificazione era il risultato di fattori non razionali che derivavano dalla naturale disposizione dell'uomo ad identificarsi con una comunità di limitata estensione e a considerare un uomo il simbolo della comunità. Per Gentile, alla base del consenso politico della fedeltà stava la volontà razionale. Per i fascisti, invece, vi stava il sentimento di gruppo. L'identificazione, però, comunque fosse interpretata, stava a significare che il capo aveva l'obbligo di imporsi perché rappresentava la volontà responsabile e direttiva della comunità nazionale. Durante i venti anni di Regime Fascista, Mussolini assunse sempre maggiori responsabilità personali ed a poco a poco i vari organi dello Stato vennero atrofizzandosi. Questo processo trova un esempio tipico nelle vicende del Gran Consiglio del Fascismo. Il Gran Consiglio, che aveva poteri puramente consultivi, si riunì centotrentanove volte nel primo decennio dell'Era Fascista; ma dal 1932 fino al 25 luglio 1943 venne convocato soltanto quarantasette volte. Una simile involuzione si può ritrovare in quasi tutti gli organi dello Stato e del Partito. Il sistema crollò soffocato da un torpore fatale.(156) Quando Mussolini fu travolto dal colpo di Stato badogliano, il sistema non fu capace della minima reazione. Bottai, che era stato uno dei più stretti collaboratori di Mussolini, scrisse un appropriatissimo epitaffio sull'esperimento: « Non basta agire sulle masse, è necessario agire sull'uomo e tra gli uomini ». Bottai era un gentiliano e, come Gentile, era convinto che soltanto una convinzione ragionata può indurre alla fedeltà assoluta. Come minimo, occorreva un gruppo di fascisti convinti, di uomini la cui volontà fosse sostenuta da una profonda convinzione « ragionata ». Durante i venti anni di potere, invece, il Fascismo creò soltanto l'apparenza di questa convinzione. Il sentimento e l'intuizione sono cose estremamente vaghe nessuna delle due può costituire il fondamento di un sistema duraturo. Sottoposti a dure prove, i sentimenti entrano in conflitto fra loro ed è facile cambiare la camicia nera per la bandiera rossa. Mussolini stesso rimase stupito dalla rapidità con cui scomparvero tutte le tracce di fedeltà al Fascismo.(157) Nel settembre 1943, quando Mussolini chiamò a raccolta i fascisti italiani per una restaurazione del Fascismo nell'Italia settentrionale, uno dei pochi personaggi importanti del Fascismo prebellico che proclamò pubblicamente la propria adesione al Partito Fascista Repubblicano fu Giovanni Gentile. Nel novembre, Mussolini si incontrò con Gentile e gli parlò della resistenza opposta all'Attualismo da parte degli « intransigenti » del Partito. Gentile parlò della necessità della « pacificazione degli animi », con evidente allusione alla propria dottrina della tolleranza, sviluppata nella sua ultima opera, Genesi e struttura della società, che aveva appena terminata nel settembre dello stesso anno. Il 26 novembre, Gentile accettò la nomina a Presidente dell'Accademia d'Italia. Durante tutto questo periodo, egli predicò la rinuncia alla vendetta e alla violenza, per far sì che si potesse ricreare l'unità morale e sentimentale della Nazione.( 158 ) Si interessò molto, presso i dirigenti provinciali fiorentini, in favore di coloro che venivano arrestati perché sospetti di sovversione politica. Al ritorno da una di queste missioni il 15 aprile 1944, Gentile fu affrontato all'ingresso della sua villa da due uomini. Uno di essi gli chiese se fosse il professor Giovanni Gentile. Avutane risposta affermativa, l'uomo sparò a bruciapelo tutti i colpi del caricatore della sua pistola. Gentile morì all'istante. Per rappresaglia, i fascisti arrestarono tre professori universitari antifascisti, ma i familiari di Gentile si batterono nei giorni successivi per la loro scarcerazione. La salma di Gentile fu sepolta accanto ai resti di Michelangelo e di Machiavelli, nella chiesa di Santa Croce a Firenze.

L'ATTUALISMO E LA TRADIZIONE SOCIOLOGICA PROTOFASCISTA

Il contrasto tra l'Attualismo come idealismo etico e la Dottrina fascista come prodotto di una tradizione naturalistica e sociologica, persistette durante tutto il periodo fascista. Gentile sosteneva che gli esponenti nazionalisti che avevano aderito al Fascismo erano legati ad una forma di naturalismo alla quale sarebbero stati disposti a sacrificare importantissimi valori etici.(159) Questi ultimi concepivano la Nazione come il prodotto naturale di comuni sentimenti di gruppo, piuttosto che come una certezza razionale, dotata di volontà, di un destino comune. I nazionalisti, da parte loro, sostenevano che il pensiero di Gentile era troppo « astratto » e « intellettualistico » per essere efficace, e pretendevano un sempre maggior « realismo ». Il Fascismo scientifico di A. C. Puchetti è una delle prime testimonianze di questo modo di vedere le cose. Panunzio, Costamagna, Gini e Corradini erano sostanzialmente dell'opinione che il Fascismo, come sistema di pensiero, avesse un carattere spiccatamente sociologico. Tripodi, che condivideva questa opinione, sosteneva che i valori che stavano alla base del Fascismo potessero essere spiegati come « valori autoctoni tradizionali » propri di quella comunità storica che era la Nazione italiana.(160) Questa era una « costante » sentimentale endemica nella vita italiana. Queste erano le « basi naturali » su cui una politica, che volesse essere realistica, doveva riposare. In sostanza, costoro coltivavano una forma di etica naturalistica che concepiva gli imperativi morali come conseguenza di un sistema formato da proposizioni descrittive. Una soluzione di questo genere era necessariamente destinata al fallimento, e tuttavia produsse una particolareggiata e cosciente spiegazione della nazionalità e dei rapporti tra gli uomini nella società. Questo processo esplicativo venne accelerato dall'avvento al potere del Nazionalsocialismo tedesco, impregnato di razzismo naturalistico. Da ciò derivò l'articolazione del razzismo fascista, che vide confluire in sé elementi sociologici insiti nel Fascismo, il suo nazionalismo, ed il biologismo che fu, almeno in parte, conseguenza dell'alleanza del Fascismo con il Nazionalsocialismo. Questo sviluppo del pensiero politico e sociale fascista lasciò sconvolto Gentile, non poco imbarazzato Mussolini e confusi i critici del pensiero fascista. L'espressione finale assunta dal pensiero politico e sociale fascista fu un tentativo di sintesi degli elementi neo-idealisti e naturalistici. La sintesi non riuscì pienamente, ma produsse comunque un sistema di pensiero abbastanza evoluto, le cui caratteristiche ricompaiono ad ogni pié sospinto nei regimi totalitari o semitotalitari dei nostri giorni.

NOTE AL CAPITOLO QUINTO

1) Cfr. H. KOHN, Political Ideologies of the Twentieth Century, New York 1966, p. 149.
Cfr. H. MARCUSE, Reason and Revolution, New York 1954, p. 404 (tr. it.: Ragione e rivoluzione, Bologna 1966 - N.d.R.).
2) G. PAPINI, Pragmatismo, p. 35. In questo senso Mussolini disse che l'« azione » aveva « seppellito » la filosofia: « Il programma di Mussolini », Opera, XVIII, 465
3) G. PREZZOLINI, La teoria sindacalista, pp. 240-253.
4) G. PAPINI, Op. cit., pp. 19 e segg., 95, 98, 110, 151, 199.
5) Ibid., p. 115.
6) H. SCHNEIDER, Op. cit., p. 7; cfr. G. PAPINI, Op. Cit., p. 9.
7) Prima della Marcia su Roma, Spirito aveva già compiuto un'indagine critica del pragmatismo.
U. SPIRITO, Il pragmatismo nella filosofia contemporanea, Firenze 1921.
8 ) U. SPIRITO, Inizio di una nuova epoca, Firenze 1961, p. 229.
9) « Relativismo e fascismo », Opera, XVII, 267-269. Mussolini evidentemente si dispiacque ben presto dell'importanza che aveva attribuito al relativismo in questo breve saggio, tanto è vero che ne proibì la pubblicazione nell'edizione « definitiva » delle sue opere, apparsa durante il periodo fascista. Cfr. E. SUSMEL, Venticinque scritti e un discorso di Benito Mussolini da lui proibiti, Milano 1950, pagg. 189, 195.
10) « Non solo per noi non esiste un dualismo tra materia e spirito, ma noi abbiamo annullato questa antitesi nella sintesi dello spirito. Lo spirito solo esiste, nient'altro esiste; né voi, né questa aula, né le cose e gli oggetti che passano nella cinematografia fantastica dell'universo, il quale esiste in quanto io lo penso e solo nel mio pensiero, non indipendentemente dal mio pensiero. E' l'anima, signori, che è ritornata ». « Per la vera pacificazione », Opera, XVII, 298.
11) U. SPIRITO, Inizio di una nuova epoca, pagg. 229-233. Dato che i rapporti tra idealismo gentiliano e pragmatismo erano stati molto stretti, fu necessario, anni dopo, porre in risalto le differenze tra le due concezioni. Cfr. F. MODICA-CANNIZZO, « Antipragmatismo e antiattivismo di Giovanni Gentile », CC, II, 121-127.
12) Cfr. G. GENTILE, La filosofia italiana contemporanea, Firenze 1941, pp. 48-51; OD. pp. 38 e segg., 58; CF, 47. 98; F. Chilanti. « Il popolo e l'intelligenza », Gerarchia, XIX, (settembre 1940), pp. 481-483; O. Valle, « Dell'intelligenza fascista ». Gerarchia. XIX (ottobre 1939), pp.702-703.
13) Cfr. la definizione simile proposta da Lasswell e Lerner: H. LASSWELL and D. LERNER, World Revolutionary Elites: Studies in Coercive Ideological Movements, Londra 1966, p. 17
14) « Socialismo e socialisti », Opera, 1, 142; cfr. p. 139.
15) « Dottrina del Fascismo », Opera, XXXIV, 117.
16) « Al congresso delle scienze prima del quarto attentato », Opera, XXII, 251.
17) Cfr. « All'Assemblea delle Corporazioni », Opera, XXVI, 379; e « Discorso del XIII Gennaio per lo Stato Corporativo », Ibid., pp. 86-96.
18 ) « Dottrina del Fascismo », Opera, XXXIV, 122.
19) « Da che parte va il mondo? », Opera, XVIII, 70 e segg.
20) Vale per il suo pensiero politico in generale, ma un'esplicita affermazione in questo senso già si trova in
« Il " PUS " a Congresso », Opera, XVI, 116, 117.
21) « Dottrina del Fascismo », Opera, XXXIV, 117.
22) A. CANEPA, Op. cit., III, 57, n. 5.
23) Ibid., p. 65.
24) S. PANUNZIO, Lo stato fascista, pp. 15 f.
25) L. VOLPICELLI, Motivi su Mussolini, Roma, 1935, p. 18.
26) L. VOLPICELLI, « La realtà storica del Fascismo », Educazione Fascista, VII (1929), 580.
27) « La dottrina fascista non è una filosofia nel senso corrente della parola [...] II Fascismo, infatti, polemizza contro le filosofie astratte e intellettualistiche [...] Il fascista, invece, tra per l'eredità di alcune ispirazioni marxistiche e soreliane (perché molti Fascisti e lo stesso Duce formarono la loro prima educazione intellettuale alla scuola di Marx e Sorel) e tra per l'influsso delle dottrine idealistiche italiane contem¬poranee [ ... ] intende la filosofia come filosofia della prassi » (OD, pagg. 37, 5Cool.
28 ) « La filosofia della forza », Opera, I, 174; cfr. « La teoria sindacalista », Opera. II. 128; e « Alla nuova sede dei mutilati », Opera, XIX, 168 e segg.
29) G. A. CHIURLO, Storia della rivoluzione fascista, Firenze 1929, I, 201 (ora: Edizioni del Borghese, Milano 1972, II voll. - N.d.R.).
30) « Navigare necesse », Opera, XIV, 231.
31) « Aspetti del dramma », Opera, X, 8.
32) « ... non si deve credere che il Fascismo non abbia avuto una teoria. Sarebbe un gravissimo errore »
(« Fascismo e nazionalismo », Opera, XIX, 162).
33) « Al congresso dei filosofi », Opera, XXIV, 109.
34) Mussolini, lettera a M. Bianchi del 26 agosto 1921 (Opera, XVII, 415).
35) M. MARCHELLO, La morale eroica del fascismo, Torino 1934, p. 14; G. Gentile. « La formazione politica della coscienza nazionale », Educazione Fascista, VIII (1930). 675.
36) A. CANEPA, Op. cit., I. 15. n. I.
37) Ibid., n. 2. Cfr. anche A. CARLINI, Filosofia e religione nel pensiero di Musso¬lini, Roma 1934, p. 11.
38 ) Cfr. Opera, XXXIV, VI; G. PINI e D. SUSMEL, Op. cit., III, 255; N. TRIPODI. Vita e ideali di Giovanni Gentile. Roma 1954, p. 16, H. S. HARRIS, Op. cit., pp. 188 e segg.
39) Cfr. A. CANEPA, Op. Cit., 111, 17; E MARTINOLI, Op. cit., p. 13.
40) Alcuni dei più importanti teorici fascisti tra cui Panunzio, Costamagna, Canepa e Tripodi, hanno tentato di scindere la filosofia del Fascismo da quella di Gentile.
41) G. GENTILE, « Discorso agli italiani ». CC, IV, 67, cfr. A. CARLINI. « Studi Gentiliani », CC, VIII,115.
42) Cfr. lettera di Gentile a Mussolini, in occasione della iscrizione formale di Gentile stesso al Partito Nazionale Fascista; H. S. HARRIS, Op. cit., pp. 167 e segg. Altre lettere inedite di Gentile a Mussolini sono state pubblicate da DUILIO SUSMEL., in la Destra, giugno 1972.
43) Y. DE BEGNAC, Palazzo Venezia. p. 133.
44) A. LABRIOLA, Studio su Marx, Napoli, 1926. p. 42. n. 37. Il libro fu pubblicato la prima volta nel 1908; la seconda edizione non presenta modifiche rispetto alla prima.
45) G. PINI e D. SUSMEL. Op. cit., I, 279.
46) MANNHARDT, Op. Cit.. p. 114: H. SCHNEIDER. Op. Cit.. p. 102.
47) Y. DE BEGNAC, Palazzo Venezia, p. 130.
48 ) Ibid., p. 158.
49) Mussolini, lettera a M. Bianchi del 26 agosto 1921, Opera, XVII, 414 e segg.
50) B. CROCE, Storia d'Italia dal 1871 al 1915, Bari 1942, pp. 279 e segg.; cfr. A. CAR¬LINI, Filosofia e religione nel pensiero di Mussolini. Roma 1934. p. 14, « Studi Genti¬liani », GG, VIII, 106.
51) « Il primo discorso alla Camera dei Deputati », Opera, XVI, 440.
52) Cfr. « Al congresso delle scienze prima del quarto attentato », Opera, XXII, 251; L. VOLPICELLI, Op. cit., p. 22.
53) Cesare Rossi, intimo di Mussolini all'epoca, sostiene che nel 1922 Mussolini conosceva Gentile, molto
« vagamente »; C.Rossi, Trentatré vicende mussoliniane, Milano 1958, p. 423. Rossi ha forti (e comprensibili) pregiudizi anti-mussoliniani di cui si deve tener conto nella valutazione delle sue affermazioni.
54) H. S. HARRIS, op. cit., pp. 160 e segg.
55) Il discorso di Mussolini alla Camera del 1 dicembre 1921, con cui mostrò di abbracciare l'idealismo epistemologico, contiene una parafrasi dei primi due capitoli della Teoria generale di Gentile. Cfr. « Per la vera pacificazione », Opera, XVII, 298; e G. GENTILE, Teoria generale dello spirito come atto puro, Bari 1924, cap. I e II. Questa edizione non è sostanzialmente diversa da quella del 1916.
56) Y. DE BEGNAC, Palazzo Venezia, p. 212.
57) W S. HARRIS, op. cit., P. 189, n. 72.
58 ) Cfr, N. TRIPODI, Commento a Mussolini: Note sulla « Dottrina del fascismo », Roma 1956, p. 10 (ora in: Il fascismo secondo Mussolini, Edizioni del Borghese, Milano 1971 - N.d.R.).
59) « L'uomo e la divinità », Opera, XXXIII, 22.
60) GS, p. 44.
61) Gentile sosteneva che la concezione dello Stato rappresentava un punto fondamentale del Fascismo; Mussolini condivideva questo giudizio. Cfr. CF, p. 103, OD. pp. 42 e segg.; « Dottrina del fascismo », Opera, XXXIV, 129; « All'Assemblea quin¬quennale del Regime », Opera, XXIV, 15.
62) N. TRIPODI, Commento a Mussolini, p. 20.
63) IF, p. 181.
64) RE. p. 28.65
65) Cfr. GS, p. 14; FD. pp. 103 e segg.; IF, p. 182; M. AEBISCHER, Der Einzelne und der Staat nach Giovanni Gentile, Friburgo 1954, p. 56.
66) A. D. Lindsay, nelle sue critiche a Mill, sostiene: « La vera libertà è possibile, non in un mondo in cui non si abbiano rapporti con altre persone, ma in un mondo in cui questi rapporti siano espressione della ragione. Fintanto, dunque, che lo Stato sostituisce l'interferenza ordinata e ragionevole all'interferenza arbitraria degli indi¬vidui, accresce la libertà » (introduzione a J. S. MILL, Utilitarianism, Liberty and Representative Government, New York 1950, pag. XXV).
67) RE. pp. 20 e segg.; GS. pp. 60, 65 e segg., 109 e segg., 115.
68 ) Cfr. PF, p. 53.
69) FD, p. 105; cfr. p. 108.
70) GS, p. 15.
71) GS, pp. 33. 38,
72) GS, p. 44.
73) GS, p. 15.
74) GS, p. 16.
75) Cfr. A. C. Puchetti, op. cit., p. 112.
76) RE, pp. 8-16.
77) Cfr. CF, pp. 10 e segg.
78 ) RE, p. 14.
79) CF, p. 34.
80) FD, p. 67.
81) CF, pp. 34, 47, 51; GS, p. 58.
82) IF. p. 180.
83) Cfr. G. PANNESE. L'etica nel fascismo e la filosofia del diritto e della storia, Roma 1942, pp. 149 e segg.; C. COSTAMAGNA, Dottrina del fascismo. pp. 337-365, G. CORSO. op. cit.. pp. 44 e segg.
84) RE, pp. 24 e segg.
85) OD, pp. 49, 63. Cfr. Prefazione di S. Longhi a A. Sermonti, Diritto sindacale italiano, Roma 1929, I, IX.86
86) FD, p. 111.
87) Cfr. V. BELLEZZA, L'esistenzialismo positivo di Giovanni Gentile, Firenze 1954, cap. X.
88 ) Cfr. U. SPIRITO, Capitalismo e corporativismo, Firenze 1933. p. 29; G. CORSO, op. cit., p. 34.89
89) FD, pp. 67, 81; cfr. G. MAGGIORE, « Il problema del diritto nel pensiero di Giovanni Gentile », GG, I, 236.
90) FD, p. 80.
91) GS, p. 57.
92) GS, p. 58.
93) CF, pp. 90 f., IF, p. 183.
94) « La concezione dello Stato fascista differisce profondamente da quella liberale e democratica per quel che riguarda i diritti soggettivi, politici e di libertà dei cittadini. Infatti, lo Stato Fascista non riconosce ai cittadini diritti da far valere contro lo Stato, ma considera i diritti politici e di libertà come concessioni che lo Stato fa ai cittadini perché essi possano agire sotto la sua autorità in maniera da cooperare al benessere sociale » (G. PANNESE, op. cit., pag. 161).
95) Cfr. in particolare S. PANUNZIO, Popolo, nazione, stato e L'ordinamento dello stato fascista, pp.19-26.
96) p. 36; cfr. p. 50.
97) OD, pp. 63 e segg., « La costituzionalizzazione del Gran Consiglio del Fascismo », Educazione fascista, VI (febbraio 1928), 86 e segg.
98 ) CF, pp. 109 e segg.; GS, pp. 58 e seg.; FD, 117 e segg.
99) G. PANNESE, Op. Cit., P. 158.
100) GS, pp. 32, 34, 39.
101) Cfr. DR, p. 88.102
102) GS, p. 48.
103) OD, p. 59.
104) OD, pp. 9 e segg.; cfr. HARRIS, op. cit., p. 219.
105) OD, p. 59; L'ordinamento dello stato fascista, pp. 49-51.
106) « Dottrina del fascismo », Opera, XXXIV. 117-120.
107) Cfr. H. S. HARRIS, op. cit.; P. A. Zacchi, Il nuovo idealismo italiano di B. Croce e C. Gentile, Roma 1925; U. SPIRITO, L'idealismo italiano e i suoi critici, Firenze 1930; N. PAPAFAVA, L'idealismo assoluto, Milano s.d.; E. CHIOCCHETTI, La filosofia di Giovanni Gentile, Milano 1922.
108 ) C. COSTAMAGNA, Dottrina del fascismo, pp. 9. 31.
109) OD. pp. 22, 38.
110) RE. p. 11.
111) GS, p. 125.
112) CF, p. 51.
113) GS, pp. 59 e segg.
114) RE, p. 34.
115) IF. 177 e seg- 179.
116) RE, p. 26.
117) CF, p. 193.
118 ) GS, p. 136.
119) Cfr. « Il fascismo nella cultura », CF, pp. 95-116, in particolare, p. 104.
120) GS, pp. 134-136.
121) C. COSTAMAGNA, Dottrina del fascismo, p. 13. G. Guizzardi sostiene che « l'uomo è stanco di giustificare, spiegare. ragionare... Gli uomini hanno scordato la Ragione; desiderano la Fede e invocano il Mito ». (G. GUIZZARDI, « Dalla ' Ragione ' alla Fede ' ». Gerarchia, XIX, aprile 1940, 197-198).
122) C. COSTAMAGNA, Dottrina del fascismo, p. 26.
123) J. EVOLA, Imperialismo pagano, p. 76.
124) Cfr. J. EVOLA, Gli uomini e le rovine.. Roma 1953; « Gentile non è il nostro filosofo ». Minoranza, II (agosto-ottobre 1959), 22-27. (Cfr. in seguito anche: Gli uomini e le rovine. III ed., Volpe. Roma 1972; « Il filosofo Giovanni Gentile », Il Conciliatore, XX, gennaio 1972, p. 28-29; « Sul neo-umanesimo », L'Italiano, XIV, dicembre 1972-gennaio 1973, pp. 788-798 - N.d.R.).
125) « Preludio a Machiavelli », Opera, XX, 252; cfr. pp. 251-254.
126 Ibid., p. 253. Cfr. anche le considerazioni di Mussolini in « Soliloquio in libertà all'isola Trimellone », Opera, XXXII, 178.
127) « Pensieri Pontini e Sardi », Opera, XXXIV, 286.
128 ) Cfr. p. 100.
129) « Il fascismo è una ' rivolta spirituale ' », Opera, XX, 149.
130) Cfr. COSTAMAGNA, Dottrina del fascismo, pp. 133 e segg.
131) L'unica prova contraria a questa asserzione è l'ammissione dello stesso Mussolini del fatto che egli « ha contaminato » il socialismo con un « pizzico di Bergson ». Poiché però Mussolini non indica esattamente quali elementi di Bergson vi abbia introdotto, è difficile tener conto di questa affermazione. D'altra parte, come abbiamo già detto, Mussolini rifiutava il misticismo intuitivo di SOREL: cfr. « Il primo discorso alla Camera dei Deputati », Opera, XIV, 440. Tuttavia, la convenienza di una simile posizione tattica indusse molti fascisti a sostenere che « oltre la verità o l'errore c'è il mito, la forza mistica, perché per agire non bisogna dimostrare, bisogna credere ». Questi concetti si accordano con la teoria mussoliniana della motivazione, ma non necessariamente con la sua concezione della verità: F. FORNI, « Fascismo e filosofia », Gerarchia, XVIII (agosto 1938), 579.
132) « Se per misticismo si intende la facoltà di capire la verità senza l'ausilio della intelligenza, io sono il primo a dichiararmi contrario a qualsiasi misticismo », secondo la citazione di Y. DE BEGNAC in Palazzo Venezia, pag. 186. In tal modo, SPINETTI può definire il misticismo fascista una disciplina morale « intima e ragionevole » che non ha alcunché « di trascendentale o di irrazionale ». La mistica fascista « si spiega razionalmente anche ciò che ad altri appare ancora indimostrabile con la ragione e relegato tra le cose che vanno credute per fede, senza discussione »: G.S. SPINETTI, « Nostra mistica », Gerarchia, XVII (febbraio 1938), 79, 80, 81.
133) M. PALMIERI, The Philosophy of Fascism, Chicago 1936, pagg. 70 e segg. CALZA sosteneva, al contrario, che « seguire Mussolini, costruttore di civiltà, è una questione d'intelligenza [ ... ] Seguire un uomo di genio non è infatti un sentimento politico... »: G. CALZA, « Intelligenza del Fascismo », Gerarchia XIX (maggio 1939), 316.
134) M. PALMIERI, Op. cit., pag. 69. ZAPPONI parla di « mistica » che si manifesta come senso dell' « Unità che cementa gli individui nella collettività e la collettività con la terra e la Nazione intera con quella legge non scritta che [ ... ] non può essere che una legge della natura umana ». Questo ha lo stesso valore del « sentimento » di Gentile, slancio iniziale di vita spirituale. Ma Zapponi prosegue definendo le manifestazioni di questo sentimento « slanci irrazionali », qualcosa cioè che Gentile avrebbe considerato estranea alla attività morale: A. ZAPPONI, « P.N.F. Mistica Fascista », Gerarchia, XIX (marzo 1940), 157-158.
135) C. COSTAMAGNA, Dottrina del fascismo, pp. 340-341.
136) D. PELLEGRINI-GIAMPIETRO, Op. cit., pp. 68, 69, 73. Cfr., in proposito, M. RIVOIRE, « Mistica fascista e mistica totalitaria », Gerarchia XIX (Marzo, 1940), 132; M. JANNELLI, « Il dominio dello spirito nello stato fascista », Gerarchia, XVIII (Gennaio, 1938), 3; A. ASSANTA, « Stato spirituale », Gerarchia, XII (Agosto, 1934), 666.
137) E. MARTINOLI, Op. cit., pp. 23-32; A. CARLINI. Op. cit., p. 60.
138 ) Prefazione di MUSSOLINI a A. ORIANI, Op. cit., p. V; « Alfredo Oriani », Opera. XX, 244-246.
139) A. ORIANI, Op. cit., p. 243.
140) O. DI GIAMBERARDINO, op. cit., pp. 60 e seg., 62 e seg., 65.
141) A. CARLINI, Op. cit., p. 60.
142) LUDWIG, Op. cit., pp. 129, 119.
143) SILUS, « Civiltà, aristocrazia, intelligenza », Gerarchia, XIX (Marzo, 1939), 162 e seg., B. DAMIANI,
« Democrazia autoritaria », Gerarchia, XVIII (Luglio, 1938), 485.
144) P. UBALDI, « Per una realistica filosofia del fascismo », Gerarchia, XVIII (Set¬tembre, 1938), 620, 621.
145) F. PAOLINI, Sistema rappresentativo del fascismo (Roma, 1937), p. 220 e seg.
146) W. CESARINI SFORZA, « La Camera dei Fasci e delle Corporazioni », in La Camera dei Fasci e delle Corporazioni, Firenze, 1937, p. 250.
147) E. LUDWIG, op. cit., pp. 122. 123.
148 ) Cfr. « Soliloquio in - libertà ' all'Isola Trimellone ». Opera. XXXII, 170.
149) Ibid.. p. 178.
150) A. AQUARONE op. cit., fornisce un breve ma serio tentativo di analisi. Cfr. anche D.L. GERMINO, The Italian Fascist Party in Power. A Study in Totalitarian Rule, Minneapolis 1959.
151) G. BATTAGLINI, « Stato fascista, stato di popolo », Gerarchia, XII (Maggio, 1934). 361; A. FIACCADERI, « L'autorità del fascismo », Ibid. (Ottobre, 1934), 859. Cfr. A. NAVARRA, « Governo e governati in regime fascista », in La Camera dei Fasci e delle Corporazioni , p. 166; PAOLINI, op. cit., P. 114.

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152) S. PANUNZIO. « Contributo all'esame dei problemi alla istituzione della Camera dei Fasci e delle Corporazioni », in La Camera dei Fasci e delle Corporazioni, p. 228.
153) O. DI GIAMBERARDINO, Op. cit., pp. 303 e segg. Si tratta di una parafrasi di GENTILE (OD p. 9), ma le conclusioni sono evidentemente differenti.
154) R. MICHELS, First Lectures in Political Sociology, cap. VI.
155) Cfr. FRIEDRICH e Z.K. BRZEZINSKI, Op. cit., pp. 24 e segg.
156) G. BOTTAI, Vent'anni e un giorno, p. 196.
157) « Pensieri Pontini e Sardi », Opera, XXXIV, 278.
158 ) G. GENTILE, "Ricostruire », GG, IV, 86 e segg.
159) OD, pp. 43 e segg.
160) N. TRIPODI, Commento a Mussolini, p. 19; cfr. p. 14.

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Capitolo Settimo ULTIMI SVILUPPI DOTTRINARI : LA SOCIALIZZAZIONE

L' ultimo stadio dello sviluppo dottrinario del Fascismo si compì nel quadro della tragedia nazionale italiana. Il Paese era da qualche mese calpestato dagli eserciti di una delle più potenti alleanze militari che la storia ricordi. Nella notte tra il 25 e il 26 luglio 1943, una congiura di palazzo aveva fatto cadere Mussolini, che fu tenuto prigioniero, fino alla prima settimana di settembre, inizialmente nell'Isola di Ponza, poi nell'Isola della Maddalena in Sardegna, e infine sul Gran Sasso. L'8 settembre, la radio italiana aveva annunciato la resa incondizionata del Governo Badoglio agli Alleati, per bocca dello stesso Maresciallo. Subito dopo l'annuncio della resa il Re e Badoglio erano fuggiti da Roma, per riparare nell'Italia meridionale dietro le linee alleate, mentre i tedeschi occupavano la capitale. L'Esercito italiano, rimasto senza comandanti e sconvolto da ordini contradditori, si era dissolto: i tedeschi avevano disarmato, e deportato in campi di concentramento in Germania, circa seicentomila soldati italiani. Unità militari tedesche avevano occupato tutti i principali punti strategici della Penisola e l'aviazione tedesca aveva portato lo scompiglio tra la Flotta italiana che, secondo gli ordini ricevuti, faceva rotta verso i porti alleati per arrendersi. L'aviazione alleata, a sua volta, aveva iniziato una serie di bombardamenti indiscriminati delle città. Gli italiani erano considerati nemici sconfitti dagli Alleati, traditori dai tedeschi. Intanto attivisti politici avevano organizzato il Comitato di Liberazione Nazionale (CLN), che divenne il nucleo da cui ebbero poi origine le bande partigiane antifasciste, e che scatenò la selvaggia guerra fratricida infuriata in Italia durante tutti gli ultimi seicento giorni del Fascismo. A loro volta, piccole unità fasciste avevano cominciato a riorganizzarsi, dopo essersi riprese dal colpo improvviso provocato dalla caduta del fascismo. Alcuni gerarchi fascisti, che avevano trovato rifugio in Germania, sollecitarono l'appoggio di Hitler per la ricostituzione di un governo fascista provvisorio nella parte settentrionale della Penisola tagliata in due. Già poco tempo dopo l'annuncio della resa, la radio italiana trasmise le note dell'inno fascista. Giovinezza, mentre Pavolini implorava i soldati italiani di opporsi all'ordine di resa del Re, in nome del ricostituito governo nazionale fascista. Il 12 settembre, un gruppo di alianti al comando dell'ufficiale tedesco Otto Skorzeny, atterrò a Campo Imperatore sul Gran Sasso e liberò Mussolini (un primo tentativo era stato compiuto da quattro aviatori italiani che vennero fucilati). Sollevatosi faticosamente in volo dal Gran Sasso, l'aereo su cui si trovava Mussolini atterrò all'aeroporto di Pratica di Mare, da dove un Heinkel portò il Duce a Vienna e da qui a Monaco; nella capitale bavarese, Mussolini rivide per la prima volta i propri familiari, dopo l'arresto del luglio. Il 14 settembre egli fu condotto in volo al quartier generale di Hitler, dove i due dittatori si salutarono con una cordialità ed un'amicizia definite da Goebbels eccezionali. I due uomini ebbero un colloquio segreto durato due ore. Tutte le testimonianze a nostra disposizione indicano che a quell'epoca Mussolini era fisicamente stanco e moralmente distrutto. Il medico tedesco che lo visitò dopo la sua liberazione disse che era « un uomo molto malato, che aveva sopportato coraggiosamente, per quattro anni, dolori atroci ». Mussolini era sopraffatto dall'immensità della tragedia caduta sulla Nazione e convinto che il Fascismo, come movimento politico, fosse stato definitivamente sconfitto.(1) Alla fine, soltanto la minaccia di Hitler di scatenare sull'Italia la vendetta adombrata nel discorso del 10 settembre indusse Mussolini a tentare la ricostituzione del governo fascista. Per preparare il nuovo governo, Mussolini s'incontrò a Rastenburg con un piccolo gruppo di fascisti. I tedeschi premevano perché il nuovo governo venisse costituito al più presto, ma nessuno pensò mai seriamente che un simile governo potesse più avere alcuna efficacia politica. Goebbels sostenne, in un giudizio che sembrava condiviso da quasi tutti i governanti tedeschi, che « il Fascismo sembra [...] non avere più alcuna forza politica. Dobbiamo procedere molto freddamente e realisticamente al proposito. Dobbiamo servirci del Fascismo per quanto possibile, ma ovviamente non dobbiamo aspettarci l'impossibile. Nei calcoli del Fúhrer, l'Italia era un fattore di potenza. Ma ora non lo è più [...] l'Italia ha abdicato come popolo e come nazione. Questo è avvenuto, secondo la legge di natura ed i princìpi di giustizia nello sviluppo storico ».(2) Lo stesso Mussolini concepiva il proprio governo innanzi tutto come un cuscinetto contro la vendetta tedesca ed in secondo luogo come un mezzo per la « pacificazione dei cuori italiani », per tentare di limitare le animosità fratricide che minacciavano lo scoppio della guerra civile. Hitler, invece, sosteneva la necessità che i fascisti procedessero alla punizione dei « traditori del Fascismo », a cominciare da quei membri del Gran Consiglio che col loro voto della notte tra il 25 e il 26 luglio avevano aperto la crisi del Regime fornendo al Re il pretesto per dimettere Mussolini,e rimase trasecolato quando capì che Mussolini non covava nessun proposito di vendetta. Goebbels scrive che « il Fuhrer si aspettava che la prima cosa che il Duce avrebbe fatto sarebbe stata quella di prendere piena vendetta su chi lo aveva tradito. Ma Mussolini non dimostrò questa intenzione, mettendo in tal modo in luce i suoi veri limiti. Non è un rivoluzionario come il Fúhrer o Stalin. E' talmente legato al proprio popolo italiano, che manca delle grandi qualità necessarie a un rivoluzionario su scala mondiale ».(3) Persino Franco Martinelli, che non può certo essere accusato di filofascismo, dopo aver esaminato tutte le testimonianze conosciute, ha affermato che « la vendetta non esercitava alcuna attrazione su Mussolini. Egli era mosso piuttosto dal desiderio di evitare la rovina definitiva della nazione, di salvare il salvabile ».(4) Carlo Silvestri, antifascista da sempre, sostenne che era intenzione di Mussolini « limitare le tragiche conseguenze della situazione e rendere più umane le selvagge passioni (scatenate dagli avvenimenti) ».(5) Per raggiungere questi scopi, Mussolini tentò in tutti i modi la ricostituzione dell'esercito e delle forze di polizia italiani, per far sì che gli italiani trattassero con altri italiani, e non con i tedeschi, e che la sovranità e l'integrità territoriale della nazione potessero essere difese da forze italiane. Egli, inoltre, compì sinceri sforzi per tentare di placare l'opposizione antifascista. Sostenne di volere un governo di unità nazionale che esprimesse tutta la gamma delle opinioni politiche. Entrambi questi tentativi, quello di ricostituire le forze armate della nazione e quello di placare le passioni fratricide, si dimostrarono assolutamente infruttuosi. Unità italiane continuarono a combattere, durante tutto il resto della guerra, alcune sotto comando tedesco, altre sotto la guida di « condottieri » come Valerio Borghese, ma un effettivo esercito italiano non venne mai ricostituito. I tedeschi continuarono a nutrire dubbi sull'impegno italiano e fecero il possibile per frustrare gli sforzi di Mussolini.(6) Anche il tentativo di impedire la guerra civile non ottenne alcun risultato concreto. Già all'epoca della convocazione del primo congresso del riorganizzato Partito Fascista Repubblicano, a novembre, atti di violenza e di terrorismo individuale compiuti da entrambe le parti avevano esacerbato la situazione. Durante lo svolgimento del Congresso del PFR a Verona, ai partecipanti venne portato l'annuncio dell'assassinio del federale di Ferrara, Iginio Ghisellini. Una spedizione punitiva fascista partì immediatamente da Verona diretta a Ferrara, dove giustiziò sommariamente undici ostaggi. Da allora, ebbe inizio una penosa serie di imboscate e fucilazioni di ostaggi che sconvolse l'Italia per tutto il resto della guerra. La brutalità dimostrata da entrambe le parti non risparmiò nessuno. Nel corso di questa feroce lotta, il 15 aprile 1944, venne assassinato anche Giovanni Gentile. Insieme allo sforzo di ricostruzione dell'esercito italiano e di pacificazione delle passioni fratricide, durante questi ultimi giorni del Fascismo, Mussolini si dedicò anche ad un'altra grande impresa: la socializzazione dell'economia italiana. In questo capitolo, ci occupiamo precipuamente di questo sviluppo finale della dottrina fascista. La socializzazione fu l'espressione ultima del pensiero sociale e politico di Mussolini e rivelò, nelle ultime ore del Fascismo, gli ideali che avevano animato il primo totalitarismo nazionale del ventesimo secolo.

LE CONCEZIONI SOCIALI DEL FASCISMO REPUBBLICANO

Dal momento della sua ricomparsa sulla scena italiana, Mussolini chiarì che intendeva ricostituire uno Stato che fosse « nazionale e sociale nel senso più profondo », uno Stato fascista ricondotto alle sue origini dottrinarie, uno Stato che eliminasse, finalmente, i residui plutocratici e facesse del lavoro, in tutte le sue forme, la propria « base infrangibile ».(7) Durante la prima riunione del Consiglio dei Ministri della nuova Repubblica, egli ribadì che lo Stato doveva possedere « un pronunciatissimo contenuto sociale, tale da risolvere la questione sociale almeno nei suoi aspetti più stridenti, cioè tale da stabilire il posto, la funzione, la responsabilità del lavoro in una società nazionale veramente moderna ». Egli dispose la fusione delle varie confederazioni sindacali in un'unica Confederazione Generale del Lavoro «nell'ambito e nel clima del Partito, il quale le conferisce tutta la propria forza rivoluzionaria».
( 8 ) Nel novembre 1943, il ricostituito Partito Fascista Repubblicano, che contava all'epoca duecentocinquantamila iscritti, emanò il proprio Manifesto Programmatico. Poiché nella Repubblica assediata non venne mai convocata una Assemblea Costituente, il Manifesto Programmatico divenne, in sostanza, la Costituzione della Repubblica di Salò. Il Manifesto venne stilato da Pavolini, de facto Segretario del Partito, e da Nicola Bombacci, ex deputato socialista e comunista e amico di gioventù di Mussolini. Fu lo stesso Mussolini, tuttavia, ad ispirare il documento ed a rivederlo prima della sua presentazione al Congresso Fascista, che lo approvò per acclamazione.(9) Più della metà del Manifesto è dedicata alla questione sociale, alla socializzazione fascista.(10) Il Manifesto riprendeva l'intenzione di Mussolini di rendere « base della Repubblica Sociale... il lavoro manuale, tecnico ed intellettuale in tutte le sue forme ». Pur garantendo la proprietà privata, sosteneva che non sarebbe stato permesso alla proprietà privata di « essere disintegratrice della personalità fisica e morale... attraverso lo sfruttamento ». Inoltre, tutte le attività economiche che trascendessero gli interessi strettamente privati e per ampiezza o funzioni, interessassero tutta la comunità nazionale, dovevano ricadere nella sfera degli interessi dello Stato. I servizi pubblici e le fabbricazioni belliche dovevano essere gestiti dallo Stato a mezzo di enti parastatali. In tutta l'industria, statale, parastatale o privata, le forze del lavoro avrebbero eletto propri rappresentanti nei consigli di gestione che avrebbero dovuto dirigere tutte le aziende e provvedere a fissare i salari locali e regionali e la ripartizione degli utili. In campo agricolo, laddove l'iniziativa privata non soddisfacesse i criteri stabiliti dallo Stato per lo sfruttamento produttivo del suolo, la terra sarebbe stata espropriata e lottizzata tra chi avrebbe potuto lavorarla produttivamente o, secondo i casi, affidata a cooperative o aziende agricole di Stato. Gli artigiani ed i piccoli industriali avrebbero potuto continuare a lavorare come imprenditori privati, ma esclusivamente nei limiti dei controlli di Stato sulla quantità e qualità ed a prezzi calmierati. Ciascun lavoratore doveva d'autorità essere iscritto al sindacato di categoria appartenente all'unica Confederazione che comprendeva tutti i lavoratori, i tecnici ed i professionisti con l'esclusione dei proprietari che non fossero essi stessi dirigenti aziendali o tecnici. Veniva confermata tutta la legislazione sociale del precedente periodo fascista e la Carta del Lavoro del 1927 veniva presa a punto di partenza per l'ulteriore cammino. Dovevano venire stabilite tariffe minime nazionali ed i lavoratori avrebbero dovuto giungere gradualmente alla proprietà della casa, dopo che le somme pagate per affitto avessero rimborsato il capitale e gli interessi per la casa stessa. Il pagamento dell'affitto veniva così a costituire titolo di acquisto. Questo era il programma del rinato Fascismo ed il suo profondo contenuto socialista era evidente a tutti, amici e nemici. Alla quinta riunione del Consiglio dei Ministri del gennaio 1944, Mussolini fece approvare la Premessa fondamentale per la creazione della nuova struttura dell'economia italiana,(11) in cui era detto che « lo Stato, a norma della dichiarazione nona della Carta del Lavoro e dei postulati programmatici del primo rapporto del Partito Fascista Repubblicano di Verona, assume la gestione diretta di aziende che controllino settori essenziali per l'indipendenza economica e politica del paese, nonché imprese fornitrici di materia prima o di energia e di altri servizi indispensabili al regolare svolgimento della cita economica del paese ». L'espropriazione veniva compensata con l'emissione di obbligazioni negoziabili, trasferibili e ad interesse. Alla statalizzazione di questi settori chiave dell'economia si accompagnava un processo generale di « socializzazione ». Le industrie di proprietà statale dovevano essere amministrate da un consiglio di gestione eletto da tutti i dipendenti di ciascuna determinata impresa. Il consiglio così eletto doveva deliberare e decidere su tutte le questioni riguardanti lo sviluppo della produzione, nell'ambito di « un piano nazionale unitario stabilito dagli organi competenti della Repubblica Sociale Italiana ». Nelle Società private per azioni, doveva venire costituito un consiglio collegiale formato di rappresentanti sindacali dei lavoratori. degli impiegati amministrativi e dei tecnici. in numero uguale a quello dei rappresentanti eletti dagli azionisti. Nelle industrie private individuali che impiegassero cinquanta o più persone, doveva venire costituito un consiglio di gestione di lavoratori, di impiegati amministrativi e di tecnici composto almeno di tre membri. Ciascuna impresa doveva avere un direttore. Nelle industrie nazionalizzate il direttore veniva nominato dallo Stato. Nelle industrie private, il direttore poteva essere il proprietario dell'industria stessa oppure persona nominata dal consiglio di gestione. Il direttore era politicamente e giuridicamente responsabile verso lo Stato del mantenimento della produzione e della disciplina. In ciascuna industria, pubblica o privata, il consiglio di gestione, eletto da tutti i dipendenti, aveva potere di decisione per tutte le questioni riguardanti i regolamenti interni e le controversie che ne potessero derivare. Gli utili dell'industria privata non potevano superare limiti stabiliti annualmente dallo Stato in conformità con le esigenze economiche del complesso della comunità produttiva. L'eccedenza di utili rispetto al massimo stabilito sarebbe stata ripartita tra i dipendenti dell'impresa interessata e lo Stato. Le somme così incassate dallo Stato sarebbero state spese per programmi sociali. Il 12 febbraio 1944, il Consiglio dei Ministri repubblicano iniziò a tradurre in norme di legge la Premessa Fondamentale.(12) Il 13, fu annunciato che tutte le Società per azioni il cui capitale superasse il milione di lire o che impiegassero più di cento dipendenti dovevano essere socializzate. Queste imprese avrebbero dovuto operare sotto la direzione di a) un'assemblea; b) un consiglio di amministrazione o di gestione; c) un collegio sindacale; d) un direttore. L'assemblea, composta da tutti i dipendenti e gli azionisti dell'impresa, con ugual numero di voti per ciascuna categoria, avrebbe eletto un consiglio di amministrazione e un collegio sindacale. Il consiglio di amministrazione sarebbe stato composto di rappresentanti del lavoro e del capitale in numero pari. Il collegio sindacale sarebbe stato composto di rappresentanti del lavoro. Il direttore dell'impresa doveva essere eletto dall'assemblea e nominato dal consiglio. Nelle industrie non comprese nella precedente regolamentazione, doveva venire organizzato un consiglio amministrativo composto di rappresentanti del lavoro e del capitale in ugual numero. Nelle imprese private individuali con capitale inferiore al milione, o con un numero di dipendenti inferiore a cento, doveva essere costituito un consiglio di gestione composto di almeno tre membri eletti dai lavoratori, impiegati amministrativi e tecnici. L'elezione dei rappresentanti nel consiglio di amministrazione o di gestione, nel collegio sindacale e del direttore spettava di diritto a tutti i dipendenti e doveva avvenire per scrutinio segreto. Venne nominato ministro delle Corporazioni Angelo Tarchi, cui fu affidata la responsabilità di superare gli ostacoli che Mussolini già sapeva che si sarebbero incontrati sul cammino della socializzazione ad opera « degli intrighi della plutocrazia in Italia ».(13) Il ministro aveva anche l'autorità per intervenire nel caso in cui qualche impresa industriale potesse dare adito, secondo il suo giudizio, « a seri timori ». Inoltre, dato che i direttori delle imprese erano politicamente e giuridicamente responsabili nei confronti dello Stato, lo Stato manteneva il pieno controllo sull'economia.

LA RESISTENZA NEI CONFRONTI DELLA SOCIALIZZAZIONE FASCISTA

Queste erano le linee fondamentali della nuova struttura di una economia fascista integrale. Prima di annunciare le delibero del Consiglio dei Ministri del 13 febbraio 1944, Mussolini aveva avvertito i tedeschi del suo piano di profonde riforme economiche. Inutile dire che i tedeschi, che rispondevano a Hitler del mantenimento della disciplina e della produzione in Italia, si opposero al piano, nel timore che l'industria italiana potesse risentire il contraccolpo di così importanti riforme. Il dottor Rudolf Rahn, ambasciatore in Italia, si mise in contatto con Mussolini e riferì a Berlino che era stato lo stesso Mussolini a proporre la ristrutturazione in tal senso dell'economia italiana. Egli riferì anche che i capitalisti italiani si erano rivolti al generale Leyers, dello Stato Maggiore tedesco, chiedendogli di intercedere contro il programma fascista. Rahn riferì inoltre di avere discusso a fondo il programma con Mussolini e che Mussolini si era fermamente opposto a modificare il programma stesso, destinato a infrangere definitivamente l'opposizione capitalista al Fascismo. Mussolini accusava il grande capitalismo non soltanto di resistere al Fascismo ma anche di aiutare attivamente il CLN ed i partigiani comunisti che avevano cominciato a mostrarsi in sempre maggior numero in tutta Italia. Mussolini sosteneva che la nazionalizzazione dei settori-chiave dell'economia e la socializzazione delle maggiori imprese private era attesa da tempo e che da tempo le industrie statali e controllate dal governo avevano dimostrato la loro superiorità rispetto a quelle private. I provvedimenti mussoliniani, riferì Rahn, erano diretti principalmente contro quegli industriali e proprietari di aziende « che erano in massima parte i tipici rappresentanti dell'alta finanza », la quale pone invariabilmente gli interessi privati al di sopra di quelli della Nazione.(14) Senza curarsi dell'appoggio passivo di Hitler e Rahn, i funzionari tedeschi in Italia continuarono a ostacolare l'attuazione dei decreti di socializzazione. All'ostacolo dei tedeschi si accompagnava la resistenza degli organizzatori socialisti e comunisti tra le classi lavoratrici italiane diffidenti e apatiche. Questa singolare unione tra tedeschi, capitalisti italiani ed elementi socialisti e comunisti pose costantemente bastoni fra le ruote ai disperati sforzi compiuti dal Fascismo per privare la classe capitalista della propria base economica. Tarchì notava, con amarezza, che gli industriali facevano causa comune non soltanto con i tedeschi, ma anche con i « comitati segreti d'azione », socialisti e comunisti, per ostacolare le leggi fasciste sulla socializzazione. Questo complotto contro la nazionalizzazione e la socializzazione ebbe effettivamente ragione di tutti gli sforzi diretti ad ottenere l'applicazione delle leggi entro la primavera del 1944. Mussolini decise a un certo punto, di tentare di vincere la resistenza tedesca e, il 30 giugno, ordinò unilateralmente la applicazione immediata dei decreti. Il generale Leyers fece subito sapere che in determinate ditte le leggi fasciste non dovevano entrare in vigore. Ciò nonostante, durante gli ultimi dieci mesi della Repubblica fascista furono socializzate circa settanta imprese industriali, la massima parte delle quali non erano ritenute dai tedeschi essenziali per lo sforzo bellico. La socializzazione interessò soprattutto le imprese editoriali. Furono compiuti alcuni passi verso la socializzazione nell'industria cartaria, in quella delle arti grafiche, in quella dei prodotti di consumo e in quella chimica. Alla socializzazione furono interessate aziende quali l'Alfa Romeo, la Dalmine, la Motomeccaniche, la Burgo, la Fiat, la Montecatini, le Acciaierie e Ferriere Lombarde, la Puricelli e l'Olivetti. Ma l'opera di Mussolini era ostacolata dalla forte resistenza delle forze combinate dei militari tedeschi, del capitalismo italiano, dei comitati d'azione socialisti e comunisti e dell'indifferenza delle classi lavoratrici. Questa strana combinazione di forze fece fallire gli ultimi sforzi per giungere ad un socialismo fascista.

IL SOCIALISMO FASCISTA

I critici hanno cercato di scorgere in questo ultimo stadio della dottrina fascista un altro esempio degli incomprensibili mutamenti di Mussolini e dei suoi equilibrismi dottrinari, oppure hanno pensato che si sia trattato di un semplice espediente, caratteristico della politica personale di Mussolini, inteso ad accattivare al Fascismo la classe lavoratrice.(15) Nessuna delle due interpretazioni risponde al vero. La prima ipotesi non può essere presa in alcuna considerazione, perché bisognerebbe avere le prove della non continuità del pensiero mussoliniano, del fatto che la socializzazione, come programma, non abbia avuto precedenti nel pensiero di Mussolini o nella dottrina fascista. Esistono invece prove in contrario. La seconda interpretazione è assolutamente poco convincente. Mussolini sapeva bene che la sicurezza della Repubblica fascista riposava sulle baionette tedesche. Se gli fosse importato soltanto di mantenere il potere (il presunto motivo per cui avrebbe dovuto accattivarsi le classi lavoratrici) non avrebbe avuto bisogno di ingannare gli italiani, perché bastavano i tedeschi ad assicurarglielo. Mussolini aveva l'intelligenza sufficiente a capire che gli italiani, nel complesso, non erano molto entusiasti del risorto Fascismo. Tutte le prove che abbiamo a disposizione ci dicono che Mussolini concepiva la sua Repubblica come un'eredità politica e sociale da lasciare all'Italia che sarebbe uscita dalla guerra, un'Italia che sarebbe stata sicuramente un'Italia senza Mussolini. Nel gennaio 1945, quattro mesi prima della sua morte, Mussolini nominò Giuseppe Spinelli Ministro del Lavoro e gli affidò la responsabilità di disseminare « mine sociali » sul suolo italiano.(16) Mussolini sperava che il processo di socializzazione potesse essere portato ad un punto tale da non poter essere rovesciato dalla restaurazione monarchica e capitalista, sperava cioè che il Fascismo potesse lasciare in eredità all'Italia del dopoguerra un'economia socializzata. La socializzazione rappresentava, in realtà, una maturazione di tendenze già insite nelle formulazioni fasciste originarie. e manifestatesi chiaramente al tempo del Secondo Convegno di Studi Sindacali e Corporativi tenutosi a Ferrara nel maggio 1932. I fondamenti per la socializzazione erano forniti dalla impostazione socialista e antiborghese del sindacalismo nazionale, unita alle tendenze totalitarie del neo-idealismo. Al Convegno del 1932, se ne era fatto portavoce Ugo Spirito, uno dei più noti allievi di Giovanni Gentile. Spirito presentò al Convegno una comunicazione dal titolo « Individuo e Stato nell'economia corporativa »,(17) indicativa del corso che andava prendendo il pensiero fascista corporativo dopo sette anni di potere assoluto. Dato il carattere della comunicazione, Spirito ne aveva sottoposto il testo a Mussolini, su suggerimento di Gentile che già lo aveva letto e accettato, perché lo approvasse.( 18 ) Dalla comunicazione di Spirito risulta chiaro che il Fascismo, pur criticando esplicitamente alcuni dei concetti fondamentali del socialismo marxista, ne riconosceva tuttavia taluni valori positivi. Spirito concepiva il corporativismo fascista, come si era sviluppato fino a quel momento, transeunte: una forma ibrida e transitoria che avrebbe alla fine abbandonato tutti i residui capitalistici per trasformarsi in « corporativismo integrale », in cui la proprietà privata non sarebbe più stata soggetto di interessi particolari indipendenti dagli interessi dello Stato e talvolta a questi contrari.(19) Egli prevedeva che la rivoluzione fascista dovesse attraversare diversi stadi di sviluppo. Se non si vuole provocare il caos in una Nazione industrializzata non è possibile modificare integralmente l'ordine sociale ed economico in un batter d'occhio. Il Fascismo rappresentava una rivoluzione conservatrice, ma, comunque, sempre una rivoluzione. Nel definire in tal modo la rivoluzione fascista, Spirito riecheggiava i giudizi espressi da Mussolini nel corso di tutta la sua vita politica. Nel 1919, Mussolini sosteneva che « una rivoluzione politica si fa in ventiquattr'ore, ma in ventiquattr'ore non si rovescia l'economia di una Nazione, che è parte dell'economia mondiale. Noi non intendiamo, con questo, di essere considerati una specie di ' guardia del corpo ' della borghesia... ».(20) Parlando della trasformazione economica della società, Mussolini sosteneva che qualsiasi importante riforma economica « presuppone una elaborazione preliminare degli istituti e delle coscienze ».(21) Nel 1944 egli confidava a Rahn: « Sono sempre stato molto cauto in materia economica... e già altre volte ho espresso l'opinione che se in campo politico si possono spesso applicare soluzioni chirurgiche, in campo economico occorre adottare metodi medici, se non addirittura omeopatici ».(22) All'inizio dell'impresa fascista, questi sentimenti si accompagnavano alla convinzione che il capitalismo, come sistema produttivo, conservasse ancora la vitalità richiesta dal programma produttivistico del nazionalismo italiano.(23) Soltanto nel novembre 1933 si convinse che la crisi che aveva travagliato il capitalismo negli ultimi quattro anni non era una crisi « nel » sistema, ma una crisi « del » sistema. Nella stessa occasione, egli parlò di un « completo regolamento organico e totalitario della produzione », di un'economia « regolata » e « controllata » che abolisse il capitalismo.(24) I primi tentativi di intervento fascista nell'economia italiana si ebbero infatti molti anni prima, con il Convegno di Palazzo Chigi e la firma del Patto di Palazzo Vidoni, nel 1925 e 1926. Col Patto di Palazzo Vidoni, la Confederazione dell'industria riconosceva nella Confederazione delle Corporazioni del Lavoro l'unica rappresentante dei lavoratori italiani. L'accordo costituiva la base dei contratti collettivi che avrebbero regolato il rapporto tra capitale e lavoro nel corso del decennio successivo. A quell'epoca (anche secondo il giudizio di studiosi americani ben informati) l'accordo venne considerato un'importante vittoria dei sindacati fascisti dei lavoratori. Edmondo Rossoni, capo dei sindacati fascisti, considerava le commissioni interne di fabbrica, molto diffuse all'epoca, come un residuo del movimento socialista di occupazione delle fabbriche del 1920, docili strumenti nelle mani dei datori di lavoro e inefficaci per la contrattazione collettiva. Al loro posto, i sindacati avevano ricevuto il riconoscimento ufficiale della Confederazione unitaria che, giuridicamente, poteva trattare con la Confederazione dell'Industria su un piano di parità. Inoltre, il riconoscimento dell'obbligatorietà dei contratti collettivi faceva presagire un sempre maggiore inserimento dello Stato nell'economia della nazione. Rossoni concepiva il Patto come un passo in direzione dello Stato totalitario integrale.(25) Pur essendosi, l'interpretazione di Rossoni, dimostrata eccessivamente ottimistica per quanto riguardava i benefici che ne sarebbero derivati alle classi lavoratrici, tuttavia il Patto fu, come dimostrarono gli avvenimenti successivi, il primo passo in direzione del controllo totalitario dell'economia. Ad ogni modo, è certo che non tutta la classe imprenditoriale accolse con giubilo il Patto.(26) Da quel momento, la legislazione sociale ed economica fascista divenne sempre più tutelare e interventista. La Legge del 3 aprile, ed il regolamento del 1° luglio 1926 contrassegnarono ulteriori interventi dello Stato fascista nell'economia italiana. Nel 1927 la Carta del Lavoro venne adottata come norma giuridica regolante i rapporti tra capitale e lavoro. Mentre il settimo articolo della Carta sosteneva che « lo Stato corporativo considera la iniziativa privata nel campo della produzione come lo strumento più efficace e più utile nell'interesse della Nazione », il nono affermava che « l'intervento dello Stato ha luogo quando manchi o sia insufficiente l'iniziativa privata ». Ma ancora più importante e significativa era l'affermazione secondo cui « l'organizzazione privata della produzione essendo una funzione di interesse nazionale, l'organizzatore dell'impresa è responsabile di fronte allo Stato.. ». Contemporaneamente alla promulgazione della Carta, Giuseppe Bottai, commentandola, chiarì apertamente il significato di quest'ultima clausola: « Poiché le funzioni del commercio e dell'industria privata sono funzioni di interesse nazionale, gli imprenditori sono obbligati ad espletarle in conformità con l'interesse nazionale e sono responsabili verso lo Stato dell'indirizzo dato alla produzione ».(27) Incuranti delle euforiche dichiarazioni degli apologeti del Fascismo durante tutto il periodo precedente la Seconda Guerra Mondiale, i fascisti responsabili ammettevano che il meccanismo vigente per la collaborazione tra le classi e le categorie non risolveva il problema sociale.( 28 ) I sindacalisti fascisti, ad esempio, si lamentavano per le continue violazioni agli impegni contrattuali da parte degli imprenditori.(29) Il fatto è che i fascisti intelligenti riconoscevano che il meccanismo della conciliazione istituito dallo Stato non riusciva a risolvere effettivamente le disparità tra le classi produttrici. Alla fine, Mussolini rese di pubblico dominio questo fatto. Nel gennaio 1944, egli scrisse che venti anni di esperienza avevano insegnato ai fascisti che « lo Stato non può [...] limitarsi a una funzione puramente mediatrice fra le classi, poiché la maggior forza sostanziale delle classi capitalistiche rende vana ogni parità giuridica stabilita attraverso un meccanismo sindacale tra le categorie [...] questa maggior forza delle classi capitalistiche riesce a dominare e a volgere a proprio vantaggio tutta l'azione dello Stato... ».(30) Ad ogni modo, fin dal 1930 fu evidente che il Fascismo, per i propri scopi, avrebbe dovuto dar vita a istituzioni e sistemi tali da limitare il potere indipendente delle classi abbienti. E doveva agire così non soltanto per rendere lo Stato realmente sovrano, ma anche per difendere quei valori socialisti che non erano mai stati abiurati da molti fascisti. Persino Corradini aveva affermato che il Fascismo è « il superamento del socialismo, non la dispersione, non la distruzione dell'opera socialista ». E proseguiva: « Questo è buono affermare... è fondamentale; si tratta di un'affermazione essenzialmente fascista. Vi è tra socialismo e Fascismo un nesso storico, oso dire una continuazione storica. Il Fascismo supera il socialismo, ma raccoglie i buoni frutti dell'opera socialista e tale opera... secondo la sua propria legge continua ».(31) All'epoca in cui Spirito presentò la sua comunicazione al Convegno del 1932, questi sentimenti si erano uniti alle aspirazioni totalitarie del neo-idealismo. Il risultato di questa unione fu variamente definito: « comunismo fascista », « bolscevismo fascista », « socialismo fascista », «fascismo di sinistra». A Spirito interessava quella che egli stesso definiva « logica interna » della rivoluzione fascista. Questa « logica » era affermata sulla base della convinzione attualista dell'esistenza di una « identità speculativa » tra individuo e Stato. « La prima tesi era la identificazione dell'individuo e dello Stato », ribadiva lo stesso Spirito molti anni dopo,(32) restando in tal modo strettamente legato alla concezione gentiliana. Lo stesso Gentile, nel commentare la comunicazione di Spirito del 1932, sostenne che questa aveva chiarito l'identità definitiva dei due termini « individuo » e « Stato ».(33) In effetti, questa identificazione riusciva ad annullare la distinzione, a lungo sostenuta dai liberali di tutte le confessioni, tra interessi individuali e collettivi, pubblici e privati. Circa un anno dopo, parlando della legislazione corporativa, Mussolini affermò che « premesse fondamentali » di essa erano le seguenti: « Non esiste il fatto economico di interesse esclusivamente privato e individuale; dal giorno in cui l'uomo si rassegnò o si adattò a vivere nella comunità dei suoi simili, da quel giorno nessun atto che egli compia, comincia, si sviluppa o si conclude in lui, ma ha delle ripercussioni che vanno oltre la sua persona ».(34) La premessa filosofica fondamentale dell'ordine economico e politico liberale, la distinzione tra atti privati e atti pubblici, viene respinta. In sostanza, tutti gli atti sono atti pubblici e tutti gli interessi sono interessi pubblici. Il punto centrale della comunicazione di Spirito riguardava la tendenza del corporativismo fascista, così come si era venuto formando, a ricreare alcune zone di interessi particolari che rendevano impossibile la identificazione degli interessi individuali, di categoria e di classe con gli interessi dello Stato. Le imprese industriali si erano enormemente avvalse di partecipazioni azionarie anonime delle classi possidenti che non partecipavano direttamente all'impresa. I lavoratori identificavano se stessi con i sindacati che servivano i loro immediati interessi salariali ed erano in pratica esclusi dalla partecipazione diretta alla gestione. I dirigenti di queste imprese avevano spesso una funzione marginale, non identificandosi né col capitale né col lavoro. Ciascuna classe e ciascuna categoria perseguiva interessi distinti e spesso contrastanti e lo Stato aveva soltanto la funzione del mediatore. Quello che mancava era una reale identità di interessi. Spirito sosteneva che questa fase poteva rappresentare soltanto una fase transitoria verso un sistema economico che avrebbe sintetizzato gli interessi, un ordine sociale in cui qualsiasi individuo, categoria e classe avrebbe identificato il proprio benessere col benessere collettivo. Questo risultato si sarebbe potuto ottenere soltanto superando il dualismo che travagliava il corporativismo tradizionale. Il corporativismo, così come si presentava allora, aveva dato vita ad una confederazione delle organizzazioni industriali, che rappresentava gli interessi capitalistici, e ad una confederazione dei sindacati dei lavoratori. Una radicale identità di interessi si sarebbe potuta ottenere soltanto istituendo un'unica corporazione integrale che abolisse la distinzione tra imprenditori e lavoratori. Spirito sosteneva che si poteva arrivare a questo soltanto rendendo ciascuna impresa di proprietà di tutti coloro che vi lavoravano. I lavoratori sarebbero così divenuti proprietari ed i loro sforzi non sarebbero stati ricompensati soltanto dai salari, ma anche dagli utili sulle loro quote di capitale. In tal modo, essi potevano partecipare direttamente al processo industriale eleggendo il consiglio di gestione delle loro imprese. La produzione si sarebbe così svolta nei limiti di « un programma economico unitario e nazionale », mentre i Consigli Nazionali delle Corporazioni si sarebbero trasformati da organi di conciliazione di classe in organi direttivi della produzione.(35) Il corporativismo sarebbe in tal modo divenuto tecnico, organico, razionale e totalitario. Spirito chiedeva un programma economico nazionale unificato, la partecipazione diretta dei lavoratori alla gestione e alla direzione dell'azienda, la eliminazione delle distinzioni istituzionali tra le classi e la conseguente abolizione delle classi stesse.(36) Ammetteva che le sue proposte programmatiche erano socialiste, che rappresentavano un certo tipo di nazionalsocialismo. Egli sosteneva che « non... si rende un buon servizio al Fascismo quando lo si contrappone in maniera affatto antitetica al bolscevismo, come il bene al male o la verità all'errore... Se oggi le energie in cui si esprime il nuovo orientamento politico sono Fascismo e bolscevismo, è chiaro che il domani non sarà di uno di questi due regimi in quanto avrà negato l'altro, ma di quello dei due che avrà saputo incorporare e superare l'altro in una forma sempre più alta... Il Fascismo ha il dovere di far sentire che esso rappresenta una forza costruttrice che va storicamente all'avanguardia e si lascia alle spalle, dopo averli riassorbiti, socialismo e bolscevismo ».(37) Nel corso dei due anni successivi, Spirito pubblicò, su riviste teoriche del Regime, una serie di articoli dedicata alla spiegazione di quelle che i neo-idealisti e i sindacalisti sostenevano fossero le esigenze rivoluzionarie che il corporativismo fascista doveva affrontare. Nel 1934, egli pose l'attenzione su un problema che aveva lasciato dubbiosi i sindacalisti fascisti: la partecipazione del lavoro alla gestione dell'impresa. Continuando a sostenere la necessità dell'organizzazione nazionale del lavoro in sindacati industriali, Spirito affermò che era anche necessario istituire commissioni di fabbrica che « partecipassero direttamente alla direzione delle singole imprese ».( 38 ) In tal modo, i fascisti radicali avevano precisato quello che secondo loro, era il « corporativismo integrale » implicito da sempre nel Fascismo. Non è difficile ritrovare queste intenzioni nelle proposte programmatiche avanzate dal Partito già nel 1921. La massima parte dei fascisti aveva accettato la necessità di giungere a un compromesso con le forze operanti nell'ambiente italiano dopo la Marcia su Roma, ma dopo dodici anni di potere, dopo otto anni di monopolio politico, i sindacalisti e i neo-idealisti stavano diventando sempre più insofferenti. Negli anni che seguirono la comunicazione di Spirito e la ricomparsa di accenni anticapitalisti nelle dichiarazioni pubbliche di Mussolini, alcuni commentatori stranieri previdero l'avvento di un tipico « socialismo non marxista » nell'Italia fascista. Pierre Drieu La Rochelle, Marcel Deat, Mihail Manoilesco parlarono di un « neo-socialismo » fascista e definirono il corporativismo fascista, così come era costituito allora, una « forma intermedia » destinata a sradicare definitivamente le ultime tracce di capitalismo.(39) Nel 1934 Mussolini ripetette che il capitalismo, come sistema economico, non era più valido. L'economia fascista doveva fondarsi non sul profitto individuale, ma sull'interesse collettivo. La riorganizzazione doveva fondarsi stilla premessa della « autodisciplina della produzione affidata ai produttori », proposta programmatica che riguardava non soltanto gli industriali e i datori di lavoro, ma anche i lavoratori. Mussolini sosteneva che questo « significa che gli operai, i lavoratori, devono entrare sempre più intimamente a conoscere il processo produttivo e a partecipare alla sua necessaria disciplina... se il secolo scorso fu il secolo della potenza del capitale, questo ventesimo è il secolo della potenza della gloria del lavoro ».(40) Nello stesso anno, Mussolini abbozzò un piano di collaborazione col socialista Emilio Caldara e il periodico socialista Il Lavoro, che durante tutto questo periodo aveva avuto il permesso di continuare le pubblicazioni. Un gran numero di socialisti si strinsero intorno ai gagliardetti fascisti e persino Arturo Labriola, il sindacalista rivoluzionario con cui Mussolini aveva collaborato da giovane in Svizzera, rientrò in questo periodo in Italia dall'esilio.(41) A cominciare da questo stesso periodo, fecero la loro comparsa in Italia i primi enti di programmazione. Gli istituti corporativi, che inizialmente erano soprattutto enti intesi ad appianare i contrasti di interesse tra le varie classi e categorie, cominciarono ad assumere gradualmente funzioni consultive e di programmazione. Le loro riunioni cominciarono ad essere più frequenti per potere più agevolmente formulare piani di sviluppo, e di coordinamento nazionale dello sviluppo, per le rispettive categorie produttive. Vi fu un graduale aumento di presenze di esperti economici negli uffici tecnici del Ministero delle Corporazioni, nel Consiglio Nazionale delle Ricerche e, infine, nel Comitato Permanente per il Controllo dei Prezzi del Partito Nazionale Fascista. Nel 1936, Mussolini preannunciò un « piano » per lo sviluppo autarchico dell'economia italiana.(42) Mussolini parlò della nazionalizzazione dei settori chiave dell'economia; della necessità di privare questi settori della loro immunità de jure, immunità che essi avevano già perduto de facto. Parlò anche del controllo indiretto, ma efficiente, di altri settori dell'economia e sostenne che nel sistema che si andava formando « i lavoratori diventano, con pari diritti e pari doveri, collaboratori nell'impresa allo stesso titolo dei fornitori di capitali o dei dirigenti tecnici [...] Nel tempo fascista, il lavoro, nelle sue infinite manifestazioni, diventa il metro unico col quale si misura l'utilità sociale e nazionale degli individui e dei gruppi […] Con le trasformazioni economiche di cui vi ho parlato e con questa innovazione sul terreno politico e costituzionale, la Rivoluzione Fascista realizza in pieno i suoi postulati fondamentali, che l'adunata di piazza San Sepolcro, diciassette anni or sono, acclamò ».(43) Nel 1937 Mussolini approvò i vasti provvedimenti di intervento statale nelle industrie estrattive e produttive.(44) Egli disse anche che le banche sarebbero state trasformate in istituti di diritto pubblico e che la loro politica sarebbe stata sempre più indirizzata dal Ministro delle Finanze, dal Ministro delle Corporazioni e dallo stesso Partito Nazionale Fascista. Gli istituti di credito caddero sempre più sotto l'egida della volontà governativa, e il loro controllo fornì allo Stato fascista il più efficace strumento per il controllo dell'economia. I crediti italiani all'estero vennero posti sotto il controllo del Sottosegretario per il Credito e gli Scambi che, di conseguenza, assunse anche il controllo del flusso delle importazioni ed esportazioni italiane. Non era difficile prevedere le conseguenze di questo andamento dell'economia italiana. Nel 1938, H. Arthur Steiner scriveva: « Superfluo dire che in Italia le classi abbienti hanno perduto molto dell'entusiasmo che potevano aver avuto per il Fascismo di Mussolini. Questa è una delle ragioni per cui Mussolini tende ad assicurarsi l'appoggio delle classi lavoratrici, una delle spiegazioni di una politica sindacale più intelligente ».(45) È un fatto, però, che Steiner abbia confuso cause con effetti. Le aspirazioni sindacaliste e totalitarie di Mussolini erano state frenate dai compromessi richiesti dalla situazione politica ed economica che incombeva dopo che egli era giunto al potere. Il periodo immediatamente successivo alla presa del potere da parte del Fascismo vide i partiti socialisti tradizionali decisamente contrari a Mussolini. Egli si era conquistato l'appoggio di alcuni settori della borghesia industriale per la sua lunga e violenta lotta contro i socialisti che si erano opposti alla entrata dell'Italia nella Grande Guerra e che avevano seguitato a combattere il sindacalismo nazionale nel dopoguerra. Le prime squadre fasciste erano composte da reduci di guerra i quali, a parte i loro convincimenti sindacalisti, erano nazionalisti. Costoro vennero aiutati, in misura non indifferente, da industriali e possidenti terrorizzati dai successi socialisti e comunisti dell'immediato dopoguerra. La Monarchia, legata ai settori conservatori e latifondisti della media borghesia, aveva permesso al Fascismo di assumere il dominio politico. Condizionato da tutte queste forze, Mussolini aveva temperato le originarie rivendicazioni fasciste. Man mano che estendeva il proprio potere, il Fascismo si ritrovò tra le file molti elementi conservatori e capitalisti che avevano dato al movimento l'appoggio fondamentale per la conquista del potere. Nello stesso partito, si erano formate varie correnti intorno a questi interessi radicati e politicamente potenti. Dietro la facciata monolitica, queste forze impiegavano tutte le loro energie per estendere il proprio controllo all'apparato statale e la propria influenza nel Partito stesso.

IL FASCISMO RIVOLUZIONARIO E IL SISTEMA « DIARCHICO »

Nel novembre 1943, due mesi dopo la costituzione della Repubblica di Salò, Mussolini dichiarò che il primo ventennio di governo fascista era stato condizionato dal compromesso.(46) Ammise che il suo regime totalitario era stato, in pratica, tutto fuorché totalitario. Denunciò la « diarchia » che aveva governato il ventennio fascista: « La grossa borghesia, industriali, agrari, banchieri, pur non esponendosi in prima linea, marciava anch'essa sotto le insegne regie ».(47) Per vent'anni l'Italia era stata governata da una « diarchia »: da una parte i tradizionalisti e conservatori raccolti dietro la Monarchia, dall'altra una contro-élite rivoluzionaria all'interno dell'organizzazione del Partito. La dualità della direzione politica appariva evidente nel sistema di istituti paralleli: ad esempio, al tradizionale Consiglio dei Ministri derivante dallo Statuto prerivoluzionario si contrapponeva il Gran Consiglio del Fascismo, creato dalla Rivoluzione fascista; all'esercito tradizionale che prestava giuramento di fedeltà alla Casa Reale, si contrapponeva la Milizia che giurava a Mussolini. Il Fascismo aveva introdotto i propri inni, saluti e riti, mentre la Monarchia aveva conservato i suoi. Mussolini sosteneva che nell'ambito di questo stato diarchico de facto, « elementi plutocratici e settori del clero » perseguivano interessi particolaristici ed esercitavano la loro influenza per intralciare gli scopi del Fascismo.( 48 ) « Ben identificati gruppi industriali e finanziari », uniti dietro la Monarchia, avevano condotto una « lotta vile ed implacabile » contro la politica sociale ed economica del Fascismo rivoluzionario.(49) Dietro la Monarchia si erano raccolte tutte le forze del capitalismo reazionario.(50) In sostanza, Mussolini sosteneva che il Fascismo era stato tradito dalla grossa borghesia che aveva fatto lega con la Monarchia per tutti i venti anni del Regime Fascista.(51) È certo che, all'epoca dello scoppio della Seconda Guerra Mondiale, vasti strati della borghesia industriale e finanziaria guardavano all'esperimento fascista con più che notevole diffidenza. Già nel 1931 gli archivi della polizia segreta fascista avevano cominciato a riempirsi di rapporti indicanti che « mentre all'indomani della Marcia su Roma erano soprattutto le classi abbienti e capitaliste che osannavano al Fascismo e al Duce, salvatore dell'ordine e della Società, difensore dell'Italia contro il bolscevismo, ora la situazione è mutata. Il Duce è oggi più popolare fra le masse lavoratrici che fra la borghesia capitalista la quale è fortemente indispettita per la portata delle nuove leggi sociali, per i contratti di mezzadria e regime collettivo creati per i contadini, e per tutte quelle provvidenze che vanno a beneficio delle masse operaie. La burocrazia mormora che si spende troppo in opere pubbliche, e arriva a sussurrare che Mussolini va a poco a poco, dolcemente e silenziosamente, verso una forma di bolscevismo. Insomma, vi è la reazione dell'egoismo di classe contro la politica avanguardista dello Stato corporativo ».(52) E, quasi a convalida di questo rapporto, il primo atto del Governo Badoglio dopo il 25 luglio fu lo smantellamento di tutto l'apparato istituzionale dello Stato corporativo. Era evidente che molti dirigenti economici e militari italiani consideravano il corporativismo mussoliniano particolarmente pesante, non tanto per quel che aveva sino ad allora compiuto, dato che Mussolini era spesso più che accomodante nelle trattative con le classi possidenti, quanto per la minaccia al privilegio e per il controllo che comportava. La socializzazione non fu una semplice reazione alla sconfitta e all'umiliazione. Già nel 1938, Mussolini aveva abbozzato un programma di socializzazione essenzialmente identico a quello sviluppato poi nella Repubblica Sociale Italiana. A quell'epoca, aveva detto chiaramente di accettare i punti essenziali del programma esposto da Spirito nella comunicazione al Convegno di Ferrara del 1932.(53) Nel 1941, Mussolini ripetette ad Ermanno Amicucci, all'epoca Ministro delle Corporazioni, lo stesso abbozzo programmatico della socializzazione fascista.(54) Queste confidenze sembravano studiate apposta per generare diffidenza tra gli industriali e l'aristocrazia terriera. A partire dal 1932, lo sviluppo interno del Fascismo e la potenziale minaccia che esso rappresentava per le classi industriali, finanziarie e latifondiste, furono chiarissimi. Nel 1935, Panunzio, quando già era iniziata la fase finale dello sviluppo fascista, sosteneva che « i lavoratori assumono la capacità e l'abilità per gestire la produzione nel quadro generale e misto dell'economia corporativa » della Nazione: questa caratteristica della socializzazione fascista era stata definita tre anni prima da Spirito « corporativismo integrale » e venne definita nel 1935 da Panunzio « sindacalismo integrale ».(55) Quasi contemporaneamente, la rivista ufficiale del Partito, pur insistendo sulla non esistenza di classi nello Stato totalitario, ammetteva che « la borghesia tenta ancora di mantenere una posizione di ' classe dirigente'...»(56)

LA CONCEZIONE FASCISTA DELLA PROPRIETÀ

Nel 1939, la Confederazione Fascista degli Agricoltori pubblicò una ampia esposizione della Concezione fascista della proprietà privata. Divenne allora manifestamente chiaro che il pensiero fascista aveva indissolubilmente sposato le concezioni del sindacalismo nazionale radicale e del neo-idealismo. Il tema centrale e ricorrente era quello articolato da Bottai nel 1927: nell'Italia fascista, mentre la proprietà dei mezzi di produzione doveva rimanere in mani private, la responsabilità del mantenimento e dell'ordinato sviluppo della produzione nell'interesse della collettività spettava allo Stato. Salvatore Gatti affermava che la sostanziale differenza tra liberalismo e Fascismo consisteva nella differente concezione della responsabilità della proprietà privata verso lo Stato fascista. A suo parere, in sostanza, questa responsabilità eclissava la concezione individualistica ed atomistica della proprietà privata. « Nella concezione fascista, gli interessi della società non sono più antitetici, opposti a quelli dell'individuo ».(57) La logica basilare della convinzione neo-idealista dell'identità ultima del particolare con l'universale veniva in tal modo trasferita nella concezione giuridica della proprietà privata. Per i fascisti, la proprietà implicava un ordinamento giuridico che a sua volta implicava l'esistenza e la supremazia dello Stato. La proprietà esiste soltanto quando un aggregato umano è governato da un ordinamento sovrano. Il tentativo di distinguere i diritti di proprietà come se questi diritti fossero antecedenti allo Stato o indipendenti da esso, veniva considerato una tipica razionalizzazione borghese, ereditata dalla Rivoluzione francese... e radicalmente errata. La proprietà dipende logicamente e praticamente da un ordinamento normativo fondamentale. Di conseguenza, i diritti di proprietà sono derivati e comportano obblighi nei confronti dell'ordinamento da cui derivano. Gli obblighi sono specificati, ed i diritti concessi temporaneamente, dallo Stato, che rappresenta la volontà articolata e definitiva della comunità organizzata.( 58 ) Si sancisce e si garantisce la proprietà privata non per un diritto naturale dell'individuo, non per la pretesa inviolabilità di tale diritto ritenuto erroneamente come assoluto, ma perché utile nella sua strumentalità nelle sue manifestazioni produttive, all'interesse della Nazione... ».(59) Per Panunzio, questa era la «concezione sociale della proprietà in Regime Fascista».(60) La concezione liberale della proprietà privata, quale diritto che gode privilegi procedurali rispetto alle leggi pubbliche, veniva ritenuta una conseguenza analitica della concezione liberale di libertà, concezione astratta che intende la libertà in maniera negativa, come assenza dell'interferenza dello Stato.(61) La sovranità, di conseguenza, non appartiene esclusivamente allo Stato. Lo Stato esercita le funzioni di agente di polizia al servizio della protezione della proprietà privata individuale. La contrapposta concezione fascista affermava, invece, che la proprietà può esistere soltanto in un contesto normativo, in un ordine, fondato su sanzioni definitive che sono prerogativa dello Stato veramente sovrano. La proprietà può essere intesa soltanto come una concessione giuridica e sociale fondata sulla pacifica coesistenza dei soggetti nell'ambito dello Stato sovrano.(62) A causa del suo carattere conseguenziale e strumentale, la proprietà veniva concepita soggetta alla disciplina collettiva. La concezione fascista di proprietà, dunque, pur non ammettendo la proprietà collettiva in quanto tale, concepiva tuttavia i diritti di proprietà individuale come strettamente subordinati alla disciplina collettiva. Ai fascisti non interessava il possesso individuale della proprietà, quanto la sua subordinazione al controllo collettivo. La proprietà era concepita più come adempimento di funzioni sociali che come manifestazione di diritti individuali.(63) Era chiaro che la concezione della proprietà in funzione sociale era ampia abbastanza da comprendere la socializzazione dei mezzi di produzione se questa fosse stata richiesta dagli interessi nazionali, secondo l'interpretazione che lo Stato dava di questi ultimi.(64) Mentre sussisteva una certa, chiara resistenza alla proposta originaria di Spirito di trasferire i mezzi di produzione in proprietà collettiva delle Corporazioni fasciste, si ammetteva altrettanto chiaramente che la concezione sociale della proprietà poteva condurre, e di fatto conduceva, a un sempre più diretto impegno del lavoro, quale fonte ultima della proprietà, nella gestione ed amministrazione dell'industria, in una maniera che anticipava senza possibilità di equivoci le leggi sulla socializzazione emanate dalla Repubblica Sociale Italiana.(65) Si era predetto che il lavoro avrebbe dovuto assumere le funzioni di gestione, condividerne le responsabilità e goderne gli utili derivanti. Se il lavoro, come la lingua, è inconcepibile al di fuori di un contesto sociale normativo e giuridico, la proprietà, che è il vero prodotto del lavoro in comune, deve mostrare tutte le caratteristiche della socialità. La proprietà deve adempiere a fun¬zioni sociali e tutte le forme di lavoro devono essere intrinsecamente e responsabilmente impegnate nel processo produttivo. I vari interessi devono essere fusi in un'impresa collettiva infrangibile e unitaria. Questo poteva ottenersi, secondo argomentazioni che erano semplici varianti o spiegazioni dei temi trattati da Spirito nel Convegno di Ferrara del 1932, soltanto se la proprietà veniva concepita come un prodotto sociale, responsabile nei confronti della collettività che ne è il necessario fondamento, e se il lavoro veniva intimamente e responsabilmente introdotto nella gestione, e nella partecipazione agli utili, dell'attività industriale nazionale. All'epoca dell'ingresso dell'Italia nella Seconda Guerra Mondiale, dunque, le linee di demarcazione nella contesa tra i fascisti ed i loro oppositori conservatori erano già state chiaramente tracciate. Il Fascismo era evidentemente impegnato nella realizzazione di un socialismo nazionale non marxista, già chiaramente implicito nelle prime formulazioni dottrinarie del movimento. La lotta militare non contribuì minimamente a limitare l'asprezza della lotta rivoluzionaria interna che si svolgeva nell'ambito dello Stato fascista. Nel 1940, Panunzio, scrivendo sulla rivista ufficiale del Partito, sosteneva che la guerra in corso non poteva porre in ombra il fatto che proseguiva con non minore intensità « la guerra verticale, la guerra economica e sociale [...] l'antitesi è una sola, ed è tra questi due termini: la plutocrazia ed il lavoro. Il trionfatore è uno solo: il lavoro ».(66)

LA FINE DEL COMPROMESSO E L'AVVENTO DEL SOCIALISMO FASCISTA

Con la catastrofe del 1943, la Monarchia scomparve e riconquistò le proprie posizioni soltanto grazie alle armate alleate vittoriose. Il Governo Badoglio aveva sconvolto l'economia degli istituti corporativi fondati durante il periodo fascista ed il Partito Nazionale Fascista era stato soppresso. Quando ricomparve Mussolini, dopo la liberazione dal Gran Sasso, restarono a galla soltanto quegli esponenti fascisti che avevano accettato il sindacalismo rivoluzionario ed il neo-idealismo del primitivo programma mussoliniano. Esempi tipici furono Nicola Bombarci, socialista radicale e quindi comunista, e Giovanni Gentile; i due uomini furono tra i più importanti consiglieri di Mussolini durante il periodo repubblicano. Lo stesso Mussolini, ancor prima di sapere chi si sarebbe raccolto intorno alle bandiere del nuovo Partito Fascista Repubblicano, si espresse a favore del primitivo programma fascista, sindacalista e neo-idealista. Egli ebbe dapprima l'intenzione di chiamare la nuova repubblica Repubblica Socialista Italiana. Soltanto alla fine, accettò la denominazione di Repubblica Sociale Italiana, che si presentava comunque sempre come espressione di un socialismo italiano, un socialismo nazionale. « La socializzazione altro non è », sostenne Mussolini, « se non la realizzazione italiana, umana, nostra, effettuabile del socialismo... La capitolazione del settembre segna la liquidazione ontosa della borghesia, considerata globalmente come classe dirigente ».(67) « La Repubblica dei lavoratori italiani », affermò in altra occasione, « ha già impostato la decisa realizzazione di tutti quei postulati che, durante quarant'anni, furono inscritti sulle bandiere dei movimenti socialisti ».( 68 ) Nel marzo 1945, un mese prima della morte, Mussolini disse a Ivanoe Fossani di essere stato e di essere rimasto socialista. «L'accusa di incoerenza », gli disse, « non ha fondamento. La mia condotta è sempre stata rettilinea nel senso di guardare alla sostanza delle cose e non alla forma. Mi sono adattato socialisticamente alla realtà».(69) Anche Cesare Rossi, testimone non meno attendibile, sostiene che Mussolini rimase legato, per tutto il corso della sua vita politica, al socialismo.(70) Nel ventunesimo anniversario della Marcia su Roma, nei giorni tragici della Repubblica, Pavolini annunciava: « Per decisione del Duce, in una vicina riunione il partito preciserà le proprie direttive programmatiche sui più importanti problemi statali e su quelle nuove realizzazioni da raggiungere nel campo del lavoro, le quali, più propriamente che sociali, non abbiamo alcuna peritanza a definire socialiste ».(71) Parecchi giorni dopo, Ferdinando Mezzasoma, ministro della Propaganda della Repubblica Sociale, sostenne che la Repubblica era fondata sul « vero socialismo » che Mussolini non aveva mai abbandonato.(72) Questi sviluppi dottrinari non restarono senza effetto. Un non esiguo gruppo di socialisti si raccolse intorno alle bandiere della nuova Repubblica e nel novembre 1944 Mussolini prese addirittura l'iniziativa di liberare il socialista Corrado Bonfantini per tentare di gettare un ponte sul fossato che divideva i fascisti dai socialisti ortodossi. Piero Pisenti, ministro della Giustizia, riteneva puramente formali le differenze tra fascisti e socialisti e avviò trattative con Gabriele Vigorelli e Bonfantini per tentare una collaborazione tra socialisti e fascisti allo scopo di realizzare le mete programmatiche del socialismo fascista.(73) I socialisti, però, si erano già organizzati dietro le forze del Sud e questi tentativi risultarono vani. Dopo la caduta della Repubblica Sociale, uno dei primi atti del Comitato di Liberazione Nazionale, dominato da socialisti e comunisti, fu l'abrogazione dei decreti di socializzazione. Il proclama del 25 aprile 1945 affermava: « Il C.L.N.A.I., considerati gli obiettivi antinazionali del decreto legislativo fascista [di]... ' socializzazione ' [ ... ] con la quale il sedicente governo fascista repubblicano ha tentato di aggiogare le masse lavoratrici dell'Italia occupata al servizio e alla collaborazione con l'invasore [...] al fine di assicurare... la continuità ed il potenziamento della attività produttiva nello spirito di un'effettiva solidarietà nazionale, ... decreta: il decreto legislativo [...] è abrogato ».(74) La giustificazione era ben strana. Indipendentemente dalle ragioni, il Fascismo aveva promulgato leggi che potevano fornire al proletariato industriale un potente mezzo per la lotta contro le classi possidenti italiane. La socializzazione aveva creato collegi sindacali e consigli di gestione che avevano de jure il diritto di influire in maniera significativa sull'intero processo produttivo della Nazione. Per evitare gli « obiettivi antinazionali » delle leggi sulla socializzazione, sarebbe bastata l'elezione di rappresentanti comunisti e socialisti nei consigli e collegi di fabbrica. Invece, venne abolita l'intera legislazione ed il controllo del processo produttivo italiano ritornò ai proprietari capitalisti. Ancor oggi, questo controllo resta nelle mani degli stessi proprietari. I vantaggi che i socialisti potevano ricavare dalla legislazione sociale vennero sacrificati all'« interesse nazionale », un interesse cui il Fascismo, per sua stessa ammissione, aveva compromesso le sue aspirazione sindacaliste e socialiste nazionali per più di una generazione.

CONTINUA...

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" Forse che non conoscendo a fondo il pensiero del Duce si può affermare di essere fascisti? Noi diciamo di no! Che il fascismo non è istinto ma educazione e perciò è conoscenza della sua mistica,che è conoscenza di Mussolini" (N. Giani)
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MessaggioInviato: Lun Mag 04, 2009 8:00 pm    Oggetto:  
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GENTILE E LA CRITICA DEL MARXISMO CLASSICO

Il fatto che la recrudescenza del socialismo fascista non sia stata né casuale né artificiosamente tattica è dimostrato dallo sviluppo del pesiero di Giovanni Gentile durante tutto il periodo fascista, dal 1925 al 1943. Ancor più indicativo è il fatto che Gentile iniziò la sua attività intellettuale con importanti studi su Marx, pubblicati nel 1897 e nel 1899, quando aveva poco più di venti anni. Gentile, che aveva otto anni più di Mussolini, pubblicò “Una critica del materialismo storico” quattro anni prima che Mussolini pubblicasse il suo primo articolo, nel 1901. Il saggio era appunto una breve ma serrata critica alla teoria marxista della storia. Si trattava di un lavoro giovanile, né particolarmente originale, né dimostrante una vasta indagine della letteratura marxista. Le tesi avanzate non erano completamente coerenti e lo studio non si indirizzava a materiale di prima mano. Il secondo saggio, “La filosofia della prassi”, pubblicato due anni dopo, quando Giovanni Gentile aveva ventiquattro anni, è invece un'opera squisitamente originale. Fondata in gran parte sulla conoscenza della tradizione filosofica classica tedesca, la ricostruzione gentiliana del pensiero di Marx ha superato la prova del tempo. Anche dopo le più recenti pubblicazioni delle opere filosofiche giovanili di Marx, i Manoscritti economico-filosofici del 1844 e il testo completo della Ideologia tedesca del 1845, l'interpretazione gentiliana resta una delle migliori. Soltanto alcuni studi recentissimi le sono pari per profondità di indagine e validità di analisi.(75) La Critica, invece, ha valore in quanto indica la natura delle riserve di Gentile riguardo al marxismo inteso come scienza della storia. Gentile rivolse la propria attenzione alla interpretazione socialista del materialismo storico, che considera il marxismo una teoria scientifica della storia capace di offrire un insieme di leggi naturali che governano le associazioni umane; in virtù di queste leggi è possibile avanzare previsioni relativamente precise sul futuro sviluppo della società. Per illustrare le pretese di previsione del marxismo classico, egli cita Arturo Labriola: « L'avvento del comunismo non è un postulato che si fonda sulla critica alla società dominante, né una meta liberamente scelta; l'avvento del comunismo è il risultato di un processo storico immanente [...] Siamo costretti ad ammettere [...], nello svolgersi degli avvenimenti l'esistenza di una necessità, che trascende qualsiasi nostra simpatia e qualsiasi nostra acquiescenza soggettiva ».(76) Labriola concepiva il materialismo storico come una spiegazione scientifica del corso che la storia avrebbe seguito, la prova sperimentale della inevitabile rivoluzione sociale immanente al processo della stessa vita sociale. Proprio contro queste affermazioni Gentile sollevò le sue critiche principali, negando che l'uomo possa « scoprire » leggi naturali o sociali. Egli sosteneva che una simile idea, anche se molto diffusa e corrispondente al buon senso, era fondamentalmente errata. Gli uomini non si limitano a contemplare i « fatti » e ad osservare le « leggi ». I « fatti » si rivelano soltanto nel contesto di una o dell'altra prospettiva, prospettiva che fornisce il criterio di scelta per ciò che deve costituire i fatti stessi. Né i fisici né gli storici si limitano ad osservare avvenimenti presi a caso e indiscriminatamente. Osservano scegliendo, poiché hanno già stabilito i criteri di importanza ed attinenza e seguono criteri che regolano l'accettabilità di proposizioni descrittive proposte come vere. Inoltre, queste proposizioni sintetiche sono unite insieme sistematicamente, in forma di valide argomentazioni. Queste forme richiedono un impegno di coerenza ed un sistema di regole di passaggio dall'una all'altra stabilito intersoggettivamente. In altre parole, per Gentile, le spiegazioni e le previsioni sono valide soltanto quando uomini, forniti di valori, scopi e intenzioni, le traducono in fatti nel mondo empirico. Un mondo senza uomini non contiene « fatti », non è caratterizzato da alcuna « legge », perché soltanto i Valori dell'uomo caratterizzano gli avvenimenti come importanti e attinenti e soltanto l'impegno di coerenza permette l'applicazione al mondo delle regole di deduzione. In sostanza, Gentile sosteneva che qualsiasi scienza riposa su un insieme di valori, taciti o espressi. Gli uomini si occupano di fisica perché in tal modo possono dominare l'ambiente per rendere sicura l'esistenza e predicibile il futuro. Nelle scienze formali, i criteri di accettazione di proposizioni come vere si fondano sull'accettazione di assiomi dai quali queste prendono le mosse. Tutto il procedimento presuppone un'implicita accettazione del valore della coerenza. Quello che è vero per ogni scienza, è vero anche per la storia. Gentile prosegue: « La storia concepita come qualcosa di esterno ed indipendente dagli uomini non ha né importanza né leggi. Soltanto gli uomini vedono un'importanza nella storia e agiscono secondo le sue leggi. È l'uomo, in breve, che fa la storia e le leggi che la governano ».(77) L'opposizione di Gentile al materialismo storico rappresenta un caso particolare della sua opposizione al positivismo. Un decennio dopo, Mussolini sollevò le stesse obiezioni e, di conseguenza, determinò il passaggio dal positivismo al pragmatismo. Le tesi di Gentile erano qualcosa di più di un semplice rifiuto del materialismo storico o determinismo economico. Egli non accusava i marxisti di semplice parzialità nella loro analisi del fattore umano nel processo storico. Ammetteva che i marxisti riconoscono che l'uomo fa la storia nel senso che gli uomini devono fare qualcosa perché la storia abbia qualcosa da registrare. Egli sosteneva però che l'atto conoscitivo implica intrinsecamente un legame con valori antecedenti espressi o impliciti. Qualsiasi atto conoscitivo implica necessariamente un impegno di coerenza e verità, la predisposizione ad ammettere che la contraddizione intima è falsa e che le definizioni di verità richiedono qualcosa di più della convinzione soggettiva. Egli sosteneva che il marxismo classico non aveva compreso l'atto conoscitivo. I valori umani non possono essere spiegati dal materialismo storico, perché il materialismo storico è un tentativo per spiegare e predire che fa di per sé parte dell'atto conoscitivo dell'uomo e come tale riposa su un insieme di valori umani impliciti. Qualsiasi esplicita spiegazione di valori umani implica necessariamente l'esistenza di valori antecedenti. Questa è la sostanza delle riserve di Gentile riguardo al positivismo in genere ed al materialismo storico in particolare.( 78 ) Queste riserve furono più profonde e sicuramente più esplicite di tutte quelle avanzate dallo stesso Mussolini. Ma alcune delle conseguenze della posizione gentiliana erano sostanzialmente identiche a quelle della posizione mussoliniana. Se qualsiasi atto umano, compreso l'atto conoscitivo, implica un legame ad un insieme di valori impliciti o espliciti, non esiste qualcosa che possa definirsi « scienza pura ». Ma, peggio ancora, anche quando viene compiuto un effettivo lavoro scientifico, anche quando i valori fondamentali non vengono posti in discussione, qualsiasi insieme di affermazioni descrittive e analitiche della scienza non fornisce una premessa valida di per sé per una conclusione deduttiva che abbia forza determinante. Nelle premesse deve venire introdotto qualche nuovo valore che permetta il passaggio dalla premessa stessa alla conclusione.(79) Gentile proseguiva affermando che il materialismo storico non doveva necessariamente essere interpretato alla maniera positivista caratteristica del socialismo ortodosso dell'epoca. Egli sosteneva che l'interpretazione positivista era dovuta in gran parte ad Engels e non rappresentava neces¬sariamente il pensiero di Marx. Gentile sosteneva anche che del materialismo storico poteva venire data una migliore interpretazione in termini hegeliani, un'interpretazione più fedele all'orientamento filosofico di Marx da giovane. Secondo Gentile, Marx, da giovane, aveva combattuto quella forma di materialismo che fa degli uomini semplici osservatori dei processi naturali del mondo, e aveva concepito, invece, gli uomini partecipi di questi processi in senso squisitamente hegeliano. Gli uomini sono partecipi di un processo dialettico e di sviluppo, di un processo storico mondiale che influenza la loro attività e ne è influenzato. Nel contesto di una simile interpretazione totalmente immanentistica, qualsiasi tentativo di dare preminenza ad un particolare insieme di variabili astratte, economiche, materiali o morali, significa giungere al paradosso e interpretare erroneamente tutta la dialettica hegeliana. È certo che le argomentazioni di Marx possono essere intese in questo senso; le sue proposizioni sono quasi sempre ellittiche ed hanno carattere sinottico e stenografico; ragion per cui, spesso sembra affermare che tutti i prodotti concettuali o ideologici dell'uomo possono essere esaurientemente spiegati facendo riferimento alle forze produttive materiali ed ai rapporti di produzione con cui si svolge il processo di produzione stessa. Sembra che sostenga che le variabili ideologiche quali la filosofia, la morale, le arti e forse anche la scienza, debbano essere intese come variabili dipendenti, mentre le forze produttive ed i rapporti di produzione sarebbero variabili indipendenti, sufficienti a spiegare la realtà. In questo senso molti marxisti interpretavano allora il materialismo storico. Ma si trattava di un'interpretazione cui si opponevano Sorel, Croce e Gentile (per motivi in parte coincidenti ed in parte divergenti). Gentile sosteneva che questa interpretazione usava violenza alla chiara intenzione di Marx. Ne La Filosofia della prassi, Gentile sosteneva che Marx aveva inteso dire che « la dottrina materialistica che si riferisce alla modifica delle situazioni e all'educazione dimentica che le situazioni sono modificate dagli uomini e che lo stesso educatore ha bisogno di essere educato [...] La coincidenza della modifica delle situazioni e dell'attività umana, o automodifica, può essere intesa e compresa razionalmente soltanto come pratica rivoluzionaria ».(80) Gentile interpretava diversamente il pensiero di Marx: sono gli uomini a fare da sé la propria storia, in senso sostanziale; le variabili astrattamente definite economiche e materiali sono in rapporto dialettico e immanente con quelle definite etiche o filosofiche, in un modo che oggi chiameremmo di interdipendenza.(81) L'interpretazione gentiliana ha un solido fondamento. Dopo la pubblicazione di molti testi di Marx, che all'epoca in cui scriveva Gentile non erano conosciuti, si sono venute accumulando gradualmente le prove che una simile interpretazione del marxismo classico è possibile. I marxisti classici hanno sostenuto che l'Ideologia tedesca di Marx avalla un'interpretazione di stretto determinismo economico e citano frasi in cui Marx parla dei « fantasmi che si formano nel cervello dell'uomo » come di « sublimazioni del processo materiale della vita... »; parla della « società civile » e dei «rapporti sociali» come « determinati dalle forze produttive del momento... »; o spiega « tutti i vari prodotti teorici e forme di coscienza, religione, filosofia, etica, ecc. ... » facendo riferimento al « processo reale di produzione, che prende le mosse dalla produzione materiale della vita stessa... ».(82) Ma Gentile può citare esempi di frasi, di valore totalmente opposto, in cui Marx considera gli « individui » essi stessi « strumenti della produzione ».(83) Se gli individui stessi sono strumenti di produzione, appare piuttosto difficile concepire loro, i loro pensieri e le loro aspirazioni come derivati da un processo primario che si svolge nella base produttiva della società, base che comprende gli strumenti di produzione. Si dovrebbe dire che l'attività degli individui ed i motivi che determinano questa attività, siano fondamentali quanto lo stesso processo produttivo, perché fanno parte, per definizione, del processo stesso. Ed abbiamo visto che Mussolini si serviva di un argomento simile per sostenere il proprio neo-idealismo e l'interpretazione volontaristica del materialismo storico. Mussolini fece notare che Marx aveva affermato che « di tutti gli strumenti di produzione, la più grande forza produttrice è la stessa classe rivoluzionaria ».(84) Se gli individui e la stessa classe rivoluzionaria sono essi stessi forze produttive, viene a cadere qualsiasi dicotomia tra le variabili produttive primarie e quelle derivate e « ideologiche ». Tra loro può esistere soltanto un rapporto di interdipendenza. In questo senso, l'interpretazione gentiliana concordava perfettamente con quelle di Pareto, Mosca, Michels e Mussolini. Era un'interpretazione volontaristica nel senso che lasciava spazio, all'interno del processo storico, all'attività della volontà e dell'impegno dell'uomo, alla prassi dell'uomo. Non era specificamente antimarxista a meno che non si accettasse come unica interpretazione legittima quella di una particolare scuola di studiosi di Marx. Né Sorel, né Michels né Mussolini si consideravano, nel dare questa interpretazione, antimarxisti. E neanche Gentile. Questi anzi apprezzava gli sforzi marxisti considerandoli un tentativo di reintroduzione, in chiave positivistica, delle verità dell'hegelismo.(85) È ovvio che Gentile trovava in Marx tutti gli elementi di una visione del mondo essenzialmente hegeliana. Il concetto di uomo posto alla base delle idee di Marx era un concetto hegeliano. « L'ego (l'Io empirico)... è reale soltanto in quanto elemento di una collettività, di una società, come un termine dei rapporti sociali che gradualmente rendono l'Io più concreto ».(86) Questa era una concezione al tempo stesso hegeliana, marxista e gentiliana dei rapporti tra l'individuo e la società. Era una concezione dei rapporti tra l'individuo ed il proprio gruppo sociale condivisa anche dai sociologi della tradizione gumplowicziana, da Mosca a Michels, e che si ritrova nei primi scritti di Mussolini. Al di fuori della storia, al di fuori della comunità in cui vive ed opera, l'individuo è niente. Marx, sosteneva Gentile, giustamente « si opponeva a quella intuizione nominalistica che concepisce la società soltanto in termini di individui, che possono anche andare d'accordo, ma che tuttavia restano sempre intrinsecamente indipendenti l'uno dall'altro. (Marx) osserva giustamente che questa interpretazione è un'astrazione, che per prima cosa esiste la società e che gli individui esistono soltanto in quanto parte organicamente correlata al tutto ».(87) L'individuo è tale soltanto in quanto è sociale, è politico. Per Marx, questo concetto era espresso dall'epigrammatica frase per cui la sostanza dell'uomo è « l'insieme dei rapporti sociali ». Gentile conservò per tutta la vita questa concezione dell'individuo inteso intrinsecamente connesso alla propria comunità storica, culturale ed economica. Nel suo ultimo scritto, Gentile sosteneva che « in fondo all'Io c'è un Noi, che è la comunità a cui egli appartiene, e che è la base della sua spirituale esistenza... ».( 88 ) Abbiamo visto che questa concezione resta fondamentale per l'Attualismo e si trova già chiaramente espressa, per la prima volta, nei saggi di Gentile su Marx, dove non soltanto è chiaramente definita, ma addirittura viene identificata con i presupposti fondamentali della filosofia di Marx. Quella che Gentile doveva definire la « identificazione speculativa dell'individuo con la propria comunità » era fondamentale sia per l'attualismo sia per il marxismo.(89) In questo senso, Gentile, come Mussolini, non è mai stato un antimarxista. Infatti, nell'introduzione alla nuova edizione, del 1937, dei suoi saggi giovanili (all'apice cioè del potere politico del Fascismo), Gentile afferma che i saggi stessi contenevano « i primi germi » della sua filosofia sociale e politica dell'età matura.(90)

GENTILE E IL SOCIALISMO FASCISTA

Ma, oltre a una comune concezione dell'uomo, i saggi gentiliani denotano il fatto che egli condivideva con Marx alcuni elementi critici che dovevano maturare in quell'« umanesimo del lavoro » la cui attuazione pratica fu tentata durante la Repubblica Sociale Italiana. Poiché l'individuo empirico diventa persona soltanto nei rapporti che stabilisce con i propri simili in una comunità storicamente e socioculturalmente definita, il lavoro, in tutte le sue forme, possiede un valore intrinseco. L'individuo crea se stesso nel lavoro e questo fatto costituisce, per Gentile, il valore morale dell'attività.(91) L'uomo è ciò che egli fa e di conseguenza qualsiasi cosa egli faccia ha valore morale. E' questa una concezione che Gentile non ha mai abbandonato e che si ritrova in tutte le sue opere pubblicate durante tutto il periodo del Regime fascista. Nei Preliminari allo studio del fanciullo, pubblicati nel 1922 e ristampati in varie edizioni durante tutto il periodo fascista, il lavoro viene definito come « quella attività umana universale » che serve al « fine supremo dell'esistenza umana »: la realizzazione di sé.(92) Una definizione simile del lavoro si ritrova in Guerra e fede, pubblicato nel 1919 e in quasi tutte le più importanti opere pubblicate da Gentile nel corso di un quarto di secolo.(93) In Genesi e struttura della società, questo concetto è maturato come segue: « All'umanesimo della cultura, che fu però una tappa gloriosa della liberazione dell'uomo, succede oggi o succederà domani l'umanesimo del lavoro. Perché la creazione della grande industria e l'avanzata del lavoratore nella scena della grande storia, ha modificato profondamente il concetto moderno della cultura. Che era cultura dell'intelligenza, soprattutto artistica e letteraria, e trascurava quella vasta zona dell'umanità, che non s'affaccia al più libero orizzonte dell'alta cultura ma lavora alle fondamenta della cultura umana, là dove l'uomo è a contatto della natura, e lavora. Lavora da uomo, con la coscienza di quel che fa, ossia con la coscienza di sé e del mondo in cui egli s'incorpora. Lavora dispiegando cioè quella stessa attività del pensiero, onde anche nell'arte, nella letteratura, nell'erudizione, nella filosofia, l'uomo via via pensando pone e risolve i problemi in cui viene annodando e snodando la sua esistenza in atto. Lavora il contadino, lavora l'artigiano, e il maestro d'arte, lavora l'artista, il letterato, il filosofo. Via via la materia con cui lavorando, l'uomo si deve cimentare, si alleggerisce e quasi si smaterializza, e lo spirito per bel modo si affranca e si libera nell'agir suo, fuori dello spazio e del tempo; ma la materia è già vinta da quando la zappa dissoda la terra, infrange la gleba e l'associa al conseguimento del fine dell'uomo ».(94) Questa è la giustificazione razionale, proposta da Gentile nella sua ultima opera, dello Stato Fascista dei Lavoratori, la Repubblica di Salò. È una maturazione di elementi già contenuti nei primi saggi gentiliani sul Marxismo ed è un chiaro esempio del costante atteggiamento mantenuto da Gentile nei confronti del Socialismo ortodosso. Nel suo primo scritto fascista, Gentile sosteneva che si deve fare distinzione tra le varie forme di Socialismo sviluppatesi durante i primi anni del ventesimo secolo.(95) Il Fascismo si oppone a particolari impostazioni teoriche accettate da alcune organizzazioni socialiste ufficiali. Il Fascismo nega, ad esempio, che la lotta di classe rappresenti il conflitto definitivo che caratterizza lo sviluppo storico. Il Fascismo respinge, inoltre, il materialismo ed il determinismo che molti teorici identificano col socialismo. Ma il Fascismo è di per sé una variante del sindacalismo soreliano, che si autodefinisce socialismo volontaristico, neo-idealista e aristocratico. Né il Fascismo né Gentile hanno mai respinto questa corrente del pensiero socialista. « Il Fascismo », sosteneva Gentile, « invece, tra per l'eredità di alcune ispirazioni marxiste e soreliane [...] e tra per l'influsso delle dottrine idealistiche italiane contemporanee, in mezzo alle quali la mentalità fascista è pur maturata, intende la filosofia come filosofia della prassi ».(96) Nel definire in tal modo il Fascismo, Gentile si richiamava alla tradizione di cui egli stesso faceva parte. Una delle sue prime opere era stato il saggio Filosofia della prassi. Egli aveva interpretato Marx e il materialismo storico in senso neo-hegeliano. Egli considerava l'importanza data da Marx alla prassi come una forma di volontarismo e neo-idealismo, e questa sua interpretazione era condivisa dal giovane Mussolini e da molti dei sindacalisti rivoluzionarie dei pragmatisti che costituirono l'avanguardia intellettuale, politica e sociale italiana nei primi quattro lustri del ventesimo secolo. Il giudizio di Gentile sul Socialismo, come del resto quello di tutti i migliori intellettuali fascisti, non era dunque puramente negativo. Già nel 1919, egli sosteneva che il Socialismo era « una forza vitale, sana e salutare della vita politica italiana ».(97) Intorno al 1935, quando il Secondo Convegno di Studi Sindacali e Corporativi fece esplodere la annosa ed aspra polemica sul « socialismo fascista », Gentile affermava tranquillamente che « in linea di principio i socialisti avevano ragione a combattere il capitalismo in quanto sistema economico ».( 98 ) Con questa affermazione, egli riecheggiava la comunicazione di Spirito, che aveva provocato lo scontro tra l'ala conservatrice e l'ala radicale del Fascismo. Egli non diceva in sostanza più di quanto non affermasse lo stesso Mussolini. Il modo in cui Gentile interpretò il Socialismo in quanto movimento politico e sociale non differì mai sostanzialmente da quello in cui lo interpretò Mussolini negli anni della sua formazione. Non esistono prove che Mussolini conoscesse a fondo le prime opere di Gentile su Marx e il Socialismo marxista, ma queste erano ben note tra i sindacalisti rivoluzionari, con cui Mussolini aveva avuto, da giovane, rapporti assai intensi. Arturo Labriola, uno dei primi mentori e collaboratori del giovane Mussolini, aveva molto subito l'influenza dei saggi gentiliani. L'interpretazione che Labriola dava delle opere di Marx denota l'inconfondibile influsso del volontarismo e del neo-idealismo gentiliano. Labriola cita specificamente i saggi di Gentile nel suo libro Marx nell'economia a e come teorico del socialismo, pubblicato nel 1908; la sua interpretazione della filosofia di Marx è quasi identica a quella avanzata da Gentile. Inoltre, i saggi di Gentile erano noti a Croce ed a Sorel, cosicché le sue idee erano correnti tra i teorici socialisti durante tutti gli anni di formazione di Mussolini. Quanto fossero noti i saggi di Gentile è messo in risalto dal fatto che lo stesso Lenin li raccomandava come « notevole » contributo alla letteratura teorica dedicata agli studi marxisti.(99) Le idee di Gentile erano dunque ben note negli ambienti socialisti attivamente frequentati da Mussolini nel periodo precedente alla formazione del Fascismo. Ed in sostanza, l'idealismo gentiliano seguì una traiettoria parallela a quella del pensiero politico e sociale di Mussolini. Fin dall'inizio, le riserve di Gentile sul marxismo, come era allora inteso, erano essenzialmente identiche a quelle di Mussolini e dei sindacalisti rivoluzionari. L'unica cosa che divideva profondamente sindacalisti e neo-idealisti era il pregiudizio di classe dei sindacalisti. Ma quando questi ultimi accettarono a fondamento delle proprie tesi il nazionalismo, le differenze tra neo-idealismo e sindacalismo nazionale divennero insostanziali. Nel 1921, nel momento, cioè, in cui si venivano delineando con estrema chiarezza le strutture essenziali della Dottrina fascista, Mussolini diceva di essere neo-idealista gentiliano. Il Fascismo ha .sempre considerato se stesso una forma progressista e neo-idealista di socialismo; nel periodo tra il 1930 e lo scoppio della guerra, anche i suoi seguaci conservatori erano ormai giunti a ritenerlo tale. Proprio durante questo periodo molti dei sindacalisti socialisti che il Fascismo aveva allontanato da sé per colpa del proprio antisocialismo tattico, gli si riconciliarono. Arturo Labriola, che era andato in esilio, rientrò nella « Italia proletaria » per condividere le sorti del Fascismo. Lo stesso Labriola ebbe ad affermare dopo la sconfitta del Fascismo, da socialista e sindacalista, che « l'organizzazione corporativa era già Socialismo e non si doveva sacrificarlo così leggermente ».(100) Il corso seguito dal Fascismo tra il 1930 e il 1940 è posto in chiara evidenza, ed è dimostrato, dagli scritti dei sindacalisti e dei neo-idealisti. La polemica che seguì le discussioni di Ferrara del 1932 chiarì abbondantemente le intenzioni socialiste totalitarie del Fascismo. Il diritto alla proprietà privata doveva essere inteso come un diritto contingente e non assoluto. L'economia nazionale doveva essere regolata da un piano programmatico integrato e centralizzato. La classe lavoratrice doveva essere gradualmente condotta alla gestione delle imprese ed il lavoro doveva divenire il fondamento dello Stato, nel senso che il valore dell'individuo, o quello di una categoria produttiva, doveva essere giudicato in base al suo contributo al benessere nazionale.(101) Questo sviluppo era diventato così evidente che in un discorso tenuto a Roma il 24 giugno 1943, in difesa del Fascismo, Gentile poteva categoricamente parlare di « un ordine » fascista « ... fondato sul principio che l'unico valore è il lavoro: il lavoro umano che è attuazione della vita spirituale nel complesso dei suoi beni economici e delle sue idealità etiche »(102) e proseguire affermando che « chi parla oggi di comunismo in Italia è un corporativista impaziente » facendo chiaramente intendere che l'Italia fascista aveva la decisa intenzione di realizzare, in definitiva, una forma di Socialismo adatta alla situazione nazionale.(103) Il socialismo fascista non era né un'aberrazione né una tattica politica: questo fatto è dimostrato non soltanto dal maturarsi di una corrente di pensiero politico e sociale neo-socialista, ma anche dal fatto che Gentile, nel periodo di interregno tra la caduta di Mussolini nel luglio e la sua ricomparsa nel settembre 1943, durante il quale egli rimase completamente estraneo al Fascismo organizzato, compose la giustificazione razionale del neo-socialismo di Salò. Proprio durante questo breve periodo, infatti, Gentile scrisse il suo ultimo libro di apologia del Fascismo: “Genesi e struttura della società”. Il libro, scritto quando Gentile non aveva alcun contatto né con Mussolini né con altri gerarchi fascisti, contiene frasi e brani interi che riappaiono tali e quali nelle prime dichiarazioni di Mussolini circa le intenzioni del sorgente movimento fascista. Mussolini, che nel frattempo non aveva più incontrato Gentile né sapeva niente del suo libro, parlò dello Stato Fascista dei Lavoratori e dello Stato del Lavoro, servendosi di espressioni che si ritrovano nella difesa gentiliana dell'« umanesimo del lavoro ». Non esiste alcuna prova che Mussolini abbia mai letto l'ultima opera di Gentile, che venne pubblicata soltanto dopo la sconfitta del Fascismo e la morte del suo Capo. Tuttavia, essa contiene la giustificazione razionale del socialismo fascista, della radicalizzazione del corporativismo. Naturalmente, Gentile fu uno dei principali consiglieri di Mussolini durante l'ultimo periodo del Fascismo.(104) Il neo-idealismo aveva talmente assimilato i sentimenti neo-socialisti e sindacalnazionalisti di Mussolini, che i consigli del socialista e comunista Bombarci venivano ritenuti assolutamente compatibili con quelli del neo-hegeliano Gentile. Mussolini aveva iniziato la propria carriera politica da sindacalista soreliano. In quanto tale, il suo marxismo era già indipendente e non ortodosso. Sicuramente, i suoi giudizi erano diversi da quelli del socialismo ortodosso europeo, espressi dai vari partiti socialdemocratici. Mussolini, come Sorel, concepiva la rivoluzione in termini essenzialmente morali. La classe lavoratrice era di per sé, e nella sua totalità, il veicolo per la rigenerazione morale. L'individuo si identificava con la classe a cui apparteneva e soltanto verso la classe egli aveva obblighi. Senza l'appartenenza a una classe l'individuo non poteva diventare persona nel senso morale. L'appartenenza alla classe e la lotta di classe fornivano l'orientamento, il fondamento, per l'attribuzione morale e la valutazione normativa, la sostanza morale per la vita dell'individuo. La classe aveva, naturalmente, la propria élite dirigente, esigua minoranza con incarichi di comando. Lo scoppio della grande guerra costrinse il sindacalismo proletario a modificare i propri orientamenti e lo trasformò in sindacalismo nazionale. La nazione diventava l'oggetto della fedeltà. L'Italia divenne una « Nazione proletaria » e fu l'identificazione con questa comunità a fornire la sostanza morale della personalità. A questo punto, il sindacalismo soreliano iniziò il lungo e duraturo processo di riavvicinamento al neo-idealismo gentiliano. Tra le due ideologie esisteva una compatibilità essenziale di giudizi e convinzioni morali. La Nazione avrebbe realizzato le aspirazioni socialiste e sindacaliste del sindacalismo proletario e gli scopi morali del neoidealismo. Per sua stessa ammissione, per quindici anni il Fascismo scese a compromessi sulle proprie intenzioni per tentare di attuare la sintesi di elementi antitetici non fascisti. Ne risultò uno stato di compromesso, definito « diarchia » da Mussolini. L'opposizione conservatrice al Fascismo si raccolse intorno alla Monarchia. I grandi interessi finanziari ed industriali, alleati con l'aristocrazia terriera, si servirono della Chiesa e della Monarchia per frenare il totalitarismo rivoluzionario del Fascismo. Soltanto la separazione chirurgica dalla Monarchia e l'instaurazione della Repubblica fascista nell'Italia settentrionale permisero la realizzazione del programma sociale fascista. Ne risultò, sostenevano i fascisti, un socialismo nazionale, che attuava gli ideali soreliani nell'ambito di un contesto nazionale. Nell'« umanesimo del lavoro » di Gentile, che trovò espressione politica nello Stato Fascista dei Lavoratori, presero corpo gli ideali soreliani del Fascismo.(105)

SOCIALISMO TOTALITARIO

Il totalitarismo fascista veniva affermato in base a ciò che Gentile aveva definito « l'identità speculativa tra individuo e Stato ».(106) Si pensava che fossero pienamente compatibili tra loro gli interessi fondamentali dell'individuo e quelli della collettività organizzata in Stato. La responsabilità pedagogica della aristocrazia rivoluzionaria organizzata in partito unitario doveva rendere evidente questa profonda compatibilità. Era chiaro che, date queste premesse, il Fascismo non poteva accontentarsi di essere soltanto il mediatore tra interessi particolaristici all'interno della Nazione politicamente organizzata. Il Fascismo avrebbe dovuto trasformare la società fino a che non fosse rimasta più alcuna distinzione tra interesse pubblico e privato, tra interesse collettivo e individuale. Fu questo il punto essenziale della comunicazione di Spirito al Convegno di Ferrara del 1932. A ragione i fascisti consideravano le distinzioni tra pubblico e privato, tra collettivo e individuale come parte dell'eredità della concezione pluralistica e individualistica della società lasciata dal liberalismo classico. I neo-idealisti e i radicalsindacalisti non avevano mai cessato di opporsi sistematicamente a questa concezione. Tanto i neo-idealisti quanto i sindacalisti erano eredi di una tradizione collettivista e anti-individualista sviluppatasi in Germania sotto forma di neo-hegelismo ed in Austria come sociologia di tipo gumplowicziano. Questa tradizione collettivista e anti-individualista assunse nell'Italia fascista una forma radicalmente totalitaria, rappresentata dalla logica delle trasposizioni che costituì il nocciolo del mito fondamentale che legittimava il regime. Per mezzo di una serie di trasposizioni, l'individuo veniva identificato con la Nazione, la Nazione con lo Stato, lo Stato col Partito ed il Partito con il suo Capo. Se si voleva che queste identificazioni fossero qualcosa di più che non semplici sofismi, il Regime doveva assumersi la responsabilità di creare istituzioni e organismi che facessero confluire e armonizzassero tutte le attività degli individui e delle varie classi e categorie produttive, tutti gli interessi regionali e di censo, nello Stato. I sistemi impiegati dal Regime fascista per attuare questo programma fanno ormai parte della storia istituzionale dell'Italia di Mussolini. Al di fuori della struttura stessa del Partito, lavoratori e imprenditori erano organizzati in sindacati e confederazioni poste sotto l'egida dello Stato. Terminato il lavoro, le maestranze restavano sotto la costante tutela dell'organizzatissimo Dopolavoro e di altre organizzazioni per il « tempo libero ». I giovani erano organizzati nell'Opera Nazionale Balilla, divenuta poi Gioventù Italiana del Littorio: i ragazzi erano Balilla e Avanguardisti; mentre le ragazze erano inquadrate in organizzazioni corrispondenti; vi erano poi tutta una serie di organizzazioni culturali e universitarie intese a precludere la possibilità di qualsiasi influenza che potesse contrastare gli sforzi fascisti diretti a educare tutti i cittadini, di qualsiasi età e provenienza sociale all'ideologia secolare del Partito. Il Fascismo aspirava a una completa identità della volontà individuale con quella collettiva. Proprio questa identità era la chiave di volta del pensiero sociale e politico fascista: concezione succintamente esposta da Gentile nella sua ultima opera: « L'individuo umano non è un atomo. Immanente al concetto di individuo è il concetto di società... Solo l'identità rende ragione della necessaria e intrinseca relazione dei due termini della sintesi, la quale richiede che il concetto di un termine contenga pure il concetto dell'altro... A nessuno spero sia per fuggire l'importanza di tale concetto, che è per noi la chiave di volta del grande edificio sociale ».(107) Per i fascisti questa identità doveva ottenersi tra « individuo » e « Stato ». Gentile poteva quindi sostenere che « lo Stato rappresenta la vera personalità dell'individuo »( 108 ) e nello stesso tempo la volontà unitaria della nazione, tesi già da lui avanzata nei Fondamenti della filosofia del diritto, pubblicati nel 1916. In questo senso, egli era già fascista ancor prima della nascita del Fascismo.(109) Le conclusioni cui conduceva questa tesi risultavano evidenti nella Riforma dell'educazione, pubblicato tre anni prima della Marcia su Roma, in cui Gentile afferma: « Per concludere, si può dire che io, come cittadino, ho effettivamente una volontà mia propria; ma che, dopo un'ulteriore indagine, scopro che la mia volontà coincide esattamente con la volontà dello Stato e che io voglio qualcosa soltanto fino a che lo Stato vuole che io la voglia [...] Poiché la Nazione, come lo Stato, è della nostra stessa natura e composizione, è evidente che la volontà universale dello Stato è tutt'uno con la nostra personalità etica concreta ed attuale ».(110) Questa tesi fu regolarmente sfruttata dagli intellettuali fascisti durante tutto il periodo fascista. Nella sua difesa del socialismo fascista, Spirito sosteneva, nel 1932: « L'individuo deve infine accorgersi che nel processo per la conquista della vera libertà, non può arrestarsi a forme intermedie e ibride [...] deve cercare e trovare una assoluta identità tra il suo fine e il fine di uno Stato […] perché privato e pubblico saranno la stessa cosa ».(111) Nel 1942, Gerardo Pannese esprimeva queste idee in forma epigrammatica: « Nell'etica fascista, il fine della società è identico a quello dell'uomo ».(112) Nella Dottrina ufficiale la stessa idea era espressa in questo modo: « L'uomo del fascismo è individuo che è Nazione e Patria [...] il Fascismo è una concezione storica, nella quale l'uomo non è quello che è se non in funzione del processo spirituale a cui concorre […] il liberalismo negava lo Stato nell'interesse dell'individuo particolare; il fascismo riafferma lo Stato come la realtà vera dell'individuo ».(113) Inizialmente, l'individuo potrebbe concepire i propri interessi come distinti da quelli dello Stato o addirittura contrari ad essi. I fascisti sostenevano che questi interessi devono, invece, in senso definitivo, essere assolutamente compatibili. In ultima analisi, ciò che l'individuo vuole è ciò che vuole lo Stato. Questo concetto costituisce la sostanza razionale della nuova definizione fascista di « libertà » e « democrazia ». Quando parlano di « libertà » e « democrazia » i fascisti fanno riferimento ad una « verità » antecedente. Questo riferimento dimostra chiaramente che si è avuta una nuova definizione dei due termini. La « verità » di riferimento dimostra chiaramente che il significato dei termini « libertà » e « democrazia » è stato modificato. Le « vere » libertà e democrazia difese dal Fascismo sono la libertà e la democrazia del totalitarismo, l'identificazione dell'individuo con la sua collettività originaria, con la Nazione, cioè, organizzata in Stato. In periodo fascista, si ammetteva che per raggiungere questa identificazione occorresse un'opera pedagogica e istituzionale enorme, richiedente la sistematica educazione a tutto un insieme di principi normativi. A questo fine, i fascisti usarono apertamente e francamente tutti i sistemi di persuasione morale e di suggestione mimetica ed emotiva. Sfruttarono la suggestionabilità delle masse impiegando sistemi già da molto tempo ben noti agli psicologi sociali e sinteticamente abbozzati da Le Bon e Sighele. Creando un'atmosfera di grande tensione emotiva, tentarono di instillare nell'animo degli italiani la convinzione che l'individuo, la nazione italiana, il Partito e il Duce fossero, in fondo, una cosa sola. Il volere di uno era il volere di tutti. E questo fatto costituiva il fittizio consenso democratico su cui poggiava il Regime, la legittimazione della dittatura plebiscitaria e « a partecipazione popolare » di Mussolini. Questa concezione forniva la sostanza razionale della guida trascendentale del Fascismo, così come il Fascismo stesso era giunto ad intenderla. Questo fondamento razionale non era religioso, ma filosofico. Mussolini non governava per volere di Dio, ma come presunta incarnazione della volontà comune. Anche la socializzazione fascista deve essere vista in questo contesto. La caratteristica precipua del Fascismo era il totalitarismo.(114) Il fatto che il Fascismo non sia riuscito a creare una società totalitaria dipese da numerosi fattori storici ed economici che in questa sede non ci interessano. Le sue intenzioni, quasi fin dal suo primo apparire come forza politica, furono subito chiarissime. Ogni individuo, ogni fazione, ogni inte¬resse economico e politico doveva confluire verso gli scopi della Nazione come erano intesi dal Partito e dai suoi dirigenti. Gli interessi che si opponevano ad essere piegati a questi scopi erano considerati « antinazionali » e « antisociali ». L'opposizione di Gentile al tanto reclamizzato Concordato tra lo Stato fascista e la Santa Sede si fondava soprattutto sul suo adamantino rifiuto di concepire la possibilità che lo Stato potesse cedere anche una minima parte della propria sovranità a qualsiasi interesse secolare o religioso. Tanto è vero che subito dopo la stipula dei Patti Lateranensi ebbe inizio una annosa schermaglia tra il Regime fascista e la Chiesa cattolica.(115) Il Concordato poteva essere considerato al massimo un compromesso e, dopo che era venuto meno l'entusiasmo iniziale per un avvenimento che veniva considerato un grande successo diplomatico, i fascisti stessi lo considerarono tale. Pur riuscendo, col tempo, a convivere senza gravi scontri col Regime, la Chiesa Cattolica rimase sempre un elemento non digerito e non digeribile dallo Stato totalitario fascista. Più importante della lotta con la Chiesa era il fatto che il sistema economico italiano ereditato dal Fascismo permettesse ad interessi particolaristici di raccogliersi intorno alla proprietà privata in numero tale da dare un'impronta particolare ad intere classi e categorie produttive. Le classi lavoratrici si preoccupavano soltanto delle condizioni del lavoro e delle retribuzioni, mentre le classi abbienti si occupavano soltanto di mantenere un sistema a loro favorevole di redditi e imposte. Questi interessi alimentavano le ostilità dei vari gruppi contro le aspirazioni totalitarie del Fascismo. Ciò che era nell'interesse del lavoro non era nell'interesse del capitale e ciò che era nell'interesse dello Stato non era necessariamente nell'interesse, comunque inteso, di nessuna delle due categorie. Di conseguenza, i teorici fascisti diedero sempre maggiore importanza, alla necessità di armonizzare i vari interessi togliendo alla proprietà privata la capacità di agire come centro di interessi privati. Per questi motivi e con queste intenzioni, uno dei più accesi nemici della proprietà privata in quanto istituzione fu Spirito. Egli sosteneva che la proprietà privata favoriva lo sviluppo di interessi particolari e le divisioni in quella che tendeva a diventare una società totalitaria e monolitica. Spirito sostenne, in particolare questa tesi nella comunicazione presentata al Terzo Congresso Hegeliano Internazionale svoltosi a Roma nel 1933.(116) I Fascisti più coerenti ammettevano che la proprietà privata ed il capitalismo, in quanto sistema economico, ostacolavano gli scopi totalitari del Fascismo. Nel 1943 Mussolini elencò le colpe specifiche del sistema che egli attribuiva ai capitalisti italiani: 1) l'accaparramento di materie prime nel tentativo di aumentare i profitti personali, a discapito del potenziale bellico dell'Italia; 2) la resistenza ai piani autarchici del Fascismo, perché questi piani potevano danneggiare il sistema di altri profitti; 3) la resistenza alla politica sociale del Fascismo, perché questa avrebbe reso i lavoratori meno « malleabili ». Nell'ambito del sistema produttivo capitalistico, sostenevano i Fascisti, il lavoro non ha alcun interesse intrinseco nelle attività economiche della Nazione perché i lavoratori sono costretti a preoccuparsi soltanto delle loro precarie condizioni di vita. Poiché, d'altronde, le condizioni di vita dei lavoratori sono funzione della loro capacità di pretendere salari sempre più alti, i loro interessi sono settoriali, particolaristici, differenti da quelli della Nazione nel suo complesso. Furono queste le considerazioni che indussero i teorici fascisti a chiedere pesanti limitazioni alla proprietà privata e un sempre maggior intervento del lavoro nella gestione e nella direzione dell'impresa. Da queste considerazioni trassero origine i collegi sindacali, i comitati di gestione e i programmi di ripartizione degli utili. La socializzazione avrebbe, d'un sol colpo, infranto la resistenza delle classi possidenti e introdotto il lavoro nell'impresa industriale, provocando una fusione di interessi tale da far raggiungere allo Stato fascista quell'unità totalitaria cui il Fascismo aveva sempre aspirato. La socializzazione fascista era concepita come il momento culminante del corporativismo fascista; essa avrebbe dovuto risolvere il dualismo tra capitale e lavoro che troppo a lungo era stato di impedimento alla unità totale dello Stato fascista.(117) Era chiaro che, nell'ambito unitario dello Stato Nazionale Fascista del Lavoro, l'inserimento del lavoro nell'impresa industriale, tramite rappresentanti eletti, doveva essere effettuato nei limiti di un piano nazionale controllato dagli enti tecnici de Partito. La responsabilità diretta nei confronti dello Stato dei direttori delle varie imprese assicurava il controllo del Partito. La Repubblica Fascista restava quindi totalitaria, soggetta al controllo tutorio, pedagogico ed imprenditoriale del Partito unitario.( 118 ) La libertà che il Fascismo continuava a propagandare era la libertà intesa nel senso neo-hegeliano di Gentile di identità tra volere individuale e volere collettivo, di unità di interessi, pubblici e privati. Il Fascismo continuava a sostenere la « libertà individuale e la libertà di classe, ma libertà costruttiva nell'ambito dello Stato... ».(119) Qualsiasi altra libertà sarebbe stata fittizia, capricciosa. Lo Stato restava, per Mussolini, l'arbitro ultimo del volere nazionale, l'espressione concreta della vita nazionale, il depositario dei valori, la sostanza morale e la personalità etica di ciascun individuo.(120) L'individuo era lo Stato e lo Stato era l'Italia; e l'Italia era il Fascismo e Mussolini era tutti gli italiani. Una simile serie di trasposizioni costituisce la logica di fondo del totalitarismo classico.(121) È ovvio che l'autocritica e la tolleranza di opinioni divergenti consentite dalla Repubblica fascista potevano esplicarsi soltanto nel ristretto ambito stabilito dal partito unitario. Mussolini fu estremamente chiaro al proposito anche negli ultimi mesi della Repubblica Sociale. Egli affermò: « In questi ultimi tempi si è parlato chiaro. Coloro che accettano il nostro programma [...] potranno lavorare con noi, fuori o dentro le nostre file [...] Più in là non si può e non si deve andare, per rispetto ai nostri caduti, per doverosa solidarietà con i fascisti delle terre invase, per la nostra stessa dignità personale. E più in là non andremo »(122) Nonostante i numerosi mutamenti tattici nell'ordine di importanza delle cose, intervenuti nel caos degli ultimi mesi della Repubblica, Mussolini non rinunciò mai alle aspirazioni totalitarie del Fascismo. Egli concepiva il Fascismo come un socialismo nazionale e totalitario, l'unica forma di socialismo attuabile nel ventesimo secolo. Data la convinzione, manifestatasi in lui fin dalla prima giovinezza, che qualsiasi società è governata da una minoranza organizzata e che le masse hanno un'irrinunciabile necessità di essere guidate, questa era l'unica conclusione logica a cui potesse giungere il suo pensiero politico e sociale. E questa fu infatti la concezione finale, politica e sociale, di Mussolini: un socialismo nazionale, contenente tutti gli elementi del sindacalismo rivoluzionario fusi col nazionalismo provocato dalla crisi della Prima Guerra Mondiale: il tutto, cementato saldamente dalla filosofia neo-idealista. Per Mussolini, la Nazione rappresentava la comunità etnocentrica in cui gli uomini si organizzano in pratica, quali agenti morali, per sostenere la lotta per la vita nel mondo moderno. Nella sua espressione migliore e più valida, anche il razzismo fascista era utile a questa concezione della Nazione. Il socialismo di Mussolini, a sua volta, aveva a fondamento logico la identificazione totale dell'individuo, della categoria e della classe, con la Nazione. La socializzazione costituiva l'ultimo sforzo di Mussolini per attuare questa identificazione tramite l'eliminazione dei centri di interessi particolaristici. Alla base del sistema politico e sociale che doveva realizzare questa visione della società, esisteva un mito, un sistema ragionato di credenze sull'uomo e sul mondo animate da particolari convinzioni normative. Le proposizioni descrittive riguardanti l'uomo e il mondo derivavano in gran parte dalla tradizione sociologica cara a Mussolini. Le convinzioni normative erano essenzialmente quelle del neo-idealismo gentiliano. La loro sintesi non era né l'una cosa né l'altra. Era l'ideologia del Fascismo. Ancora convinto profondamente delle proprie idee, Mussolini cadde sotto i colpi di mitra di assassini politici il pomeriggio del 28 aprile 1945, tre mesi prima del suo sessantaduesimo compleanno.


NOTE AL CAPITOLO SETTIMO

1) Cfr. « Pensieri Pontini e Sardi », in Opera, XXXIV, 278, 285.
2) The Goebbels Diaries, 1942-1943. Tradotti e curati da L. P. Lochner, Garden City, N.Y. 1948, pp. 472, 469.
3) Ibid., p. 468.
4) F. MARTINELLI, Mussolini ai raggi X. Milano 1964, p. 448.
5) C. SILVESTRI, Mussolini, Graziavi e l'antifascismo, Milano 1949, p. 79.
6) Cfr. F. W. DEAKIN, The Brutal Friendship: Mussolini, Hitler and the Fall of Italian Fascism, New York 1962. pp. 587-606 (tr. it.: Storia della Repubblica di Salò, Torino).
7) « Il primo discorso dopo la liberazione », Opera, XXXII, 4.
8 ) « I Riunione del Consiglio dei Ministri Repubblicano », Opera, XXXII, 7.
9) G. PINI e D. SUSMEL, op. cit., IV, 362 e seg.
10) Testo integrale dei 18 Punti del Manifesto del Congresso del P.F.R., del 14 no¬vembre 1943:
11) « V riunione del Consiglio dei Ministri Repubblicano », Opera, XXXII, 31-38.
12) « VI riunione del Consiglio dei Ministri Repubblicano », Opera, XXXII, 41-56.
13) Tarchi a Mussolini, lettera dell'11 febbraio 1944, citata da F. W. DEAKIN, Op. cit., p. 668.
14) F. W. DEAKIN, op. cit., pp. 670-673.
15) Esprime i sentimenti di commentatori quali G. PERTICONE, La Repubblica di Salò, Roma 1947.
16) E. Amicucci, I seicento giorni di Mussolini, Roma 1949, p. 152.
17) Le comunicazioni del Convegno sono raccolte in Atti del Secondo Convegno di studi sindacali e corporativi, Ferrara 5-8 maggio 1932, Roma 1932, vol. I: Relazioni; vol. II Comunicazioni; vol. III: Discussioni.
18 ) U. OJETTI, I taccuini, 1914-1943, Firenze 1954. p. 394.
19 U. SPIRITO, Capitalismo e corporativismo, Firenze 1933. pp. XIV e seg.
20) « I diritti della vittoria », Opera, XIV, 53.
21) « Crepuscolo »; Opera, XIV, 69; cfr. anche « Fascismo e terra », Opera, XVI. 170; « Discorso al Senato per lo Stato Corporativo », Opera, XXVI, 147.
22) F. W. DEAKIN, op. cit., p. 671.
23) « Sindacalismo Francese. Una dichiarazione-programma ». Opera, XIV, p. 247; « Dove impera Lenin », Opera, XVII, 78.
24) « Discorso per lo Stato Corporativo », Opera, XXVI, 87.
25) Cfr. H. W. SCHNEIDER, Making the Fascist State, New York 1928, p. 177.
26) A. AQUARONE, L'organizzazione dello stato totalitario. Torino 1965, p. 125.
27) La Carta del Lavoro, a cura di G. Bottai, Roma 1928, p. 150.
28 ) L. MERLINO, « Il congresso dei sindacati fascisti », Gerarchia, VIII, 5 (maggio 1928), 355.
29) Cfr. « I problemi del lavoro », Il lavoro fascista, I, 5 (agosto 1927), 15; e L. ROSENSTOCK- FRANCK, Les réalisations pratiques et les doctrines du syndacalisme fasciste, Parigi 1933, L'Economie corporative fasciste en doctrine et en fair, Parigi 1934; C. HAIDER, Capital and Labor under Fascism, Ne York 1930.
30) « Le basi della nuova economia », Opera, XXXII, 294. Non è sicuro che Mussolini abbia scritto personalmente questo articolo, ma se non l'ha scritto sicuramente l'ha riveduto e approvato.
31) E. CORRADINI, « Dopo lo sciopero », Popolo d'Italia, 18 marzo 1925.
32) U. SPIRITO, Critica della democrazia, Firenze 1963, p. 31.
33) G. GENTILE, « Individuo e Stato », Giornale critico della filosofia italiana, III (1932), 313.
34) « Discorso al Senato per lo Stato Corporativo », Opera, XXVI, 147.
35) U. SPIRITO, Capitalismo e corporativismo. pp. 55, 59.
36) Ibid., p. 120.
37) Ibid., pp. 14 e segg.
38 ) U. SPIRITO, Il Corporativismo Nazionalsocialista, Firenze 1934, p. 6; Cf. p. 13.
39) Cfr. P. DRIEU LA ROCHELLE, Socialisme fasciste, Parigi 1934, Socialismo, Fascismo, Europa, a cura di J. Mabire, Roma 1964; M. MANOILESCO, Le Siècle du corporatisme: doctrine du corporatisme integral et pur, Parigi 1938.
40) « Discorso agli operai di Milano », Opera, XXVI, 356, 357.
41) Giovanni Gentile, a cura di V. Vettori, Firenze 1954, pp. 43 e segg.
42) « Il piano regolatore della nuova economia italiana », Opera, XXVII, 241-248. Cfr. H. A. STEINER, Government in Fascist Italy, New York 1938, pp. 93-98.
43) « Il piano regolatore della nuova economia italiana », Opera, XXVII, 245, 246, 247.
44) « Alla Terza Assemblea Generale delle Corporazioni », Opera, XXVIII, 175-181.
45) H. A. STEINER, op. cit., pp. 97 e seg.
46) « Rivoluzione sociale: primi sintomi », Opera, XXXII, 267; cfr. anche « Ventennale sviluppo logico della dottrina fascista », Opera, XXXII, 316.
47) « Storia di un anno », Opera, XXXIV, 410.
48 ) « Il discorso al Lirico di Milano », Opera, XXXII, 126.
49) « Soliloquio in libertà all'Isola Trimellone », Opera, XXXII, 171.
50) « Elogio a Padova per la sua fede nella socializzazione », Opera, XXXII, 154.
51) E. Amicucci, op. cit., p. 143.
52) Archivio Centrale dello Stato, Roma: « Partito Nazionale Fascista, Situazione politica delle provincie, busta Genova », citato da A. AQUARONE, op. cit., P. 197, n. 3.
53) Cfr. F. GIOLLI, Come fummo condotti alla catastrofe, Roma 1945, pp. 71-79; E. CIONE, Storia della Repubblica Sociale Italiana, Caserta 1948, pp. 293 e segg.
54) E. Amicucci, op. cit., pp. 147 e segg.
55) « Sindacalismo integrale », Gerarchia, XV, 8 (agosto 1935), 672.
56) « Precisazioni per il ' Borghese ' », Gerarchia, XIX, 2 (febbraio 1939), 85.
57) S. GATTI, « Dalla concezione individualistica alla concezione fascista della proprietà privata », in La concezione fascista della proprietà privata, edita dalla Confederazione Fascista dei Lavoratori dell'Agricoltura. Roma s.d., pp. 30 e segg., 35; L. BARASSI, « Il diritto di proprietà e la funzione sociale », Ibid., p. 191.
58 ) F. CARLI, « La proprietà e il fascismo », Ibid., pp. 39, 55 e seg.; C. BIGGINI, Riforma dei codici e diritto di proprietà », Ibid., p. 64 e seg., 68-71; O. CENSI, La proprietà come rapporto di diritto pubblico », Ibid., pp. 141 e segg.
59) C. BIGGINI. Ibid., p. 75; cfr. L. BARASSI, Ibid, p. 193.
60) S. PANUNZIO, « Prime osservazioni giuridiche sul concetto di proprietà ne! regime fascista », Ibid., p. 115 .
61) F. FERRARA, « La proprietà come ' dovere sociale ' », Ibid., p. 281.
62) G. CHIARELLI, « II fondamento pubblicistico della proprietà », Ibid., pp. 151, 153 e segg.; cfr. pp. 148 e segg.
63) P. GASPAR, « L'impresa come fenomeno sociale », Ibid., pp. 381-383; C. ARENA, La proprietà di impresa nell'ordine corporativo », Ibid., pp. 399-405.
64) L. BARASSI, Ibid., pp. 187, 199.
65) A. LANZILLO, « La proprietà privata e la corporazione », Ibid., p. 337. C. Biggini sosteneva che « nell'ambito di ciascuna impresa, il lavoro resta ancora distinto, dissociato e spesso contrapposto al capitale. È certo che un'evoluzione corporativa completa e sostanziale nell'industria non può non interessare il lavoro alla gestione, alle responsabilità e ai profitti dell'impresa stessa ». C. BIGGINI, Ibid., p. 78.
66) S. PANUNZIO, « L'impero italiano del lavoro », Gerarchia, XIX, 9 (settembre 1940), 463.
67) « Alle Camicie nere della Brigata Nera ' Aldo Resega ' », Opera, XXXII. p. 114.
68 ) « Ritornate », Opera, XXXII, 91.
69) « Soliloquio in ' libertà ' all'Isola Trimellone », Opera, XXXII, 178 e segg.
70) C. Rossi, Trentatré vicende mussoliniane (Milano 1958), p. 443.
71) A. PAVOLINI, citato da E. Amicucci, op. cit., p. 143.
72) Ibid., p. 144.
73) C. SILVESTRI, op. cit., pp. 320 e segg.
74) « Decreto sulla “ socializzazione ” del C.L.N.A.I. », in G. PERTICONE, La Repubblica di Salò, p. 380.
75) Cfr. N. ROTENSTREICH, Basic Problems of Marx's Philosophy. New York 1965 (vedi la nostra recensione nel Journal of the History of Philosophy, IV. 4. ottobre 1966), pp. 349 e seg.; L. DUPRE. The Philosophical Foundations of Marxism, New York 1966; A. J. GREGOR, « Giovanni Gentile and the Philosophy of the Young Karl Marx », Journal of the History of Ideas, XXIV, 2 (aprile 1963).
76) FD, pp. 172, 173.
77) Ibid., pp. 175 e segg.
78 ) Ibid., p. 190; cfr. pp. 238 e segg.
79) Ibid., pp. 245 e segg.
80) Ibid., p. 207, cfr. K. MARX e F. ENGELS, L'ideologia tedesca. Mosca 1964, p. 646.
81) FD, p. 222.
82) K. MARX e F. ENGELS, L'Ideologia tedesca, pp. 37, 47, 49.
83) Ibid., p. 80.
84) K. MARX, La povertà della filosofia, p. 196; cfr. « Evoluzione sociale e lotta di classe », Opera. II, 31.
85) FD, p. 303.
86) Ibid., p. 264.
87) Ibid.. p. 298.
88 ) GS, p. 1.5.
89) U. SPIRITO. La filosofia del comunismo, Firenze 1948, pp. 12 e segg.
90) FD, p. 148.
91) Ibid., p. 215.
92) PF, p. 27.
93) Cfr. M. MANFREDINI. « Gentile è vivo ». in V. Vettori, op. cit.. pp. 179 e segg.
94) GS, pp. 111 e segg.
95) CF, pp. 42 e segg.
96) OD, p. 58.
97) G. GENTILE. Dopo la vittoria. Nuovi frammenti politici, Roma 1920, 1). 178.
98 ) G. GENTILE, « Individuo e Stato ». Giornale critico della filosofia italiana, III (1932), 314.
99) V. I. LENIN, « Karl Marx », in Opere scelte, Mosca 1964. XXI, 88.
100) A. LABRIOLA, secondo V. Vettori, « Introduzione a Gentile », in V. VETTORI, Op. cit., p. 44.
101) Cfr. U. SPIRITO. Critica della democrazia, Firenze 1963, pp. 32-36.
102) G. GENTILE, « Discorso agli Italiani », in B. Gentile, Giovanni Gentile: Dal discorso agli Italiani alla morte, Firenze 1951. p. 69.
103) Ibid., p. 72.
104) V. VETTORI. « Introduzione a Gentile », in V. Vettori, op. cit., pp. 54 e seg.
105) Cfr. D. Gaudenti, « Dal sindacalismo eroico all'umanesimo del lavoro », in V. Vettori. op. cit., pp. 163-170.
106) G. GENTILE, « Individuo e Stato », op. cit.. p. 313.
107) GS, pp. 33. 34, 39.
108 ) CF. p. 56.
109) A. Carlini, Studi Gentiliani, Firenze 1958, p. 106.
110) RE. pp. 25, 14.
111) U. SPIRITO, Capitalismo e corporativismo, p. 33.
112) G. PANNESE, L'etica nel fascismo e la filosofia del diritto e della storia, Roma 1942, p. 158. cfr. anche O. Di GIAMBERARDINO, L'individuo nell'etica fascista, Firenze 1940, pp. 177 e segg.
113) « Dottrina del fascismo », Opera, XXXIV, 117, 118.
114) O. Di GIANIBERARDINO, Op. Cit., p. 165.
115) Cfr. HARRIS, The Social Philosophy of Giovanni Gentile, pp. 197-201.
116) « La proprietà privata nella concezione di Hegel », in U. SPIRITO, La filosofia del comunismo, pp. 135-150.
117) Cfr. B. SPAMPANATO, Contromemoriale, II, 33, 47. Cfr. « XIII Riunione del Con¬siglio dei Ministri Repubblicano », Opera, XXXII, 125.
118 ) « Il discorso al Lirico di Milano », Opera, XXXII, 131; Circolare del 10 marzo 1944, Opera, XXXII, 236.
119) « Della vera libertà », Opera, XXXII, 273.
120) « Le basi della nuova economia », Opera. XXXII. 295.
121) « Leggenda di Muti », Opera. XXXII. 396.
122) « Il sesso degli angeli ». Opera, XXXII. 121.

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" Forse che non conoscendo a fondo il pensiero del Duce si può affermare di essere fascisti? Noi diciamo di no! Che il fascismo non è istinto ma educazione e perciò è conoscenza della sua mistica,che è conoscenza di Mussolini" (N. Giani)
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