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Scritti di Giovanni Gentile sulla Vittoria della 1° G.G.
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Quintox



Età: 31
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Località: Padova

MessaggioInviato: Dom Dic 07, 2008 5:24 pm    Oggetto:  
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Non farà specie il paradosso dell’opposizione diametrale che qui si vuole additare tra Austria e Germania, uscite entrambe disfatte dalla presente guerra, ma per opposte ragioni. Bisogna pur ricordarsi che le fondamenta dell’Impero Germanico furono da Bismarck gettate sulle rovine del vecchio Impero degli Asburgo, da lui potentemente scrollato con la macchina bensì della sua politica, ma sopra tutto con la forza che mettevano nelle sue mani le aspirazioni de popolo tedesco. Convien ricordare che la nuova Germania, nata a Sadowa e sorta in piedi a Sedan, non è più la Prussia storica e legittimista, come il Regno d’Italia non fu l’ingrandimento del Regno di Sardegna; poiché Germania e Italia sorgono dal contraccolpo nazionale della Rivoluzione francese e dall’assalto dato da Napoleone al vecchio regime. Sicché l’Impero germanico, come formazione nazionale, trae anch’esso il suo primo impulso dalla Rivoluzione, ed è originariamente, al pari del nostro Risorgimento, la liquidazione del vecchio principio legittimista, rappresentato fino a ieri dall’Austria. La quale poté essere alleata della Germania solo come strumento della politica tedesca, e come prosecutrice, per proprio conto, nel programma balcanico, del suo sistema di compressione d’ogni autonomia nazionale.
Infatti l’Austria è vinta e disgregata dalle forze nazionali, che non riesce più oltre a compri reme ed amalgamare e dal violento colpo vibratogli dalla più vigorosa delle forze nazionali che essa dovesse fronteggiare: l’Italia; laddove la Germania cade per l’esasperazione tracotante del suo stesso slancio nazionale, ossia di quel principio nazionalistico, per cui un popolo non vede più fortuna capace di resistere alla sua virtù; e la fortuna gli si leva contro, sotto forma di resistenza e ribellione di tutti gli altri popoli minacciati, e lo conduce dentro i confini del titolo primitivo del suo diritto all’esistenza. Sicché la sconfitta tedesca è oggi qualche cosa di più di una nuova Waterloo. Questa volta con Napoleone cade anche la vecchia Europa, di cui egli scosse le fondamenta.
La nuova lega dei popoli non può rifare a ritroso la via che un secolo fa volle fare la lega dei re, perché la sua vittoria, la vittoria della democrazia (1), che apre una nuova era al genere umano, padrone del proprio destino, consiste appunto nella liberazione del principio democratico della libertà ed autonomia dei popoli da quell’astrattezza, per cui esso poté rinnovare con rinvigorita formidabile possanza la stessa politica delle vecchie autocrazie. Giacché è verissimo che quella Germania che a noi popoli democratici, figli diretti della rivoluzione, è apparsa come il prototipo dell’imperialismo militare autocratico, si sentì sempre, fino a ieri, compatta e fusa nella coscienza della sua perfetta autonomia. Chiusa nel suo egoismo nazionale, essa si strinse attorno alla propria bandiera, servendo solo a se stessa per imporsi agli altri. Che è infatti il pericolo di tutte le democrazie, sociali e politiche, sensibilissime ai propri diritti, tarde al riconoscimento dei propri doveri; che sono poi i limiti dei diritti, cioè quella realtà universale in cui i diritti propriamente debbono vivere. Donde quell’ideale, che abbiamo illustrato, di una forza che non presuppone una legge, ma la crea; che è il realismo di Bismarck fondatore dell’Impero, ma è anche il realismo di Marx creatore del comunismo critico, così critico e spregiudicato e ad operatore della forza operante fatalmente, a dispetto degl’ideali e della giustizia, com’è stata la politica del Kaiser. Ebbene, questa democrazia, che è libertà ma non legge, che è diritto ma non è dovere, che è popolo ma non è la società dei popoli, che è realismo ma astratto, e però condannato a fiaccarsi contro il muro d’acciaio della legge, che è sistema, che è il tutto, e che prima o poi trionfa, questa è appunto la Germania che è stata vinta.

Oggi non è più la rivoluzione che trionfa, né la reazione. Né Napoleone, né Sant’Alleanza. Vince il popolo nella libera espansività della sua forza e nella salda coscienza della sua legge, che non è più interesse né di un popolo particolare, né di una classe, ma la giustizia; e non più la giustizia di uno Stato, che non conosca altri soggetti di diritto all’infuori de’ suoi cittadini sottoposti alla legge, ma la giustizia di uno Stato fra gli Stati, in una società superiore, che è bensì un programma da attuare, ma da attuare nel riconoscimento di una volontà superiore, in cui gl’interessi contrastati dei singoli Stati devono comporsi e unificarsi. Ideale certamente; ma ideale di uno nuovo spirito perfettamente consapevole della necessità di armare questo ideale di tutta la forza che i popoli hanno a difesa del loro comune interesse. Ché anche lo Stato è un ideale; un ideale è quella pace interna, di cui, empiricamente considerando, si dice in possesso ogni Stato nei rapporti interni tra i suoi cittadini; laddove in realtà non c’è Stato che non sia diviso in gruppi etnici o storici, e regionali, e sociali, e politici, diversi e lottanti in conflitto più o meno aperto; e sopra tutto, che non sia scisso pure in tante forze disparate quanti sono gl’individui correnti nel flusso perpetuo della sua concreta esistenza; e guai a quello Stato che non fosse internamente mosso dal giuoco di elementi discordanti. Nella cui conciliazione e destinazione a uno scopo comune, non mai fisso stabilmente, ma continuamente mutevole e progressivo, consiste appunto la vita politica dello Stato. Idea che si realizza è lo Stato; e idea che si vuol realizzare è la vagheggiata lega dei popoli, a cui si volgono oggi gli animi come al premio di tanto sangue versato nella più cruenta delle guerre che si siano mai combattute.

Oggi non vince un popolo o un gruppo di popoli. La vittoria oggi è di un gruppo di popoli solo in quanto questo s’è schierato, con la forza ineluttabile di un’idea superiore, contro il principio del particolarismo, che si può dire dell’individualismo nazionale. Oggi chi vince è un’idea; e se questa idea non trionfasse del tutto, la vittoria non sarebbe definitiva, né la pace potrebbe essere altro che un episodio di una lotta non ancora conchiusa. E l’idea è questa: la vera forza è quella della giustizia, la quale prima o poi sveglia i dormienti, scuote i pigri e gli stanchi, arma gli inermi, unisce gli animi, crea gli eserciti, solleva il mondo, affratellando l’umanità attraverso i monti, i mari e gli oceani; e infine fiacca i ribelli e regna sovrana. E’ l’antica fede morale, che oggi diventa anche una fede politica: com’era fatale avvenisse appena il risveglio e la chiara consapevolezza dell’essenza democratica dello Stato, avesse assimilato due cose solo empiricamente distinte per considerazioni derivanti dalla superficiale osservazione delle vecchie forme politiche degli Stati: lo Stato, creatore del diritto, da una parte, e l’individuo, semplice materia del diritto, dall’altra. Oggi noi sappiamo che lo Stato è reale soltanto come volontà politica dell’individuo, e diventa materia del diritto in quanto è creatore del diritto stesso, e lo Stato è autogoverno. E in tale immedesimazione della volontà individuale, razionale e concreta, e della volontà statale, democraticamente realizzata, vien meno la vecchia opposizione della politica della morale, e sorge perciò un Espero più luminoso dell’antica giustizia, celebrata dal pensatore più grande dell’antichità; poiché si è dilatata l’idea dello Stato, in cui la giustizia si adempie. Salutiamo l’aurora di una nuova umanità.

25 ottobre 1918.

(1) “Democrazia” è parola oggi troppo abusata e venuta perciò ragionevolmente in sospetto. Ma chi legge non distrattamente queste pagine, non può prendere equivoco intorno al significato che io persisto ad attribuirle, a dispetto di ogni radicalismo scervellato e bolscevico: la cui democrazia è la negazione d’ogni vero principio democratico.

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Quintox



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MessaggioInviato: Lun Dic 22, 2008 2:59 pm    Oggetto:  
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II.

L’EPILOGO



Il 3 novembre 1918 è l’ultima data della storia del Risorgimento italiano. Cominciato sul cadere del secolo XVIII, nel fermento liberale e nazionale suscitato dalla grande Rivoluzione, il nostro Risorgimento, dopo sessant’anni di agitazioni, prove e di martirii, conquistato col sangue il diritto a valere nella storia di Europa, iniziò nel ’59 la sua grande opera, fondando il Regno conciliatore di tutte le aspirazioni nazionali, innovatrici e conservatrici, repubblicane e monarchiche. E quest’opera, attraverso difficoltà interne ed esterne, che non repressero mai l’anima italiana anelante al suo totale riscatto, proseguì attraverso il movimento generale della politica europea, per tutto il sessantennio seguente, oggi finito.
Quanto nel 1870, congiunta Roma all’Italia, questa ebbe sciolto il suo massimo voto, poté parere che la sua formazione fosse stata ormai condotta a termine. E la necessità del posto che all’Italia, dopo le prime inevitabili incertezze, convenne occupare nel sistema delle maggiori potenze d’Europa, tra cui doveva vivere, e prender vigore, e rivolgere il formidabile problema del suo assetto amministrativo e quello, anche più grave e minaccioso, della sua finanza, e mettere, intanto, radici nella coscienza del suo popolo, e di tutti i popoli come formazione stabile e definitiva, impose, infatti, una lunga vigilia dolorosa; durante la quale parve talora spenta la fiamma della passione, che aveva suscitato l’incendio del nostro Risorgimento. Ma la fiamma covava; e né l’obblighi di alleanze, né calcoli di prudenza valsero mai ad impedire ch’essa guizzasse vivamente ogni volta che altri tentasse di soffocarla per sempre.
Trento e Trieste, per le generazioni italiane di dopo il ’70, furono la più ardente passione politica; una passione, che conservava intatto, tra i più recenti interessi della vita pubblica, più sociali che politici e più economici che ideali, il carattere primitivo del nostro Risorgimento, essenzialmente ideale e morale.
Trento e Trieste erano nell’anima degli italiani quella stessa Italia, che era stata cercata sui campi di Magenta, di San Martino e Solferino, a Marsala e a Mentana; l’Italia degl’italiani; non lo strumento di una maggiore potenza politica ed economica, ma la Patria, lungamente vagheggiata, sentita ed amata nei secoli, e ormai viva nei cuori, già capace e bramosa di sorgere nel consenso degli uomini liberi come persona, consapevole del proprio diritto e della propria grandezza morale, del suo memorando passato e dell’immancabile suo avvenire; l’Italia, che cessava di essere semplicemente splendida genialità di fantasia e diventava possanza di volere.Questa Italia, che si riscote e ritrova se stessa al tempo napoleonico, e sente tutto il valore della sua idea; e comincia a raccogliersi, subito dopo il trattato di Vienna, nelle Vendite carbonaresche e poscia nei segreti cenacoli della Giovine Italia per fare della propria idea una forza realmente operante e vittoriosa; questa Italia nuova, che dall’Alpi a’ suoi mari incontra per tutto lo stesso volto nemico, che si chiama Austria, e contro l’Austria scende in campo con l’audacia ineluttabile di tutte le idee, da Silvio Pellico a Cesare Battisti, ha stretti e fusi gli animi più diversi in una fede inestinguibile verso una Patria attesa dalla volontà dei suoi figli.E la Patria è sorta dalla volontà dei sui figli. La quale, arrestata a Villafranca e a Nikolsburg, non è infranta, né posa; ma perduta nel suo sforzo finché l’ultima grande guerra europea spezza i vincoli che così a lungo la costrinsero all’inazione, e le apre di nuovo il campo alla lotta e alla prova suprema. E sfida pericoli mortali, e combatte sicura della vittoria finale; non cede a sacrifizi né a sventure, sdegna debolezze o lusinghe, e persiste indomita in campo finché il secolare nemico non è prostrato dalla forza delle sue armi.
Questa Patria, dopo la battaglia di Vittorio Veneto, non è più il fortunato evento; non è più il prodotto, come qualche volta apparve, del vario intreccio delle forze politiche internazionali, o magari del genio, dell’amore e del valore di pochi suoi figli, ma la creazione più schiettamente e più pienamente italiana, che ci sia nella storia. Giacché il nostro Risorgimento cominciato come idea degli spiriti più alti e più degnamente rappresentativi del popolo italiano, finisce a Trento e a Trieste come opera comune del popolo stesso, che quegli spiriti svegliarono a nuova vita; ond’esso acquistò così forte e potente compagine nazionale, da poter distruggere l’Impero, che alla sua risurrezione aveva opposto gli ostacoli maggiori; da poterlo distruggere in una battaglia sapientemente concepita, ma combattuta, con entusiasmo e vigore universalmente ammirati, da tutti gl’italiani, e dopo più d’un triennio di guerra, che aveva bensì logorato il nemico, ma aveva pure imposto al popolo italiano le più ardue prove di resistenza e di tenacia.
Sicché a ragione può darsi che l’ultima battaglia del nostro Risorgimento, onde non solo si compie, ma si assicura nei secoli, salda e pronta a più vasti compiti mondiali quest’Italia risorta, sia veramente l’attesa, la desiderata rivendicazione del diritto, che tutto il popolo italiano aveva alla sua unità e indipendenza. Poiché l’Italia, che al Piave aveva cancellato l’onta di Caporetto, e a Vittorio Veneto ha vendicato le migliaia e migliaia dei suoi martiri lasciati sul durissimo Carso; e, chiudendo gloriosamente il secolare suo duello con l’Austria, ha sollevato nella luce delle imprese immortali, perché dovute alle energie profonde del popolo tutto, la storia di tutto il suo Risorgimento.
Epilogo degno di così nobile impresa; perché il compimento magnanimo del Risorgimento italiano non è soltanto il maggior fatto della storia d’Italia, ma insieme uno dei più grandi fatti della storia del mondo. Giustamente la nostra recente vittoria fu definita dagl’inglesi la più grande vittoria, che abbian riportata i vincitori di questa guerra. Di questa guerra di cui mai fu combattuta l’uguale per numero di combattenti, per potenza di mezzi adoperati e di forze in conflitto, o per importanza storica di effetti. E questa vittoria è il crollo dell’ultimo trono, che rimanesse nella vecchia Europa, rudere d’un mondo storicamente finito, a rappresentare ancora vigorosamente il legittimismo contro la libertà dei popoli, che è il principio fondamentale di tutta la politica moderna; ed è altresì il più gran colpo vibrato – e ne vedremo preso gli effetti – contro il militarismo tedesco, ossia la maggior minaccia, che insidiasse tuttavia la libertà dei popoli. La nostra vittoria, nel complesso e tumultuoso conflitto mondiale, prossimo a risolversi, potremo dire, a buon diritto, che segni il principio di una nuova era nella storia d’Europa, anzi del mondo.
Il 3 novembre non è soltanto l’ultima, ma la più fulgida data del nostro Risorgimento.

11 novembre 1918.

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