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Marco invia articoli,Rinascita pubblica obtorto collo!

 
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MessaggioInviato: Ven Lug 07, 2006 8:19 am    Oggetto:  Marco invia articoli,Rinascita pubblica obtorto collo!
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Lo Stato Etico Corporativo come essenza totalitaria della dottrina fascista mussoliniana

di Marco Piraino

Spett.le redazione di Rinascita, nel premettere la mia assoluta estraneità rispetto a qualsiasi soggetto politico presente oggi sulla scena politica italiana e non, devo dire che ho letto con vivo interesse la discussione che ha avuto luogo nelle ultime settimane sul vostro quotidiano riguardante il concetto di identità fascista perduta e la successiva valutazione in merito alla possibile attualità del corporativismo. Ho trovato davvero stimolante la proposta lanciata dal Sig. Fiorito di discutere, in modo aperto e libero dalle colonne di questo quotidiano indipendente, sulla modernità o meno della dottrina fascista, soprattutto alla luce del rinnovato interesse mostrato da più parti, oltre che naturalmente da codesta testata, per termini quali socialismo e nazione che storicamente furono parte integrante,sebbene in forme rielaborate, del bagaglio politico ideologico del pensiero fascista mussoliniano. Ho sperato insomma che fosse finalmente giunto il momento di intavolare una serena discussione scevra di pregiudizi e luoghi comuni e fondata storicamente su basi certe che, lontano dall’alimentare interessi politici di bottega, potesse invece approdare concretamente a giudizi quantomeno imparziali e dunque realizzare finalmente la possibilità di ragionare dialogando civilmente con chiunque, seppure nel rispetto delle oggettive differenze reciproche di pensiero. Ecco perché mi ha sfavorevolmente impressionato il contenuto espresso nel pezzo a firma di Daniele Scalea ed intitolato “contributo alla discussione sul futuro dell’area” pubblicato il 18 giugno. Nulla avrei da ridire se tale articolo si fosse limitato a fotografare la squallida situazione in cui versa la destra italiana più o meno radicale, che ho sempre affermato essere quint’essenza stessa dell’antifascismo nonché specchio impietoso dell’inconcludenza di certi gruppi politici ideologicamente inconsistenti. Ma di qui a confondere volutamente tale area partitica col fascismo mussoliniano, al muovere critiche sia di natura politica al regime fascista (senza addurre alcuna seria e concreta argomentazione storica, per inciso a proposito delle repressioni attuate nelle colonie italiane vorrei ricordare che non la democrazia capitalistico-borghese voleva esportare il fascismo ma un modello di partecipazione sociale totalitario ed inoltre che non sono mai esistite civiltà o rivoluzioni che non si siano sporcate le mani di sangue, anche innocente ), in quello stile che lo stesso professor De Felice avrebbe definito da perfetta vulgata resistenziale antifascista, che critiche di natura ideologica affermando addirittura che, cito testualmente … “ chiunque abbia qualche base storica sa bene come il fascismo fosse più prassi che dottrina” oppure che “ Il fascismo dunque è fenomeno storico e non dottrina, e come fenomeno storico e non come dottrina andrebbe affrontato”, insomma ne corre e parecchio. Quì infatti sorge il vero problema, quando cioè certi signori confondono le altrui o personali infatuazioni, non importa se giovanili o senescenti, per lustrini, canzonette, camicie nere e goliardate varie o addirittura in alcuni casi più gravi per le poltrone, con la sostanza ideologica di una dottrina della quale, se mai sono venuti a conoscenza della sua esistenza, in nulla di certo hanno compreso. Perché in tutta onestà si può contestarla quanto si vuole, dissentirne in modo netto, combatterla persino qualificandola come “male assoluto” ripescando liberamente nel calderone della storia e della filosofia tutte le teorie sociali mai esistite, ma negarne l’esistenza ed i contenuti, e poi definirli contraddittoriamente contingenti e superati, NO! Nell’anno di grazia 2006 questo non è più possibile. A confutare le tesi del signor Scalea basterebbe citare i numerosi lavori svolti nell’ultimo trentennio da storici qualificati come lo stesso De Felice, sul ruolo essenziale di Mussolini come reale arbitro della politica fascista e dunque, nel bene e nel male, responsabile unico e vero interprete della dottrina che esso espresse, di Emilio Gentile sul carattere rivoluzionario totalitario di tale dottrina, passando per i lavori di Sternhell e Settembrini sull’ideologia antiborghese e finendo al recentissimo lavoro di Buchignani sulla “Rivoluzione in Camicia nera”. Ma queste, si capisce, sono interpretazioni date dagli storici, argomentate quanto si vuole, ma sempre suscettibili in un ipotetico futuro di ulteriori modifiche o revisioni radicali, come è bene che avvenga nello studio della Storia quando nuove prove documentate sopraggiungano. Dove non è però possibile avere dubbi di sorta è sul contenuto dottrinario che Mussolini espresse con le sua condotta politica più che ventennale e che Giovanni Gentile illustrò per iscritto in modo tanto chiaro quanto inequivocabile in alcuni elaborati magistrali: “ Per intendere il fascismo bisogna intendere Mussolini:Mussolini socialista e, attraverso il sindacalismo superatore del socialismo; Mussolini,attraverso l’interventismo, superatore anche del sindacalismo e assertore dell’unità storica e politica della Nazione e dello Stato, e quindi negatore di ogni libertà individuale in contrasto con l’interesse nazionale. Il Fascismo è una dottrina e una politica in atto. Come dottrina, ha rapporti ideali con dottrine precedenti o contemporanee;come politica in atto, rivoluzione e ricostruzione dello Stato italiano, si individua e distingue da ogni altro movimento storico analogo con caratteri di originalità che si riconnettono alla personalità geniale di Mussolini. Chi guarda perciò non alla dottrina, astrattamente formulata, ma al concreto degli avvenimenti in cui la Rivoluzione fascista si sviluppa sotto la diretta ispirazione del Duce, rifiuta tutti i possibili riscontri storici e afferma la singolarità e novità assoluta del fascismo come dottrina che è pure la fede di un popolo e il suo modo di orientarsi nel rinnovamento dei suoi istituti sociali e politici. Insomma il fascismo è un sistema di idee fatto persona, e quindi divenuto volontà e forza costruttiva della vita nazionale”.[1] Dunque Mussolini come interprete vero e proprio della politica e della dottrina espressi dal fascismo, a smentire le speciose interpretazioni di coloro che confondono il fascismo, creatura politica di Mussolini, con i gerarchi fascisti al seguito di Mussolini e la loro personale interpretazione che di tale politica dettero e che non sempre corrispose ai dettami espressi dal Duce. Non tante anime quindi ma esperienze differenti che si riconoscono nella parola e nelle azioni di un capo politico. Tutto ciò del resto era chiaro agli stessi fascisti come si evince dallo scritto di Niccolò Giani fondatore della Scuola di Mistica Fascista: "Ogni vera rivoluzione mondiale ha la sua mistica, che è la sua arca santa, cioè quel complesso di idee-forza che sono destinate ad irradiarsi e ad agire sul subcosciente degli uomini. La scuola, è sorta appunto per enucleare dal pensiero e dall’azione del Duce queste idee-forza. La fonte, la sola, unica fonte della mistica è infatti Mussolini, esclusivamente Mussolini. Forse che ignorando o non conoscendo a fondo il pensiero del Duce si può affermare di essere fascisti? Noi diciamo di no. Che il fascismo non è istinto ma educazione e perciò è conoscenza della sua mistica, che è conoscenza di Mussolini".[2]



Fascismo come dottrina totalitaria

Mussolini dunque animatore ed interprete pratico della dottrina fascista, ma che dottrina. E’ sempre Gentile che ci viene in aiuto a chiarire il concetto: “Primo punto dunque da fissare nella definizione del fasci­smo: carattere totalitario della sua dottrina, la quale non concer­ne soltanto l'ordinamento e l'indirizzo politico della nazione, ma tutta la sua volontà, il suo pensiero, il suo sentimento. Secondo punto. La dottrina fascista non è una filosofia nel comune senso della parola, e tanto meno una religione. Non è neppure una spiegata e definitiva dottrina politica, che si artico­li in una serie di formule. La verità, il significato del fascismo non si misura nelle tesi speciali che esso a volta a volta assume, teoricamente o praticamente. Come s'è detto, ai suoi inizi non è sorto con un programma preciso e determinato. Spesso, avendo tentato di fissare un segno da raggiungere, un concetto da rea­lizzare, una vita da percorrere, non ha esitato, alla prova, a cam­biare rotta e respingere come inadeguato o ripugnante al proprio principio quel segno o quel concetto. Non ha voluto mai impe­gnarsi preoccupando l'avvenire. Ha spesso annunziate riforme, il cui annunzio era politicamente opportuno, ma alla cui esecuzio­ne non ha creduto perciò di restare obbligato. Le risoluzioni vere del Duce sono sempre quelle che sono insieme formulate e attuate. Perciò egli si vanta di essere "tempista" e di risolversi ed agire nel momento giusto in cui l'azione trova mature tutte le condizioni e ragioni che la rendano possibile e opportuna. Egli è che nel fascismo si trae al più rigoroso significato la verità mazziniana pensiero e azione, immedesimando così i due termini da farli coincidere perfettamente, e non attribuire più nessun valore a nessun pensiero che non sia già tradotto o espresso in azione. Quindi tutte le forme della polemica anti-intellettualisti­ca, che è uno dei motivi più spesso ricorrenti sulla bocca dei fascisti. Polemica, devo pur insistere su questo punto, eminente­mente mazziniana, poiché intellettualismo è divorzio del pen­siero dall'azione, della scienza dalla vita, del cervello dal cuore, della teoria dalla pratica […] Anti-intellettualismo non vuol dire, come crede il più igno­rante fascista, gongolante di gioia quando si crede autoriz­zato dal Duce a infischiarsene della scienza e della filosofia, non vuol dire che davvero si neghi ogni valore al pensiero e a quelle forme superiori della cultura in cui il pensiero si potenzia. La realtà spirituale è sintesi, la cui unità si manifesta e vale come pensiero che è azione. Ma all'unità conclusiva di questa sintesi concorrono, devono concorrere, e devono saper di concorrere, molti elementi; senza i quali la sintesi sarebbe vuota, e lavore­rebbe nel vuoto. […] La polemica si rivolge contro gli uomini che esauriscono la loro vita spirituale dentro l'esercizio di attività intellettuali astratte e remote da quella realtà, in cui ogni uomo deve sentire piantata la propria esistenza; e quindi contro certi atteggiamen­ti che in codesti uomini assume l'esercizio dell'attività spirituale; contro certe conclusioni, che si assumono come definitive lad­dove in realtà sono la via verso conclusioni superiori, più concrete, più umane. […] Siffatto anti - intellettualismo non è ostilità alla cultura, ma alla cattiva cultura. Alla cultura che non educa e non fa l'uomo, anzi lo disfa, e lo impedantisce e ne fa un don Ferrante o un esteta dell'intellettualità […] Per questa sua ripugnanza all'intellettualismo il fascismo non ama indugiarsi nel disegno di astratte teorie; non perché non ammetta teorie, ma perché non spetta ad esso, come forza rifor­matrice e promotrice della cultura e della vita italiana, costruir­ne. D'altra parte, quando si dice che esso non è un sistema o una dottrina, non si deve credere che sia un'astratta tendenza, o una cieca prassi, o un metodo indefinibile e istintivo. Giacché, se per sistema o filosofia s'intende, - come si vuole intendere ogni volta che si desideri qualche cosa di vivo, - un principio di carattere universale nell'atto del suo svolgimento, un principio capace di manifestare a grado a grado, e quasi un giorno dopo l'altro, la propria fecondità e la portata delle conseguenze e applicazioni di cui è capace, allora il fascismo è un perfetto sistema, col suo saldissimo principio e con una rigorosa logica di sviluppo; e dal suo Duce fino ai suoi più umili gregari, quanti sentono in sé la verità e la vitalità del principio stesso, lavorano sempre al suo sviluppo, ora procedendo sicuri per la strada diritta alla meta, ora facendo e disfacendo, procedendo e tornando da capo, poiché il tentativo fatto non s'accorda al principio e rappresenta una deviazione dalla logica dello sviluppo”.[3] Dunque una dottrina animata da alcuni principi spirituali di fondo che vanno rintracciati in tre fondamentali pilastri ideali che la sostanziano teoricamente e materialmente. Ovvero i concetti di Nazione, di Stato e di Lavoro.



La Nazione

Scrive Gentile: “tutto ciò che è grande nel mondo degli uomini programma politico o dottrina filosofica, è stato sempre a quel modo stesso in cui mi rappresento il fascismo: una struttura fondamentale, un nucleo, che è un'idea viva, e quindi una direzione di pensiero, un'ispirazione e una tendenza, in cui gli spiriti si incontrano e s'affiatano e partecipano a una stessa vita tanto più vigorosa e possente quanto maggiore il numero di quelli che vi concorrono; e intorno a quel nucleo, per germinazione spontanea dei tanti semi di pensiero che nella storia si vengono ad ora ad ora maturando, un fiorire svariato di riflessioni e sistemi,che sono nuovi organi onde l'organismo centrale s'irrobustisce accogliendo e appropriandosi dall'atmosfera, in cui esso vegeta e vive, sempre nuove energie. In quel nucleo è l'unità e la fede. Lì è l'essenziale, la radice della vita e della forza. […] Libertà, sì, diciamo oggi anche noi, ma nello Stato. E lo Stato è nazione; quella nazione che pare qualche cosa che ci limiti e ci assoggetti a sé, e ci faccia sentire e pensare e parlare e prima di tutto essere a un certo modo: italiani in Italia, figli dei nostri genitori e della nostra storia, che ci sta alle spalle e ci mette un cuore in petto, e in bocca una favella, a quel modo stes­so che la natura, in generale, con le sue leggi, ci fa nascere con una certa forma e figura e destina a una certa vita ben definita e fondamentalmente irriformabile. Pare, ma è altro. Un altro degli articoli della fede mazziniana, altra gloria immortale del Mazzini, è questo concetto: che una nazione non è un'esistenza naturale, ma una realtà morale. Nessuno la trova perciò dalla nascita, ognuno deve lavorare a crearla. Un popolo è nazione non in quanto ha una storia, che sia il suo passato materialmen­te accertato, ma in quanto sente la sua storia, e se l'appropria con viva coscienza come la sua medesima personalità; quella perso­nalità, alla cui edificazione gli tocca di lavorare giorno per gior­no, sempre; che perciò non può dir mai di possedere già, o che esista come in natura esiste il sole o il monte o il mare; ma è piuttosto prodotto di volontà attiva che s'indirizza costante­mente al proprio ideale; e perciò si dice libera. Un popolo è nazione se conquista la sua libertà, apprezzandone il valore e affrontando tutti i dolori che può richiedere tale conquista e raduna la sue membra sparse in un corpo solo, e si redime, e fonda uno Stato autonomo, e non presume ma crea il proprio essere con l'assistenza di Dio che si rivela ed opera nella sua stes­sa coscienza. Questo l'alto concetto mazziniano della nazione, che poté infatti riscuotere il sentimento nazionale degl'italiani, e porre il nostro problema nazionale come problema di educazione e di rivoluzione […] Questa la nazione, per cui gl'italiani non potranno non sentirsi sempre affiliati della Giovine Italia mazziniana e oggi si dicono fascisti. La nazione sì, veramente, non è geografia e non è storia: è programma, è missione. E perciò è sacrificio. E non è, né sarà mai un fatto compiuto. Non sarà mai quel grande museo che era l'Italia una volta per gl'italiani, che lo custodivano e lo sfruttavano, e per gli stranieri che venivano a visitarlo, gettando un po' di monete in mano ai custodi. Sì, musei, gallerie, monumenti d'antica gran­dezza e splendore: ma a patto di sentircene degni, a patto di volerne essere degni, e non cacciar farfalle sotto l'arco di Tito né sedere smemorati a feste e commemorazioni accademiche in Campidoglio; a patto di stare fieramente a difesa delle memorie con opere che riprendano le tradizioni più vetuste e il passato nobilitino nel presente e nell'avvenire. E le memorie siano patri­monio da difendere non con l'erudizione, ma col nuovo lavoro, e con tutte le arti della pace e della guerra, che quel patrimonio conservino rinnovandolo e accrescendolo. Ed ai monumenti aggiungiamone anche dei nuovi, se vi piace. Innalziamoli sulle nostre piazze a ringagliardire la tempra, ad onorare i vivi più dei morti nella consacrazione delle memorie recenti, più gloriose veramente di quante ne abbia la storia italiana, e per elevare nell’ammonimento di ricordi generosi la nostra coscienza di liberi cittadini di una grande nazione. Poiché, ove s'intenda così la nazione, anche la libertà più che un diritto è un dovere: un'alta conquista, che non si ottiene se non attraverso l'abnegazione del cittadino pronto a dare tutto alla sua patria senza nulla chiedere”.[4]



Lo Stato Etico

“Dalla nostra mazziniana coscienza della santità della nazio­ne, come realtà che si attua nello Stato, noi traiamo i moti­vi di quell'esaltazione che siamo soliti fare dello Stato”.[5] Arriviamo così allo snodo essenziale in cui tutto il discorso inerente la dottrina del fascismo mussoliniano si incentra,lo Stato per l’appunto. Mussolini stesso aveva scritto in proposito che: “il fascismo riafferma lo Stato come la realtà vera dell'individuo. E se la libertà dev'essere l'attributo dell'uomo reale, e non di quell'astratto fantoccio a cui pensava il liberalismo individualistico, il fascismo è per la libertà. E' per la sola libertà che possa essere una cosa seria, la libertà dello Stato e dell'individuo nello Stato. Giacché, per il fascista, tutto è nello Stato, e nulla di umano o spirituale esiste, e tanto meno ha valore, fuori dello Stato. In tal senso il fascismo è totalitario, e lo Stato fascista, sintesi e unità di ogni valore, interpreta, sviluppa e potenzia tutta la vita del popolo. […] Il fascismo insomma non è soltanto datore di leggi e fondatore d'istituti, ma educatore e promotore di vita spirituale. Vuol rifare non le forme della vita umana, ma il contenuto, l'uomo, il carattere, la fede. E a questo fine vuole disciplina, e autorità che scenda addentro negli spiriti, e vi domini incontrastata. La sua insegna perciò è il fascio littorio, simbolo dell'unità, della forza e della giustizia”.[6] Ricalcando il pensiero del Duce, Gentile illustrava già qualche hanno prima in modo particolareggiato il significato che per il fascismo assumono tali parole. “Lo Stato, rispetto almeno all'arbitrio individuale, deve stare: deve reggere, come qualcosa di fermo, saldo, incrollabile. Legge e forza: legge che si faccia valere e non ceda ogni volta che al singolo non piaccia o non torni a favore di questa o quella categoria. E perché sia questa forza, deve essere potenza, interna ed esterna: capace di realizzare la propria volontà. Volontà razionale, o ragionevole, come tutte quelle che possono non rimanere allo stadio di sem­plice velleità, ma tradursi in atto e trionfare; ma volontà che non ne può ammettere altre che la limitino. Quindi, volontà sovra­na, assoluta. La volontà legittima dei cittadini è quella che coin­cide con la volontà dello Stato che si organizza e si manifesta per mezzo dei suoi organi centrali. Rispetto alle relazioni ester­ne ed internazionali, la guerra, in ultima istanza, sperimenta e garantisce la sovranità dello Stato singolo nel sistema della sto­ria, a cui tutti gli Stati concorrono. E lo Stato dimostra nella guerra la propria potenza, che è come dire la propria autonomia. […] Questo Stato che vuole, anzi è la sola volontà concreta, - poi­ché tutte le altre si possono dire volontà solo astrattamente, in quanto si prescinde dai rapporti indissolubili onde ogni indivi­duo è legato alla società e ne respira quasi l'atmosfera come lin­gua, costume, pensiero, e interessi, aspirazioni - questo Stato, dico, non sarebbe volontà, se non fosse una persona. Giacché per volere bisogna avere coscienza di quel che si vuole, dei fini e dei mezzi; e per aver una tale coscienza, bisogna prima di tutto aver coscienza di sé, distinguersi dagli altri, affermarsi nella propria autonomia, come centro di attività consapevole; insomma, esse­re persona. Ma chi dice persona, dice attività morale; dice una attività che vuole quel che deve volere, secondo un ideale. E lo Stato che è coscienza nazionale e volontà di questa coscienza, attinge da questa coscienza l'ideale a cui esso mira e indirizza tutta la sua attività. Perciò lo Stato non può non essere una sostanza etica. […] Lo Stato ha per noi un valore morale assoluto, come la persona in funzione della quale tutte le altre hanno un valore, che coincidendo con quello dello Stato è pur esso assolu­to. Ponete mente: la vita umana è sacra. Perché? L'uomo è spi­rito, e come tale ha un valore assoluto. Le cose sono strumenti, gli uomini fini. Eppure la vita del cittadino, quando le leggi della Patria lo richiedano, deve essere sacrificata. Senza queste verità evidenti e perciò piantate nel cuore di tutti gli uomini civili, non c'è vita sociale, non vita umana. Stato etico? I liberali adombrano. […] I liberali oppongono che la moralità è attributo dell'indivi­dualità concreta, che è la sola vera volontà, la sola personalità nel senso proprio della parola; e lo Stato non è se non il limite ester­no delle libere personalità individuali, le cui attività deve conci­liare impedendo che l'una si realizzi a danno delle altre. Questo concetto negativo e vuoto dello Stato, il fascismo respinge riso­lutamente; non già perché presuma di porre uno Stato al diso­pra dell'individuo; ma perché, secondo l'insegnamento già ricor­dato di Mazzini, non è possibile concepire l'individuo in un astratto atomismo che lo Stato poi dovrebbe comporre in una sintesi impossibile. Noi pensiamo che lo Stato sia la stessa per­sonalità dell'individuo, spogliata dalle differenze accidentali, sottratta alla preoccupazione astratta degl'interessi particolari, non veduti e non valutati nel sistema generale in cui è la loro realtà e la possibilità della loro effettiva garanzia; personalità ricondotta e concentrata nella loro coscienza più profonda: dove l'individuo sente come suo l'interesse generale, e vuole perciò come volontà generale. Questa profonda coscienza che ognuno di noi realizza e deve realizzare dentro di sé come coscienza nazionale nel suo dinamismo, con la sua forma giuridica, nella sua attività politica, questa base stessa della nostra individualità, questo è lo Stato. E concepirlo al di fuori della vita morale, è pri­vare l'individuo stesso della sostanza della sua moralità. Lo Stato etico del fascista non è più, s'intende, lo Stato agnostico del vecchio liberalismo. La sua eticità è spiritualità: personalità che è consapevolezza; sistema che è volontà. E siste­ma vuol dire pensiero, programma. Vuol dire storia d'un popolo raccolta nel fuoco vivo di una coscienza attuale e attiva. Vuol dire concetto di quel che si è, si può e si deve essere: vuol dire missione e proposito, in generale e in particolare, remoto e pros­simo, mediato e immediato, tutto determinato. Lo Stato è la grande volontà della nazione; e perciò la grande intelligenza. Nulla ignora; e non si ritiene estraneo a nulla di ciò che tocca l'interesse del cittadino, che è il suo interesse: né economica­mente, né moralmente. “Nihil humani a se alienum putat”. Lo Stato non è né una grande facciata, né un vuoto edificio: è l'uomo stes­so; la casa costruita e abitata e avvivata dalla gioia e dal dolore del lavoro e di tutta la vita dello spirito umano”.[7]



Lo Stato fascista come vero Stato democratico

“Lo Stato fascista dunque, a differenza di quello nazionalista, è una creazione tutta spirituale. Ed è Stato nazionale, perché la stessa Nazione, dal punto di vista del fascismo, si realizza nello spirito, e non è un presupposto. La Nazione non è mai fatta; e così pure lo Stato, che è la stessa Nazione nella concretezza della sua forma politica. Lo Stato è sempre in fieri. E nelle nostre mani, tutto. Quindi la nostra grandissima responsabilità. Ma questo Stato che si attua nella stessa coscienza e volontà dell'individuo, e non è una forza che si imponga dall'alto, non può avere con la massa del popolo lo stesso rapporto che era supposto dal nazionalismo. […] Nazionalismo per il quale … “l'autorità dello Stato non era un prodotto, ma un presupposto. Non poteva dipendere dal popolo; anzi il popolo dipendeva dallo Stato e dall'autorità che doveva riconoscere come condizione d'essere di quella vita, fuori della quale si sarebbe accorto pure da sé, prima o poi, di non poter vivere. Lo Stato nazionalista era perciò uno Stato aristo­cratico, che aveva bisogno di costituirsi nella forza conferitagli dalla sua origine, per quindi farsi valere sulla massa. Lo Stato fascista invece è Stato popolare; e in tal senso Stato democrati­co per eccellenza. Il rapporto tra lo Stato e non questo o quel cittadino, ma ogni cittadino che abbia diritto di dirsi tale, è così intimo, come s'è visto, che lo Stato esiste in quanto e per quan­to lo fa esistere il cittadino. Quindi la sua formazione è forma­zione della coscienza dei singoli, e cioè della massa, nella cui potenza la sua potenza consiste. Quindi la necessità del Partito e di tutte le istituzioni di propaganda e di educazione secondo gli ideali politici e morali del fascismo, che il fascismo mette in opera per ottenere che il pensiero e la volontà del Duce diventi­no il pensiero e la volontà della massa. Quindi il problema enor­me, in cui esso si sente impegnato, di stringere nei quadri del Partito e delle istituzioni da questo create tutto il popolo, a cominciare dagli anni più teneri”.[8] “Lo Stato perciò in questa più profonda concezione dell'uo­mo, a cui il fascista aderisce, è l'attuazione dell'interiore umani­tà dell'uomo, la forma in cui questo comincia a sentire realizza­ta la sua universalità. Lo Stato col suo potere sovrano è lo stes­so uomo, la stessa coscienza individuale o personalità, che riflet­tendo sulla propria natura e capacità e scendendo perciò alla radice di quella fede che egli ha in se medesimo quando ha il coraggio di parlare e di agire, l'uomo trova dotata di quella virtù espansiva per cui egli può cercare e trovare se stesso uscendo da sé, nei figli, nei concittadini, nella terra che lo raccolse infante e lo nutrì, e in cui egli vive presso di sé, in un mondo che ha una forma determinata, per la sua potenza che tutti nel mondo riconosco­no e che ad ogni modo sa farsi riconoscere. Lo Stato del fascista è lo Stato la cui esistenza, il cui fonda­mento, il cui principio di realizzazione è, non al di sopra e al di fuori, ma dentro la stessa anima del cittadino: forma concreta, attiva, positiva del suo effettivo e attuale volere”.[9]



Contro l’insinuazione di statolatria

Tutta codesta concezione può ragionevolmente essere tacciata di mera statolatria? Sempre Gentile così rispondeva:“E’ la religione dello spirito, che non sia precipi­tata nell'abietta cecità del materialismo. E’ la fiaccola agitata dal giovanile pugno fascista per accendere un vasto incendio spiri­tuale in questa Italia che si è riscossa, ripeto, e combatte per la propria redenzione. Ma non si potrà redimere se non restaura nel suo interno le forze morali, se non si abitua a concepire religiosa­mente tutta la vita, se non si addestra nella semplicità virile del cit­tadino pronto sempre; senza esitazione, a servire l'ideale, a lavora­re, a vivere ed a morire per la Patria, posta in cima ai suoi pensie­ri, veneranda, santa; e se non ama la milizia e la scuola che fanno potenti i popoli, e il lavoro come fonte d'ogni prosperità nazio­nale e privata, palestra di volontà e di carattere. […] Signori, il fascismo è un partito, una dottrina politica. Ma il fascismo, - e questa è la sua forza, lo sappiano quelli che ancora non se ne sono capacitati; questo è il suo gran merito, e il segre­to del prestigio che esercita su tutti gli animi che non sono vitti­ma del chiacchierio maligno e interminabile di certi giornali - in tanto è un partito, una dottrina politica, in quanto prima di tutto è una concezione totale della vita. Non si può essere fascisti in politica e non fascisti, come ricordavo testè alla Sezione del fascio, in scuola, non fascisti nella propria famiglia, non fascisti nella propria officina. Come il cattolico, se è cattolico, investe del suo sentimento religioso tutta la propria vita, e, parli ed operi, o taccia e pensi e mediti nella propria coscienza, o accolga e nutra dei sentimenti, se veramente è cattolico, e ha senso religioso, si ricorderà sempre del più alto monito della sua mente, per opera­re e pensare e pregare e meditare e sentire da cattolico; così il fascista, vada in Parlamento, o se ne stia nel Fascio, scriva sui giornali o li legga, provveda alla sua vita privata o conversi con gli altri, guardi all'avvenire o ricordi il suo passato e il passato del suo popolo, deve sempre ricordarsi di essere fascista!”.[10]



Il lavoro secondo la concezione corporativa fascista

“E il fascismo, ribelle nella maniera più intransigente ai miti e alle menzogne del socialismo internazionalista dei senza patria e senza doveri, esasperatore del sentimento del diritto e quindi dell'individualità in nome di un astratto e vuoto ideale di fratel­lanza umana, il fascismo, che questo Stato forte etico concepisce non come plumbea cappa soffocatrice d'ogni germe che fermen­ti nella vita spontanea della nazione, anzi come la forma supre­ma e l’unità cosciente e possente di tutte le forze nazionali nel loro maggiore sviluppo successivo, non torna a cacciare dalla scena politica il proletariato che vi fu introdotto ed esaltato dal socialismo. Lo Stato etico deve scaturire dalla stessa realtà e perciò aderirvi; e da questa aderenza derivare la sua forza e la sua potenza. Perciò oggi il fascismo si travaglia a riorganizzare sopra un fondamento nazionale e in perfetto accordo col suo concetto morale dello Stato le masse lavoratrici; e vagheggia una forma di ordinamento che, sottraendo lo Stato alla menzogna convenzio­nale del vecchio Parlamento dei politicanti di professione, vi componga in assetto tanto più durevole e solido quanto più dinamico tutte le forze sociali, economiche ed intellettuali, onde si generano le sane e schiette correnti politiche del paese”.[11] “Da questo carattere dello Stato fascista deriva pure la grande riforma sociale e costituzionale che il fascismo viene realizzando, istituendo il regime sindacale corporativo e avviandosi a sosti­tuire al regime dello Stato liberale quello dello Stato corporati­vo. Esso infatti ha accettato dal sindacalismo l'idea della funzio­ne educativa e moralizzatrice dei sindacati; ma, dovendo supera­re l'antitesi di Stato e sindacato, codesta funzione ha dovuto sforzarsi di attribuire a un sistema di sindacati che componen­dosi armonicamente in corporazioni si assoggettassero a una disciplina statale, anzi esprimessero dal proprio seno lo stesso organismo dello Stato. Il quale, dovendo raggiungere l'indivi­duo, per attuarsi nella sua volontà, non lo cerca come quell'a­stratto individuo politico che il vecchio liberalismo supponeva atomo indifferente; ma lo cerca come solo può trovarlo, come esso infatti è, forza produttiva specializzata: che dalla sua stessa specialità è tratto ad accomunarsi con tutti gli altri individui della stessa categoria, appartenenti allo stesso gruppo economi­co unitario, che è dato dalla Nazione. Il sindacato, aderente quanto più è possibile alla realtà concreta dell'individuo, fa valere l'individuo qual è realmente, sia per la coscienza di sé che egli deve acquistare gradualmente, sia per il diritto che gli spet­terà in conseguenza di esercitare, rispetto alla gestione degl'in­teressi generali della Nazione, che dal complesso armonico dei sindacati risulta. Questa grande riforma è in corso. Vi sboccano il nazionali­smo, il sindacalismo, e lo stesso liberalismo che aveva nella dot­trina largamente criticato le vecchie forme rappresentative dello Stato liberale, e reclamato un sistema di rappresentanza organi­ca, corrispondente alla reale struttura in cui i cittadini dello Stato sono inquadrati e da cui traggono i motivi fondamentali della loro psicologia e l'alimento costante della loro personalità. Lo Stato corporativo mira ad approssimarsi a quella imma­nenza dello Stato nell'individuo, che è la condizione della forza, e cioè dell'essenza stessa dello Stato, e della libertà degli indivi­dui; e ne costituisce quel valore etico e religioso che il fascismo ha sentito profondamente e proclamato per bocca del Duce in ogni occasione, teoricamente e praticamente, nel modo più solenne”.[12]



Conclusioni



Credo possa bastare per farsi un’idea abbastanza chiara in merito agli obiettivi che il fascismo mussoliniano aveva in animo di raggiungere. Venga pure adesso il signor Scalea, o chi per lui, a confrontarsi seriamente con tali proposte spiegando in maniera argomentata il perché una tale dottrina, di fatto patrimonio di nessuna formazione politica oggi esistente ( men che meno dell’ allora M.S.I. né delle sue filiazioni più o meno spurie ), dovrebbe essere ritenuta superata. Mi si spieghino ragionando in modo serio le motivazioni dell’ improponibilità del suo concetto di Stato Etico Corporativo e di Nazione, della sua inadeguatezza del concetto di Lavoro rispetto alla presunta superiorità di chissà quale fantomatica nuova forma di socialismo nazionale o internazionale, dell’insufficienza del suo concetto di società democratica rispetto a fumose parole inneggianti a non si capisce quale democrazia, che in realtà non approdano a nulla di concreto e palesano a mio modo di vedere un’assoluta mancanza di reale pregettualità. Vengano pure avanti, se ne hanno il coraggio, a confrontarsi con lo spettro di Mussolini ( e di Gentile ) coloro che fin troppo spesso a parole, mai con i fatti, si sono professati ammiratori ed emuli dell’ Uomo di Predappio, salvo poi ritenere la sua ideologia superata. Adesso se vogliono ne hanno concretamente l’opportunità.
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[1] Giovanni Gentile, “L’unità di Mussolini” in Corriere della Sera del 15 maggio 1934

[2] Niccolò Giani ,“Generazioni di Mussolini sul piano dell’ impero”, estratto dalla rivista Tempo di Mussolini, n. 2 - 1937

[3] Giovanni Gentile, “L’essenza del fascismo”, testo apparso nel volume di vari autori dal titolo LA CIVILTA’ FASCISTA, U.T.E.T, Torino 1928,ripubblicato,con l’aggiunta di una seconda parte,in L’essenza del fascismo,Libreria del Littorio,Roma 1929,e successivamente in Origini e dottrina del fascismo,Istituto Nazionale Fascista di Cultura,Roma 1929



[4] Giovanni Gentile, “ Che cosa è il fascismo”, Conferenza tenuta a Firenze, nel Salone dei Cinquecento, l’8 marzo 1925 e pubblicato nel volume “Che cosa è il fascismo”, Vallecchi, Firenze, 1925.

[5] Ibidem.

[6] In Enciclopedia Italiana, Vol. XIV, Benito Mussolini, voce Fascismo, Roma, 1932

[7] Giovanni Gentile, “ Che cosa è il fascismo”, Conferenza tenuta a Firenze, nel Salone dei Cinquecento, l’8 marzo 1925 e pubblicato nel volume “Che cosa è il fascismo”, Vallecchi, Firenze, 1925.

[8] Giovanni Gentile, “L’essenza del fascismo”, testo apparso nel volume di vari autori dal titolo LA CIVILTA’ FASCISTA, U.T.E.T, Torino 1928,ripubblicato,con l’aggiunta di una seconda parte,in L’essenza del fascismo,Libreria del Littorio,Roma 1929,e successivamente in Origini e dottrina del fascismo,Istituto Nazionale Fascista di Cultura,Roma 1929

[9] Giovanni Gentile, “La filosofia del fascismo”, In Italia d'oggi, Edizione de "Il Libro Italiano nel mondo", Roma, 1941.

[10] Giovanni Gentile, “ Che cosa è il fascismo”, Conferenza tenuta a Firenze, nel Salone dei Cinquecento, l’8 marzo 1925 e pubblicato nel volume “Che cosa è il fascismo”, Vallecchi, Firenze, 1925.

[11] Ibidem.

[12] Giovanni Gentile, “L’essenza del fascismo”, testo apparso nel volume di vari autori dal titolo LA CIVILTA’ FASCISTA, U.T.E.T, Torino 1928,ripubblicato,con l’aggiunta di una seconda parte,in L’essenza del fascismo,Libreria del Littorio,Roma 1929,e successivamente in Origini e dottrina del fascismo,Istituto Nazionale Fascista di Cultura,Roma 1929

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"La mistica appunto precisa questi valori...nella loro attualità politica...e dimostra l'universalità di luogo e di tempo del Fascismo"(Giani)


Ultima modifica di RomaInvictaAeterna il Mar Mar 04, 2008 7:29 pm, modificato 3 volte in totale
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MessaggioInviato: Ven Lug 07, 2006 8:28 am    Oggetto:  
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Rinascita ha pubblicato l'articolo nel numero di domenica 2 lulio 2006 con la seguente "risposta":

"NON CONCORDIAMO CON LA TESI CHE SOTTENDE A QUESTO INTERVENTO. COME PIU' VOLTE SOTTOLINEATO IN QUESTO GIORNALE - E DAGLI "ARTEFICI STESSI DELLA "EVOLUZIONE" DEL CORPORATIVISMO, LA SOCIALIZZAZIONE DELLA GESTIONE DELLE AZIENDE DI INTERESSE STRATEGICO NAZIONALE - IN UN POSSIBILE , FUTURO STATO NAZIONALE (EUROPEO, PERCHE' ORMAI OCCORRE UNA DIMENSIONE CONTINENTALE E CULTURALMENTE OMOGENEA PER AFFRONTARE LE SFIDE SOCIALI ED ECONOMICHE DEI NOSTRI TEMPI) E' QUESTO IL SISTEMA DI SVILUPPO SOCIALE ED ECONOMICO DA ADEGUARE AI TEMPI. IL CORPORATIVISMO E' MORTO E SEPOLTO, PERCHE' NELLA SUA REALIZZAZIONE PRATICA TROPPO STRUMENTALIZZABILE DAGLI INTERESSI EGOISTICI DELLA FAMIGLIE CAPITALISTICHE COOPTATE IN QUEL SISTEMA
UGO GAUDENZI"

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MessaggioInviato: Ven Lug 07, 2006 8:29 am    Oggetto:  
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A voi i giudizi... A me ne viene uno immediato: E LE ISTANZE DI MARCO? La risposta ai concetti esposti?
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MessaggioInviato: Ven Lug 07, 2006 3:10 pm    Oggetto:  
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E' cmq bene che lo abbiano pubblicato, per quanto solo dopo le sacrosante insistenze di Marco. Certo che lo hanno pubblicato obtorto collo: non avevano nulla da controbattere. L'importante è che il giornale è stato de facto cassa di risonanza per le nostre idee (fasciste). Che poi sia evidente che il sig. Gaudenzi non abbia nulla da contrapporre ai solidissimi punti espressi da Marco, è un altro discorso...
CVD nessuna risposta alla mia lettera. Poco male. Ma cosa potevano rispondere una volta smontate le loro fesserie storiche?
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MessaggioInviato: Sab Lug 08, 2006 2:49 pm    Oggetto:  
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I soliti pagliacci...
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MessaggioInviato: Dom Lug 09, 2006 6:15 pm    Oggetto:  
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Mah, ragazzi, ho recentemente parlato con Gaudenzi. La sua visione di "socialismo nazionale" non è di certo la nostra, la intende alla Craxi. Mad

Pertanto, il giornale ha un determinato indirizzo, e le opinioni diverse vengono così stroncate. In più, solitamente, se non conosce l'autore dell'articolo (di persona, o se non vi ha preso personalmente contatti), Gaudenzi non è solilto pubblicare lui/lei l'articolo.

Il fatto che a Marcus sia stato pubblicato mi lascia un po' basito. Vi conoscevate già?

Per il resto, mah... Il corporativismo non è vero che non è attuale. Questo è opinabile, e le due righe di Gaudenzi sono riduttive.

Saluti romani

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Marcus
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MessaggioInviato: Lun Lug 10, 2006 12:14 pm    Oggetto:  
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Cosa posso dire ... non ho ancora avuto il piacere di conoscere il direttore di Rinascita, anche se mi farei volentieri una chiaccherata con lui e la sua redazione, certamente riguardo al fascismo la pensiamo in modo molto differente, ma va loro dato atto che fino ad ora su questo giornale hanno dato voce anche a noi, che di certo abbiamo una visione del mondo e della politica differenti dalla linea ufficialmente espressa dal quotidiano. Questo onestamente dobbiamo riconoscerlo e fintantoché tale sarà il comportamento tenuto dal giornale in questione, nel rispetto delle oggettive differenze reciproche di pensiero, guarderò con rispetto al loro lavoro.
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" Forse che non conoscendo a fondo il pensiero del Duce si può affermare di essere fascisti? Noi diciamo di no! Che il fascismo non è istinto ma educazione e perciò è conoscenza della sua mistica,che è conoscenza di Mussolini" (N. Giani)
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MessaggioInviato: Lun Lug 10, 2006 12:37 pm    Oggetto:  
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Mah... Io volo un po' più basso e mi tengo critico..
Nulla da dire per la pubblicazione accordata alla nostra opinione... Rispetto e riconoscenza per questo... Ma non solo!

Bisogna vedere anche come e perchè veniamo pubblicati...

Se tutto questo non serve da collante per un DIALOGO ma per dare l'impulso ulteriore per una demonizzazione di quello che pensiamo, persino in uno stile peggiore di quello della vulgata,funzionale alla linea editoriale, per stimolare la denigrazione e non già un CONFRONTO SANO.... allora la "gratitudine" si ridimensiona...

Nulla da dire sul fatto che comunque abbiamo avuto una porta dalla quale far uscire ciò che pensiamo... MA NULLA DI PIU'... Anche perchè se prima la porta si apre e.. poi si chiude, non c'è molto da stare tranquilli! ABBIAMO BISOGNO DI UNA PORTA SEMPRE APERTA!

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MessaggioInviato: Mer Lug 19, 2006 11:58 am    Oggetto:  
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Ieri ho inviato il seguente articolo al quotidiano Rinascita ... speriamo che venga pubblicato!

UNICITA’ DEL FASCISMO MUSSOLINIANO… ALTRO CHE ERESIE!
Di Marco Piraino

Nel cogliere l’occasione per ringraziare la redazione del quotidiano Rinascita per l’opportunità che ha generosamente fornito ai suoi lettori di poter intavolare un dibattito aperto su un tema assai delicato quale l’attualità o meno della dottrina ideologica fascista ( testimonianza viva della sincera volontà dello stesso giornale di costituire realmente una tribuna di libero confronto fra le opinioni più diverse,a prescindere dalla maggiore o minore condivisione politica rispetto al tema in questione ) sono ancor più lieto di constatare che tale discussione venga seguita e dibattuta ampiamente con il contributo di parecchie persone, a dimostrazione di un interesse assai vivo per l’argomento. Su di un intervento in particolare però mi sento di dissentire ampiamente, ovvero quello a firma di Nicola Silvestri pubblicato lo scorso 8 luglio ed intitolato “tanti fascismi per nessun fascismo”. In breve nel suo scritto il sig. Silvestri ci informava di autodefinirsi un “fascista eretico” (sic!) e di condividere le tesi sostenute in un precedente articolo dal sig. Scalea a proposito del regime mussoliniano ( contestate dal sottoscritto a suon di citazioni gentiliane, alle quali ad oggi mi risulta nessuno abbia posto obiezioni concrete nel merito ), affermando in tono culturalmente missineggiante di ritenere inutile la presenza di dogmi programmatici, di grandi pensatori e ideologie filosofiche e di riferimenti a esperienze passate, vale a dire la presenza del fascismo stesso. Ma se Mussolini ed il suo regime con i suoi meriti al Silvestri non interessano più di tanto (figuriamoci poi Gentile!), veniamo dallo stesso informati che gli “eretici del fascismo” hanno un fascismo tutto loro, senza ideologia, senza dottrina, incentrato invece su alcuni “valori naturali essenziali” come ad esempio l’onestà, la famiglia, il coraggio, il rispetto per gli altri etc. etc. insomma il loro sogno è “lo Stato Sociale”. Il culmine delle esternazioni “silvestriane” viene poi raggiunto con l’affermazione che il fascismo falli politicamente poiché scimmiottò il comunismo nella costruzione dell’apparato partitico perdendo di vista l’obiettivo della costruzione dello Stato, divenendo così “simbolo dei peggiori sistemi reazionari”. In definitiva secondo tale esposizione il fascismo rivoluzionario non si è mai concretizzato ad eccezione di un unico sussulto agonizzante di dignità con la R.S.I. La sola affermazione fatta dal sig. Silvestri che mi sento di condividere è che in realtà la confusione regna sovrana tra gli pseudo-fascisti dove c’è tutto ed il suo contrario;poiché non ho invero ancora compreso come, a lume di semplice ragione, si possa da più parti affermare di riconoscersi in un determinato progetto politico storicamente costituito come il fascismo e poi manipolarne a proprio piacimento i contenuti, stravolgendone l’originario fine, prescindendo addirittura da chi tale progetto ha creato e diretto! Non è mai esistito infatti, né mai potrà esistere, un “fascismo eretico”. La stessa parola costituisce una chiara contraddizione in termini, come il proclamarsi cristiani senza credere in Cristo o più prosaicamente il definirsi marxisti rinnegando il materialismo storico e quello dialettico di Marx, giacché eresia è “opinione personale contrastante con una data dottrina rivelata”, il che nel nostro caso significa essere già fuori dal fascismo stesso. Anche uno storico illustre del calibro di Buchignani, che in passato aveva scritto di eretici del fascismo, come nel caso di Berto Ricci, oggi si ricrede constatando che …“ Vanno distinti tre tempi del fascismo. È lo stesso Mussolini a parlarne. Il primo tempo è la conquista del potere, il secondo tempo è il consolidamento del regime, il terzo tempo è quello della costruzione del nuovo, a partire dall’inizio degli anni Trenta. Il fascismo rivoluzionario è in pratica quello delle origini. Fin dal principio l’aspirazione di Mussolini e dei suoi seguaci era quella di costruire un uomo nuovo e un nuovo modello sociale. Poi per conquistare il potere il duce capisce che deve fare i conti con le classi dirigenti tradizionali, la borghesia, la Chiesa. Quindi negli anni Venti il fascismo rivoluzionario viene messo da parte e si rifugia nella cultura.[…] Riemerge negli anni Trenta quando Mussolini comincia a parlare di nuova civiltà, di terza via, di corporativismo, sono gli anni del totalitarismo e anche di maggior consenso per il regime.[…] solo all’inizio degli anni Trenta riprende vigore, grazie a Mussolini ma anche a Bottai che con Critica fascista avvia il dibattito sul ruolo dei giovani, poi c’è L’Universale di Berto Ricci. C’è l’impero e la rivoluzione sociale, il fascismo cammina con queste due gambe.[…] Specialmente i giovani della generazione di Berto Ricci, di Bilenchi, dello stesso Montanelli, hanno il culto del duce. Lo vedono come il più grande rivoluzionario del Novecento. A lui attribuiscono la loro stessa volontà rivoluzionaria. Se la rivoluzione è stata tradita, la colpa è dei gerarchi e della borghesia ma non di Mussolini. […] Mussolini tiene al consenso di questi giovani. Li strumentalizza ma li stima, alla fine vuole quello che vogliono loro, ma i tempi di uno statista sono necessariamente diversi. I rivoluzionari sono impazienti , la svolta sociale la vogliono subito mentre Mussolini sa bene che, per esempio dopo la guerra d’Etiopia questo non è possibile perché è impegnato nella politica estera e non può ingaggiare una lotta contro la borghesia all’interno. […] La realtà è che il fascismo stava diventando sempre più totalitario e la guerra contribuiva a questo. Alla fine l’essenza più vera del fascismo rivoluzionario è la guerra. In un capitolo del mio libro, “Il ferro e il sangue contro l’oro, il lavoro contro il capitale”, lo dico chiaramente : i rivoluzionari vogliono una rivoluzione antropologica l’uomo nuovo che si forgia col ferro e col sangue, cioè con la guerra. L’idea dei fascisti rivoluzionari è che il fascismo deve essere una rivoluzione del popolo. Un’altra cosa rispetto alla rivoluzione sovietica che è una rivoluzione di classe. E a quella nazista che è una rivoluzione fondata sulla razza e il sangue”. Senza però chiamare in causa la storiografia più recente, nonostante queste poche righe mettano di già in crisi tutta l’impostazione del suo ragionamento, e senza andare nuovamente a scomodare Giovanni Gentile che, nonostante scrivesse in italiano comprensibilissimo, ritengo forse essere troppo ostico per alcuni palati fini di ascendenze culturali missine, è proprio nel complesso che, a lume di dottrina mussoliniana, il discorso fatto dal Silvestri fa acqua da tutte le parti. Non si capisce infatti in che cosa dovrebbe consistere una rivoluzione per essere considerata tale secondo il cosiddetto “eretico”. Mussolini invece aveva reso il concetto in modo assai chiaro : “ La rivoluzione non è il caos, non è il disordine, non è lo sfasciamento di ogni attività, di ogni vincolo della vita sociale, come opinano gli estremisti idioti di certi paesi; la rivoluzione ha un senso e una portata storica soltanto quando rappresenta un ordine superiore, un sistema politico, economico, morale di una sfera più elevata; altrimenti è la reazione, è la Vandea. La rivoluzione è una disciplina che si sostituisce a un’altra disciplina, è una gerarchia che prende il posto di un’altra gerarchia ”. Il Silvestri invece afferma che il fascismo non fu rivoluzionario ma che da una parte scimmiottò l’apparato partitico sovietico e dall’altro, nel tentativo di rafforzare il partito medesimo chiese ed ottenne aiuti dai sistemi ideologicamente nemici realizzando uno Stato antiprogressista, conservatore, emblema del reazionarismo … che però, caso strano, promulgò alcune delle seguenti leggi sociali : Tutela lavoro donne e fanciulli – (Regio Decreto n° 653 26/04/1923), Assistenza ospedaliera per i poveri – (Regio Decreto n° 2841 30/12/1923), Assicurazione contro la disoccupazione – (Regio Decreto n° 3158 30/12/1923), Assicurazione invalidità e vecchiaia – (Regio Decreto n°3184 30/12/1923), Maternità e infanzia – (Regio Decreto n° 2277 10/12/1923), Assistenza illegittimi e abbandonati – (Regio Decreto n° 798 08/05/1927), Assicurazione obbligatoria contro la tubercolosi – (Regio Decreto n° 2055 27/10/1927), Esenzioni tributarie famiglie numerose – (Regio Decreto n° 1312 14/06/1928), Assicurazione obbligatoria contro malattie professionali – (Regio Decreto n° 928 13/05/1929), Opera nazionale orfani di guerra – (Regio Decreto n° 1397 26/07/1929), Istituto nazionale assicurazione infortuni sul lavoro I.N.A.I.L. – (Regio Decreto n° 264 23/03/1933), Istituzione libretto di lavoro – (Regio Decreto n°112 10/01/1935), Istituto nazionale per la previdenza sociale I.N.P.S. – (Regio Decreto n° 1827 04/10/1935), Riduzione settimana lavorativa a 40 ore – (Regio Decreto n° 1768 29/05/1937), Ente comunale di assistenza E.C.A. – (Regio Decreto n° 847 03/06/1937), Assegni familiari – (Regio Decreto n° 1048 17/06/1937), Casse rurali ed artigiane – (Regio Decreto n° 1706 26/08/1937), Tessera sanitaria per addetti servizi domestici – (Regio Decreto n° 1239 23/06/1939), Istituto nazionale per le assicurazioni contro le malattie I.N.A.M. – (Regio Decreto n° 318 11/01/1943). E non dimentichiamo il varo della Carta del Lavoro, ed ancor di più la costituzione della Camera dei Fasci e della Corporazioni, etc.etc.etc. Ma all’ “eretico” Silvestri i meriti pur reali del ventennio, a questo punto stante la sua analisi davvero incomprensibili, non interessano (sic!) Per nostra fortuna invece a Mussolini probabilmente premeva chiarire la sua condotta quando affermava che “ La rivoluzione fascista è già entrata nel suo secondo tempo. Nel primo le forze nuove si sono sostituite alle vecchie nel possesso della macchina statale. Ciò doveva essere necessariamente un atto improvviso e violento. […] C’è stata fra l’ottobre e il novembre una gigantesca messa in liquidazione: di uomini, di metodi, di dottrine. […] Uomini nuovi dunque, al volante della macchina. Ma la macchina è frusta. Due mesi di governo sono ampiamente bastati per convincersene. La quantità di lavoro arretrato è enorme. Gli uomini di governo, creature e vittime al tempo stesso […] delle mutevoli situazioni parlamentari, non avevano tempo e volontà di agire. Il loro non era un governo ma un passaggio. Non risolvevano i problemi, li rinviavano. Non assumevano personali e dirette responsabilità: ma dilatavano, queste, all’infinito. La burocrazia, da esecutrice, diventava arbitra, in quanto essa sola rappresentava un principio di stabilità nella mutazione continua. Una politica presuppone anche il tempo di elaborarla per condurla a termine, per garantirla. I ministri del vecchio regime non avevano questo tempo. Essi trascuravano la macchina dello Stato, poiché non erano mai sicuri di arrivare, in qualsiasi cosa, a una conclusione, a una meta. Davanti a questa situazione si potevano scegliere due metodi: il russo ed il latino. La rivoluzione di Mosca, sostituite anche con la morte fisica le persone, si è gettata sulla macchina e l’ha frantumata in mille pezzi. Il pendolo è stato proiettato all’atro punto estremo. Errore. Ora torna indietro. La rivoluzione fascista non demolisce tutta intera e tutta in una volta quella delicata e complessa macchina che è l’amministrazione di un grande Stato: procede per gradi, per pezzi. Così accade che Mosca ritorna mentre Roma si allontana – con inesorabile regolarità – dal punto di partenza. La rivoluzione fascista può prendere a suo motto: “nulla dies sine linea”. Questo processo logico e sicuro sgomenta, più dell’altro, gli avversari della rivoluzione fascista. Manca la possibilità di speculare sulle esagerazioni del nuovo regime. Mosca da l’idea di un terribile salto innanzi con conseguente rottura del collo. Roma da l’idea di una marcia di quadrate legioni. Mosca si involve, Roma si sviluppa. Non v’è dubbio che il secondo tempo della nostra rivoluzione è straordinariamente difficile ed importante. Il secondo tempo decide il destino della rivoluzione. La linea da seguire sta fra i misoneismi di chi si spaventa di talune innovazioni e le anticipazioni di coloro ai quali sembra – e non è – di segnare il passo. I tremori della vecchiaia, insomma, e le anticipazioni della giovinezza. Il secondo tempo deve armonizzare il vecchio col nuovo: ciò che di sacro e di forte sta nel passato, ciò che di sacro e di forte ci reca nel suo inesauribile grembo, l’avvenire” . E se per il Silvestri il fascismo rinunciò colpevolmente a creare il suo Stato preferendo “sovieticamente” concentrarsi sul ruolo del partito, secondo Mussolini invece “ Il partito è lo strumento formidabile, e al tempo stesso estremamente capillare, che immette il popolo nella vita politica e generale dello Stato; la corporazione è l’istituto con cui rientra nello Stato anche il mondo, sin qui estraneo e disordinato, dell’economia ”. Sul tema scabroso ed altrettanto inspiegabile del famoso sussulto erresseista in assoluta controtendenza rispetto al conclamato “reazionarismo fascista del regime” è sempre Mussolini che rischiara le tenebre dell’illogicità dovute all’oscuramento in cui il buon Silvestri sembra averci fatto piombare … “Chiamandoci ancora e sempre fascisti, e consacrandoci alla causa del fascismo, come dal 1919 ad oggi abbiamo fatto e continueremo anche domani a fare, abbiamo impresso un nuovo indirizzo all'azione e nel campo particolarmente politico e in quello sociale. […] Dal punto di vista sociale, il programma del fascismo repubblicano non è che la logica continuazione del programma del 1919: delle realizzazioni degli anni splendidi che vanno dalla Carta del Lavoro alla conquista dell'impero. La natura non fa dei salti, e nemmeno l'economia. […] Bisognava porre le basi con le leggi sindacali e gli organismi corporativi per compiere il passo ulteriore della socializzazione”. A questo punto l’interpretazione storica del fascismo fatta dal sig. Silvestri non ha più alcuna possibile credibilità, almeno dal punto di vista di un certo Benito Mussolini, che purtroppo però non smette di smentire l’ “eretico” di turno. Già perché la cosiddetta “ semplicità disarmante” dell’interpretazione ideologica personalissima data dal Silvestri in merito al fascismo come insieme di “valori naturali essenziali”, privo di dogmi programmatici e di grandi pensatori filosofici,etc. sembra proprio non trovare d’accordo l’Uomo di Predappio che invece ne descriveva così i principi cardine:

“ IDEE FONDAMENTALI
I
Come ogni salda concezione politica, il fascismo è prassi ed è pensiero, azione a cui è immanente una dottrina, e dottrina che, sorgendo da un dato sistema di forze storiche, vi resta inserita e vi opera dal di dentro. Ha quindi una forma correlativa alle contingenze di luogo e di tempo, ma ha insieme un contenuto ideale che la eleva a formula di verità nella storia superiore del pensiero. Non si agisce spiritualmente nel mondo come volontà umana dominatrice di volontà senza un concetto della realtà transeunte e particolare su cui bisogna agire, e della realtà permanente e universale in cui la prima ha il suo essere e la sua vita. Per conoscere gli uomini bisogna conoscere l'uomo; e per conoscere l'uomo bisogna conoscere la realtà e le sue leggi. Non c'è concetto dello Stato che non sia fondamentalmente concetto della vita: filosofia o intuizione, sistema di idee che si svolge in una costruzione logica o si raccoglie in una visione o in una fede, ma è sempre, almeno virtualmente, una concezione organica del mondo.
II
Così il fascismo non si intenderebbe in molti dei suoi atteggiamenti pratici, come organizzazione di partito, come sistema di educazione, come disciplina, se non si guardasse alla luce del suo modo generale di concepire la vita. Modo spiritualistico. Il mondo per il fascismo non è questo mondo materiale che appare alla superficie, in cui l'uomo è un individuo separato da tutti gli altri e per sé stante, ed è governato da una legge naturale, che istintivamente lo trae a vivere una vita di piacere egoistico e momentaneo. L'uomo del fascismo è individuo che è nazione e patria, legge morale che stringe insieme individui e generazioni in una tradizione e in una missione, che sopprime l'istinto della vita chiusa nel breve giro del piacere per instaurare nel dovere una vita superiore libera da limiti di tempo e di spazio: una vita in cui l’individuo, attraverso l'abnegazione di sé, il sacrificio dei suoi interessi particolari, la stessa morte, realizza quell’'esistenza tutta spirituale in cui è il suo valore di uomo.
III
Dunque concezione spiritualistica, sorta anche essa dalla generale reazione del secolo contro il fiacco e materialistico positivismo dell'Ottocento. Antipositivistica, ma positiva: non scettica, né agnostica, né pessimistica, né passivamente ottimistica, come sono in generale le dottrine (tutte negative) che pongono il centro della vita fuori dell'uomo, che con la sua libera volontà può e deve crearsi il suo mondo. Il fascismo vuole l'uomo attivo e impegnato nell'azione con tutte le sue energie: lo vuole virilmente consapevole delle difficoltà che ci sono, e pronto ad affrontarle. Concepisce la vita come lotta pensando che spetti all'uomo conquistarsi quella che sia veramente degna di lui, creando prima di tutto in sé stesso lo strumento (fisico, morale, intellettuale) per edificarla. Così per l'individuo singolo, così per la nazione, così per l'umanità. Quindi l'alto valore della cultura in tutte le sue forme - arte, religione, scienza - e l'importanza grandissima dell'educazione. Quindi anche il valore essenziale del lavoro, con cui l'uomo vince la natura e crea il mondo umano (economico, politico, morale, intellettuale).
IV
Questa concezione positiva della vita è evidentemente una concezione etica. E investe tutta la realtà, nonché l'attività umana che la signoreggia. Nessuna azione sottratta al giudizio morale; niente al mondo che si possa spogliare del valore che a tutto compete in ordine ai fini morali. La vita perciò quale la concepisce il fascista è seria, austera, religiosa: tutta librata in un mondo sorretto dalle forze morali e responsabili dello spirito. Il fascista disdegna la vita comoda.
V
Il fascismo è una concezione religiosa, in cui l'uomo è veduto nel suo immanente rapporto con una legge superiore, con una Volontà obiettiva che trascende l'individuo particolare e lo eleva a membro consapevole di una società spirituale. Chi nella politica religiosa del regime fascista si è fermato a considerazioni di mera opportunità, non ha inteso che il fascismo, oltre a essere un sistema di governo, è anche, e prima di tutto, un sistema di pensiero.
VI
Il fascismo è una concezione storica, nella quale l'uomo non è quello che è se non in funzione del processo spirituale a cui concorre, nel gruppo familiare e sociale, nella nazione e nella storia, a cui tutte le nazioni collaborano. Donde il gran valore della tradizione nelle memorie, nella lingua, nei costumi, nelle norme del vivere sociale. Fuori della storia l'uomo è nulla. Perciò il fascismo è contro tutte le astrazioni individualistiche, a base materialistica, tipo sec. XVIII; ed è contro tutte le utopie e le innovazioni giacobine. Esso non crede possibile la felicità sulla terra come fu nel desiderio della letteratura economicistica del `700, e quindi respinge tutte le concezioni teleologiche secondo cui per un certo periodo della storia ci sarebbe una sistemazione definitiva del genere umano. Questo significa mettersi fuori della storia e della vita che è continuo fluire e divenire. Il fascismo politicamente vuol essere una dottrina realistica; praticamente, aspira a risolvere solo i problemi che si pongono storicamente da sé e che da sé trovano o suggeriscono la propria soluzione. Per agire tra gli uomini, come nella natura, bisogna entrare nel processo della realtà e impadronirsi delle forze in atto.
VII
Antiindividualistica, la concezione fascista è per lo Stato; ed è per l'individuo in quanto esso coincide con lo Stato, coscienza e volontà universale dell'uomo nella sua esistenza storica. E' contro il liberalismo classico, che sorse dal bisogno di reagire all'assolutismo e ha esaurito la sua funzione storica da quando lo Stato si è trasformato nella stessa coscienza e volontà popolare. Il liberalismo negava lo Stato nell'interesse dell'individuo particolare; il fascismo riafferma lo Stato come la realtà vera dell'individuo. E se la libertà dev'essere l'attributo dell'uomo reale, e non di quell'astratto fantoccio a cui pensava il liberalismo individualistico, il fascismo è per la libertà. E' per la sola libertà che possa essere una cosa seria, la libertà dello Stato e dell'individuo nello Stato. Giacché, per il fascista, tutto è nello Stato, e nulla di umano o spirituale esiste, e tanto meno ha valore, fuori dello Stato. In tal senso il fascismo è totalitario, e lo Stato fascista, sintesi e unità di ogni valore, interpreta, sviluppa e potenzia tutta la vita del popolo.
VIII
Né individui fuori dello Stato, né gruppi (partiti politici, associazioni, sindacati, classi). Perciò il fascismo è contro il socialismo che irrigidisce il movimento storico nella lotta di classe e ignora l'unità statale che le classi fonde in una sola realtà economica e morale; e analogamente, è contro il sindacalismo classista. Ma nell'orbita dello Stato ordinatore, le reali esigenze da cui trasse origine il movimento socialista e sindacalista, il fascismo le vuole riconosciute e le fa valere nel sistema corporativo degli interessi conciliati nell'unità dello Stato.
IX
Gli individui sono classi secondo le categorie degli interessi; sono sindacati secondo le differenziate attività economiche cointeressate; ma sono prima di tutto e soprattutto Stato. Il quale non è numero, come somma d'individui formanti la maggioranza di un popolo. E perciò il fascismo è contro la democrazia che ragguaglia il popolo al maggior numero abbassandolo al livello dei più; ma è la forma più schietta di democrazia se il popolo è concepito, come dev'essere, qualitativamente e non quantitativamente, come l'idea più potente perché più morale, più coerente, più vera, che nel popolo si attua quale coscienza e volontà di pochi, anzi di Uno, e quale ideale tende ad attuarsi nella coscienza e volontà di tutti. Di tutti coloro che dalla natura e dalla storia, etnicamente, traggono ragione di formare una nazione, avviati sopra la stessa linea di sviluppo e formazione spirituale, come una coscienza e una volontà sola. Non razza, nè regione geograficamente individuata, ma schiatta storicamente perpetuantesi, moltitudine unificata da un' idea, che è volontà di esistenza e di potenza: coscienza di sé, personalità.
X
Questa personalità superiore è bensì nazione in quanto è Stato. Non è la nazione a generare lo Stato, secondo il vieto concetto naturalistico che servì di base alla pubblicistica degli Stati nazionali nel secolo XIX. Anzi la nazione è creata dallo Stato, che dà al popolo, consapevole della propria unità morale, una volontà, e quindi un'effettiva esistenza. Il diritto di una nazione all'indipendenza deriva non da una letteraria e ideale coscienza del proprio essere, e tanto meno da una situazione di fatto più o meno inconsapevole e inerte, ma da una coscienza attiva, da una volontà politica in atto e disposta a dimostrare il proprio diritto: cioè, da una sorta di Stato già in fieri. Lo Stato infatti, come volontà etica universale, è creatore del diritto.
XI
La nazione come Stato è una realtà etica che esiste e vive in quanto si sviluppa. Il suo arresto è la sua morte. Perciò lo Stato non solo è autorità che governa e dà forma di legge e valore di vita spirituale alle volontà individuali, ma è anche potenza che fa valere la sua volontà all'esterno, facendola riconoscere e rispettare, ossia dimostrandone col fatto l'universalità in tutte le determinazioni necessarie del suo svolgimento. E’ perciò organizzazione ed espansione, almeno virtuale. Così può adeguarsi alla natura dell'umana volontà, che nel suo sviluppo non conosce barriere, e che si realizza provando la propria infinità.
XII
Lo Stato fascista, forma più alta e potente della personalità, è forza, ma spirituale. La quale riassume tutte le forme della vita morale e intellettuale dell'uomo. Non si può quindi limitare a semplici funzioni di ordine e tutela, come voleva il liberalismo. Non è un semplice meccanismo che limiti la sfera delle presunte libertà individuali. È forma e norma interiore, e disciplina di tutta la persona; penetra la volontà come l'intelligenza. Il suo principio, ispirazione centrale dell'umana personalità vivente nella comunità civile, scende nel profondo e si annida nel cuore dell'uomo d'azione come del pensatore, dell'artista come dello scienziato: anima dell'anima.
XIII
Il fascismo insomma non è soltanto datore di leggi e fondatore d'istituti, ma educatore e promotore di vita spirituale. Vuol rifare non le forme della vita umana, ma il contenuto, l'uomo, il carattere, la fede. E a questo fine vuole disciplina, e autorità che scenda addentro negli spiriti, e vi domini incontrastata. La sua insegna perciò è il fascio littorio, simbolo dell'unità, della forza e della giustizia.


In conclusione non un generico quanto inconcludente “Stato sociale” alla portata di una qualunque borghesissima socialdemocrazia era l’obiettivo ideologico del fascismo secondo Mussolini (ed anche secondo Giovanni Gentile come abbiamo avuto modo di osservare in precedenza, vedere Rinascita del 2 luglio), bensì lo STATO ETICO CORPORATIVO capace di compiere una Rivoluzione antropologica vera e propria, che andava ben al di la delle ormai superate categorie di destra e di sinistra e men che meno può trovare eredi politici negli attuali gruppuscoli tradizional-radical destrorsi di derivazione culturale missina. Non me ne voglia dunque il sig. Silvestri se tra la sua personale e fantasiosa esposizione “eretica” di un fascismo inesistente e quella fatta dal Duce dell’unico fascismo storicamente inveratosi in modo concreto, ritengo quest’ultima la sola possibile e credibile interpretazione capace di suscitare ancor’oggi un’autentica passione rivoluzionaria. Piuttosto che parlare di presunti fascismi fatti a proprio uso e consumo taluni gruppi e personaggi farebbero bene allora a prendere atto che di fascismo ne è esistito uno soltanto, ovvero quello di Benito Amilcare Andrea Mussolini, che aveva una dottrina ideologica chiara, originale ed univoca, e se tale dottrina non è di loro gusto ebbene accettino una buona volta la realtà dei fatti rinunciando a qualificarsi come fascisti. A tal proposito, fidando nel vecchio adagio latino secondo il quale il ripetere giova, mi pare doveroso concludere con le parole di Niccolò Giani, eroe di guerra e direttore della scuola di mistica fascista: “Forse che ignorando o non conoscendo a fondo il pensiero del Duce si può affermare di essere fascisti? Noi diciamo di no. Che il fascismo non è istinto ma educazione e perciò è conoscenza della sua mistica, che è conoscenza di Mussolini". … AMEN!!

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" Forse che non conoscendo a fondo il pensiero del Duce si può affermare di essere fascisti? Noi diciamo di no! Che il fascismo non è istinto ma educazione e perciò è conoscenza della sua mistica,che è conoscenza di Mussolini" (N. Giani)


Ultima modifica di Marcus il Gio Giu 21, 2012 12:30 pm, modificato 1 volta in totale
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CLAP CLAP CLAP!!!! GRANDE MARCUS!!!!! Wink Wink Wink

BASTA CON QUESTI BUFFONI SEDICENTI FASCISTI CHE SONO SOLO LETAME!!! LI HAI DISTRUTTI!!!
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Purtroppo fino ad oggi non lo hanno pubblicato, mah ... speriamo la prossima settimana!
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MessaggioInviato: Mer Lug 26, 2006 4:09 pm    Oggetto:  
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Lo hanno pubblicato oggi ...
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Dove? Non lo trovo... Sad
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Il culto delle memorie è indice sicuro del grado di civiltà di un Popolo e della coscienza che esso ha della propria forza.
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MessaggioInviato: Gio Lug 27, 2006 2:54 pm    Oggetto:  
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Esattamente a pg 14-15
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" Forse che non conoscendo a fondo il pensiero del Duce si può affermare di essere fascisti? Noi diciamo di no! Che il fascismo non è istinto ma educazione e perciò è conoscenza della sua mistica,che è conoscenza di Mussolini" (N. Giani)
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