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INEDITO DI RENZO DE FELICE: Il Modello Fascista Italiano ...

 
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Marcus
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MessaggioInviato: Lun Mag 15, 2006 8:29 pm    Oggetto:  INEDITO DI RENZO DE FELICE: Il Modello Fascista Italiano ...
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Vorrei sottoporvi la lettura di questo interessantissimo intervento di De Felice che analizza alcuni punti importanti riguardanti l’interpretazione del totalitarismo fascista. Purtroppo non sono riuscito a ricopiarlo integralmente essendo molto lungo, ma se siete interessati e se avrete pazienza spero di terminare entro la prossima settimana, lavoro permettendo.

IL MODELLO FASCISTA ITALIANO e il problema della sua riproducibilità politica

Intervento inedito pubblicato sulla rivista Ideazione, n°4 del 2000 e pronunciato dallo storico Renzo De Felice al convegno sul tema “Autoritarismo e fascismo nei Paesi latini” svoltosi a Firenze nel novembre del 1982 e organizzato dall’Associazione Mediterranea Latino Americana e dalla Facoltà di Scienze politiche dell’Università di Firenze su iniziativa del professor Alberto Spreafico.

Inizierò il mio intervento con alcuni riferimenti all’analisi di Linz, con la quale generalmente concordo pur avendo delle obiezioni su alcuni punti particolari. Ad esempio, non mi trova concorde la sua definizione del caso italiano come totalitarismo mancato. Pienamente giustificata alla luce di modelli teorici come quelli della Arendt, di Friedrich e di Brzezinski, essa risulta meno opportuna in questa sede, dovendo qui fare riferimento non tanto ad un astratto modello di totalitarismo, quanto ai casi di totalitarismo esistenti nella realtà, in rapporto alle diverse circostanze storiche e al processo di nazionalizzazione dei vari paesi. Non possiamo limitarci ad affermare che il totalitarismo italiano non è tale in quanto non è uguale a quello nazista o a quello stalinista e non ha conosciuto né il terrore di massa né il ricorso sistematico al sistema concentrazionale. Si tratta, piuttosto, di elaborare un concetto di totalitarismo che corrisponda alla realtà del fascismo, anche assumendo l’ipotesi di un regime uscito indenne dalla guerra e analizzandone, da questo punto di vista, le probabili linee evolutive . Il fascismo, come ha ammesso lo stesso Linz, avrebbe, ad esempio, usato la mano pesante nei confronti del cattolicesimo. Se, dunque, in una prima generalissima istanza definiamo il totalitarismo come l’identificazione della Società con lo Stato ( senza entrare, per il momento, nei modi di questa identificazione ), allora il fascismo è senz’altro un regime a indirizzo totalitario, anche se la guerra non gli ha permesso di sviluppare pienamente tale tendenza. La prospettiva del totalitarismo fascista è una prospettiva socialistica. Il movimento, infatti, ha sempre rivendicato provvedimenti che andavano in quella direzione anche se il regime ha recepito tali richieste soltanto in misura infinitesimale. Linz, a questo proposito, parla di Salò. In linea generale, credo sia metodologicamente scorretto, nell’ambito della nostra discussione, prendere in considerazione il fascismo post 1939-40, per il peso esercitato su di esso dalla contingenza bellica e dallo strapotere della Germania nazista, potenza egemone del blocco dell’Asse capace, in quanto tale, di condizionare in modo determinante tutti i regimi sorti dopo il 1940. Tuttavia, senza parlare di Salò, si potrebbe fare riferimento a un episodio del Marzo 1943, a mio avviso molto significativo per capire la prospettiva socialistica del totalitarismo fascista. Di fronte agli scioperi operai di quei giorni, non si diede corso unicamente ad azioni di tipo repressivo ma si cercarono risposte anche politiche e fu in quella occasione che Tullio Cianetti, uomo appartenente più al movimento che al regime nonostante l’incarico di ministro delle Corporazioni, propose la socializzazione delle fabbriche, ottenendo il consenso di Mussolini. Questo per dire che la socializzazione non fu una invenzione di Salò; al di la del carattere parzialmente strumentale che essa ebbe, Cianetti si richiamava a caratteristiche antiche e profonde presenti nel movimento. La proposta Cianetti non poté concretarsi soprattutto per la ferma opposizione del guardasigilli De Marsico – fiancheggiatore del regime e uomo estraneo al movimento - , che ne comprese la portata sovvertitrice e ingaggiò con il ministro delle Corporazioni un braccio di ferro che si sarebbe protratto fino al 25 Luglio. Non credo, insomma, che si possa negare al regime fascista la qualifica di totalitario, soprattutto se lo si considera in prospettiva. Il problema è quello di individuare le caratteristiche del totalitarismo fascista, rifacendoci non a dei modelli più o meno teorici e generici, ma alla concreta evoluzione politica del fascismo italiano e alla sua cultura di base. Prima di avanzare la mia seconda obiezione all’intervento di Linz, vorrei chiarire brevemente due punti: l’accezzione in cui finora ho impiegato il termine movimento e l’importanza del nazionalismo nel contesto del fascismo. Quando parlo del movimento non mi riferisco, e non credo ci si possa riferire, esclusivamente alla fase della presa del potere. Secondo me, il movimento – più sconfitto che vincitore – continua ad operare anche all’interno del regime e ne caratterizza la dialettica interna. E ciò vale per il fascismo italiano quanto, in generale, per gli altri regimi così definiti ( nel caso spagnolo, ad esempio, questa presenza è molto chiara e significativa ), almeno sino a quando il tempo ( un tempo lungo, si badi bene, misurabile per vere e proprie generazioni ) non determini quel processo di uniformizzazione, che è tutt’altra cosa rispetto al consenso di cui godettero il fascismo e il nazionalsocialismo nella loro breve e brevissima vita e di cui si può parlare solo per l’Unione Sovietica. Per quanto concerne l’importanza del nazionalismo, credo si possa affermare che esso, inteso come fattore di integrazione nazionale, costituisca un elemento essenziale in tutti i fascismi. Ciò vale soprattutto la dove l’integrazione nazionale è in ritardo e dove, di conseguenza, un’accentuata nazionalizzazione delle masse – per usare l’espressione di Mosse – costituisce uno strumento di grande efficacia per promuoverla. Detto questo, tuttavia, non arriverei a considerare il nazionalismo come la componente più importante del fascismo: lo definirei solo uno dei suoi elementi fondamentali. Come accennava Linz, parlando degli aspetti democratici del fascismo, la classe dirigente italiana è stata trasformata dal fascismo in senso etimologicamente democratico in quanto il regime, nel bene e nel male, ha realizzato a tutti i livelli un allargamento della classe dirigente, coinvolgendo realtà sociali fino a quel momento partecipi in misura minima o del tutto marginale. E questo costituisce un aspetto essenziale almeno quanto il nazionalismo, tanto più che da esso discende un modo di intendere il nazionalismo da parte di molti fascisti tutto particolare, diverso non solo da come lo intendevano i nazionalsocialisti, ma gli stessi nazionalisti italiani. La mia seconda obiezione si riferisce a un’altra espressione usata da Linz, che ha definito il fascismo un “sistema ideologico-politico”. Oggi, è vero, studiamo il fascismo come sistema politico-ideologico e indubbiamente, negli anni Trenta, il fascismo rivela una propria operatività sistemica. Ma nella sua fase di emergenza, nel periodo della conquista del potere quando – per usare ancora questa espressione - il fascismo è essenzialmente movimento, lo si può veramente definire come un “sistema ideologico - politico” ? Chi ha visto meglio, da questo punto di vista, è stato, a mio avviso, Mosse allorché parla del fascismo come di uno stato d’animo. Gli uomini delle squadre, che fanno la fortuna del fascismo in Italia e offrono a Mussolini l’opportunità di conquistare il potere e di manifestare le sue grandi capacità di politico tattico, sono personaggi privi quasi sempre di una qualsiasi militanza precedente, senza alcun passato politico e refrattari ad ogni ideologia più o meno sistematica. C’era, evidentemente, un nucleo dirigente che aveva seguito Mussolini nelle sue vicende all’interno del partito socialista, e c’erano anche degli anarchici, dei sindacalisti rivoluzionari, dei repubblicani. Da quanto risulta dalle mie ricerche, tuttavia, la massa fascista del 1920-21 non ha alcun tipo di passato politico e tanto meno una ideologia. E’ per questo, quindi, che il termine ideologia, in riferimento a questa base di massa, mi sembra fuori luogo. Ed è proprio questa natura sostanzialmente non ideologica del movimento che coincide con lo stato d’animo di cui parla Mosse e permane durante il regime, esprimendosi in atteggiamenti politici per lo più di tipo mitico, fondati su una cultura antropologica estremamente elementare, che permette a Mussolini di dirigersi, a piccoli passi (e dopo una prima fase, grosso modo sino al 1924, durante la quale assai probabilmente non pensò mai a dar realmente vita ad uno Stato totalitario ), verso lo Stato totalitario impedendo all’elemento fiancheggiatore del regime – l’elemento ex liberale, ex democratico, ex conservatore, ex cattolico e, tutto sommato, anche ex nazionalista – di prendere decisamente il sopravvento. Come ha affermato Mosse, il regime non fa che valorizzare fatti profondi della coscienza collettiva del movimento e, più in generale, delle masse, e su queste basi ne mantiene il consenso e arriva ad estendere i confini a certi non trascurabili ambienti giovanili del paese. Quando poi questo aggancio viene meno, i miti consacrati dal regime diventano, ai fini del consenso, controproducenti tanto rispetto al movimento, quanto a livello giovanile. Con quanto ho detto fin qui ho anticipato, in un certo senso, il discorso più generale che mi proponevo di sviluppare in questa sede. Nei miei studi, come sapete, ho rigidamente circoscritto – in un primo tempo – il fenomeno fascista, affermando che solo in Europa, nel periodo compreso fra le due guerre, si può parlare di un fenomeno fascista. Successivamente ho messo in dubbio che si potesse parlare di un unico fenomeno fascista e ho sostenuto che i caratteri dei cosiddetti fascismi sono talmente diversi tra loro che è impossibile reperire quelle uguaglianze che permetterebbero di definire un fenomeno fascista. Apro qui un breve inciso. Oggi si dice, e anche qui lo si è ripetuto, che quello degli Ustascia sarebbe stato un movimento fascista. Personalmente non condivido tale ipotesi, non solo perché, come ho già detto, ho molti dubbi sull’opportunità di prendere in considerazione, in questa sede, i fascismi saliti al potere in seguito alle vicende della seconda guerra mondiale ( come è nel caso dello Stato croato di Ante Pavelic ), ma soprattutto in quanto, dalla metà degli anni Trenta in avanti, gli Ustascia rappresentarono essenzialmente il braccio armato del partito dei contadini croati. Quando, nel 1931 e nel 1932, gli Ustascia vengono a Roma a discutere con Roberto Forges Davanzati e Dino Grandi – allora ministro degli Esteri – ribadiscono questo concetto: il partito dei contadini croati è il partito parlamentare di cui gli Ustascia rappresentano l’organizzazione militare. E’ quindi probabilmente più corretto limitarsi a definire il movimento degli Ustascia un’organizzazione nazionalistica terroristica, pur se legata a filo doppio con tedeschi, italiani e ungheresi. Ma torniamo al discorso generale e, in particolare, al rapporto tra ceti medi e fascismo, sul quale ho insistito tante volte nei miei studi. I ceti medi nuovi ed emergenti trovano nel fascismo – in un fascismo che in parte esiste già e in parte essi stessi creano – il canale politico capace, in una situazione di mobilità parzialmente bloccata, di rendere possibile una loro effettiva partecipazione al potere politico. Si tratta soprattutto, ma non solo, di ceti agricoli ( fittavoli e mezzadri diventati piccoli proprietari prima e dopo la guerra ), fino a quel momento politicamente marginali. E’ questa , a mio avviso, la vera forza del fascismo, la base che permetterà a Mussolini di aver successo, anche se, certamente, non vanno trascurate le operazioni politiche concluse con le classi dirigenti e gli aiuti economici che giunsero al fascismo. A questo proposito, apro qui però una breve parentesi: le ricerche ancora in corso hanno messo in luce la capacità di autofinanziamento del fascismo ( mi riferisco soprattutto all’utilizzazione in grande stile della vendita dei residuati di guerra, avvenuta nel 1922 per il tramite di alcune cooperative di ex combattenti collegate ai Fasci, che procurò alle casse del partito molti milioni di lire, cifra a quel tempo ingentissima ) e, di conseguenza, hanno notevolmente ridimensionato l’importanza dei finanziamenti esterni ( sui quali tanto ha insistito la storiografia marxista per negare al fascismo ogni reale autonomia e farne un mero braccio armato della reazione capitalistica ), con tutte le conseguenze che comporta questo ridimensionamento.

(fine prima parte)

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Marcus
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MessaggioInviato: Lun Mag 29, 2006 5:10 pm    Oggetto:  
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( seconda parte )

Per quel che riguarda l’Italia, vi è poi da tenere ben presente un altro punto, costituito dall’approfondirsi della scissione tra paese reale e paese legale, da tempo latente, ma fattasi nell’immediato dopoguerra più profonda e tale da indebolire notevolmente lo Stato di fronte alle spinte eversive, prima socialiste e poi fasciste. Insomma, il quadro storico nel quale, in Italia, sorse e si affermò il fascismo è per me caratterizzabile attorno a quattro punti-chiave, strettamente connessi tra loro: a) il malessere di una società in crisi di trasformazione e che, in particolare, stava muovendosi sulla via di diventare una società industriale moderna e, dunque, una società di massa. Già manifestatosi prima della guerra del 1914-18, tale malessere fu accresciuto dal conflitto e interagì con la crisi determinata da esso. E’ questa una condizione necessaria, ma per me non sufficiente per spiegare il sorgere del fascismo. b) la crisi, politica, sociale, ma anche morale, culturale ( in senso antropologico), determinata dalla prima guerra mondiale. E’ questa un’altra condizione necessaria e che, anzi, innescò le altre, rese per così dire operanti i vari elementi che concorsero a far sorgere e affermarsi il fascismo; ma anch’essa da sola non è sufficiente a spiegare il fascismo. Senza guerra niente fascismo: su questo tutti gli studiosi del fascismo italiano sono d’accordo; ma aggiungo io, la guerra da sola non avrebbe determinato il sorgere del fascismo. E quando dico guerra dico anche e soprattutto le sue conseguenze sociali, politiche e morali più dirette ed immediate ( quelle del cosiddetto “biennio rosso” ), sia le vicende politico-internazionali dell’immediata sistemazione postbellica del conflitto, il trattato di Versailles cioè, e le loro ripercussioni ( il mito della “vittoria mutilata” ) in larghi settori della borghesia ( soprattutto ma non solamente ) e dell’ex interventismo. Tengo per altro a precisare che, per quanto importante, quest’ultimo aspetto è stato a mio avviso sopravvalutato dagli studiosi: la molla nazionalistica fu importante, ma non decisiva per le fortune del fascismo nel 1919-22. Direi che divenne importante via via che il movimento fascista assunse dimensioni di massa, via via cioè che affluirono ad esso nuovi elementi ( soprattutto ex combattenti e giovanissimi che non avevano fatto la guerra ), per i quali l’aspetto nazionalistico del fascismo era importante soprattutto in quanto offriva elementi aggiuntivi alla loro ostilità alla classe dirigente al potere e al bolscevismo e, dunque, serviva loro a completarne la squalifica morale e a farne dei corpi estranei e contrari ai valori della comunità nazionale. C) Il ruolo centrale che nel quadro di questo malessere e di questa crisi ebbero i ceti medi. Che il dopoguerra italiano abbia visto una eccezionale mobilitazione primaria è un dato di fatto comunemente acquisito. Per quanto anch’essa di eccezionali dimensioni ed intensità, la mobilitazione secondaria che contemporaneamente caratterizzò la società italiana di quegli anni non è stata invece presa in considerazione dalla gran maggioranza degli studiosi e i pochi che lo hanno fatto o ne hanno frainteso i caratteri o non ne hanno rilevato tutta la decisiva importanza rispetto al sorgere e all’affermarsi del fascismo e ad alcune sue peculiarità, fondamentali, oltre tutto, per una corretta comprensione di alcune delle più caratteristiche differenze che contraddistinsero il fascismo italiano dal nazionalsocialismo e dagli altri cosiddetti fascismi. Senza entrare in questa sede in eccessivi particolari, ciò che è importante sottolineare è: 1. che questa mobilitazione non riguardò solo, come comunemente ritenuto, i ceti medi tradizionali o comunque già inseriti in qualche misura nel processo partecipativo, venutisi a trovare in una condizione di grave crisi conseguente ad una reale perdita di status in termini relativi e assoluti sia di prestigio, sia di potere, sia economico; al contrario, la mobilitazione riguardò anche i nuovi ceti medi che stavano emergendo già da prima della guerra e che questa aveva notevolmente contribuito a far moltiplicare e rafforzare; 2. che se la mobilitazione dei primi aveva un carattere prevalentemente difensivo e dunque prevalentemente conservatore e reazionario, quella dei secondi ne aveva prevalentemente un altro: in una situazione di mobilità parzialmente bloccata e politicamente marginali o esclusi, essi aspiravano soprattutto a rimuovere gli ostacoli che bloccavano parzialmente la loro ascesa sociale e ad un attiva partecipazione e direzione politica e non di rado tendevano a far assumere alla loro mobilitazione caratteri politicamente e socialmente innovatori o rivoluzionari. Chi ha presente la teoria sul ruolo strategico dei gruppi sociali parzialmente bloccati e le pagine che, per fare un solo esempio, Gino Germani ha dedicato ad essa ( in relazione soprattutto all’America Latina ) può facilmente rendersi conto della importanza di questo elemento. Nonostante quanto ho detto sulla sua importanza in generale e in particolare ( per quel che attiene cioè al carattere del fascismo italiano ), anche questo elemento non è per me sufficiente a spiegare il sorgere e l’affermarsi del fascismo. Nulla infatti autorizza a ritenere che la mobilitazione dei ceti medi dovesse necessariamente sfociare nel fascismo. Le vicende politco-elettorali del 1919 e ancora di gran parte del 1920 dimostrano come i ceti medi, tradizionali ed emergenti, in questa prima fase della crisi postbellica in larghissima misura o non presero posizione o continuarono ad appoggiare le forze politiche tradizionali o, se si orientarono verso i nuovi partiti sorti in conseguenza della guerra, la loro scelta cadde su formazioni duramente critiche e rinnovatrici rispetto al sistema e alla classe politica dirigente, ma non antisistema e che – come il Partito popolare – tendevano a congelare un certo tipo di sviluppo in senso antindustrialista e a enfatizzare valori tradizionali quali popolo, famiglia, terra, risparmio. L’orientamento su vasta scala verso il fascismo si ebbe solo successivamente; ad esso concorse certamente il ritmo sempre più accentuato assunto dal processo di mobilitazione secondaria in conseguenza del radicalizzarsi della situazione sociopolitica italiana; altrettanto certamente il fatto decisivo fu, a mio avviso, costituito dalla capacità dell’elite fascista di esprimere alcuni miti politici in grado di unificare in larga misura le masse piccolo e medio borghesi e di dar loro un complesso di motivazioni, confuse ed elementari quanto si vuole, ma tali da fare del fascismo una forza politico-sociale autonoma e potenzialmente rivoluzionaria. d) l’approfondirsi della scissione tra paese reale e paese legale, da tempo latente, ma che la guerra aveva reso dinamica, dimostrando come l’organismo politico-nazionale italiano per un verso avesse una sua indubbia vitalità, ma per un altro verso rispondesse ai valori etici, alle aspirazioni e agli interessi di una sola parte della società nazionale ( quella che si può definire di estrazione risorgimentale ), mentre tutta un’altra parte di essa ( quella non solo quantitativamente più importante, ma, ciò che più conta, che era stata mobilitata socialmente e politicamente dalla guerra ) non si riconosceva in essi e lo considerava – sia pure con diverse motivazioni e prospettive non di rado tra loro antitetiche – arcaico, ingiusto e, almeno sotto il profilo della partecipazione al potere, antidemocratico. Riassumendo, si può dire che gli aspetti essenziali di questa crisi furono: 1) a livello parlamentare, un anarchico regime di assemblea incapace di esercitare il potere e di esprimere sia effettive maggioranze sia opposizioni coerenti al sistema e capaci di costituire un’alternativa; 2) a livello governativo, una serie di ministeri senza prestigio e senza capacità di effettiva iniziativa legislativa e, al tempo stesso, di far rispettare ed eseguire dai loro stessi organi periferici le proprie disposizioni e di dar loro la certezza di non esser lasciati scoperti o addirittura puniti per averle eseguite; 3) a livello del sistema, una instabilità cronica, forse più soggettiva che oggettiva, dato che in effetti le forze più dichiaratamente antisistema erano messe fuori gioco dalla diversità degli interessi che rappresentavano e dalla loro stessa incapacità di trovare una conciliazione di essi che non fosse quella di un massimalismo tanto minaccioso ed esaltante nella forma quanto vuoto e autoritario nella sostanza ( il che spiega perché, quando entrò in crisi, lo scoraggiamento e le tendenze centrifughe furono così forti ) e dato che il sistema in realtà – nonostante la sua indubbia crisi – era ancora sufficientemente robusto, poteva fare affidamento su alcune istituzioni più tradizionali ed omogenee ( come le forze armate e, in parte, la magistratura ) e potenzialmente aveva la possibilità di autorinnovarsi attraverso la propria democratizzazione e un allargamento della partecipazione ai settori più moderati delle masse sino allora marginali o escluse e insufficientemente integrate. E’ dall’insieme di questi quattro punti, caratteristici del movimento fascista italiano al momento della sua affermazione e presa del potere, che solo è possibile trarre il connotato più peculiare del movimento fascista e, tutto sommato, del fascismo italiano: la volontà di compiere una rivoluzione a livello di classe dirigente, di sostituirsi cioè alla vecchia classe dirigente, accusata a) di non aver saputo affrontare adeguatamente la guerra e di non aver saputo difendere gli interessi del paese nelle trattative di pace; b) di esercitare un potere oligarchico escludendo da ogni effettiva partecipazione ad esso le forze socialmente e moralmente nuove espresse dalla società italiana e delle quali la guerra aveva dimostrato la piena maturità e adeguatezza a risolvere quei problemi di fronte ai quali la classe dirigente tradizionale aveva invece fallito. Il fascismo, dunque, non va visto sotto il profilo di una rivoluzione sociale in senso proprio. L’istanza sociale che lo mosse fu, nella grande maggioranza dei casi, indiretta. Il che spiega le sue ambivalenze sul piano degli assetti sociali, la sua natura in parte conservatrice e in parte rivoluzionaria, ma anche in questo caso in forme il più delle volte mediate, così come ambivalente era la sua base piccolo-borghese, interessata più ad un radicale ricambio di classe politica e dirigente in genere che ad una vera e propria rivoluzione sociale che, in ogni caso, doveva essere la conseguenza di quella politica. Alla luce di questo connotato peculiare può anche essere compreso meglio il ruolo avuto dal nazionalismo che, nel momento dell’affermazione del fascismo, più che anticipare chiari motivi imperialistici acquista rilievo in quanto ulteriore elemento di differenziazione rispetto alla classe dirigente al potere da un lato e ai bolscevichi dall’altro, contribuendo ad accrescere l’ostilità verso i due nemici della comunità nazionale: la classe di governo e la sinistra politica. Il quadro che ho tracciato mi pare sufficiente ad indicare i tratti essenziali relativi al sorgere e all’affermarsi del fascismo in Italia e già consente di disporre di una serie di importanti punti di riferimento per stabilire – pur tenuto conto delle ovvie diversità nazionali – i termini per una possibile e corretta utilizzazione del concetto di fascismo fuori dell’Italia. Ma quali sono le caratteristiche permanenti del fascismo, che connotano tanto il movimento delle origini, quanto il periodo successivo? In primo luogo vi è certamente il motivo del partito unico, che prima ancora della tendenza politica a eliminare l’avversario, costituisce un tentativo di ricomposizione unitaria della società ed è, in questo senso, un elemento di tipo culturale e antropologico presente, seppur in forma vaga, anche nel movimento. In secondo luogo il concetto di gerarchia, intesa come gerarchia delle funzioni contrapposta alle gerarchie meramente economiche e alla tendenza all’appiattimento attribuita alla società capitalistica. Connessa all’idea di una gerarchia funzionale è l’idea corporativa, anche se occorre precisare che il corporativismo del movimento non si identifica con il sistema corporativo realizzato dal regime ma è piuttosto l’aspirazione a una sorta di confuso socialismo nazionale che deve realizzarsi attraverso lo Stato. E qui si tocca uno dei punti chiave del fascismo italiano, di tutto il fascismo, movimento e regime: la funzione decisiva attribuita all’azione dello Stato. Se gli uomini del movimento tenderanno, negli anni del regime, a rivalutare il Partito e la sua funzione contro lo Stato, lo faranno con intenti polemici, per riacquistare autonomia rispetto al regime, non per contestare lo Stato e mettere in discussione la sua funzione centrale. La visione del rapporto Partito-Stato non sarà mai di tipo bolscevico: anche per il movimento è allo Stato che spetta la realizzazione della nuova comunità nazionale. Tutto ciò nella fase più propriamente movimentista del fascismo ( grosso modo sino al 1925-26 ) è percepito ed elaborato in forme estremamente vaghe ed approssimative ed è assai spesso l’espressione – e vengo all’ultima caratteristica – di atteggiamenti che si potrebbe definire di stampo populistico, non di rado manifestatisi sotto forma di miti che affondavano le loro radici nella cultura ( intesa soprattutto in senso antropologico ) della piccola borghesia. Anche successivamente atteggiamenti populistici e miti rimasero però caratteristici e del movimento e del regime, anche se, ovviamente, è necessario distinguere tra gli uni e gli altri per quel che concerne le rispettive motivazioni, le radici culturali e gli stessi destinatari. Sino ad oggi l’interesse degli studiosi del fascismo si è concentrato essenzialmente sugli aspetti sociali, politici ed istituzionali di esso. L’aspetto culturale è stato invece quasi sempre trascurato ( non mi riferisco ovviamente alla cultura in senso proprio, che però costituisce sostanzialmente un altro problema ). In realtà, sono convinto che se non si approfondirà adeguatamente anche questo aspetto, comprendere veramente la realtà del fascismo non sarà possibile e, tanto meno, sarà possibile comprendere le differenze, i punti in comune le suggestioni ed influenze tra i vari fascismi. E poiché ho accennato al populismo, mi pare giusto, in questa sede, richiamare l’attenzione degli studiosi su Dinamica social, una rivista argentina che varrebbe la pena di studiare in dettaglio, non foss’altro perché – pubblicata a Buenos Aires tra il settembre 1950 e il giugno 1952, cioè fino alla morte di Evita Peron, che ne fu in un certo senso la sponsorizzatrice – vi scrisse, assieme a numerosi latino-americani e a qualche francese, anche Carlo Scorza, ultimo segretario del PNF e tipico esponente del movimento: la lettura e l’interpretazione populista del fascismo che Scorza vi fa costituisce, pur risentendo ovviamente delle esigenze peroniste, un’analisi retrospettiva di vivo interesse. Chiusa questa parentesi concludo con un interrogativo che riprende il tema centrale del nostro incontro: in quali modi l’esperienza fascista italiana è riuscita a riprodursi in Europa e in America Latina? A mio giudizio, c’è stata una suggestione – ma niente più di una suggestione – costituita dall’idea dell’alternativa ai due grandi sistemi, quello borghese-capitalista e quello comunista-sovietico, che il fascismo avrebbe dovuto realizzare; e ci fu, inoltre, una azione italiana, messa in atto dai servizi segreti, dal Ministero degli Esteri e da quello della Cultura popolare e dal PNF. Ma non direi che questa azione abbia avuto, nel complesso, risultati significativi e per qualche verso determinanti, né che si sia concretata in qualcosa di duraturo. Ci furono senz’altro, per contro, dissidi, anche acuti, tra i singoli partiti e movimenti di tipo fascista e Roma. Significativo è il fallimento del tentativo di dar vita, verso la metà degli anni Trenta, ad una Internazionale fascista, fallimento che testimonia come certe suggestioni ( di Roma, ma, tutto sommato, anche di Berlino ) fossero all’atto pratico meno consistenti di quanto si potrebbe credere. Michael Ledeen ha portato alla conoscenza di questo tentativo e al suo approfondimento un utile contributo che varrebbe la pena di sviluppare ed approfondire per i versanti non italiani. Così come per i singoli fascismi il quadro unificante degli aspetti politico, sociale e istituzionale può essere trovato solo nell’aspetto culturale, è mia convinzione che, se si vogliono capire veramente i caratteri e i limiti del cosiddetto fenomeno fascista e le influenze esercitate dai fascismi maggiori e in primo luogo dal primo in ordine di tempo di essi, quello italiano, sugli altri, sia necessario rifarsi soprattutto, da un lato, all’aspetto “culturale” ( attivo e passivo ) di queste influenze e, dall’altro, al ruolo avuto nei vari fascismi dai ceti medi. Ecco perché – e con ciò veramente concludo – ritengo che le suggestioni più stimolanti e fruttuose possano venire oggi soprattutto da un sistematico sviluppo ed approfondimento della prospettiva di Gorge L. Mosse, integrata tenendo conto, per un verso, delle indicazioni di Gino Germani e, per un altro verso, di quegli studiosi che, sulla scia di Ernst Cassirer e di Mircea Elide, hanno giustamente richiamato l’attenzione anche degli storici sul ruolo centrale che nella società di massa hanno assunto i miti.

Renzo De Felice

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