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E.Gentile:ESSENZA DEL FASCISMO = LO STATO NUOVO!

 
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Marcus
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MessaggioInviato: Dom Gen 20, 2008 5:34 pm    Oggetto:  E.Gentile:ESSENZA DEL FASCISMO = LO STATO NUOVO!
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Come ho già avuto modo di scrivere, i lavori di Emilio Gentile costituiscono ormai da anni un sicuro ed irrinunciabile riferimento storiografico per tutti coloro che vogliono approfondire seriamente lo studio del fascismo mussoliniano. Proprio per questo è assolutamente indispensabile confrontarsi con l’interpretazione che egli da del fascismo. Il seguente brano costituisce il capitolo settimo dalla nuova edizione riveduta del volume Il Mito dello Stato Nuovo del 1999 edito da Laterza,pp. 237-268,
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dove anche qui, per mera praticità, ho dovuto eliminare quasi tutte le note inerenti le relative citazioni contenute nel testo, rinviando come sempre coloro che fossero interessati alla lettura del libro in questione. Anche in questo documento appare chiara nell’esposizione storiografica di Emilio Gentile quanto l’essenza politica del fascismo, lungi dal rappresentare una sorta di coacervo di differenti tradizioni politiche disomogenee, ed al di là di frettolose quanto imprecise interpretazioni che volevano dipingerlo come in preda ad un perenne conflitto fra anime differenti, rimaneva tutta protesa nella costruzione di quello che lo storico definisce appunto come mito dello Stato nuovo.

IL MITO DELLO STATO NUOVO

Nei capitoli su Alfredo Rocco e su Giuseppe Bottai sono descritti i caratteri principali che il mito dello Stato nuovo ha assunto nel fascismo, visti attraverso l'evoluzione di due distinte concezioni del fascismo e dello Stato. Due esempi non risolvono ovviamente il problema dello Stato fascista, ma questi da noi scelti ci sembrano i più rappresentativi delle due principali tendenze presenti nel fascismo: la tendenza autoritaria e la tendenza totalitaria. Rocco e Bottai sono forse i fascisti più emblematici del modo in cui il fascismo affrontò i problemi presi in esame in questo libro: pochi protagonisti del fascismo, movimento o regime, nel senso della distinzione proposta da Renzo De Felice (ma con le precisazioni che vedremo più avanti sul loro uso in questo contesto), hanno dedicato nel corso della loro vita politica tanta attenzione al problema delle masse e dello Stato, al mito dello Stato nuovo, come questi due intellettuali e politici, che ebbero una parte di primo piano nella costruzione dello Stato fascista. Nelle loro esperienze, profondamente diverse per formazione e mentalità, la combinazione dei temi del radicalismo nazionale (italianismo, senso della comunità e della solidarietà sociale, cultura dell'organizzazione, educazione delle masse) produsse risultati che avevano alcuni motivi comuni (oltre la fede fascista) ma anche molti motivi differenti. In questi risultati è possibile riscontrare due modi di essere fascisti, determinati dall'atteggiamento verso il mito dello Stato nuovo e il problema delle masse e dello Stato. Comune ad entrambi era, come a tutti i fascisti, il rifiuto totale della democrazia liberale; Bottai e Rocco credevano che il regime dei partiti fosse incompatibile con la società di massa e la potenza dello Stato nazionale, ed erano convinti che i pilastri fondamentali dello Stato nuovo dovessero essere il regime dittatoriale e l'organizzazione statale delle masse. Per il resto, i due erano diversissimi per attitudini verso la politica, per le ragioni di adesione al fascismo, per la concezione dei caratteri e degli obiettivi della rivoluzione fascista.

1. «Fascismo regime» e «fascismo movimento»

Rocco fu l'architetto del regime fascista. Per il fascismo egli realizzò le strutture fondamentali del progetto di Stato nuovo, ideate prima della guerra. Come la maggior parte dei nazionalisti, convertiti al fascismo dopo la conquista del potere, Rocco non apparteneva alla «generazione fascista» che era nata politicamente con la guerra e si era formata con l'esperienza dello squadrismo. Per lui, come per quasi tutti i nazionalisti, la guerra non era stata un «grande evento» rivoluzionario, creatore di nuove mentalità e di nuovi miti. Rocco non partecipò dello «stato d'animo fascista» e del fervore totalitario che pervase l'entusiasmo del movimento per il mito dello Stato nuovo. Per Rocco, lo Stato nuovo non doveva essere altro che la versione moderna dell'assolutismo: una manifestazione storica del «principio di organizzazione» trionfante sul «principio di disgregazione». Nella costruzione dello Stato fascista, Rocco non pensava si dovesse inventare qualcosa di «nuovo» e di «inedito», o sperimentare un sistema di relazioni fra il potere e le masse diverso dalla formula «comando e obbedienza»: la rivoluzione fascista aveva il compito di restaurare l'assolutismo dello Stato messo in crisi dalla Rivoluzione francese, adoperando le novità della società moderna per consolidare il sistema di relazioni tradizionali che regolavano i rapporti di dominio e di soggezione, invariabili nello scorrere delle vicende storiche come le leggi della natura. Per Rocco, il problema delle masse e dello Stato si risolveva con la trasformazione del vecchio regime in senso autoritario e assolutista, inquadrando le masse con i mezzi forniti dalla società moderna. Il tema della trasformazione delle masse in popolo, la creazione della «comunità morale» nazionale, il mito italianista della missione e del primato figuravano, nella sua concezione dello Stato nuovo, come orpelli retorici. Perciò egli considerò esaurito il compito rivoluzionario e creativo del fascismo con la costruzione del regime, sistema chiuso di assoggettamento delle masse al potere. Lo Stato nuovo avrebbe curato il loro benessere fisiologico e la loro educazione per le esigenze della produzione, senza proporsi di perseguire alcun tipo di «partecipazione» e di «integrazione» delle masse, nel senso vagheggiato dal movimento. Restaurata la sovranità assoluta dello Stato, consolidata l'obbedienza e la disciplina delle masse nella rigida armatura delle organizzazioni sindacali, il fascismo, secondo Rocco, non aveva altra funzione o missione storica, oltre quella che il naturalismo antropologico assegnava a qualsiasi organizzazione statale: prendere parte all'eterna lotta fra gli organismi umani per la sopravvivenza, la conquista e il dominio. Per Rocco, il regime fascista, così come lui l'aveva costruito, era un perfetto congegno moderno di autoritarismo; doveva vivere secondo le leggi degli organismi naturali, conservarsi e perpetuarsi nel ritmo ciclico delle vicende umane: il mito dello Stato nuovo era stato realizzato, il problema dell'ordine e del mutamento era stato risolto; lo Stato fascista compatto nella sua granitica e immutabile unità interna era pronto a resistere contro la corsa del tempo come uno scoglio all'urto dei marosi. Bottai, al contrario, non pensava che il regime, costruito con le idee e gli istituti giuridici dati da Rocco al fascismo, fosse la compiuta attuazione del mito dello Stato nuovo, la soluzione definitiva al problema delle masse e dello Stato, dell'ordine e del mutamento. Le sue idee erano condivise dalla «generazione fascista»: questa guardava con diffidenza (pur ammirando l'inflessibile logica antiliberale del giurista) l'innesto dell'autoritarismo conservatore di Rocco nel sistema politico fascista; considerava il suo naturalismo antropologico estraneo al volontarismo spiritualista del fascismo e temeva che le strutture del regime da lui costruito potessero divenire la tomba dello Stato totalitario e degli ideali del movimento. Fra i grandi gerarchi del regime, Bottai fu quello che partecipò con maggior convinzione ed entusiasmo, con più costante continuità di intenti, alla realizzazione dei miti del movimento, adoperandosi in ogni campo della sua multiforme attività per attuare il mito dello Stato totalitario. La sua biografia politica coincide integralmente con la formazione, la mentalità, i miti della «generazione fascista»: Niente politica prima della guerra, molta trincea durante la guerra, una inquietudine dopo la guerra, profonda, che si traduceva in una sempre più consapevole volontà d'agire. Il Fascismo non era, per me e per i miei compagni d'arme, che un modo di seguitare la guerra, di tradurre i valori di una religione civile. Mussolini, già Duce per noi, e solo per noi allora, signoreggiava í nostri animi, con la forza primordiale che contraddistingue, nella massa, l'avvento di un capo. La politica poneva, uno dopo l'altro, i suoi problemi nella nostra mente, in modo diretto ed immediato, con riferimenti elementari come di scoperte di un nuovo mondo. Dopo la marcia su Roma, per un ventennio la vicenda politica di Bottai si immedesimò con le vicende del regime e del movimento, riflettendo in sé i caratteri essenziali dell'uno e dell'altro. Attraverso l'esperienza di Bottai, regime e movimento appaiono chiaramente non come due situazioni fra loro in conflitto né come aspetti contraddittori di una realtà composita ed eterogenea, senza punti di raccordo e di logica connessione, ma risultano complementari nel divenire del fascismo verso lo Stato totalitario. Nel capitolo su Bottai abbiamo dimostrato come sia priva di fondamento l'immagine di un Bottai antitotalitario, critico ed eretico del regime, paladino di un «fascismo ideale» alternativo al «fascismo reale», antidittatoriale e liberaleggiante, mosso nell'intimo da ideali non corrispondenti alla politica del regime e che il regime avrebbe soffocato fra le spire del totalitarismo. Gli argomenti adoperati per demolire questa immagine storicamente inconsistente possono essere facilmente estesi ai vari tentativi proposti per rintracciare nel «fascismo-movimento» motivi e ideali antiautoritari o antitotalitari, contrastanti con il «fascismo-regime». È bene ribadire chiaramente che fu sempre essenziale, nella concezione politica dei fascisti - del regime e del movimento, della prima e della seconda generazione -, il ripudio della tradizione liberale, dei valori e degli istituti della democrazia parlamentare, delle libertà politiche individuali e della divisione dei poteri. Il fascismo, in ogni versione e in ogni atteggiamento della sua composita natura, considerò la democrazia liberale e il sistema parlamentare gli strumenti arcaici e inefficienti di una «falsa democrazia», che se pure avevano svolto una funzione utile in una società dominata da gruppi ristretti, non erano più adatti per governare una società di massa, per rappresentare la volontà nazionale e per garantire la vita e la potenza di una collettività nel mondo contemporaneo. Anche nelle sparse teorizzazioni di un «nuovo fascismo» fiorite fra i gruppi giovanili, inquieti e insoddisfatti, della «seconda generazione fascista», il motivo costante comune, la condizione di partenza per un futuro sviluppo rivoluzionario del fascismo in campo sociale e internazionale, era il rifiuto della democrazia parlamentare. I giovani, ha ricordato Ruggero Zangrandi, condivisero realmente, «senza che si possa parlare di malintesi, almeno fino a un certo tempo... la polemica contro la democrazia tradizionale, i “ludi cartacei”, il parlamentarismo inconcludente», ritenendo che «questi “vecchi schemi” servissero ormai solo a perdere tempo, a ritardare e a impantanare il cammino della rivoluzione». Il fascismo non nascose mai le sue vere intenzioni e cercò di mantenere la promessa di creare uno Stato nuovo, chiuso, totalitario. L'immagine che il fascismo dava di sé corrispondeva senza ambiguità e confusione al mito dello Stato totalitario. I giovani che credevano nel fascismo avevano chiaramente presente davanti a sé la realtà del regime e l'immagine dello Stato totalitario che il fascismo voleva realizzare e che, delineata in forme generali ma esplicite, era pubblicizzata in ogni tipo di testo destinato alla formazione delle nuove generazioni fasciste. Le quali non considerarono ripugnante il mito dello Stato totalitario ed erano anzi corrive a tradurre le promesse del fascismo in realtà, a realizzare compiutamente il mito. I giovani del movimento prendevano sul serio l'immagine che il fascismo dava di sé; il loro distacco dal fascismo iniziò quando si convinsero che questo non faceva sul serio o non aveva la capacità di realizzare il mito dello Stato nuovo, di portare fino alle estreme conseguenze la sua logica totalitaria. Ma, prima di questo distacco, sul quale ebbe un ruolo determinante la tragedia della guerra con una sofferta riflessione autocritica sull'esperienza del fascismo, i giovani credettero realmente che il fascismo fosse il portatore di una nuova civiltà europea. Il caso di Delio Cantimori è significativo: egli entrò nel PNF nel 1926, aveva letto la «Rivoluzione Liberale» di Gobetti e l'«Unità» di Salvemini; riconosceva l'importanza della rivoluzione sovietica; aveva letto spesso l'«Avantí!» e «Il Comunista», e tuttavia, in quel periodo, ha ricordato egli stesso, era «convinto che il fascismo aveva fatto e stava facendo la vera rivoluzione italiana, che doveva diventare rivoluzione europea» e riteneva «che bisognava lavorare su questa strada»: «ero convinto o credevo d'essere convinto che la strada giusta fosse per l'Italia quella dei fascisti: che mistero di stoltezza!». Il rapporto fra movimento e regime, centrato sul mito dello Stato nuovo, fu, dunque, un contrasto dialettico, non un contrasto di opposizione più o meno palese. L'atteggiamento di Bottai e del movimento nei confronti del regime fu caratterizzato, per così dire, da un consenso insoddisfatto. Per il «fascísmo-movimento», il regime, costruito nella fase iniziale della rivoluzione, rispondeva alle esigenze di una situazione storica, quando la necessità di «durare» aveva imposto compromessi con il vecchio mondo politico che i fascisti volevano distruggere. Il regime aveva dovuto utilizzare materiali del regime liberale, impastati con i contributi di varia provenienza, per consolidare le fondamenta del suo dominio politico. Il movimento considerava le strutture del regime l'ossatura del futuro sistema politico fascista, di cui il partito unico avrebbe dovuto essere il sistema nervoso, guidato dal capo e governato dalla supremazia del potere esecutivo. Il regime era dunque accettato senza riserve come un ottimo presidio per la «rivoluzione permanente», che però doveva ancora attuare il suo mito, creare lo Stato totalitario. Il movimento, in altri termini, condivideva con il regime (e con Rocco) la logica antiliberale e la convinzione che «il problema massimo dell'Italia moderna» era la creazione di «uno Stato unitario, forte, compatto, energico», ma in questo Stato il movimento voleva coinvolgere attivamente un numero sempre più vasto di cittadini. Abbiamo parlato di insoddisfazione del movimento: questa non era tanto determinata dal consueto contrasto fra ideale e realtà, o fra l'«essere» e il «dover essere», ma nasceva da una disposizione d'animo che trovava la sua corrispondenza «culturale» nella natura originaria del fascismo, nel dinamismo immanente alla logica totalitaria e allo «stato d'animo fascista»; in un atteggiamento verso la vita proiettato nel futuro, coerente e intrinseco al carattere originario del fascismo come movimento, al suo spiritualismo e al suo volontarismo. La tensione fra movimento e regime aveva, quindi, caratteristiche propriamente «fasciste», e si manifestava nell'impazienza del movimento per il modo in cui il fascismo procedeva verso l'attuazione dello Stato totalitario. I fascisti avvertivano come un senso di «squilibrio e di vuoto» costatando che l'unità monolitica del regime era superficiale e mostrava suture, sovrapposizioni, restauri che «stonano come su di un vecchio edificio stonano le sovrapposizioni degli stili». Il compromesso che il fascismo aveva accettato con il vecchio regime, per necessità e opportunità politiche, era stato utile per far «durare» la rivoluzione ma non esauriva la «missione storica» del fascismo; era una base di partenza non un punto di arrivo. Il movimento reclamava ed esercitava la critica verso il regime non per contrastare la sua natura autoritaria ma per accelerarne la trasformazione in senso totalitario, per far sì che «il popolo, tutto il popolo italiano, abbia chiaro e vivamente dominante dinanzi a sé il senso dello Stato», come si legge su «Critica Fascista» del 1° settembre 1929. Il fascismo, cioè, doveva procedere oltre la restaurazione dell'obbedienza e della disciplina nelle masse, compiuta da Rocco: doveva penetrare nelle coscienze, «plasmare - come scriveva un giovane fascista - spiriti, educare mentalità, affinare volontà, dare concezioni e costumi nuovi al tempo rinnovato»; la meta del fascismo, nella trasformazione dello Stato e della società, era l'integralismo totale, la «totale unità morale e spirituale della Nazione», affinché «tutte le forze della Nazione rispondano ad un unico comando, marcino in un unico senso, siano sottoposte ad un'unica disciplina... Il popolo deve sentire il Fascismo come il solo mezzo per cui ad esso è dato vivere in dignità di Nazione, e senza il quale la vita collettiva non avrebbe peso e significato». Questa era la prospettiva del movimento, la direzione verso la quale esso voleva far svolgere l'evoluzione del regime, la funzione e lo scopo dell'organizzazione collettiva che la rivoluzione fascista doveva creare. La meta era indicata senza equivoci nella numerosa e prolifica pubblicistica fascista durante il ventennio, e solo la scarsa attenzione prestata finora alla centralità del mito dello Stato nuovo nel fascismo ha potuto consentire la proposizione di interpretazioni su un «fascismo ideale» diverso, nei fondamenti ideologici e nelle intenzioni, dal «fascismo reale». Pur fra le elucubrazioni di un progettualismo verboso e velleitario, il movimento sollecitava la radicalizzazione della rivoluzione fascista fino alla fascistizzazione totale della società e delle classi, degli atti e delle coscienze degli italiani: «essere totalitari significa non sostare, ma conquistare tutti gli atteggiamenti del popolo, tutte le età, penetrare in ogni casa, introdurre il parlare fascista sempre e in ogni momento»; essere totalitari «è perciò una meta in divenire perché non si è mai abbastanza [sic.!]. Totalitario vuol dire anche nel senso nostro, che tutto il potere è al fascismo, ma la totalitarietà presuppone il consenso». Il fascismo doveva costituire un «regime di opinione pubblica» permanentemente collegato con le masse.

CONTINUA

_________________
" Forse che non conoscendo a fondo il pensiero del Duce si può affermare di essere fascisti? Noi diciamo di no! Che il fascismo non è istinto ma educazione e perciò è conoscenza della sua mistica,che è conoscenza di Mussolini" (N. Giani)


Ultima modifica di Marcus il Gio Feb 14, 2013 1:15 pm, modificato 6 volte in totale
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MessaggioInviato: Dom Gen 20, 2008 5:38 pm    Oggetto:  
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SECONDA PARTE

2. La partecipazione delle masse nello Stato fascista

La partecipazione delle masse era considerata un elemento essenziale per il passaggio dal regime autoritario allo Stato totalitario. Il tipo di partecipazione cui pensavano i fascisti non aveva nulla di affine, neppure negli ideali più «democratici» del cosiddetto «fascismo di sinistra», con le forme e i metodi della partecipazione competitiva delle democrazie parlamentari. La partecipazione attraverso la competizione dei partiti, fondamento della democrazia liberale, era considerata dal fascismo una falsa partecipazione, perché non esprimeva la volontà della nazione ma solo gli interessi privati dei gruppi organizzati, in conflitto fra di loro e in lotta ai danni dello Stato. Questo tipo di partecipazione apparteneva alla società borghese tradizionale, individualista e disorganica; conservato nella società di massa, produceva il caos sociale e la disgregazione dello Stato: l'organizzazione totalitaria era l'unica forma idonea alla società di massa per garantire la stabilità dello Stato e una «genuina» partecipazione del popolo. La cultura dell'organizzazione fornì al fascismo gli argomenti per una concezione «organica» della partecipazione, sui quali meditarono e discussero a lungo, specialmente nella elaborazione del corporativismo, Bottai e i fascisti totalitari. Per la cultura fascista dell'organizzazione, le forme di «partecipazione» tipiche della democrazia liberale erano residui di una società superata. Perciò, la «partecipazione fascista» non contemplava in alcun modo la possibilità di una liberalizzazione del regime, uno smantellamento dei suoi pilastri costitutivi, che erano parte integrante della «cultura fascista»: unicità del comando, supremazia del potere esecutivo, partito unico, organizzazione statale delle masse, integralismo ideologico. La «partecipazione fascista» doveva realizzare in modo totalitario il senso della comunità e della solidarietà sociale, educare le masse nella religione della patria e nel culto dello Stato. Il fascismo non pensava a una partecipazione conseguita attraverso la formazione di coscienze autonome, compiuta con atti consapevoli di libera scelta: il processo di partecipazione doveva, in effetti, coincidere con l'integrazione dell'individuo nelle organizzazioni dello Stato totalitario. La «partecipazione fascista» sarebbe stata così il risultato di una socializzazione fascista delle coscienze, dei sentimenti e dei comportamenti degli italiani, che doveva avere inizio dall'infanzia attraverso le organizzazioni totalitarie, che avrebbero accompagnato il cittadino in ogni manifestazione della sua esistenza. Nello Stato fascista, pienamente attuato l'ideale di integralismo totale, gli italiani non sarebbero diventati fascisti per atto autonomo di libera scelta, ma sarebbero nati fascisti come nascevano italiani. Lo Stato totalitario avrebbe insegnato agli italiani a pensare e a parlare naturalmente fascista. Lo Stato nuovo, nel mito fascista, assumeva la funzione del grande pedagogo formatore delle coscienze, che segue i cittadini «in tutto il loro sviluppo, e prima ancora del loro venire alla luce e formarsi, non abbandonandoli mai», per dare a tutti una coscienza e una volontà «unitarie e profondamente accentrate». Il fascismo avocò allo Stato il monopolio totalitario dell'educazione e di tutte le forme attraverso le quali questa si esplica, dalla formazione fisica alla formazione morale, per creare l'unità organica della nazione:
“Il Fascismo si direbbe che prenda gli italiani uno per uno allo scopo di foggiarlí in ogni senso secondo l'imperativo nazionale. Essi debbono diventare perfetti strumenti per il conseguimento dei fini dello Stato, come accadde con Roma che di tale pedagogia fu maestra insuperata perché intorno al proprio nome seppe creare una mistica ond'esso non era più quello di una città, ma di una entità addirittura divina, e l'esser cittadino romano significava essere partecipe di tale divinità. Il Fascismo ha creato una nuova categoria morale, quella per la quale vi sono atti che possono o non possono compiersi, non solo per non incorrere in sanzioni giuridiche o religiose o sociali, ma per il semplice fatto di essere italiani. Ciò esige un rinnovamento di coscienze di cui la nostra rivoluzione è al principio e che si opererà compiutamente quando saranno uomini coloro che ora si affacciano alla vita. L'uomo non può e non deve più restar solo, la sua vita deve essere una continua dedizione a quanto conta e vale di più di lui. Non può e non deve più celar nulla di sé perché tutti devono poter conoscere a che cosa egli può servire. Fin dal momento in cui nasce (ed in un certo senso anche prima) egli deve sentire in sé e su di sé la protezione non solo, ma anche la vigilanza della collettività nazionale ... Ciascuno deve saper che per qualunque sua attività egli fa parte di un tutto in guisa che senta ogni suo muscolo come motore di un sistema energetico. Appunto in tale coordinamento dei singoli ciascuno acquista coscienza del proprio valore e si compiace dello sviluppo della propria personalità assai meglio che non nella indefinita disponibilità di se stessi che danno la dottrina e la pratica del liberalismo” ( E. Bodrero, Roma e il Fascismo, Roma 1939, p. 52. ) . Il riferimento a Roma ha una particolare rilevanza ai fini del nostro tema. Il fascismo celebrò continuamente, fin dalle origini, il culto della romanità. Il senso del richiamo alla romanità è stato generalmente collegato dagli studiosi del fascismo alla sua velleitaria volontà di potenza imperialista, volta a ricostituire, con la guerra e la conquista, le dimensioni dell'impero romano. Anche in questo caso però la scarsa attenzione data finora alla centralità del mito dello Stato nuovo ha lasciato in ombra collegamenti molto più significativi ed essenziali per la comprensione dell'ideologia e della pratica politica del fascismo. Anche il culto della romanità, infatti, rientra nel complesso degli elementi che costituivano il mito dello Stato nuovo totalitario. Il fascismo guardava al mito di Roma non solo come potenza imperiale ma soprattutto come organizzazione politica, come l'espressione di «una concezione etico-religiosa in cui sono stati innalzati a simboli di fede le ragioni essenziali dell'esistenza e della forza dello Stato»: lo Stato romano era presentato da un dotto romanista dell'epoca, Pietro De Francisci, come modello storico di comunità totalitaria, «una costruzione in cui sono armonicamente inquadrati tutti i momenti e gli elementi essenziali dell'organizzazione e della vita politica», risultato di uno sviluppo «guidato da un continuo, ostinato, sapiente processo di integrazione, inteso a far partecipare alla vita della civitas e a disciplinare entro le sue strutture un numero sempre maggiore di cittadini, suscitando in essi la coscienza della funzione e della missione dello Stato romano e attribuendo ad essi un'attività responsabile in pace e in guerra» (P. De Francisci, Civiltà Romana, Roma 1939, pp. 42-8.). La tradizione della romanità, per Mussolini, era un patrimonio da utilizzare per infondere nel popolo italiano, privo di una tradizione nazionale comune (ad eccezione di quella cattolica), un mito capace di formare un'«anima collettiva», per dare alle masse il senso dello Stato; per dare prestigio, autorità e forza di suggestione mitica allo Stato fascista. Il mito della romanità - dello Stato romano - doveva diventare uno dei fattori della nazionalizzazione delle masse e del processo di integrazione delle masse nello Stato. A questo scopo, il fascismo attribuì una funzione di grande rilievo al problema dell'educazione delle masse, cui destinò la maggior parte delle istituzioni popolari del regime, dal partito alle organizzazioni del tempo libero. La pedagogia politica delle masse costituì la base per lo sviluppo dello Stato totalitario, lo strumento di trasmissione del mito dello Stato nuovo dalle elaborazioni culturali al sentimento delle masse.

3. La formazione dell'uomo fascista: il «cittadino soldato»

Sottoposte a un triplice processo di organizzazione, di integrazione e di educazione totalitarie, le masse non avrebbero considerato più lo Stato un ente remoto, estraneo e ostile, ma come l'ambiente naturale e normale della loro esistenza, l'unica condizione in cui poter svolgere pienamente la propria esistenza. In tal modo, il fascismo pensava di realizzare il sogno mazziniano della trasformazione delle masse in popolo, risultante di tutte le classi educate a vivere in una «comunità morale» fondata sull'unità di una fede politica, trasmessa nelle coscienze dei cittadini attraverso l'organizzazione capillare del regime, in ogni momento e aspetto della vita individuale e collettiva. La rivoluzione fascista non si proponeva la distruzione dei pilastri fondamentali della casa borghese, ma voleva rifare il carattere dei suoi abitatori; voleva essere una rivoluzione antropologica oltre che politica, e creare un nuovo carattere degli italiani:
“Dal Partito ai Sindacati, dalle grandi associazioni alle più minute l'immensa organizzazione del Regime deve diventare una specie di rete conduttrice di questa energia vitale che è la forza morale, la quale traducendosi in atti e fatti varrà a distruggere completamente i residui dei vecchi mali accumulati nel carattere italiano, e a ricreare questo chiaro, aperto, conscio di sé stesso e dei propri doveri, capace soprattutto di ogni sacrificio”. La fede aveva una parte determinante per il rifacimento del carattere e l'integrazione delle masse nello Stato: «Senza quella divina forza coesiva e propulsiva che è la fede non può realizzarsi né il rapporto (religioso) delle creature col Creatore, né quello etico degli individui collo Stato», perché attraverso la fede è possibile vincere l'egocentrismo dell'individuo e creare «l'individuo sociale, elemento capace di amalgamarsi nell'organismo nazionale, mediante la forza coesiva dei principi morali cioè col consenso alle leggi esterne, spontaneamente assimilate e fatte carne della propria carne». Il testo ufficiale di dottrina fascista usato nei corsi di preparazione politica insegnava ai giovani fascisti che «solo una fede può creare realtà nuove che esigano rinnovamento di coscienza negli uomini e dedizione sino al sacrificio di sé da parte di coloro che agli altri aprono la via». La fede doveva essere il cemento della comunità totalitaria, il valore discriminante fra i buoni cittadini e i cattivi, che dovevano essere confinati ed isolati dalla comunità. Secondo molti fascisti, del regime e del movimento, la fede era il requisito principale da richiedere nella selezione dei componenti la gerarchia fascista, e doveva precedere il criterio della competenza nella valutazione delle attitudini al comando. Solo la fede, affermava il fascismo, rivelava la totale adesione e partecipazione ai valori della rivoluzione, garantiva un'obbedienza pronta ed assoluta, manifestava la dedizione integrale alla nazione e allo Stato fino al sacrificio della vita. In virtù dell'organizzazione e dell'educazione nella fede politica del fascismo, gli italiani avrebbero interiorizzato il senso dello Stato fin dall'infanzia: «Sin dai più teneri anni l'idea dello Stato deve operare sulle giovani anime con la suggestione del mito che, crescendo l'età, si attua in forme di disciplina civile e di operante milizia». Ai bambini delle scuole elementari il fascismo insegnava: «Si può essere nel paradiso terrestre, ma il vero paradiso è ove si fa la volontà di Dio, che viene sentita anche attraverso la volontà dello Stato». Attraverso le organizzazioni del partito, lo Stato totalitario avrebbe formato i sacerdoti, i missionari, i soldati e i martiri della religione fascista; attraverso le organizzazioni sociali e culturali il fascismo avrebbe trasformato i cittadini in una massa di credenti nella religione della nazione e dello Stato, partecipi di una unità di sentimenti, di valori e di comportamenti, vivendo come comunità organizzata politicamente, socialmente ed economicamente nelle istituzioni del regime. Questo era l'obiettivo della politicizzazione delle masse perseguita attraverso l'organizzazione del consenso: «noi siamo, come in Russia, per il senso collettivo della vita, e questo vogliamo rinforzare, a costo della vita individuale. Con ciò non giungiamo al punto di trasformare gli uomini in cifre, ma li consideriamo soprattutto nella loro funzione nello Stato... Questo è quello che il fascismo vuol fare della massa: organizzare una vita collettiva, una vita comune, lavorare e combattere in una gerarchia senza gregge». Con l'educazione totalitaria il fascismo mirava a formare un «italiano nuovo»: non un tipo biologico né un nuovo tipo di «uomo in sé», ma un nuovo tipo di cittadino, il «cittadino soldato». Questo cittadino nuovo sarebbe stato distinto non tanto per qualità intellettuali quanto per qualità morali, soprattutto, cioè, per il carattere, costituito da fede, disciplina, coraggio, volontà: «Al carattere e non all'intelligenza - aveva affermato Le Bon - è dovuta la solidità della società, delle istituzioni e degli imperi. Il carattere è ciò che permette ai popoli di sentire e di agire. Essi non hanno mai guadagnato gran che a voler ragionare e pensare troppo». Il fascismo si sforzò di applicare alla lettera il principio enunciato da Le Bon, formando l'uomo fascista che avrebbe vissuto corpo e anima, interamente, nello Stato e per lo Stato. Il fascismo si proponeva di risolvere per questa via anche il problema dei rapporti fra le classi, senza abolirle; di realizzare una più avanzata giustizia sociale, rispetto al sistema capitalista liberale, senza annullare le disuguaglianze individuali e le divisioni sociali, anzi esaltando la gerarchia delle funzioni che ciascuna classe doveva svolgere nella vita dello Stato. Il cittadino dello Stato fascista, interiorizzando il senso dello Stato, avrebbe accettato una condizione umana che il fascismo riteneva immodificabile: la divisione fra le classi, fra le élites dirigenti e le masse, era intrinseca alla natura umana e necessaria per l'armonico svolgimento della vita collettiva. Il cittadino fascista avrebbe così sentito come normale e funzionale all'armonia degli interessi collettivi la divisione sociale e la gerarchia delle funzioni, e avrebbe ricevuto dallo Stato una porzione di cultura, di istruzione tecnica, di educazione morale e di partecipazione politica congrue alla sua classe. Ciò voleva dire, per il fascismo, conservare la divisione delle classi ma eliminare, per virtù dell'educazione e della fede comuni, l'egoismo delle classi nel nuovo sistema corporativo. Secondo l'utopia sociale del fascismo, la massa lavoratrice, resa consapevole della sua funzione necessaria, in quanto classe, per lo svolgimento della vita collettiva, avrebbe accettato con serenità e con gioia la sua posizione nella gerarchia dello Stato fascista in virtù di una forma di istruzione e di educazione atte a sviluppare un tipo di personalità adatta alla sua funzione, senza più nutrire ideali di livellamento e propositi di sovversione; mentre i ceti medi e la borghesia, più idonei per la loro posizione sociale a svolgere funzioni intellettuali e dirigenti, avrebbero ricevuto un tipo di educazione atta a formare «personalità integrali», fra le quali selezionare gli individui superiori per l'«aristocrazia del comando». Questa avrebbe dovuto essere formata da individui superiori per capacità e attitudini al comando, selezionati indipendentemente dalla loro origine sociale: con ciò, il fascismo affermava di non escludere la possibilità che cittadini della classe lavoratrice, particolarmente dotati, potessero essere scelti ed allevati come personalità integrali ed inclusi nell'«aristocrazia del comando». In questo senso, il fascismo prometteva di mantenere aperta la circolazione e il ricambio delle élites nell'ambito del «regime chiuso» e proclamò che lo Stato totalitario era una democrazia di massa, autoritaria ed organizzata, fondata sulla gerarchia delle funzioni. Nello Stato nuovo totalitario, ciascuna classe avrebbe svolto consapevolmente la propria attività nell'«armonico collettivo» per le esigenze e gli interessi superiori dello Stato, intuiti e indicati alle masse dagli individui superiori dell'«aristocrazia del comando». In questa prospettiva trova esatta collocazione il carattere antiborghese del fascismo, dove per «borghese» il fascismo non intendeva tanto una categoria sociale, caratterizzata dalla proprietà privata, quanto una categoria morale, caratterizzata dal senso del privato: «borghese» è colui che vuol vivere fuori dello Stato, che vuol difendere la sfera dei suoi interessi e dei suoi valori individuali e considera con scetticismo o indifferenza i valori, gli ideali, i doveri, le regole di comportamento conseguenti alla politica dell'«armonico collettivo» e della vita statale comunitaria; «borghese» è colui che vuole sottrarsi alla partecipazione e non vuole riformare il suo carattere per aderire integralmente, corpo e anima, alla religione fascista. In questo senso il fascismo, in quanto espressione di una forza politica autonoma, proclamò l'attacco alla «borghesia» individuata come insieme di ceti sociali tradizionali, che opponevano una resistenza passiva al processo di trasformazione totalitaria del carattere degli italiani e alla continuazione della rivoluzione fascista verso una più coerente radicalizzazione dei suoi obiettivi politici e sociali.

CONTINUA

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TERZA PARTE

4. La figura del «duce» nello Stato totalitario

Al vertice del regime, nell'empireo del carisma, era il duce. La figura del duce nel fascismo era così indissolubilmente immedesimata con la personalità di Mussolini, da non poter essere facilmente vista astratta da questa e considerata come una funzione dello Stato nuovo, tanto che durante il regime non fu mai pubblicamente neppure sollevato il problema politico-istituzionale di un eventuale gerarca-duce, diverso da Mussolini e suo successore. Il duce era Mussolini, una personalità carismatica eccezionale, sorta da una situazione eccezionale, per compiere una «missione storica». Tale il duce apparve ai fascisti negli anni del regime, tale fu presentato agli italiani per la venerazione con un culto speciale, e tale lo stesso Mussolini si considerò, probabilmente rappresentandosi a se stesso attraverso l'immagine del Capo descritta dai suoi autori Le Bon e Michels e, in particolare, attraverso la raffigurazione dell'uomo di Stato tracciata da Osvald Spengler nel Tramonto dell'Occidente. L'autentico uomo di Stato, aveva scritto Spengler, si distingue dai comuni politicanti perché è un fenomeno raro, «è storia divenuta persona, la sua volontà ha la direzione della storia, il suo carattere riflette la logica organica di essa»; egli agisce in modo creativo, è un educatore che trasforma « il tipo di interi strati sociali e di interi popoli»; «centro di un mondo attivo», egli è «creatore di una nuova vita, padre spirituale di una nuova razza». Questa immagine doveva apparire congeniale a Mussolini, il quale si sentiva e voleva essere soprattutto uomo di Stato e non semplicemente capo di partito e condottiero di masse. Nel Primo libro del fascista - la guida «necessaria per la cultura dello spirito come per i quotidiani rapporti dell'esistenza», destinata ad ogni italiano che voleva vivere da consapevole fascista - il duce era presentato come il centro motore dello Stato totalitario: era il creatore del fascismo, il rinnovatore della società civile, il dirigente supremo della vita nazionale, il Capo del popolo italiano: egli aveva conferito «un nuovo ordine e un nuovo scopo alla vita sociale», aveva chiamato gli italiani a partecipare alla vita dello Stato, voleva migliorare il popolo materialmente e moralmente, affinché «attraverso l'educazione e l'organizzazione politica, sindacale, sportiva, morale del Fascismo, diventi sempre più consapevole dei suoi fini, della sua missione nel mondo». La figura del duce, con questi tratti, si inserì agevolmente nel mito dello Stato nuovo totalitario assumendo, in un primo tempo, la funzione straordinaria della personalità carismatica che per atto di volontà aveva iniziato il processo storico di attuazione del mito nella realtà. Tuttavia, con la progressiva definizione dei caratteri e degli istituti del regime fascista, anche la figura del duce divenne istituzione dello Stato totalitario, con la «trasformazione graduale, da politica in giuridica, della qualifica di Duce o meglio Duce del Fascismo, collegata all'altra di Capo del Governo». La figura del duce cominciò ad acquisire vagamente il carattere di una funzione ordinaria propria del sistema politico fascista, la funzione del «Capo supremo del Regime, che si identifica ormai indissolubilmente con lo Stato»; «caratteristica saliente della forma di Regime attuata in Italia, per la estensione e l'intensità delle attribuzioni e prerogative che spettano al Duce, nella sua qualità, oltre che di Capo del Governo e di Capo di tutte le Forze Armate, di Capo del Partito Nazionale Fascista e di Presidente del Gran Consiglio del Fascismo». Il duce, nello Stato nuovo totalitario, aveva una «preminente funzione di direzione, di coordinamento, di propulsione in ogni campo dell'attività statale»; era il «supremo coordinatore e propulsore della funzione legislativa, come di ogni altra manifestazione ed attività della vita nazionale». È impossibile dire quale sarebbe stata la figura del duce in uno Stato fascista senza Mussolini, ma pensiamo sia plausibile affermare che essa corrispondeva ad una funzione politica coerente con il pensiero fascista e con il mito dello Stato nuovo, tanto da poterla considerare un elemento costitutivo di questo, prescindendo anche da Mussolini. L'idea del Capo era congeniale alla cultura dei fascisti, ad ogni livello; era logicamente complementare alla loro concezione della politica, delle masse, dell'organizzazione e della funzione del comando unico in uno Stato totalitario, dove la divisione dei poteri era cancellata per affermare il primato del potere esecutivo. Si potrebbe dire che lo Stato nuovo fascista richiedeva per sua natura la figura del duce, di un capo unico e sommo organizzatore di un «monarca» di Stato totalitario, come osservò Bottai, «espressione del popolo organizzato», che, nel caso specifico dello Stato monarchico fascista, avrebbe potuto essere una sintesi di re e duce: “ L'avvento delle “masse” sul terreno politico sostituisce il concetto di “organizzazione” a quello tradizionale di “costituzione”. Un Re chiuso nella costituzione è altrettanto inconcepibile, nel nostro tempo, quanto un Re assoluto. Lo Stato Moderno esige al suo sommo un “organizzatore”; un capo che sappia di continuo ordinarne energie e forze, nel loro mutevole svolgimento, dall'economico al sociale. Economicità e socialità: ecco, due dati prevalenti nei moderni Stati, che esigono un”organizzazione” assidua, di sempre nuove forme e regole. Un “organizzazione” vuole l’ “organizzatore” : un capo, cioè, il cui potere sia potere in atto, un fare, un agire, un ordinare diretto, immediato, non necessariamente legato alla lettera di leggi o costituzioni; un potere, (illeggibile), più organizzativo, che giuridico, che mira, cioè a creare forme e enti e istituti, che a definirne in formula i rapporti. In tal caso è, nel nostro Stato, il Duce. Svincolato dalla persona di Mussolini, il “duce” come istituto permanente può concepirsi aderente ad altra persona, che non sia, in uno stato monarchico, il Monarca? ” (Cit. in R. De Felice, Mussolini il duce, II. Lo Stato totalitario, Torino 1981, p. 40). Nella figura del duce, come istituto permanente dello Stato nuovo, prendeva forma definita l'idea dell'uomo di Stato vagheggiata dal radicalismo nazionale, diverso dall'uomo di Stato liberale espresso da una maggioranza parlamentare, da questa condizionato nella sua azione e vincolato alle regole della costituzione e delle leggi: l'uomo di Stato totalitario, il Capo, era in un certo senso superiore alle leggi in quanto interprete diretto della «volontà nazionale». Nel mito dello Stato nuovo elaborato dal fascismo, la figura del duce assumeva caratteri analoghi a quelli del pontefice nella Chiesa, di un supremo governante investito di un ruolo e di una funzione carismatica di comando. Anche lo Stato totalitario richiamava, nelle linee di costituzione e nella prospettiva di sviluppo vagheggiata dai fascisti, le forme di organizzazione della Chiesa cattolica. Questa rappresentava per i fascisti un modello di istituzione «totalitaria» un corpo misticopolitico già esistente, formato attraverso un'esperienza storica millenaria sulle strutture decadenti di un altro modello storico «totalitario», lo Stato romano: l'uno e l'altro, come lo Stato fascista, creazione della stirpe italica. La Chiesa era il modello di un «potere che assomma ed unifica le attività dei consociati, le imprime del suo carattere, fa dei suoi fini i fini più alti della loro vita civile, non tollera tentativi di scismi e di eresie civili». L'organizzazione della Chiesa cattolica era un modello di struttura gerarchica, costituita da un corpo di funzionari, da un'aristocrazia di dirigenti, da un capo unico assoluto e infallibile: tutti i membri dell'organizzazione, in ogni grado della gerarchia, provenivano «democraticamente», cioè senza pregiudizio per la loro condizione sociale di origine, dalla massa dei credenti.

5. Il culto politico fascista

Il riferimento alla Chiesa cattolica si trova sovente nella pubblicistica fascista e si inserisce in una serie di richiami al fascismo come religione laica, con un complesso di dogmi, di simboli e di riti che divenne parte integrante della politica di massa del fascismo e una componente essenziale dello Stato totalitario. Abbiamo già parlato degli elementi di tipo politico-religioso presenti nel radicalismo nazionale, della loro provenienza, della loro utilizzazione più o meno consapevole in una rudimentale nuova tecnica politica, che valorizzava l'irrazionalismo del mito e del sentimento per la nazionalizzazione delle masse e la creazione dell'unità organica della nazione nello Stato. Il fascismo, fin dalle origini, recepì questi elementi attraverso l'esperienza della nuova tecnica politica fatta da molti suoi fondatori durante le precedenti militanze nel radicalismo o nei movimenti rivoluzionari, ed elaborò progressivamente un vero e proprio culto politico di se stesso, della nazione e dello Stato. Chi osserva oggi le immagini delle adunate e delle cerimonie di massa del fascismo ha spontaneamente l'impressione di uno spettacolo grottesco. Le adunate oceaniche, i rituali, i discorsi di Mussolini, la coreografia delle manifestazioni, la monumentalità architettonica, l'uso dei simboli, le feste civili, la venerazione dei «martiri della rivoluzione», il culto del duce, il formalismo liturgico dello stile fascista appaiono come un sofisticato ma risibile apparato di propaganda, apprestato per manipolare e frastornare la coscienza delle masse da parte di spregiudicati demagoghi. Siffatta valutazione del culto politico fascista e delle sue manifestazioni di massa è esatta ma superficiale perché non considera - o non rileva nella giusta proporzione - la corrispondenza intrinseca fra questo culto e il pensiero politico fascista, la sua natura totalitaria, la sua intuizione della politica di massa attraverso la categoria del mito, la sua concezione dei rapporti fra lo Stato e le masse nel «nuovo ordine» totalitario che il fascismo voleva costruire. Considerando ciò, il culto politico fascista appare come un altro aspetto importante della «partecipazione fascista» delle masse, un altro canale di trasmissione del mito dello Stato nuovo nel sentimento della collettività. Attraverso i riti e i simboli del culto politico fascista, il mito dello Stato nuovo era oggettivato e reso percepibile dalle masse. Il culto politico doveva essere il tratto d'unione per mantenere vivo e saldo nelle masse il prestigio e l'autorità dello Stato, per alimentare periodicamente la fede politica nel fascismo. Anche la monumentalità fascista aveva una funzione simbolica, «dare un volto, una sensazione visibile e chiara di quella fede, della sua forza, della sua misura, della sua potenza» . Mussolini attribuiva molta importanza ai riti e ai simboli nella creazione di una tradizione: «ogni rivoluzione crea nuove forme, nuovi miti e nuovi riti, allora le vecchie tradizioni si devono utilizzare e trasformare. Nuove feste, gesti e forme si devono creare, affinché essi stessi divengano nuovamente tradizione». Feste, riti, simboli, tutto ciò che costituiva una tradizione era necessario per conservare l'entusiasmo delle masse attorno al fascismo: «Il saluto romano, tutti i canti e le date e le commemorazioni, sono indispensabili per conservare il pathos ad un movimento. Così è stato nell'antica Roma». Lettore assiduo di Le Bon, il duce ne aveva assimilato le considerazioni sulla funzione delle credenze di tipo religioso, dei riti e dei simboli per l'organizzazione delle masse e le applicò alla lettera: « Les religions ne possèdent pas seules le besoin de rites et de symboles. Le ròle de ces derniers est aussi important dans les institutions sociales, aux-quelles il donnent stabilité et prestige. Les fétes nationales, les grandes commémorations, les drapeaux, les statues, les pompes officielles, les robes des magistrats, l'appareil de la justice avec ses balances symboliques, sont les plus surs soutiens des traditions et de la communeauté des sentiments qui font la force des nations. » ( G. Le Bon, La vie des vérités, Paris 1920, pp. 38-9). Riti e simboli davano carattere collettivo alle credenze individuali, costituivano l'armatura della tradizione entro la quale la fede si conservava e si trasmetteva, sottraendo l'individuo alla solitudine e all'incertezza: attraverso riti e simboli, l'individuo sapeva, senza riflettere, quel che doveva dire e fare in qualsiasi situazione della sua esistenza sociale, rinunciando all'ansia della libera scelta e della responsabilità individuale per inserirsi in un mondo chiuso, ordinato e ritmato da una certezza e da una disciplina. Il fascismo inventò il suo culto politico, utilizzando alcune tradizioni del mazzinianesimo e del socialismo, le cerimonie patriottiche della grande guerra, i riti e i simboli del combattentismo, del futurismo, dell'arditismo e del fiumanesimo. Parliamo di invenzione (ma non di improvvisazione, considerando gli elementi precedenti di cui il fascismo poté giovarsi) perché pensiamo, allo stato attuale delle nostre conoscenze, che il fascismo non aveva alle spalle una tradizione di religione laica e di liturgia nazionale, largamente diffusa e condivisa da milioni di persone, analoga a quella che George L. Mosse ha rintracciato alle origini del culto politico nazista. Ciò spiega la fragilità del culto politico fascista; il senso di imposizione formalistica e grottesca che esso suscitò spesso negli italiani; l'ampia utilizzazione di riti e simboli della romanità; la predominanza assunta, nell'ambito del nuovo culto politico, dal culto speciale per il duce, che finì con l'assorbire ogni altro oggetto del culto e della fede politica fascista, compresi la nazione e lo Stato. Il culto politico fascista, a differenza del culto politico nazista, non era l'espressione di un avanzato processo di nazionalizzazione delle masse ma uno strumento per avviare la nazionalizzazione delle masse. Sarebbe però sbagliato, da queste osservazioni, giungere alla conclusione che il culto politico fascista fu un espediente ridicolo, artificialmente adottato per effetti propagandistici, irrilevante per conoscere la natura del fascismo. In realtà, anche il culto politico, adottato o inventato dal fascismo, era coerente con la sua logica totalitaria e con la sua intuizione dell'uomo e delle masse. I riti e i simboli del fascismo, le cerimonie del culto politico erano l'espressione di una intuizione della politica, percepita attraverso la categoria del mito, e collegata ad una concezione dell'uomo e delle masse, che si era sviluppata dalla «scoperta» dell’irrazionale nella vita delle masse e aveva una tradizione consolidata nella cultura del tempo. La massa, si legge in un manuale di teoria dello Stato fascista, «ha bisogno di spiritualismo, di religiosità, di catechismo, di rito; l'uomo desidera un potere spirituale affermativo e volentieri lo segue e ad esso ubbidisce; lo sente più aderente alla propria esistenza e trae da esso disciplina ed aiuto». Il fascismo attribuì una importanza fondamentale all'irrazionale nella attuazione del mito dello Stato nuovo. Lo Stato totalitario, si potrebbe affermare, non poteva per sua natura evitare di assumere il carattere di una istituzione religiosa, con riti e simboli, inglobante integralmente l'uomo nella sua realtà materiale e morale. Per il fascismo, riti e simboli rispondevano alla natura irrazionale dell'uomo e delle masse e grazie ad essi era possibile dare al singolo e alla collettività il senso di appartenenza ad una realtà superiore e dominante, ad un ordine più sano e più bello, stabile e perenne nel fluire del tempo, prefigurato nel mito dello Stato totalitario: “Nello Stato l'uomo realizza i più alti valori morali della sua vita e perciò supera tutto quello che è in lui di particolare: convenienze personali, interessi, la vita stessa, se è necessario. Nello Stato noi vediamo l'attuazione dei massimi valori spirituali: continuità oltre il tempo, grandezza morale, missione educatrice di sé e degli altri: perciò noi diciamo... che lo Stato è la sintesi ideale dei valori materiali e immateriali della stirpe e rappresenta la continuità delle generazioni.” (G. Bottai, Stato corporativo e democrazia, «Lo Stato», marzo-aprile 1930.)

CONTINUA

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QUARTA PARTE

6. Il mito dello Stato totalitario

Lo Stato totalitario appariva ai fascisti come il «nuovo ordine» capace di incanalare e utilizzare razionalmente l'energia dell'irrazionale entro le strutture della più alta organizzazione umana e, per questo, era l'unica formula capace di risolvere il problema delle masse e dello Stato, di conciliare ordine e mutamento. Attraverso l'organizzazione totalitaria dei cittadini, l'educazione integrale, il culto politico, la religione della nazione e dello Stato, il fascismo ambiva creare un sistema politico organico dotato di solide strutture materiali e di elasticità spirituale; non semplice regime di ordine ma «ordine nuovo» dinamico, Stato-movimento, che doveva vincere il tempo muovendosi col ritmo del tempo, capace di resistere al divenire della storia traendo da questo divenire, sperimentalmente, gli elementi per il suo continuo rinnovamento. Lo Stato totalitario, regime chiuso, sarebbe stato «capace di sviluppare dalla sua stessa perfezione elementi d'un ulteriore indefinito perfezionamento a contatto con la cangiante realtà, di necessità nuove, di quesiti nuovi che i tempi pongono». Il fascismo prometteva, con la realizzazione del mito dello Stato nuovo totalitario, persino la sconfitta del senso della morte e il trionfo di un «nuovo orgoglio della vita», che si sarebbe perpetuato nella dedizione alla comunità nazionale e nella partecipazione alla perenne realtà mito dello Stato: «L'affermazione più netta della spiritualità dell'uomo è la sua volontà di non morire, di essere un momento dell'universale, dell'eterno. L'universalità dell'uomo storico è la vita nella famiglia, nella Patria, nel genere umano, cioè nello Stato: l'universalità che si attua in chi prega e sente Dio, è vita dimentica di sé, è vita fuori del tempo e dello spazio». La costellazione degli elementi che costituirono il mito dello Stato nuovo elaborato dal fascismo risulta ora completa. Alcuni di essi giunsero al fascismo attraverso un percorso che era iniziato, dopo la nascita dello Stato unitario, dal complesso della rivoluzione incompiuta del Risorgimento, dall'insoluto problema delle masse e dello Stato. Altri furono prodotto nuovo delle situazioni in cui prese forma il fascismo, dopo il «grande evento» della guerra mondiale, che preparò le condizioni oggettive per il successo dei miti del radicalismo nazionale e dei nuovi miti del fascismo. Tutti questi elementi furono però amalgamati in una nuova sintesi, che non si peritava di celare la provenienza eterogenea dei suoi materiali, perché proprio in questa capacità di amalgamare dottrine, tradizioni ed esperienze diverse il fascismo faceva consistere la sua vitalità, la sua capacità di risolvere finalmente il problema delle masse e dello Stato, dell'ordine e del mutamento. Il mito dello Stato nuovo totalitario fu il contributo originale recato dal fascismo alla teoria e alla pratica dell'autoritarismo moderno, nella sua lotta contro la dignità dell'individuo, per impedire all'uomo di orientare, con atti consapevoli e responsabili, la propria esistenza in una «società aperta». Fra i movimenti antiliberali del nostro secolo, diretti alla soppressione della democrazia parlamentare, il fascismo fu il primo che ebbe una concezione totalitaria della politica e dello Stato, e la manifestò senza ambiguità, in tutte le sue espressioni ideologiche e pratiche. Il fascismo affermò il primato della politica, intesa come l'espressione più alta dell'esistenza umana, attività integrale dello spirito cui tutte le altre dovevano essere sottoposte, e tentò di realizzare la risoluzione totale del «privato» nel «pubblico», con la sottomissione dei valori attinenti alla vita privata (affetti, morale, religione, cultura, lavoro) al valore politico per eccellenza, lo Stato. Per i fascisti, lo Stato era la forma assoluta e insopprimibile della vita collettiva, il monumento storico più grande e perenne in cui si manifestava una nuova civiltà che, nel senso fascista, presupponeva appunto una organizzazione politica di tipo totalitario, cioè «un ideale omogeneo, una comunione di volontà, una continuità di impulsi, un blocco di energie, una permanenza di ordine, che non si possono attuare ed esplicare se non mediante un'organizzazione politica». Il mito dello Stato totalitario ha avuto un posto centrale nell'ideologia e nella pratica del fascismo: le iniziative, le scelte, i comportamenti, le realizzazioni, gli ideali e i miti del fascismo storico si riferirono costantemente, pur nel vario e mutevole atteggiamento degli uomini e delle situazioni, al mito dello Stato totalitario. Da questo mito derivò la connessione fra miti e istituzioni, non sempre coerente nelle forme evidenti e tuttavia legata ad una propria logica, totalitaria e fascista, che risalta nell'indagine storica, quando si esamini l'ideologia e la pratica del fascismo oltre la superficie delle incongruenze apparenti e della reale varietà di atteggiamenti. Solo in riferimento al mito dello Stato nuovo totalitario si può comprendere la dialettica movimento-regime, senza immaginare forme inesistenti di un fascismo antitotalitario e liberaleggiante. Inoltre, avendo presente la centralità di questo mito, è forse possibile fare ulteriori progressi nella individuazione dei caratteri storici specifici del fascismo italiano. Essa consente, a nostro parere, non solo di situare in una prospettiva più realistica i legami fra fascismo e radicalismo nazionale, ma anche di rilevare la specificità del fascismo italiano sia in riferimento alla questione del «totalitarismo» sia in riferimento al problema di un «fenomeno fascista» europeo, nell'epoca fra le due guerre mondiali. Oltrepassa il tema di questo libro l'analisi delle molteplici e importanti conseguenze che, secondo noi, derivano dalla centralità del mito dello Stato nuovo nel fascismo per la questione del totalitarismo e per la definizione del fenomeno fascista. I problemi relativi all'una e all'altra questione, di per sé, sarebbero materia per un altro libro. Ma alcune brevi considerazioni generali, in proposito, ci sembrano opportune, anche per completare il quadro dei problemi direttamente connessi con il mito dello Stato nuovo nel fascismo italiano. Dalla questione del totalitarismo sono nati non pochi equivoci per la definizione storica del fascismo. Nella letteratura sul totalitarismo è prevalsa la tendenza ad includere in un'unica categoria fenomeni storici molto diversi, come il fascismo il nazismo e il comunismo, rilevando un complesso di somiglianze e di analogie nelle forme di azione e di comportamento e nella organizzazione del potere. Noi pensiamo che - se non viene adoperata in un senso molto generale (come la categoria “Stato moderno”) per indicare una forma nuova di un dominio politico assoluto, che cancella la divisione dei poteri, da parte di un gruppo organizzato che impone il suo potere sull'intera società, senza possibilità di competizione e di alternativa - la categoria «totalitarismo» impone gravi sacrifici alla realtà storica quando accomuna fascismo, nazismo e comunismo, trascurando le loro sostanziali differenze: «Il concetto di totalitarismo - ha osservato giustamente Mosse - vela queste differenze, perché guarda il mondo esclusivamente dal punto di vista di un liberale». L'uso della categoria «totalitarismo», in questo modo, non è accettabile da un punto di vista propriamente storiografico, sempre che si consideri compito proprio dello storico accertare ciò che è specifico e caratteristico nei fenomeni del passato. Fascismo, nazismo, comunismo sono fenomeni storici con una specifica originalità e sono irriducibili ad un fenomeno unico. E ciò non solo per la ovvia diversità fra le tradizioni storiche, le condizioni sociali, le situazioni politiche dei paesi nei quali questi fenomeni si sono manifestati o per la diversità delle classi sociali che li hanno sostenuti maggiormente nella loro formazione, nella conquista del potere e nella politica del regime, ma anche per la diversità sostanziale dei loro miti rivoluzionari, a loro volta prodotti e condizionati dalle specifiche realtà oggettive in cui questi fenomeni maturarono. Questi movimenti-regimi mirarono a creare un «ordine nuovo» in base ai miti di cui si facevano portatori. E, fra di essi, soltanto il fascismo italiano assunse come mito principale e dominante il mito dello Stato totalitario; un mito che si riallacciava a una situazione storica e a una tradizione ideologica propriamente italiana, mentre proiettava la sua azione nel futuro, in una prospettiva che non corrispondeva né con quella nazista né, tanto meno, con quella comunista. Per il nazismo e per il comunismo, lo Stato totalitario non era la meta delle loro rivoluzioni, ma il mezzo per attuare un mito, il dominio del Volk o la società senza classi. Una volta realizzata la società senza classi, l'«ordine nuovo» comunista si sarebbe liberato dello Stato come l'adulto di libellula si libera definitivamente dell'esuvia. Per í nazisti, lo Stato non era un istituto da estinguere ma lo strumento per realizzare i fini del popolo tedesco: garantire l'esistenza della razza e la sua conservazione, preservarne la purezza e l'omogeneità, assicurare al popolo tedesco l'unità e la massima libertà d'azione nella politica del mondo, cioè il predominio sulle razze inferiori. Hitler aveva espresso chiaramente nel Mein Kampf la sua concezione dello Stato come strumento: lo Stato è la condizione preliminare per creare una superiore civiltà, ma non il motivo per cui ciò avviene, perché il motivo è determinato soltanto dalla presenza di una razza destinata alla civiltà; la razza, non lo Stato, è creatrice di civiltà; lo Stato è il recipiente, la razza il contenuto, e il valore dello Stato dipende esclusivamente dalla sua capacità a contenere e custodire la razza, «altrimenti non ha senso». Per il nazismo, la razza precedeva, come dato e valore, lo Stato; determinava la sua forma e la sua funzione, orientava e decideva la sua azione. Dopo la conquista del potere, il nazismo detronizzò lo Stato e affermò il primato del Volk organizzato nel movimento, di cui lo Stato era il mero organo esecutivo: il popolo tedesco, affermò Carl Schmitt, ha messo da parte il primato dello Stato: «Oggi, per il popolo tedesco, lo Stato non è più fine a se stesso, ma soltanto un mezzo... Il popolo tedesco oggi si serve dello Stato come d'un organismo da esso stesso creato. Lo può conservare senza sottomettersi ad esso; può valersene, senza trattarlo come meccanismo morto, senza disfarlo e senza abusarne». Nel sistema politico nazista, il centro motore, «il cuore che tutto vivifica ed abbraccia» era il movimento, cioè il partito nazista «portatore del pensiero spirituale», forza centrale e dominatrice. Da questi accenni risulta evidente che, sul tema dello Stato, nazismo e fascismo ebbero atteggiamenti molto diversi, che coinvolgono l'intero complesso dei loro miti, del loro sviluppo storico e dei loro istituti, così come è evidente - al di là di indubbie analogie e consapevoli allineamenti fra i due regimi - la diversità di origine, di propositi e di prospettive delle due «rivoluzioni». Resta fermo il fatto che, per il fascismo, il primato dello Stato era assoluto e indiscutibile sia rispetto al popolo, che solo l'azione dello Stato poteva formare in nazione, sia rispetto al partito, che era uno degli strumenti dello Stato per nazionalizzare il popolo. I fascisti considerarono lo Stato un valore e un fine ottimo in sé, meta e veicolo della rivoluzione, contenuto e condizione di una «nuova civiltà politica». La costruzione dello Stato totalitario rappresentò per il fascismo il culmine della sua missione nazionale e, insieme, la creazione di un monumento di «nuova civiltà», che avrebbe resistito alla lima del tempo e sarebbe stato modello di ordine e di armonia per una umanità travolta dalla crisi della civiltà capitalista, dalla minaccia del comunismo e dalle convulsioni della modernità. Il mito dello Stato totalitario, nella prospettiva del fascismo, travalicava i confini nazionali per poter diventare mito valido per tutti i popoli europei, garanzia di sicurezza e di stabilità «per l'anima dei popoli che hanno perso la fede e con essa l'unico punto fermo della loro esistenza, l’Ubi consistam sul quale possano fiduciosamente riposarsi e trarre, fra le asperità della indiavolata vita moderna, un sospiro di sollievo» . In tal modo, specialmente nell'ideologia delle nuove generazioni, il fascismo recuperava il mito mazziniano dell'italianismo, annunciandosi portatore di civiltà per i popoli moderni, con un nuovo primato, rappresentato dal valore universale dello Stato totalitario. In tal senso, i fascisti protestavano la funzione rivoluzionaria del mito dello Stato totalitario, la sua dimensione nazionale ed europea e la sua «modernità» perché rispondente alle esigenze della società moderna occidentale, capace di risolvere con una formula nuova i problemi dell'epoca storica iniziata con la Rivoluzione francese, mentre molti fascisti rifiutarono l'assimilazione con i vari movimenti e regimi autoritari di destra, compreso il nazismo, che pullularono nell'Europa fra le due guerre mondiali. Questi, secondo i fascisti, rimanevano prigionieri di un pregiudizio tradizionalista, conservatore, nazionalista o razzista, e non potevano perciò aspirare a rappresentare una vera alternativa europea alla minaccia rivoluzionaria del comunismo, a svolgere una missione di «nuova civiltà» per tutti i popoli dell'Occidente, come invece avrebbe fatto il fascismo, in virtù dei principi dello Stato totalitario e delle qualità «universali» della stirpe italica: «Il Fascismo non è chiuso in se stesso, ma è europeo e si pone come europeo: e in verità, non come paladino di una nuova Santa Alleanza e di una nuova Restaurazione, ma di una nuova Rivoluzione, che ponga fine al plutocratismo materialistico moderno». La «nuova Europa» che il fascismo vagheggiava di riordinare, dopo la vittoria dell'Asse, quasi in concorrenza con il programma di «ordine nuovo» nazista, non avrebbe dovuto essere organizzata unicamente sulla base di una brutale ricomposizione di rapporti di forza, con la supremazia di una razza o di una classe, ma secondo i princìpi dell'organizzazione totalitaria, di cui il fascismo rivendicava l'originalità e la validità nei confronti del nazismo. Alla vigilia del crollo, il fascismo agitava ancora la bandiera del mito dello Stato nuovo: “Rivendichiamo al Fascismo di aver per primo intesa la necessità di una razionale organizzazione della Società, di una riforma dello Stato in senso collettivo, di una subordinazione dell'economia alla politica, dell'immissione di nuove esigenze e di nuove forze nella vita dello Stato. Solo nello Stato esse possono trovare la loro sistemazione, il loro organico e normale funzionamento attraverso istituti... Lo Stato è, deve essere per tutti, appunto la traduzione in legalità ed istituti delle esigenze di tutti, masse e aristocrazia, la loro razionale espressione e sistemazione. Il pensare diversamente è solo una forma di reazionarismo e di oscurantismo politico, vengano essi dalla sinistra o dalla destra, è una cieca idolatria, sia del collettivismo che dell'individualismo: laddove il compito dello Stato è quello di aprire gli occhi dei cittadini, di educare la coscienza politica, e non con la semplice teoria o con la propaganda o con la forza che sono solo mezzi sussidiari - ma con la creazione degli istituti o col loro rivoluzionario aggiornamento e il loro regolare funzionamento”. Allo scoppio della seconda guerra mondiale, la democrazia liberale, che negli anni Trenta era considerata minata da un male incurabile, parve esposta a una sconfitta mortale da parte dei regimi totalitari. Il fascismo prometteva, dopo la vittoria dell'Asse, di cancellare dall'esperienza e dalla coscienza dei popoli europei il patrimonio della tradizione democratica liberale e di riorganizzare l'Europa con i principi dello Stato totalitario. Nel «nuovo ordine» il fascismo prometteva di compiere un radicale capovolgimento di valori: il primato della comunità nazionale e dello Stato totalitario avrebbe sostituito la dignità e la responsabilità dell'individuo; il dogmatismo della religione laica e il pensiero mitico avrebbero sostituito la libertà di pensiero e il razionalismo critico; la politicità integrale dell'esistenza avrebbe sostituito i valori della morale tradizionale e risolto il conflitto fra morale e politica, affermando il primato della politica: “Nell'Europa di domani la questione principale che dovrà essere affrontata sarà quella dello Stato e della Nazione. Così il problema politico si porrà ancora nei termini sempre sottintesi nell'opera di Machiavelli. Le angustie e le intolleranze nazionali dovranno essere superate e lo Stato, pur ravvalorandosi ancora ed estendendo i suoi poteri, acquisterà forme composite, ispirate al criterio d'un imperialismo nuovo, non distruttore, snazionalizzatore e assimilatore, come l'imperialismo dei paradossi dell'equilibrio, ma equamente e robustamente gerarchizzato. È fatale che le nazioni piccole e deboli vedano invertito il loro ruolo; ... è giusto che l'ordine nuovo, pur rispettando l'integrità etnica e culturale dei piccoli popoli, li incorpori in comunità capaci di sopravvivere in un mondo che rimpicciolisce e si semplifica... bisogna che i piccoli si conformino al principio che è più giusto che il forte sia forte e che il debole sia subordinato. Invece di una morale politica falsamente cristiana e arieggiante al nirvanico del pacifismo ed europeismo, dalla forma delle cose e dalla tensione degli uomini si sprigionerà una morale più sana, più schiettamente biblica e romana, che formerà il clima politico dei prossimi secoli... Il dualismo morale, l'antinomia di morale e politica, non mai sopita in una composizione meccanica, tende a risolversi in una netta precedenza e prevalenza della politica. Ad essa restano sempre subordinate economia e finanza, che però ricevono da questa subordinazione più stretta nuovi potenti impulsi e una sistemazione razionale: l'idealizzamento di questi rapporti di dipendenza che si raccorciano si chiama identificazione, il procedimento, statizzazione. Veramente lo Stato vuole attuare in pieno l'assolutezza del suo concetto, farsi mondo chiuso, autarchia, totalitarismo immediato, immanenza così esasperata da prendere gli attributi della divinizzazione. Altro che associazionismo evanescente. Se lo Stato solleva in una sfera più consapevole le categorie della produzione e del lavoro, se ravvalora ed estende l'ordinamento economico, è solo per attingere in una superiore compiutezza quelle ragioni di vita e di potenza che devono aiutarlo a risolvere quei problemi di pacifica e proficua convivenza plurinazionale che si chiamano spazio vitale e nuova Europa.” La storia ha seguito un corso diverso da quello che il fascismo considerava quasi irreversibile e che doveva condurre alla distruzione della democrazia liberale e del sistema parlamentare in Europa. Il mito dello Stato nuovo fu travolto, con le forze che lo avevano sostenuto, nella catastrofe più grave patita dall'Italia durante l'epoca moderna, una catastrofe cui il fascismo condusse il paese per il dinamismo perverso della sua logica totalitaria. La democrazia parlamentare trionfò sul mito dello Stato nuovo, riacquistando nuovo prestigio dalla prova della guerra e dagli orrori del fascismo. Il mito dello Stato nuovo perse qualsiasi potere di attrazione nella cultura e nella coscienza politica degli italiani. La tragedia della guerra scrollò fino alle fondamenta lo Stato creato dalla rivoluzione del Risorgimento: poiché il fascismo aveva proclamato la guerra anche in nome degli ideali nazionali, la sconfitta non solo distrusse il fascismo ma diede anche un colpo gravissimo al prestigio dell'ideologia nazionale, che era stata alla base dello Stato unitario e ne aveva garantito la legittimità storica. Associando il valore della nazione al mito dello Stato totalitario e alla distruzione delle libertà politiche, il fascismo inquinò il patrimonio risorgimentale e contribuì alla sua decadenza. L'Italia repubblicana fu creata, in gran parte, da forze politiche e sociali che si ispiravano a valori estranei alla tradizione risorgimentale e che non si identificavano interamente con lo Stato nazionale, anche se confermarono l'intangibilità dell'unità politica e il rispetto dei valori patriottici. Queste forze, che più largamente esprimevano la varietà delle componenti sociali e culturali della collettività, erano diverse per formazione sociale, tradizione e ideali, ma avevano in comune la dichiarata fedeltà alla democrazia parlamentare, accettata come la condizione necessaria e insostituibile per lo sviluppo di una nuova democrazia sociale, variamente intesa ma che non aveva, fra i suoi elementi fondamentali, i temi del radicalismo nazionale e il mito dello Stato nuovo. Da questo punto di vista, la nascita dello Stato repubblicano, dopo la riconquista delle libertà politiche e la restaurazione della democrazia parlamentare, segnò una svolta importante nella storia dell'Italia contemporanea: fu la fine di un'epoca della cultura e della coscienza politica italiane e l'inizio di un periodo nuovo di travagliata vita democratica in cui «Stato» e «nazione» non costituivano più le categorie politiche fondamentali della vita collettiva.

FINE

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" Forse che non conoscendo a fondo il pensiero del Duce si può affermare di essere fascisti? Noi diciamo di no! Che il fascismo non è istinto ma educazione e perciò è conoscenza della sua mistica,che è conoscenza di Mussolini" (N. Giani)
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