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Il fascista che non t'aspetti...
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tribvnvs
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Registrato: 04/04/06 23:22
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MessaggioInviato: Dom Set 06, 2015 12:53 am    Oggetto:  
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Valenti Paolo, il noto giornalista televisivo a lungo direttore della famosa trasmissione sportiva "90° minuto", fu durante la RSI redattore del giornaletto fascista "Avanguardia" ed autore di numerosi articoli sulle azioni delle FFAA repubblicane.
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tribvnvs
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MessaggioInviato: Gio Mar 17, 2016 8:44 pm    Oggetto:  
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Garrone Riccardo
il noto attore dalla lunga carriera, che recentemente aveva raggiunto una nuova popolarità con il fortunato ruolo del S. Pietro nella pubblicità del caffè Lavazza, da poco scomparso, giovanissimo militò nella Decima Mas.
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tribvnvs
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MessaggioInviato: Ven Ott 14, 2016 2:32 am    Oggetto:  
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Solo per motivi di attualità si riporta il seguente post già presente nella sezione - più adeguata - "gli antifascisti che leccavano i piedi al regime"

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DARIO FO

Dario Fo si arruolò a 18 anni come volontario prima nella contraerea della RSI, quindi nel battaglione Azzurro di Tradate (paracadutisti) e da qui transitò ai paracadutisti del battaglione Mazzarini della GNR (reparto fascistissimo dunque!). Il 9 giugno 1977, quando Fo era ormai da anni celebre per il suo lavoro teatrale Mistero buffo , un piccolo giornale di Borgomanero (Novara), Il Nord , pubblicò una lettera di Angelo Fornara che ne raccontava i trascorsi repubblichini. Fo sporse querela con ampia facoltà di prova, ma il processo non ebbe l'esito da lui sperato. Secondo quanto riferì Il Giorno (8 febbraio 1978), l'attore disse in aula che il suo «arruolamento era una questione di metodi di lotta partigiana» per coprire l'azione antifascista della sua famiglia. Ma le testimonianze furono implacabili.
Il suo istruttore tra i parà, Carlo Maria Milani, mise a verbale: «L'allievo paracadutista Dario Fo era con me durante un rastrellamento nella Val Cannobina per la conquista dell'Ossola, il suo compito era di armiere porta bombe». “L'allievo paracadutista Fo era un fedelissimo fascista” – aggiunse, peraltro conditio sine qua non di arruolamento o di transito nella GNR.
E l'ex comandante partigiano Giacinto Lazzarini lo inchiodò: «Se Dario Fo si arruolò nei paracadutisti repubblichini per consiglio di un capo partigiano, perché non l'ha detto subito, all'indomani della Liberazione? Perché tenere celato per tanti anni un episodio che va a suo merito?». Una testimone, Ercolina Milanesi, lo ricorda «tronfio come un gallo per la divisa che portava e ci tacciò di pavidi per non esserci arruolati come lui. L'avremmo fatto, ma avevamo quindici anni...».
L'11 marzo 1978, mentre il processo contro gli accusatori di Fo era in pieno svolgimento, Luciano Garibaldi pubblicò sul settimanale Gente una foto dell'attore in divisa della Repubblica sociale (altissimo, magrissimo come è sempre stato) e un suo disegno dove appaiono alcuni camerati con le anime dei partigiani uccisi che escono dalle canne dei mitra («Sono apocrife e aggiunte da altri», si difenderà). Il 7 marzo 1980 il tribunale di Varese stabilì che «è perfettamente legittimo definire Dario Fo repubblichino e rastrellatore di partigiani». Il futuro premio Nobel non ricorse in appello e la sentenza divenne definitiva (che vuoi ricorre? ).



NORBERTO BOBBIO

Norberto Bobbio da studente si era iscritto al Guf, l'organismo universitario fascista, e poi aveva mantenuto la tessera del partito, indispensabile per insegnare. Colpito per frequentazioni non sempre ortodosse da una lieve sanzione che avrebbe potuto comprometterne la carriera, Bobbio cercò ovunque raccomandazioni per emendarsi. Suo padre Luigi si rivolse al Duce, lo zio al quadrumviro De Bono, lo stesso giovane docente a Bottai («con devota fascistica osservanza»). Lo stesso Bobbio indirizzò una pietosa lettera di ammenda al Duce (riportata di seguito). Fu interessato anche Giovanni Gentile, che intervenne con successo presso Mussolini. Alla fine, Norberto ebbe la cattedra tanto desiderata, anche perchè la famiglia era di provata fede fascista. Nel dopoguerra, Bobbio diventò un maître à penser della sinistra riformista italiana. Ma alla fine la stampa rese noti i suoi "compromessi" col regime e il tarlo del passato lo consumò fino a una clamorosa intervista liberatoria rilasciata il 12 novembre 1999 a Pietrangelo Buttafuoco per Il Foglio : «Ero, come posso dirlo? Come posso dirlo senza mascherarmi nell'indulgenza con me stesso? Ero immerso nella doppiezza, perché era comodo fare così. Fare il fascista tra i fascisti e l'antifascista con gli antifascisti. Oppure, e lo dico per dare un'interpretazione più benevola, era solo uno sdoppiamento quasi consapevole tra il mondo quotidiano della mia famiglia fascista e il mondo culturale antifascista. Uno sdoppiamento tra il me politico e il me culturale.» ».

Lettera di supplica di Bobbio al Duce:

« Torino, 8 luglio 1935 XIII

Eccellenza!
Vostra Eccellenza vorrà perdonarmi se oso rivolgermi direttamente a Lei, ma la cosa che mi riguarda è di tale e così grande importanza che non credo vi sia altro mezzo più adatto e più sicuro per venire ad una soluzione. Io, Norberto Bobbio di Luigi, nato a Torino nel 1909, laureato in legge e in filosofia, sono attualmente libero docente in Filosofia del Diritto in questa R. Università; sono iscritto al P.N.F. e al Guf dal 1928, da quando cioè entrai all’Università, e fui iscritto all’Avanguardia Giovanile nel 1927, da quando cioè fu istituito il primo nucleo di Avanguardisti nel R. Liceo d’Azeglio per incarico affidato al compagno Barattieri di San Pietro e a me; per un’infermità infantile, che mi ha lasciato l’anchilosi della spalla sinistra, sono stato riformato alla visita militare e non ho mai potuto iscrivermi alla Milizia; sono cresciuto in un ambiente familiare patriottico e fascista (mio padre, chirurgo primario all’Ospedale S. Giovanni di questa città, è iscritto al P.N.F. dal 1923, uno dei miei due zii paterni è Generale di Corpo d’Armata a Verona, l’altro è Generale di Brigata alla Scuola di Guerra); durante gli anni universitari ho partecipato attivamente alla vita e alle opere del Guf di Torino con riviste Goliardiche, numeri unici e viaggi studenteschi, sì da essere stato incaricato di tenere discorsi commemorativi della Marcia su Roma e della Vittoria agli studenti delle scuole medie; infine in questi ultimi anni, dopo aver conseguito la laurea in legge e in filosofia, mi sono dedicato totalmente agli studi di filosofia del diritto, pubblicando articoli e memorie che mi valsero la libera docenza, studi da cui trassi i fondamenti teorici per la fermezza delle mie opinioni politiche e per la maturità delle mie convinzioni fasciste.
Il 15 maggio di quest’anno sono stato perquisito dalla polizia politica (perquisizione che fu anche estesa a mio padre e a mia madre) e per quanto la perquisizione non abbia trovato nulla di importante fui arrestato e tenuto in prigione per sette giorni in attesa di un interrogatorio; dopo un interrogatorio di pochi minuti, di cui si è steso verbale, fui subito rilasciato. Tutto questo avvenne senza che mi si dicesse mai quali erano i motivi che avevano condotto a questi provvedimenti a mio carico, dal momento che nell’interrogatorio non mi furono opposte specifiche accuse, ma mi furono semplicemente chieste informazioni sulla conoscenza che risultava io avessi di persone non fasciste, domanda a cui io risposi, com’è scritto nel verbale, che «essendo miei compagni di scuola o miei coetanei, non potevo fare a meno di conoscerli», e mi fu quindi chiesta la ragione per cui avevo collaborato alla rivista «La Cultura», fatto di cui ho dato giustificazione in una lettera del 27 di giugno, richiestami da S. E. Starace, attraverso la Federazione di Torino.
Avevo legittime ragioni per credere che la questione incresciosa fosse risolta, quando oggi ricevo intimazione di presentarmi il giorno 12 corrente davanti alla Commissione provinciale della Prefettura per presentare le mie discolpe, «esaminata la denuncia di ammonizione […] visti gli atti relativi da cui risulta che con la sua attività svolta in unione a persone deferite di recente al Tribunale Speciale per appartenenza alla setta ‘giustizia e libertà’, si è reso pericoloso agli ordinamenti giuridici dello Stato».
Ignoro quali siano gli atti da cui possa risultare tutto questo complesso di accuse, dal momento che risultarono negative a mio riguardo sia la perquisizione, sia l’interrogatorio; né posso credere che possa costituire valido argomento di accusa la perquisizione fattami di una fotografia del dott. Leone Ginzburg in data 1928 (quando entrambi avevamo 19 anni, nel periodo in cui eravamo compagni di scuola); né tanto meno la collaborazione da me prestata (collaborazione che si riduce ad una recensione pubblicata nel numero di marzo di quest’anno) alla rivista «La Cultura», che è una delle più antiche e note riviste letterarie italiane, dal momento che questa collaborazione non poteva celare per evidenti motivi, né da parte mia né da parte di coloro che mi invitavano a collaborare, nessun sottinteso politico, ma dimostrava semplicemente in me il desiderio di cooperare modestamente ed onestamente ad un’attività culturale pubblicamente apprezzata e controllata.
Dichiaro in perfetta buona fede che l’accusa su riferita, che non è soltanto nuova ed inaspettata ma anche ingiustificata, date le risultanze della perquisizione e dell’interrogatorio, mi addolora profondamente e offende intimamente la mia coscienza fascista, di cui può costituire valida testimonianza l’opinione delle persone che mi hanno conosciuto e mi frequentano, degli amici del Guf e della Federazione.
Rinnovo le mie scuse a Vostra Eccellenza se ho presunto di voler fare giungere sino a Lei le mie parole, ma mi ha spinto la certezza che Ella nel Suo elevato senso di giustizia voglia fare allontanare da me il peso di un’accusa, a cui la mia attività di cittadino e di studioso non può aver dato fondamento e che contrasta con quel giuramento che io ho prestato con perfetta lealtà. Le esprimo il sentimento della mia devozione.
Norberto Bobbio
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MessaggioInviato: Dom Feb 26, 2017 12:30 am    Oggetto:  
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Berto Giuseppe lo scrittore trevigiano, che fu anche sceneggiatore di cinema (molto in voga negli anni '60) fu volontario in AOI prima e nelle CCNN poi durante la 2a GM (esperienza quest'ultima raccontata nell'autobiografico "Guerra in camicia nera").
Dal fatto di non aver mai rinnegato le sue idee derivava l'ostracismo che la critica e il mondo letterario dell'epoca ostentava contro di lui. E, almeno in parte, a questo ostracismo era dovuto "Il male oscuro", la depressione, malattia che affliggeva lo scrittore e che egli raccontò in un romanzo autobiografico di grande successo.

Comisso Giovanni lo scrittore trevigiano, già volontario nella 1a GM e poi legionario fiumano, aderì immediatamente al fascismo scrivendo su numerosi giornali e periodici fascisti. Collaborò, tra l'altro, alle riviste Camicia Nera, Solaria, L'Italiano di Leo Longanesi, al settimanale Il Mondo e al quotidiano Il Corriere della Sera nel periodo in cui era diretto da Ermanno Amicucci, tra il dicembre 1943 e il settembre 1944, durante la R.S.I.
Nel dopoguerra non condividendo i principi del comunismo né l'estetica del neorealismo si trovò ideologicamente e culturalmente isolato, ma non gli mancarono svariati premi e riconoscimenti da parte della critica.
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