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MessaggioInviato: Lun Ott 05, 2009 2:34 pm    Oggetto:  
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Leggete anche questa intervista di Parlato sul suo libro sul neofascismo, è molto istruttiva...:


Neofascisti una storia taciuta. La nascita del Msi favorita da USA

(La Repubblica, GIOVEDÌ, 09 NOVEMBRE 2006, Pagina 50 – Cultura)

I contatti segreti Di Romualdi e Borghese con agenti dell´Oss durante la guerra

Nel Dopoguerra Capi della decima Mas reclutati per addestrare reparti israeliani


Simonetta Fiori

Esce oggi dal Mulino un documentato libro sul neofascismo in Italia a cura dello storico Giuseppe Parlato. Un volume ricco sul piano della ricerca (materiali anche inediti, tratti dagli archivi americani e dagli archivi privati dei protagonisti, oltre che carte riservate del ministero degli Interni), ma che non mancherà di suscitare discussione sia per alcune interpretazioni, sia per l´intonazione complessiva, che pare ispirata da un sostanziale superamento della bussola antifascista. Fascisti senza Mussolini - questo il titolo, con il sottotitolo: Le origini del neofascismo in Italia 1943-1948 - esce a ridosso del sessantesimo anniversario del Movimento Sociale Italiano, fondato a Roma il 26 dicembre del 1946. Parlato ne rovescia la tradizionale lettura d´un partito meramente nostalgico, lumeggiando i rapporti con gli Usa in funzione anticomunista. Un´estesa trama di contatti - quelli tra neofascisti e amministrazione americana - che risale a prima della fine della guerra, grazie al lavoro di tessitura di alcuni fascisti clandestini al Sud, oltre che di Borghese e Romualdi, con ambienti dei servizi segreti statunitensi. Non mancano pagine sorprendenti, specie sul reclutamento nell´immediato dopoguerra degli uomini della Decima Mas (tra le più zelanti nel difendere il Führer dell´Olocausto) come addestratori dei reparti d´assalto israeliani. L´autore di Fascisti senza Mussolini è un allievo di Renzo De Felice, insegna Storia contemporanea alla Libera Università San Pio V di Roma, presso la quale ricopre la carica di Rettore. È anche vicepresidente della Fondazione Ugo Spirito.



Professor Parlato, lei riconduce le origini del Movimento Sociale al fascismo clandestino operante tra il 1943 e il 1945 nel Sud dell´Italia liberata.

«Sì, da lì discendono una serie di legami che consentono di leggere la nascita del Msi in modo totalmente diverso: non un movimento di reduci, ma una forza atlantica e nazionale nel quadro della Guerra fredda. Tra i personaggi-chiave della tessitura segreta negli anni della guerra spicca il principe Valerio Pignatelli della Cerchiara, un irrequieto e romantico personaggio mandato nel Sud per organizzare i gruppi fascisti. Le carte che ho consultato nei Nara, i National Archives and Records Administration, mostrano i contatti del nobile calabrese, che di fatto era il capo del fascismo clandestino, e soprattutto della sua influente moglie con ambienti dell´Oss, che facevano capo ad Angleton».

Quali episodi le paiono rivelatori?

«Nell´aprile del 1944 la principessa Pignatelli - che aveva collaborato con il marito nella creazione di una vasta rete clandestina tra Calabria, Campania, Puglia e Sicilia - attraversò l´Italia scortata da agenti dell´Oss. Ora appare sconcertante che in piena guerra la moglie di uno dei capi riconosciuti del fascismo clandestino meridionale potesse tranquillamente varcare le linee, attesa dai tedeschi e poi da Mussolini, e più tardi tornarsene a Napoli con l´appoggio logistico e morale dell´Oss».

C´è anche il particolare del figlio.

«A Roma nello stesso periodo operava Emanuele De Seta, figlio della principessa e collaboratore di Peter Tompkins, agente segreto americano in Italia. In seguito Valerio Pignatelli si sarebbe guardato bene dal parlare del coinvolgimento dei servizi. E in campo neofascista questa ipotesi della collaborazione con il nemico storico è sempre stata rigettata con veemenza».

Anche Valerio Junio Borghese, capo della Decima Mas, andava tessendo rapporti con i servizi statunitensi.

«Sì, in quel caso il tramite fu l´ammiraglio Agostino Calosi, responsabile dell´Ufficio Informazioni della Regia Marina del Sud. L´attenzione degli americani per la Decima Mas fu notevole. Basti pensare che il 26 aprile del 1945 Borghese riuscì a rifugiarsi a casa di amici, per poi essere messo in salvo dallo stesso Angleton, che andò a prenderselo a Milano. I documenti americani non dicono quando esattamente cominciarono i primi contatti sotterranei, probabilmente alla fine del 1944. È evidente che anticiparono d´un paio d´anni la guerra fredda».

Meno conosciuto, in questa trama segreta, è il ruolo di Pino Romualdi.

«Sin dall´autunno del 1944 Romualdi, che era vicesegretario del Partito Fascista Repubblicano, entrò in contatto con l´Oss attraverso il suo segretario, l´ingegner Nadotti. Fu grazie a queste relazioni che il 27 aprile del 1945 riuscì a scampare alla fucilazione. Ma non furono contatti finalizzati alla salvezza personale. Sia Romualdi, sia Borghese e i fascisti clandestini di Pignatelli si ponevano il problema del "dopo", creando le basi del futuro Movimento Sociale».

Ma gli americani se ne fidavano?

«Quando nel 1946 Nino Buttazzoni, altro capo riconosciuto della Decima Mas, tenta di sottolineare presso gli Alleati la potenzialità anticomunista dei neofascisti, l´agente informatore che redige il rapporto si mostra disponibile al progetto. Però attenzione alle semplificazioni. I servizi americani non erano omogenei. In molte note informative la destra neofascista è vista con timore e perplessità. Se ci furono aperture e spiragli, fu per la paura del pericolo comunista: questo era molto avvertito negli ambienti vicini ad Angleton».

Lei scrive che il reclutamento dei neofascisti iniziò prestissimo, all´indomani della Liberazione: sia da parte della Dc che del Pci.

«Il proselitismo cominciò nei campi di concentramento, circa centodieci, dove furono rinchiusi i fascisti. A Terni, al principio del 1946, durante la visita del vescovo agli internati, si fece capire ai fascisti che, se avessero voluto uscire presto, l´iscrizione alla Dc non sarebbe stata inopportuna».

Anche la Chiesa, lei documenta, ebbe un ruolo nell´ordito di rapporti che darà poi origine al Msi.

«Molti fascisti latitanti, tra cui reduci di Salò, trovarono riparo presso il Seminario maggiore al Laterano, lo stesso che durante l´occupazione tedesca aveva ospitato De Gasperi, Nenni e Saragat. Figure come quelle di Giorgio Pini e Giorgio Almirante ebbero lavoro presso istituzioni ecclesiastiche. Roma si presentava come "una mammona sensibile e accogliente", così la raccontano i testimoni».

Lei insiste anche sulla campagna di reclutamento ad opera del Pci.

«Ha raccontato Sandro Curzi che nel campo di reclusione di Coltano ci andava anche lui, insieme ad altri suoi compagni: la direttiva del partito era conquistare gli internati alla causa comunista. Già durante la guerra, alla fine del 1941, dai microfoni di radio Milano Libertà Togliatti s´era rivolto a chi aveva creduto nel fascismo. Dopo la fine della guerra fu Pajetta ad aprire per primo la strada al recupero, con una serie di interventi sull´Unità».

Quest´apertura è nota, come l´appello di Togliatti ai fratelli in camicia nera. Lei però va oltre, sostenendo che l´idea di Togliatti era quella di travasare nel Pci l´intera classe dirigente fascista.

«Naturalmente è una mia interpretazione, e come tale può essere discussa. D´altra parte analogo processo era avvenuto sul piano sindacale: la Cgil ereditò dirigenti e struttura organizzativa del sindacato fascista. Ma il progetto di Togliatti era ancora più ambizioso: annettere al partito la spina dorsale dell´amministrazione che aveva operato sotto il fascismo. L´amnistia e l´affossamento dell´epurazione vanno visti in questa chiave».

Sempre secondo la sua ricostruzione, la Dc comprese l´operazione.

«Intanto Togliatti non si aspettava che i rapporti tra fascisti e servizi segreti americani fossero così intensi. E poi i democristiani smontarono il piano di Togliatti, opponendovi subito una contromossa: intanto la reimmissione nello Stato dei funzionari e degli impiegati già epurati, successivamente la "non opposizione" alla costituzione di un unico movimento neofascista, legale, strutturato, e in grado di partecipare alle elezioni. In questo modo De Gasperi riuscì a sventare la campagna comunista di conquista dei fascisti».

Fu grazie al referendum del 1946 che Romualdi acquistò un ruolo politico.

«Si trattò in realtà di una beffa, che però gli riuscì. Promise sia ai monarchici che ai repubblicani la neutralità dei neofascisti in cambio della promessa dell´amnistia. Va detto che intanto lavorava sotterraneamente per far arrivare al governo la minaccia d´una possibile azione eversiva. Infatti i verbali del consiglio dei ministri, prima e dopo il referendum, ci mostrano tutta la preoccupazione per un possibile golpe da parte della Corona con l´aiuto della manovalanza fascista».

Un dettaglio non secondario è che Romualdi era latitante, condannato a morte in contumacia da una straordinaria Corte d´Assise.

«Ma non mancarono incontri segreti con esponenti dei vari partiti, dal Psi alla Dc, che schierò alcuni dirigenti molto vicini a De Gasperi. Colloqui che si intensificheranno in vista dell´amnistia. Con il falso nome di Dottor Rossi, Romualdi andò a parlare con Ivanoe Bonomi nell´appartamento privato dei nipoti, in piazza della Libertà, a Roma. Probabilmente l´ex capo del governo non realizzò con chi stesse parlando, ma accettò di porre fine alla legislazione straordinaria contro i fascisti e di favorire l´amnistia».

Una pagina sorprendente è quella sui rapporti tra Decima Mas e Israele.

«Fu Ada Sereni, nel giugno del 1946, a rivolgersi all´ammiraglio Calosi perché le indicasse elementi fidati che da un lato potessero condurre le imbarcazioni dirette in Israele, dall´altro fossero in grado di addestrare alla guerriglia le formazioni militari degli ebrei palestinesi presenti in Italia: questo in vista dell´inevitabile scontro con gli inglesi, decisi ad opporsi allo sbarco degli ebrei in Palestina. Calosi le indicò uomini della Decima Mas, che furono reclutati a tale scopo. Due anni più tardi sarà Fiorenzo Capriotti ad accettare l´incarico di trasferirsi in Israele per addestrare unità specializzate della neonata marina. Diventerà in brevissimo tempo uno dei più apprezzati consiglieri militari».

Secondo la sua ricostruzione l´attentato all´ambasciata britannica, nell´ottobre del 1946, fu il risultato della collaborazione tra fascisti e destra sionista.

«Sì, Romualdi confessò che c´era anche il loro zampino».

Professore, posso muoverle un´obiezione? Lei dà una ricostruzione molto dettagliata del neofascismo, ma un ragazzo che non sappia cos´è stato il fascismo non coglie minimamente la drammaticità della dittatura e della Repubblica di Salò. Molti dei personaggi dei quali lei tratta furono responsabili di violenze o comunque conniventi con un regime oppressivo e persecutore. L´ideologia nera lascerà poi una traccia nella storia d´Italia, fino alla stagione delle stragi.

«Penso che il compito d´uno storico sia ricostruire le vicende nella loro fattualità, soprattutto se di quel periodo è stato scritto finora molto poco. Non credo che debbano intervenire giudizi di carattere etico. Se entro in un´ottica morale, se faccio l´errore di avvertire il lettore "guarda, sono dei criminali", finisco per condizionarlo, anche perché "criminali" si trovano anche nelle file avversarie. E così che l´ideologia annulla la ricerca storica».

Da un libro sull´eredità del fascismo ci si aspetta la sottolineatura delle vaste zone d´ombra. Nella sua narrazione si sorvola sulle vittime dei fascisti, mentre ci si sofferma a lungo sulle vittime delle violenze partigiane. Anche il fatto che molte figure compromesse con la dittatura e con Salò rimangano in posti chiave dello Stato non sembra turbarla più di tanto. Altri storici, a cominciare dalle ricerche fondamentali di Claudio Pavone, individuano in questa continuità un grave vulnus per la crescita democratica del paese.

«Ma il mio compito non è scandalizzarmi. Certo, lei mi fa notare che sulla continuità tra fascismo e postfascismo è uscito un libro importante come quello di Claudio Pavone, ma con accenti molto diversi dai miei. Considero positivo che emerga una nuova generazione di storici capace di sottrarsi a categorie moralistiche».

Morali, non moralistiche, professore, non disgiunte da ricostruzioni storiografiche documentate.

«Va bene, morali. Ma io rimango persuaso che lo storico debba compiere un passo indietro rispetto all´etica. Solo così può capire la storia del Novecento italiano. Credo poi che il mio libro scontenterà sostanzialmente un´altra categoria di lettori, ossia coloro che hanno sempre coltivato un´immagine reducistica e testimoniale del Msi. Non è un caso che i contatti con i servizi segreti americani, con gli ambienti ecclesiastici, con i gruppi monarchici, con settori massonici, ebbene tutta questa tessitura sia rimasta per sessant´anni sotto una coltre di silenzio. Il mio lavoro riempie una pagina rimasta fin troppo a lungo bianca».
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MessaggioInviato: Mer Ott 07, 2009 7:41 pm    Oggetto:  
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...nonostante tutto ho trovato interessante la recensione dello stesso testo fatta da un vecchio aderente e conoscitore della realtà missina nonché studioso dei populismi, Marco Tarchi...ve la propongo come spunto di riflessione e possibile sprone a leggere lo stesso testo di Parlato.

Giuseppe Parlato, Fascisti senza Mussolini. Le origini del neofascismo in Italia, 1943-1948, Il Mulino, Bologna 2006, pagg. 438, euro 25.

Una recensione di Marco Tarchi - giovedì 10 maggio 2007, di pietro g. serra - 2039 letture

Non è facile prevedere quale eco susciterà, nel dibattito intellettuale italiano, un libro acuto e documentato come quello che Giuseppe Parlato ha dedicato alle vicende dei fascisti rimasti privi della loro indiscussa guida, o perché residenti nella parte della penisola occupata dalle truppe alleate durante i seicento giorni della Rsi, o perché travolti dal crollo di quest’ultima il 25 aprile 1945. Per il momento, le reazioni a caldo giornalistiche si sono limitate – secondo un cliché piuttosto prevedibile – a rimproverare all’autore un trattamento troppo “umano” dei protagonisti degli eventi narrati, di cui avrebbe invece dovuto deplorare il nefando passato (così Simonetta Fiori, specialista della faziosità retroattiva, su “La Repubblica”) o a farsi eco delle polemiche aperte, nel microcosmo ormai molto attempato dei fedeli postumi del Duce, da alcune rivelazioni contenute nel volume, basate su carte d’archivio per la prima volta consultate (così il “Corriere della Sera”).

Poca cosa, per un’opera ricca di spunti analitici innovativi. Si potrebbe sperare di più e di meglio dagli ambienti della storiografia accademica, ma il rischio che essi derubrichino Fascisti senza Mussolini a cronaca di un episodio marginale della recente storia patria, in grado di coinvolgere tutt’al più un cinque per cento degli italiani sopravvissuti al secondo conflitto mondiale, è forte. Spetta quindi forse a chi abbina all’attenzione scientifica verso gli avvenimenti trattati dal libro la sensibilità psicologica che deriva dall’averne condiviso le conseguenze – e noi siamo, come è noto, fra questi – il compito principale di discutere le tesi che Parlato sostiene, le prove che porta a loro sostegno, le considerazioni che ne trae. Impegno non di poco conto, ma che ci si può accollare volentieri, non foss’altro che per sottrarre finalmente ad alcuni equivoci che da troppo tempo la ostacolano l’interpretazione del ruolo svolto nel sistema politico italiano del secondo dopoguerra da questa frazione anomala dell’area di destra.

Ed è proprio da questo punto che può partire una recensione del volume che mira ad essere soprattutto una discussione dei suoi suggerimenti interpretativi: la restituzione a pieno titolo del neofascismo, ma anche in certa misura del fenomeno di cui fu erede, alla storia della destra italiana, da cui si è stati spesso tentati di espungerlo in virtù di certi aspetti eterodossi del suo bagaglio ideologico.

Che i fascisti, non solo in Italia, siano stati sempre restii ad ammettere l’appartenenza ad una componente del panorama politico alla quale venivano ascritte anche caratteristiche che molti di loro sentivano estranee – come la difesa ad oltranza del sistema capitalistico e delle sperequazioni sociali che ne derivavano, o il culto dell’utilità individuale spinto sino all’aperto materialismo “panciafichista” (1) – è cosa ormai nota ; né si può negare che la promessa di rappresentare una “terza via” estranea sia alle democrazie liberali che alle forme collettiviste di socialismo sia stata uno dei motivi principali dell’attrazione che il prototipo mussoliniano e le sue varianti esercitarono su ampi strati dell’opinione pubblica nell’Europa fra le due guerre, in particolare sui giovani. Tuttavia, l’ambiguità del rapporto fra questa pretesa e l’aperta volontà di rappresentare una “rivoluzione antibolscevica”, una reazione al modello di società che si andava affermando con la rivoluzione russa e che gli ammiratori di quest’ultima minacciavano di esportare ovunque, è un altro dato di fatto significativo, e gli studi sin qui condotti dimostrano che fu questo carattere reattivo, antisocialista e anticomunista, ad attrarre alla causa fascista i maggiori consensi negli anni della conquista (tentata o, come in Italia e in Germania, riuscita) conquista del potere. Molti fiancheggiatori delle camicie nere e delle loro milizie (ma anche delle camicie brune di Hitler più tardi, e dei movimenti affini sorti in altri paesi) vedevano in esse soprattutto i più decisi oppositori della sinistra, i difensori di fatto delle classi medie dall’assedio di un proletariato mosso dall’invidia, i restauratori dell’autorità dello Stato contestata dall’eversione rossa, il baluardo della nazione intesa come deposito di tradizioni culturali e abitudini di vita consolidate. Fu la fiducia che derivava da queste convinzioni, e non certo l’anelito confusamente innovativo della pattuglia di sindacalisti rivoluzionari che si erano affiancati all’ex direttore dell’“Avanti!” convertitosi all’interventismo, a consentire prima il successo e poi il rapido consolidamento del movimento fascista in Italia.

I vent’anni di regime cambiarono, da questo punto di vista, le cose? Chi vorrebbe accreditare la tesi di un fascismo compiutamente totalitario, capace di neutralizzare le influenze della Corona, della Chiesa cattolica e dei poteri economici e sociali tradizionali e quindi di operare una vera e propria rivoluzione delle mentalità del cittadino medio, sostiene di sì. Ma i fatti danno un’altra risposta. E non c’è bisogno di ricorrere al modo molto diverso in cui gli italiani e i tedeschi – costoro, sì, immersi in un clima di identificazione totalitaria in chi li governava – affrontarono la prova bellica, o alla mesta implosione del regime del “credere, obbedire, combattere” all’indomani del 25 luglio 1943, per dimostrarlo. Basta e avanza il profilo che Giuseppe Parlato traccia di gran parte di quegli stessi fascisti “irriducibili” che, dopo l’8 settembre, aderirono alla Rsi e, in parte, si sforzarono dopo la sconfitta di rialzare il vessillo delle idealità in cui avevano creduto.

Che nella Repubblica insediatasi a Salò e dintorni agisse un nucleo di sostenitori della “sinistra” fascista, è fuori discussione: lo dimostrano il progetto di varare la socializzazione delle aziende, poi tradotto in una legge di quasi impossibile applicazione, e la diffusione attraverso gli organi di stampa di parole d’ordine antiplutocratiche. Ma quella componente, nota a ragione Parlato, non fu maggioritaria. La sovrastava nel numero, e per molti versi nell’influenza, l’ala nazional-conservatrice, che dal ventennio aveva ereditato un rispetto dello Stato e delle sue istituzioni che non ammetteva deroghe. Il “tradimento” del re poteva, agli occhi di coloro che ne facevano parte, rendere plausibile la scelta repubblicana dell’ultimo Mussolini e soprattutto di Pavolini, il segretario del Pfr che, con un gesto di rottura di grande portata psicologica, gli attivisti del movimento avevano imposto dal basso allo stesso Duce; ma non scuoteva la fiducia nella necessaria coerenza di fondo della storia italiana. La Rsi non era quindi vista da gran parte di coloro che ne facevano parte come una rottura con l’Italia “di prima”, un’impresa rivoluzionaria, ma come un sigillo di continuità, prima di tutto amministrativa, dello Stato; il che fa capire perché ad aderirvi furono anche numerosi monarchici.

Non solo. L’aver indirizzato la propria rischiosa scelta nel solco non di un’ideologia ma di un imperativo etico fondato sul binomio onore-fedeltà spiega perché, da Mussolini in giù, i fascisti repubblicani non acquisirono mai piena consapevolezza di dover combattere all’ultimo sangue altri italiani che si opponevano, armi alla mano, ai loro progetti, ma vissero sempre la lotta antipartigiana, a cui pure non si sottrassero, come un compito “sporco”, gravoso, nel fondo insensato, a tal punto che gli stessi tentativi di mettere in piedi al Sud una rete di sostegno esclusero esplicitamente ogni ipotesi di dar vita ad una contro-guerra civile: il sabotaggio delle truppe alleate era l’unico obiettivo lecito. L’ormai copiosa memorialistica dei reduci è intrisa di questo sentimento di dolorosa ripulsa della “carneficina fra italiani”, così diverso dall’entusiasmo che, a giudicare dalle testimonianze postume, animava in genere chi li combatteva (e li equiparava agli invasori tedeschi, espellendoli di fatto dall’appartenenza alla stessa patria).

Di questo handicap psicologico il fascismo dell’ultimo biennio di guerra soffrì, perlopiù inconsapevolmente, sino alla fine e persino oltre. Si iniziò a vederlo all’indomani della cruciale seduta del Gran Consiglio e dell’arresto di Mussolini, quando la crisi di consenso dovuta al cattivo andamento del conflitto si manifestò in una diffusa abulia di quadri ed iscritti del Pnf. La sola assicurazione badogliana che la guerra sarebbe continuata bastò ad arginare il turbamento dei tanti che si sentivano fascisti perché italiani, e non per altri motivi; dal presunto fascismo rivoluzionario non venne, in quel delicatissimo frangente, nessun segno di vita, se non l’angoscia impotente di cui Carlo Mazzantini ha fornito un toccante quadro personale in quel libro magnifico che è A cercar la bella morte. Dopo l’armistizio le cose cambiarono, e Parlato ha ragione nel sostenere che la sia pur tardiva reazione allora messa in atto sta a dimostrare che il fascismo era ancora vivo e capace di suscitare la simpatia di milioni di persone; tuttavia, a fare da molla del volontarismo dei fondatori del Pfr fu quasi sempre il desiderio di riscattare le sorti belliche del paese, di non aggiungere un altro tassello all’immagine della nazione di voltagabbana che perseguitava da tempo l’Italia, non uno stimolo politico. Vero è che “nella Repubblica sociale il Partito fascista repubblicano ebbe un ruolo ben superiore a quello che aveva avuto il Pnf durante l’intero regime”, ma lo svolse, e non solo in forza delle difficili contingenze in cui si trovò ad operare, pressoché tutto nel nome di un patriottismo neorisorgimentale, rifuggendo da vere suggestioni ideologiche (2) .

Ciò spiega anche e soprattutto perché tanti fascisti, del Ventennio e della Rsi, non ebbero difficoltà ad adattarsi rapidamente alla situazione politica del dopoguerra, dirigendo i propri consensi elettorali non sul Msi, che nelle elezioni 1948 faticò a raggiungere il 2%, ma su altri partiti. Fascista o antifascista che fosse, era l’Italia a contare per loro, e il fatto che anche in pieno regime lo Stato avesse prevalso nell’apparato statale sul partito li aveva rafforzati in questa convinzione; non costituiva dunque un trauma di coscienza coltivare qualche nostalgia per l’ordine o le politiche assistenziali dei “bei tempi andati” e nel contempo premiare nelle urne questo o quel partito che pure aveva fatto parte del Cln.

Se dunque si accetta il dato di fatto che nella maggioranza dei fascisti, inclusi quelli che avevano deciso di combattere l’ultima battaglia dalla parte che sarebbe stata poi definita “sbagliata”, argomenti tipicamente di destra – dall’onore alla continuità dell’autorità statale – prevalevano sulle suggestioni di trasformazione dell’ordine sociale in qualche modo ricollegabili a una mentalità di sinistra, non si prova alcuna sorpresa nell’apprendere, grazie all’attento lavoro archivistico svolto da Parlato utilizzando soprattutto le carte detenute dalla Fondazione Ugo Spirito che da anni alacremente dirige, da quali apparenti contraddizioni fu segnato il percorso del neofascismo decapitato della guida di Mussolini. Tutt’al più può lasciare interdetti qualcuno degli episodi da cui esso fu segnato; non certamente la direzione che, nel complesso, prese.

Sin da quando l’armistizio spezzò amministrativamente e politicamente la penisola in due, i dirigenti fascisti si guardarono infatti dall’ipotizzare una guerra di resistenza ad oltranza contro gli Alleati nei territori occupati, consapevoli che un messaggio in questo senso avrebbe trovato scarsa presa sugli antichi sostenitori del regime. Dallo studio di Parlato, il compito di organizzare la presenza fascista oltre le linee del fronte, affidato al principe Valerio Pignatelli, risulta nettamente ridimensionato rispetto all’epopea coltivata nei circoli nostalgici. Nessuna insurrezione fu prevista, non vi fu nessun coordinamento degli episodi di reazione negativa alla chiamata di leva nell’esercito del Regno del Sud che, soprattutto in Sicilia, misero in allarme il governo monarchico e gli angloamericani, nessuna azione concordata di sabotaggio, non venne fornito nessun efficace sostegno logistico agli agenti speciali inviati dalla Rsi in territorio ormai nemico (i quali, anche per questo, furono il più delle volte individuati, catturati e fucilati). Tutto ciò che la “rete” tessuta da Pignatelli e dall’intraprendente moglie riuscì a fare fu tenere contatti con piccoli gruppi di fedeli sparsi nel Meridione, rincuorare con generiche promesse chi stampava alla macchia giornaletti e volantini in poche copie o tracciava qualche scritta sul muro nell’attesa rivelatasi utopica di poter passare ad azioni più incisive, al massimo raccogliere alcune informazioni sulle attività militari alleate, a volte basata su semplici dicerie, da poter trasmettere fortunosamente ai camerati del Nord.

Ma accanto a questo, ed è il lato più significativo della vicenda dei “fascisti al Sud”, già dall’inizio del 1944 Pignatelli e i suoi facevano altro: frequentavano esponenti militari e agenti del controspionaggio statunitense, cioè del presunto nemico che avrebbero dovuto combattere, non tanto per ricavare notizie da utilizzare in un doppio gioco, quanto per avviare rapporti che ritenevano sarebbero risultati preziosi per una futura azione combinata in funzione anticomunista, una volta finita (e perduta) la guerra.

È questo l’elemento più importante della ricostruzione di Parlato, quello che più fa riflettere: l’assoluto primato della preoccupazione anticomunista fra i fascisti, o la quasi totalità di loro, sin dall’indomani dell’8 settembre. L’immagine rivoluzionaria della Rsi che il neofascismo ha coltivato per decenni subisce, dalle rivelazioni contenute nel libro, un colpo definitivo. Anche al Nord, chi “pensava al dopo”, avendo perduto le speranze di un rovesciamento in extremis dell’andamento dello scontro armato, si guardava bene del “seminare mine sociali”, come hanno sostenuto gli apologeti missini della socializzazione; gli interessava invece creare i migliori contatti possibili con ambienti statunitensi, nella convinzione tutt’altro che infondata che tra Usa e Urss, una volta liquidati Germania e Giappone, si sarebbe creata inimicizia e anche gli sconfitti sarebbero tornati utili per combattere le ambizioni comuniste di conquista dell’Italia. Facendosi trasportare un po’ dalla simpatia, Parlato giustifica questa posizione, a prima vista incoerente, sostenendo che soltanto così il neofascismo avrebbe potuto “fare politica” una volta persa la guerra, e che l’alternativa sarebbe stata abbandonarsi a “una soluzione esteticamente impolitica (la “bella morte”)” concepita “in termini reducistici, con un richiamo mitico – e quindi inutilizzabile politicamente – alla figura del duce e alla sua opera”, ma questo punto di vista non ci convince, per due motivi.

Primo, perché stando alla lettera dell’ideologia che il fascismo aveva incarnato per più di due decenni, i referenti politici per un tentativo di rientro sulla scena politica degli scampati a Salò avrebbero potuto essere ben diversi da quelli offerti dalla funzione di truppa di retroguardia di un blocco moderato-conservatore animato dalla paura del comunismo, peraltro ottimamente rappresentato dalla Democrazia cristiana. Secondo, perché la storia del Msi dimostra che proprio in virtù di un richiamo mitico nostalgico ben più emotivo che razionale il partito neofascista è sopravvissuto per mezzo secolo in condizioni di sostanziali marginalità nel sistema politico italiano, malgrado le sconfitte di tutti i suoi tentativi di forzare il blocco e farsi accettare come un alleato di governo credibile in funzione, appunto, di argine alla sinistra. Il che dimostra che quanti si sforzarono di instradare i seguaci postumi di Mussolini verso l’union sacrée con gli ex nemici interni e d’oltre Atlantico non lo fecero per puro pragmatismo ma per l’idea che si erano fatti del fascismo, da loro inteso – per dirla alla Maurice Bardèche – prima di tutto come un regime di salute pubblica in funzione “antisovversiva” e preso molto meno sul serio quando parlava di un superamento dell’ordine socioeconomico capitalistico e di un modello di civiltà lontano da quello delle “materialistiche” e “decadenti” liberaldemocrazie anglosassoni.

A guidare questa marcia verso destra fu, come il libro puntualmente documenta, Pino Romualdi, che sotto il nomignolo de “il dottore”, pur latitante, circolò a lungo per Roma con la protezione di ambienti ecclesiastici e grazie al complice silenzio di vari servizi d’informazione e di polizia allo scopo di rintracciare i camerati dispersi e collegarli fra loro. All’uomo politico romagnolo si dovette il passaggio dalla confusa galassia dei microscopici e fanfaroneschi gruppi clandestini ad una struttura di consultazione e (relativo) coordinamento, ufficiosamente denominata “Senato”, che si assunse il compito di tracciare una linea tattica e strategica per il reinserimento dei fascisti nella vita politica dopo il 25 aprile e le stragi di 25-30.000 combattenti di Salò nelle settimane immediatamente successive alla fine delle ostilità ufficiali. Altri personaggi autorevoli si mossero sullo sfondo degli eventi narrati nel volume, a partire da Junio Valerio Borghese e da alcuni dei suoi più diretti collaboratori nella Decima Mas, e tutti avevano in comune una familiarità tutt’altro che innocente con i servizi statunitensi, Oss in primo luogo, ma nessuno vi svolse un’azione tanto incisiva quanto fu quella di Romualdi.

Costui non godeva di un consenso unanime fra gli scampati alla resa dei conti, perché nelle ore della rotta, previa contatti con agenti dell’Oss e del servizio di spionaggio militare badogliano, aveva ordinato a Como una tregua ai cinquemila fascisti intenzionati a raggiungere Mussolini e Tavolini nel presunto ultimo ridotto; tuttavia l’attivismo che dispiegò durante la latitanza romana ne fece ben presto la figura più in vista del neofascismo e gli conferì credibilità. Secondo Parlato, Romualdi aveva una visione chiara della situazione e si rendeva conto che, come sosteneva una relazione dell’ottobre 1944 al governo monarchico, basata sui rapporti dei prefetti, il fascismo, “una volta tramontato come regime, è apparso estraneo come dottrina politica, consistente essenzialmente nell’autoritarismo, nell’animo della grande maggioranza dei suoi proseliti, i quali non perseguivano in esso nessun principio fondamentale che ne fosse come il patrimonio ideale comune, da custodire anche ora quale possibile seme di rinascita”. Insomma, era cosciente che l’azione politica neofascista, comunque orientata, non avrebbe potuto contare su un seguito di massa. Quel che poteva fare era giocare d’azzardo, puntare cioè sull’impressione che un intenso lavorio di raccordo, condotto simultaneamente in più direzioni, avrebbe potuto fare sui potenziali interlocutori, inducendoli a credere che le proporzioni del movimento revanscista fossero ben maggiori di quanto in realtà non erano. E così fece.

Facendo luce su vicende sin qui poco chiare, e ricostruendo minuziosamente (3) la situazione del potenziale seguito neofascista attraverso un censimento dei caduti, dei prigionieri non cooperatori, degli internati nei campi di concentramento, degli incarcerati, dei processati e condannati, degli epurati, dei coinvolti nei vari gruppi clandestini, Parlato offre una versione plausibile dell’agitazione che a Romualdi faceva capo, mettendo in chiaro che essa aveva due obiettivi collocati in tempi diversi: prima ottenere un’amnistia che rimettesse in libertà i fascisti più esperti e convinti, poi coagularli in un partito disposto all’attività legale. Per raggiungere il primo risultato, puntò su entrambi i tavoli aperti dal referendum istituzionale, promettendo sia ai monarchici sia ai sostenitori della repubblica la neutralità dei fascisti – il cui voto era in realtà ben lungi dal poter controllare – in cambio del provvedimento di clemenza. E, con una spregiudicatezza testimoniata dall’ampio raggio degli incontri che i suoi emissari ebbero con esponenti delle varie parti politiche, ottenne quanto voleva – o, perlomeno, il libro gli attribuisce un’influenza significativa sulla decisione che Togliatti, da guardasigilli, prese. Sul secondo fronte, le cose furono più difficili.

Mentre il “Senato” si sforzava di raccogliere i rappresentanti più significativi dell’universo dei vinti, molte altre forze politiche avevano infatti in animo di ingrossare le proprie file puntando sui molti che avevano creduto nel fascismo fino al 1943 o ancora dopo, ciascuna puntando su un motivo di attrazione diverso: chi sbandierando idealità condivisibili dai “giovani in buona fede traviati da Mussolini”, chi agitando paure di imminenti sanguinose insurrezioni comuniste, chi invocando il comune sentimento patriottico o l’avversione per il Cln, chi semplicemente promettendo un’accoglienza che avrebbe fatto dimenticare presto le colpe passate e assicurato una vita tranquilla. Inoltre, la concorrenza dei gruppuscoli che pretendevano di vendicare la sconfitta era numerosa, e sebbene a tutti mancassero mezzi e prospettive credibili, gettare le basi di un partito significava convincere gli uni che l’azione clandestina non aveva sbocchi, altri che pubblicare un giornale non bastava a risvegliare le masse, altri ancora che i loro diritti di primogenitura non avevano fondamento. L’opera ricostruttiva fu quindi intensa e contrastata e non riuscì ad ottenere i frutti in un primo tempo sperati.

Un certo numero di fascisti, a partire dagli epurati reintegrati negli impieghi amministrativi e da quelli che poterono recuperare i beni confiscati, orientò presto le proprie simpatie verso i partiti moderati di governo, Dc e liberali soprattutto. Altri, senz’altro assai meno numerosi ma intellettualmente più brillanti, compirono la tappa finale del più o meno lungo viaggio che li separava dal comunismo e riversarono nel Pci le speranze di palingenesi sociale in precedenza affidate al corporativismo o alla socializzazione. Alcuni riscoprirono le radici socialiste, magari orientandole verso l’anticomunismo di Saragat. Né mancarono coloro che rimasero per un certo tempo sotto l’ombrello protettivo dell’Uomo Qualunque e da lì imboccarono strade più conservatrici. Su questo frammentato panorama prese poi, dai primi mesi del 1946, a stendersi l’ombra del timore di un colpo di forza comunista sostenuto dalla Jugoslavia, che su molti ex militi di Salò fece presa. All’insegna dell’anticomunisti, gli ex fedeli di Mussolini si imbarcarono nelle avventure più sconcertanti: molti intensificarono l’abbraccio con i nemici di solo pochi mesi prima – statunitensi e monarchici in testa – offrendo disponibilità per qualunque progetto controrivoluzionario, da chiunque diretto, mentre in qualche caso si andò addirittura oltre, come quando (le carte scovate da Parlato non lasciano dubbi) un gruppo di ex marò della Decima Mas collaborò con l’Irgun Zwai Leumi per far giungere di soppiatto imbarcazioni italiane agli attivisti sionisti, affondare una nave egiziana, realizzare un attentato contro l’ambasciata britannica a Roma e poi fornire armi detenute clandestinamente ai servizi segreti del neocostituito stato di Israele, atti non esattamente scontati da parte di alleati fino all’ultimo giorno del Terzo Reich (4) .

In un panorama così ricco di spioni, avventurieri, doppiogiochisti, millantatori e sognatori, non mancavano comunque le persone serie e disinteressate. Fu grazie a loro, e a volte ai loro danni, che l’aggregazione politica del neofascismo poté realizzarsi, nei modi descritti nel libro di cui ci stiamo occupando. Puntando su alti richiami ideali, di cui si facevano eco in modo articolato e in qualche caso contraddittorio le prime pubblicazioni dell’area, come “Manifesto”, “Rivolta ideale”, “Rataplan”, “Meridiano d’Italia”, “Fracassa”, “Rosso e nero”, Romualdi e i suoi si impegnarono nella costruzione di un movimento che, come Parlato a ragione sottolinea, nasceva borghese e anticomunista, perché il suo obiettivo primario era “difendere lo stato borghese – che il fascismo [aveva] validamente contribuito a rafforzare, pur con caratteristiche proprie e peculiari che lo rendono dissimile dalla società liberale classica”. L’obiettivo non poteva essere condiviso dai sostenitori del fascismo di sinistra, come Giorgio Pini, Concetto Pettinato ed Ernesto Massi, che opponevano alla vocazione al compromesso del neofascismo romano una posizione intransigente condivisa soprattutto dai simpatizzanti residenti al Nord, ma ad onta dei distinguo e dei dubbi il progetto di Romualdi, in una prima fase, prevalse, e il 26 dicembre 1946, nello studio di Arturo Michelini, dopo frenetiche trattative fra singoli, gruppi e direttori di testate giornalistiche, il Movimento sociale italiano vide la luce. I propositi che lo tenevano a battesimo erano peraltro sproporzionati alle circostanze. In un articolo uscito sul foglio dei clandestini Fasci di Azione Rivoluzionaria, Romualdi lo aveva descritto in termini che possono indurre retrospettivamente al sorriso: “Si tratta insomma di creare nel paese una psicosi anticomunista tale da costringere tutti i partiti ad appoggiare il Fascismo come il più dinamico dei movimenti anticomunisti […] così, quando il nostro momento sarà giunto, il Fascismo dovrà fungere da massa d’urto dell’anticomunismo e la maggioranza degli italiani – anche se non fascista – ci appoggerà, per odio al comunismo”.

Ma fra le parole e i fatti ce ne correva, e l’unico dato di fatto che coincideva con il proclama citato era l’esistenza di una “psicosi anticomunista”. Peccato che, prima ancora di radicarsi nel paese, essa avesse fatto breccia fra i fondatori del neofascismo, spingendoli a mettere in soffitta gran parte delle idealità del passato e ad accontentarsi di una formazione ben decisa a collocarsi nell’area “nazionale e moderata”, con la benedizione di ambienti vicini al Vaticano, di servizi segreti americani e anche degli stessi democristiani, che speravano così di arginare le tentazioni di avvicinamento di molti reduci della Rsi alla sinistra.

Le cose non andarono peraltro come Romualdi sperava, e Parlato documenta bene i motivi del successo solo parziale del progetto dell’ex vicesegretario del Pfr. In primo luogo, l’ala “sociale” si dimostrò, in sede di contrattazione del programma, più ostinata del previsto, e le concessioni che ottenne indussero esponenti di segno nazional-conservatore come Pignatelli e Gray a defilarsi. In secondo luogo, la linea di apertura verso chi non aveva aderito alla Rsi ma era disponibile a sottoscrivere posizioni di nazionalismo occidentale e cattolico incontrò l’opposizione di altre frange interne. In terzo luogo, si manifestò subito un problema di rapporti con la potenziale base di sostegno, che, nota l’autore del libro, se “avesse saputo con quali ambienti i capi del neofascismo avevano trattato” (servizi segreti americani, settori ecclesiastici ma anche massonici, gruppi monarchici, rappresentanti dei servizi israeliani), probabilmente non avrebbe mai sostenuto il Msi. Infine, dato ancor più importante dei precedenti, Romualdi, che già non aveva potuto proporsi come segretario – ad un partito che peraltro all’inizio non voleva saperne di nuovi aspiranti duci ed ambiva ad una direzione collegiale – per le diffidenze che il suo nome e la sua disponibilità al compromesso suscitavano tra gli “irriducibili” reduci di Salò, venne messo fuori gioco da un improvviso arresto (le cui cause sono poco chiare, data l’agibilità che, da latitante, le forze dell’ordine gli avevano consentito) il 17 marzo 1948 e dovette rimanere in prigione per tre anni e mezzo.

Si fece così rapidamente strada nel nuovo partito, venendone nominato segretario nel giugno 1947, Giorgio Almirante, che con il talento organizzativo, la dedizione, il coraggio fisico e la flessibilità tattica che inviava contemporaneamente messaggi rivoluzionari ai fedeli del Nord e possibilisti ai “monarchici, qualunquisti e agrari” che via via ne infoltivano le fila al Sud, seppe costruirsi in breve tempo un ruolo di protagonista. Le divergenze e i personalismi non si placarono e determinarono continue fuoriuscite e scissioni, inaugurando una tendenza che non si sarebbe mai estinta, ma grazie agli aiuti di facoltosi simpatizzanti appartenenti alle comunità italiane argentina e brasiliana, il Msi iniziò un rapido processo di consolidamento. Contrastato sulle piazze in modo violento, venne però risparmiato dalle autorità di polizia. Gli giovò, evidentemente, l’opposta ma convergente convinzione delle autorità politiche che la sua attività avrebbe potuto danneggiare gli avversari: la Dc, come accennato, lo vedeva come un intralcio alla politica di reclutamento di ex fascisti avviata dal Pci; quest’ultimo sperava che drenasse consensi da destra indebolendo lo Scudo Crociato. Solo quando fu chiaro che i missini avevano imboccato la strada del fiancheggiamento del fronte anticomunista, il partito di Togliatti cambiò atteggiamento ed alzò il tono delle richieste di scioglimento del Msi.

Diventato “padrone del partito”, Almirante non ribaltò la linea ideata da Romualdi; si limitò a correggerla e ad attenuarla in misura tale da far convivere anticomunismo e reducismo. Quest’ultimo, ad avviso di Parlato, essendo molto diffuso nella base militante, agiva come una palla al piede per il neofascismo, spingendolo a coltivare aspirazioni di terzietà rispetto ai blocchi egemoni nell’opinione pubblica che lo condannavano alla marginalità. A noi, francamente, questa non pare un’analisi fondata. Se la Dc non avesse assunto, come invece si affrettò a fare dai primi mesi del 1947, il ruolo di diga anticomunista e si fosse mantenuta su una rotta pienamente centrista, uno spazio a destra per il Msi si sarebbe senz’altro aperto.

Ma poiché accadde il contrario, l’insistenza quasi ossessiva sulla chiusura a sinistra voluta da Romualdi avrebbe indebolito ancor di più il partito della Fiamma, facendolo apparire come uno sterile e velleitario doppione. Il ricorso di Almirante al richiamo identitario sanò almeno in parte l’emorragia, e si può supporre che una ben più decisa volontà di proporsi come “terza via” avrebbe potuto, nell’immediato e in seguito, fatto apparire più chiaro il solco che separava il Msi dalla Dc, attraendo un elettorato non necessariamente più ridotto. Sta di fatto, comunque, che viceversa il Msi decise di inaugurare in quei frangenti una mai più smentita tradizione di ambiguità, tenendo il piede in due staffe (“socialità” e anticomunismo occidentalista) e offrendosi a ipotesi di blocchi nazionali e grandi destre nel momento stesso in cui dichiarava di non voler avere nulla a che spartire con le idee conservatrici e reazionarie.

Creando un partito di nicchia, Almirante nel contempo tarpò i sogni di espansione di taluni fondatori ed evitò un possibile tracollo a vantaggio della Democrazia cristiana. Scoraggiò molti simpatizzanti autorevoli che gli si erano avvicinati in una prospettiva troppo acerba di “destra nazionale” ma si conquistò un congruo numero di seguaci più oscuri, attratti dalla nostalgia del passato. Con l’ingresso in Parlamento il 18 aprile del 1948, il Msi ottenne una legittimazione decisiva, e parallelamente si impresse un marchio di marginalità, che sarebbe costato al suo primo segretario il defenestramento venti mesi dopo e al partito tutto decenni di inutili sforzi per cancellarlo. Ma questa, ovviamente, è un’altra storia, che è stata scritta solo per sommi capi da storici e politologi e tuttora attende chi ne ricostruisca i molti controversi passaggi con accurata documentazione.

Marco Tarchi


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NOTE

1) Ce ne siamo occupati anche personalmente in Marco Tarchi, Fascismo. Teorie, interpretazioni e giudizi, Laterza, Roma-Bari 2003; per una panoramica del fenomeno a livello europeo le opere migliori sono Stein Larsen, Berndt Hagtvet e Jan-Petter Myklebust (a cura di), I fascisti, Ponte alle Grazie, Firenze 1996 e Juan J. Linz, Alcuni aspetti storico-sociologici, in Idem, Democrazia e autoritarismo. Problemi e sfide tra XX e XXI secolo, Il Mulino, Bologna 2006.

2) Risulta difficile, da questo punto di vista, seguire Parlato quando sostiene che nella “lettura rivoluzionaria e antiborghese del fascismo” di Pavolini, “alla tradizionale fedeltà al concetto di nazione si sostitui[va] il culto per elementi estranei alla cultura e alla prassi del fascismo, quali la razza, l’Europa del nuovo ordine, i modelli del nazionalsocialismo e dei “fascismi” orientali” ( pag. 18 ). Alla luce della nostra conoscenza di testi e proclami, questa visione risulta infondata, sebbene dagli anni Settanta in poi si sia fortemente radicata nell’immaginario neofascista, che nel proprio disperato bisogno di miti di cui nutrirsi non poteva accontentarsi dei richiami ad un nazionalismo ormai passato (o non ancora ritornato) di moda.

3) A tratti anche troppo minuziosamente, al punto che il libro risente di qualche ripetizione (si vedano, ad esempio, le pagine 119 e 141) e, in generale, si appesantisce nella parte centrale, rendendo più faticosa una lettura altrimenti gradevole anche per il non specialista.

4) Naturalmente, non tutti costoro erano mossi da preoccupazioni ideali, e neppure da un perdurante odio anti-inglese; Parlato chiarisce che fra i loro moventi vi era “la possibilità di mettere a frutto l’esperienza maturata in guerra (in cambio di una sistemazione economica più che onorevole)”.

esratto da
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" Forse che non conoscendo a fondo il pensiero del Duce si può affermare di essere fascisti? Noi diciamo di no! Che il fascismo non è istinto ma educazione e perciò è conoscenza della sua mistica,che è conoscenza di Mussolini" (N. Giani)
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MessaggioInviato: Mer Ott 07, 2009 8:57 pm    Oggetto:  
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Molto interessante questo commento di Marco Tarchi. Davvero illuminante.
Da qui si potrebbe bene anche riprendere spunto su quel discorso della rivoluzione permanente o meno che stavamo affrontando con Helmuth e che poi è rimasto lì... inconcluso.
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MessaggioInviato: Gio Ott 08, 2009 9:43 am    Oggetto:  
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...mi pare evidente quanto dallo scritto di Tarchi ( e dunque dal libro di Parlato ) risulti l'impossibilità dell'esistenza del fascismo senza la presenza non tanto fisica quanto ideologico dottrinaria di Mussolini...in pratica quanto andiamo dicendo su IlCovo (ed anche prima che il nostro forum vedessa la luce ) da anni.
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MessaggioInviato: Lun Giu 07, 2010 12:03 pm    Oggetto:  
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Per completare l’immagine storica dell’atmosfera politica in cui nacque il cosiddetto “neo-fascismo” di cui si é scritto nel nostro recente articolo su "il fascismo dopo il Fascismo"
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mi pare corretto proporre un documento molto interessante dello storico Paolo Buchignani che riguarda il fenomeno dei “fascisti rossi”.
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Storico e scrittore, Paolo Buchignani (Lucca, 1953) è uno studioso del ’900 italiano, con particolare riferimento al periodo compreso tra le due guerre. Collaboratore di «Nuova Storia Contemporanea», ha pubblicato numerosi saggi sulle avanguardie e sul fascismo. Ricordiamo, tra gli altri: Marcello Gallian. La battaglia antiborghese di un fascista anarchico (Bonacci 1984); Un fascismo impossibile. L’eresia di Berto Ricci nella cultura del ventennio (Il Mulino 1994, premio Luigi Russo 1994), Fascisti rossi (Le Scie Mondadori 1998, poi Oscar Mondadori 2007); La rivoluzione in camicia nera. Dalle origini al 25 luglio 1943 (Le Scie Mondadori 2006, poi Oscar Mondadori 2007). Come narratore, segnalato da Romano Bilenchi e Geno Pampaloni, Buchignani ha esordito col libro di racconti L’orma d’Orlando (1992) a cui è seguito il romanzo Santa Maria dei Colli (1996).

Il Pci e i “fascisti rossi”: Togliatti, Longo e gli ex fascisti di sinistra (1)

di Paolo Buchignani (Tratto da “Nuova Storia Contemporanea”, anno III numero 4 luglio-agosto 1999, pp.103 – 112)

L’iniziativa del Pci finalizzata al reclutamento dei fascisti presenta radici assai lontane nel tempo ed un rilievo assolutamente degno di attenzione. Questo aspetto della politica comunista è stato in genere trascurato dalla storiografia, la quale, a proposito delle migrazioni politiche relative all'Italia del novecento, ha evidenziato soltanto quelle dal liberalismo al fascismo e dal fascismo alla Democrazia cristiana. Così, per esempio, Luciano Canfora sul «Corriere della sera», in merito al dibattito sollevato da Paolo Mieli sui Fascisti rossi, ha ridotto il problema della migrazione dal fascismo al comunismo al "passaggio di frange missine, nei tardi anni quaranta, nelle file del Pci." (2) L'inizio di tale migrazione risale, in realtà, agli anni trenta ed è il frutto di una politica pervicacemente condotta dal partito di Togliatti, a partire dalla cosiddetta "direttiva entrista" del 1928 (3). L'attenzione e l'iniziativa politica dei dirigenti comunisti sono rivolte in particolare ai fascisti di sinistra, a quei fascisti che si battono per una svolta rivoluzionaria ed anticapitalista del regime mussoliniano, in linea col programma fascista del '19. Un programma che, non a caso, il Pci, nell'agosto del '36, arriva a far proprio nel celebre appello "ai fratelli in camicia nera" (4). È sulla base di obiettivi comuni, di una innegabile affinità ideologica tra comunismo e fascismo di sinistra (il mito della rivoluzione, l'antiborghesismo, l'anticapitalismo, il populismo) che il partito comunista persegue il reclutamento dei sovversivi neri; lo fa ininterrottamente: nel ventennio, durante la guerra, e, con un particolare impegno, nel secondo dopoguerra (almeno fino ai primi anni cinquanta), in una fase in cui i partiti antifascisti si contendono il consenso e la rappresentanza del vasto e variegato universo degli ex. Non solo "frange missine", dunque, ma fascisti negli anni del regime, ex fascisti più in generale e reduci di Salò nel secondo dopoguerra, migrano verso sinistra, fino ad aderire al Pci o a gravitare in un'area ad esso limitrofa e fiancheggiatrice. Se negli Anni Trenta Togliatti ed i suoi da un lato blandivano i rivoluzionari del fascismo e dall'altro attaccavano Mussolini e i gerarchi (accusati di ingannare i giovani con la promessa di una rivoluzione che mai avrebbero fatto), negli Anni Quaranta e Cinquanta lanciano un'intensa offensiva di persuasione nei confronti del sovversivismo interno ed esterno al Msi: una realtà assai fluida e contraddittoria, in cui si muovono tanti ex fascisti ed ex repubblichini disorientati e delusi, ancora animati da quel mito della rivoluzione che li ha condotti a Salò, ma poteva condurli anche nelle file della Resistenza. Conclusa la guerra civile, questi reduci (tra loro ce ne sono di giovanissimi) continuano ad inseguire quella inafferrabile rivoluzione. Di fronte ad un partito neofascista che si sposta sempre più decisamente a destra (si allea coi monarchici, approva il Patto atlantico, fa da supporto alle azioni repressive della polizia scelbina), molti di essi non restano insensibili alla sirena del Pci; il quale, da un lato li mette in guardia contro "l'antico inganno" del fascismo (incarnato nel presente dalle "false promesse" del vertice missino) (5) dall'altro continua a presentare se stesso come l'unico, autentico partito rivoluzionario, deciso a soddisfare le loro legittime aspirazioni: non soltanto quelle sociali, ma anche quelle nazionali e patriottiche, come dimostrano le sue battaglie contro la "demoplutocratica America" (che i saloini hanno combattuto e i fascisti hanno sempre detestato), responsabile di avere invaso l'Italia e di attentare alla sua sovranità. L'azione di Botteghe Oscure si dispiega su due livelli: uno palese, costituito da interventi, dibattiti, interviste sulla stampa comunista e filo-comunista, nonché da manifestazioni, comizi, iniziative in ambito giovanile, promosse per lo più da organizzazioni non di partito, ma egemonizzate dal Pci, come il Fronte della Gioventù e l'Alleanza Giovanile; un livello occulto, fatto di incontri riservati con ex gerarchi fascisti ed "erresseisti". Malgrado il dissenso dei "secchiani", questa linea politica s'impone: a volerla è, innanzitutto, Palmiro Togliatti (non a caso firmatario, come ministro della Giustizia, del decreto di amnistia e indulto); a gestire in prima persona l'intera operazione è Giancarlo Pajetta, responsabile nazionale per stampa e propaganda. Ma un ruolo importante svolge in questa vicenda anche Luigi Longo, vicesegretario del partito e capo dei partigiani comunisti: è lui, per esempio, a promuovere sulla sua rivista, «Vie Nuove», il dibattito relativo a questo tema; è lui, come vedremo, a ricevere a Botteghe Oscure, nel febbraio del '47, alcuni gerarchi e giornalisti di Salò. Sono coinvolti, inoltre, dirigenti di primo piano come Franco Rodano, Felice Platone, Ambrogio Donini, Amerigo Terenzi. È coinvolto, soprattutto, Enrico Berlinguer, coadiuvato da Ugo Pecchioli e Renzo Trivelli. Berlinguer, in quel periodo, è segretario nazionale dei giovani comunisti e presidente dell'Alleanza giovanile, una organizzazione, quest'ultima, formalmente autonoma e quindi più che mai utile ad attirare nell'area comunista soprattutto i fascisti, facendo leva sugli elementi sopra descritti a partire dal mito della rivoluzione, dal patriottismo, dall'antiamericanismo. Ci si avvale anche della collaborazione di ex fascisti da tempo approdati al Pci come Gianni Puccini, Ruggero Zangrandi, Esule Sella; ma soprattutto ci si avvale, in questo contesto, di quella, preziosa, dei "fascisti rossi" de «Il Pensiero Nazionale» (una rivista e un movimento politico) facenti capo allo scrittore e giornalista sardo Stanis Ruinas: ex fascisti di sinistra (come si definiscono), che non rinnegano il proprio passato del ventennio e di Salò, antimissini, antidemocristiani, antiamericani, apertamente filo-comunisti, ma sempre attenti a rivendicare con orgoglio la propria autonomia e la propria condizione di "rivoluzionari sconfitti", essi appaiono infatti particolarmente idonei a guadagnarsi la fiducia degli ex camerati ed a convincerli a lasciarsi "traghettare" verso la sponda comunista. Giancarlo Pajetta (che provvede a finanziare «Il Pensiero Nazionale») incontra molto spesso Ruinas ed alcuni suoi collaboratori: per esempio Ferruccio Ferrini, già sottosegretario alla Marina nella Rsi, e soprattutto il giovane capo-redattore de «Il Pensiero Nazionale» Lando Dell'Amico, reduce dalla X Mas di Junio Valerio Borghese e da una breve milizia nel Msi. Il Dell'Amico, tra il '49 e il '53 particolarmente vicino a Botteghe Oscure, svolge con efficacia la sua opera di "Caronte" sulla base di direttive che gli vengono direttamente da Pajetta e da Enrico Berlinguer. Molto vicino a quest'ultimo, egli viene nominato prima alla presidenza della Giunta nazionale giovanile dei partigiani della pace, poi a quella del Comitato patriottico della gioventù contro l'occupazione straniera e per l'indipendenza nazionale (organizzazioni, pure queste, di area comunista ed utili collettori di giovani verso Botteghe Oscure). Degna di nota anche l'azione svolta da altri reduci dalla X Mas: Alvise Gigante e Giampaolo Testa (entrambi figli di gerarchi), Spartaco Cilento, Luca Scaffardi, Piero Vivarelli, Lucio Mandarà. Approdati alla fine del '47 a «Il Pensiero Nazionale», essi contribuirono ad accentuarne il filo-comunismo, finché, nel '49, si iscrissero tutti al Pci. I documenti che qui riportiamo contribuiscono ad illuminare la genesi del rapporto tra «Il Pensiero Nazionale» ed il partito di Togliatti. Si tratta di documenti riservati e inediti, gli unici con queste caratteristiche relativi alla vicenda di Ruinas e del suo gruppo, che finora sia stato possibile reperire sul versante comunista. Essi non sono stati menzionati né utilizzati nel sopra citato volume “Fascisti rossi” , in quanto pervenuti allo scrivente in una data successiva alla pubblicazione del volume stesso(6). Da un lato confermano le ricostruzioni, le analisi, le ipotesi di fondo contenute nel libro, fornendo ad esse una ulteriore base documentaria; dall'altro aggiungono elementi nuovi. L'autore dei testi, Esule Sella, sostiene di averli recapitati a mano ai destinatari (Togliatti e Longo), con i quali, in quel periodo, aveva frequenti contatti (7). Ma chi è Esule Sella? Giornalista e avvocato, nato in provincia di Vicenza nel 1916, lo troviamo già nel '36-37 tra i principali animatori (assieme a Eugenio Curiel) de «Il Bò», mensile del Guf di Padova, da cui fu estromesso per volontà del segretario del Pnf Achille Starace. Successivamente inizia il suo sodalizio politico con Ruggero Zangrandi, assieme al quale costituisce, nel 1939, il Partito socialista rivoluzionario italiano e svolge attività antifascista. Approdati entrambi al Pci, nel '47 divengono redattori (con un ruolo assai rilevante) del quotidiano comunista romano «La Repubblica d'Italia», diretto da Arrigo Jacchia ( 8 ). Secondo Fidia Gambetti, Zangrandi è uomo di fiducia di Palmiro Togliatti nell'opera di reclutamento dei fascisti. Autore del famoso “Il lungo viaggio attraverso il fascismo” (non a caso favorevolmente recensito dal segretario del Pci sulla sua rivista, «Rinascita»), egli è uno dei principali animatori del dibattito relativo agli ex fascisti, con i quali intrattiene anche fitti e significativi rapporti personali. Il dibattito si apre su «Vie Nuove» nel dicembre 1946. Il 26 gennaio '47 il direttore di «Vie Nuove» Luigi Longo, alla presenza di Mario Spinella, riceve a Botteghe Oscure l'ex sindacalista fascista Ugo Manunta (autore di una lettera a Togliatti rinvenuta di recente da Pietro Neglie tra le carte del segretario del Pci) e Fausto Brunelli, giovane intellettuale repubblichino, attivissimo nell'opera di mediazione tra fascisti e antifascisti. L'11 febbraio successivo il numero due del Pci incontra, ancora nella sede nazionale del partito, di nuovo Brunelli, accompagnato, questa volta, da Stanis Ruinas (che si appresta a fondare «Il Pensiero Nazionale»), da Orfeo Sellavi, ex vicesegretario del Pnf ed ex vicesegretario della GIL e da Giorgio Pini, già caporedattore de «Il Popolo d'Italia» (il giornale di Mussolini) e sottosegretario agli Interni nella Rsi. Ancora in febbraio «La Repubblica d'Italia», per iniziativa di Zangrandi e Sella, promuove un'inchiesta sul problema dei giovani provenienti dal fascismo. Tra la fine di aprile e i primi di maggio il Brunelli, deluso dal secondo incontro con Longo, dal quale probabilmente si attendeva il conferimento di un incarico che non ebbe, rivela in tre puntate, sul quotidiano «Il Tempo», quei due riservatissimi incontri di Botteghe Oscure, nonché la genesi e gli sviluppi dei rapporti suoi e dei suoi amici col partito comunista (9). Il 15 maggio vede la luce, a Roma, il primo numero de «Il Pensiero Nazionale». Il 24 maggio Palmiro Togliatti, alla Conferenza nazionale giovanile del Pci, interviene autorevolmente sulla "crisi morale dei giovani italiani", con un discorso caratterizzato da una grande apertura nei confronti di coloro che hanno creduto nel fascismo ed hanno aderito alla Repubblica sociale. Intanto, dalle colonne della sua rivista, Ruinas non manca di lanciare ai comunisti segnali positivi e proposte di alleanza; finché, il 12 e il 13 luglio, Esule Sella, su «La Repubblica d'Italia», dedica a lui e ai suoi sodali due importanti articoli: del nuovo giornale degli "ex fascisti di sinistra" egli sottolinea la "buona fede", l'ostilità al neofascismo, il proposito di allearsi con le sinistre in funzione anticapitalistica e per l'affermazione del trinomio "Italia, socialismo, repubblica". Una evidente disponibilità al dialogo e alla collaborazione. Pochi giorni dopo, il 18, il 20 e il 22 luglio, il quotidiano comunista di Jacchia pubblica, in grande rilievo, tre lunghi interventi di Stanis Ruinas. Il dibattito si estende anche ad altri giornali e riviste. Il settimanale «Cronache», diretto da Enzo Biagi, il 9 agosto ospita un'ampia intervista di Alfredo Pieroni al capo dei "fascisti rossi". Il giorno successivo, su «La Repubblica d'Italia», compare un nuovo significativo intervento di Sella, i cui toni distensivi emergono fin dal titolo e dall'occhiello: Tra ex fascisti e antifascisti conciliazione sul piano della democrazia. Completa "chiarificazione" con gli ex fascisti, rigore contro i neofascisti, energica avocazione dei profitti di regime. Dopo aver messo in rilievo l'interesse suscitato dalla discussione promossa dal suo giornale, l'articolista richiama gli obiettivi fondamentali che accomunano gli ex fascisti di sinistra e la sinistra antifascista: "Indipendenza, Repubblica, Socialismo". Passa quindi a suggerire al «Pensiero Nazionale» il ruolo che dovrebbe svolgere: iniziare, nella schiera degli ex fascisti, un'opera di "chiarificazione", in modo da sottrarli "alle trame dei vecchi e nuovi gerarchi ", che "servono padroni italiani e stranieri". Ruinas e i suoi sono dunque invitati a svolgere quella funzione di "ponte" tra fascismo e sinistra sopra accennata, in ottemperanza alla linea perseguita dai vertici del Pci. Quattro giorni dopo, il 14 agosto, compare su «La Repubblica d'Italia», in prima pagina, una importante intervista rilasciata allo stesso Sella da Palmiro Togliatti. Il leader comunista, pur senza nominare «Il Pensiero Nazionale» e i "fascisti rossi", si riferisce con tutta evidenza alle loro posizioni, verso le quali esprime un indubbio apprezzamento e da cui prende spunto per lanciare messaggi distensivi alla totalità degli ex fascisti: da un lato egli non manca di metterli in guardia dall' "inganno" del neofascismo, dall'altro arriva a riconoscere "l'originalità di alcune correnti culturali del Ventennio", le quali, pur avendo "il marchio del fascismo", "hanno tuttora una possibilità di sviluppo autonomo"; esse sono invitate a "manifestarsi" ed a contribuire alla "ricostruzione nazionale". Togliatti conclude esprimendo "la nostra simpatia per quegli ex fascisti, giovani e adulti, che sotto il passato regime appartenevano a quella corrente in cui si sentiva l'ansia per la scoperta di nuovi orizzonti sociali" (10). Questo il contesto nel quale si collocano i documenti che pubblichiamo. Il primo in ordine cronologico (Appunto per il compagno Togliatti 13 agosto '47) precede di un giorno l'intervista rilasciata dal segretario del Pci all'autore del documento. Da esso apprendiamo: che l'ex repubblichino Fausto Brunelli ha inviato una lettera al leader comunista (quella spedita da Manunta non è dunque l'unica: anzi si ha motivo di credere che molti ex fascisti abbiano fatto altrettanto, ma non è facile reperire una documentazione di questo tipo, probabilmente distrutta o secretati in quanto ritenuta troppo compromettente); Sella, da un lato mette in guardia Togliatti in merito all'inaffidabilità di Brunelli (colpevole di aver reso noti i suddetti incontri riservati con Luigi Longo); dall'altro legittima Ruinas come affidabile interlocutore del Pci. Il secondo documento (Appunto per il compagno Longo su Stanis Ruinas, Il Pensiero Nazionale e gli ex fascisti di sinistra, 11 settembre 1947) si presenta particolarmente ricco di informazioni, che confermano e completano quelle contenute in Fascisti rossi. Il primo paragrafo, oltre a fare riferimento a fatti e circostanze sopra descritti, rivela che Esule Sella (il cui ruolo complessivo in questa vicenda appare superiore a quanto emerso finora dai documenti in nostro possesso) è in contatto da tempo con gli ex fascisti e di tali contatti informa regolarmente Luigi Longo. In particolare egli intrattiene rapporti assai stretti e frequenti con Stanis Ruinas (come del resto entrambi hanno confermato allo scrivente nelle rispettive testimonianze (11) ). Dai paragrafi successivi emerge con chiarezza, da parte del leader dei "fascisti rossi", il desiderio di legarsi al Pci: egli vuol convincere il vertice di Botteghe Oscure dell'utilità che può ricavare in termini politici dall'azione de «Il Pensiero Nazionale»; di cui da un lato certo tende a sopravvalutare l'importanza, ma di cui individua anche (sulla base di una analisi nel complesso condivisibile) quella funzione specifica che i comunisti finiranno per riconoscergli e che il gruppo effettivamente assumerà. Stanis chiede anche un aiuto finanziario, che verrà effettivamente erogato, in modo regolare, a partire dal 1948 e fino al '53, anche se deve essersi trattato di cifre abbastanza modeste, non certamente di quel "fiume di rubli" di cui favoleggiarono i giornali di area missina (12). Interessante, inoltre, quel passaggio in cui Sella riferisce che "Ruinas è disposto ad accettare un nostro diretto controllo sulla gestione della Rivista e sull'impiego dei finanziamenti", nonché "un regolare riscontro da parte nostra" per quanto riguarda "gli sviluppi politici della 'corrente”; fino a prospettare addirittura la nomina, da parte del partito comunista, "degli elementi dirigenti del sorgente 'movimento degli ex fascisti di sinistra”. Il filocomunismo di questi ultimi, e del loro capo in particolare (a ragione definiti dagli avversari politici "fascisti rossi", "camicie nere di Togliatti ") risulta, dunque, ancor più accentuato di quanto si possa dedurre dai loro articoli, dalle loro pubbliche dichiarazioni: certo il battagliero giornalista sardo nutre all'inizio grandi ambizioni (superiori alle sue forze e difficilmente realizzabili nella situazione contingente in cui si trova ad operare); aspira a diventare il leader di tutti i fascisti di sinistra, aspira a provocare una scissione nel Msi e magari ad impadronirsene con l'aiuto di Giorgio Pini; ma tutto ciò s'inquadra in un disegno di subordinazione a Botteghe Oscure. Anche gli "elementi 'fascisti'— spiega Sella a Longo —, che si possono rilevare in alcuni scritti della Rivista, sono giustificati con la necessità di tenere al momento agganciati fascisti non molto ...ex, in attesa di attuare anche nei confronti di essi una piena chiarificazione." Risulterebbe confermata, dunque, un'ipotesi avanzata con qualche dubbio in Fascisti rossi: un persistente filo-fascismo de «Il Pensiero Nazionale», certe differenziazioni rispetto al Pci, certe prese di posizione estremistiche e violente, più che indicare reali divergenze tra le due parti sarebbero funzionali al reclutamento dei sovversivi neri più recalcitranti e diffidenti. Esule Sella sembra molto convinto circa i vantaggi che il suo partito può trarre dalla collaborazione con la "corrente" di Ruinas. Non sappiamo quanto questo documento abbia inciso sulle decisioni di Togliatti e di Longo; di certo sappiamo che esse furono in sintonia con quanto "consigliato" dall'amico e sodale di Ruggero Zangrandi e lo furono sulla base delle motivazioni dettagliatamente elencate in questo scritto dal giornalista vicentino, come risulta ampiamente da tutta la documentazione relativa all'argomento in oggetto, compresa tra il '46 e il '53. Il terzo documento (Appunto per il compagno Longo sugli ex fascisti di sinistra, 6 ottobre 1947), segnala al vicesegretario del Pci "l'urgenza di una decisione, almeno in linea di massima, sulle questioni prospettate" ed elenca le motivazioni, molto concrete, di tale urgenza. Da segnalare, infine, il riferimento alla "linea delle Unità verso gli ex fascisti". Una linea che il partito comunista perseguirà con molta convinzione attraverso un imponente dispiegamento di energie e iniziative, specie in ambito giovanile. Lo farà non soltanto sulla stampa (gli articoli di Zangrandi su «Rinascita», quelli su «Vie Nuove», su «Il Paese», su «Pattuglia»), ma anche attraverso un lavoro massiccio e capillare (sopra accennato), affidato in larga misura ad Enrico Berlinguer, e condotto attraverso organizzazioni collaterali come il Fronte della gioventù, l'Alleanza giovanile, il Movimento dei partigiani della pace. La rivoluzione, la patria, l'indipendenza nazionale, l'antiamericanismo, l'anticapitalismo: questi i temi prescelti, sui quali ricercare il consenso e chiamare alla mobilitazione e alla lotta unitaria tutti i giovani, a partire da quelli provenienti dal fascismo e dalla Rsi, tra i quali, a cavallo fra Anni Quaranta e Cinquanta serpeggiava una reale inquietudine, quando non addirittura una vera rivolta nei confronti della politica sempre più restauratrice e filoatlantica del vertice missino.


NOTE

1 Si ringrazia il dott. Esule Sella per aver messo cortesemente a nostra disposizione i documenti che pubblichiamo e per la sua preziosa testimonianza.
2 Cfr. L. CANFORA, Fascisti rossi? Ma i veri trasformismi di massa furono altri, in «Il Corriere della Sera», 6 gennaio 1998. Si veda anche P. MIELI, Fascisti rossi, in «La Stampa», 28 dicembre 1997. L'articolo di Mieli, che aprì il dibattito (e che è stato successivamente riprodotto in P. MIELI, Le Storie, la Storia, Milano, Rizzoli, 1999) prese spunto dal mio volume (allora in fase di avanzata stesura) Fascisti rossi. Da Salò al Pci, la storia sconosciuta di una migrazione politica 1943-53, Milano, Mondadori, 1998.
3 Si tratta della direttiva, formulata dal VI Congresso dell'Internazionale Comunista, nel luglio-settembre 1928, che prevedeva la penetrazione dei comunisti nelle organizzazioni di massa del fascismo.
4 Cfr. Per la salvezza dell'Italia riconciliazione del popolo italiano!, in «Lo Stato Operaio», n. 8, agosto 1936, p. 526.
6 I tre testi ci sono stati personalmente consegnati, nel febbraio 1999, dal loro autore, Esule Sella, che ringraziamo.
7 Testimonianza all'autore di Esule Sella, febbraio 1999. I tre documenti non furono quindi spediti ed è probabile che i destinatari non li abbiano conservati. Il Pci, infatti (come mi ha confermato anche Fidia Gambetti), era attentissimo a non lasciare tracce relative ai suoi rapporti con i fascisti. Di questo argomento si parlava soltanto in incontri riservatissimi, o, al massimo, per telefono.
8 Successivamente Esule Sella ha svolto la sua attività giornalistica, per 35 anni, presso la Rai di Roma. Ha svolto anche attività politica (è stato sindaco di Tonezza negli anni '70) ed è autore di diverse pubblicazioni. Tra i suoi libri: Segni del cosmo e degli uomini, Guanda 1936; Poeti del Bò, Vallecchi, 1936; Leggi e sentenze, 15 voll., Edizioni Italedi, 1962-76; Ex libris, Centro Internazionale della Grafica di Venezia, 1987; I versi di Priapo, Salerno Editrice, 1997; Il gioco dell'Oco (originale, ironica autobiografia) Torino, Fogola, 1998. Dal 1989 nel Guinnes dei primati per il numero di anagrammi del suo nome.
9 Per tutta questa vicenda cfr. P. BUCHIGNANI, Fascisti rossi, cit., pp. 55-8.
10 Anche per il dibattito promosso da «La Repubblica d'Italia», per i fatti e i problemi ad esso connessi, cfr. Fascisti rossi, cit., pp. 69-86.
11 Sella nel febbraio '99 (vedi la nota citata); Ruinas nel 1983.
12 Anche per questo aspetto cfr. Fascisti rossi, cit., pp. 45-6.

APPENDICE DOCUMENTI

I – Appunto per il compagno Togliatti, 13 agosto '47

Segnalo che Fausto Brunelli, il quale scrive sul "Pensiero Nazionale" e ha inviato una lettera a Togliatti, agisce di iniziativa personale. Egli è molto probabilmente in buona fede, ma, secondo me, è privo di senso di responsabilità, come del resto risultò anche dagli articoli che ebbe a pubblicare sul "Tempo", dopo averarlato con Longo. La corrente e parlato del "Pensiero Nazionale" al momento fa capo essenzialmente a Stanis Ruinas.
(Esule Sella)

II – Appunto per il compagno Longo su Stanis Ruinas, «Il Pensiero Nazionale» e gli ex-fascisti di sinistra.

Continuando i contatti di cui ho informato il compagno Longo, e dopo gli articoli pubblicati sulla Repubblica e soprattutto dopo l'intervista del compagno Togliatti sulla pacificazione", ho ultimamente avuto da Stanis Ruinas notizie e proposte riguardanti il Pensiero Nazionale e gli "ex fascisti di sinistra", per le quali prospetto l'opportunità di esame e di eventuali decisioni da parte della Direzione del P.C.I., nel quadro di una nostra, iniziativa riguardante possibilmente organica, iniziativa politica riguardante gli ex fascisti. Ruinas sottolinea lo sviluppo della tendenza degli "ex fascisti di sinistra". Tale sviluppo si concreterebbe nel crescente successo della Rivista e nella adesione di ex fascisti; nella spontanea tendenza al costituirsi di "gruppi del Pensiero Nazionale"; nel delinearsi una possibile crisi in seno al Movimento Sociale Italiano, dove le prese di posizione della Rivista di Ruinas avrebbero determinato il formarsi di una opposizione (da parte della "base", dei giovani, degli ex fascisti "di sinistra") contro i dirigenti ispirati a tendenze neofasciste e di destra; nell'avvicinamento alla corrente del Pensiero Nazionale di personalità (sindacalisti, alti ufficiali, uomini politici ex fascisti, ecc.). Ruinas afferma che, mentre esistono possibilità di ampi e importanti sviluppi politici della sua iniziativa, egli si trova nella necessità di tenere in sospeso ogni attività, per mancanza di mezzi. La Rivista è sorta con il contributo di un gruppo di amici, non ha, credibilmente, finanziamenti estranei (a parte poca pubblicità), non dispone di lancio ed è pubblicata in un numero insufficiente di copie. In particolare, Ruinas dichiara che l'incertezza di potere, perfino, continuare le pubblicazioni, lo costringe a tenere in sospeso i contatti per l'adesione di altri gruppi, la formazione dei "gruppi del Pensiero Nazionale" (che potrebbe avvenire subito), e l'attacco polemico al M.S.I. In concreto, Ruinas chiede che il nostro Partito, tramite qualche ente, banca,persona, aiuti la Rivista finanziariamente. La somma di 600.000 lire potrebbe essere sufficiente a garantire il lancio e lo sviluppo della Rivista per almeno tre mesi con la sua contemporanea trasformazione da quindicinale in decadale, e all'attuazione degli sviluppi politici della corrente degli "ex fascisti di sinistra" sopra accennati, e di altri ancora. Per quanto a sua conoscenza, Ruinas segnala la Banca de Lavoro, che, con l'intervento del compagno Mancinelli, potrebbe erogare tutta o parte della somma, sotto forma di pubblicità. Ruinas è disposto ad accettare un nostro diretto controllo sulla gestione della Rivista e sull'impiego dei finanziamenti. Per quanto riguarda gli sviluppi politici della "corrente", Ruinas si è dichiarato disposto ad un regolare riscontro da parte nostra. In particolare, egli ha prospettato la nomina degli elementi dirigenti del sorgente "moviento degli ex fascisti di sinistra", e l'estensione degli attuali contatti che io ho con lui a tutti gli elementi dirigenti della Rivista e del movimento, e ciò da parte, oltre che mia, di altre persone che il P.c.i. voglia designare. A proposito di queste proposte di Stanis Ruinas, ricordo che il Pensiero Nazionale esprime una netta posizione repubblicana, anticapitalista, antialleata, antidemocristiana, antineofascista e si dichiara socialista. Gli elementi "fascisti", che si possono rilevare in alcuni scritti della Rivista, sono giustificati con la necessità di tenere al momento agganciati fascisti non molto... ex, in attesa di attuare anche nei confronti di essi una chiarificazione.
Secondo me, le proposte e le possibilità di Stanis Ruinas e del Pensiero Nazionale vanno esaminate e definite anche in relazione al nostro atteggiamento verso gli ex fascisti in generale. A questo proposito, mi sembra che la formula "ex fascisti di sinistra", mentre riflette realmente la posizione di larghi strati di ex fascisti (soprattutto giovani, sindacalisti, piccoli gerarchi, qualche pubblicista), offra larghe possibilità di sfruttamento politico. L'agganciamento, il controllo e lo sviluppo di un tale "movimento" porta a sinistra un notevole numero di elettori che, per il loro sbandamento, altrimenti andrebbe a destra; impedisce l'unità delle tendenze neofasciste; permette una polemica antialleata netta e violenta, quale neppure il P.c.i. può al momento condurre; porta alla conoscenza di importanti notizie, altrimenti forse irraggiungibili, contro i capitalisti compromessi con i fascisti vecchi e nuovi; secondo lontane prospettive future, può, se necessario, agevolare il passaggio dall'attuale posizione "antifascista" ad altre posizioni, come ad esempio quella della "difesa dell'indipendenza nazionale", del "rinnovamento economico e sociale del Paese", della "lotta contro lo sfruttamento capitalistico", ecc. Se, dopo i contatti fin qui condotti con Ruinas e dopo l'intervista del compagno Togliatti, il Partito decide di concretare il suo interessamento nei confronti degli "ex fascisti di sinistra", tale azione andrà inquadrata con quella, eventuale, riguardante altri gruppi e persone. Andrebbe anche, in connessione, armonizzato e definito il nostro atteggiamento in confronto a problemi particolari relativi agli ex fascisti in generale (es.: linea delle Unità verso gli ex fascisti; leggi eccezionali, ecc.).
(Esule Sella )
Via Ripense, 3 -Tel. 586-592
11 settembre, 1947

III – Appunto per il compagno Longo sugli ex fascisti di sinistra

Faccio seguito all'appunto del giorno 11 settembre scorso, relativo a "Stanis Ruinas, il Pensiero Nazionale e gli ex fascisti di sinistra", per segnalare l'urgenza di una decisione, almeno in linea di massima, sulle questioni prospettate.
Tale urgenza è in relazione tra l'altro ai seguenti elementi:
- un'iniziativa per gli "ex fascisti di sinistra" sarebbe allo studio anche presso il P.S.L.I. (Giovannini e Bianco e nero);
- sollecitazioni da parte anche di nuovi gruppi di ex fascisti (Fontanella, Vita del Lavoro e Rivista del Lavoro);
sollecitazioni da parte di Ruinas che, pur mantenendo ferme le proposte già da me segnalate, chiede almeno assicurazioni di carattere politico, essenziali per sviluppo della sua iniziativa;
possibilità di unificare e sviluppare la nostra iniziativa politica nei confronti degli ex fascisti, i sulla base di un concreto programma e necessità che una decisione di massima in proposito sia presa subito;
opportunità che una decisione ci sia anche se, per ipotesi, fatti sopravvenuti eventualmente consiglino di recedere dalle prospettive contenute nell'intervista del compagno Togliatti, e ciò per non ingenerare malintesi, perdite di tempo, errori. Una decisione di massima, circa la nostra politica nei confronti degli ex fascisti "di sinistra" e degli ex fascisti in genere, permetterebbe di dare subito un primo sviluppo alla nostra azione (contatti con Ruinas, Fontanella e altri gruppi; linea delle Unità verso gli ex fascisti; esclusioni dal voto nella legge elettorale; ecc.) e di mettere allo studio il programma e i mezzi (eventuali aiuti economici a Ruinas; unificazione o almeno coordinamento dei vari gruppi, e nostro controllo di essi; nuovi contatti e potenziamento della corrente degli "ex Fascisti di sinistra"; eventuale pubblicazione di un settimanale; ecc.) per un più vasto piano di attività.
6 ottobre 1947 (Esule Sella)

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" Forse che non conoscendo a fondo il pensiero del Duce si può affermare di essere fascisti? Noi diciamo di no! Che il fascismo non è istinto ma educazione e perciò è conoscenza della sua mistica,che è conoscenza di Mussolini" (N. Giani)
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MessaggioInviato: Lun Giu 07, 2010 3:38 pm    Oggetto:  
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Rossi o Bruni, i "fascisti" hanno tradito il fascismo!
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"La mistica appunto precisa questi valori...nella loro attualità politica...e dimostra l'universalità di luogo e di tempo del Fascismo"(Giani)
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MessaggioInviato: Mer Set 22, 2010 11:00 am    Oggetto:  
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Cari concittadini.

E' l'ennesima scoperta dell'acqua calda, alla faccia di tutti i radicalisti di destra che biascicano di "rivoluzioni", "fascismi del 3000", e buffonate varie!

Vi prego di ascoltare le dichiarazioni del buon Ignazio, a partire dal minuto 52 (o giù di lì), riguardo a cosa sia il PDL fondato!

Una sola parola: VERGOGNA! Vergogna all'MSI, Vergogna al PDL! Che è il MSI, questo sì, del terzo millennio...! Un partito ANTI FASCISTA, con il compito dato dallo straniero di polverizzare il fascismo dall'interno!

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MessaggioInviato: Mer Set 22, 2010 8:02 pm    Oggetto:  
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Cari concittadini.

E' l'ennesima scoperta dell'acqua calda, alla faccia di tutti i radicalisti di destra che biascicano di "rivoluzioni", "fascismi del 3000", e buffonate varie!

Vi prego di ascoltare le dichiarazioni del buon Ignazio, a partire dal minuto 52 (o giù di lì), riguardo a cosa sia il PDL fondato!

Una sola parola: VERGOGNA! Vergogna all'MSI, Vergogna al PDL! Che è il MSI, questo sì, del terzo millennio...! Un partito ANTI FASCISTA, con il compito dato dallo straniero di polverizzare il fascismo dall'interno!




E' l'ennesima conferma,se mai ce ne fosse stato bisogno (e non è cosi) di come il progetto Msi sia stato un calderone di ex o presunti fascisti volti a compiere il volere altrui e a svilire il valore fondante del Fascismo autentico

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"O si riesce a dare una unità alla politica e alla vita europea o l'asse della storia mondiale si sposterà definitivamente oltre Atlantico e l'Europa non avrà che una parte secondaria nella storia umana! B. Mussolini
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MessaggioInviato: Lun Feb 07, 2011 4:23 pm    Oggetto:  
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Assolutamente significativo questo articolo segnalato da Ardito, che è l'ennesima conferma di ciò che sosteniamo da sempre:

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Date un'occhiata a questo video, spiega bene pur essendo molto sintetico

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Ardito
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MessaggioInviato: Gio Mar 31, 2011 6:44 pm    Oggetto:  
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I sinistroidi (anche loro ingranaggio della Repubblica Italiana delle banane) beoti come sempre danno del fascista al loro avversario, quando in realtá esso non lo é.
Come ad esempio I. La Russa
ROMA - «Curatelo», sibila lasciando l'aula di Montecitorio il presidente della Camera Gianfranco fini all'assistente del ministro della Difesa Ignazio La Russa.

Poco prima il ministro si era rivolto alla terza carica dello Stato levando il braccio ed esclamando «ma vaffa...». E Fini, prima di sospendere la seduta aveva risposto: «Onorevole La Russa non le consento di insultare la presidenza della Camera».

Il “vaffa” di La Russa a Fini è annotato nel resoconto stenografico dei lavori dell'aula (pagina 151), consultabile sul sito della Camera. Subito dopo l'intervento del capogruppo del Pd Dario Franceschini, si legge nel resoconto: «(Applausi polemici del Ministro La Russa - Vivi commenti dei deputati dei gruppi Partito Democratico e Italia dei Valori)». Con il ministro La Russa che applaude ironico Franceschini: «Bravo, bravo! (Dai banchi dei deputati del gruppo Partito Democratico si grida: fascista, coglione!)!». Quindi interviene il presidente della Camera Gianfranco Fini: «Onorevole Ministro, la prego. Onorevole La Russa, la prego di avere un atteggiamento rispettoso (Commenti del Ministro La Russa)! Onorevole Ministro, la prego di avere un atteggiamento rispettoso!». Prosegue lo stenografico: «Ignazio La Russa, Ministro della difesa. Va... (All'indirizzo della Presidenza)! Presidente: Onorevole Ministro, non le consento di insultare la Presidenza (Commenti del Ministro La Russa). Sospendo la seduta».

Più tardi La Russa spiegherà che non aveva inteso insultare il presidente della Camera ma che il suo gesto era rivolto a Dario Franceschini.

«Non è stata una offesa alla persona ma all'istituzione. La gravità di quanto accaduto sarà quindi valutata dagli organismi di Montecitorio». Con queste parole il presidente della Camera ha poi chiuso la telefonata di chiarimento, dopo la bagarre in Aula del pomeriggio, con il ministro della Difesa.

«Non ho mai insultato Fini e non comincerò oggi a farlo», aveva detto ai cronisti La Russa. Si è scusato? Chiedono i giornalista e La Russa spiega: «Se lo avessi insultato, mi sarei scusato. Ma non l'ho fatto, io non ho insultato Fini. Il gesto che avete visto era rivolto a Franceschini e a quanti in aula mi stavano insultando».

La Russa dice di essere stato «sorpreso» dalla reazione dell'opposizione e di Dario Franceschini: «Io stavo raccontando quello che era successo fuori della Camera e hanno cominciato a dire che era una protesta organizzata da noi». Ma c'è chi dice che lei ha provocato i manifestanti uscendo in piazza, fanno notare i cronisti: «Provocato? Ma se avevo un appuntamento al ministero. Mi avevano detto che c'era una manifestazione fuori della Camera, ma non immaginavo che erano arrivati fino all'ingresso di Montecitorio. Di fronte agi insulti, mi sono limitato a sorridere sempre e non ho proferito una parola».

Da registrare la dura reprimenda del sottosegretario alla Difesa Guido Crosetto a Daniela Santanchè, rea di aver "incendiato" gli animi invitando il ministro ad uscire nella piazza dove poi è stato contestato.
 

 

 

Tal comportamento é degno di un membro del pattume missino. Questo non é un fascista ma solo uno dei tanti politci pseudo-italiani, corrotti e arroganti. A fancu** ci dovrebbero andare Lui e i suoi compagni di partito, oltre a Fini & suoi, e la sinistra.

I sinistroidi possono insultare come vogliono Berlusconi e compagnia, ma basta che non gli bollano come fascisti.
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MessaggioInviato: Ven Apr 01, 2011 6:42 pm    Oggetto:  
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...mi sa che stai chiedendo troppo alla politica pseudo-italiana! Come sosteniamo da sempre, il mancato riconoscimento di un chiaro progetto politico fascista (e dunque della sua dottrina ideologica) è il solo espediente che ha consentito ai politicanti bananari di utilizzare il termine fascista come una ingiuria nascondendo contemporaneamente le potenzialità rivoluzionarie e alternative del modello fascista al sistema spazzatura vigente...è tutto un calcolo !
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" Forse che non conoscendo a fondo il pensiero del Duce si può affermare di essere fascisti? Noi diciamo di no! Che il fascismo non è istinto ma educazione e perciò è conoscenza della sua mistica,che è conoscenza di Mussolini" (N. Giani)
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neroemilio



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MessaggioInviato: Dom Gen 29, 2012 6:57 pm    Oggetto:  
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tribvnvs ha scritto:
La CISNAL? Bisogna dire che la CISNAL rimase sempre un sindacato di nicchia, spesso localizzato in certe zone geografiche del paese (soprattutto al centrosud) ed emarginato dalla triade. Per i lavoratori era anche pericoloso "iscriversi" alla CISNAL. Così che spesso gli iscritti coincidevano con i militanti del MSI.
Ha sempre avuto un peso trascurabile rispetto alle leve del potere, e sostanzialmente non era autonomo dal partito, anzi. Formalmente cmq è rimasto vagamente fedele ai principi della socializzazione e della cogestione. Non avrebbe potuto fare diversamente perchè altrimenti non avrebbe avuto nulla per marcare la propria differenza dagli altri sindacati, specie la CGIL.
Ma era un sindacato minoritario, emarginato dalla triade sindacale "antifascista" e soprattutto subordinato al partito (mentre gli altri sindacati della triade più che altro erano affini e legati ai partiti, non totalmente subordinati, avendo sempre avuto risorse economiche tali da renderli altri partiti a fianco dei partiti).
Insomma la CISNAL coincideva con il MSI mentre la triade ha sempre fatto parte dell'oligarchia, affiancando sindacalmente i vari partiti di riferimento.
Negli ultimi anni la ex CISNAL ha seguito pedissequamente il percorso ANale ed è tenuta su dal PDL che con l'UGL ha il suo sindacato.
sono sempre più contento di aver "scoperto"il covo,è un po cme ricomporrere un puzzle.Tante vicende mi hanno lasciato perplesso nella storia della destra italiana,del M.S.I.Di come proprio negli anni settannta,nel momento dello storico risultato raggiunto,veniva gettata acqua su un fuoco che in quegli anni costò tantissime vite giovani...Come a distanza di anni alla caduta del comunismo a mio avviso fu tradita un'aspettativa di riscatto di una destra che sempre a mio avviso avrebbe dovuto rivendicare,sia un ruolo sociale,ma soprattutto quanti per anni avevano dovuto subire umiliazioni...anni in cui intelletuale era sininimo di sinistra e il jingle politico era sempre "LIBERA DEMOCRATICA E ANTIFASCISTA"...Cosa fossero le foibe nessuno lo sapeva se non chi vi aveva lasciato un pezzo di vita e la dignità. Evil or Very Mad
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Chi è anziano vive soprattutto di ricordi,ma chi è giovane,ha il dovere di guardare al futuro.Non basta acquistare un cimelio,mettere occhgiali a specchio ed imparare il saluto romano per essere un fascista, di quelli ce ne erano tanti anche allora.
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MessaggioInviato: Mar Giu 14, 2016 10:08 pm    Oggetto:  
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Segnaliamo questo pregevole studio di Maurizio Barozzi su quel "grande inganno" che fu il MSI:

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MessaggioInviato: Sab Giu 18, 2016 1:57 pm    Oggetto:  
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Non avevamo dubbi:
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Nessuno lì è mai stato fascista, e davvero mi chiedo che senso abbia - nel nulla della politica italiana odierno - votare per questo ultimo anello della catena missista - ovverso i soliti riciclati di 50esima generazione del postmissismo - appena orfani dell'ultimo padrone, il puttaniere di Arcore ormai alla frutta anche per sopraggiunti limiti di età.
Se c'è una cosa vecchia e stantia, sono proprio loro. Pur con tutti i limiti e le riserve ben noti a chi legge questo forum, a livello personale ritengo che se proprio uno voglia votare partecipando agli inutili ludi elettorali, cosa dovrebbe se non 5stelle. Certo non ha senso votare questi riciclati dei riciclati del missismo, che già hanno ampiamente strafallito nelle loro esperienze di governo (non se ve ne siete accorti, ma sono parte integrante del sistema).
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MessaggioInviato: Mar Ott 25, 2016 12:05 am    Oggetto:  
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Ma in fin dei conti... cosa dicevano I REDUCI DELLA REPUBBLICA SOCIALE ITALIANA già 45 anni fa, mica ieri!!!!????
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