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La Battaglia di Gela,10-12 luglio 1943

 
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Marcus
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MessaggioInviato: Mer Lug 11, 2012 11:11 am    Oggetto:  La Battaglia di Gela,10-12 luglio 1943
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...l'eroica testimonianza di un artigliere italiano di quelle drammatiche ore dove si combatté per la difesa della Patria! ...e si combatté con coraggio, ad onta della sproporzione dei mezzi in campo e delle vulgate fasulle inventate ex post da certa storiografia bananara, più incline ai miti fasulli della repubblichetta pseudo-italiana serva compiacente del padrone a stelle e strisce che alla Verità.


LA BATTAGLIA DI GELA DEL 1943: il drammatico racconto della notte del nove luglio

Un altro pezzo di storia è stato recuperato grazie all’Associazione culturale “Lamba Doria”. Il Magg. Iacono, di origini acatesi, autore del libro “Gela. Le operazioni dei reparti italiani nella battaglia del 10- 11 luglio 1943”, rappresentante dell’associazione per la provincia di Ragusa, nel corso delle sue ricerche ha avuto modo di raccogliere la testimonianza del Signor Causin Bruno, Caporale Maggiore artigliere, classe 1921, ultimo reduce del glorioso Gruppo mobile “E”, che combattè eroicamente nella piana di Gela il 10 e l’11 luglio 1943. Questa testimonianza contribuisce ulteriormente a far luce, se ce ne fosse ancora bisogno, sul comportamento tenuto dalla stragrande maggioranza dei soldati italiani durante lo sbarco americano.

Sig. Causin quando fu chiamato alle armi?

“Sono stato arruolato il 10 gennaio 1941, a Ferrara, presso il 2° Reggimento artiglieria celere. Avevo l’incarico di puntatore, ma successivamente seguii anche il corso da capo pezzo, da autista, il corso celere sulle munizioni ed il corso da infermiere”.

Nel luglio del ’43, lei a che reparto apparteneva?

“Appartenevo al 54° Reggimento di artiglieria della Divisione Napoli, più precisamente alla 9^ batteria da 75\18, aggregata al Gruppo Mobile “E” della XVIII Brigata costiera, che era composto oltre che da noi, da una compagnia di carri armati, una compagnia di fanteria ed una di bersaglieri”.

Dove eravate dislocati?

“Ci trovavamo in Sicilia dal settembre del 1941. Nel mese di marzo del ’43 ci eravamo spostati a Niscemi. Qui eravamo alloggiati nelle scuole; si dormiva sui letti a castello, due sotto e due sopra. Durante tale periodo, si faceva addestramento tutti i giorni. Nei 5-6 giorni prima dello sbarco, gli americani bombardarono tutta la piana di Gela; ricordo il grano che ricopriva l’intera pianura che prendeva fuoco, altro che i fuochi che fanno vedere da Venezia! Là vedevi una cosa che sembrava inimmaginabile, il frumento in luglio che bruciava…., un mucchio di qua uno di là, tutti sti fuochi, su tutta la pianura”.

Cosa successe la notte del 9 luglio del ’43?

“All’epoca io ero Caporale. Il Comandante della batteria Ten. Francesco Marchegiani verso le 8.30 di sera ci chiamò alla fureria e ci disse: ”Guardate è giunta l’ora. Le chiacchiere, relative ad un gruppo di navi dirette in Sicilia, sono vere. Uno di questi gruppi sta per arrivare proprio qui a Gela. Noi siamo pronti, andate all’accampamento ed aspettate l’ordine”. Partimmo alla volta di Gela che era buio. Verso la mezzanotte venimmo attaccati da una pattuglia di paracadutisti, e ci fermammo lungo la strada che va da Niscemi a Gela. Ad un certo punto mi accorsi che veniva avanti un gruppo di soldati a piedi. Erano quelli della MILMART addetti ai cannoni contraerei che avevano tirato via i gradi e le mostrine. Io gli chiesi: “Dove andate?”. Quelli mi risposero : “Abbiamo avuto l’ordine di scappare”. “E voi dove andate?” “Noi andiamo al fronte contro gli americani”, gli risposi io, e allora scapparono, chi di qua, chi di là. Io lo dissi subito al tenente; sa cosa mi rispose il tenente Marchegiani? “Causin, pensa a fare il tuo dovere come l’hai sempre fatto!” Mi chiuse la bocca, “Signorsì” gli risposi. Arrivammo all’altezza dell’aeroporto di Ponte Olivo che era giorno. Gli americani erano già sbarcati ed avevano occupato il paese. Il comandante della batteria era andato come al solito avanti per vedere il posto dove schierarci coi cannoni. Aveva destinato il punto dove andare, ma al di qua del paese di Gela, gli americani avevano già sistemato una batteria da 105 mm.. Tornò quindi indietro, ci diede i dati di tiro mentre eravamo ancora lungo la strada ed io li segnai sul goniometro, che essendo piccolo tenevo sempre in tasca. Come siamo andati in posizione abbiamo sparato una salva di batteria, colpendo la batteria americana col primo colpo. Ricordo che l’aiutante mi raccontò che aveva visto l’inferno scatenarsi sulla batteria nemica, soldati morti, cannoni rovesciati. Dopo continuammo a sparare per coprire l’avanzata della fanteria. Ma non appena intervenne la Marina…..mamma mia….Ci arrivò addosso un inferno di fuoco e acciaio. I colpi ci passavano sopra, però qualcuno arrivò anche a 40-50 metri dalla nostra posizione, ricoprendoci letteralmente di terra, ma noi continuammo a sparare fino alle 10.30 – 11.00, e ricordo che il sole ci bruciava.
La sera del secondo giorno, gli americani avevano mandato avanti sette carri armati lungo la strada statale 117. Io ero il quarto pezzo e mi trovavo vicino alla strada. Ricordo questi sette carri armati che venivano avanti. Il comandante ci ha chiamò tutti quanti i puntatori e ci disse:“Tu Causin prendi il primo, e tu (il primo pezzo) prendi l’ultimo, quell’altro lì il penultimo e l’altro il secondo”, sicché erano quattro quelli che noi dovevamo colpire, però ce ne sarebbero stati altri tre che non sarebbero stati colpiti. Lui ci disse : “Quando io sparerò il colpo di pistola in aria voi sparate”. Li fece venire avanti fino ad una distanza di 80 metri, io sul cannocchiale li vedevo come da qui a lei, e ricordo che il primo colpo che sparai lo presi sotto, tra la terra ed il cingolo ed il carro armato si fermò. Poi il secondo colpo lo prese in pieno ed il carro s’incendiò. Subito sparai ad un altro; alla fine Ma solamente due riuscirono a scappare. Ma poi dopo la Marina…..mamma mia….. hanno tirato tante di quelle bombe. La terra sembrava ribollire; per fortuna che avevamo una posizione meravigliosa, cioè c’era un fosso fatto dal personale del campo di aviazione, e noi avevamo quindi come protezione una specie di argine e la bocca da fuoco era rasente. Però una granata della Marina ci prese proprio sul paraschegge, e ricordo che il cannone saltò per aria, ed io che ero seduto sul sediolino, senza neanche accorgermene mi ritrovai per terra, tutti quanti pieni di terra, ed il cannone tornò giù di nuovo con un tonfo sordo, ed il tenente gridava “fuoco, fuoco”, ed iniziammo a sparare a vista; c’erano tantissimi americani che venivano avanti di qua e di là, erano dappertutto e quando succedeva così, come avevamo imparato durante le istruzioni si sparava un colpo qua un colpo là, in maniera da tenere il nemico sempre in allerta, che non venisse avanti, e allora si sparava un colpo più vicino, un colpo più lontano. Riuscimmo comunque a respingerli.
Dopo venimmo a sapere che erano stati distrutti tutti i trattori per trainare i pezzi. Un colpo della Marina aveva colpito una macchina che era carica di munizioni ed erano saltate tutte per aria. Il Ten. Marchegiani aveva telegrafato al comando che non avevamo più munizioni (erano rimaste solo 12 granate). Allora ricevette l’ordine di arrendersi e seguire il destino (il destino consisteva nel darsi prigioniero). Il tenente ci disse “No. Prigionieri no. Allestire i cannoni per la marcia, cannoni in spalla e scappiamo”. E ricordo sempre, io ero il più robusto, mi mettevo due giacche sulle spalle, una a destra ed una a sinistra, legate con lo spago o con le cinghie, ed avevo il timone sulla spalla, pensi un cannone che pesava 12-13 quintali, e gli altri tiravano dai fianchi, c’erano due corde legate alle ruote dove c’era un gancio fatto apposta, trainando arrivammo fino a Niscemi. Avevamo fatto una decina di chilometri di marcia, durante i quali ci avevano attaccato diverse volte gli aeroplani; il terrore era quello. Io avevo paura degli aeroplani, perché ti capitavano addosso senza che te ne accorgessi, spuntando da dietro una collina, e ti falciavano. Gli apparecchi ci son venuti sopra 4-5 volte, facevano la picchiata e scappavano subito sopra. Ci buttarono spezzoni, ci mitragliarono, per fortuna io ricordo non avevamo avuto neanche un ferito. Il Signore ci ha benedetto su quel tragitto là”.

Siete indietreggiati, siete arrivati a Niscemi e poi….

“Arrivati a Niscemi credevamo di trovare tutto il nostro accampamento ed invece trovammo tutto vuoto, avevano portato via perfino le coperte, i pagliericci e la cucina; rimanemmo letteralmente senza niente. Non ricordo quante ore rimanemmo là. Ricordo però che ad un certo momento vedemmo issare la bandiera americana ai piedi del Castelluccio. Mi chiamò il Tenente Marchegiani e mi disse: “Causin, vedi quella bandiera, buttala giù”. Sparai col mio cannone e buttai giù la bandiera al secondo colpo. Dopo arrivarono i camion nuovi con le munizioni, e partimmo in direzione di Caltagirone. Qui ci nascondemmo sotto le piante dei giardini pubblici, per proteggerci dagli aerei che giravano e ci davano la caccia; rimanemmo là quasi fino a sera. Appena fatto buio ricordo che andammo sul fianco di Caltagirone e ci piazzammo coi cannoni in cima alla collina. Il tenente Barnabà, che era il mio comandante di plotone, aveva preso il comando perché il tenente Marchegiani non c’era più perché era stato ferito al braccio da una pallottola di un aereo, ed era stato portato in ospedale, mi disse: “Bruno vieni con me che andiamo a vedere dove piazzarci”. Andammo in cima alla collina e fu allora che vedemmo tutta la pianura piena di macchine che giravano e che venivano tutte verso Caltagirone. Si vedevano delle colonne che non finivano più, io non avevo mai visto una cosa del genere, coi binocoli poi che si vedeva meglio ancora. “Sono attrezzati meglio di noi dissi” allora al tenente, e questi mi rispose “purtroppo noi siamo delle formiche e loro sono i leoni”.

In quel momento come vi siete sentiti?

“Non avevo paura. Purtroppo la paura è la cosa peggiore che si può avere, ed io dissi al tenente : “Il tenente Marchegiani ci ha sempre detto: “Ricordatevi che la paura è il nemico n. 1, perché una persona tradisce sé stesso e nello stesso tempo tradisce anche i compagni”. “E’ vero”, mi disse. “Vai giù e digli agli altri che vengano sopra”. Lui aveva già preso i dati di tiro; andammo sopra tirando i cannoni a mano su per la collina, e ricordo che cominciammo subito a sparare. Mamma santa!, tutte le macchine che saltavano per aria, le munizioni, fiamme, abbiamo sparato tutta la notte e la mattina eravamo veramente sfiniti. Il giorno dopo siamo partiti e siamo andati sul fronte di Catania. E là abbiamo sparato non proprio tanto, tutto diverso da quello che era successo a Gela. E dopo mi ricordo che continuavano a venirmi queste febbri, e perdevo l’appetito”.

Secondo lei serve parlare ai giovani di quel periodo o è meglio dimenticare?

“Bisogna ricordarle queste cose. Io le dico una cosa sola, dopo la guerra, dovevano fare come hanno fatto con la guerra mondiale ‘15-’18, perché io mi ricordo che quando andavo a scuola leggevo la storia d’Italia, i nostri soldati come hanno combattuto dal Piave al Grappa ecc.., invece noi siamo stati dimenticati da tutti, nonostante avessimo fatto il nostro dovere di soldati fino in fondo. Questo lo dico ad alta voce e non ho paura di essere smentito da nessuno”.

Il Signor Causin fu fatto prigioniero il 15 agosto del 1943, in quanto ricoverato presso l’ospedale da campo di Castroreale Terme per febbre malarica. Fu trasferito presso il campo di prigionia n. 211 in Algeria, dove vi rimase fino al 30 giugno del 1945. Il Signor Causin è stato insignito della Croce al merito di Guerra per aver preso parte alla Campagna di Sicilia. Recentemente è stato promosso a titolo onorifico al grado di Caporal Maggiore.

Maggiore Giovanni Iacono

 

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Ultima modifica di Marcus il Gio Lug 11, 2013 10:02 am, modificato 2 volte in totale
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MessaggioInviato: Mer Lug 11, 2012 12:42 pm    Oggetto:  
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...un dato curiosamente controverso è quello inerente le stime dei caduti americani durante la battaglia, infatti venne temporaneamente allestito da questi un cimitero provvisorio di cui si hanno testimonianze fotografiche dirette (american cemetery of Gela, Ponte Olivo), che però venne smantellato nel 1947. Li furono temporaneamente tumulate anche alcune salme di soldati italiani e tedeschi. Su alcuni siti statunitensi si stimano 1227 caduti americani. In alcuni siti italiani invece si parla di oltre 3000 caduti statunitensi.

I marines sbarcati erano incerti se andare avanti o rientrare sulle navi. Incessante era il cannoneggiamento dal mare verso il Castelluccio, dov’erano dislocate le truppe italiane e tedesche con i loro mezzi. La mattina del 10 luglio si scorgevano tanti militari morti in piazza Umberto, in alcune vie cittadine, nel corso e sulla spiaggia, che i soldati americani fecero presto sparire. Nella battaglia di Gela perirono 214 ufficiali, 7 mila militari e un congruo numero di feriti e dispersi. Furono allora temporaneamente seppelliti nel cimitero di Ponte Olivo 3350 italiani, 500 tedeschi e 3090 americani.
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Stime ufficiali sembrerebbe che non se ne trovino. Vi allego i link dai quali si evincono le cifre di cui scrivo. Ad ogni modo un dato incontrovertibilmente certo c'é...a Gela si combattè duramente e si morì da entrambe le parti...non ci fu alcuna "allegra passeggiata" per gli invasori!

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Ultima modifica di Marcus il Mer Lug 11, 2012 6:04 pm, modificato 1 volta in totale
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MessaggioInviato: Mer Lug 11, 2012 5:16 pm    Oggetto:  
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..ecco il paradigma di due "italie"... Anzi dell'ITALIA e della futura repubblica delle banane:

REPUBBLICA DELLE BANANE: "Ad un certo punto mi accorsi che veniva avanti un gruppo di soldati a piedi. Erano quelli della MILMART addetti ai cannoni contraerei che avevano tirato via i gradi e le mostrine. Io gli chiesi: “Dove andate?”. Quelli mi risposero : “Abbiamo avuto l’ordine di scappare”. “E voi dove andate?” “Noi andiamo al fronte contro gli americani”, gli risposi io, e allora scapparono, chi di qua, chi di là."

I T A L I A : Io lo dissi subito al tenente; sa cosa mi rispose il tenente Marchegiani? “Causin, pensa a fare il tuo dovere come l’hai sempre fatto!” Mi chiuse la bocca, “Signorsì” gli risposi!"...
...Ricordo però che ad un certo momento vedemmo issare la bandiera americana ai piedi del Castelluccio. Mi chiamò il Tenente Marchegiani e mi disse: “Causin, vedi quella bandiera, buttala giù”. Sparai col mio cannone e buttai giù la bandiera al secondo colpo.

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MessaggioInviato: Mer Lug 11, 2012 6:12 pm    Oggetto:  
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...purtroppo la milizia artiglieria marittima, che era organizzazione del PNF, era composta prevalentemente da anziani. Abbiamo la testimonianza di numerosi episodi di resistenza al nemico da parte loro, proprio sul litorale gelese, anche se non mancarono certamente i casi di diserzione come quello descritto nella testimonianza dell'artigliere. Non tutti fecero il loro dovere fino in fondo, ma quel che le testimonianze degli ultimi anni stanno facendo emergere con sempre maggior chiarezza è che a non arrendersi ed a lottare furono la maggioranza dei militari italiani, soprattutto nella truppa e nelle gerarchie medio basse.
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MessaggioInviato: Ven Lug 13, 2012 12:50 am    Oggetto:  
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Assolutamente ha ragione Marcus. La Milmart come anche parte (parte) della Milizia contraerei era composta da anziani riservisti e richiamati. In molti casi si trattava di uomini poco addestrati e aggiornati, utilizzati per compiti secondari.
Va anche ricordato che spesso erano comandati da ufficiali di ripiego, scartati dai compiti di prima linea anch'essi richiamati. E sfortunatamente spesso sono gli ufficiali e i comandi a fare la differenza. Il disastro di Augusta è stata tutta colpa dei comandi e non della truppa.
Inoltre bisogna aggiungere che il compito delle batterie costiere non era quello di respingere il nemico, ma di controbatterlo e ostacolarlo abbastanza da permettere ai rinforzi di giungere sul posto per ricacciare il nemico in mare.
Un compito impossibile per i rinforzi, visto lo strapotere degli alleati, figuriamoci per le difese costiere. Le batterie costiere della milmart e della marina non erano mobili, erano in posizione fisse anche se più o meno protette, pertanto non avevano modo di defilarsi e di sfuggire al tiro di controbatteria delle artiglierie navali americane, con i risultati facilmente immaginabili.
Da questa sommaria descrizione non possiamo generalizzare sul caso: non sappiamo se i fuggitivi ad esempio fossero truppa di sussistenza aggregata ai reparti combattenti delle difese, e in questo caso avrebbe avuto senso ordinare loro di fuggire dall'avanzata americana. Anche avrebbe avuto senso ordinare di fuggire agli artiglieri una volta che la posizione fosse stata circondata o i pezzi messi fuori uso, perchè come detto le artiglierie marittime erano fisse e non mobili.
Storicamente le artiglierie costiere a Gela si sono battute bene, colpendo i guastatori USA tra la battigia e i reticolati, ma furono poi appunto annientate dal tiro concentrato delle artiglierie navali (che significa centinaia di pezzi e centinaia di pezzi di grosso calibro. Ad esempio i c.torpediniere USA classe Fletcher avevano 5 cannoni da 127 e 10 da 40mm, più le mitragliere da 20 e minori... non parliamo poi degli incrociatori e delle corazzate).
Come ricorda anche il reduce, spesso di fatto anche le artiglierie terrestri mancavano degli automezzi necessari, o questi erano così risicati che la distruzione di qualche autocarro avrebbe impedito alla truppa la possibilità di spostare i pezzi. In fin dei conti, come racconta il reduce, lui ebbe la fortuna di essere ben comandato: il tenente rifiutò l'ordine di abbandonare i pezzi e i suoi coraggiosi e volitivi soldati li trascinarono a spalla. Considerando lo strapotere aereo nemico e la superpotenza dei suoi mezzi motocorazzati l'ordine non era insensato: immaginate cosa sarebbe potuto accadere al reparto se gli americani lo avessero sorpreso nel momento del trasporto a spalla (durato km)... Fortuna audaci iuvat...
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MessaggioInviato: Ven Lug 13, 2012 1:01 am    Oggetto:  
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Marcus ha scritto:
...un dato curiosamente controverso è quello inerente le stime dei caduti americani durante la battaglia, infatti venne temporaneamente allestito da questi un cimitero provvisorio di cui si hanno testimonianze fotografiche dirette (american cemetery of Gela, Ponte Olivo), che però venne smantellato nel 1947. Li furono temporaneamente tumulate anche alcune salme di soldati italiani e tedeschi. Su alcuni siti statunitensi si stimano 1227 caduti americani. In alcuni siti italiani invece si parla di oltre 3000 caduti statunitensi.



Guarda, ufficialmente gli americani in Sicilia hanno avuto poco meno di 3000 morti più circa 600 prigionieri (tralasciamo i feriti).
Quindi numeri certi non si possono dare per Gela. Sicuramente la maggior parte delle perdite le ebbero a Gela, dove per poco furono ributtati a mare dai pochi reparti italiani motorizzati (il battaglione corazzato che sfondò la linea americana a Gela oltre ai Renault 35 francesi di preda bellica, aveva ancora i fiat 3000 degli anni '20!!!!), e a Troina dove furono costretti a una dura battaglia d'arresto. In parte anche ad Agrigento dove artiglieria e bersaglieri diedero loro qualche altra legnata prima di essere sopraffatti.
Nell'ordine questi sono stati gli scontri più duri per gli americani in sicilia.
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MessaggioInviato: Ven Lug 13, 2012 1:07 am    Oggetto:  Re: Testimonianza sulla Battaglia di Gela,10-11 luglio 1943
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[quote="MarcusSecondo lei serve parlare ai giovani di quel periodo o è meglio dimenticare?

“Bisogna ricordarle queste cose. Io le dico una cosa sola, dopo la guerra, dovevano fare come hanno fatto con la guerra mondiale ‘15-’18, perché io mi ricordo che quando andavo a scuola leggevo la storia d’Italia, i nostri soldati come hanno combattuto dal Piave al Grappa ecc.., invece noi siamo stati dimenticati da tutti, nonostante avessimo fatto il nostro dovere di soldati fino in fondo. Questo lo dico ad alta voce e non ho paura di essere smentito da nessuno”.

[/quote]

Quando il sig. Causin andava scuola qualcosa insegnavano, e anche di Etico...

Adesso, sempre che insegnino qualcosa, vanno a spodestare gli "eroi" dei loro anti-valori tipo Bentivegna per dare spazio a chi ha fatto con onore il proprio dovere come Cusin?
Ma dico, siamo scemi? Very Happy Rolling Eyes
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MessaggioInviato: Ven Lug 13, 2012 11:34 am    Oggetto:  
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Concordo con voi.

Quello che volevo evidenziare non è tanto un generico "anatema" a quei soldati, quanto il fatto che hanno avuto ORDINE di scappare.

Quello che volevo mettere in evidenza è il contrasto fra il DOVERE davanti anche ad una situazione di certa disparità di uomini e mezzi, una situazione disperata, e la RESA.... Che diventa un metodo di tradimento che parte dai comandi. Purtroppo anche le unità fasciste non ne furono esenti (il caso di specie riguarda anziani che possono legittimamente ritenere inutile la loro presenza, ma questo è un altro discorso). Questo non significa generalizzare.

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MessaggioInviato: Mar Ott 09, 2012 11:56 pm    Oggetto:  
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I SEMOVENTI DEL RAGGRUPPAMENTO BEDOGNI IN SICILIA

L' ultima cannonata la sparò l' ultimo carro ancora in grado di farlo, il 6 agosto del 1943. Da una postazione non precisata sui Nebrodi, da cui insieme con i fanti della divisione Aosta e i tedeschi della 15ª divisione Panzergrenadier "Sizilien" cercavano di rallentare l' avanzata verso Messina delle truppe del generale Patton. L' ultimo colpo prima di essere annientato dallo sbarramento di controbatteria dei pezzi e dei carri armati americani. Avevano cominciato la battaglia in ventiquattro. Al terzo giorno di battaglia si erano ridotti in quattordici; il 19 luglio, ne rimanevano dieci; l' 11 agosto erano tre ma non più in grado di combattere. Gli ultimi due, dopo aver esaurito tutti i colpi, riuscirono ad arrivarea Messina al comando di un tenente subentrato al capitano morto in combattimento; uno dei mezzi si muoveva a stento e l' altro dovette essere trainato; erano poco più che rottami e fu deciso che non valessero la fatica di traghettarli in Calabria. Il comandante della batteria ucciso si chiamava Verona e per lui i tedeschi proposero la croce di ferro di prima classe alla memoria. Imprevedibile riconoscimento da parte di un alleato che già considerava subalterne, e inaffidabili, tutte le truppe italiane "badogliane" ancora in grado di combattere. Era tutto ciò che rimaneva del 10° Raggruppamento semoventi, che era stato uno l' unico reparto italiano dotato di mezzi moderni ed efficaci, tecnicamente alla pari con gli analoghi tedeschi e angloamericani. Il reparto, all' inizio costituito per essere impiegato in funzione controcarro in Russia, era stato poi inviato in Sicilia, dov' era arrivato il 17 dicembre del 1942. Articolato su tre Gruppi, ciascuno dei quali con due batterie con quattro cannoni semoventi ciascuna, il 10° Raggruppamento era comandato dal colonnello Bedogni ed era stato assegnato al XII Corpo d' armata del generale Arisio dislocato nella Sicilia occidentale, fra Calatafimi, Salemi e Caltanissetta. I cannoni semoventi di cui era dotato, montati sullo scafo del carro armato M14, erano i modernissimi 90/53 costruiti dall' Ansaldo e nelle intenzioni dello Stato maggiore il semovente avrebbe dovuto essere impiegato controi nuovissimi e terrificanti tank sovietici T34, contro i quali i pezzi controcarro dell' Armir sembrava sparassero proiettili di burro tanto erano poco efficaci. Ma ormai, che andavaa fare in Russia? La ritirata dal Don, a dicembre era già una tragica rotta. Il 10° era appena arrivato in Sicilia che, nel gennaio 1943, fu passato in rassegna dal re Vittorio Emanuele III, in visita ispettiva. In una delle foto scattate per l' occasione, il re passa davanti al reparto schierato a bordo di un' auto scoperta e con folto seguito di generali: sul parafango destro dell' auto regale è visibile una vistosa ammaccatura, assente in un' altra foto di pochi giorni precedente. Tutti i soldati schierati in armi davanti ai semoventi, hanno lo sguardo fisso verso il sovrano, tranne uno (il terzo da sinistra) che guarda sornione verso quel parafango ammaccato. Possibile che nemmeno per il re si fosse trovata, in tutto l' autoparco della sesta Armata, un' auto in perfetto ordine? E venne l' alba del 10 luglio, con il mare davanti a Gela e Licata pieno di navi americane che rovesciavano tonnellate di proiettili sulle posizioni tenute dalla 207a divisione costiera e le sue poche artiglierie, che appena sparavano una salva erano individuate e messe fuori combattimento dagli incrociatori, che si erano avvicinati alla costa fino al limite del galleggiamento. I reggimenti di Patton presero Licata e avanzarono verso Campobello. Gli otto semoventi del CLXII gruppo del 10° sono di rinforzo dal generale Ottorino Schreiber (italiano nonostante quel nome tedesco), veterano del fronte russo, e riescono a costituire una linea di difesa, in appoggio agli altri reparti che il giorno dopo tentano un contrattacco. L' avanzata americana è, per il momento, contenuta: il gruppo ha perduto i suoi primi tre carri ma ha messo fuori combattimento non poche autoblindo e carri Sherman. I proiettili a carica cava dei cannoni da 90/53 perforano agevolmente i sessantacinque millimetri della corazzatura frontale dei carri armati americani, e anche quella da cento millimetri del più potente MkIII "Churchill" britannico. Comincia così la guerra del 10° Raggruppamento Semoventi. Ogni giorno, un carro in meno, mentre il generale Schreiber sposta combattendo la linea di difesa sempre più verso l' interno. Accaniti combattimenti per Palma Montechiaro. Davanti a Naro, i semoventi riescono a impedire che i carri americani entrino in paese. Il 17 i reparti italiani ripiegano verso Leonforte. Il 18 gli americani superano Santa Caterina Villaermosa. «Alle ore 7 - scrive al Comando d' Armata il generale Schreiber nella sua relazione sui combattimenti dall' 11 al 21 luglio - l' artiglieria nemica martella zone schieramento 90/53: il tiro si mantiene per tutto il giorno, particolarmente sensibili le perdite fra il personale dei pezzi 90/53, che però riescono a far indietreggiare su Santa Caterina autoblindo e carri arrivati a 1 km dalla Portella. Il 19, quattro pezzi colpiti sono resi inutilizzabili». Il 10° è ridotto a soli quattro semoventi e il 21 luglio è sciolto come reparto organico. L' unica batteria superstite viene aggregata alla 15a "Sizilien" e continua a combattere sulle montagne dei Nebrodi e delle Caronie, fino a quell' ultimo colpo, il 6 agosto. Alla fine, il bilancio del Raggruppamento fu: tre su sei comandanti di batteria uccisi, altri quattro ufficiali morti, due su tre comandanti di gruppo feriti, tredici ufficiali feriti, cinquanta soldati morti e centoventicinque feriti, più di venti decorati al valore fra morti e vivi; lo stendardo ebbe la medaglia d' argento e il "privilegio" di essere citato nel Bollettino di guerra del 24 luglio, il giorno prima della destituzione di Mussolini. «Avrebbe dovuto essere d' oro» commentò il generale Emilio Faldella, capo di Stato maggiore della 6a Armata, nel suo Lo sbarco e la difesa della Sicilia. Il generale Faldella aveva deciso di scrivere la ricostruzione dettagliata delle operazioni in Sicilia dopo aver sentito la domanda di un' alta personalità militare che, in viaggio nell' isola nei primi anni Cinquanta del secolo scorso, si era meravigliata di trovarci cimiteri di guerra italiani: «Sono morti soldati italiani in Sicilia?»». Faldella era trasecolato e aveva deciso che era tempo di scrivere la storia di quegli sconosciuti e diffamati trentotto giorni di battaglie, che dall' una della notte del 10 luglio fino al 17 agosto avevano ucciso 4.678 soldati italiani. Tanti erano i caduti certificati, sepolti nei cimiteri militari ma era una contabilità incompleta: mancavano 36.072 dispersi. Erano stati tempi di coraggio ma anche di paura, di sbandamenti, qualche volta di viltà e diserzione, soprattutto di confusione: ma tutti quei soldati perduti non potevano essere liquidati come «forza assente» rintracciabile, prima o poi. Migliaia di loro erano morti: senza nome e senza corpo, sepolti a pezzi nelle fosse comuni, sciolti nell' aria dalle granate, impastati alla terra dall' arroventata estate siciliana.
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MessaggioInviato: Gio Lug 11, 2013 11:56 am    Oggetto:  
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Nel settantesimo anniversario dello Sbarco Alleato in Sicilia e della battaglia combattuta dagli italo-tedeschi contro gli invasori americani, vogliamo ricordare ed onorare la memoria di coloro che morirono eroicamente per difendere l’Italia Fascista. Il testo che segue è tratto da due libri diversi ma che si occupano degli stessi avvenimenti.


LA BATTAGLIA DI GELA, 10 – 12 LUGLIO 1943


D-Day nel settore di Gela

Negli altri settori di sbarco, sia in quello britannico nel Golfo di Noto e a Capo Passero, sia in quello americano a Licata, le operazioni degli Alleati si sviluppavano positivamente, incontrando una resistenza sporadica e inefficace. Solo nel settore di Gela la resistenza italiana fu tenace e superiore alle aspettative. […] Alle 3 (del 10 luglio, Ndc.) circa scoccò l'ora H per Gela. La forza da sbarco, detta Dime Force, era formata dalla la div. di fanteria (Big Red One), dai battaglioni rangers 1° e 4°, dal 67° reggimento corazzato (2a div.), dal 1° btg del 39° rgt genio da combattimento, dal 1° btg del 531° rgt genio da sbarco e dall'83° btg chimico, con obiettivi principali Gela e l'aeroporto di Ponte Olivo. Comandava le truppe il gen. Terry Allen (comandante della 1a div.), mentre le forze navali erano agli ordini dell'amm. Kirk. La costa, 41 chilometri tra Punta Due Rocche e Punta Zafaglione, era difesa dal 134° rgt ftr costiero (XVIII brg) del col. Giuseppe Altini con comando a Gela, sui battaglioni 429° e 384°, e da alcune batterie del 6° rgp artiglieria. Nello specifico, nel settore ovest, tra Punta Due Rocche e il torrente Gattano era schierato il 384° btg ftr con comando a Monte Lungo. Lo appoggiavano da ovest verso est: due batterie da 100/22 del CCIX gr. sul Poggio Lungo, la 81a btr da 75/34 a Manfrìa. A Monte Lungo era schierata la 552a cp mitraglieri e sul Poggio Lungo il 552° NAP. Tra il torrente Gattano e la foce del fiume Dirillo era schierato 429° btg ftr del magg. Arnaldo Rabellino con comando a Gela. Lo supportavano: la 3a btr da 100/22 del CCIX sul monte S. Nicola, le batterie 49a e 330a del XXI gr. da 75/27 a Capo Soprano, la 75a btr da 149/35 del CLXII gr. a Spinasanta. A Capo Soprano era schierata anche la 105a cp c/c, mentre nel centro abitato di Gela erano schierate due compagnie del genio e la 616a cp mitraglieri. I NAP 455° e 526° erano rispettivamente a Case Priolo e a Ponte Olivo. Più arretrati, a Niscemi, erano schierati il gruppo mobile "E", la 64' cp mitraglieri e il 456° NAP, oltre al comando della XVIII brg costiera. Alle 01,20 del 10 luglio giunse l'ordine al comando della XVIII brg di tramutare lo stato d'allarme della sera prima in stato d'emergenza. Il III/33° ftr, il III/28° art e il gruppo mobile "E" erano posti agli ordini del gen. Mariscalco comandante della XVIII brg. La sera del 9 luglio gli abitanti dei rioni marini di Gela abbandonavano le loro case per posti più sicuri, tra pianti e grida di disperazione. A ovest, sulle spiagge Red e Green, proprio di fronte al centro abitato di Gela, era previsto lo sbarco della Force X, agli ordini del t.col. William O. Darby, il padre dei Rangers, formata dal 1° e dal 4° btg Rangers, dal 1° btg del 39° rgt genio da combattimento e da tre compagnie mortai da 4,2 pollici. Appena a est della città, sulle spiagge denominate Yellow e Blue, era previsto lo sbarco del 26° RCT del col. John W. Bowen che avrebbe inizialmente impiegato due battaglioni affiancati, uno per aggirare Gela, l'altro per prendere le alture che guardano l'aeroporto di Ponte Olivo. Sull'estrema destra del fronte della 1a divisione, in zona Senia Ferrata, sulle spiagge Red 2 e Green 2, era previsto lo sbarco del 16° RCT del col. George Taylor con obiettivo l'incrocio di Piano Lupo e il collegamento con il 505° RCT di Gavin. Il 18° RCT del col. George A. Smith e il 67° rgt corazzato sarebbero sbarcati con la seconda ondata. Il 531° rgt genio da sbarco del col. Roland C. Brown supportava la 1a divisione. Diede inizio alla battaglia il cacciatorpediniere Shubrick che distrusse con una salva due riflettori che stavano illuminando il mare. Alle 02,50 il genio minatori italiano fece esplodere il pontile con le mine, poi i difensori aprirono il fuoco con cannoni e mitragliatrici. Una terribile esplosione segnalò la distruzione della polveriera in contrada Ospizio Marino. A protezione dei mezzi da sbarco, aprirono il fuoco contro le batterie costiere i cacciatorpediniere Boise e Shubrick. Lo sbarco dei rangers iniziava con circa un'ora di ritardo, trovando una resistenza più dura di quanto inizialmente previsto. Darby credeva di trovare il porto libero da mine, anche perché erano stati visti molti pescherecci ancorati. In effetti, si trattava di vecchie carcasse ancorate lì e abbandonate. In realtà la spiaggia era pesantemente minata e coperta da casematte. Le mitragliere dei mezzi da sbarco bersagliavano le postazioni della spiaggia. A est della cittadina, alla foce del fiume Gela, una mitragliatrice riuscì a bloccare lo sbarco, fino a quando fu messa fuori combattimento dalla mitragliera di un mezzo da sbarco manovrata da un marinaio. Uno dei plotoni di rangers che per primo mise i piedi a terra finì su un campo minato e poi fu annientato dal fuoco incrociato di due casematte. Tra i caduti ci fu lo stesso comandante di plotone, il ten. Wojic. Il resto della compagnia, la "D" del 4° btg, fu guidata da un sergente ferito, catturò le casematte e risalì lentamente il pendio verso Gela. Superate le difese della spiaggia, i rangers si arrampicarono sul costone che porta all'abitato, dove furono raggiunti dalla seconda ondata di sbarco. Alle ore 4,05 il col. Altini, comandante del 134° rgt ftr costiero, segnalava infiltrazioni nemiche nell'abitato di Gela. Cinque minuti dopo la notizia era confermata dal magg. Rabellino che specificava che le infiltrazioni erano nella parte del belvedere. La resistenza allo sbarco da parte del 429° btg costiero di Rabellino e delle unità ad esso aggregate fu così tenace che sorprese i super addestrati rangers. Ci vollero ben quattro ore di sanguinosi combattimenti per superarla, e i genieri del 39° rtg dovettero usare lanciafiamme e granate ad alto potenziale per liquidare le casematte e per penetrare nei vicoli della città, poi delle granate a frammentazione per gli attacchi ai nidi di resistenza dentro le case. In Piazza Duomo gli americani si scontrarono con un gruppo di carabinieri e di giovani gelesi che resistettero fino all'esaurimento delle munizioni. Ai giardini pubblici opposero resistenza i finanzieri del brig. Arena, mentre nei pressi del corso principale combattevano i fanti del ten. Lembo. Quest'ultimo fu ucciso da un ranger quando aveva esaurito le munizioni. Un durissimo scontro a corpo a corpo si accese nei pressi del fortino del bastione tra fanti e rangers, mentre a Porta Marina resistette per quattro ore il cap. mag. Cesare Pellegrini che col suo fucile mitragliatore riuscì ad abbattere diversi nemici, prima di essere pugnalato alle spalle. Al consorzio agrario furono uccisi, dopo una violenta sparatoria, tutti i fanti italiani di presidio. In Via Butera il tenente che comandava la postazione giustiziò il suo sergente maggiore che stava scappando, poi organizzò una durissima resistenza, durata fino alla sua uccisione. A Gela era scoppiato l'inferno e il piombo volava sulle strade e si abbatteva sulle case, con l'inevitabile coinvolgimento dei civili, i quali pagarono un prezzo molto alto in vite umane. Alle 4,25 il gen. Mariscalco telefonava al comando C.A. comunicando che la 2a cp del 429° btg era circondata da paracadutisti nemici a Case Priolo. Alle 4,58 il cacciatorpediniere USA Maddox fu colpito e affondato con 211 marinai da uno Ju.88 tedesco. Alle 5,35 il centro raccolta notizie del 429° btg segnalava che si stava combattendo nell'abitato di Gela. Il Capo di S.M. del XVI C.A. comunicava al comandante della XVIII brg l'ordine di impiegare per la difesa di Gela il gruppo mobile "E" di Niscemi. Alle 5,50 il comando della XVIII brg costiera telefonava al XVI C.A. comunicando che il comando del 429° btg era circondato dal nemico. Alle 6,28 il col. Altini comunicava che il presidio di Gela era asserragliato e circondato e che si combatteva accanitamente nell'abitato; l'81a btr del 218° gruppo aveva subito perdite e un solo pezzo restava efficiente, controbattuto dalle artiglierie navali nemiche; le btr 49a e 330a avevano solo tre pezzi efficienti ciascuna, i quali sparavano sui natanti che tentavano di avvicinarsi alla spiaggia; faceva presente di avere molti feriti gravi e di aver bisogno di autoambulanze. Alle 7,10 sempre il col. Altini comunicava che le navi avevano aperto il fuoco di interdizione sul rovescio dei nostri capisaldi; l'81a btr non aveva più pezzi e aveva disposto la difesa ravvicinata con le mitragliatrici; le batterie 330a e 49a avevano in complesso 4 pezzi che sparavano sulle imbarcazioni che continuavano ad avvicinarsi sulla spiaggia, subito controbattute però dalle artiglierie navali nemiche. Alle 8 tre compagnie di rangers erano riuscite a penetrare in profondità e schierarsi a difesa nel centro abitato, e Darby piazzò il suo comando nell'albergo Trinacria. Alle 8,02 giungevano le ultime notizie al comando di brigata dalla stazione radio di Gela: «Siamo circondati». Tra le 8 e le 9 il comando del 429° btg, asserragliato in una casa, fu sopraffatto. Alle 9,20 il col. Altini comunicava che la 49a btr di Capo Soprano si era arresa perché il nemico era venuto avanti facendosi scudo con nostri soldati presi prigionieri e che la 330a btr aveva fatto saltare i pezzi. A catturare la 49a btr furono due compagnie di rangers agli ordini del cap. James B. Lyle. I rangers ripristinarono l'efficienza dei pezzi, sebbene mancassero dei sistemi di puntamento tolti dagli artiglieri italiani. Gli uomini di Lyle avrebbero potuto usare i cannoni contro un eventuale attacco italo-tedesco. Poi istituirono delle posizioni difensive a cavallo della SS 115 e un posto d'osservazione in un edificio a due piani. Il resto dei rangers aveva costituito un perimetro difensivo attorno alla periferia nord-orientale della città. Le tre compagnie mortai da 4,2 pollici erano sbarcate e avevano piazzato i pezzi. Secondo il Faldella, i reparti costieri italiani a difesa di Gela avevano avuto 5 ufficiali morti e 12 feriti, 180 soldati tra morti e feriti. Questa dura e inaspettata resistenza da parte di truppe italiane formate da anziani riservisti stupì tanto gli invasori che così scrisse sull'episodio l'autore americano Samuel W. Mitcham: «L'opposizione italiana fu molto più vivace del previsto. Questo settore fu difeso dal 429° Battaglione costiero del maggiore Rabellino che, a differenza della maggior parte delle unità di difesa costiera, non era disposto a scappare o ad arrendersi. Anche se una delle compagnie di Rabellino era stata spazzata via dai paracadutisti durante la notte, gli americani hanno dovuto lottare per ogni trincea e casamatta. Anche se gli italiani non erano ben addestrati e disciplinati come le truppe d'elite dei rangers, hanno combattuto coraggiosamente per quattro ore prima di essere sopraffatti. Il 429° ha subito perdite in combattimento pari al 45 per cento, di cui 5 ufficiali morti e 4 feriti e 185 soldati uccisi o feriti. I rangers catturarono 200 prigionieri, quando infine la guarnigione si arrese alle 08,00 circa. Però anche allora la vittoria fu un pò vuota. Per ordine di Guzzoni, il molo d'acciaio — la ragione principale per attaccare Gela — era stato distrutto dalle squadre di demolizione italiane, mentre i rangers si stavano avvicinando alla spiaggia sui mezzi da sbarco». All'ala destra, in zona Senia Ferrata (8 km a sud-est di Gela), alle ore 3 circa sbarcava il 16° RCT del col. George Taylor su tre battaglioni. Appena a est del torrente Gela sbarcava il 26° RCT del col. John Bowen col 1° e il 2° btg. Sulla relazione del gen. Mariscalco così erano rapportati gli avvenimenti suddetti: «Ore 2,54: vengono segnalate parecchie imbarcazioni in mare in direzione di Senia Ferrata. Ore 2,57: il magg. Rabellino comunica che le artiglierie navali nemiche hanno aperto il fuoco contro le posizioni di Senia Ferrata. Viene segnalato che le artiglierie nemiche hanno aperto il fuoco sulle posizioni della 330a btr (Capo Soprana). Ore 3,00: viene segnalato che elementi nemici iniziano lo sbarco a Senia Ferrata. Comunicazioni interrotte. Ore 3,06: il s.ten. Pettinato del 429° btg c. comunica che elementi nemici sono sbarcati all'altezza del P.O.C. n. 355 (Senia Ferrata)». I due battaglioni di fanteria del 26° RCT sbarcati a est del fiume Gela trovarono ostacoli solo per le mine. Il 1° btg del magg. Walter H. Grant attraversò il corso d'acqua e si diresse sul fianco destro della città per aiutare la Force X. Il 2° btg si diresse verso la pista di Farello, poi passò a lato della città, superò la SS 117 e occupò le alture due chilometri a nord. Il 3° btg sbarcò e seguì il 2°. Il 26° aveva come obiettivi eventuali l'attacco sul fianco di Gela, se i rangers non fossero stati in grado di prenderla, e l'occupazione delle alture che da ovest guadavano Ponte Olivo. La prima ondata del 16° RCT sbarcò affrontando una leggera resistenza. Molti più problemi ebbe la seconda ondata, presa di mira dalle mitragliatrici delle casematte aggirate. Eliminate queste posizioni, gli italiani continuarono a essere attivi con cannoni e mortai, fino a quando furono colpiti dall'artiglieria navale dell'incrociatore Boise e del cacciatorpediniere Jeffers. Tenendo un battaglione di riserva, il col. Taylor avanzò con due battaglioni, attraversò la ferrovia e si diresse a nord, fiancheggiando lo stagno paludoso del Biviere. Poi, percorrendo un tratto della SS 115, raggiunse l'incrocio di Piano Lupo a mezzogiorno circa con una pattuglia esplorante, per unirsi ai paracadutisti. Il cosiddetto "obiettivo Y" era stato raggiunto. L'obiettivo successivo era Niscemi. I superstiti del gruppo di un centinaio di paracadutisti agli ordini di Gorham, ridotti di numero dai violenti combattimenti della mattina, si aggregarono al 2° btg del 16° rgt ftr, comandato dal t.col. Joseph Crawford. Il battaglione rinforzato ricevette l'ordine di spingersi all'interno immediatamente. Alle 3,40 il Capo di S.M. del XVI C.A. aveva telefonato al comandante della XVIII brg costiera, comunicandogli che era messo a sua disposizione il gruppo mobile "E" di Niscemi. Detto gruppo doveva portarsi sulla rotabile per Gela senza impegnarsi. Alle 5,40 il comandante del XVI C.A. autorizzava la XVIII brg a lanciare su Gela il gruppo mobile. Alle 5,50 il gruppo era in movimento dall'aeroporto di Ponte Olivo verso Gela. Il gruppo mobile "E", al comando del t.col. Davide Conti, era formato dalla 1a cp del 101° btg fanteria carrista (131° rgt), dalla 2a cp del 102° btg c/c da 47/32, dalla 4a cp del 501° btg costiero, dalla 155a cp bersaglieri motomitraglieri, dalla 9a btr da 75/18 del III gr. art. della Napoli e dalla la sez. della 326a btr da 20mm Assietta, per circa 700 uomini, con una dotazione di 12 (invece dei 18 previsti) carri francesi di preda bellica R35 da 10 tonnellate, mezzi corazzati superati, risalenti al 1934, e armati con un piccolo cannone da 37mm e una mitragliatrice da 7,5, lenti e con soli due uomini di equipaggio, insufficienti a svolgere tutte le funzioni. Il gruppo spingeva in avanti la 155a cp bersaglieri motociclisti del ten. Franco Girasoli e la 4a cp costiera, supportate dalla 2a c/c con otto cannoni da 47/32. La 9a btr da 75/18 del ten. Francesco Marchegiani schierò i suoi quattro obici nei pressi di Ponte Olivo, in un fossato protetto da un argine da cui si teneva sotto tiro la SS 117. A protezione dei pezzi stavano i cannoncini a/a da 20mm della 326a btr. Nella sua relazione, così descriveva l'attacco il cap. Luigi Emilio Ferrari, comandante della cp controcarro da 47/32: «Alle ore 6 il Gruppo iniziava la marcia di avvicinamento a Gela che si svolgeva indisturbata. La testa della cp si fermava sulla strada circa all'altezza del posto di blocco. Lo scrivente, recatosi a circa 400 metri dal passaggio a livello, dove trovavasi il Comandante di Gruppo, riceveva ordine di accompagnare con due plotoni l'azione di attacco della cp Bersaglieri. Immediatamente faceva avanzare il III e il IV plotone al comando del ten. Fazzari sig. Amedeo, i quali sbarcati dagli automezzi presso il detto posto di comando e presi gli accordi con il comandante della cp Bersaglieri, iniziavano il tratto a braccia del materiale ai lati della rotabile per prendere posizione. Lo scrivente ordinava di non portarsi a meno di mille metri dal nemico dato il terreno oltremodo scoperto e la presenza del nemico sulla collina. Senonché il Fazzari, ingannandosi sulla vera posizione del nemico non completamente individuato, e lasciandosi trascinare con lodevole spirito dallo slancio della cp Bersaglieri, si portava inavvertitamente fino a circa 300 metri dal nemico che guarniva l'abitato. Questi, lasciatolo avvicinare senza disturbo, non appena i pezzi si mettevano in postazione, apriva su di essi un nutrito fuoco di mortai e di artiglierie leggere che metteva subito fuori combattimento alcuni uomini della cp fra cui il ten. Fazzari, danneggiava i pezzi e non ne consentiva materialmente l'impiego. Avutone sentore lo scrivente inviava il ten. Albergo Cosimo ad assumere il comando dei plotoni. Questi riusciva a stento a raggirare lo schieramento, ma non poteva modificare la situazione né riusciva a ricoverare i pezzi, quando frattanto sopravveniva l'ordine di ripiegare». Viste le difficoltà della fanteria a penetrare lo schieramento nemico, il t.col. Conti lanciò all'attacco la cp carri del cap. Giuseppe Granieri. Così descrisse l'azione il cap. Granieri: «Alle ore 7,30 vista che la 155a comp. bersaglieri aveva già preso contatto con il nemico, all'altezza delle prime case di Gela, sulla rotabile Niscemi-Gela, la compagnia attaccò successivamente con i tre plotoni a ondate successive. Superati gli sbarramenti anticarro e penetrati per le vie di Gela, i plotoni eliminavano centri di fuoco lungo la strada, mentre cercavano di neutralizzare numerosi centri di fuoco annidatisi sulle case di abitazione. Esaurita l'autonomia di carburante e munizioni rientrava alla zona di raccolta alle ore 11. Un carro col rispettivo equipaggio non rientrava. Un carro privo di equipaggio rientrava rimorchiato ma in condizioni di non riprendere più il combattimento». La colonna corazzata del cap. Granieri fu avvistata sulla SS 117 dagli uomini di Darby che chiesero l'intervento della flotta. Nello stesso momento, più a ovest, sulle pendici settentrionali del monte Lungo, il 111/33° ftr Livorno del t.col. Bruni si scontrava con l'ala sinistra dei rangers ed era respinto. I cannoni dell'incrociatore Boise e dei cacciatorpediniere Shubrick e Jeffers inquadravano la colonna corazzata italiana e la rallentavano, rendendo inefficienti tre carri. Con nove R35 il cap. Granieri ricompose la formazione e riuscì a penetrare nel centro abitato, dove, spostandosi velocemente, i carristi sparavano all'impazzata coi cannoncini e le mitragliatrici con un'audacia che destò l'ammirazione persino degli spericolati rangers. Gli americani, privi di cannoni anticarro, si nascondevano nelle case, sui tetti e nelle viuzze, rispondendo al fuoco coi bazooka e con le granate. I carristi di Granieri, privi dell'appoggio della fanteria che non era riuscita a spezzare la linea difensiva nemica, si trovarono in difficoltà. Dell'assalto corazzato italiano il gen. George Patton, comandante della 7a Armata USA, lasciò questo resoconto: «[...] le truppe italiane, gran parte delle quali originarie dell'Italia settentrionale, hanno combattuto con encomiabile accanimento. Le truppe tedesche, invece, non hanno combattuto altrettanto efficacemente come quelle da noi annientate in Tunisia. Ciò vale in particolar modo per i reparti corazzati. Hanno mostrato coraggio, ma scarso discernimento. [...] Ci sono stati numerosi esempi di grande coraggio. Il giorno 10 alcuni carri italiani sono penetrati in Gela, che era difesa dal colonnello Darby e da due battaglioni di rangers. Darby ha personalmente impegnato uno dei carri da cinquanta metri, sparando dalla sua buca con una mitragliatrice leggera. Quando ha constatato che le pallottole non penetravano nella corazza, si è precipitato alla spiaggia, si è impadronito di un cannone da 37mm appena sbarcato, ha rotto con un'accetta una cassa di munizioni, ha risalito di corsa il pendio, e si è infine appostato col suo cannone a meno di cento metri da un carro, che avanzava verso di lui. Al primo colpo non è riuscito a fermarlo, ma al secondo sì. Comunque l'equipaggio del carro non è uscito fuori finché Darby non ha piazzato una granata incendiaria, costringendo gli abbrustoliti occupanti a balzare a terra». Si trattava probabilmente del carro del serg. Cannella e del carrista Ricci, il primo catturato e il secondo ucciso. Nel frattempo, il ten. Angelo Navari era riuscito a penetrare col suo carro fino a Piazza Umberto, dove fu fermato da un colpo di bazooka. L'ufficiale fu ucciso con un colpo di fucile alla testa mentre cercava di uscire dal portello della torretta. Alle 10,50 i carri superstiti, più volte colpiti e danneggiati e con gli equipaggi in gran parte feriti, si ritirarono verso Ponte Olivo. Il t.col. Conti, comandante del G.M. "E" inviò un ufficiale presso il comando di brigata di Niscemi, comunicando il fallimento del contrattacco, il ripiegamento sulle posizioni della difesa fissa aeroporto e le perdite subite: 1 ufficiale caduto, 4 feriti; tra la truppa un centinaio tra morti, feriti e dispersi; un carro colpito rimasto a Gela, due inefficienti rientrati a Niscemi; due autocarrette e un numero indeterminato di tricicli distrutti; metà delle armi perdute. Nonostante il successo ottenuto nel respingere questo e altri contrattacchi, i rangers e la 1a divisione non potevano ancora avanzare; l'artiglieria nemica controllava ogni loro movimento, per tutta la notte la città fu tenuta sotto il fuoco. A tarda sera del D-Day, in risposta a una richiesta urgente del generale Allen, i primi Sherman americani cominciarono a sbarcare a est di Gela. Parecchie unità raggiunsero felicemente la terraferma, ma a mezzanotte il mare si fece così grosso che bisognò sospendere le operazioni. Alla fine del D-Day, gli americani non avevano ancora raggiunto i due obiettivi più importanti, l'occupazione dell'aeroporto di Ponte Olivo e delle alture settentrionali che, grazie all'imprevista dispersione delle forze paracadutate, erano ancora saldamente in mano agli italo-tedeschi. Nemmeno il collegamento con l'8a armata britannica era stato effettuato, ma per loro fortuna né i tedeschi né gli italiani seppero sfruttare il varco di circa cinquanta chilometri esistente fra le unità alleate. Mentre i rangers rastrellavano Gela, Allen mise in movimento le sue truppe, inviando verso l'aeroporto di Ponte Olivo il 26° rgt fanteria e verso Piano Lupo il 16°, due obiettivi strategici fondamentali. Riguardo alla 45a div. ftr di Middleton, il suo punto debole era a ovest. Infatti, la sera del D-Day, all'ala sinistra, il 180° RCT era troppo sparpagliato e disorganizzato, aveva raggiunto il Ponte Dirillo, ma era fermo sotto le alture appena a sud della SS 115, dove era sottoposto al tiro di armi leggere, mortai e artiglieria. Al centro il 179° RCT aveva preso Scoglitti e Vittoria e puntava su Comiso e il suo aeroporto. All'ala destra il 157° RCT aveva catturato S. Croce Camerina e puntava su Comiso e Ragusa. Riguardo alle forze dell'Asse, la XVIII brg costiera era stata scompaginata e restava solo il comando a Niscemi, rinforzato da alcune centinaia di sbandati. La 4a div. ftr «Livorno» e la div. cor. «Goering» erano in fase di manovra per sviluppare il contrattacco da Mazzarino e da Caltagirone.
(D. Anfora – S. Pepi, “Obiettivo Biscari”, Milano, 2013, Mursia, pp. 108 – 118)

Un contrattacco impossibile?

La battaglia di Gela va inquadrata nel più vasto contesto del quadro strategico che il Comando italiano ha davanti agli occhi a ventiquattro ore dallo sbarco. L'imperativo è fermare l'8a Armata, prima che raggiunga la piana di Catania e, da lì, conquisti Messina, mettendo così fine alla lotta e intrappolando nell'isola tutto il contingente italo-tedesco. Per scongiurare questo scenario, che viene decifrato soltanto verso le 2 del mattino dell'11 luglio, Guzzoni organizza una controffensiva, in direzione Siracusa-Augusta, mettendo insieme le unità di fanteria della Divisione «Napoli», comandate dal generale Fiumara, con le unità tedesche del gruppo Schmalz. L'iniziativa serve solo a guadagnare tempo, rallentando Montgomery. Ancor più velleitario è l'ordine di aggredire la testa di sbarco americana di Licata, contando soltanto sugli effettivi della 207a Divisione costiera, coadiuvati da qualche gruppo mobile. In questo caso si tratta di poco più che un diversivo per tenere impegnate le posizioni USA più consolidate. I numeri sono talmente favorevoli ai britannici e alla 3a Divisione di fanteria del generale Truscott, da rendere le puntate contro Siracusa e Licata destinate a un sicuro fallimento. Guzzoni vuole invece tentare il colpaccio contro le altre due teste di sbarco americane. Questa volta la «Hermann Góring» e la «Livorno» attaccheranno simultaneamente, gettando per intero nella mischia la forza d'urto della nostra divisione di fanteria. L'idea è d'investire la 7a Armata USA tra Gela e Scoglitti, dove, nella giornata del 10, il nemico è apparso ancora debole e disorganizzato. Le direttrici dell'attacco vengono comunicate, su indicazione di Guzzoni, la sera del 10 luglio ai due comandanti di divisione interessati, il generale tedesco Conrath e il comandante della «Livorno», generale Chirieleison, dal generale Rossi. I tedeschi si muovono nottetempo su tre direttrici: il reggimento di Panzergrenadier, che aveva ripiegato in disordine durante i combattimenti del 10, con la solita compagnia di carri Tigre e l'artiglieria di supporto, marcia da Biscari in direzione Ponte Dirillo; da Niscemi un battaglione carri supportato da due gruppi di artiglieria, dodici autoblindo e un battaglione di pionieri (fanteria motorizzata di appoggio ai carri) punta nuovamente sul già martoriato campo di Case Priolo e Piano Lupo; infine, dal perimetro dell'aeroporto di Ponte Olivo, ancora in mano agli italiani, un battaglione carri ha come obiettivo Gela. La suddivisione in tre gruppi delle forze di Conrath, al momento della battaglia, si ridurrà a due sole forze d'attacco: il gruppo proveniente da Biscari si unirà a quello di Niscemi, tornando a dividersi, per esigenze tattiche solo nella fase finale della battaglia, mentre quello proveniente da Ponte Olivo opererà autonomamente. Anche la «Livorno» si prepara all'attacco dividendo la sue forze su tre colonne: il tenente colonnello Leonardi parte dalle postazioni del Castelluccio alla testa di un battaglione di fanti, appoggiato dai superstiti della colonna Navari, dalle batterie di artiglieria del maggiore Artigiani e da una compagnia di mortai da 81, per forzare le difese americane intorno all'abitato di Gela lungo la ferrovia Gela-Vittoria. Proveniente da Butera, lungo la strada che attraversa Contrada San Biagio, al comando del colonnello Mona, un'altra colonna, formata da due battaglioni di fanteria, anch'essa appoggiata da un gruppo di artiglieria e dai mortai, investe Gela da destra, osservando la carta dal punto di vista delle linee italiane. Infine, dalla stazione di Butera, il tenente colonnello Mastrangeli, ancora più a destra, marcia contro il perimetro di Gela con un battaglione di fanteria, sostenuto da un gruppo di artiglieria. In teoria, alle 6 del mattino, tutte le unità dovrebbero attaccare contemporaneamente. Lo schieramento dei reparti dell'Asse ha inizio il 10 sera e prosegue durante la notte, nonostante l'aviazione americana, finalmente attiva in maniera continuativa, svolga una devastante azione di spezzonamento e mitragliamento delle colonne. Anche gli americani hanno fatto le loro mosse. Mezzi corazzati presidiano il punto d'intersezione tra le posizioni del «Grande Uno Rosso» e quelle della 45a Divisione fanteria: in tutto una dozzina di Sherman, collocati come una cerniera tra le teste di sbarco di Gela e Scoglitti proprio dove, il giorno prima, i tedeschi erano stati sul punto di sfondare. Inoltre sono al completo e in ordine di battaglia a Gela il 26° Reggimento e il 16° Reggimento del «Grande Uno Rosso», oltre ai soliti due battaglioni di ranger del tenente colonnello Darby, a Scoglitti il 180° Reggimento della 45a Divisione, che ha però perduto il 10 luglio un intero battaglione. Infine un battaglione di paracadutisti, spalleggiato da un battaglione del 179° Reggimento della 45a Divisione, è appostato sulle alture di Biazzo, sulla strada Gela-Vittoria, con una batteria di Howitzer da 75 mm. Patton pensa di rinforzare ulteriormente le posizioni più avanzate, con una nuova operazione avio-trasportata: l'idea è lanciare 2300 paracadutisti, proprio nel settore tra Case Priolo e Piano Lupo. Come vedremo tra breve, anche questo nuovo tentativo d'impiego di attacco dal cielo si risolverà in un fallimento. Questi reparti non possono inizialmente contare sulle consistenti forze corazzate sbarcate a Licata con la 3a Divisione del generale Truscott, che verranno impegnate dal contrattacco della debolissima 207a Divisione costiera italiana. È tuttavia inevitabile che presto o tardi le unità americane schierate a Licata riusciranno ad avere sull'azione di disturbo italiana la meglio e a irrompere nel campo di battaglia di Gela. L'offensiva italo-tedesca si presenta quindi come un tentativo audace, o forse disperato, di annientare separatamente le forze americane: prima quelle di Gela e Scoglitti e successivamente quelle di Licata. Guzzoni sa bene che la sua fanteria non riuscirà a trattenere a lungo le superiori forze che Truscott ha sbarcato a Licata, ma spera di avere il tempo per sferrare un colpo definitivo su Gela prima che il suo fianco destro sia esposto a un attacco. Il limite del piano sta nelle insufficienti proporzioni delle forze lanciate all'attacco rispetto a quelle dei difensori: in realtà gli italo-tedeschi non solo sono inferiori per numero, ma non dispongono di adeguate riserve. Questo limite comporta l'impossibilità, anche trovando un varco nelle difese nemiche, di ammassare nel punto critico forze sufficienti a determinare il collasso dello schieramento avversario. Inoltre l'assoluto dominio aereonavale americano rende difficilissimi gli spostamenti sul campo delle truppe italo-tedesche e quindi nulla autorizza a sperare che nel momento decisivo possano celermente affluire rinforzi da altri settori dell'isola in grado di trasformare un provvisorio vantaggio tattico in un successo strategico.

La sfida nel cielo di Gela

Nonostante la schiacciante superiorità nemica, gli aerei dell'Asse il giorno 11 fanno più volte la loro comparsa nel cielo della nostra battaglia. La Luftwaffe, in particolare, mobilita forze significative per disturbare la flotta al largo del golfo di Gela: complessivamente 127 aerei in tre ondate diverse si lanciano all'attacco delle navi americane, riuscendo ad affondare l'LST 1586 e la Robert Rowan, un'unità da trasporto della classe Liberty carica di munizioni. Quest'ultima, centrata da una bomba nella stiva, viene dilaniata da una gigantesca esplosione e affonda in pochi minuti. Infine un'incursione notturna, compiuta da 76 Junkers 88, non produce danni al naviglio, ma crea le premesse per una tragica sequenza di errori di cui pagheranno le conseguenze, ancora una volta, i paracadutisti americani. Mentre i tedeschi, sganciate le bombe, si ritirano verso le loro basi, da Tunisi giungono in vista della costa siciliana 144 Dakota della 52a Aerobrigata con a bordo 2300 paracadutisti. Sono i ragazzi del 504° Reggimento, che Patton vuole lanciare sulla piana di Gela per consolidare le posizioni acquisite nell'entroterra. I Dakota vengono avvistati dalla flotta americana poco dopo il bombardamento della Luftwaffe: c'è un lungo attimo d'incertezza, poi alcune unità aprono il fuoco contraereo, subito imitate da tutte le altre. È un massacro: 60 Dakota vengono colpiti, 23 precipitano in fiamme, mentre gli altri sono costretti a rientrare perché danneggiati. Il bilancio è pesante: 141 morti, 16 dispersi, 132 feriti. Inoltre le formazioni vengono infrante dal fuoco dei cannoni e ogni aereo cerca di salvarsi come può: i paracadutisti si lanciano dove capita, lontanissimi dai loro obiettivi. Si ripete il fiasco della notte tra il 9 e il 10 luglio, con un ulteriore tributo di morti, feriti e prigionieri. Anche la Regia Aeronautica l'11 luglio fa quel che può: 8 G50 e 9 RE 2002 attaccano la flotta, colpendo con una bomba il piroscafo americano Joseph G. Cannon. L'ordigno non esplode, consentendo all'unità danneggiata di rientrare a Malta. Nel complesso di queste azioni vengono abbattuti sei aerei tedeschi e tre italiani. Nonostante il valore dei piloti e il loro sacrificio, gli aerei dell'Asse non riescono né a infliggere perdite consistenti alla flotta avversaria, né a distogliere le navi da guerra USA dal campo di battaglia. Tuttavia, considerata la sproporzione delle forze in campo, bisogna trovare una spiegazione alla relativa agibilità concessa agli attacchi dell'Asse, così com'è necessario interrogarsi sulle ragioni di un'attività aerea americana di supporto tattico alle operazioni di terra certamente intensa, ma non schiacciante come sarebbe lecito attendersi. In realtà, nei primi giorni dello sbarco, manca un coordinamento aereonavale in grado di esprimere in modo soddisfacente il potenziale distruttivo delle forze a disposizione degli americani. Le truppe italo-tedesche vengono tormentate dall'aviazione nemica e subiscono gravi perdite: non bisogna però dimenticare che, in teoria, l'aviazione americana potrebbe, se adeguatamente utilizzata, semplicemente impedire qualsiasi movimento diurno di uomini e mezzi al nemico. Il fatto che ciò non accada si spiega con le regole d'ingaggio imposte dal comando dell'Aeronautica alle altre forze USA: in particolare l'Aeronautica pretende che ogni azione combinata sul campo debba essere formalmente richiesta almeno con dodici ore di anticipo, in un contesto tattico in cui, in un simile lasso di tempo, si consuma circa un terzo dei combattimenti che decidono l'intera battaglia. L'episodio dell'abbattimento, da parte del fuoco amico della flotta, dei 23 Dakota, testimonia meglio di qualsiasi discorso le gravi difficoltà delle forze americane nella gestione del proprio potenziale aereonavale. I corpi senza vita dei paracadutisti abbattuti furono rinvenuti a decine nell'area compresa tra Acate, Santo Pietro e Piano Stella dagli avanzanti soldati della 45a Divisione di fanteria americana: fra le truppe terrestri statunitensi, ignare del tragico errore commesso dalla U.S. Navy, iniziò a circolare la voce che gli italiani avessero aperto il fuoco sui parà prima che toccassero terra, violando così la Convenzione di Ginevra, o addirittura che avessero giustiziato anche quelli che si erano arresi. Queste voci, del tutto infondate, incoraggiarono comportamenti vessatori o, come vedremo, apertamente criminali contro i prigionieri italiani. (vedi massacri negli aereoporti di Biscari e Comiso Ndc.)

La «Livorno» attacca

Sono le 6 del mattino dell'11 luglio: dietro le posizioni del Castelluccio, in un'ampia depressione al riparo della modesta altura, centinaia di ragazzi in grigioverde mordono il freno nell'imminenza dell'azione: sono i fanti del III Battaglione del 34° Reggimento, che verranno guidati all'assalto dal tenente colonnello Leonardi. Ormai ci siamo e anche chi, comprensibilmente, preferirebbe non esserci, a questo punto predilige l'azione al tormento dell'attesa. Restando fermi ci si sente bersaglio: degli aerei, delle navi, dell'artiglieria campale nemica. Gli americani sono sulle colline di fronte, a circa ottocento metri. Sono momenti di grande tensione, in cui persino il sapore di una Milit può sembrare piacevole. I fanti della «Livorno» non lo sanno, ma i loro compatrioti della divisione costiera, spalleggiati da un battaglione di bersaglieri e da reparti delle Divisioni «Assietta» e «Aosta», hanno iniziato a Palma di Montechiaro e a Campobello la controffensiva in direzione di Licata alle 5,30, trovandosi subito di fronte, in perfetta efficienza, l'intera 2a Divisione corazzata americana e stanno combattendo una battaglia impossibile, al solo scopo di guadagnare tempo, mentre il grosso delle nostre truppe parte all'assalto di Gela. L'ordine di attacco non arriva: non è ancora giunto al Castelluccio il colonnello Martini, comandante del battaglione, non si hanno notizie della «Hermann Gòring», mentre anche la nostra artiglieria non ha ancora aperto il fuoco di copertura. Sono pessime premesse alla controffensiva. L'esperienza del giorno precedente ha insegnato che restare fermi in pieno giorno, per poi attaccare lungo una direttrice prevedibile, significa esporsi al terribile fuoco di sbarramento dei grossi calibri della flotta. Il che equivale a un inutile massacro. Il maggiore Artigiani, comandante del gruppo di appoggio dell'artiglieria, fa l'impossibile, in piedi in una buca scavata da una granata, per schierare le batterie e iniziare l'attacco, ma alle 6,30 il tenente colonnello Leonardi decide che non si può più attendere: ci si affida alla copertura di soli quattro cannoni e sei mortai e si parte su tre colonne. Le guidano il capitano Capello, alla testa della 9a Compagnia, con due cannoni da 47/32 e una squadra lanciafiamme, il capitano Ferrara, con la 10a Compagnia e altri due cannoni da 47/32, e il tenente Florio, che rimane di riserva con la 11a Compagnia. I mortai continuano a sparare dalle posizioni del Castelluccio. Appena i fanti dilagano nella terra di nessuno, dal mare inizia il cannoneggiamento navale seminando la morte soprattutto nella più avanzata compagnia del capitano Capello, che rimane ferito. Tuttavia gli italiani raggiungono le prime linee americane, impegnandole con successo. Il tenente La Torre è tra i primi a espugnare una casa colonica trasformata in postazione dai ranger, facendo otto prigionieri. Il resto del battaglione costringe alla ritirata gli altri difensori, catturando un centinaio di prigionieri e molte armi automatiche abbandonate sul campo. Per arrivare sull'obiettivo rimangono da superare una seconda linea di collinette e dossi, prima dell'ultima difesa perimetrale, le postazioni lungo la ferrovia, già travolte, il giorno precedente, da Angelo Navari. Leonardi riorganizza gli uomini per riprendere l'attacco quando sono le 8 e finalmente si sente la voce della nostra artiglieria. Sono i cannoni del maggiore Artigiani che aprono vuoti significativi tra le postazioni nemiche e soprattutto ridanno morale agli attaccanti, rimasti a dir poco interdetti dal modo in cui sono iniziati i combattimenti. Si riparte all'assalto della seconda linea: la 9a Compagnia continua a pagare il più alto tributo di perdite, finché non si arresta. E ferito il capitano Capello, è ferito il sottotenente Bettini, è appena morto, sparando con un fucile mitragliatore sul nemico, il giovanissimo sottotenente Zupo, appena uscito dall'Accademia di Modena. Nello stesso tempo la 10a Compagnia, mentre si lancia all'assalto sul terreno scoperto, non si avvede dell'arrivo di rinforzi americani che la minacciano sul fianco: finisce sotto il tiro incrociato delle mitragliatrici, che si aggiunge alle salve di artiglieria che a intervalli regolari giungono dal mare. Cadono, uno dopo l'altro, tutti gli ufficiali: il sottotenente Carbone, il sottotenente Ragazzini, mentre il comandante, il capitano Ferrara, perde conoscenza dopo essere stato centrato due volte. A guidare gli uomini rimane solo un giovane ufficiale, il sottotenente Riggio, che continua a combattere nonostante abbia collezionato tre diverse ferite. L'attacco si blocca sotto il fuoco nemico: Leonardi chiede alla nostra artiglieria la massima copertura e ordina alla compagnia di riserva di attaccare il fianco sinistro delle linee americane sovrastante i superstiti della 10a Compagnia, ormai costretti sulla difensiva. La manovra funziona: sullo slancio dei nuovi venuti, ciò che resta del battaglione riparte all'assalto travolgendo le seconde linee americane. I ranger si ritirano verso l'abitato, lasciando sul campo altri prigionieri, feriti ed equipaggiamento. Il III Battaglione della «Livorno» è in vista del suo obiettivo. Tuttavia le perdite sono altissime: la 10a Compagnia è ridotta a un solo plotone e ha quindi lasciato sul campo circa 170 uomini, fra morti e feriti, la 9a conta meno di un centinaio di superstiti, rispetto ai duecento effettivi partiti all'assalto. Stranamente i cannoni delle navi tacciono. Evidentemente gli americani non sono più sicuri delle posizioni degli attaccanti e di quelle dei difensori, ormai le prime linee nemiche sono state agganciate e non bisogna mollarle. Leonardi sa che la sua unità non è più in grado di sostenere un nuovo scontro, ma vede la strada libera per Gela e ordina ai suoi ragazzi un nuovo balzo in avanti. Gli americani abbandonano anche i posti di blocco a ridosso della ferrovia: la «Livorno» fa così il suo ingresso tra le prime case del paese e poi si arresta. Non ci sono le condizioni per ingaggiare una lotta casa per casa. Bisogna attendere i rinforzi. Gli italiani sono a meno di 2 chilometri dalla spiaggia. Dietro le linee americane è nel frattempo sbarcato il generale Patton in persona. Mentre l'infaticabile tenente colonnello Darby si prodiga in un'ispezione tra le prime linee per verificare la tenuta della testa di sbarco, deve prendere atto che anche il reggimento del colonnello Mona, proveniente dalla strada e dalla stazione di Butera, ha travolto gli avamposti americani e si avvicina all'abitato. Solo il battaglione del tenente colonnello Mastrangeli è in ritardo, rallentato dal fuoco delle artiglierie navali non riesce a entrare in contatto con la colonna Mona. Contemporaneamente giunge la notizia che la «Hermann Góring» sta attaccando al gran completo.

Arrivano i tedeschi

Poco prima dell'alba, lo straordinario battaglione di paracadutisti del giovane tenente colonnello Gorham si è appostato, dopo averla strappata a un debole presidio tedesco, su una collina che sovrasta la strada per Niscemi. Come ha fatto il giorno precedente con gli italiani, si mette ad aspettare l'arrivo dei carri tedeschi. Insieme a un battaglione del 16° Reggimento della la Divisione di fanteria spera di bloccare l'avanzata della «Hermann Góring». Contemporaneamente il suo comandante, il colonnello Gavin, tenta la medesima operazione sulla collina di Biazzo, sovrastante la rotabile Gela-Vittoria, in questo caso ai danni dell'altra colonna dei Panzer di Conrath. Poco prima delle 7 i tedeschi, dopo aver disperso un intero battaglione del 26° Reggimento fanteria USA, piombano sulle improvvisate postazioni di Gorham. Il primo assalto viene respinto, ma il secondo, preparato a dovere dall'artiglieria, vede impegnati 21 carri medi che provocano la dissoluzione di gran parte del II Battaglione del 16° Reggimento. Più della metà degli effettivi abbandonano precipitosamente le posizioni, lasciando da soli i paracadutisti e i più coraggiosi tra i loro compagni. La lotta divampa con violenza, due carri tedeschi vengono danneggiati, ma gli americani sono costretti a cedere la collina, subendo gravi perdite, e ritirandosi in disordine verso la strada costiera. A Biazzo, invece, Gavin e i suoi riescono a bloccare la colonna. Più che altro sono i tedeschi ad assumere un inspiegabile atteggiamento difensivo, sorprendendo gli stessi americani. Davanti a questa modesta collina si gioca una parte non trascurabile dei destini dell'intera battaglia. Se i tedeschi attaccassero sul serio e con la necessaria determinazione il manipolo di uomini che presidia l'altura, l'intero gruppo corazzato piomberebbe sul fianco sinistro della 45a Divisione di fanteria americana con conseguenze disastrose per l'intero schieramento nemico, ma nulla di tutto ciò viene tentato. Ben diversamente vanno le cose sul fronte dell'altro gruppo di battaglia della «Hermann Góring», che nel frattempo ha raggiunto la statale 115, dividendosi su due colonne: il I Battaglione panzer aggira Piano Lupo e punta diritto verso il mare investendo Spinasanta, mentre il II Battaglione attacca le posizioni del 16° Reggimento del «Grande Uno Rosso», sospingendolo indietro, verso la spiaggia. Alle 11 la situazione si è fatta per gli americani gravissima. Le linee tenute dal «Grande Uno Rosso» cedono in più punti: il 16° perde sette cannoni anticarro su nove e alla fine è costretto a cercare rifugio in un'area di terreno cedevole, non accessibile ai carri, rimanendo così tagliato fuori dalla lotta. La «Hermann Gòring» è a 1500 metri dalla spiaggia e gli esploratori riferiscono che in quel lembo di terra che separa i carri dal mare non ci sono più americani. Contemporaneamente la «Livorno» combatte tra le prime case di Gela. Se solo ci fosse un reggimento di granatieri corazzati di riserva o se almeno arrivasse la colonna della «Hermann Gòring» bloccata a Biazzo, la battaglia finirebbe in poche ore, con un'incredibile sconfitta americana. Ma non ci sono riserve, solo truppe stanche, che hanno subito e inflitto perdite notevoli. Conrath, non trovando altri soldati nemici davanti a sé, comunica che in quel tratto di costa gli americani si sono reimbarcati. Von Senger vuole verificare di persona e raggiunge le prime linee, per poi confermare a Guzzoni che effettivamente la vittoria è a portata di mano. Gli italiani, a loro volta, intercettano un messaggio radio di Patton che ordina il reimbarco. Questo episodio verrà in seguito negato con forza dagli americani, ma il generale Faldella, Capo di Stato Maggiore del generale Guzzoni, lo riferisce citando un documento di cui rimane menzione nel Diario della 6a Armata italiana. Al comando italiano si verificano scene di euforia e la notizia arriva fin sul campo di battaglia. Lo ricorda ancora Manlio Siddi, allora sottotenente di artiglieria della «Livorno»: «Eravamo sulle alture di Butera con la nostra batteria e avevamo fatto un buon lavoro di copertura dell'avanzata del reggimento del colonnello Mona, subendo il solito tiro delle artiglierie navali nemiche e alcuni attacchi aerei. A un certo punto arrivò la notizia che gli americani si stavano reimbarcando, che il contrattacco era riuscito». Ancora per qualche ora durerà questa illusione.

La risposta americana

Patton, nel momento cruciale della crisi del suo schieramento, si affida alla potenza di fuoco della flotta. Il precipitoso ritiro delle principali unità all'interno dell'abitato di Gela e la battuta d'arresto delle provate colonne italiane all'ingresso della cittadina, permette di ristabilire una distanza di sicurezza tra i due schiera-menti tale da consentire un nuovo, massiccio cannoneggiamento da parte della flotta. I primi a farne le spese sono i ragazzi della «Livorno»: i colpi si succedono ininterrottamente e con una violenza spaventosa, prima sui resti delle forze del tenente colonnello Leonardi, poi sui due battaglioni del colonnello Mona. Complessivamente, nella mattina dell'11 luglio, vengono sparati contro la «Livorno» e, in misura assai minore, contro i tedeschi, 3296 colpi di cannone dai cacciatorpediniere Beatty, Laub, Cowie, Tillman e dagli incrociatori Boise e Savannah. A questo vero e proprio inferno bisogna aggiungere il tormento delle incursioni aeree, oltre il fuoco dei mortai e delle batterie terrestri americane. La maggior parte dei caduti italiani risulterà falciata dal fuoco delle navi. Per avere un'idea dell'impatto di questi colpi, basti pensare che uno dei cannoni della batteria del nostro sottotenente Manlio Siddi viene disintegrato insieme ai serventi, dei quali non rimane traccia, da un proiettile da 152 sparato da una nave americana. Muore anche il maggiore Artigiani: il coraggioso ufficiale viene colpito mentre si trova in prima fila, tra i fanti più esposti sulla linea del fuoco, per meglio indirizzare il tiro della sua batteria che ha fatto serrare il più possibile a ridosso del nemico. Viene completamente decimata la colonna del colonnello Mona, ferma in località Femmina Morta, poco fuori il comune di Gela. Per arrestare i carri tedeschi, al fuoco navale si devono aggiungere una decina di Sherman e tutta la potenza di fuoco delle ultime unità del «Grande Uno Rosso» schierate a difesa tra le dune di sabbia. In questa fase si sviluppa un violento scontro tra i panzer e le unità anticarro americane, assistite dagli Sherman, in quella macchia alberata che si trova tra la statale 115 e il mare che ancora oggi viene chiamata il bosco dei carri. Nonostante questo diluvio di colpi, la situazione ri-mane in relativo equilibrio fino a poco prima delle 12, quando i superstiti dei due battaglioni del colonnello Mona avvistano una lunga colonna di carri Sherman che si avvicina di gran carriera, proveniente da Licata. L'inevitabile è avvenuto: gli americani, riusciti a contenere il debole contrattacco italiano a Licata, hanno la possibilità d'inviare rinforzi per salvare la testa di sbarco di Gela. Nulla però può essere rimproverato alle unità lanciate contro la 3a Divisione di Truscott a Licata: in particolare il XXXV Battaglione dei bersaglieri, comandato dal maggiore Moccia, riesce a costringere fino a sera sulla difensiva il nemico alle porte di Naro, mentre a Campobello cade combattendo il luogotenente generale della Milizia Enrico Francisci e rimane gravemente ferito il colonnello Venturi. La sproporzione delle forze in campo non poteva essere riequilibrata soltanto con il coraggio e la determinazione. Alle 12,30 il colonnello Mona deve prendere atto di essere stato circondato dai mezzi corazzati nemici, contro i quali i suoi soldati continuano, per altre tre terribili ore, a combattere. E a morire. Le unità sotto il suo comando vengono distrutte: lo stesso Mona con un pugno di soldati riesce a forzare le linee nemiche e a raggiungere Butera; gli altri ufficiali e poco più di 400 sopravvissuti, in gran parte feriti, si devono arrendere. Alle 16, in località Manfria, tocca alla colonna Mastrangeli subire l'assalto di unità corazzate americane provenienti da Licata. La reazione italiana è decisa ed efficace: lo squadrone di carri e di veicoli cingolati statunitense è costretto a ritirarsi, lasciando sul campo tre mezzi distrutti. Un'ora dopo l'attacco viene ripetuto, questa volta con un più puntuale coordinamento tra le truppe di terra e le artiglierie navali, e rafforzato da un bombardamento aereo. Per i ragazzi della «Livorno» è un inferno di fuoco, ma le nostre artiglierie costringono gli Sherman a ritirarsi, lasciandosi alle spalle altri due cingolati danneggiati. A questo punto Mastrangeli si rende conto che il provvisorio disorientamento degli avversari costituisce l'ultima possibilità per evitare l'accerchiamento: ordina così la ritirata verso le posizioni di partenza, salvando i resti della sua unità. Nel frattempo il tenente colonnello Leonardi riesce ancora a difendere le posizioni conquistate, facendo schierare la compagnia mortai su un'altura più avanzata e riuscendo, da lì, a molestare le posizioni americane. Verso le 16,30 anche la «Hermann Góring» esaurisce la sua spinta offensiva: Conrath deve prendere atto che il suo secondo gruppo di battaglia è bloccato a Biazzo e che molti carri hanno problemi di rifornimenti dopo quasi 11 ore di combattimento. Soprattutto mancano le premesse per sfruttare il successo tattico: non ci sono riserve, né rinforzi di sorta in cui sperare. La ritirata tedesca si svolge con ordine: d'altra parte nessuno li insegue. Allo stesso modo l'altro gruppo di battaglia si allontana dalla posizione di Biazzo: per i tedeschi la battaglia di Gela è terminata. Rimangono in armi, sul campo, solo il battaglione del tenente colonnello Leonardi, gli ultimi soldati del Gruppo mobile E, quello che il tenente Navari aveva guidato all'attacco il 10 luglio, e un pugno di sopravvissuti del battaglione costiero, tutti schierati tra le posizioni del Castelluccio e Gela. A mezzanotte il colonnello Martini, comandante del III Battaglione e diretto superiore del tenente colonnello Leonardi, ordina a quest'ultimo di riportare il reparto sulle posizioni del Castelluccio, attestandosi a difesa. Mentre Leonardi esegue l'ordine, ripercorrendo a ritroso, con la morte nel cuore, le posizioni conquistate con tanto sacrificio durante la mattina, gli americani iniziano a circondare il Castelluccio. In questa fase intervengono anche mezzi corazzati e blindati provenienti da Scoglitti, fatti segno di un preciso tiro di interdizione svolto, sulla strada 117, dalla batteria da 75/18 del Gruppo mobile E, che riesce a distruggere cinque mezzi statunitensi, costringendo altri tre carri a ritirarsi. Nonostante questi parziali successi, verso sera il cerchio si stringe sulle posizioni italiane. Il colonnello Martini se ne avvede e con una sortita riesce a forzare le linee, salvando se stesso e un piccolo contingente di uomini. Ce la fanno a uscire anche gli ultimi quattro carri del Gruppo mobile E sopravvissuti alla lotta, che il giorno 13 sono di nuovo in linea sulla strada per Caltagirone per coprire la ritirata di altri reparti. Per gli altri non c'è più modo di uscire dalla sacca. Inizia un violento combattimento notturno, che costituisce l'epilogo della battaglia. Gli americani attaccano in diverse ondate gli ostinati sopravvissuti italiani. Che rispondono colpo su colpo, fino a quando non esauriscono le munizioni e le forze. Sono le 7 del mattino quando l'ultimo assalto della fanteria americana espugna il Castelluccio, catturando gli italiani superstiti. Dalle alture di Niscemi dove, trainando a forza di braccia i cannoni, rimasti privi dei trattori distrutti dal bombardamento navale americano, gli artiglieri del Gruppo mobile E sono riusciti a ritirarsi dopo una notte di marcia, si vede sventolare la bandiera a stelle e strisce sulla cima del Castelluccio. Il tenente Marchegiani ordina di schierare i pezzi e di sparare finché non venga abbattuta. Riesce nello scopo l'artigliere Causin, ma è l'ultima orgogliosa ripicca del Regio Esercito, mentre sulla strada per Gela gli americani già incolonnano i prigionieri. Sono stanchi, quasi tutti feriti in modo più o meno grave: hanno lottato per ventiquattro ore consecutive, impegnandosi in ogni forma di combattimento conosciuta: attacco, difesa, corpo a corpo, subendo costantemente bombardamenti aerei, navali e terrestri. Quando sfilano, laceri, per le strade di Gela, le donne cercano di aiutarli, offrendo acqua e parole di conforto. Lo ricorda Rosario Medoro, precisando che gli americani non sempre chiudono un occhio: gli è rimasta impressa nella memoria l'immagine di un ranger che strappa con la punta della baionetta il vestito di una ragazza, colpevole di aver consegnato una bottiglia d'acqua a un prigioniero italiano, costringendola a fuggire seminuda tra i lazzi dei militari USA. Gli ultimi a resistere, fino alle 7,30, sono gli artiglieri della compagnia cannoni del Gruppo mobile E: sono trincerati nei pressi di Casa Russo, su una piccola altura chiamata Poggio del Mulino. Esaurite le munizioni dei pezzi di artiglieria si difendono con bombe a mano e fucili, lasciando sul campo una ventina di caduti. Ormai accerchiati decidono di sganciarsi: resi inservibili i cannoni, il capitano Ferrari riesce a guidare i suoi uomini, al riparo del fosso che costeggia la strada camionabile, fuori dalla sacca del Castelluccio, fino alle posizioni italiane di Bivio Gigliotto. L'alba del 12 luglio illumina un campo di battaglia che non dovrebbe essere dimenticato: 2000 soldati e 214 ufficiali italiani giacciono senza vita, mescolati e confusi ai loro avversari americani, che tra morti, feriti e dispersi sommano 2300 vittime. Infine i tedeschi hanno perduto 600 soldati e 30 ufficiali, oltre a 10 carri completamente distrutti. Dal giorno dello sbarco sono deceduti circa 3300 militari italiani e 800 tedeschi. Mancano cifre attendibili sul totale delle perdite americane. La Divisione «Livorno» conta anche 5000 feriti, in parte presenti tra i 2000 prigionieri presi dagli americani, ma in grande maggioranza avviati nelle retrovie durante i combattimenti. Molti sono mutilati, altri moriranno durante il ricovero. Non ci sono cifre ufficiali sugli americani catturati dagli italo-tedeschi tra il 9 e il 12 luglio: è probabile che ammontino a 6/700 unità, senza contare i paracadutisti lanciati in aree lontane dalla zona dello sbarco e rastrellati dai reparti italiani. I due terzi dei prigionieri alleati non lasceranno la Sicilia e verranno così liberati dai loro commilitoni dopo l'evacuazione dell'isola da parte delle forze italo-tedesche. Il 12 la «Livorno» combatte ancora, bloccando l'avanzata americana verso Butera. In questa fase cade anche il colonnello Mona, meritandosi una medaglia d'oro. Il 13 cade Niscemi e il 14 Biscari. Il Gruppo mobile H retrocede combattendo verso Caltagirone, incalzato dal fuoco della flotta, da un reggimento di fanteria e dai mezzi corazzati americani. Lascerà sul campo della battaglia di Gela un centinaio di uomini. Il 15 luglio anche il XXXV Battaglione dei bersaglieri, che con tanto valore aveva combattuto nei giorni precedenti sotto il comando del maggiore Moccia, dopo aver respinto e contrattaccato per 96 ore gli assalti statunitensi e perduto duecento uomini, ripiega ordinatamente da Naro a Favara. La «Livorno», riorganizzata in quattro gruppi tattici, continuerà a battersi con poco più di 2000 effettivi fino alla fine della campagna di Sicilia.
( A.Augello, “Uccidi gli italiani”, Milano, 2009, Mursia, pp. 101-121)

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Scritto del Tenente Colonnello Giovanni Iacono in servizio presso il Comando per la Formazione, Specializzazione e Dottrina dell’Esercito.

Articolo tratto da Rassegna dell’Esercito Numero 6 NOV-DIC 2014

La battaglia di Gela 10-11 luglio 1943

Due giorni di forsennati combattimenti che videro le esigue forze dell’Asse arrivare quasi a toccare con mano la vittoria e innumerevoli atti di valore compiuti da italiani e tedeschi.
Solo lo strapotere di fuoco degli Alleati, dovuto all’indiscusso dominio dell’aria e di quello che solo pochi anni prima era stato il Mare Nostrum, rese possibile agli statunitensi, che stavano già quasi per reimbarcarsi, respingere l’attacco italo-tedesco e consolidare la testa di sbarco a premessa dell’intera occupazione della Sicilia.
Non mancò il valore, non mancò la fortuna, mancarono i mezzi.

USA-MTO-Sicily-V

Tra l’11 e il 13 maggio, le truppe alleate sferrarono l’offensiva finale in Tunisia, che portò alla resa della Armata corazzata tedesca del Generale von Arnim e della 1a Armata
italiana del Generale Messe.
In totale, l’Asse aveva perso 250.000 soldati, ben addestrati e perfettamente equipaggiati (1).
Soldati che con l’esperienza di combattimento maturata sul fronte africano avrebbero potuto attivamente contribuire alla difesa del territorio metropolitano e della Sicilia in particolare.
Quando ormai la campagna in Africa volgeva alla conclusione,la pianificazione dell’operazione
«Husky» subì un’accelerazione e fu stilato il piano definitivo per l’invasione, che tra l’altro prevedeva, in fase preliminare, anche la conquista delle isole di Lampedusa e di Pantelleria. In questa stesura definitiva, il piano prevedeva che i settori di sbarco dell’8a Armata britannica e della 7a Armata statunitense si sviluppassero quasi senza soluzione di continuità sulla cuspide meridionale dell’isola, su un fronte quasi continuo di circa 170 chilometri;
venne inoltre fissata la data e l’ora per lo sbarco: il 10 luglio alle ore 02.45.
Secondo questo piano, compito Armata, comandata dal Generale Montgomery, era
quello di spingersi a nord occupando in successione, Siracusa, Augusta e Messina, per intrappolare nell’isola il maggior numero possibile di truppe dell’Asse.

La 7 dell’intera 8a Armata del Generale Patton avrebbe solamente svolto un compito di copertura del fianco sinistro dell’8 Armata.
In totale gli Alleati, come scrive Alberto Santoni, si accingevano a impiegare per l’invasione
della Sicilia inizialmente 181.000 uomini, di cui 115 000 britannici e 66.000 americani, nonché 600 carri armati, 14.000 automezzi, 1.800 cannoni e 3.462 aerei, di cui solo 2.510 efficienti e impiegabili operativamente; di questi furono impiegati soltanto 670 velivoli per il supporto diretto alle operazioni terrestri.
In totale, nelle fasi finali dell’operazione «Husky» furono impiegati circa 478.000 uomini, di cui 250.000 inglesi e 228.000 americani (2).

LO SBARCO ALLEATO E LE PRIME REAZIONI DELL’ASSE

Nella notte tra il 9 e 10 luglio 1943 venne attuato il più grande sbarco anfibio mai tentato fino ad allora, impiegando nel solo settore di costa compreso tra le città di Gela e Scoglitti (Sicilia sud-orientale), 580 navi da guerra e da sbarco, oltre a 1.124 mezzi anfibi, che sbarcarono due intere Divisioni (la 1a a Gela e la 45a a Scoglitti, per un totale di circa 40.000 uomini suddivisi in 27 battaglioni).

Gli sbarchi nel settore del 134° reggimento
L’urto iniziale fu sostenuto da 5 battaglioni delle unità costiere (XVIII Brigata costiera). Alle 02.55 il Comandante del CDXXIX battaglione costiero, Maggiore Rabellino, segnalava parecchie imbarcazioni nemiche che muovevano in direzione di Senia Ferrata; le artiglierie costiere, che fino ad allora non avevano sparato a causa della loro gittata non
adeguata, aprirono il fuoco sulle imbarcazioni in avvicinamento, svelando così le proprie posizioni. Subito iniziò il bombardamento navale della costa a copertura delle operazioni di sbarco per annientare le batterie costiere.
La reazione italiana fu immediata: il Generale Guzzoni, ricevute le prime notizie di lanci di paracadutisti alle 01.10 del 10 luglio, diede ordine di cambiare lo «stato di allerta» in «stato di allarme» e alle 01.50 ordinò il brillamento dei pontili di Gela e Licata (3).
Alle 03.05 vennero segnalati i primi sbarchi a Senia Ferrata. Alle prime luci dell’alba del 10 luglio (ore 03.37) il Maggiore Rabellino comunicò che il nemico cercava di sbarcare sulla destra del pontile di Gela.
Ma i soldati del CDXXIX battaglione costiero non avrebbero ceduto molto facilmente. I rangers infatti dovettero battersi per conquistare ogni bunker e ogni trincea. Il fuoco incrociato delle mitragliatrici sulla spiaggia era intenso, tanto che una compagnia di pionieri perse un intero plotone. La tenacia dei difensori fu testimoniata dal numero di caduti
del CDXXIX battaglione costiero che toccò la cifra di 197 tra morti e feriti, cioè il 45 per cento degli effettivi (4).

Alle 04.10 il Maggiore Rabellino comunicò che il nemico era riuscito a sbarcare e che vi
erano infiltrazioni dal lato del belvedere di Gela.
Infatti, sopraffatte le difese sulle spiagge, alcuni plotoni di rangers avanzarono rapidamente nella città, dove si accesero immediatamente aspri combattimenti.
Sul corso principale, un nucleo di Carabinieri che vigilava sul centro della città (buona parte della città era stata evacuata la mattina precedente) sorprese i rangers.
Iniziarono subito a sparare sui nemici, che colti di sorpresa ripiegarono temporaneamente
per riorganizzarsi e occupare posizioni più favorevoli. Nel frattempo sopraggiunsero
altri americani, ma a dare man forte ai Carabinieri arrivarono alcuni giovani gelesi. Dopo circa due ore di combattimenti i Carabinieri, esaurite le munizioni, vennero circondati e quindi sopraffatti, mentre i giovani gelesi accorsi in loro aiuto riuscirono a rifugiarsi sul campanile della chiesa madre, da dove continuarono a resistere lanciando bombe a mano.
In una viuzza nei pressi di piazza Umberto, il Tenente Lembo, del CDXXIX battaglione costiero, alla testa di un gruppo di soldati ostacolava l’avanzata dei rangers. Ma il nemico era troppo numeroso, e uno dopo l’altro i suoi uomini caddero o fuggirono.
Il Tenente, rimasto solo, uscì allo scoperto affrontando gli attaccanti con una pistola mitragliatrice, finchè non cadde ucciso.
Quando cominciò ad albeggiare, la resistenza si era di molto affievolita, ma dal campanile della cattedrale e dal bunker dell’arco di Porta Marina si continuava a sparare.
Nel bunker dell’arco di Porta Marina, il Caporal Maggiore Cesare Pellegrini (Medaglia di Bronzo al Valor Militare alla Memoria), rimasto da solo con la mitragliatrice, continuava a resistere
da quattro ore, inchiodando il nemico sulla battigia. Come ci racconta Nunzio Vicino nella sua opera, il nemico è costretto a sospendere le operazioni di sbarco lungo il tratto di spiaggia
in cui agisce il Caporal Maggiore Pellegrini con la sua mitragliatrice.
Numerosi sono i corpi dei nemici sulla spiaggia. Fino a quando una pattuglia di rangers,
guidata da un graduato di colore non lo circonda, il Pellegrini rifiuta di arrendersi, fedele
al giuramento di difendere fino all’estremo sacrificio il suolo patrio
dall’invasore, ma la pattuglia di rangers si è fatta ancora più sotto e il graduato di colore, penetrato all’interno del bunker, lo pugnala alle spalle (5).
Già dalle 06.00 le poche sacche di resistenza erano circondate e il Tenente Colonnello Darby, Comandante dei rangers, riferiva al Generale Patton che il loro obiettivo era raggiunto; ma di lì a poco si sarebbe trovato ad affrontare gli intrepidi uomini del gruppo mobile «E», provenienti da Niscemi.
Intanto, in base agli ordini ricevuti, il Generale Conrath, che dal 9 luglio si trovava con la sua Divisione «Hermann Göring» nell’area di Caltagirone, decise di avanzare su due colonne. La colonna corazzata di destra raggiunse Case Priolo alle 13.30, e impegnò in combattimento il II battaglione del 16 Regimental Combat Team statunitense (1ath Divisione). La colonna di sinistra, in particolare la Compagnia carri «Tigre», ebbe maggiori difficoltà, in quanto diverse volte i carri rimasero bloccati nelle strette stradine dei paesi attraversati (6). Superato il ponte sul Dirillo, questa colonna venne bloccata dall’attacco del I battaglione del 180 Regimental Combat Team americano(45ath Divisione) e perse i contatti con la Divisione.
A metà pomeriggio, questa colonna riprese i contatti col Comando di Divisione e rinnovò l’offensiva contro il I battaglione del 180 Regimental Combat Team statunitense lungo la valle del Dirillo, riuscendo a catturare diversi prigionieri, tra cui il Comandante
del battaglione americano, Colonnello Schaefer.
Ma grazie al provvidenziale intervento del III battaglione del 180th Regimental Combat Team, che attaccò sul fianco la colonna di sinistra, le sorti della battaglia furono salvate
e i tedeschi furono costretti a ritirarsi (7).
Il III battaglione del 33° reggimento fanteria della Divisione «Li-vorno», dislocato nei pressi della stazione di Butera, col compito di fungere da riserva alla XVIII Brigata costiera, alle 04.37 ricevette l’ordine di muovere verso Monte Poggio Lungo. Alle 08.10 circa,
elementi nemici, stimati in circa due Compagnie, raggiunsero le pendici sud di Monte Poggio Lungo, mentre il III battaglione del 33° reggimento, comandato dal Tenente Colonnello Bruni, raggiungeva quasi contemporaneamente le pendici nord.
Alle 08.45 le posizioni del III battaglione del 33° venivano attaccate incessantemente dal fuoco dell’artiglieria nemica. Per tutta la mattinata, il Tenente Colonnello Bruni cercò di contrastare le due compagnie di rangers americani che si trovava di fronte e che manovravano tre cannoni italiani catturati, ma senza risultati apprezzabili.
Alle 11.30, dopo aver subito ingenti perdite, il Tenente Colonnello Bruni si trovò a dover affrontare la contromanovra dell’avversario e dovette quindi ripiegare sui capisaldi di Poggio della Femmina e di Monte del Falcone.

Alle 05.40 il Generale Mariscalco, Comandante della XVIII Brigata costiera, ordinava al gruppo mobile «E», dislocato a Niscemi, di muovere su Gela, per intervenire in aiuto del Comando del CDXXIX battaglione costiero ormai circondato.
Particolarmente significativa è la testimonianza di Bruno Causin, allora Caporale artigliere della 9 batteria del 54° reggimento artiglieria «Napoli», facente parte del gruppo mobile «E»(Cool: «Arrivammo all’altezza dell’aeroporto di Ponte Olivo che era giorno.
Gli americani erano già sbarcati e avevano occupato il paese.
Il Comandante della batteria era andato come al solito avanti per vedere il posto dove schierarci coi cannoni. Aveva destinato il punto dove andare, ma al di qua del paese di Gela, gli americani avevano già sistemato una batteria da 105 mm. Tornò quindi indietro, ci diede i dati di tiro mentre eravamo ancora lungo la strada e io li segnai sul goniometro, che essendo piccolo tenevo sempre in tasca. Come siamo andati in posizione abbiamo sparato una salva di batteria, colpendo la batteria americana col primo
colpo. Ricordo che l’aiutante mi raccontò che aveva visto l’inferno scatenarsi sulla batteria nemica, soldati morti, cannoni rovesciati.
Dopo continuammo a sparare per coprire l’avanzata della Fanteria. Ma non appena intervenne la marina … mamma mia….
Ci arrivò addosso un inferno di fuoco e acciaio. I colpi ci passavano sopra, però qualcuno
arrivò anche a 40-50 metri dalla nostra posizione, ricoprendoci letteralmente
di terra, ma noi continuammo a sparare fino alle 10.30-11.00, e ricordo che il sole ci bruciava».

Alle ore 07.30 la 155 compagnia bersaglieri prendeva contatto con il nemico all’altezza del
passaggio a livello sulla rotabile Niscemi-Gela (SS 117), e qui venne bloccata dall’intenso fuoco dell’artiglieria navale nemica.
Contemporaneamente la 2a compagnia del CII battaglione controcarri si schierava a dare
supporto diretto alla compagnia bersaglieri, ma avanzando si ritrovò a meno di trecento metri da posizioni nemiche situate tra le abitazioni, che fino a quel momento non si erano ancora svelate.
Fu quindi fatta segno a fuoco da parte dei mortai e delle artiglierie leggere nemiche che distrussero diversi pezzi e causarono parecchie perdite, tra cui il Sottotenente
Bazzoli Righini, che cadde colpito a morte mentre, incurante del violento bombardamento,
continuava imperterrito le operazioni
di preparazione del tiro.
Il Tenente Colonnello Conti diede allora l’ordine alla compagnia carri di attaccare, in modo
da sfondare la linea avversaria. I tre plotoni carri comandati dal Capitano
Granieri attaccarono a ondate successive. Il Tenente Colonnello Darby vedendo avanza-
re i carri chiese l’intervento dell’artiglieria
navale, ma questa non fece in tempo ad aggiustare il tiro che i carri erano già penetrati all’interno della città. Superati gli
sbarramenti anticarro e penetrati per le vie di Gela, i plotoni eliminavano
i centri di fuoco che si manifestavano lungo la strada, cercando di neutralizzare quelli che si erano annidati all’interno delle case .

Ecco come Hugh Pond descrive la scena nel suo libro: «I carri sparavano senza fermarsi, facendo roteare le torrette e rovesciando proiettili su tutti i bersagli possibili, con un’audacia che destò l’ammirazione persino degli spericolati rangers» . La battaglia durò a lungo; il nemico, nonostante avesse una superiorità numerica in uomini e mezzi, venne a trovarsi in seria difficoltà. Due carri penetrarono fin dentro l’abitato.
Alle 08.30 uno dei carri, quello del Tenente Navari che, incurante del fuoco di cui era fatto oggetto, era riuscito a penetrare fino a piazza Umberto I, dove aveva sede il Comando americano. Le strade, prima gremite di soldati americani, i fecero deserte e il nemico
credette che la presenza di quel carro annunciasse l’imminente arrivo delle forze italiane che stavano contrattaccando.
Il Tenente Colonnello Darby, Comandante dei rangers, si trovò di fronte questo carro che avanzava verso di lui sparando all’impazzata,
incurante della reazione nemica. Afferrato un bazooka, gli sparò contro un razzo,
ma mancò il bersaglio. Ricaricò il bazooka e questa volta colpì in pieno il carro, immobilizzandolo. Il Tenente Navari uscì dalla torretta del carro con la pistola in pugno, ma venne centrato da un colpo di fucile alla fronte (sarà ricompensato con la medaglia d’Argento al Valor Militare alla Memoria).
L’altro carro, con a bordo il Carrista Antonio Ricci e il Sergente Cannella, avanzò all’interno del centro abitato. A un certo punto, vicino
a Porta Caltagirone, visto
che l’abitacolo era pieno di fumo per gli spari del cannoncino e della mitragliatrice, si fermò per orientarsi prima di procedere con
la marcia. Il Sergente Cannella era sotto shock, scese allora il Carrista Ricci, ma non appena
saltò fuori dal carro venne ucciso dalle schegge di alcune granate lanciate contro di loro. Il Sergente Cannella ripartì rabbiosamente verso il centro cittadino, ma, superata Porta Caltagirone, investito da un diluvio di fuoco, fu costretto a ritirarsi e tornò indietro
verso la piana di Gela. Poco prima di uscire dall’abitato venne centrato da un cannone anticarro.
Commovente è la scena descritta da Augello nel suo libro:
«Le lamiere rimangono squassate, il carro fuma come una pentola a vapore.
Da quella ferraglia contorta emerge stordito, ma vivo, il Sergente Cannella. Barcolla in
mezzo alla strada, mentre qualche gelese alla finestra gli batte le mani commosso e una giovane donna esce di casa soccorrendolo, abbracciandolo. Davanti a questa scena anche i militari americani, che lo hanno colpito, dopo qualche esitazione gli vanno incontro e gli stringono la mano, prima di farlo prigioniero» .
Alle 11.00, constatata l’impossibilità materiale di mantenere le posizioni raggiunte, dopo aver subito pesanti perdite e trovandosi ancora sotto l’incessante martellamento
dell’artiglieria navale (tra le 08.00 e le 12.55 le navi da guerra americane spararono 572 colpi di grosso calibro solo sul gruppo mobile), il Tenente Colonnello Conti dovette dare l’ordine di arretrare fino a Monte Castelluccio, nei pressi dell’aeroporto di Ponte Olivo sulle posizioni della difesa fissa. Il gruppo mobile «E» parteciperà comunque, come vedremo in seguito, anche alla controffensiva del giorno successivo.

11 LUGLIO 1943: IL CONTRATTACCO DELL’ASSE

Già la mattina del 10 luglio il Generale Guzzoni, una volta delineatosi
il quadro delle operazioni in corso, vedendo le zone interessate dagli sbarchi e le direttrici
di attacco del nemico, fece una prima valutazione strategica della situazione. Considerato
l’amplissimo tratto di costa
interessato dagli sbarchi, e reputando impossibile reagire dovun-
que con le forze a sua disposizione,
decise di sferrare un massiccio
contrattacco contro le tre
teste di sbarco da lui ritenute più pericolose
ai fini della tenuta del fronte:
Gela, Licata e AugustaSiracusa (14).
Diede, quindi, disposizioni affinché le due Divisioni eseguissero,
alle ore 06.00 dell’indomani 11 luglio, un attacco contemporaneo
«a testa bassa», in concomitanza con un attacco aereo che
sarebbe stato effettuato a
quell’ora. La Divisione «Livorno», che avrebbe ricevuto in concor-
so anche i resti del gruppo mobile
«E», avrebbe attaccato ad ovest
della statale 117, mentre la «Hermann Göring» a est di detta rotabile.
Obiettivo del contrattacco
era quello di isolare, agendo
dai due lati con un’azione
a tenaglia, la testa di sbarco dalle
spiagge. I movimenti per assumere
lo schieramento dovevano
essere effettuati durante la notte,
in modo che prima dell’alba i reparti fossero già in posizione (15).
In base agli ordini ricevuti, i due
Comandanti di Divisione pianificarono nel dettaglio lo schieramento da assumere e le rispettive direttrici d’attacco, nonché le modalità di coordinamento.
Il Comandante della Divisione «Livorno», Generale Chirieleison, decise di assumere un dispositivo d’attacco su tre colonne: la colonna
di sinistra, costituita dai resti del gruppo mobile «E», un battaglione
di fanteria e un gruppo
di artiglieria, doveva muovere
lungo la piana di Gela, a ovest
della SS 117; la colonna centrale,
composta da due battaglioni di
fanteria e un gruppo di artiglie-
ria, doveva muovere a cavaliere
della strada Butera-Gela; mentre
la colonna di destra, composta da un battaglione di fanteria e un gruppo di artiglieria, doveva
proteggere il fianco destro della Divisione da eventuali minacce provenienti da Licata.
Anche il Generale Conrath, Comandante della Divisione «Hermann Göring», decise di assumere un dispositivo su tre colonne d’attacco, così suddivise:
la colonna di sinistra, composta dal reggimento Panzergrenadier
e dalla compagnia carri «Tigre»,
doveva muovere lungo la valle del fiume Dirillo, Senia FerrataGela; la colonna centrale, composta
da un battaglione carri e un
gruppo di artiglieria, doveva muovere da Case Priolo verso Case
Spinasanta-Gela; la colonna di sinistra, composta da un battaglione
carri ed un battaglione genio, doveva muovere lungo la piana di Gela a est della SS 117.

AZIONE DELLA COLONNA D’ATTACCO DI SINISTRA DELLA
DIVISIONE «LIVORNO»

La colonna d’attacco di sinistra era composta dai resti del gruppo mobile «E», che si trovava già schierato tra il Castelluccio e le posizioni della difesa fissa dell’aeroporto
di Ponte Olivo, da una Compagnia mortai e dal III battaglione del 34° reggimento di fanteria comandato dal Tenente Colonnello Leonardi.
La linea avanzata della testa di sbarco si snodava lungo una serie di colline distanti circa 800 metri da Monte Castelluccio, e il terreno per raggiungerle si presentava completamente
scoperto e privo di appigli tattici (16).
Alle 05.15 arrivò l’ordine d’operazione, che descriveva l’azione delle due Divisioni; l’orario previsto per l’attacco, che doveva essere simultaneo e strettamente coordinato, era stato fissato per le 06.00, preceduto da dieci minuti di preparazione di artiglieria e da un contemporaneo attacco aereo. Però
alle 05.50 il Colonnello Martini, Comandante della colonna, non era ancora arrivato sul posto, e il Maggiore Artigiani, Comandante
del I gruppo del 28° reggimento artiglieria, era arrivato
a Monte Castelluccio solamente alle 05.30 e non riusciva ad avere il collegamento radio con
le batterie. Il Tenente Colonnello Leonardi attese fino alle 06.30,
ora in cui nove bombardieri italiani «Cant Z. 1007 bis» attaccarono
la flotta americana alla fonda di fronte a Gela (17).
Vedendo ciò, non avendo collegamenti radio e temendo che un ulteriore ritardo avrebbe pregiudicato l’esito delle contemporanee azioni delle due
colonne che dovevano operare ai suoi lati e che costituivano
l’asse principale del contrattacco,
decise d’iniziativa di dare
inizio all’attacco senza attendere oltre l’arrivo del Comandante
del reggimento e la preparazione dell’artiglieria, cercando di sfruttare
al meglio le armi di accompagnamento
a disposizione.
I reparti iniziarono il movimento, e subito furono investiti dal fuoco di armi automatiche
e di artiglieria campale. Nonostante tutto, la prima linea della
testa di sbarco, situata tra Poggio
Frumento e Poggio Mulinazzo,
fu conquistata intorno alle 08.00.
Furono catturati circa un centinaio di prigionieri che furono avviati verso Monte Castelluccio,
e da qui verso Niscemi.
Intanto il Maggiore Artigiani era riuscito a mettersi in contatto col suo gruppo, che era entrato immediatamente in azione Emblematica sulla situazione del momento e sullo stato d’animo di quanti si trovarono a combattere l’11 luglio nella piana di Gela è la testimonianza del
Signor Cristani Raffaele, all’epoca Sottotenente del 28°
reggimento di artiglieria: «Quando
siamo arrivati quassù (Monte Castelluccio n.d.r.), la visione del mare gremito di navi è stata
sconvolgente. Sconvolgente per la sensazione precisa di una guerra perduta che abbiamo avuto tutti. Il ricordo più ricorrente di quel giorno è la necessità, allora io giovane Ufficiale, di convincere i miei uomini, anche
ultra quarantenni, a muoversi perché erano quasi paralizzati
dall’impressione. Io stesso ero abbastanza impressionato ed emozionato da tutto questo,
ma dovevamo badare a quello che stavamo facendo, quindi c’è voluto qualche grido e anche
qualche minaccia per riuscire a smuoverli, ma in pochi minuti
sono usciti da quella specie di sbigottimento e torpore che li aveva presi» (1Cool.
Subito dopo aver espugnato questa prima linea nemica, la colonna iniziò l’attacco alla seconda linea, svelatasi inaspettatamente
a circa 500 metri dalla prima.
Fu in questo preciso momento, erano le 08.30, che l’artiglieria
navale, e più precisamente i cannoni dell’incrociatore Savannah (armato con 15 cannoni
da 152 mm e otto da 127 mm) (19), aprì il fuoco contro
la colonna di sinistra della «Livorno».
Significativa è la testimonianza del Tenente Messina, effettivo al III battaglione del 34°
reggimento, raccolta da
John Follain nella sua opera:
«Avanzava da circa un’ora e aveva ormai attraversato metà della piana, quando udì sopra la
sua testa il sibilo di un proiettile enorme, che gli scoppiò alle spalle.[…] Si rotolò al suolo nel tentativo di sfuggire alla valanga di fuoco. Sotto la violenza dei proiettili la terra intorno a lui sembrava ribollire come l’acqua in una pentola. […] Carne contro acciaio, uomini contro navi, pensò mentre il suo corpo cominciava a tremare senza controllo» (20).
Il fuoco dell’artiglieria navale aprì larghi vuoti tra le fila del III battaglione del 34°, che per raggiungere la seconda linea nemica, sotto la tempesta di ferro e di fuoco scatenatasi, impiegò ben tre ore.

Alle 11.00 circa anche la seconda linea fu sfondata, ma i reparti erano duramente provati. A questo punto gli americani ripiegarono dentro
Gela, e il III battaglione del 34°, appena si fu riordinato, si spinse ancora in avanti, fino al posto di blocco di Gela, allo scopo di incalzare l’avversario e diminuire la distanza, in modo
da conquistare una buona base di partenza per il reparto che li avrebbe dovuti eventualmente scavalcare per proseguire l’azione in profondità e riconquistare l’abitato.

A questo punto il Colonnello Martini, viste le precarie condizioni in cui versava il battaglione, ordinò al Tenente Colonnello Leonardi di fermarsi e disporsi a difesa, in modo da respingere
un eventuale contrattacco nemico, in attesa di essere scavalcati da altre unità già richieste al Comando di Divisione.
Intanto il nemico continuava a martellare le posizioni tenute dal battaglione. Alle 13.00, si
seppe che la colonna di destra era stata distrutta da truppe corazzate provenienti da Licata, e che i tedeschi stavano ripiegando su Caltagirone; il battaglione rimaneva quindi isolato nella piana di Gela.
Alle 24.00 il Colonnello Martini impartì l’ordine di ripiegare su Monte Castelluccio col compito
di costituire un caposaldo per una resistenza ad oltranza, per coprire il movimento di ripiegamento degli altri reparti della Divisione su nuove posizioni. Una
compagnia fu, quindi, lasciata sul posto per coprire il ripiegamento del battaglione. Questa resistette per circa un’ora al secondo contrattacco notturno, dopodiché venne sopraffatta e solamente una parte di essa riuscì a ripiegare sul Monte Castelluccio.

I resti del battaglione,decimato dalle numerose perdite tra morti e feriti, con i resti
compagnia bersaglieri si organizzarono alla meglio per la difesa sul Monte Castelluccio.

Gli americani mandarono allora avanti una colonna corazzata della 155 a per annientare le unità italiane in ritirata; riprendiamo la testimonianza dell’artigliere Causin: «Gli americani avevano mandato avanti sette carri armati lungo la Strada Statale 117. Io ero il quarto pezzo e mi trovavo vicino alla strada. Il Comandante chiamò tutti
quanti i puntatori e ci disse: “Tu Causin prendi il primo (il primo
pezzo), e tu prendi l’ultimo, quell’altro lì il penultimo e l’altro il secondo”, sicchè erano quattro quelli che noi dovevamo
colpire, però ce ne sarebbero
stati altri tre che non sarebbero stati colpiti. Lui ci disse “Quando io sparerò il colpo di pistola in aria voi sparate”. Li fece venire
avanti fino a una distanza di 80 metri, io sul cannocchiale li vedevo come da qui a lei, e ricordo
che il primo colpo che sparai lo presi sotto, tra la terra ed il
cingolo ed il carro armato si fermò.
Poi il secondo colpo lo prese
in pieno e il carro s’incendiò.
Subito sparai a un altro; alla fine solamente due riuscirono a scappare.
Ma poi dopo la marina hanno tirato tante di quelle bombe. La terra sembrava ribollire; per fortuna che avevamo una posizione meravigliosa, cioè c’era un fosso fatto dal personale del
campo di aviazione, e noi avevamo quindi come protezione una specie di argine e la bocca
da fuoco era rasente. Però una granata della marina ci prese proprio sul paraschegge, e ricordo che il cannone saltò per
aria, ed io che ero seduto sul sediolino, senza neanche accorgermene
mi ritrovai per terra, tutti quanti pieni di terra, e il
cannone tornò giù di nuovo con un
tonfo sordo, ed il Tenente gridava “Fuoco, fuoco”, e iniziammo
a sparare a vista; c’erano tantissimi americani che venivano
avanti di qua e di là, erano dappertutto
e quando succedeva così, come avevamo imparato durante le istruzioni si sparava
un colpo qua un colpo là,
in maniera da tenere il nemico
sempre in allerta, che non venisse avanti, e allora si sparava
un colpo più vicino, un colpo più
lontano. Riuscimmo comunque a respingerli».
Alle 02.30 la colonna Leonardi dovette far fronte al terzo contrattacco nemico opponendo
un’accanita resistenza, riuscendo a resistere fino alle 7 circa,
quando i pochi superstiti vennero sopraffatti e catturati.
Dopo essere stati catturati, i prigionieri vennero condotti alla volta
di Gela. Per comprendere meglio le emozioni dei soldati italiani
e della popolazione di Gela, è bene riportare la testimonianza
del Tenente Colonnello Leonardi, dal suo «Diario di un battaglione», ripresa anche da Nunzio Vicino nel suo libro
«La battaglia di Gela»: «Il piccolo drappello di prigionieri procedeva lentamente verso Gela […].
Era sfinito, lacero, insanguinato […]. Il drappello giunse a Gela […]. Ma ora vi entravamo
da vinti e non da vincitori! Passammo per le vie della città. Molta
gente era commossa e piangeva anche. Non pochi ci offrirono pane, acqua, sigarette, e avrebbero dato chissà cos’altro se i soldati di scorta lo avessero permesso! Un piccolo vecchietto, che si reggeva appena sul bastone, si avvicinò e ci strinse la mano. Forse aveva visto … forse sapeva! Ma gli americani lo allontanarono immediatamente.
In mezzo a tanto popolo buono non mancarono però gli apatici, gli indifferenti. Non mancarono anche coloro che ci derisero e persino insultarono perché avevamo osato
combattere….
Pochi, ma non mancarono […]. Fieri e superbi per il dovere compiuto, alzammo la testa stanca e ci avviammo silenziosamente verso la nostra dura prigionia» (23).

AZIONE DELLA COLONNA D’ATTACCO DI DESTRA DELLA DIVISIONE «LIVORNO»

La colonna d’attacco di destra, comandata dal Colonnello Mona, Comandante del 33°
Reggimento, era costituita dal I battaglione del 33° fanteria e 46 dal I battaglione del 34° fanteria.
Alle 05.00 circa ricevettero l’ordine di contrattaccare su Gela.
Alle 07.30, dopo aver assunto lo schieramento sui Monti dell’Apa e Zai, iniziarono l’avanzata
verso Gela. Il I del 33° doveva avanzare sulla destra della rotabile
Butera-Gela, mentre il I del
34° sulla sinistra. All’inizio l’attacco
si sviluppò senza una resistenza
apprezzabile. Verso le 09.00
le due unità vennero bersagliate
dal fuoco delle artiglierie
navali e terrestri, e ogni tentativo
di agganciare le unità nemiche
fallì di fronte alle rapide manovre
elusive dei mobilissimi
reparti motocorazzati nemici. Alle
10.30 circa il reparto esploratori aveva raggiunto il passaggio
a livello della rotabile Butera-Gela,
mentre le compagnie
avanzate erano all’altezza del km
28 della stessa rotabile. Fu a
questo punto che il nemico effettuò
delle puntate offensive
con mezzi blindati, ma i reparti avanzanti
riuscirono a proseguire
il loro movimento verso la cittadina
facendo uso sia delle armi
controcarri a loro disposizione,
sia dell’appoggio dell’artiglieria.
Arrivati nei pressi del passaggio
a livello di Casa Femmina Morta, nelle immediate vici-
nanze dell’abitato, i mezzi nemici
si ritirarono, dando l’impressione
ai reparti attaccanti di non
avere
più alcun ostacolo di
fronte,
sennonché si scatenò
nuovamente
un violentissimo
fuoco
di repressione da parte
delle
artiglierie navali e degli aerei.
Alle 11.30 una colonna
corazzata
nemica proveniente
da
Licata attaccò l’ala destra
della
colonna Mona, minacciando anche le posizioni di
Monte dell’Apa e Monte Zai.
Se fossero state perse queste
posizioni, le due colonne (la destra
e la fiancheggiante) sarebbero
rimaste isolate. Nel primo
pomeriggio,
la colonna Mona
subì
un violento contrattacco da
parte dei rangers americani,
che dopo aver attraversato il
torrente Gattano si spinsero fino
al km 28 della rotabile Butera- Gela,
accerchiando i reparti avanzati.
I due battaglioni furono quindi bersagliati nuovamente dall’artiglieria
e da attacchi aerei; cercarono
disperatamente di rompere
l’accerchiamento, resistendo
fino alle 15.30 circa, ora in cui
furono
sopraffatti e i superstiti
catturati,
compresi i due Comandanti
di Battaglione, mentre del
Colonnello
Mona non si avevano
notizie
(il Colonnello Mona riuscì
a
sfuggire alla cattura, e presentatosi
al Comando Divisione,
confermava
l’accaduto). Quindi,
il
Generale Chirieleison diede
l’ordine
di ripiegamento sulle posizioni
di partenza alle altre due
colonne (sinistra e fiancheggian-
te), in quanto rimanevano sbilanciate
in avanti nella piana di Gela (25).
AZIONE DELLA COLONNA FIANCHEGGIANTE DELLA DIVISIONE «LIVORNO»

Alle 05.40 dell’11 luglio, il battaglione ricevette l’ordine di contrattaccare su Gela alle ore 06.00, con direttrice d’attacco a cavallo della rotabile stazione di Butera-Gela.

L’attacco però non poté iniziare prima delle 07.25 (le tre compagnie
infatti erano schierate su
una fronte di circa 3,5 chilometri, e i collegamenti avvenivano solo per mezzo di staffette).
Alle 16.30 circa durante il movimento
di avvicinamento, arrivato
all’altezza
di Manfria, il battaglione veniva sottoposto a un violento
fuoco di artiglieria navale e
terrestre.
Contemporaneamente, una
colonna motocorazzata nemica, seguita da reparti di fantria provenienti da Licata, attaccava il lato destro del battaglione, ma grazie all’intervento dei
cannoni da 47/32 e delle batterie
del IV gruppo del 28° artiglieria, tre mezzi nemici venivano distrutti, mentre gli altri si ritiravano.
Verso le 17.30 si profilava un secondo
attacco di mezzi blindati
nemici
sulla fronte e sul fianco sinistro
del battaglione, mentre
l’artiglieria
navale riprese a batte-
47
re il fianco destro di detta unità
per appoggiare una nuova puntata
offensiva degli elementi precedentemente
respinti. Anche
questi contrattacchi furono contenuti
grazie al fuoco dei cannoni
da 47/32 e delle batterie del IV
e
II gruppo del 28°. A questo punto
però, per evitare di essere accerchiato,
il Tenente Colonnello Mastrangeli diede l’ordine alle
unità
superstiti di ripiegare sulle
posizioni
di partenza. A copertura
del
movimento fece schierare la
6 compagnia rinforzata da un plotone cannoni da 47/32 allo
a
scopo di sbarrare la strada a
eventuali puntate offensive nemiche
provenienti dalla strada statale
115 in direzione della stazione
di Butera. Alle 20.00 i resti del
battaglione
erano ripiegati sulle
posizioni
di partenza. Intanto,
alla
stessa ora, cessava la resistenza
delle posizioni di Monte
Lungo
e Manfria, che, accerchiate
già dal giorno 10, avevano resistito
fino al pomeriggio inoltrato
dell’11.

AZIONE DELLA DIVISIONE «HERMANN GÖRING»

Alle 06.00 la colonna di sinistra della «Hermann Göring», composta
dal reggimento Panzergrenadier e dalla compagnia di
carri «Tigre», iniziava l’attacco
raggiungendo facilmente la foce
del Dirillo e da lì Senia Ferrata,
seguendo la linea ferroviaria
costiera
che da Vittoria portava
a Gela (29). Per comprendere
meglio
quei momenti convulsi
Azione del II/33° dell’11 luglio 1943
della battaglia, risulta significati-
va la testimonianza del Capora-
le Werner Hahn, cannoniere su
un carro armato «Tigre», raccolta
dall’autore John Follain: «Alle
11.00
del mattino, a quasi 13 chilometri
da Gela, udì il Comandante
del suo Panzer gridare:
“carro armato nemico a sinistra.
[…]”. Hahn ruotò la torretta
a
sinistra, più in fretta che potè.
Valutò approssimativamente in
600
metri la distanza dal carro
armato[…].
Il proiettile colpì lo Sherman, che si incendiò. […]
Hahn fece fuoco di nuovo, que-
sta volta contro uno Sherman
che si trovava a 1 500 metri. […]
Di tanto in tanto le nuvole di
fiamme e polvere provocate
dall’artiglieria nemica, dai mortai
e dalle armi anticarro gli oscuravano
la visuale[…]. Era
uno
sbarramento peggiore di
quelli
che si era trovato ad affrontare
in Russia. […] Con il protrarsi
della battaglia la temperatura
dentro il carro salì vertigino-samente. All’esterno c’erano
circa 35 gradi all’ombra, ma
all’interno del carro Hahn valutò che dovevano essere tra i 50° e
i 60°».
La colonna di destra partì da Ponte Olivo solo alle 07.45. Alle
08.00 partì la colonna centrale,
che, superata la resistenza opposta
dalle truppe alleate a Case
Priolo, si diresse su Case Spinasanta,
per poi ricongiungersi
con
la colonna di destra nella
piana
del Signore, arrivando a circa
1 000 metri dalla spiaggia.
Tutte e tre le colonne avanzarono quasi indisturbate, in quanto
gli americani non avevano a
disposizione
carri armati perchè,
non
trovando posto sui mezzi da
sbarco
più piccoli, dovevano essere
sbarcati tramite dei pontili
galleggianti
proprio quella mattina
intorno alle 11.00; inoltre
avevano
penuria di armi controcarri
in quanto tutta la dotazione
del 26 Regimental Combat
Team statunitense (1 th
Divisione)
era trasportata sulla nave da
sbarco LST-313 che era affondata
il giorno prima durante un attacco
aereo da parte della Luftwaffe.

Alle 08.29 l’incrociatore Savannah
iniziò a far fuoco sulla
colonna corazzata di destra,
mentre alle 08.47 il cacciatorpediniere
Glennon apriva il fuoco
sulla
colonna centrale che da Case
Priolo si stava già dirigendo
verso Spinasanta (31). Nonostante l’infernale sbarramento
scatenato
dalle unità navali
americane,
l’avanzata della Divisione
«Hermann Göring» non fu
arrestata.
Alle 11.00 la Divisione aveva
superato a sinistra Senia Ferrata,
Monumento ai caduti della battaglia
di Gela
al centro Case Spinasanta e a
destra Case Aliotta; i carri armati
sembravano inarrestabili. Tra
le
fila nemiche si vissero attimi di
disperazione;
molti ormai pensavano
che la testa di sbarco fosse
perduta. Fu proprio a quell’ora,
alle 11.00 circa, che il Comando della VI Armata intercettò
un messaggio in chiaro,
attribuito al Generale Patton, in
cui si diceva di sotterrare i materiali sulle spiagge e prepararsi al
reimbarco. Gli americani
hanno sempre smentito tale co-
municazione radio, che peraltro
non trova riscontro nei loro archivi.
Piuttosto, come scrive lo storico
Hugh Pond, l’episodio
sarebbe
da attribuire a qualche
Ufficiale
superiore che, vista la
situazione disperata in cui si trovava
il proprio reparto, aveva
preso
l’iniziativa di trasmettere
quel messaggio (32).
Tuttavia proprio quando la situazione sembrava ormai volgere totalmente a favore delle
truppe dell’Asse, ecco che fecero
la loro comparsa aerei tattici
americani che attaccarono
le
immediate retrovie italo-tedesche.
Contemporaneamente
una
colonna corazzata con 250
paracadutisti
dell’82 Divisione
aerotrasportata statunitense,
comandati dal Colonnello Gavin
e provenienti dal settore di
Scoglitti, attaccò sul fianco e alle
spalle la colonna di sinistra
della
«Hermann Göring».
Alle
14.00 le colonne di destra
e
centrale, dopo essere state
decimate
dal fuoco delle artiglierie
navali, e sotto la crescente minaccia dei reparti provenienti
da Scoglitti e dai mezzi
corazzati
che gli americani erano
riusciti a far sbarcare su Gela,
dovettero iniziare il ripiegamento
sulle basi di partenza.
Solo
la colonna di sinistra continuò
a combattere lungo la linea
ferrata Vittoria-Gela fino a
sera,
ma alle 21.30, su ordine
del Generale Rossi (Comandante
del XVI Corpo d’Armata, responsabile
per la condotta del
contrattacco
dell’11 luglio), dovette
ripiegare, in quanto era rimasta
l’unica colonna protesa
su
Gela.
a
A fine giornata le perdite delle forze italo-tedesche furono notevoli.
La Divisione «Livorno» aveva perso la sua capacità offensiva a causa delle ingenti
perdite subite; infatti al termine
della
giornata tra morti, feriti,
prigionieri e dispersi aveva perso
214 Ufficiali e 7.000 tra Sottufficiali
e truppa su un totale di 11
400
uomini.
La
Divisione «Hermann Göring» aveva
perso 30 Ufficiali e 600 tra Sottufficiali e truppa su un totale
di 8 739, mentre dei 99 carri impiegati ne furono messi fuori combattimento
43 (33).
Buona parte di tali perdite furono dovute all’efficacia del tiro
delle artiglierie navali, che avevano potuto operare quasi indisturbate,
senza essere controbattute né da mezzi navali né
da
significativi attacchi aerei.
La
battaglia di Gela, che aveva
visto
i soldati dell’Asse sul punto di occupare l’abitato e ricacciare
in mare il nemico, era ormai
persa e il XVI Corpo d’Armata,
a meno di ricevere eventuali
rinforzi, aveva esaurito buona
parte delle riserve mobili a sua disposizione.

LE STRAGI AMERICANE DELL’AEROPORTO DI SANTO PIETRO

L’aeroporto 504, denominato 50 Tavola n. 19 dagli Alleati aeroporto di Biscari,
ma dislocato sull’altopiano di Santo Pietro (territorio di Caltagirone), era gestito dai tedeschi
e aveva soprattutto la funzione di pista ausiliaria per i caccia.
Qui non erano dislocati reparti fissi dell’aviazione, ma solo la difesa controaerea, costituita da
tre batterie della Milizia (34), e i reparti del Regio Esercito facenti parte della difesa fissa. Questi reparti
erano comandati dal
Maggiore
Quinto ed erano costituiti dall’11
compagnia del IV
battaglione del 120° reggimento
fanteria, una compagnia del
153°
battaglione mitraglieri e
due
batterie da 149/12, dislocati
come da piantina riportata
nella
tavola n° 19, per un totale
di
500 uomini circa (35).
Alla difesa dell’aeroporto concorreva
anche il gruppo mobile
«H»
del Tenente Colonnello Cixi,
dislocato
a Caltagirone. Il suo
orientamento
d’impiego era
quello
di intervenire in rinforzo
alla
difesa fissa dell’aeroporto di Santo
Pietro, ed era così composto:
•9a compagnia del 76° reggimento fanteria, rinforzata da un plotone mitraglieri;
• 1 plotone mortai da 45, 1 plotone mortai da 81 del 76° reggimento fanteria;
• 3 compagnia del CIII battaglione controcarri;
•7a batteria del 54° reggimento artiglieria;
•2a compagnia carri «Fiat 3000».
Fin dal 10 luglio i reparti della difesa fissa e del gruppo mobili si erano trovati ad affrontare reparti di paracadutisti statunitensi scesi nella zona. Il 13 l’aeroporto fu sottoposto a un intenso fuoco d’artiglieria nemica. Alle 15.00 l’artiglieria dell’aeroporto apriva il fuoco su elementi del 180 Regimental Combat Team americano che si trovavano su
Piano Stella. Nella compagnia «A» di questa unità americana vi era il Sergente West, il quale
racconta che mentre salivano sulla collina dove era situato l’aeroporto, la mattina del 14,
furono attaccati da cecchini e dal fuoco di mortai.

Un’ora dopo gli americani mettevano piede all’interno
dell’aeroporto, catturando i difesori.
A questo punto il Maggiore
Denman, Comandante dell’unità
appartenente al 180
Regimental
Combat Team, consegnò
al Sergente West un gruppo
di
46 prigionieri, col compito di
scortarli
nelle retrovie (36). Questi
gli fece togliere le camicie e
le
scarpe, per impedire che
scappassero,
e li fece incamminare
lungo la strada per Biscari. Poco
dopo nove prigionieri vennero
prelevati dall’Ufficiale S2 del
reggimento (l’addetto alle
informazioni)
che li portò via.
Ma vediamo la testimonianza, raccolta
da Gianluca di Feo e
ripresa
dal Prof. Bartolone nella
sua opera, dell’unico superstite
della imminente strage, l’aviere
Giannola: «[…] Dopo quattro
giorni di combattimento avevamo
alzato le braccia[…] Mentre
gli
americani ci spogliavano io
pensavo
alla festa, pensavo a
casa.
Poi abbiamo camminato
sotto il sole; saremo stati in cinquanta, tutti senza scarpe, a
torso
nudo, in mutande o con i
pantaloni
corti. Dopo qualche
ora
ci hanno fatto fare una so-
th
sta, stavamo seduti in un campo
all’ombra degli ulivi. […]
Tempo un quarto d’ora e ci siamo
alzati di nuovo: ci hanno fatto
mettere su tre file. […] A quel
punto gli americani hanno cominciato
a sparare. Sono stato
colpito
subito: un proiettile mi
ha spezzato il polso e mi sono
buttato a terra. Ho fatto solo in
tempo a fissare l’immagine di
quel
Sergente gigantesco, con il
tatuaggio
sul braccio, che impugnava il mitra. Poi i corpi degli altri mi sono caduti addosso.
[…]
Sono rimasto immobile per un
paio d’ore, finché il silenzio
non
è diventato totale. Lentamente,
quasi paralizzato dalla
paura,
ho spostato i corpi e mi
sono alzato. Ho fatto solo in
tempo
a guardarmi attorno ed
è
arrivata la fucilata. Ricordo il
botto
e il calore che mi bruciava
la testa. Sono caduto, sorpreso
d’essere ancora vivo. Il
proiettile mi ha preso di striscio
[…].
Con la faccia a terra credevo di non avere più scampo,
invece nulla. Non so quanto tempo sia passato. Mi dicevo: non muoverti. Ma avevo sete. Il polso spezzato e la ferita alla testa mi bruciavano. Il dolore ha superato
la paura. Mi sono mosso carponi, temendo un altro sparo. Ho camminato così fino ad una strada sterrata. […] È
passata un’ambulanza e si è fermata. Si sono resi conto che ero un italiano, ma mi hanno dato da bere e bendato le ferite
con attenzione. Poi a gesti mi
hanno fatto capire di restare vicino
alla strada: “verranno a
prenderti”.
[…] È arrivata una jeep
con tre soldati. Quelli sono scesi, penso mi avessero scambiato per uno di loro. Mi parlavano
sorridendo, poi si sono accorti che non capivo. Li ho visti guardarsi in faccia, quello con il fucile ha indicato all’altro la jeep, lo ha mandato via. È rimasto solo, in piedi, di fronte a me.
Io ero seduto, lui mi fissava. Poi ha imbracciato la carabina. Ha mirato al cuore e ha sparato (37)».

Incredibilmente, Giannola sopravvisse anche alla terza fucilata.
Fu trovato e raccolto da un’ambulanza americana che lo trasportò in un ospedale da campo.
Da lì iniziò la sua lunga odissea per gli ospedali alleati
nel Nord Africa. Per il Regio Esercito, Giannola risultò disperso e addirittura sospetto di diserzione.
Rientrato dalla prigionia, andò
a denunciare l’accaduto alle
autorità militari, ma non fu
creduto da nessuno.
Il giorno dopo, il cappellano militare, Luogotenente Colonnello
King, mentre era in viaggio sulla
strada che da Biscari portava all’aeroporto, notò un
gruppo di corpi, e poiché stava
lavorando
per il servizio di sepoltura,
scese per verificare. Notò
che
quei corpi presentavano ferite all’altezza del cuore, e che alcuni presentavano chiari segni di colpi sparati a bruciapelo
alla testa (3Cool.
Poche ore dopo l’assassinio dei 37 prigionieri da parte del Sergente West, il Capitano Compton ordinò l’esecuzione di altri
36 prigionieri di guerra italiani.
Per
tutto il pomeriggio questi
soldati
italiani avevano tenuto in
scacco la sua unità con un nutrito
fuoco di mitragliatrici. Sennonché,
quando i suoi uomini si avvicinarono
al bunker da dove sparava la mitragliatrice, videro uscire due uomini, di cui uno in
borghese, con uno straccio
bianco attaccato al fucile. Subito
dopo uscirono da quel fortino 40
persone delle quali una parte
in
abiti borghesi. Subito questi
prigionieri
furono accompagnati
dal
Capitano Compton, che immediatamente
li fece allineare e
fucilare
da un plotone d’esecuzione
costituito dai suoi uomini
(39).
Il Generale Bradley, venuto
a
conoscenza dei due episodi, ne
parlò col Generale Patton, il
quale gli disse di far dire dai responsabili
di quegli atti che quei
prigionieri erano cecchini irregolari e che avevano tentato di scappare (40).
Il Generale Bradley però non gli credette e fece aprire un’inchiesta, alla fine della quale i
due responsabili furono processati da una Corte Marziale in totale segreto.
Dagli atti del processo risulta che entrambi gli imputati addussero
come giustificazione che il Generale Patton, in un discorso tenuto alle truppe prima della partenza dall’Africa, aveva aveva detto che se i nemici continuavano
a sparare fino a quando si trovavano ad una distanza di 100-200 metri, allora, anche se si fossero arresi, quei bastardi dovevano essere uccisi (41). Molti interpretarono queste parole come l’intendimento dei Comandanti di non fare prigionieri.
Il Sergente West venne condannato all’ergastolo, poiché il suo crimine non fu perpetrato
durante uno scontro a fuoco, per cui era immotivato e fu attribuito esclusivamente alla sua efferatezza (42).

Il Capitano Compton fu invece assolto, poiché secondo la Corte Marziale aveva agito conformemente agli ordini ricevuti.
Di tutto ciò, in Italia non vi è nessuna traccia nei resoconti ufficiali, in quanto gli Stati Uniti
mantennero il più stretto riserbo sull’accaduto
per non pregiudicare i rapporti tra le due Nazioni.
Solo grazie all’opera meritoria di ricerca del Senatore Augello, dopo circa settant’anni è
stato possibile rendere noti i nomi
di questi soldati, sottraendoli così a un immeritato oblio.
Gli Eserciti alleati, a causa anche della manovra di ripiegamento
per linee successive attuata dal Generale Guzzoni, per
conquistare l’isola impiegarono altri 31 giorni in cui continuarono a susseguirsi aspri combattimenti. Infatti, solamente la sera del
16 agosto 1943 fu occupata l’ultima linea di ripiegamento sull’allineamento Divieto-Monte Antennamare-Moleti.
Durante la notte furono traghettati gli ultimi reparti tedeschi e i reparti costieri
presenti ancora sull’isola («Operazione Lehrgang») (43).
Tale operazione si dimostrò un vero successo, al pari di quello conseguito dagli inglesi a Dunkerque.
Infatti, nonostante il nemico avesse il pieno dominio del cielo e del mare, i tedeschi,
utilizzando circa ottanta motozattere (44), riuscirono a far passare in Calabria 39.569 militari, compresi 4 444 feriti, 9.605 autoveicoli, 47 carri armati, 94 pezzi di artiglieria, 1 100 tonnellate di munizioni, 970 tonnellate di carburanti e 15.700 tonnellate di altro materiale (45).
Gli italiani, invece, utilizzando solo 4 motozattere riuscirono a traghettare in Calabria circa 75.000 soldati, 42 pezzi d’artiglieria, 38 cannoni anticarro e 500 automezzi (46).
All’alba del 17 agosto le avanguardie della 3 Divisione statunitense entravano a Messina. a
Qualche ora dopo fecero il loro ingresso nella città le avanguardie inglesi. Dopo 38 giorni
di combattimenti la campagna di Sicilia era terminata.



NOTE

(1) L. Hart, «Storia militare della Seconda guerra mondiale», Mondadori, Milano, 2000, pag. 609 e segg.
(2) A. Santoni, «Le Operazioni in Sicilia
e Calabria (luglio-settembre 1943)», USSME,
Roma, 1989, pag. 100
(3) E. Faldella, «Lo sbarco e la difesa
della Sicilia», L’Aniene, Roma, 1956, pag. 111
(4) A. Santoni, op. cit., pag. 146
(5) N. Vicino, «La battaglia di Gela», La Moderna, Modica (RG), 1976, pag. 205
(6) F. Kurowski, «The history of the Fallschirm
Panzerkorps Hermann Göring»,
Fedorowicz
Publishing Inc., Canada,
1995,
pag. 153
(7)
A. Santoni, op. cit., pag. 158
(Cool Intervista rilasciata dal Signor Bruno
Causin
in data 19 gennaio 2009
(9)
A.U.S.S.M.E., cartella 1506, «Relazione
del Capitano Granieri, Comandante
della 1
compagnia del 131°
reggimento carri»
(10) H. Pond, «Sicilia», Longanesi, Milano,
1971, pag. 130
(11)
A. Augello, «Uccidi gli Italiani. Gela
1943, la battaglia dimenticata»,
Mursia,
Milano, 2009, pag. 88
(12)
A. Augello, op. cit., pagg. 86-87
(13)
E. Faldella, op. cit., pag. 301
(14)
E. Faldella, op. cit., pag. 121
(15)
E. Faldella, op. cit., pag. 145
(16)
A.U.S.S.M.E., cartella 2124/A, «Relazione
sul combattimento della piana
di Gela al quale prese parte il
III/34°»,
pag. 2
(17) A. Santoni, op. cit., pag. 187
(1Cool Periodico «Limen», n° I,
gennaio/giugno
2005, Testimonianza
di
Raffaele Cristani, ultimo testimone
della
battaglia di Gela
a
(19) A. Santoni, op. cit., pag. 203, nota
43
(20) J. Follain, «L’isola di Mussolini», Le
Scie Mondadori, Cles (TN), 2007, pag.
127
(21) Intervista rilasciata dal Signor Bruno
Causin in data 19 gennaio 2009
(22)
A.U.S.S.M.E., cartella 2124/A, «Relazione
sul combattimento della piana
di Gela al quale prese parte il
III/34°»,
pagg. 8-9
(23)
N. Vicino, op. cit., pagg. 158-159
(24)
A. Santoni, op. cit., pag. 205-207
(25) A.U.S.S.M.E., cartella 1506, «Relazione
del Comando Divisione “Livorno”
sul fatto d’arme di Gela; fonogramma
n° 15 delle 15.30 diretto al
Comando
XVI Corpo d’Armata»
(26)
A.U.S.S.M.E., cartella 1506, «Relazione
sull’attività svolta dal II/33° durante
il ciclo operativo di Sicilia dal 10
al
28 luglio 1943», pag. 1
(27)
A.U.S.S.M.E., cartella 1506, «Relazione
sull’attività svolta dal II/33° durante
il ciclo operativo di Sicilia dal 10
al
28 luglio 1943», pag. 1
(2Cool A.U.S.S.M.E., cartella 1506, «Relazione
del Comandante interinale del
33°
reggimento sul fatto d’arme di
Gela
(I e II/ 33°)», pag. 2
(29)
A. Santoni, op. cit., pag. 200
(30)
J. Follain, op. cit., pag. 143
(31) A. Santoni, op. cit., pagg. 202-203
(32) H. Pond, op. cit., pag. 142
(33) A. Santoni, op. cit., pagg. 207-210
(34) A. Santoni, op. cit., pag. 515
(35) A.U.S.S.M.E., cartella 1207, «Diario
storico
del Comando difesa fissa
dell’aeroporto
504, bimestre marzo-aprile 1943»
(36)
G. Ciriacono, «Le stragi dimenticate»,
Catania, 2003, pagg. 27-28
(37)
G. Bartolone, «Le altre stragi», Officine
Tipografiche Aiello & Provenzano,
Bagheria (PA), 2005, pagg. 45-46
(3Cool
G. Ciriacono, op. cit., pagg. 32-33
(39) Ivi, pag. 43 e segg.
(40) Ivi, pag. 21
(41) Ivi, pag. 45
(42) Ivi, pagg. 41-48
(43) E. Faldella, op. cit., pag. 275
(44) A. Santoni, op. cit., pag. 389
(45) Ivi, pag. 398
(46) E. Faldella, op. cit., pag. 276

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