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Le indicibili origini del MSI e la sua "coerenza"

 
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MessaggioInviato: Dom Apr 26, 2015 1:19 am    Oggetto:  Le indicibili origini del MSI e la sua "coerenza"
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di Vincenzo Vinciguerra

Opera, 15 maggio 2007

Dobbiamo rendere omaggio alla coerenza di personaggi come Gianfranco Fini, Franco Maria Servello, Pino Rauti, Gianni Alemanno, Ignazio La Russa, Teodoro Buontempo e tanti altri ancora. Perché non concordiamo con l’industriale Giuseppe Ciarrapico che, sulle pagine del “Corriere della Sera”, li ha definiti con disprezzo “rinnegati” (1).
Il disprezzo lo meritano, ma non per quello che proclamano di essere oggi, bensì per quello che hanno affermato di essere per quasi mezzo secolo, durante il quale si sono presentati come gli eredi della Repubblica Sociale Italiana, i vessilliferi di quella bandiera sulla quale i combattenti fascisti avevano scritto la parola “Onore”.
Costoro, alla pari di Giorgio Almirante, Arturo Michelini, Pino Romualdi, non hanno rinnegato l’onore, semplicemente perché sono sempre stati incompatibili con esso.
Hanno affermato di avere un onore, ma non l’hanno mai avuto.
“Sono veramente dispiaciuto – scriveva Gianfranco Fini ai reduci della Repubblica Sociale Italiana – di non poter partecipare…al VI congresso dell’Unione Nazionale Combattenti della Repubblica Sociale Italiana. Ci tenevo molto, non soltanto perché la mia presenza avrebbe simbolicamente costituito la migliore dimostrazione della continuità ideale del MSI, nonostante il cambio generazionale, con i valori che furono all’origine della Repubblica Sociale Italiana, ma anche perché volevo assolvere personalmente all’impegno assunto con il sacerdote che mi ha donato la bandiera di combattimento della ‘ Guardia del Duce ’ di stanza a Gargnano …Cameratescamente, Gianfranco Fini” (2) .
Fini mentiva, spudoratamente.
Si era iscritto al MSI dopo aver visto, nel 1969, il film “I BERRETTI VERDI” che vantava le presunte eroiche imprese dei reparti speciali americani in Vietnam. Dell’esistenza del reggimento “Guardia del Duce”, Fini aveva forse qualche vaga notizia, e sotto la guida ‘ illuminata ’ di Giorgio Almirante aveva compreso che i morti e i combattenti rendono in termini elettorali.
Il “camerata” Gianfranco Fini che, nel 1988, era orgoglioso di esibire la bandiera del reggimento “Guardia del Duce” mentiva, per divenire sincero anni dopo, quando condannava il fascismo come “male assoluto”, espelleva da Alleanza Nazionale chi osava esporre la foto del Duce nelle sedi del partito, s’inginocchiava dinanzi agli ambasciatori americani ed israeliani.
Questo il Fini che, insieme ai suoi colleghi, possiamo definire sincero, autentico, orgoglioso di esibire le sue origini e quelle del suo partito, il Movimento Sociale Italiano.
Se mai “diversione strategica” è riuscita ai servizi segreti americani, se mai truffa ideologica e politica ai danni di milioni di italiani Vaticano, Democrazia Cristiana e Confindustria sono riusciti a perpetrare con successo, queste si sintetizzano nella nascita del Movimento Sociale Italiano.
Il Movimento Sociale Italiano nasce dall’esigenza dei servizi segreti americani, delle gerarchie ecclesiastiche e dei ceti conservatori di spostare a destra una massa fascista che è attestata ideologicamente su posizioni di sinistra.
Per trasformare l’Italia “proletaria e fascista”che Benito Mussolini voleva far confluire nel Partito socialista di unità proletaria e nel Partito d’azione (3) sottraendola al controllo della borghesia che riteneva la “rovina dell’Italia”, servivano personaggi cinici , furbi, spregiudicati in grado di carpire la buona fede degli onesti e degli ingenui.
Il primo fra questi – e il più importante – è Pino Romualdi, ex vicesegretario del Partito fascista repubblicano, con funzioni di rappresentanza più che di effettivo comando.
Il 26 aprile del 1945, Pino Romualdi tratta la resa delle forze fasciste a Como. Il 27 aprile 1945 è tratto in arresto, insieme a Vanni Teodorani, il colonnello Francesco Colombo, comandante della Legione “Ettore Muti” ed il capitano di fregata Giovani Dessy in forza al servizio segreto militare del Regno del Sud.
I partigiani della brigata GL di Cadenabbia trattengono – e poi fucilano – solo il colonnello Francesco Colombo, gli altri sono rilasciati, compreso Pino Romualdi che non viene identificato come vicesegretario del Pfr e che, singolarmente, scompare dalla circolazione benché gli alleati avrebbero dovuto arrestarlo e porlo sotto la loro custodia evitandogli di finire dinanzi ad un tribunale del popolo e, successivamente, ad un plotone di esecuzione partigiano.
Gli alleati salvano Pino Romualdi, perché questa grigia figura di funzionario di partito che si compiace di farsi spacciare per figlio naturale di Benito Mussolini (con buona pace dell’onore della madre), serve più da vivo che da morto.
Grato per avergli salvato la pelle, Pino Romualdi usa la libertà lasciatagli dagli alleati per fondare i Fasci di azione rivoluzionaria (F.a.r.) nei quali attira tutti coloro che non si rassegnano alla sconfitta militare e che sperano in una rivincita politica.
Troppo grande è la tragedia che i fascisti vivono nell’immediato dopoguerra perché conservino la lucidità necessità per analizzare quale potrà essere il loro futuro politico. L’annientamento fisico della classe dirigente fascista repubblicana priva la massa dei combattenti dei punti di riferimento ideologici, capaci di elaborare una strategia politica e di attuarla senza scadere nell’asservimento ai vincitori. La fedeltà e la fiducia nei capi, tipica della mentalità fascista, rendono quindi facile l’azione di Pino Romualdi che propone una strategia quanto mai rozza, perfino grottesca perché scimmiotta quelli che furono gli inizi del fascismo dimenticando che c’è stata una grande guerra mondiale e che non c’è più una figura carismatica come quella di Benito Mussolini.
C’è solo Romualdi, che cancella il fascismo come dottrina lasciandone intatta solo la componente anticomunista ,la meno importante, la meno sentita dai fascisti che vedono nelle demo-plutocrazie capitalistiche il loro implacabile nemico.
Fa di peggio, Pino Romualdi: invita i fascisti a combattere solo contro il comunismo, a trasformarsi nell’avanguardia di una borghesia tremebonda che un giorno li potrà riportare al potere se avranno avuto la capacità di fermare il comunismo.
Nel mese di luglio del 1946, mentre ancora i fascisti cadono sotto il fuoco dei plotoni di esecuzione dello Stato,Pino Romualdi pubblica sul primo numero del giornale clandestino dei FAR, ”Rivoluzione” un articolo nel quale illustra la sua strategia.
In esso scrive che dopo l’esito del referendum “la lotta politica non si potrà più mantenere sul piano parlamentare ,ma trascenderà in disordini di piazza, in violenze e in una tensione generale. Le forze di destra che hanno per caratteristica distintiva una vigliaccheria congenita, unita a una sacrosanta paura di perdere i loro privilegi, saranno alla ricerca disperata di una forza qualunque, capace di fronteggiare validamente l’estrema sinistra. Quello sarà il nostro momento. Si tratta insomma di creare nel paese una psicosi anticomunista tale da costringere – prosegue Romualdi – tutti i partiti ad appoggiare il Fascismo come il più dinamico dei movimenti anticomunisti, così come già fecero i comunisti creando una psicosi antifascista tale da costringere tutti gli antifascisti, anche se di destra, ad appoggiare il comunismo come il più dinamico dei movimenti antifascisti. Come nell’aprile dello scorso anno, la massa d’urto dell’antifascismo era costituita dalle squadre socialcomuniste che – pur destando preoccupazione anticomunista degli italiani – erano tuttavia appoggiate in odio al fascismo, così quando il nostro momento sarà giunto, il fascismo dovrà fungere da massa d’urto dell’anticomunismo e la maggioranza degli italiani – anche se non fascista – ci appoggerà per odio al comunismo”. (4)
Questo cumulo di menzogne e concentrato di idiozia politica sarà il manifesto programmatico del cosiddetto neofascismo post-bellico che avrà come sua unica espressione il Movimento Sociale Italiano.
Il partito nasce con il preciso intento di quasi tutti i suoi promotori di traghettare la massa fascista sulle posizioni di quella destra “dalla congenita vigliaccheria” per trasformarla nella “guardia bianca” di un regime reazionario.
I fascisti come arma di quella borghesia che Mussolini aveva bollato come la “rovina del paese”.
Questa la strategia dei burattinai occulti che reggono i fili ai quali sono appesi i Romualdi, i Michelini, gli Almirante e compagni.
Questo l’inizio di una tragedia che ci accompagnerà per tutto l’arco del dopoguerra fino ad oggi, con il quale carico di lutti e di sangue, di drammi e di tragedie che si vuole far apparire come il frutto avvelenato del “terrorismo” degli “opposti estremismi”.
Non a caso la pubblicazione dell’articolo di Pino Romualdi sul primo numero del giornale dei FAR coincide con la rivelazione fatta da James Jesus Angleton al commissario di Ps Umberto Federico D’Amato che è giunto l’ordine da Washington di mobilitarsi contro il comunismo.
A ottobre, nello studio di Arturo Michelini si riuniscono Jacques Guiglia, capo dell’ufficio stampa della Confindustria; l’avvocato Italo Formichella; Bruno Puccioni, amico personale di Pino Romualdi; Biagio Pace; Ezio Maria Gray; Nino Buttazzoni; ex comandante del battaglione “Nuotatori Paracadutisti” della Decima Mas; il principe Valerio Pignatelli; Giovanni Tonelli; il generale Muratori; Giorgio Pini; Francesco Galanti; Giorgio Bacchi; Gianluigi Gatti, con l’obiettivo di creare un nuovo partito politico.
Fra i presenti, sono in diretto contatto con i servizi segreti americani diretti da Angleton: Arturo Michelini, il generale Muratori, Bruno Puccioni, Nino Buttazzoni, Valerio Pignatelli. Assente giustificato Pino Romualdi, anch’egli strettamente collegato ai servizi segreti americani.
Le credenziali dinanzi ai vincitori sono ottime: il 31 ottobre sono stati gli uomini di Romualdi a fornire agli israeliani l’esplosivo per compiere un attentato contro la sede dell’ambasciata britannica a Roma.
Se ne vanterà, mezzo secolo dopo, Alfredo Mantica, già collaboratore di Pino Romualdi, in cerca di meriti filo-ebraici attentamente e callidamente dissimulati per mezzo secolo.
Il 16 novembre 1946, a Verona, è fucilato Valerio Valeri, condirettore del quotidiano “L’Arena” e comandante di squadre d’azione durante la Repubblica Sociale Italiana.
I fascisti muoiono, un gruppo di furbi e qualche ingenuo crea il Movimento Sociale Italiano, destinato dalla propaganda di regime a rappresentarli, i vivi e i morti, fino al 1994.
Il 3 dicembre 1946, a Roma, sempre nello studio di Arturo Michelini, che non ha aderito alla Repubblica di Salò, viene costituito il Movimento Sociale Italiano. Fra i promotori spicca Costantino Patrizi, legato alla Democrazia Cristiana e amministratore del periodico “Rataplan”.
Il 26 dicembre 1946, il partito è ufficialmente costituito.
A poco più di un anno e mezzo dalla fine della guerra, gli americani hanno ricostituito un partito “fascista” con la benedizione del Vaticano ed il sostegno della Democrazia Cristiana.
Se le origini del Movimento Sociale Italiano sono americane, il nome ed il simbolo sono francesi.
Il Movimento Sociale Francese, difatti, è un partito che raggruppa per mirabile coincidenza patrioti e reduci che non hanno alcuna ideologia ma sono attestati saldamente su posizioni conservatrici e reazionarie.
Il simbolo del MSF è una fiamma coi colori della bandiera francese, rosso bianco e blu.
La sua copia italiana avrà, pertanto, il suo simbolo contraddistinto dai colori della bandiera italiana, rosso bianco e verde. Nella nuova formazione politica s’intruppa a spron battuto l’uomo destinato a divenire il simbolo del MSI: Giorgio Almirante.
Se Arturo Michelini non ha mai aderito alla Repubblica Sociale, se Biagio Pace ha fatto altrettanto, anzi peggio perché è stato informatore dei carabinieri che nella clandestinità lottavano contro la Repubblica Sociale Italiana, Giorgio Almirante è stato, viceversa, capo dell’ufficio stampa del ministero della Cultura popolare durante la RSI.
Il suo predecessore, Gilberto Bernabei, scapperà nel dicembre del 1944 a Roma, varcando clandestinamente le linee e, nel dopoguerra, sarà uno degli uomini di fiducia di Giulio Andreotti.
Almirante, da parte sua, si preoccuperà di ospitare una famiglia ebrea come salvacondotto per il futuro, ma è un calcolo che faranno in tanti e, tutto sommato, non sarebbe sufficiente ad esprimere sul conto di costui un giudizio di condanna.
Ma su Giorgio Almirante esiste un’ombra che nessuno ha mai saputo o voluto dissipare.
Nell’immediato dopoguerra, quando si uccidevano a man salva tutti coloro che, per un motivo o per un altro, avevano avuto rapporti con i tedeschi e i fascisti, Almirante era rintanato a casa dei suoi amici ebrei, a Torino, ma questo non poteva assolutamente evitare che a suo carico la magistratura procedesse per il “reato” di “collaborazionismo”.
Viceversa, nessuna istruttoria penale, tantomeno un processo è stato mai fatto contro Almirante. Lui stesso nel suo libro,”Autobiografia di un fucilatore”, non fa alcun cenno ad eventuali traversie giudiziarie.
In anni in cui le dattilografe venivano condannate anche a 12 anni di reclusione per “collaborazionismo”, il capo dell’ufficio stampa del ministero della Cultura popolare Giorgio Almirante non risulta imputato presso alcun Tribunale della Repubblica. Come mai?
Lecito il sospetto che Almirante rientri nel novero di coloro per i quali un apposito decreto legge decise che non dovevano essere processati perché avevano fatto il doppio gioco a favore del movimento partigiano e degli alleati.
La sua velocissima ascesa ai vertici del Movimento Sociale Italiano giustifica il dubbio, anzi lo avvalora fino a prova contraria, fino a quando i suoi fidi non esibiranno pubblicamente gli atti giudiziari che provano come Giorgio Almirante sia stato processato e condannato da un Tribunale antifascista.
Del resto, fra i promotori del partito che si è arrogato pubblicamente ed ufficialmente il diritto di rappresentare il patrimonio ideale della Repubblica di Salò, i suoi combattenti ed i suoi caduti, gli infami non mancano.
E’ il caso di Biagio Pace di cui abbiamo già riferito il ruolo di confidente dei carabinieri partigiani. Quando il principe Valerio Pignatelli lo scoprì e ne chiese l’espulsione dal partito, Almirante e soci rifiutarono e fu Pignatelli, nauseato, ad andarsene.
Fu il primo degli onesti e degli ingenui ad allontanarsi dal Movimento sociale. Lo seguiranno il comandante Nino Buttazzoni, Giorgio Pini e tanti altri.
Per i fascisti che se ne vanno, altri traditori della Patria prenderanno il loro posto nel partito, come Franco Maria Servello che nel 1945 scriveva sui giornali della V armata americana contro quel fascismo e quei fascisti di cui, poi, diverrà strumentalmente erede e continuatore come vice-segretario del MSI.
Insomma, la coerenza dell’antifascista Gianfranco Fini e dei suoi collaboratori è provata dalla storia della dirigenza di un partito creato dai nemici del Fascismo. Sono tornati finalmente alle origini, alle loro origini, quelle dell’infamia.
Assecondare, quindi, la manovra di coloro che vogliono imporre il MSI ed il suo simbolo come l’origine del ‘neofascismo’ post-bellico è un errore storico ed ideologico, politico ed etico.
Non saranno i missini di carriera e di complemento, i vecchi e i giovani a proseguire una battaglia che gli è estranea, che non gli appartiene nonostante l’esibizione pubblica di simboli fascisti, dietro alla quale si nasconde il sostegno, dato e ricevuto, ai partiti ed agli uomini della destra più becera e più apertamente schierata a difesa dei privilegi del capitalismo e dei suoi esponenti.
Dopo una pausa di oltre sessant’anni, nell’epoca del capitalismo trionfante, è doveroso riprendere la guerra “del sangue contro l’oro”, ma per farlo bisogna strappare la maschera dal volto degli ipocriti, dei mentitori, dei nemici che si fingono amici, dei pseudo camerati che fanno del sostegno a questo Stato e a questo regime l’unico scopo della loro ragione di esistere politicamente.
Bisogna riscoprire e riconoscere i nostri nemici che non sono i ragazzi dei “centri sociali” con i quali sono più numerosi i punti in comune che quelli sui quali siamo in disaccordo, ma sono quelli di sempre, quelli dei detentori del potere e della ricchezza, quelli che per il denaro vincono e per il denaro vivono.
Solo allora, potrà reiniziare una battaglia che sarà soltanto nostra, risollevando una bandiera che giace negletta dall’aprile 1945 e sulla quale iscriveremo le parole che rappresentano le sue ragioni ed il suo fine: LIBERTA’, GIUSTIZIA, ONORE.

Vincenzo Vinciguerra

NOTE
1) Corriere della sera – 29 aprile 2007
2) Il Secolo d’Italia “ Consegnata la bandiera della Guardia del Duce” – 30 ottobre 1988
3) Lettera di Carlo Silvestri del 19 aprile 1945
4) Luglio 1946
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MessaggioInviato: Ven Giu 10, 2016 12:33 am    Oggetto:  
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Di Vincenzo Vinciguerra

Opera, 25 dicembre 2013

Ho letto, con l’inevitabile ritardo per la ragione delle stato di detenzione, l’articolo di Maurizio Barozzi, “Vincenzo Vinciguerra: ne vogliamo parlare?“, pubblicato sul sito della Federazione nazionale combattenti della Repubblica sociale italiana il 25 novembre 2013.
Il mio apprezzamento ed il mio rispetto per quanti sono sempre stati coerenti con la difesa del fascismo per quello che esso ha rappresentato e continua a rappresentare nella nostra storia, sono noti.
Le analisi e anche le critiche esposte da Maurizio Barozzi meritano, pertanto, alcune precisazioni doverose per chiarire alcuni punti che appaiono controversi in quella che è una battaglia comune che ci vede andare oltre la Linea Gotica, ci vede passare in nome e per conto di questo popolo e delle sue libertà e dignità all’offensiva contro un potere criminale al quale non ci siamo sottomessi.
Il 5 luglio 1944, il giornale del Partito d’azione, “L’Italia libera”, scriveva:
“L’epurazione durerà per anni, per decenni se occorre, e non potremo dire di aver finito, se la democrazia non sarà solidamente fondata. Epureremo attraverso il governo, attraverso la Costituente, con la stampa e con l’educazione, sino ai figli dei figli, sino a quando sarà cancellato il ricordo stesso del fascismo”.
La guerra non è finita il 25 aprile 1945 ma è proseguita sotto altre forme per trasformare la rivoluzione italiana del 1919 nel “male assoluto”.
Hanno mantenuto quello che avevano promesso di fare, solo che non potendo cancellare hanno demonizzato il fascismo ed i fascisti perché le generazioni più giovani lo interpretassero come un fenomeno politico da condannare senza appello.
Fra gli strumenti utilizzati per rendere il fascismo “il male assoluto” abbiamo scoperto negli anni, prendendone dolorosa coscienza, c’è stato il cosiddetto “neofascismo”, quello che si è incarnato in Arturo Michelini, Augusto De Marsanich», Pino Rauti, Giorgio Almirante, Junio Valerio Borghese per poi sprofondare ufficialmente e definitivamente nel fango con Gianfranco Fini ed i suoi colleghi.
Abbiamo, quindi, sentito il dovere verso il nostro popolo e la nostra terra di ristabilire la verità perché non riteniamo di dover assistere silenziosi e rassegnati alla falsificazione costante, quotidiana della storia d’Italia – perché fascismo e Italia é un binomio indissolubile – portata avanti da chi l’Italia non l’ha liberata ma l’ha asservita agli interessi del capitalismo e della potenza egemone, gli Stati uniti d’America.
Da questo potere, cioè, che non ha esitato e scatenare un’altra guerra civile nell’ambito di strategie internazionali anti-sovietiche che non tenevano in alcun conto il popolo italiano, sacrificabile sull’altare della difesa del mondo cosiddetto “libero” guidato dagli Stati uniti.
Anche in una guerra segreta e clandestina, “a bassa intensità”, “non ortodossa”, la linea del fronte si può delineare e, con essa, si possono identificare gli schieramenti e chi ne fa parte.
Non é un’opinione che il cosiddetto “neofascismo” che ha elevato a propria guida Julius Evola rinnegando Giovanni Gentile, si e posto come milizia politica e paramilitare al servizio dello Stato controllato dall’antifascismo liberale e cattolico con il pretesto di dover combattere con ogni mezzo l’antifascismo di impronta socialcomunista.
È questa milizia che va collocata, una volta per sempre, sul piano storico, politico e ideologico ed anche su quello etico dalla parte del nemico, non solo del fascismo storicamente ed ideologicamente inteso ma di questo nostro popolo.
I camerati non sono mai stati citati da chi scrive, numerosi sono stati difesi, anche quando si sono limitati a tacere perché chi ha coraggio é in grade di comprendere – non di giustificare – le altrui paure.
Quanti, viceversa, non hanno esitato a prendere parte ad un linciaqgio morale organizzato e diretto, alimentato e fomentato dai servizi segreti militari e civili dello State a partire dal 20 novembre 1982, che nelle speranza e negli intendimenti di costoro doveva concludersi in modo tragico, non hanno diritto ad attenuanti.
Chi, come me, avverte con un senso di rabbiosa umiliazione la presentazione di Angelo Izzo come “neofascista” non é disposto a perdonare quanti non hanno esitato a proclamare costui come “camerata”, pur essendo perfettamente a conoscenza che si trattava esclusivamente di uno stupratore e assassino seriale di donne.
Ricordiamo i nomi di quanti si sono sentiti “onorati” di scrivere, insieme al “mostro del Circeo”, sulla rivista “Quex”: Fabrizio Zani, Edgardo Bonazzi, Francesco De Min, Sergio Latini, Angelo Croce, Mario Tuti, Mauro Marzorati, Maurizio Murelli.
La pretesa di elevarsi sulla morale comune, secondo gli insegnamenti di Julius Evola, non li giustifica perché accostare il nome di Angelo Izzo al fascismo e ai fascisti ha favorito la criminalizzazione di un mondo in cui non c’é mai stato posto per gli assassini di donne, ragazze e violentatori.
E non é stato un caso isolato, perché quando Valerio Fioravanti ed altri hanno sparato alle gambe di un gruppo di ragazze all’interno della sede di “Radio Città futura” a Roma, togliendo ad una di esse la possibilità divenire madre, altro danno é caduto sul fascismo ed i fascisti, con i quali purtroppo sono identificati il “neofascismo” e i “neofascisti”.
Eppure, apparteniamo ad un mondo che ricorda come Benito Mussolini vietò ai Tribunali della Rsi di condannare a morte una donna ed impose, comunque, l’immediata richiesta di grazia.
Non c’é solo la milizia politica e paramilitare alle dipendenze della divisione Affari riservati del ministero degli Interni o del Sid da imputare a costoro, ma c’é anche l’accusa di aver sporcato quanto era pulito, limpido, cristallino.
La buonafede – ha ragione Maurizio Barozzi – é doveroso riconoscerla a chi a venti anni ha lanciato bombe a mano per favorire un “golpe”; ma questa non é stata confermata negli anni successivi, perché Maurizio Murelli é stato in prima linea nell’attacco squallido al sottoscritto.
Poteva tacere, invece si è schierato a difesa di chi ha tradito ogni ideale per mere ambizioni personali, perché era comodo fare il doppio-gioco fingendosi oppositori sulle piazze e lavorando, contestualmente, per le forze di polizia e i servizi segreti delle Stato, all’insaputa dei camerati.
Non hanno avuto scrupolo alcuno nel servire gli interessi dello Stato e degli Stati uniti nel sordido convincimento che, fatto il “golpe”, molti di loro sarebbero stati premiati con incarichi di elevata responsabilità, perfino a livello di governo.
Non hanno arretrato dinanzi alla rivendicazione dello stragismo come arma di lotta politica, né dinanzi alla difesa degli stragisti seria neanche quando, in modo documentato, sono tutti risultati legati agli apparati ufficiali, segreti e clandestini nazionali ed internazionali.
Tutti costoro sono dalla parte di un potere nemico del popolo italiano, non solo del fascismo.
Oggi, all’inizio del 2014, non ci sono scusanti per quanti si ostinano ad alimentare le menzogne ufficiali sul “terrorismo nero” e lo “stragismo fascista”, su inesistenti “lotte armate” e “guerre perdute” che hanno vissuto nella loro fantasia a posteriori.
Oggi, in Italia, si sta creando uno schieramento trasversale che vede fascisti (e chi scrive è orgoglioso di esserlo) e antifascisti schierati dalla parte di chi esige verità sulla “guerra politica”, da un lato, e “neofascisti”, antifascisti e poteri dello Stato collocati sulla barricata opposta, impegnati cioè in una lotta senza quartiere per perpetuare la menzogna.
La Federazione nazionale combattenti della Rsi e Maurizio Barozzi sono sempre stati dalla parte giusta, da quella della verità, della Nazione e del popolo nostro.
Altri si prendano la responsabilità di schierarsi da una parte o dell’altra, di prendere parte ad una battaglia che sulla verità relativa alla “guerra politica” non è ideologica benché storica e politica perché tutti siamo consapevoli che il conto, alla fine, dovrà essere presentato alla casta politica, militare e burocratica che purtroppo ancora ci governa.
È la battaglia contro un potere criminale, lo stesso che per oltre mezzo secolo ha utilizzato le organizzazioni storiche della malavita italiana come alleati, che ha disseminato il nostro territorio di basi militari, che manda i nostri soldati a morire in Afghanistan per gli interessi di Stati uniti ed Israele, che ha affamato un popolo per difendere il potere delle banche.
Un potere criminale che si regge esclusivamente sulle menzogne rilanciate ogni giorno, a tutte le ore, da una stampa asservita, da storici sul libro paga, da magistrati attenti alla carriera, da militari che hanno come tradizione le fughe dell’8 settembre 1943.
Non si può più invocare l’attenuante della buona fede. Bisogna scegliere se essere a favore o contro questo potere criminale, non perché fascisti o antifascisti ma perché abbiamo tutti il senso della dignità nazionale e tutti, a prescindere dalle posizioni ideologiche, sentiamo come un dovere dal quale non possiamo e non vogliamo prescindere l’affermazione della verità su una guerra civile
che non può essere lasciata impunita, di fronte alla Storia e alle generazioni future.
La scelta oggi è una sola: con il potere o contro di esso, con la verità o contro di essa.
Noi abbiamo scelto tanti anni fa.

Vincenzo Vinciguerra

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