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Matteo Matteotti: dietro il delitto di mio padre, il Re

 
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MessaggioInviato: Lun Nov 07, 2011 6:41 pm    Oggetto:  Matteo Matteotti: dietro il delitto di mio padre, il Re
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Siccome periodicamente ritorniamo al delitto Matteotti, inserisco un paio di post chiari in merito, così da avere riferimenti rapidi a portata di mano sulla vicenda. Qui inserisco in particolare una interessantissima intervista a Matteo Matteotti, figlio di Giacomo, e un paio di articoli di alcuni storici cmq concordi nella pista affaristica.

Delitto Matteotti. Parla il figlio: “Dietro la morte di mio padre c’era il Re”

FU UNO SPORCO AFFARE DI PETROLIO

“L’assassinio di Giacomo Matteotti non fu un delitto politico, ma affaristico. Mussolini non aveva alcun interesse a farlo uccidere” dice il figlio del deputato socialista. “Sotto c’era uno scandalo di petrolio e la longa manus della corona. La verità verrà presto a galla”.
Intervista di MARCELLO STAGLIENO- da Storia Verità

Ciò che sembra più degno d’attenzione del libro di memorie di Matteo Matteotti (Quei vent’anni. Dal fascismo all’Italia che cambia, edito da Rusconi) è l’ultimo capitolo. Capitolo che, sulla base di nuovi elementi (ricollegabili a cose che vennero scritte nel 1924 e in anni successivi), sembra aprire inquietanti interrogativi sull’assassinio di Giacomo Matteotti. Questi: Vittorio Emanuele III ebbe una parte decisiva nel delitto? Il Re era implicato in quello “scandalo dei petroli” (l’affare Sinclair) di cui parlò e straparlò la stampa del tempo e, scoperto da Matteotti, manovrò per assassinarlo?
In proposito, l’ultimo capitolo del libro è reticente: si limita a collegare (sempre naturalmente sul piano dell’ipotesi) l’uccisione di Giacomo Matteotti allo scandalo Sinclair. Invito Matteo Matteotti ad essere più esplicito.
“Procediamo con ordine. Un pomeriggio del marzo 1978, m’incontro qui in Roma”, dice Matteo Matteotti, “con un anziano mutilato di guerra venuto apposta da Firenze, Antonio Piron. Da lui ricevo un documento, trovato in aperta campagna a Reggello presso Firenze, dentro un tubo di stufa. Si tratta del testo autografo (i periti l’hanno definito assolutamente autentico e come tale l’ho riprodotto nell’appendice del libro su carta intestata “Camera dei deputati” e a firma Giacomo Matteotti) d’un articolo comparso – anonimo – sulla rivista “Echi e Commenti” del 5 giugno 1924, ma in edicola due giorni dopo. L’articolo contiene riferimenti, brevissimi, a due scandali: bische e petroli”.
D. Parliamo dei petroli?
R. Sì, lasciamo stare le bische, il cui decreto regolamentare era stato approvato da poco alla Camera. Il riferimento ai petroli è assai più interessante. Riguarda il regio decreto legge n. 677, in data 4 maggio 1924, nel quale l’articolo primo afferma: “E’ approvata e resa esecutiva la convenzione stipulata nella forma di atto pubblico, numero di repertorio 285, in data 29 aprile 1924, fra il ministero dell’economia nazionale e la Sinclair Exploration Company”. Le firme sono quattro: Vittorio Emanuele, Corbino, De Stefani, Ciano. Ma io ritengo che, da tener d’occhio, sia proprio Vittorio Emanuele…
D. Sia più esplicito.
R. Nel 1924, dopo l’uccisione di mio padre, i giornali – ma non soltanto quelli – parlarono della denuncia che avrebbe dovuto essere portata da Giacomo Matteotti davanti alla Camera, riferendosi in particolare ad un dossier, contenuto nella sua cartella il giorno del rapimento, che riguardava appunto, assieme alle bische, i petroli.
D. Suo padre, aveva realmente con sé quel dossier?
R. Non ne ho le prove materiali. Però uno storico serio come Renzo De Felice afferma che le insistenti voci di un delitto affaristico “non possono essere lasciate cadere a priori” (Mussolini il fascista – La conquista del potere 1921-1925. Einaudi 1966, p. 626 n.d.a.). Ed esistono due documenti, sempre citati da De Felice: 1) un rapporto “riservatissimo” di polizia per De Bono, nel quale si afferma che Turati sarebbe stato in possesso di copia dei documenti sulla Sinclair che aveva mio padre e dove si precisa che Filippo Filippelli del Corriere Italiano aveva contribuito all’uccisione per rendere un servizio all’onorevole Aldo Finzi e al fascismo; 2) un rapporto dell’ambasciata tedesca a Roma inviato a Berlino (10 settembre 1924) che parla di quei tali documenti pervenuti nelle mani di mio padre.
D. E dove sarebbero finiti, quei documenti?
R. Forse nelle mani del Re. In appendice al mio libro intendevo aggiungere a puro titolo d’ipotesi come del resto faccio ora parlandone, tre articoli. Ma l’editore mi sconsigliò. Il primo era stato pubblicato su Stampa Sera il 2 gennaio 1978. Era a firma di Giancarlo Fusco, una cara persona purtroppo scomparsa che aveva fama di spararle grosse. Però nessuno s’è mai sognato di smentire le affermazioni gravissime di quel suo articolo. In sintesi, eccole: nell’autunno del 1942, Aimone di Savoia duca d’Aosta, scriveva Fusco, raccontò a un gruppo di ufficiali che nel 1924 Matteotti si recò in Inghilterra dove fu ricevuto, come massone d’alto grado, dalla loggia The Unicorn and the Lion. E venne casualmente a sapere che in un certo ufficio della Sinclair, ditta americana associata all’Anglo Persian Oil, la futura BP, esistevano due scritture private. Dalla prima risultava che Vittorio Emanuele III, dal 1921, era entrato nel register degli azionisti senza sborsare nemmeno una lira; dalla seconda risultava l’impegno del Re a mantenere il più possibile ignorati (covered) i giacimenti nel Fezzan tripolino e in altre zone del retroterra libico.
D. E il secondo e il terzo articolo?
R. Riguardo al primo (per restare sul piano di quest’avventurosa ipotesi, un po’ piduista avanti-lettera), esso potrebbe spiegare anche come sia “passato” così rapidamente quel decreto-legge, citato da me poco fa, sullo sfruttamento da parte della Sinclair del petrolio reperibile nel sottosuolo italiano, in Emilia e in Sicilia. Un decreto-legge che non diventò mai esecutivo: una commissione, appositamente per valutare quell’accordo Italia-Sinclair, il 3 dicembre 1924, lo bocciò. Ma torniamo al giugno 1924.
D. Parliamo di Vittorio Emanuele III?
R. Sempre sul piano dell’ipotesi. Ai primi di giugno a De Bono si sarebbe presentato un informatore, un certo Thirshwalder, con una notizia preziosa: Matteotti aveva un dossier non solo sui brogli elettorali fascisti nel ’24, ma anche sulle collusioni tra il re e la Sinclair. De Bono (forse saltando Finzi, sottosegretario agli interni) interpellò il fido Filippelli che a sua volta chiese ad Amerigo Dumini di organizzare la “spedizione” contro Matteotti. Mussolini ne venne al corrente solo due giorni dopo anche se all’indomani del discorso dello stesso Matteotti aveva esclamato: “Che cosa fa la Ceka, che cosa fa Domini!...”e Dumini agì, probabilmente ignorando chi davvero lo muoveva.
D. Benito Mussolini non aveva alcun interesse a fare uccidere suo padre…
R. Mussolini voleva – fin dal 1922, subito dopo la marcia su Roma – riavvicinarsi ai socialisti. Il 7 giugno 1924, quando già il delitto era in piena fase di progettazione, pronunciò un discorso che era un appello alla collaborazione rivolto proprio ai socialisti. Per questo l’attacco fattogli da mio padre pochi giorni prima fece infuriare il duce: è un fatto innegabile. Ma è altrettanto vero che quel 7 giugno Mussolini pensava – nonostante mio padre – di poter avere i socialriformisti, D’Aragona e forse Turati, al governo. Ci sono in proposito due testimonianze: quella di Giunta e quella di Carlo Silvestri. Anzi a quest’ultimo, come risultava da una sua deposizione al processo Matteotti rifatto nel 1947, fu proprio Mussolini in persona a dichiararlo, aggiungendo che Matteotti era stato vittima di loschi interessi. No, il duce non aveva alcun interesse a farlo uccidere: si sarebbe alienato per sempre la possibilità di un’alleanza con i suoi vecchi compagni., che non finì mai di rimpiangere…Del resto, per citare De Felice, possiamo leggere nel suo saggio che “l’azione contro Matteotti non fu realizzata a caldo, come, per esempio, era stata quella contro Misuri. Tutti gli elementi emersi in occasione dei tre procedimenti connessi al delitto (…) provano che la preparazione del delitto cominciò il 31 maggio, all’indomani del discorso di Matteotti alla Camera. E’ possibile”, si chiede De Felice, “pensare che, se anche Mussolini avesse impartito l’ordine, in undici giorni la collera non gli sarebbe sbollita e non si sarebbe reso conto di un simile atto?”. Lo stesso Pietro Nenni, nel 1929, affermò che quello era stato un delitto affaristico. Mio padre, aggiungo io, venne assassinato in modo precipitoso…
D. E cioè?
R. Dumini e gli altri della Ceka fascista non avevano con sé neppure una pala; erano su un’auto del Corriere taliano di Filippo Filippelli, che era l’uomo di Aldo Finzi. Ma anche a non voler sospettare di Finzi, sono indubbi i legami di Filippelli con De Bono…L’azione, comunque, fu precipitosa. La tesi del delitto preterintenzionale non mi convince: ad assassinare mio padre fu, con una lima, Amleto Poveruomo. Con la certezza di farla franca: all’auto la polizia risalì solo per caso. Il delitto comunque fu compiuto subito dopo la pubblicazione di quel tale articolo di Giacomo Matteotti su Echi e Commenti.
D. Con quali obiettivi?
R. Continuando nella nostra ipotesi, gli uomini della Ceka erano convinti d’agire in nome di Mussolini; in realtà allontanavano la possibilità d’un governo con i socialisti, possibilità che doveva spaventare molto la corona e la borghesia industriale italiana; dall’altra parte davano soddisfazione al fascismo più intransigente, quello farinacciano; e, infine, sottraendo quei tali documenti – supposto che esistessero, ed io ci credo – salvavano (ma senza saperlo: l’unico al corrente era De Bono) la corona dalla faccenda Sinclair. E’ quanto si legge anche in un articolo pubblicato dall’Avanti! Nel gennaio 1978, pochi giorni dopo quello di Fusco. Anche esso avrebbe dovuto trovare spazio nell’Appendice, assieme ad una lunga lettera di Giorgio Spini (riprodotta a pag. 58n.d.r.), indirizzata alla Stampa nel 1978. Questa lettera spiega che genere di farabutto fosse Sinclair. Ma chi voglia maggiori dettagli sulla vicenda, anzi su quello sporco affare in cui erano coinvolti ministri come Mario Corbino e De Stefani, assieme all’onorevole Jung, all’ambasciatore Castani e a moltri altri, legga con attenzione il capitolo che alla Sinclair e al delitto Matteotti ha dedicato Matteo Pizzigallo nell’eccellente saggio pubblicato nel 1981 da Giuffrè col titolo Alle origini della politica petrolifera italiana 1920-1925. Per parte mia, sono convinto che altri importanti documenti, ad avvalorare l’ipotesi del delitto affaristico con la longa manus della corona, verranno presto alla luce



Il re, una compagnia petrolifera e i giacimenti in Libia

QUEL PATTO SEGRETO CON SINCLAIR

Per chiarire meglio alcuni retroscena del delitto Matteotti, legati alla cosiddetta “pista del petrolio”, pubblichiamo il testo integrale di una lettera che lo storico Giorgio Spini inviò nel 1978 a “La Stampa” di Torino, in risposta ad un articolo di Giancarlo Fusco sul “caso” Matteotti.
La lettera non venne mai pubblicata dal quotidiano torinese.

Sulla Stampa dello scorso 2 gennaio (1978, n.d.r.) Giancarlo Fusco ha rivelato le confidenze intorno al delitto Matteotti fatte da Aimone di Savoia ad un gruppo di suoi ufficiali nell’autunno del 1942. Secondo queste confidenze, Matteotti era entrato in possesso di documenti i quali provavano che Vittorio Emanuele III aveva fatto un losco patto con una compagnia petrolifera straniera: “La potentissima Sinclair Oil, affiliata alla Anglo Persian Oil, la futura British Petroleum”. La Sinclair aveva fatto entrare il re tra i suoi azionisti gratuitamente: in cambio il sovrano si era impegnato ad esercitare la propria autorità per impedire che venissero sfruttati i giacimenti petroliferi in Libia.
Dopo il discorso di Matteotti alla Camera del 30 maggio 1924, in cui il deputato socialista aveva denunciato i crimini commessi dai fascisti durante le elezioni di quell’anno, Mussolini aveva ordinato alla banda Dumini di aggredirlo: però avrebbe dovuto trattarsi di una delle solite manganellature soltanto. Invece, giusto allora, Emilio De Bono venne a sapere, in qualità di capo della polizia, che Matteotti era in possesso di questi documenti compromettenti per il re e che li portava sempre con sé in una borsa. De Bono volò da Vittorio Emanuele III a raccontargli la cosa e i due si accordarono sulla necessità di sopprimere addirittura Matteotti, anziché bastonarlo soltanto, e di asportare dalla sua borsa i famigerati documenti. L’8 giugno 1924 De Bono convinse Dumini ad eseguire tutto ciò, mediante una somma di denaro, e due giorni dopo Matteotti fu rapito ed assassinato. Né si sentì più parlare dei documenti riguardanti il patto fra il re e la Sinclair.
Giancarlo Fusco conclude il suo articolo dicendo di non sapere fino a che punto questo racconto del Duca di Aosta possa essere un’alternativa attendibile alla versione “storica” dei fatti. Neppure io lo so: e non pretendo di aggiungere altre rivelazioni a quella di Fusco. Ma posso almeno indicare chi era il petroliere Sinclair perché lo sa chiunque abbia letto un manuale di storia americana. Era uno dei protagonisti del leggendario affare del Tea Pot Dome, cioè uno dei più clamorosi scandali dell’America del primo novecento.
Nel 1921, il segretario agli Interni dell’amministrazione repubblicana Harding, Albert G. Fall, concesse con procedura del tutto irregolare alla Mammoth Oil Co., di cui era presidente H. F. Sinclair e ad altre compagnie, lo sfruttamento di alcuni giacimenti petroliferi, tra cui uno nel Wyoming chiamato Tea Pot Dome, che invece avrebbero dovuto restare a disposizione della marina americana per eventuali esigenze belliche. La cosa si riseppe e venne usata dai democratici per montare una clamorosa campagna contro l’amministrazione Herding. Fall fu processato sotto l’accusa di essersi fatto corrompere e finì in galera. Altre complicate vertenze giudiziarie seguirono, fra cui un processo per corruzione nel 1928 contro Sinclair, da cui il petroliere uscì assolto benché la stampa sostenesse a gran voce la sua colpevolezza.
L’affare Sinclair ed i suoi strascichi giudiziari si chiusero infine nel 1932, ma restano ancora oggi proverbiali in America come esempio di losca connessione tra affaristi e politicanti. Dunque, laddove Aimone di Savoia parlava della Sinclair come di una compagnia inglese connessa con l’Anglo Persian Oil, si trattava in realtà di un magnate americano del petrolio già avvezzo a combinarne delle belle con personaggi politicamente altolocati.
Forse è inesatto altresì che si trattasse di impedire lo sfruttamento dei giacimenti petroliferi in Libia. Come vedremo fra un momento, H. F. Sinclair voleva ottenere l’esclusiva per la ricerca del petrolio sul territorio stesso dell’Italia a favore della Standard Oil. Fusco ne è stato il primo – per quanto almeno ne so – a fare il nome di Vittorio Emanuele III in connessione con quello di Sinclair. Ma già al tempo dell’affare Matteotti qualcosa trapelò di questo intrigo, sia pure senza che si parlasse mai di sua maestà il re.
A quel tempo, infatti, una parte della stampa, cioè quella filofascista, mise in circolazione la voce che Matteotti era stato ucciso non già per colpa di Mussolini, ma per impedirgli di rivelare gli affari sporchi in cui erano coinvolti Finzi, Filippelli e la banda che ruotava intorno al Corriere Italiano. E fra l’altro fu detto che costoro erano stati pagati da H. F. Sinclair per ottenere quella esclusiva alla Standard Oil delle ricerche petrolifere in Italia, cui sopra si è accennato.
Fra gli altri nomi che vennero fatti, v’era quello dell’Onorevole Guido Jung. Jung era stato in America nel 1922, come esperto finanziario dell’ambasciata italiana a Washington: poteva dunque avere conosciuto Sinclair colà. Nel 1924 era stato eletto deputato nel “listone” fascista; e fu poi denunciato durante l’affare Matteotti, come complice dell’intrallazzo Sinclair. Può essere interessante ricordare che per l’appunto un periodico filo-fascista di New York, Il Carroccio, diretto dall’italo-americano De Biase, fu particolarmente violento nell’accusare Jung e la Sinclair di essere i veri colpevoli dell’uccisione del leader socialista. Tuttavia Jung superò questo incidente senza danni: tanto è vero che fece poi una bellissima carriera, prima come sperto del governo fascista in varie trattative con banche degli Stati Uniti e poi come ministro delle Finanze.
La stampa antifascista respinse le dicerie sull’affare Sinclair considerandole come un’espediente per deviare l’attenzione dell’opinione pubblica dalle responsabilità di Mussolini e dalla reale natura politica del delitto. Anche gli storici che si sono occupati dell’affare Matteotti sono stati indotti da ciò a trascurare questo episodio.
Solo Giuseppe Rossigni, nel suo libro Il delitto Matteotti tra il Viminale e l’Aventino, ne dice qualcosa. Anche egli, però, come Aimone di Savoia, mostra di non sapere chi fosse con precisione Sinclair. Questo atteggiamento si spiega bene col fatto che nessuno, fino all’articolo di Fusco sulla Stampa, aveva mai subdorato che lo stesso Vittorio Emanuele III potesse avere tenuto il sacco a Sinclair. Ma dopo l’articolo di Fusco, viene da chiedersi se la stampa filo-fascista, tirando fuori il nome di Sinclair, non lo facesse proprio per minacciare il re di vuotare il sacco, qualora sua maestà non avesse sostenuto fino in fondo Mussolini.
Un altro nome che venne fuori in connessione con l’affare Sinclair fu quello di un giornalista avvezzo ad avere mano in ogni specie di pasticci: Filippo Naldi. Oltre ad essere stato il direttore del Resto del Carlino, Naldi era stato uno dei padrini del mussoliniano Popolo d’Italia. Al tempo dell’affare Matteotti stava continuando a fare intrallazzi giornalistici: aveva fondato un giornale – Il Tempo – ed aveva comprato da Filippelli il pacchetto di azioni del Corriere Italiano. Fu detto anche che aveva altresì lavorato per conto di Sinclair onde chiudere la bocca ai giornalisti sull’affare dell’esclusiva delle ricerche petrolifere a favore della Standard Oil. Come si sa fu accusato di avere celato il famoso memoriale Filippelli e fu arrestato per questo. Ma fu presto liberato e sparì dalla circolazione. L’affare Sinclair venne investigato durante l’istruttoria giudiziaria sull’assassinio di Matteotti, ma senza risultati. Il giudice istruttore giunse alla conclusione che la concessione petrolifera era nell’interesse di un gruppo finanziario antagonistico a quello del Corriere Italiano. E tutto cadde nell’oblio.
Vorrei però aggiungere un curioso codicillo a questa storia. Nell’autunno 1943, quando Vittorio Emanuele III scappò a Brindisi insieme con Badoglio, ricomparve al suo fianco Filippo Naldi, in veste di Ninfa Egeria politica. E chi ha voglia di avere ulteriori particolari, può trovarli nel libro del compianto Agostino Degli Espinosa, Il Regno del Sud. Il re e Badoglio erano nei guai perché avevano bisogno di mostrare agli Alleati di avere un qualche supporto politico, laddove i partiti del c.l.n. rifiutavano di avere a che fare con loro. Avevano inoltre bisogno di mettere insieme un governo purchessia, avendo lasciato a Roma i loro ministri al momento della fuga. Naldi li cavò da queste difficoltà, mettendo insieme un finto partito, formato di avanzi del vecchio trasformismo meridionale, sotto il nome di Partito Democratico Liberale, ed aiutandoli a formare su tale base un ministero.
Questo ministero “liberal-democratico” era composto di personaggi talmente oscuri che non si osò dare loro il titolo di ministri; e quindi ebbero solo quello di sotto-segretari. Ma uno almeno di loro aveva un nome ben noto: Guido Jung. In quanto ebreo era stato cacciato dal governo nel 1938 e quindi poté tornare a galla nella seducente veste di vittima del fascismo.
Non so se Naldi e Jung abbiano avuto altri rapporti con petrolieri dopo l’affare Matteotti. Ignoro altresì in che modo essi abbiano potuto ricomparire a fianco di Vittorio Emanuele III dopo l’8 settembre. So però che a quel tempo, nell’Italia meridionale, non si muoveva una foglia senza il permesso degli alleati. Non mi meraviglierei se in qualche archivio britannico od americano esistesse una pratica “top secret” intitolata a loro.

Come Fusco, sono anch’io ben lontano dall’affermare che la vera causa del delitto Matteotti vada cercata in questo pasticcio maleodorante di petrolio. Penso però che si debba riconoscere a Fusco ed alla Stampa il merito di avere ricordato agli storici una pista finora trascurata, sulla quale varrebbe invece la pena di fare qualche altra ricerca.

Giorgio Spini


Intrigo internazionale
Un’altra tesi che va contro la storiografia ufficiale

D. Nel suo libro Matteotti, l’altra verità lei sostiene una tesi totalmente opposta a quella della storiografia ufficiale. Qual è, in sostanza, questa diversa verità?
R. Lo svolgimento della vicenda passa attraverso due nodi fondamentali. L’origine del delitto (più affaristica che politica) ed i mandanti della Ceka che con la soppressione di Matteotti si prefiggono un duplice obiettivo:eliminare un testimone scomodo e costringere Mussolini a gettare la spugna. L’operazione riesce solo a metà, come tutti sanno.
D. Com’è arrivato a questa conclusione clamorosa?Come ha impostato la sua tesi?
R. Semplicemente, servendomi delle tessere di cui sono entrato in possesso nel corso della mia ricerca e poi sistemandole secondo un ordine che non fosse condizionato e dominato da posizioni preconcette. Alla base di questo complesso gioco ad incastro ci sono stati, comunque, due interrogativi. Primo: che interesse poteva avere Mussolini a macchiare la propria reputazione con un delitto infame dopo appena due mesi dall’apoteosi elettorale del Pnf? Secondo: perché proprio Matteotti, quando tutti i partiti dell’opposizione avevano manifestato il sospetto che il successo dei fascisti fosse dipeso, almeno in parte, da brogli e dalla violenza squadristica? Una volta preso atto della legittimità di tali domande, la distanza dalle risposte si accorcia sensibilmente, e la si può riempire soltanto ricorrendo a materiale di prima mano. Immune cioè sia dalla propaganda che dalle distorsioni ideologiche. Ma in questo spazio si è, appunto, inserita la lunga sequenza di documenti che provano diverse cose: che Matteotti fu ucciso per impedire che facesse rivelazioni. Rivelazioni sul coinvolgimento di alcuni ambienti (legati alla Banca Commerciale) in certi loschi affari riguardanti i petroli, il gioco d’azzardo ed il traffico d’armi; che gli ispiratori e gli esecutori del delitto erano già da diverso tempo in rotta di collisione coi vertici del Pnf, sebbene si fossero infiltrati nell’entourage di Mussolini; che l’immobilismo statuario dell’Aventino era un atteggiamento indotto dalla paura delle opposizioni di dover rendere conto al Pese degli appoggi forniti, da dietro le quinte, all’ala revisionista del partito fascista, che è poi quella nel cui seno matura la decisione di fare fuori Matteotti; che i processi del ’25 e del ’47 sono stati poco meno o poco più che delle orribili farse…
D. Parrebbe di capire che il delitto Matteotti non era compiuto da, ma contro Mussolini
R. Proprio così. Mussolini si assume, per intero, la responsabilità del crimine perché, altrimenti, sarebbe costretto a denunciare quella del gotha finanziario che ha foraggiato la marcia su Roma e che dopo avergli dato il potere minaccia di riprenderselo per trasferirlo a gente più maneggevole se lui non si rassegna a fungere da parafulmine e da capro espiatorio. E’ una partita difficile, giocare sul filo del bluff, che finisce in pareggio. Mussolini resta al suo posto, ma deve rinunciare al progetto di disfarsi di certe regole, di certi condizionamenti. Li subisce fino a Salò dove vuota il sacco col giornalista Silvestri, ma è troppo tardi, ormai, per ristabilire la verità (Ciò si spiegherebbe se davvero fosse stata coinvolta la monarchia…). Le forze alle quali avevano fatto capo gli istigatori della Ceka sopravvivono al 25 luglio, come sopravvivranno, più tardi, alla caduta del regime monarchico. Nel ’47, in riferimento al caso Matteotti la situazione non è molto dissimile da quella del ’25, e questo spiega il carattere aleatorio del processo conclusivo di Roma: un atto dovuto, un rito.
D. Che differenza c’è fra la sua tesi e quella avanzata da Matteo Matteotti?
R. Lui esclude che la massoneria abbia avuto un ruolo nel predisporre il piano dell’11 giugno, e non so da che tragga questo convincimento, visto che tutti gli indiziati del delitto (da Naldi a De Bono, a Dumini, a Bazi, a Rossi, a Finzi) erano iscritti, a vario titolo, alla setta. Lui afferma che è il mandante di Mussolini, ed io no. Lui dice che il duce copriva le responsabilità della corona ed io trovo strano che Mussolini a Salò non abbia colto l’opportunità per convogliare in questa direzione almeno una parte delle colpe che si era addossato fino alla giubilazione del luglio ’43. Lui insiste sulla Sinclair (mentre risulta dai documenti della compagnia petrolifera americana con cui avevano brigato i manutengoli della “Commerciale”) che era la Standard Oil, e che tale società era anche fortemente interessata al business delle bische.
D. Perché, secondo lei, per tanto tempo a nessuno o quasi è venuto in mente di indagare più a fondo su questo capitolo di storia?
R. Sono incline a ritenere che una certa classe politica e certi settori della cultura italiana preferiscano soprassedere. La demonizzazione acritica del fascismo ha fatto leva soprattutto sul falso scenario del delitto Matteotti: ora tornare indietro con la moviola, ritrattare, ricredersi costituisce una fatica improba per chi, a mio giudizio, si è immesso, più o meno in buona fede, sulla direttrice sbagliata.

Giuseppe Rossigni
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MessaggioInviato: Lun Nov 07, 2011 8:07 pm    Oggetto:  
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Il libro sul Delitto Matteotti, di Franco Scalzo, che riporta la stessa documentazione, è stato fatto sparire insieme agli altri...
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"La mistica appunto precisa questi valori...nella loro attualità politica...e dimostra l'universalità di luogo e di tempo del Fascismo"(Giani)
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MessaggioInviato: Ven Ott 25, 2013 12:15 pm    Oggetto:  
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...lo aveva già sostenuto l'antifascista Carlo Silvestri, nel secondo processo "farsa" tenuto a Roma nel 1947, che Mussolini era estraneo alla morte di Matteotti (
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), avevamo pure citato come testimone a discapito lo stesso figlio di Giacomo Matteotti, Matteo, che nella tragica stagione della RSI, essendo egli militante delle omonime brigate partigiane, era stato salvato dallo stesso Duce che ne aveva impedito la cattura da parte dei tedeschi ( fatto testimoniato dallo stesso Matteo oltre che dal Silvestri) . Adesso trova ulteriori elementi di conferma la tesi che il vero mandante dell'omicidio del deputato socialista fu il "reucccio traditore" svendutosi ad una compagnia petrolifera inglese insieme ad alcuni esponenti monarchici del Fascismo, il tutto all'insaputa del Duce !


Delitto Matteotti, parla il figlio: il mandante fu il re non Mussolini
20 august 2013


A sostenerlo fu Matteo, figlio del deputato socialista, in un’intervista del 1985 a Marcello Staglieno che – alla presenza di Carlo Matteotti, fratello di Matteo, e di Pietro Amendola, figlio di Giovanni - in contraddittrorio con gli storici Giovanni Sabbatucci, Mauro Canali, Matteo Pizzigallo e Aldo Alessandro Mola nella trasmissione televisiva Enigma, venerdì 2 maggio su Raitre, ribadirà questa clamorosa tesi, approfondita con nuovi documenti inediti nel suo ultimo libro (nella foto) , Arnaldo e Benito. Due fratelli (610 pagine, 20 euro) a giorni in vendita nei tipi di Mondadori. Pubblichiamo uno stralcio del capitolo dedicato a quel delitto, a tutt’oggi oscuro.

La mattina del 12 giugno 1924, sui giornali di tutt’Italia, comparve il primo annuncio della scomparsa di Giacomo Matteotti, rapito due giorni prima sul Lungotevere Arnaldo da Brescia in Roma, poco lontano dalla sua abitazione al numero 21 di via Pisanelli, da una banda di squadristi (la Ceka del Viminale) composta da Amerigo Dumini, Giuseppe Viola, Augusto Malacria, Albino Volpi e Amleto Poveromo. Cominciò per il fascismo la più grave delle crisi. Soprattutto dopo il ritrovamento della salma (il 16 agosto nel bosco della Quartarella a 23 chilometri da Roma) molti fascisti si tolsero il distintivo dall’occhiello, strapparono le tessere e la pubblica opinione prese a guardare con simpatia le opposizioni che, con sconsiderato autolesionismo, avevano però abbandonato la Camera nella sterile “secessione aventiniana”.

I dubbi di De Felice sulla colpevolezza del “duce”. Secondo la vulgata della storiografia postbellica, il mandante del delitto fu Mussolini, come anche sostiene Mauro Canali nel suo ampio saggio Il delitto Matteotti (Il Mulino 1997). Il 31 maggio - dopo un acceso intervento del deputato socialista alla Camera contro il clima di violenza in cui si erano svolte le elezioni del 6 aprile conferendo la maggioranza al “listone” fascista – il “duce” era furente. “Cosa fa questa Ceka? Cosa fa Dumini? Quell’uomo non dovrebbe più circolare…”, pare avesse detto. Renzo De Felice tuttavia mai credette che fosse il mandante del delitto.

La tesi di una “lezione” da dare a Matteotti (morto all’improvviso per le percosse durante il rapimento come verrà sostenuto durante un processo-farsa a Chieti nel 1926) gli parve controproducente per Mussolini, “troppo buon tempista, troppo buon politico per non rendersene conto. È possibile pensare che, se anche avesse impartito l’ordine, in undici giorni la collera non gli sarebbe sbollita e non si sarebbe reso conto delle conseguenze politiche di un simile atto?”. Mussolini aveva fatto bastonare Giovanni Amendola e Piero Gobetti, ma non era un assassino: ne era convinto lo stesso Benedetto Croce che, il 24 giugno, fu il promotore del voto di fiducia al governo. Per di più, precisava De Felice, Mussolini si stava apprestando a un’apertura a sinistra, in un governo lib-lab in cui portare il “popolare” Filippo Meda alle Finanze; Argentina Altobelli all’Agricoltura; il genovese Lodovico Calda (amministratore del quotidiano socialista “Il Lavoro”) o il sindacalista Alceste De Ambris all’Assistenza sociale; e addirittura lo stesso Amendola, qualora avesse accettato, all’Istruzione. Né vi avrebbe escluso i confederali della CGdL (Confederazione Generale del Lavoro) per staccarli dai comunisti com’era risultato evidente, il 7 giugno 1924, dal suo discorso alla Camera.

Tangenti sul petrolio a importanti uomini del fascismo. Sempre secondo De Felice, il movente del delitto doveva essere un altro: sopprimere Matteotti per sottrargli documenti da lui raccolti, e che avrebbe divulgato l’11 giugno alla Camera, su loschi affari petroliferi che coinvolgevano influentissime personalità del fascismo cui una società petrolifera americana, la Sinclair, aveva versato “tangenti” pari a 150 milioni per ottenere in esclusiva i diritti delle ricerche in Italia. Essi erano: Emilio De Bono, comandante della PS e della MVSN (Milizia Volontaria per la Sicurezza Nazionale); il sottosegretario agli Interni Aldo Finzi (destinato a morire alle Fosse Ardeatine); il segretario amministrativo del PNF Giovanni Marinelli (finirà fucilato il 13 gennaio 1944 a Verona con gli altri “traditori” del 25 luglio 1943, lo stesso De Bono, Ciano, Gottardi e Pareschi); il capo ufficio stampa della presidenza del Consiglio Cesare Rossi; il giornalista Filippo Filippelli, direttore del “Corriere italiano” (controllato nell’assetto proprietario da Finzi). Per di più, uccidendo il deputato socialista, essi avrebbero impedito quell’”apertura a sinistra” che li avrebbe comunque travolti.

Il movente secondo Matteo Matteotti: il re e la Sinclair. Seguendo questa duplice pista, Matteo Matteotti ebbe via via nuovi elementi, sull cui base finì per convincersi che il principale mandante del delitto, attraverso De Bono, poteva essere il re, per via d’interessi petroliferi correlati sempre al gruppo Sinclair. Nell’intervista che, grazie a De Felice, mi rilasciò nel novembre 1985 per “Storia Illustrata”, mi spiegò che ricevette da Giancarlo Fusco un articolo da questi pubblicato il 2 gennaio 1978 su “Stampa sera”.

Precisandomi: “Nell’autunno del 1942, Aimone di Savoia duca d’Aosta raccontò a un gruppo di ufficiali che nel 1924 Matteotti si recò in Inghilterra [del viaggio riferirono i giornali dell’epoca] dove fu ricevuto, come massone d’alto grado, dalla Loggia The Unicorn and the Lion. E venne casualmente a sapere che in un certo ufficio della Sinclair, ditta americana associata all’Anglo Persian Oil, la futura BP, esistevano due scritture private. Dalla prima risultava che Vittorio Emanuele III, dal 1921, era entrato nel register degli azionisti senza sborsare nemmeno una lira; dalla seconda risultava l’impegno del re a mantenere il più possibile ignorati (covered) i giacimenti nel Fezzan tripolino e in altre zone del retroterra libico”. In relazione alla prima scrittura privata, Matteo Matteotti aggiunse che essa faceva comprendere come fosse “passato” tanto rapidamente il RDL sullo sfruttamento da parte della Sinclair del petrolio reperibile nel territorio italiano, in Emilia e in Sicilia. Si trattava del RDL n.677, in data 4 maggio 1924,nel quale l’articolo primo afferma: ‘È approvata e resa esecutiva la convenzione stipulata nella forma di atto pubblico, numero di repertorio 285, in data 29 aprile 1924, fra il ministero dell’Economia nazionale [presieduto da Corbino] e la Sinclair Exploration Company’. Le firme sono quattro: Vittorio Emanuele, Corbino, De Stefani, Ciano”.

Una clausola del 1923: non cercare petrolio in Libia.
I contenuti dell’accordo – noto come “convenzione Sinclair -Corbino” - erano stati ampiamente enfatizzati il 15 maggio da un perentorio comunicato della presidenza del Consiglio, ovvero redatto da Rossi (mentre Mussolini stava inaugurando in Roma la conferenza internazionale sull’emigrazione dopo aver trascorso l’ultima settimana in Sicilia), e poi illustrati, il 16 maggio, sul “Corriere italiano” da quella buona lana, si fa per dire, di Filippelli. Tuttavia, nonostante la firma del re, Mussolini – che già nel febbraio 1924 pur aveva avocato a sé ogni decisione in proposito - congelò tutto. E il 20 novembre 1924 incaricherà una Commissione che, valutati attentamente i termini dell’accordo con la Sinclair, il 4 dicembre lo invaliderà totalmente anche per uno scandalo che, negli Usa, stava per travolgerne il titolare, Harry Sinclair. Era poco esperto di petrolio, Mussolini: si fidava di quanto scriveva lo stesso Luigi Einaudi (sulla convenienza di comprare l’”oro nero” all’estero piuttosto che spendere milioni per cercarlo): perciò non lo insospettì una singolare clausola apposta in una relazione governativa del 19 luglio1923 dove, pur invocando la necessità di effettuare trivellazioni nelle Colonie, escludeva proprio la Tripolitania.

Un delitto premeditato e le prove su De Bono. “De Bono volò da Vittorio Emanuele III” mi disse Matteo Matteotti “a raccontargli quanto Matteotti aveva scoperto, e i due si accordarono sulla necessità di ucciderlo anziché bastonarlo soltanto e di asportare dalla sua borsa i famigerati documenti. L’8 giugno De Bono convinse Dumini ad eseguire tutto ciò, mediante una somma di denaro, e due giorni dopo Matteotti fu rapito e assassinato. Né si sentì più parlare dei documenti riguardanti il patto fra il re e la Sinclair. Mio padre venne ucciso in modo premeditato con tre colpi di lima da Amleto Poveromo. Me lo confessò, piangente e pentito, Poveromo in persona nel carcere di Parma dov’ero andato a trovarlo nel gennaio 1951, poco prima della morte di lui. Mio padre aveva con sé quei documenti, che sparirono nel nulla”. Essi vennero presi in consegna da Dumini (lo dichiarerà lui stesso ai giudici nel secondo processo a Roma l’8 febbraio 1947) e finirono in mano di De Bono, come dimostra il testo registrato di una conversazione telefonica di questi con il questore di Roma, Bertini, la sera del 12 giugno subito dopo l’arresto, nella stazione della capitale, dello stesso Dumini.

Un’ulteriore prova in tal senso la fornì De Felice, pubblicandola.

Essa consiste in una “riservatissima” relazione di polizia consegnata allo stesso De Bono il 14 giugno 1924, ma con il tono di comunicargli cose che lui già conosceva. Lo informava del fatto che “l’on. Turati sarebbe in possesso di parte dei documenti originali e di parte delle fotografie di altri che possedeva il Matteotti e riguardanti affari diversi (’Sinclair’; speculazioni borsistiche; case di giuoco ed un ‘affare’ di Udine)”, aggiungendo che “il Comm. Filippelli – del “Corriere italiano” avrebbe concorso alla soppressione del Matteotti volendo rendere un servizio a S.E.Finzi ed al Fascismo”.

La vera colpa di Mussolini: il processo-farsa del 1926.Informato del delitto da De Bono l’11 giugno: “Stanno gettandoti addosso le responsabilità”, Mussolini rispose: “Questi vigliacchi mi vogliono ricattare!”.

Il ricatto consisteva nell’impedirgli proprio quel nuovo governo di svolta a sinistra , mettendolo alla mercè dell’estremismo squadrista che lui intendeva liquidare, ma sul quale invece avrebbe dovuto almeno temporaneamente riappoggiarsi per non essere spazzato via dalle opposizioni e dalla pubblica opinione. Il 14 giugno destituì Rossi e Finzi, costrinse alle dimissioni Corbino.

Quanto a De Bono - ”quadrumviro”, senatore e troppo vicino al re - non poté liberarsene del tutto, ma lo esautorò da ogni incarico. La sua colpa sta nell’avere tollerato il processo-farsa istruito a Chieti dal 16 al 24 marzo 1926: Dumini, difeso da Farinacci, ebbe con Volpi e Poveromo 5 anni, 11 mesi e 20 giorni di reclusione, di cui 4 anni condonati per amnistia, mentre Malacria e Viola furono assolti. Parimenti assolto, ma da una commissione istituita in Senato, fu De Bono. Delle carte di Matteotti, nessuna traccia.

Un documento di Matteotti ritrovato dal figlio nel 1978. Tra queste carte, mi precisò ancora Matteo Matteotti, c’era verosimilmente il testo manoscritto, su carta intestata della Camera dei Deputati, di un suo articolo pubblicato sulla rivista romana “Echi e Commenti” del 5 giugno 1924, ma in edicola due giorni dopo.

“L’articolo” mi disse “contiene riferimenti, brevissimi, a bische e petroli. Ne ignoravo l’esistenza. Due mesi dopo l’uscita dell’articolo di Fusco, giornalista che a volte le sparava grosse ma che in questo caso nessuno s’è mai peritato di smentire, ecco saltare fuori quello scritto di mio padre.

Con una procedura a dir poco singolare, me lo fece trovare nel marzo 1978, dentro un tubo di stufa in aperta campagna a Reggello presso Firenze, un anziano mutilato di guerra, Antonio Piron. Senza essere sino in fondo espicito, mi disse che gliel’aveva consegnato un ex-partigiano, ch’era a Dongo il 27-28 aprile 1945″. Matteo Matteotti mi pregò di omettere dall’intervista questo particolare che pure precisò, nel novembre 1985 a Segrate, anche a Giordano Bruno Guerri, allora direttore di “Storia illustrata”. E aggiunse: “Ciò mi convinse del fatto che quel manoscritto doveva essere nella grossa busta che, con le compromettenti carte di cui ho detto, mio padre (mia madre Velia se ne ricorda benissimo) aveva con sé al momento del rapimento”. Matteo Matteotti – deputato costituente, parlamentare dl PSDI di Saragat e più volte ministro - esercitò al possibile la propria influenza per ulteriori indagini. Ai primi del novembre 1985 – sempre in presenza di Giordano Bruno Guerri - aggiunse particolari che non mi aveva precisato: e cioè la verifica di persona, recandosi a Londra in quel 1978, sulla veridicità di quanto aveva scritto Fusco ( e poi ribadito da Giorgio Spini in un articolo, di cui già m’aveva consegnato il testo, inviato alla “Stampa” ma mai pubblicato). Quanto alle carte del padre, sempre gli rimnasero irreperibili.

La sparizione delle carte Matteotti il 28 aprile 1945 a Dongo. Esse però esistevano, senz’ombra di dubbio. In proposito ci sono una testimonianza indiziaria e una prova fotografica. La testimonianza me la rilasciò (incidentalmente: ero andato a trovarlo a Bergamo nel 1975 a proposito di Galeazzo Ciano) Alessandro Minardi. Egli era stato l’unico giornalista ammesso alle udienze del processo di Verona (8-10 gennaio 1944) contro i “traditori del 25 luglio”: mi disse nel 1975 che i due fascicoli sul delitto Matteotti, rinvenuti in una grossa borsa di Mussolini al momento dell’arresto (27 aprile 1945), erano verisimilmente quelli sottratti da De Bono. Questi, a sua volta arrestato il 4 ottobre 1943 – secondo una confidenza di Pavolini allo stesso Minardi, che per l’appunto me la riferì nel 1975 – aveva preso con sé i suddetti documenti di Matteotti. E, nell’inutile tentativo di salvarsi la vita, li avrebbe consegnati a Mussolini: nella cui borsa, a Dongo, furono comunque rinvenuti. E ora la prova: essa consiste nella fotografia del verbale di consegna di quei due dossier sul delitto Matteotti: una fotografia (poi pubblicata sul “Tempo illustrato” il 16 giugno 1962) che funzionari della prefettura di Milano il 2 maggio 1945 pretesero dagli emissari governativi che avevano chiesto gli stessi dossier. Essi però mai sono stati versati, come gli altri che Mussolini aveva con sé, all’Archivio centrale dello Stato. Scrisse De Felice: “Senza esito sono riuscite le ricerche da noi [cioè De Felice] compiute al ministero degli Interni per rintracciarli”. In definitiva, sparirono.

Un mistero che dura da 58 anni. Quali sono i motivi di tale occultamento che quasi equivale, per Mussolini, a un “mandato di non colpevolezza”? Perché, infatti, quelle carte sparirono? E perché mai continuano a essere irreperibili? Per coprire che cosa, e chi? Ipotizzando ch’esse contengano elementi di condanna per Mussolini quale mandante del delitto, perché non sono allora saltate fuori? E perché almeno oggi il governo non si decide a renderle note? Infine, se non le si trova, chi ebbe interesse a occultarle, forse a distruggerle? Seppellendole alle Botteghe Oscure, a “silenziarle” fu forse il ministro della Giustizia Palmiro Togliatti, l’uomo che addirittura, con la complicità di Giulio Einaudi, volle censurare l’opera di Gramsci? Oppure esse vennero fatte pervenire a Umberto di Savoia (assieme al dossier che lo riguardava, intitolato a “Stellassa” e alle privatissime sue faccende sessuali, rinvenuto in un’altra borsa di Mussolini)? Sono tutte domande che attendono risposta: su quel delitto i lati oscuri continuano a essere troppi.

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Il camerata Barozzi ha scritto un bel libro sul tema, e lo ha messo - come spesso fa - a disposizione di tutti:
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