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1943, Sbarco in Sicilia : Leggenda e Realtà!

 
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Marcus
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MessaggioInviato: Gio Lug 09, 2015 8:59 pm    Oggetto:  1943, Sbarco in Sicilia : Leggenda e Realtà!
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Il testo seguente costituisce la PARTE III del libro . “Lo sbarco e la difesa della Sicilia – Roma, 1956, pp. 279 - 339”, scritto dal generale Emilio Faldella, che nel luglio del 1943 partecipò in prima persona alla campagna di Sicilia in qualità di Capo di stato maggiore della 6a armata italiana sotto il comando del generale Alfredo Guzzoni.

LEGGENDA E REALTA’

La notizia dell'avvenuto sbarco anglo-americano sulle coste siciliane si propagò il 10 luglio in un ambiente permeato di ansie e preoccupazioni, dominato dal fatalismo suscitato dalle delusioni subite su tutti i teatri di guerra, alimentato, quasi condensato dalla ormai diffusa convinzione che la guerra fosse militarmente perduta. L'abbandono progressivo di tutte le posizioni in Africa Settentrionale e le sconfitte tedesche sulla fronte russa mettevano in evidenza che Italia e Germania erano ormai avviate verso una crisi politico-militare inevitabile e, malgrado gli sforzi della propaganda, la realtà incominciava ad imporsi a quanti non avevano calato una saracinesca impenetrabile fra gli avvenimenti ed il raziocinio. Ciò malgrado, in alcuni sopravviveva la speranza nell'imponderabile, come nell'ammalato che, perduta la fiducia nella scienza, spera nel miracolo salvatore. Nell'ultima decade di giugno il discorso del « bagnasciuga » aveva rafforzato questa speranza, specialmente negli ambienti fascisti, dove non si chiedeva di meglio che soffocare le preoccupazioni ostentando un ottimismo che nulla giustificava. La riuscita dello sbarco anglo-americano causò in questi ambienti la massima delusione che, a sua volta, determinò uno stato d'animo favorevole ad accogliere, amplificare, generalizzare, quelle notizie che sembravano spiegare gli avvenimenti, salvaguardando ancora una volta il mito dell'infallibilità di Mussolini. Le informazioni radiotelegrafate la sera del 10 luglio dal colonnello Schmalz al Q.G. di Hitler in Prussia Orientale ed al Q.G. del feld maresciallo Kesselring a Frascati, e di qui rimbalzate a Palazzo Venezia, di difese costiere inefficienti, di batterie autodistrutte, di truppe fuggiasche, sebbene di per sè stesse esatte, se riferite ad un particolare settore, delinearono un quadro della situazione generale che non corrispondeva alla realtà. Subito serpeggiò la triste parola « tradimento », che trova sempre accoglienza e pronta accettazione quando l'orgoglio nazionale ferito rifiuta le spiegazioni logiche degli avvenimenti infausti e preferisce quelle metafisiche. I « bene informati » intesserono tosto le favole di soldati siciliani fuggenti, di stati maggiori sorpresi, ignari dell'imminenza dello sbarco, di comandi in fuga, di unità che, prive di ordini, si sbandavano, gettando le armi. Le gerarchie fasciste sfogarono quel sentimento di avversione all'Esercito, di sfiducia nei suoi capi, che era già affiorato in altre circostanze, avendo sempre come più acceso interprete Roberto Farinacci. Egli ospitò infatti nel giornale « Regime Fascista » del 15 luglio, cinque giorni soli dall'inizio della battaglia, un articolo contenente violente accuse contro i comandi militari. Mussolini sconfessò l'articolo, prima con un telegramma e, successivamente, con una lettera personale al generale Guzzoni ( 1 ), ma l'opinione pubblica ignorò la sconfessione. D'altra parte non sappiamo fino a qual punto fosse sincera. Pur senza accettare l'affermazione di persona che a quei tempi era molto vicina a Farinacci, che Mussolini sia stato l'ispiratore dell'articolo, dobbiamo ammettere che egli aveva un'idea vaga di quanto era accaduto nei primi giorni della battaglia. Lo si deduce dal testo del suo promemoria al generale Ambrosio del 14 luglio. (V. allegato n. 6). Mussolini era impressionato dalle notizie avute da fonte tedesca, e precisamente da quelle che von Rintelen, addetto militare a Roma, gli aveva comunicato la sera del 12 luglio, per ordine di Hitler, e che provenivano, come le precedenti, ancora dal colonnello Schmalz, che conosceva esclusivamente gli avvenimenti verificatisi nella Piazza M. M. di Augusta-Siracusa. Il duce era inoltre influenzato dalle notizie di fonte nemica, che accettava ciecamente. Lo scrisse egli stesso nel promemoria del 14 luglio: « il nemico dice sempre la verità quando vince ». Era una convinzione fondamentalmente errata: per far colpo sull'opinione pubblica e per l'euforia causata dai successi, le proporzioni della vittoria sono quasi sempre dilatate, le difficoltà taciute, e le perdite diminuite. Nel caso particolare i giornalisti anglo-americani avevano bensì manifestato stupore per aver incontrato una resistenza inferiore al previsto all'atto dello sbarco, ma in conseguenza di una valutazione errata dell'effettiva consistenza della difesa. Da premesse inesatte si giunge facilmente a conclusioni assurde. Mussolini credeva a quanto gli riferivano gli incompetenti, desiderosi di mettersi in vista, che, in seguito ad una visione superficiale delle cose, o addirittura « per sentito dire », gli spiattellavano fantasie per verità. Peggio accadeva quando si trattava di gerarchi inviati a « vedere » col compito di « riferire ». Ritenevano che per essere giudicati acuti osservatori dovevano « scoprire » qualcosa di sensazionale e perciò sbrigliavano fantasia e malanimo, come fece il console generale Tarabini, che andò in Sicilia, fece una fugace apparizione al Comando d'armata, in veste non ben definita, ed in fretta tornò a Roma, senza aver visto nulla e fece niente altro che della maldicenza ( 2 ). Così nacque la « leggenda » di una resistenza troppo rapidamente crollata, di viltà, di insufficienze, di errori. Il vocabolo « leggenda » non è appropriato; meglio sarebbe dire « fantasie ». « Leggenda » è piuttosto esaltazione di uomini e di fatti al di là della verità storica. La verità di quanto accadde in Sicilia nel luglio-agosto 1943 fu invece alterata, erigendo tra gli avvenimenti e l'opinione pubblica uno schermo di falsità, che ha finora impedito al popolo italiano di conoscere esattamente i fatti e perciò di valutarli, nonchè di rendersi conto che, se la battaglia per la Sicilia si inserisce nella storia d'Italia come una sconfitta, l'onore delle Forze Armate non può essere discusso. Le cause di quella sconfitta sono infatti chiare, evidenti, non erano eliminabili, dipendevano dalle circostanze e non più dagli uomini; la sconfitta, per quanto dolorosa, non fu disonorevole.
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Il 25 luglio, il mutamento di governo diffuse la speranza nell'im-minente risoluzione della guerra e distolse l'attenzione dell'opinione pubblica dallo sviluppo della lotta in Sicilia; non fu neppure avvertito il significato di una resistenza protratta per 38 giorni. La Polonia era stata messa fuori combattimento in 29 giorni; l'esercito francese intatto, nella pienezza della sua massima potenza, era crollato in quaranta giorni; quello jugoslavo si sciolse come neve al sole in quattordici; Singapore era stata conquistata in venti giorni. Gli ambienti governativi, di altro preoccupati, si disinteressarono di ciò che accadeva in Sicilia. Il maresciallo Badoglio, ricevendo a fine d'agosto il generale Guzzoni al suo rientro dall'isola, lo trattenne meno di cinque minuti, senza portare il discorso sulla battaglia testè ultimata. I generali Ambrosio e Roatta, che avevano invece seguito da vicino gli avvenimenti, inviarono telegrammi di caloroso riconoscimento dell'opera svolta ( 3 ).
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Otto settembre: l'armistizio, la separazione dell'Italia in due tronconi, l'un contro l'altro armati. Immane tragedia! Nel quadro della propaganda sviluppata dagli organi della repubblica sociale contro l'Esercito « Regio », il tema del tradimento fu vigorosamente ripreso e, anche questa volta, per opera del Farinacci. Il 1° ottobre 1943 il giornale « Regime Fascista » pubblicò esplicite accuse di tradimento nell'articolo « Badoglio ed i suoi generali ». Le ribadì clamorosamente in un articolo del 23 ottobre e tre giorni dopo, il 26, il generale Guzzoni fu arrestato. Intervenne il maresciallo Kesselring : lo fece rimettere in libertà ed ottenne che l'Agenzia Stefani diramasse il 21 novembre un comunicato: « Elementi non autorizzati hanno tratto in arresto il gen. Guzzoni. Il comando germanico ha dichiarato... il generale Guzzoni fino all'ultimo ha fatto il suo dovere come soldato ed alleato nel modo più insigne ». La precisazione non poteva cancellare nell'opinione pubblica gli effetti della violenta propaganda fatta da gerarchi fascisti, propaganda resa più efficace da particolari sensazionali, quanto fantastici ed assurdi. Sovraeccitazione, ansie, rancori, rimpianti; turbavano allora profondamente l'animo popolare, rendendolo estremamente sensibile ad accogliere quanto sembrasse spiegare eventi dolorosi, tanto più se la spiegazione dava soddisfazione alla tendenza, che sempre affiora nei popoli percossi dalla sventura, di attribuire con accentuato semplicismo ad individui od a fatti determinati la responsabilità degli eventi infausti, dei quali sfuggono lì per lì le vere cause, complesse ed impersonali.
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La logica avrebbe voluto che gli argomenti di propaganda sfruttati dalla repubblica sociale fossero disdegnati dai suoi avversari. Molti furono invece raccolti e sviluppati da uomini di parte opposta, e specialmente quelli che servivano a demolire il sentimento tradizionale di amore per la Patria, di rispetto per le Forze Armate, di disciplina e di fedeltà alle istituzioni. Avvenne così che, nel 1945, nel marasma spirituale che seguì alla sconfitta, aggravato dagli strascichi della guerra civile, fantasie nate e diffuse dal 1943 al 1945 negli ambienti fascisti, trovarono ospitalità in libri e giornali ispirati da opposte tendenze politiche, determinando la formazione dell'opinione che in Sicilia gli italiani non avessero addirittura combattuto. Un'alta personalità militare, in viaggio nell'isola, si meravigliò che esistessero cimiteri militari e domandò: « Sono morti soldati italiani in Sicilia? ». Nel novembre 1945 il Ministro della Guerra dell'epoca fece suggerire alla Commissione per la concessione delle ricompense al valore di « esaminare con criteri di giusta severità » « per ovvie considerazioni » le proposte di ricompensa per combattenti in Sicilia. Non ci possiamo meravigliare se nel 1950 fu pubblicato un libro nel quale l'autore, valente medico, ma non altrettanto scrupoloso storico, raccolse, dando il massimo risalto, le più assurde fandonie, le favole più inverosimili diffuse sugli avvenimenti in Sicilia ( 4 ). Il 9 aprile 1952 il prof. Maggiore, altro illustre medico, in un articolo sul « Meridiano d'Italia » pose addirittura la domanda: « E' mai esistita una battaglia per la Sicilia nell'anno di grazia 1943? ». Prescindendo dall'improprietà del linguaggio, il dubbio che una battaglia per la Sicilia « sia mai stata combattuta », rivela la profondità e l'estensione dell'ignoranza della verità. Il gen. Guzzoni rispose vigorosamente sullo stesso giornale, ed il prof. Maggiore incassò. E' evidentemente necessario dire finalmente all'opinione pubblica la verità, anche se questa può urtare coloro che si compiacciono di gabellare per « storia » le più assurde fantasie, pur di rimanere tenacemente fedeli al preconcetto che la guerra fu perduta per tradimento, incapacità e codardia di capi militari. D'altra parte non scrivo per loro, ma per gli italiani che non hanno la ragione offuscata da passione di parte.

POTEVA ESSERE IMPEDITA AGLI ANGLO-AMERICANI LA CONQUISTA DELLA SICILIA?
Durante la seconda guerra mondiale tutte le offensive anfibie (sbarchi di forze terrestri con la cooperazione di forze navali ed aeree) ebbero successo. Nel teatro di guerra del Pacifico, dovunque gli americani effettuarono sbarchi, conquistarono sempre, più o meno rapidamente, le isole che costituivano il loro obiettivo. Eppure i giapponesi erano valorosi soldati e si batterono con accanimento. Gli anglo-americani sbarcarono in Normandia, si affermarono a terra secondo il piano predisposto e quindi svilupparono vittoriosamente le operazioni in terraferma. Eppure esisteva il « Vallo Atlantico » ed i tedeschi poterono far affluire sul campo di battaglia un numero considerevole di divisioni, anche corazzate, in un teatro d'operazioni continentale, e quindi non separato dal rimanente del territorio da un qualsiasi Stretto di Messina. Gli anglo-americani incontrarono maggiori difficoltà sbarcando a Salerno e ad Anzio, perchè limitarono l'estensione della zona di sbarco a 40 e 25 chilometri rispettivamente, facilitando il concentramento delle forze della difesa, che poterono più efficacemente contrastare nei primissimi giorni la progressione nel retroterra delle forze d'invasione ( 5 ). Tuttavia queste riuscirono ugualmente a sbarcare, ad affermarsi a terra e poi ad avanzare. La causa determinante di questi successi, dovunque riportati, fu LA SCHIACCIANTE SUPERIORITA' DI MEZZI CHE GLI ANGLOAMERICANI AVEVANO IN TERRA, SUL MARE, IN CIELO. Causa concomitante fu la rivoluzione nella tecnica delle operazioni anfibie, compiuta con l'adozione di mezzi da sbarco che scaricavano direttamente sulle spiagge, e fin dall'inizio delle operazioni, carri armati, veicoli, artiglierie, mezzi che soltanto il potenziale industriale anglo-americano consentiva di costruire nell'ordine delle migliaia di esemplari.
* * *
Nell'offensiva contro la Sicilia gli anglo-americani impiegarono forze in ogni campo più potenti di quelle italo-tedesche. Contro le forze marittime anglo-americane, liberamente operanti sul mare ed in appoggio delle forze terrestri, agirono poche motosiluranti ed alcuni sommergibili. Non concordo con coloro che avrebbero voluto vedere le navi da battaglia italiane affrontare la flotta anglo-americana di gran lunga superiore, scomparendo nei flutti del Mediterraneo in un'aureola di gloria. L'epica impresa sarebbe stata, dal punto di vista militare, una follia, perchè era facile presumere che, conquistata la Sicilia, l' avversario avrebbe attaccato l'Italia continentale. La nostra flotta non poteva perciò considerare unico ed ultimo suo compito la difesa dell'Isola; essa avrebbe trovato migliori condizioni d'impiego quando la lotta si fosse spostata nel Tirreno, dove avrebbe potuto conseguire, non dico il successo, ma almeno il risultato di infliggere perdite al nemico. Allora non si poteva pensare ad un « otto settembre », alla navigazione verso Malta ed a tutto il resto. Le forze aeree anglo-americane, dieci volte superiori per disponibilità di velivoli, a quelle italo-tedesche, agivano da basi invulnerabili, mentre gli aeroporti siciliani erano resi impraticabili dai massicci e continui bombardamenti nemici e quelli continentali, alquanto lontani, erano pure bombardati. Le forze aeree italo-tedesche erano ridotte al di sotto del minimo indispensabile per contrastare al nemico il dominio del cielo: sui campi siciliani vi erano, il 10 luglio, 81 aerei italiani di tutti i tipi ancora efficienti e forse altrettanti tedeschi. Non poteva essere richiesto ai valorosi piloti più di quanto fecero con impareggiabile eroismo. L'inferiorità del potenziale industriale ed economico aveva impedito di fornire alle forze terrestri mezzi paragonabili a quelli dei quali disponevano le forze avversarie. Erano soprattutto deficienti i carri armati ed i cannoni controcarro, a prescindere dalle artiglierie, antiquate, di calibro e gittata inferiori alle similari del nemico.
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Fatte queste premesse, analizziamo comparativamente il potenziale delle forze terrestri. Ciascuna delle quattro divisioni mobili italiane (è superfluo dire di quelle costiere) non poteva reggere il confronto con una corrispondente divisione anglo-americana: 6 battaglioni di fanteria contro 9; 4 - 6 gruppi di artiglieria (comprendendovi quelli di corpo d'armata) e cioè 48 - 72 pezzi antiquati e 12 mitragliere da 20 mm. contro cinque reggimenti d'artiglieria, di cui tre da campagna (72 pezzi), uno controcarro (48 pezzi) ed uno controaereo (72 pezzi) con un totale di 192 cannoni! Inoltre le divisioni inglesi ed americane disponevano di un gruppo esplorante motocorazzato, inesistente nella divisione italiana. La sola divisione « Livorno », dotata di un maggior numero di armi, però sempre antiquate, aveva autocarri per il trasporto di parte delle fanterie ed artiglierie motorizzate; le altre tre erano costrette a muovere a piedi e le artiglierie erano ancora in parte ippotrainate. Le divisioni avversarie erano tutte motorizzate. Le divisioni germaniche erano bensì meglio armate, ma erano sempre inferiori per costituzione organica a quelle avversarie. A 9 battaglioni di fanteria la div. « Hermann Goering » ne oppose inizialmente 2 organici e 2 di rinforzo e la div. « Sizilien » 6; ciascuna divisione tedesca aveva soltanto tre gruppi di artiglieria e un gruppo mortai pesanti: in totale una settantina di bocche da fuoco. I carri armati tedeschi erano 155 contro almeno 600 carri delle due divisioni corazzate avversarie. Winston Churchill valutò la consistenza di una divisione tedesca metà di una divisione inglese ( 6 ). Non sarebbe possibile fare un'analoga valutazione comparativa nei riguardi delle divisioni italiane. Sette divisioni e mezza di fanteria, due corazzate e due aviotrasportabili combatterono nei primi giorni contro 13 battaglioni costieri, 27 batterie costiere e un treno armato (oltre il presidio della Piazza M. M. di Augusta-Siracusa), due divisioni mobili italiane e due tedesche. Le due armate anglo-americane contavano 66 battaglioni di fanteria. L'attaccante gode sempre del grande vantaggio di poter scegliere il settore d'attacco e di concentrare in esso tutte le proprie forze, mentre chi si difende è costretto a disperdere le proprie per guardarsi da tutte le direzioni. E' stato speculato sulla maggior forza in « uomini » impegnata nella difesa della Sicilia, nei confronti della forza, sempre in « uomini », delle armate anglo-americane. E' opportuno chiarire la questione. In « Storia di un anno » Mussolini, per sostenere la tesi che la Sicilia avrebbe dovuto essere meglio difesa, affermò che il 1° luglio si trovavano nell'isola 230.000 uomini dell'Esercito e della Milizia e 60.000 tedeschi, costituenti tre divisioni ( 7 ). Nella cifra di 230.000 uomini erano comprese le truppe territoriali: difesa controaerea, depositi reggimentali, battaglioni reclute, e cioè truppe non impiegabili in combattimento. Le forze italiane effettivamente impiegabili, comprese divisioni costiere e Piazze militari marittime, non superavano i 170.000 uomini. Le due divisioni tedesche (non tre) contavano inizialmente non più di 28.000 uomini fra tutte e due ( 8 ). In totale, in Sicilia vi erano 200.000 uomini, costituenti le « forze terrestri combattenti ». Mentre il numero dei tedeschi in seguito aumentò, per l'affluenza in Sicilia di parte della 1a divisione paracadutisti e della 29a divisione granatieri corazzata, fino a raggiungere 50-60.000 circa, le forze italiane diminuirono per le perdite subite nelle prime giornate, non ripianate con arrivi di unità dal continente. Gli anglo-americani impiegarono inizialmente 160.000 uomini ( 9 ), tutti naturalmente appartenenti ad unità combattenti, che poterono concentrare la loro azione nel settore prescelto per lo sbarco che, per quanto ampio, corrispondeva a poco più di un quinto dello sviluppo delle coste dell'isola. Ebbene, nello stesso settore, le forze italiane e tedesche, (comprese le unità costiere, le riserve — 2 divisioni italiane e 2 tedesche tutte le unità comunque dislocate in corrispondenza della zona di sbarco e che parteciparono alla battaglia dal 10 al 15 luglio) raggiungevano un totale di 97.000 uomini, e cioè metà del complesso delle forze disponibili ( 10 ). L'altra metà era dislocata in corrispondenza dei rimanenti quattro quinti delle coste dell'isola ( 11 ). Gli anglo-americani fruirono perciò nel settore prescelto per lo sbarco e nel retroterra, di una superiorità notevolissima: 160.000 uomini contro 97.000. Il significato effettivo di tale superiorità numerica aumenta di gran lunga, se si considera che gli anglo-americani ebbero l'appoggio delle artiglierie della flotta e di un'aviazione dominatrice del cielo, che disponevano di 1.800 cannoni ( 12 ) contro 500, di almeno 600 carri armati contro 155 carri tedeschi ed i nostri 50 carri « Renault » assolutamente superati dal punto di vista tecnico. Che dire poi della sostanziale superiorità in armamento e mobilità delle divisioni anglo-americane? Le Forze armate della Sicilia AFFRONTARONO DUNQUE L'INVASORE IN CONDIZIONI DI ASSOLUTA INFERIORITA'.
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Questa situazione non poteva essere modificata. Le deficienze in qualità e quantità delle armi, e l'inesistenza di forze aeree adeguate per assicurare la cooperazione con le forze terrestri, erano una conseguenza delle condizioni generali e quindi non erano riparabili. Sarebbe stato teoricamente possibile inviare in Sicilia altre divisioni mobili, traendole dalle sette ancora disponibili nel territorio nazionale continentale. Però il trasporto di una divisione avrebbe richiesto più di una settimana, forse anche due, per le condizioni dei mezzi di trasporto attraverso lo Stretto. Quindi, per far giungere due divisioni in Sicilia prima del 10 luglio, sarebbe stato indispensabile decidere il loro invio al più tardi il 15 giugno. Il Comando Supremo avrebbe potuto prendere questa decisione, con la quale diminuiva la sua esigua riserva, unica per difendere la Penisola, soltanto se avesse avuto la certezza che obiettivo dell'attacco sarebbe stato la Sicilia e soltanto la Sicilia. A quell'epoca ( 13 ) in base alla dislocazione delle divisioni e dei mezzi da sbarco anglo-americani si doveva considerare la Sardegna almeno altrettanto minacciata della Sicilia. Nel mese di giugno i trasporti logistici attraverso lo Stretto erano già in gravissima crisi: ogni aumento di divisioni avrebbe accresciuto le difficoltà e non si può seriamente affermare se sarebbe stato possibile superarle. Ad ogni modo, un aumento di forze italiane nell'isola non avrebbe modificato sostanzialmente la situazione strategica e tattica, mentre avrebbe aggravato di molto quella logistica. Non bisogna infatti dimenticare che, già durante la 2a guerra mondiale, la battaglia non era più soltanto « terrestre », ma « aero-terrestre » e che perciò QUALSIASI AUMENTO DI DIVISIONI ITALIANE E TEDESCHE NON AVREBBE POTUTO IMPEDIRE AGLI ANGLOAMERICANI DI OCCUPARE L'ISOLA, perchè la mancanza di forze aree cooperanti determinava da sola un'inferiorità che nessun aumento di forze terrestri avrebbe potuto compensare. Una maggiore disponibilità di divisioni italiane avrebbe però con-sentito di imprimere alle operazioni un carattere più « italiano ». Ritornerò sulla questione.

LO SBARCO NON SORPRESE I COMANDI E LE TRUPPE
Il Comando della 6a armata, pur non potendo escludere che il nemico sbarcasse anche sulle coste occidentali dell'isola, aveva sempre considerato più minacciata la costa sud-orientale da Catania a Gela e, in subordine a quella, la costa meridionale da Licata ad Agrigento. Dislocò infatti a portata di questi settori la maggior parte delle riserve e la quasi totalità delle forze tedesche, malgrado i timori che il feld maresciallo Kesselring manifestava per lo sbarco in Occidente. L'attacco era inoltre atteso « entro il 10 luglio », nella previsione che il nemico avrebbe preferito avvicinarsi alle coste in una notte illune. L'ordine di allarme fu diramato prima delle 19,30 del 9 luglio, non appena confermate le notizie di avvistamento dei convogli in mare, precedendo di tre ore il primo lancio di paracadutisti, per cui nessuna unità costiera fu sorpresa. Comandi e truppe non furono sorpresi, nè per l'obiettivo nè per il momento scelti dagli anglo-americani.

LO SBARCO NON POTEVA ESSERE IMPEDITO
Le forze della difesa costiera avevano soltanto la possibilità di segnalare e contrastare lo sbarco, non certo di impedirlo ad un nemico che era in grado di mettere a terra, fin dai primi istanti, carri armati, veicoli corazzati anfibi, fanterie, con l'appoggio del fuoco dei cannoni della flotta e di forze aeree dominatrici del cielo.
Il XIII° c. d'a. britannico sbarcò con 9 battaglioni in prima schiera e 9 in seconda su spiagge difese da un battaglione e mezzo della 206a divisione costiera.
Il XXX° c. d'a. britannico sbarcò con 13 battaglioni e due « com-mandos » in prima schiera e 8 battaglioni in seconda che attaccarono un battaglione e mezzo della 206a div. costiera
La 7a armata americana sbarcò con complessivi 27 battaglioni contro 4 battaglioni della XVIIIa brigata costiera e 1 della 207a div. costiera.
Sarebbe stato possibile organizzare una difesa costiera più efficiente? Certamente, se però fossero stati disponibili, nella quantità necessaria, i mezzi per costruire fortificazioni più consistenti (cemento, acciaio, filo spinato, mine, mano d'opera) e se fosse stato possibile costituire altre divisioni costiere, armandole con armi moderne. Tutto ciò non era più realizzabile nell'Italia stremata da tre anni e mezzo di guerra. D'altra parte, giova ripetere, fortificazioni ben più efficienti e truppe più numerose e meglio armate non impedirono alcuno degli sbarchi in grande stile effettuati nel Pacifico e tanto meno in Normandia. Non avrebbero logicamente impedito nemmeno quello effettuato in Sicilia. Gli episodi di valore collettivo ed individuale provano che i costieri italiani si batterono, e bene. Alcune notizie date dall'ammiraglio Morison nel vol. IX° della « Storia delle Operazioni Navali degli U.S. » sono significative. A Torre di Gaffe (Licata): « sulla spiaggia la situazione era così « ardente e contrastata che alle 6,45 il comandante richiese nuovamente « la sospensione di tutti gli sbarchi ». Fu necessario far intervenire un incrociatore e due cacciatorpediniere per far tacere con i loro cannoni le armi dei difensori. A Gela un plotone di pionieri fu annientato « dal fuoco incrociato di due postazioni di mitragliatrici »; il personale trasportato da una motozattera fu « costretto a battersi sulla costa quattro ore, subendo molte perdite, causate dal fuoco di mitragliere e di cannoni ». Sulla spiaggia alla foce dell'Acate « un certo numero di anfibi, di autocarri e di bulldozer saltarono in aria » e « una motozattera approdò proprio di fronte ad una mitragliatrice il cui fuoco spaventò talmente le truppe che queste si rifiutarono di sbarcare ». E si trattava di motozattera armata di cannone ! Capisaldi resistettero fino all'indomani, ma era fatale che il nemico riuscisse fin dal primo giorno a dilagare nel retroterra, passando negli intervalli. Disponeva di forze di gran lunga superiori di fanteria con carri armati ed aveva messo fuori combattimento le artiglierie costiere con la violenta controbatteria effettuata dai grossi cannoni delle navi. Il Morison, nell'opera citata, afferma più volte che i cannoni delle navi erano micidiali per ogni batteria che sulla costa si rivelasse sparando. Tuttavia il feld maresciallo Kesselring, nelle sue memorie scrisse: « Le divisioni costiere italiane fecero completamente cilecca ». Il feld maresciallo non aveva mai dato a vedere di considerare le divisioni costiere idonee ad una prolungata resistenza. Il suo giudizio è ancora più ingiusto dopo l'esperienza della Normandia. Le truppe costiere tedesche fecero, sulle coste francesi, nulla più di quelle italiane in Sicilia, malgrado l'armamento più efficiente e l'esistenza di fortificazioni considerevoli. Anche là gli anglo-americani raggiunsero nella prima giornata gli obiettivi prefissati. In un solo settore, alla base della penisola del Cotentin, le operazioni subirono un ritardo assolutamente temporaneo, perchè le truppe sbarcate si scontrarono con una divisione mobile tedesca che stava effettuando esercitazioni e potè quindi intervenire con straordinaria prontezza, senza però riuscire ad impedire lo sbarco e, tanto meno, a ricacciare in mare l'invasore. Il colonnello tedesco Bogislav von Bonin, che a quei tempi non era in Sicilia, dove giunse soltanto il 17 luglio, quale capo di stato maggiore del XVI° corpo, nella relazione compilata, su richiesta dello Stato Maggiore canadese, scrisse:
« E' tipico, per provare la completa incapacità del comando italiano, che al momento dello sbarco l'intera 15a Panzer Grenadier Division (Sizilien), quindi metà delle forze mobili, era in movimento dalla zona di Caltanissetta verso l'estremità occidentale dell'isola, ed era perciò completamente inutilizzabile. Il sospetto di un premeditato tradimento da parte degli italiani non fu allora formulato, ma più tardi fu più volte manifestato, in seguito agli avvenimenti che seguirono ». Tutto ciò è falso. Il generale Guzzoni insistette sempre per lasciare in Occidente soltanto il gruppo « Ens », e cioè la terza parte della divisione « Sizilien »; quando il 26 giugno il feld maresciallo Kesselring insistette per inviare in occidente anche il gruppo « Fullriede », egli pose la condizione che fosse prima sostituito a Caltanissetta dal gruppo « Neapel » di nuova costituzione. Non basta: il generale Guzzoni, anche nei giorni successivi, si oppose al movimento del gruppo « Fullriede » per il quale Kesselring insisteva, convinto che gli anglo-americani sarebbero sbarcati anche in occidente, con la conseguenza che il 10 luglio il gruppo « Fullriede » era ancora a Caltanissetta e potè quindi essere immediatamente impiegato nel settore di Licata. Lo conferma l'ammiraglio Morison nell'opera già citata, che ha carattere ufficiale, così esprimendosi a proposito della conferenza del 26 giugno fra Kesselring e Guzzoni: « Quest'ultimo, che aveva intuito quasi esattamente dove gli alleati avrebbero preso terra, desiderava riunire nella metà orientale dell'isola entrambe le divisioni corazzate tedesche, approntate per sferrare un vigoroso contrattacco... Kesselring invece era un ottimista inguaribile... Egli proponeva di compiere un immediato sforzo per respingere (l'invasione) sulle spiagge e di abbandonare quella difesa in profondità che rappresenta la tattica più appropriata per sconfiggere una moderna operazione anfibia. E desiderava spiegare una divisione tedesca nella Sicilia occidentale dove egli si attendeva che sbarcassero gli alleati ». Prendano atto di questa affermazione coloro che sistematicamente denigrano generali e stati maggiori italiani. Fin dal mattino del 10 luglio il generale Guzzoni ordinò che il gruppo « Ens », il solo che si trovava in occidente, si trasferisse a Caltanissetta, raggiungendo il rimanente della divisione nella zona centrale dell'isola. Accadde quindi precisamente il contrario di ciò che il von Bonin ha affermato. Dobbiamo perciò stigmatizzare affermazioni menzognere ed arbitrarie, fatte con impareggiabile sussiego, dalle quali derivano giudizi stolti ed avventatissime accuse di un inesistente e mai concepito « tradimento ». Americani, inglesi e canadesi espressero giudizi che rivelano preconcetti ed errori di valutazione, ma è evidente che è in corso una revisione di giudizi a nostro favore. Per esempio, dieci anni or sono, il generale Eisenhower aveva scritto: « ...il nemico si era profondamente ingannato sulla località dell'attacco. « Le sue forze migliori erano disposte soprattutto all'estremità occidentale dell'isola che evidentemente aveva ritenuto sarebbe stata da noi prescelta... » ( 14) Sappiamo che era vero precisamente il contrario. Nel 1954, nel suo libro, il Morison riconosce che il Comando italiano seguì accuratamente lo sviluppo delle operazioni preliminari e prosegue: « Alle 1 (del 10 luglio) prima ancora che una sola forza da sbarco avesse lasciato i trasporti americani, il generale Guzzoni, comandante di tutte le forze dell'Asse in Sicilia, dichiarò lo stato di emergenza ed ordinò che fossero fatte saltare le opere portuali a Licata e Porto Empedocle. « E prima ancora che fossero trascorse molte ore Guzzoni aveva giustamente previsto che non si sarebbero effettuati sbarchi ad ovest di Licata ed ordinò alle unità motorizzate che si trovavano nella Sicilia occidentale di dirigersi a tutta velocità verso est ». Come si vede, la verità sta facendosi strada anche negli ex-avversari, a maggior disdoro degli italiani « tipo Cucco » e dei tedeschi « tipo von Bonin ». Montgomery scrisse: « Le prime ondate del nostro assalto gli arrivarono addosso completamente di sorpresa e la sua confusione e la sua disorganizzazione furono tali che esso fu incapace di opporre qualsiasi resistenza coordinata » ( 15). Nessuno in realtà fu sorpreso. I cannoni costieri dovettero disperdere il loro fuoco su centinaia e centinaia di mezzi da sbarco; per forza la loro reazione deve essere sembrata confusa. Se il generale Montgomery avesse considerato che 600 uomini e una dozzina di cannoni sparsi su un ventina di chilometri di spiaggia dovettero reagire all'attacco di una divisione e anche più, probabilmente non avrebbe parlato di « confusione » e « disorganizzazione ». Sarebbe interessante sapere chi mai abbia colpito i morti ed i feriti anglo-americani, se le truppe costiere furono incapaci di una resistenza qualsiasi. I nostri antichi avversari non vogliono ammettere che il formidabile potenziale dell'attacco impediva alla difesa di fare più di quanto ha fatto. Muovendo da opinioni fondamentalmente errate circa l'efficienza della difesa costiera formulano giudizi ingiusti, concludendo che la combattività delle truppe italiane fu scarsa. La relazione dello Stato Maggiore canadese adduce, a prova che gli italiani non erano combattivi (« ne mettent pas grand zèle à combattre »), il fatto che la 1a divisione canadese ebbe durante lo sbarco soltanto 75 morti e feriti. Furono certamente pochi, in relazione alla forza della divisione (16.000 uomini), ma moltissimi, direi, anzi, troppi, in relazione alla forza dei reparti della difesa. Lo dimostro. Sulla fronte attaccata dal XXX° corpo d'armata britannico (51a div. brit. - 1a div. can. - 231° brigata ingl.) era schierato il 243° battaglione costiero, rinforzato da una compagnia fucilieri e due compagnie mitraglieri. In complesso un migliaio di uomini schierati su 34 chilometri di costa. La 1a div. canadese sbarcò su 8 chilometri di spiaggia, lungo i quali, a dir molto, c'erano 250 fanti, i quali furono attaccati da fanterie e carri armati, dopo di essere stati sottoposti al bombardamento aero-navale che aveva coperto la spiaggia di una coltre di fumo. Quei 250 uomini causarono ai canadesi 75 perdite. Se in un sol giorno di una moderna battaglia l'attaccante subisse perdite in tale proporzione (300 morti e feriti per ogni 1000 fanti schierati in difensiva - 3000 perdite ogni 10.000 difensori) gli attacchi sarebbero insopportabilmente gravosi e le battaglie straordinariamente micidiali: in tre giorni un esercito attaccante perderebbe quasi tanti uomini quanti ne conta l'esercito che si difende ! Ecco perchè il fatto che la 1a divisione canadese abbia subito 75 perdite durante lo sbarco, costituisce prova inoppugnabile che le truppe della difesa costiera si batterono.
Il giornalista americano Ernie Pyle scrisse: « Eravamo ancora a tre miglia e mezzo della spiaggia ed erano passati pochi minuti quando grandi riflettori sulla costa ci illuminarono... spazzarono il mare avanti e indietro per alcune volte, quindi si concentrarono su di noi e si fermarono. Non solo ebbi l'impressione che eravamo scoperti, ma anche presi in un cono di luce dal quale era chiusa ogni via di scampo... la distanza di artiglieria era ridicola e saremmo stati colpiti come anitre sull'acqua... avevamo tre alternative: o iniziare il fuoco e attirarci la controbatteria, o levare l'ancora e cercare di fuggire o starcene quieti... Scegliemmo quest'ultima ». La distanza era ridicola per le artiglierie americane, non certo per quelle costiere italiane. Nella falcatura di Gela, dove si trovava il Pyle, non esistevano batterie antinave; i pezzi da 149/35, ad affusto rigido, non erano adatti ai tiro contro le navi, non solo, ma se avessero sparato nell'oscurità, avrebbero rivelato con le vampe le posi-zioni, attirandosi la controbatteria, mentre loro compito era di aprire il fuoco contro i mezzi da sbarco a distanza ravvicinata. Quando poi apersero il fuoco, le artiglierie furono presto distrutte. Andiamo oltre: lo stesso giornalista scrive: « Già nel pomeriggio la zona era piena di veicoli, di materiali d'ogni genere. C'erano già sufficienti carri armati per combattere un'intera battaglia! ... Le difese nemiche erano puerili... Eravamo venuti preparati ad aprirci la strada attraverso solidi campi minati e pareti di fuoco di lanciafiamme, di mitragliatrici, di artiglierie di ogni calibro. Sospettavamo anche di dover incontrare chi sa quale diabolica arma segreta! Invece, niente di tutto questo ». ( 16 ) Trovarono invece dei fanti e degli artiglieri che, pur sapendo di combattere la lotta della carne contro l'acciaio, l'affrontarono per l'onore d'Italia e seppero anche sacrificare la vita. L'ammiraglio Morison ha espresso nel suo libro un giudizio esatto e rispecchiante la verità: « ...in realtà gli Alleati avevano chiuso in una muraglia di navi un buon terzo della Sicilia. NESSUNA FORZA AL MONDO AVREBBE POTUTO IMPEDIR LORO DI STABILIRVI LE LORO TESTE DI PONTE ».

LA FORZE ANGLO-AMERICANE NON POTEVANO ESSERE RICACCIATE IN MARE.
Nel discorso del « bagnasciuga » Mussolini aveva detto: « Se per avventura (gli invasori) dovessero penetrare, bisogna che le forze di riserva — che ci sono — si precipitino sugli sbarcati, annientandoli fino all'ultimo uomo ». Le riserve erano insufficienti e quell'immagine del loro « precipitarsi » per « annientare » gli sbarcati è illusoria. Eppure molti credettero, come ancora oggi molti pensano, che fosse possibile « precipitarsi » sulle sette e mezza divisioni di fanteria e le due corazzate ed « annientarle » ! I paracadutisti anglo-americani furono aviolanciati su una fronte di 230 km. e carri armati e fanterie sbarcarono dal mare su una fronte complessiva di 210 km. Le riserve della difesa costiera (3 gruppi mobili e 2 gruppi tattici) che si trovavano nel retroterra del settore attaccato furono lanciati al contrattacco non appena iniziato lo sbarco. Erano unità meno forti di un battaglione di fanteria ed avevano una batteria di artiglieria; potevano prendere contatto e ritardare l'avanzata a cavallo di alcune rotabili, ma non contrattaccare a fondo contro truppe superiori. Si impegnarono nella mattina del 10 luglio e, come il gruppo mobile « E » a Gela, con magnifico slancio, ma non furono in grado di ottenere risultati sensibili. Prescindendo dalla div. « Napoli » che operò nel settore di Siracusa, la div. « Goering » ebbe ordine di contrattaccare fin dalle 3 della notte tra il 9 e il 10 luglio, ma, durante la giornata del 10 luglio, non fu in grado di condurre a fondo l'azione, pur ottenendo importanti successi contro reparti americani che furono respinti e taluni catturati. La controffensiva condotta il mattino dell'11 luglio dalle divisioni « Livorno » e « Goering » con obiettivo Gela dimostrò che, anche riuscendo a respingere la fanteria avversaria, fino al punto di indurre il comando americano ad impartire ordini per il reimbarco, era impossibile conseguire un successo decisivo, causa la potenza delle artiglierie navali che tempestavano di proiettili le truppe entrate nel loro raggio d'azione. La controffensiva su Gela falli, infatti, per la presenza delle navi da guerra e non certo per mancanza di volontà, decisione e combattività da parte italiana e tedesca. Formuliamo un'ipotesi assai inverosimile: che, per l'azione delle due divisioni « Livorno » e « Goering », la 1a divisione americana fosse stata costretta a reimbarcarsi. Tutte le riserve erano ormai impiegate: la div. « Napoli » verso Siracusa, dove agiva la 5a div. britannica; le div. « Livorno » e « Goering » con obiettivo Gela contro la 1a divisione americana; la div. « Sizilien » e truppe del XII° c. d'a. nel settore Agrigento-Licata contro la 3a divisione americana. Con quali truppe il Comando della 6a armata avrebbe potuto impedire alle rimanenti quattro divisioni e mezza anglo-americane di continuare a scaricare uomini e materiali e ad avanzare nel retroterra ? Sarebbe stato necessario disporre di un numero di divisioni almeno equivalente a quello delle divisioni sbarcate, sempre prescindendo dalla loro inferiorità di armamento, dalla presenza delle navi da guerra e dalle forze aeree avversarie. Nelle sue memorie il feld maresciallo Kesselring formula una critica: la controffensiva fu sferrata troppo tardi. Egli scrisse: « In seguito alla precisa conoscenza delle mosse del nemico, tutte le divisioni destinate alla difesa avrebbero dovuto essere disposte in ordine di marcia dopo la calata dell'oscurità ed esser pronte ad entrare in azione al più tardi a mezzanotte. Si perdettero invece ore preziose... ». I convogli furono segnalati alle 19 del 9 luglio; se il Comando della 6a armata avesse ricevuto prima la segnalazione, tanto meno avrebbe potuto individuare gli obiettivi dei convogli, che avrebbero potuto essere indifferentemente Catania, Gela o, almeno in parte, la costa occidentale. Prima di impegnare in una direzione piuttosto che nell'altra le divisioni mobili, era indispensabile attendere informazioni più esatte. Non si muove una divisione come una pedina sulla scacchiera, ed anche la pedina avanza di una « casa » alla volta. Quando, nella giornata del 10 luglio, il Comando d'armata avrebbe desiderato impiegare la div. « Goering » in direzione di Siracusa, il suo comandante, generale Conrath, rispose che ormai la divisione era orientata sulla spiaggia di Gela e non poteva essere spostata verso un altro obiettivo. E' perciò assurdo pensare che « a mezzanotte » del 9, quando cioè lo sbarco non era ancora incominciato, le divisioni mobili potessero e dovessero entrare in azione. A quell'ora non erano nemmeno individuati con esattezza gli obiettivi degli sbarchi nemici. Il Comando della 6a armata sapeva soltanto che paracadutisti ed aliantisti erano discesi su tutto il rovescio della fascia costiera da Siracusa a Licata. Occorreva stabilire dove, su quei 230 km. di fronte, sarebbero avvenuti gli sbarchi più importanti. Il primo sbarco — a Senia Ferrata, presso Gela — avvenne alle 3 del 10 luglio ed i comandi della 6a armata e del XVI° c. d'a. ne furono subito informati. Si trattava di un piccolo reparto: poteva trattarsi di un'azione dimostrativa, avente lo scopo di distogliere l'attenzione dai veri obiettivi. Tuttavia il comandante del XVI° c. d'a. diede immediatamente ordine al gruppo mobile « E » di raggiungere Gela ed alla div. « Goering » di contrattaccare con un reggimento in direzione di Senia Ferrata. Alle 4,20 incominciarono gli sbarchi di forze importanti sulla costa orientale della penisola di Pachino ed alle 6 negli altri settori. Il comando del XVI° c. d'a. diede ordine prima delle 5 alla divisione « Goering » di contrattaccare con obiettivo Gela e la costa ad oriente di Gela. Nella giornata del 10 essa avanzò soltanto fino al ponte sul Dirillo, dove sostenne un vittorioso scontro, a Case Priolo e Ponte Olivo, per difficoltà di movimento dei carri armati sulle strade strette e tortuose, nonché per le azioni di disturbo di paracadutisti. Magnifico fu il comportamento del Gruppo mobile « E », al quale l'ammiraglio Morison accenna: « L'intero peso del contrattacco in questo settore era lasciato sulle spalle del Gruppo mobile italiano di « Niscemi... ». Da una tabella pubblicata dallo stesso Morison, risulta che fra le 8 e le 12,55 del 10 luglio le navi da guerra americane spararono ben 572 colpi di grosso calibro sul solo Gruppo mobile, che tuttavia riuscì a raggiungere l'abitato di Gela! Formuliamo l'ipotesi che le div. « Goering » e « Livorno » avessero contrattaccato il mattino del 10 luglio, anzichè il mattino dell'11. Avrebbero probabilmente avanzato fin nei pressi di Gela, ma sarebbero poi state sottoposte a quel medesimo fuoco delle artiglierie navali che stroncò la loro azione il giorno dopo. E se anche la 1a divisione americana, sbarcata a Gela, fosse stata costretta a reimbarcarsi, le altre sei divisioni e mezza avrebbero preso terra senza altro contrasto che quello delle divisioni costiere. La critica del maresciallo Kesselring non ha pertanto fondamento. Assolutamente inaccettabile è quest'altra sua affermazione: « Nessuna delle divisioni italiane giunse a tempo sul posto o potè prendere contatto con l'avversario; la divisione « Napoli » dislocata nell'angolo sud-orientale era scomparsa misteriosamente ». Delle due divisioni dislocate nel sud-est, la div. « Livorno » effettuò l'11 luglio il contrattacco su Gela; la div. « Napoli » si battè fino al 12 luglio a Palazzolo Acreide e dal 10 al 13 luglio a Solarino. Le medaglie d'argento al v. m. concesse alle Bandiere dei reggimenti delle divisioni « Napoli » e « Livorno », malgrado il monito del ministro di essere particolarmente rigorosi nelle concessioni di ricompense ai combattenti in Sicilia, costituiscono, a maggior ragione, prova del loro valoroso comportamento. Dire che le due divisioni non abbiano nemmeno preso contatto col nemico e che una di esse sia « scomparsa misteriosamente » è veramente assurdo.

L'AVANZATA ANGLO-AMERICANA NEL RETROTERRA FU ECCESSIVAMENTE RAPIDA ?
Gli anglo-americani non avrebbero davvero diritto di meravigliarsi della profondità dell'avanzata realizzata nei primi giorni. I loro comandanti avevano previsto che l'8a armata britannica avrebbe occupato Catania cinque o sei giorni dopo lo sbarco e subito dopo Messina; invece dal 14 luglio l'armata fu praticamente arrestata e riuscì ad occupare Catania 26 giorni dopo lo sbarco. Il generale Alexander aveva previsto di concludere la lotta in Sicilia in dieci o quindici giorni, lotta che durò invece trentotto giorni. E' generalmente ammesso dagli americani che la 1a divisione non potè avanzare col ritmo previsto ( 17 ), perchè trattenuta dalla controffensiva dell'11 luglio e che sul rimanente della fronte, fino al 14 luglio, l'offensiva si sviluppò « secondo i piani ». L'estensione della fronte di sbarco facilitò la penetrazione iniziale attraverso il sottile velo della copertura costiera; tosto però il ritmo dell'avanzata subì rallentamenti ed addirittura arresti per l'intervento delle riserve: l'8a armata britannica fu infatti arrestata nella piana di Catania per più di quindici giorni; la 7a armata americana dovette combattere duramente nel centro dell'isola e contro i difensori di Agrigento, che cedettero, sette giorni dopo lo sbarco. L'ammiraglio Morison scrive: « Gli italiani combatterono virilmente per Agrigento ». Per la sproporzione delle forze i difensori non potevano conseguire un miglior risultato. I comandi anglo-americani avevano preveduto che le divisioni mobili italo-tedesche non avrebbero potuto contrattaccare immediatamente. Montgomery scrisse: « che le divisioni tedesche erano spezzettate in gruppi di combattimento molto sparpagliati e, date le cattive condizioni stradali, era verosimile che passassero molte ore prime che esse potessero concentrarsi. Anche le formazioni italiane erano molto sparpagliate ». ( 18 ) ( 19 ) Inferiore alle previsioni fu invece la potenza dell'azione controffensiva, perchè il comando anglo-americano aveva sopravalutato l'effettiva consistenza delle riserve disponibili nell'isola e la loro capacità operativa. Tutti i giudizi — di italiani e stranieri — sulle operazioni in Sicilia sono influenzati, e non cesserò di ripeterlo, dall'errata valutazione delle possibilità operative delle forze che difendevano l'isola. Basta riconoscere questo errore fondamentale, per vedere gli avvenimenti da un punto di vista più logico e per concludere che la resistenza fu quale era da attendersi.

LA MANOVRA PER IL RACCORCIAMENTO DELLA FRONTE.
I risultati della controffensiva dell'11 luglio dimostrarono che le forze disponibili erano insufficienti e che perciò sarebbe stato impossibile persistere in azioni controffensive, sulle quali molti nel Paese ancora speravano. Nessuno meglio di chi era sul posto poteva valutare questa impossibilità. Era evidente che la controffensiva avrebbe potuto essere effettuata soltanto dopo l'arrivo di adeguati rinforzi dal continente. Frattanto, per dare a questi rinforzi il tempo necessario per giungere in Sicilia, occorreva costituire una fronte difensiva, capace di resistere il più a lungo possibile e, perciò, di estensione ridotta e proporzionata alla entità delle poche forze disponibili. Questa fu la logica decisione che il generale Guzzoni prese nella notte dall'11 al 12 luglio. L'ammiraglio Morison che, notiamo bene, è storiografo « ufficiale » della Marina degli Stati Uniti, scrive, in base alla testimonianza del gen. von Senger: « Il 12 luglio il maresciallo Kesselring si recò in volo al comando del generale Guzzoni... comprese che non vi era nulla da fare, tranne combattere un'azione ritardatrice. Però egli accertò che effettivamente Guzzoni aveva dimostrato iniziativa e decisione ». Dopo di avere elencato le principali disposizioni date dal generale Guzzoni, il Morison conclude: « Kesselring confermò queste disposizioni ». E sempre il Morison scrive: « Il generale Guzzoni, nelle prime ore del giorno D (10 luglio) aveva ordinato ai gruppi di combattimento della 15a divisione granatieri corazzata di spostarsi a grande velocità dalla Sicilia occidentale verso la pianura di Gela. Essi arrivarono sul fronte della la divisione (americana) proprio quando le tartassate divisioni « Livorno » e « Goering » stavano spostandosi verso oriente, dove Guzzoni progettava di impiegarle contro l'8a armata britannica per difendere la piana di Catania ». Meglio non potrebbero essere smentiti coloro che, come il prof. Cucco, nella loro formidabile ignoranza degli avvenimenti e delle questioni militari, hanno farneticato di incapacità e di abulia del Comando della 6a armata. Le operazioni dal 12 al 21 luglio ebbero dunque lo scopo di contenere le forze nemiche per il tempo necessario a costituire una fronte continua dalla costa tirrenica, ad ovest di Santo Stefano di Camastra, alla costa jonica a sud di Catania, passando per Nicosia, Leonforte e colline sul margine settentrionale della piana di Catania. Nel quadro di questa operazione strategica, il XII° corpo d'armata ripiegò con le truppe mobili dall'Occidente alle Madonie, sfilando sulla fronte delle avanguardie delle colonne americane avanzanti da Agrigento. Su questa manovra, definita giustamente « difficile » da uno scrittore militare italiano, il Morison esprime un rimarchevole giudizio: « FU SVOLTA IN MODO MAGISTRALE ». Essa riuscì a consentire la costituzione della fronte fra Santo Stefano di Camastra e Nicosia, dando protezione alla destra della 15a divisione germanica che ripiegava da sud. La prontezza con la quale il generale Guzzoni aveva spostato la massa delle sue truppe verso oriente per sbarrare all'8a armata britannica la strada di Catania e Messina, costrinse il comando anglo-americano a mutare radicalmente il suo piano: non più avanzata dell'ala destra su Messina, ma avanzata della 7a armata americana nel centro dell'isola per poi convergere su Messina da ovest. Costringere il nemico a mutare i suoi piani è sempre un indiscutibile successo strategico. Le inevitabili perdite subite durante la manovra « difficile » e « magistrale » dalle divisioni « Assietta » e « Aosta », dopo quelle gravissime sofferte dalle divisioni « Livorno » e « Napoli » dall'11 al 13 luglio, ridussero di molto l'efficienza delle forze mobili italiane, mentre, per l'arrivo di battaglioni della 1a paracadutisti germanica e della 29a divisione granatieri corazzata, aumentava la consistenza delle forze tedesche. Quindi le forze italiane in Sicilia, già di molto inferiori a quelle del nemico, diventavano inferiori anche a quelle dell'alleato. I tedeschi si rendevano perfettamente conto di questa situazione e ne traevano le conseguenze. L'inferiorità numerica era aggravata dal fatto che per la mancanza di armi controcarro efficaci, le divisioni italiane non potevano sostenere da sole un combattimento e quindi era indispensabile intercalare i battaglioni e persino le compagnie fra reparti tedeschi dotati di armi controcarro. Soltanto l'affluenza dal continente di truppe italiane efficienti, ed in quantità tale da eliminare la superiorità germanica, avrebbe potuto modificare a nostro favore la situazione. Giunsero soltanto due gruppi di artiglieria e, nell'ultima decade di luglio, il 185° reggimento paracadutisti « Nembo », armato quasi esclusivamente di armi leggere. ERA INEVITABILE CHE LA PARTE PREPONDERANTE NELLA BATTAGLIA FOSSE ASSUNTA DALLE TRUPPE TEDESCHE, con danno per il prestigio italiano.

SAREBBE STATO POSSIBILE PROLUNGARE LA RESISTENZA OLTRE IL 17 AGOSTO ?
Il Comando Supremo aveva dato il 18 luglio un ordine che coincideva con gli intendimenti attuati dal generale Guzzoni, fin dalla sera dell'11 luglio, quando aveva dovuto constatare l'impossibilità di persistere nell'atteggiamento controffensivo: RESISTERE IL PIU' A LUNGO POSSIBILE, CEDENDO IL MINIMO DI TERRENO, IN ATTESA DELL'ARRIVO DEI RINFORZI DAL CONTINENTE E, IN OGNI CASO, PER RITARDARE L'ATTACCO ALLE COSTE DELLA PENISOLA. Per rendere possibile una resistenza prolungata era appunto stato effettuato l'arretramento sulla linea Santo Stefano di Camastra-sud di Catania, per restringere la fronte, affinchè la sua estensione fosse proporzionata all'entità delle truppe disponibili. Il 22 luglio l'operazione era stata ultimata e da quel momento in poi si trattava di difendere ad oltranza la linea Santo Stefano di Camastra-Nicosia-Leonforte-sud di Catania. Nella piana di Catania l'8a armata inglese sostava, attendendo l'arrivo della 78a divisione dall'Africa Settentrionale; la sua sinistra esercitava però una pressione abbastanza seria nella zona di Leonforte; nel settore fra Nicosia e Santo Stefano le avanguardie americane erano ancora trattenute a notevole distanza dalla linea di resistenza. La situazione era perciò relativamente soddisfacente, tanto più che stava entrando in azione la 29a divisione germanica nella zona costiera tirrenica. Il comando del XIV° corpo tedesco era bensì già orientato ad evitare che in Sicilia si ripetesse quanto era accaduto in Tunisia, e cioè che andassero irrimediabilmente perdute truppe preziose, ma dimostrava di condividere ancora l'intendimento del generale Guzzoni di resistere nell'isola il più a lungo possibile. Si ostinava anzi a non cedere terreno al nemico, se non costretto, anche dove un arretramento di retroguardie avrebbe facilitato l'organizzazione della linea di resistenza prescelta. Salvo questo particolare, non esistevano allora divergenze concettuali fra comando italiano e comando tedesco. Purtroppo le forze italiane impiegabili in combattimento erano ridotte a ben poco, mentre quelle tedesche erano state rafforzate con invio di truppe dal continente. Lungo tutta la fronte dal Tirreno allo Jonio erano ormai schierate truppe germaniche, fra le quali erano intercalate le residue unità italiane. Soltanto l'invio, promesso ma non effettuato, della divisione alpina « Alpi Graie » avrebbe dato la possibilità di mantenere ad un settore della fronte un carattere spiccatamente italiano, con vantaggio morale indiscutibile. In quella situazione fu giocoforza accettare, dopo molta resistenza, che il 2 agosto il generale Hube assumesse il comando dell'intero schieramento, pur rimanendo sempre alle dipendenze del comandante della 6a armata. Il 27 luglio, col volontario arretramento da Nicosia della 15a divisione tedesca, il concetto operativo del generale Hube mutò: ogni qualvolta il nemico, schierate le artiglierie, si fosse accinto ad attaccare, le unità germaniche avrebbero effettuato uno sbalzo indietro, sottraendosi alla lotta ravvicinata. Tale contegno rendeva impossibile la resistenza ad oltranza e perciò era in assoluto contrasto con gli ordini del generale Guzzoni. Il generale Hube stava già applicando direttive impartitegli dal Comando Supremo tedesco in seguito al mutamento di governo del 25 luglio. Lo scrive von Rintelen: « Ancora nella notte (dal 25 al 26 luglio) giunse per telescrivente un ordine dell'O.K.W.: sospensione di tutti i movimenti di truppe verso il Sud, stato di allarme per tutti i reparti e preparativi per lo sgombero delle isole ». ( 20 ) Con la decisione tedesca di ritirare le proprie truppe la resistenza in Sicilia riceveva un duro colpo, perchè non esisteva nell'isola un complesso di truppe italiane sufficiente per tenere la fronte da solo. Naturalmente il comando tedesco concepiva l'operazione « sgombero » sotto l'aspetto di recupero delle divisioni germaniche con tutti i loro mezzi. Questo recupero sarebbe stato impossibile se le truppe germaniche avessero ripiegato su Messina continuando a combattere. Hube decise pertanto di « sganciarsi dal nemico » per effettuare il passaggio dello Stretto secondo un piano prestabilito di arretramenti volontari su linee successive. Tutto ciò implicava rinunzia a continuare la resistenza. Se il comandante della 6a armata poteva, da un punto di vista esclusivamente militare, riconoscere giustificato il concetto di non sacrificare nell'isola truppe preziose, al solo scopo di prolungare di qualche giorno una resistenza ormai votata all'esaurimento, aveva ricevuto un ordine preciso: PROLUNGARE LA RESISTENZA IL PIU' POSSIBILE e perciò non poteva accettare il punto di vista del comandante del XIV° corpo tedesco. A Roma Comando Supremo e Stato Maggiore dell'Esercito non riuscirono ad ottenere dal maresciallo Kesselring un mutamento della linea di condotta ormai seguita dai tedeschi, i quali, per evitare la discussione, continuavano, come anche in Sicilia, a negare ogni intendimento di sgombero. Poichè a questi dinieghi non era più possibile prestar fede, il Comandante della 6a armata diede il 6 agosto al generale Rossi, comandante del XVI° c. d'a., ordine di predisporre un'estrema resistenza, schierando le residue truppe italiane su di una linea a cavallo dei Peloritani. La ferma volontà del Comando d'armata di resistere fino all'estremo è anche comprovata dal fatto che tenne a propria disposizione l'XI° battaglione guastatori per poter fare con esso un'ultima onorevole difesa, quando la fronte fosse crollata.
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Tra il 27 luglio e l'8 agosto la situazione subì una rapida evoluzione. La rinunzia dei tedeschi ad attendere l'attacco nemico su ciascuna delle successive linee di difesa e gli arretramenti volontari effettuati e previsti per i giorni seguenti, facevano diminuire, con lo spazio disponibile, anche la durata della resistenza nell'isola. Gli anglo-americani potevano concentrare su spazio sempre più ristretto l'azione delle loro forze aeree, che avrebbe in breve raggiunto un grado di violenza insopportabile. Si accentuava anche il pericolo di sbarchi nelle retrovie, ogni notte ansiosamente attesi con ben giustificato timore, per i risultati decisivi che avrebbero potuto ottenere. Aumentavano anche le probabilità che il comando anglo-americano si risolvesse ad effettuare una massiccia operazione anfibia sulle coste della Calabria, con la quale avrebbe tagliato la ritirata a tutte le truppe ancora in Sicilia. Disponeva dei mezzi da sbarco e di divisioni già ritirate in riserva. Il gen. Hube era preoccupatissimo di questa eventualità; il Comando della 6a armata non lo era meno, ma poichè preminente suo compito era sempre di resistere in Sicilia, dava la precedenza all'adempimento di esso. Venne però il momento — e precisamente il 9 agosto — in cui a Roma, rendendosi conto che ormai i tedeschi avrebbero sgomberato l'isola entro pochi giorni, la difesa della Calabria fu considerata esigenza di primo piano. Fu allora assegnato al Comando della 6a armata il compito preminente di potenziare con le truppe ancora disponibili la difesa del settore calabro, ampliato fino a comprendere il territorio della 211a divisione costiera. In conseguenza, le truppe italiane che il comandante del XVI° c. d'a. aveva riordinato alla meglio, per opporre al nemico un'estrema resistenza in Sicilia, furono avviate in Calabria, lasciando a retroguardie tedesche ed a reparti costieri e controaerei italiani della 213a divisione costiera e della Piazza M. M. di Messina il compito di proteggere le operazioni di ripiegamento e di passare, ultimi, al di là dello Stretto.
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Concludo: la resistenza avrebbe potuto essere prolungata oltre il 17 agosto — però per qualche giorno soltanto se i comandi tedeschi avessero fin dal principio aderito agli intendimenti del gen. Guzzoni e del Comando Supremo e non avessero deciso lo sgombero dell'isola. Attuando successivi arretramenti non imposti dal nemico ed anteponendo lo scopo di recuperare dalla Sicilia quanto più possibile di truppe intatte o quasi, i tedeschi resero impossibile il prolungamento della resistenza. Non c'è dubbio che questa, se effettuata fino alle estreme conseguenze, e quindi fino a Messina, costringendo il nemico a combattere per superare successive linee di difesa, avrebbe causato anche ai difensori gravi perdite ed avrebbe escluso la possibilità di recuperare le truppe che l'avrebbero per ultime sostenuta. Si pone quindi il quesito se, da un punto di vista militare e politico, il prolungamento della resistenza sarebbe stato utile al punto di giustificare la perdita di uomini e materiali che avrebbe comportato. E' pero un quesito che il generale Guzzoni non si pose, intendendo esclusivamente eseguire l'ordine di difendere la Sicilia ad oltranza. Un diverso atteggiamento avrebbe potuto essere conseguenza esclusivamente di un diverso ordine del Comando Supremo, quale implicitamente fu dato il 9 agosto. La durata della resistenza — 38 giorni — non fu apprezzata in Italia e nemmeno in Germania. Il gen. Hube cadde anzi in disgrazia presso Hitler. Gli anglo-americani considerarono invece un successo la « brevità » della campagna. Sarebbe stato logico il contrario. Trentotto giorni di resistenza contro forze preponderanti, che possedevano il totale dominio del cielo e del mare, ben potevano costituire motivo di compiacimento, ma soltanto per italiani e tedeschi. Le previsioni formulate dai comandanti anglo-americani alla conferenza di Algeri erano state alquanto ottimiste. Il generale Alexander aveva previsto di concludere la lotta in Sicilia in dieci o quindici giorni ed il generale Eisenhower aveva accennato ad « una settimana o poco più ». A battaglia iniziata, e precisamente il 13 luglio, aveva indicato in una conferenza stampa il 27 luglio quale data della totale conquista dell'isola ( 21 ). Nella relazione dello Stato Maggiore canadese è scritto: « In una lettera del 10 giugno al gen. Simonds (comandante della la div. can.) il gen. Leese (comandante del XXX corpo d'armata) aveva comunicato che gli autori del piano speravano che una spinta vigorosa effettuata dall'ala destra dell'8a armata avrebbe potuto permettere di dominare lo stretto di Messina fin dall'inizio, di isolare il nemico nell'ovest e di preparare le vie all'invasione dell'Italia ». Anzichè « all'inizio », Messina fu raggiunta dopo 38 giorni. Negli ultimi sei giorni le retroguardie tedesche poterono ripiegare pressochè indisturbate, attuando un piano prestabilito ed il traffico attraverso lo Stretto non fu interrotto dalle Forze aeree nemiche. L'ammiraglio Morison nel capitolo X° della sua opera è molto esplicito: « I generali alleati immaginavano di essere loro a costringere il nemico ad indietreggiare mediante una serie di brillanti offensive. In effetti invece l'Asse stava effettuando una serie di azioni di retroguardia allo scopo di proteggere l'ordinata evacuazione della Sicilia, che fu eseguita con successo completo ».

CONTINUA...

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MessaggioInviato: Gio Lug 09, 2015 9:04 pm    Oggetto:  
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AUGUSTA-SIRACUSA
Nel luglio 1943, fra le accuse, le recriminazioni e le critiche pro-vocate dagli avvenimenti in Sicilia, ebbero particolare risalto quelle riferentisi alla condotta delle operazioni nella Piazza Militare Marittima di Augusta-Siracusa. Il 24 luglio 1943 il Ministero della Marina fece diramare un comunicato che smentiva quanto si andava dicendo a Roma, ma non ottenne di far cessare la campagna scandalista, che fu poi ripresa, in campo giornalistico, con maggiore ampiezza e virulenza, ai tempi della repubblica sociale e fu proseguita dopo il 1945. Il comandante Marc'Antonio Bragadin contestò, con apprezzabile intendimento, accuse ed insinuazioni in articoli e nella prima edizione del libro « Che ha fatto la Marina ? » ma attribuì per primo a comandi dell'Esercito tutta la responsabilità degli avvenimenti svoltisi nella Piazza. La polemica a tale riguardo era ormai sopita, quando, in occasione del processo per reato di stampa contro l'autore di « Navi e poltrone », celebrato nell'autunno 1953 dinnanzi al Tribunale di Milano, la parte civile ed i testi di parte civile ribadirono, ripeterono ed in alcuni punti ampliarono le accuse mosse dal Bragadin, addossando così al Comando delle FF. AA. della Sicilia ed al comando del XVI° corpo d'armata responsabilità specifiche. Dati questi precedenti è indispensabile chiarire i fatti, sulla sostanza dei quali, d'altra parte, si è già pronunciata la Corte d'Assise d'Appello di Milano con la sentenza 22 ottobre 1954 - 3 febbraio 1955 che riformò la precedente sentenza del Tribunale di Milano, assolvendo l'autore di « Navi e poltrone » dal reato di vilipendio e trattando esaurientemente anche la questione della difesa di Augusta-Siracusa. Nella 3a edizione del suo libro il Bragadin modificò in alcuni punti la versione data nella prima edizione, avvicinandosi di più alla verità, senza tuttavia raggiungerla completamente. Per dimostrare che il libro non può avere il « carattere di testo storico » che l'autore gli attribuisce nella prefazione alla 3a edizione, rilevo alcune gravi inesattezze, contenute nella pagina 315. Scrive il Bragadin: « ... la divisione corazzata « Goering », che doveva fare da ariete anti-sbarco, fu schierata nel centro dell'isola, con fronte a ponente... ». Il grosso della divisione era invece fra Caltagirone e San Michele di Ganzeria, cioè nel sud-est dell'isola, orientata a contrattaccare nella direzione di Gela, cioè verso sud. Il rimanente della divisione, e cioè il gruppo motocorazzato « Schmalz » (che fino al giorno 9 luglio aveva fatto parte della div. « Sizilien ») era a Paternò, orientato ad agire nella piana di Catania, e quindi verso est. Altra affermazione del Bragadin: « Gli Alleati sbarcarono tre divisioni inglesi sulle spiagge di Avola (circa 30 km. a sud di Siracusa) con direttrice di marcia verso nord e due americane nella zona Licata-Gela... Tra i due sbarchi maggiori se ne inserì uno minore presso Capo Passero... ». Gli Alleati sbarcarono invece con due (e non tre) divisioni fra Cassibile ed Avola (precisamente da Capo Ognina a Calabernardo) e con tre divisioni (e non due) nella zona Licata-Gela. Lo sbarco qualificato « minore », presso Capo Passero, fu invece il « maggiore » per densità delle forze intorno alla penisola di Pachino: 23a brigata inglese, 51a divisione britannica, a divisione canadese e due « commandos » dei « Royal Marines ». Lo sbarco delle divisioni 5a e 50a fra Capo Ognina e Calabernardo (spiagge di Cassibile ed Avola) non avvenne, come scrive il Bragadin, a « circa » 30 km. a sud di Siracusa, ma entro il raggio minimo di 10 km. e massimo di 25 km. da Siracusa, ad una distanza minima di 8 km. e massima di 23 km. dalla batteria « Lamba Doria » da 152 mm. della penisola della Maddalena (territorio della Piazza M. M. di Augusta-Siracusa), la quale avrebbe perciò potuto efficacemente contrastarlo, almeno nella zona più settentrionale.
* * *
Il compito della Piazza M. M. di Augusta-Siracusa era ovvio: impedire al nemico di sbarcare e di impadronirsi dei due porti, fra i quali quello di Siracusa era il più importante, dal punto di vista dell'utilizzazione logistica, per gli esistenti impianti. Non sono, certo, ottimista circa la possibilità di impedire uno sbarco, malgrado la presenza di batterie a grande gittata ed anche in torrette corazzate. L'efficacia delle batterie costiere in azione contro navi, che un tempo era considerata grandissima, nella guerra moderna è assai diminuita, poichè l'impiego dei proiettili nebbiogeni ed il concorso delle forze aeree dànno un efficacissimo apporto alle artiglierie delle navi; infatti le navi possono avvicinarsi senza essere viste dalle batterie accecate da coltri di fumo. Inoltre le batterie costiere non hanno più soltanto, come bersaglio, le navi da guerra e le navi trasporto, ma centinaia e centinaia di bersagli di limitatissime dimensioni: i mezzi da sbarco e gli anfibi. Era quindi probabile che, sia pure con notevoli perdite, un nemico potente sul mare e nel cielo e largamente fornito di mezzi da sbarco potesse prendere terra anche sul litorale della Piazza Militare Marittima, sempre però dopo aver ridotto al silenzio le batterie costiere a grande gittata. Ad ogni modo il Comando anglo-americano preferì non correre l'alea della difficile impresa. E' pure ovvio che la difesa del fronte a terra avesse il compito di opporsi ad attacchi provenienti dal retroterra. Non ritengo certamente che i due battaglioni e la batteria che difendevano il fronte a terra, sia pure presidiando 30 capisaldi con postazioni in cemento, fossero in grado di impedire al nemico di penetrare nel perimetro della Piazza; è però indubbio che, per procedere dalla valle dell'Anapo verso nord, truppe motocorazzate erano costrette a passare per tre punti di obbligato passaggio: la q. 145 (strada ponte Diddino-Priolo), la zona di Castello Eurialo (q. 190) e la zona di Scala Greca. Tutti e tre questi passaggi obbligati erano difesi da postazioni in cemento occupate dal 540° battaglione costiero. Il comportamento di tutte le truppe incaricate della difesa era stato inequivocabilmente fissato con la circolare 16/S del 20 giugno del Comando FF. AA. della Sicilia, indirizzata anche ai comandanti delle Piazze Militari Marittime, che dipendevano direttamente (v. all. n. 4). Questa circolare prescriveva la DIFESA AD OLTRANZA.
* * *
Il Bragadin scrive: « Secondo l'Esercito, d'altronde, le difese locali dovevano rappresentare solo un velo di primo contrasto, perchè — ove la Piazza fosse stata minacciata — sarebbe subito accorso il XVI c. d'a. che si trovava all'uopo dislocato nel retroterra ». ( 22) La locuzione « all'uopo » potrebbe far credere che il XVI° c. d'armata avesse soltanto il compito di soccorrere la Piazza. Il XVI° c. d'a. aveva giurisdizione sulla metà orientale della Sicilia, Piazze Militari Marittime di Messina ed Augusta-Siracusa ESCLUSE. Doveva provvedere alla difesa di ben 460 km. di coste delle quali era direttamente responsabile (158 di costa tirrenica; 112 di costa jonica a nord di Punta Castelluzzo — limite settentrionale della Piazza M. M. di Augusta-Siracusa —; 190 km. dal limite sud della suddetta Piazza fino ad est di Licata). Di fronte alle esigenze della difesa di questi 460 km., dei quali ben 190 furono attaccati dal mare e da paracadutisti discesi nel retroterra, è evidente che intervenire nel territorio della Piazza M. M. di Augusta-Siracusa, che non dipendeva dal XVI° c. d'a., non costituiva, per il corpo stesso, il solo compito, nè il principale. Quindi non si può dire che il XVI° c. d'a. fosse « all'uopo » dislocato per accorrere in soccorso della Piazza. Le sue forze mobili erano dislocate su ampio spazio, perchè fossero in grado di intervenire su tutte le coste comprese nel territorio alle sue dipendenze; in buona parte erano perciò lontane assai dal territorio della Piazza. Per quelle che erano prossime, erano previsti altri compiti importantissimi: sostenere la 206a divisione costiera su una fronte di 132 km. e parare alle minacce assai temute contro la piana di Catania. Per questi due compiti il XVI° c. d'a. disponeva di:
6 battaglioni della div. « Napoli »
14 batterie della div. « Napoli », del 40° Raggruppamento d'artiglieria e del CXXVI gruppo
2 gruppi mobili
2 gruppi tattici
gruppo motocorazzato tedesco « Schmalz »
In soccorso della Piazza M. M. di Augusta-Siracusa impiegò:
4 battaglioni della div. « Napoli »
8 batterie
1 gruppo mobile
gruppo motocorazzato tedesco « Schmalz »
e cioè, tenendo conto della notevole consistenza di quest'ultimo, i due terzi delle forze disponibili, trascurando di sostenere la 206a div. cost. che fu attaccata da tutta l'8a armata britannica (quattro divisioni di fanteria e mezza e una corazzata), mentre la Piazza M. M. Augusta-Siracusa fu attaccata da paracadutisti e da una parte soltanto di una delle divisioni sbarcate sulla fronte della 206a div. costiera.
* * *
L'ammiraglio Leonardi, che aveva assunto l' 8 giugno 1943 il comando della Piazza M. M. di Augusta-Siracusa, inviò il 25 giugno al Comando delle FF. AA. della Sicilia un rapporto che concludeva con la richiesta di aumento delle forze della Piazza. Il Generale Roatta aveva già in precedenza richiesto allo Stato Maggiore dell'Esercito, nel quadro delle necessità di tutta la difesa dell'isola, l'ulteriore assegnazione alla Piazza M. M. di Augusta-Siracusa di un battaglione e di una batteria da campagna, richiesta confermata dal generale Guzzoni, ma che le autorità centrali non furono in grado di soddisfare. ( 23) Il Bragadin scrive: « ...il Leonardi ripetutamente sollecitò che il comando della difesa terrestre fosse assunto da un generale, riservando a lui, ammiraglio, solo la responsabilità della difesa verso il mare: ma le sue richieste non ebbero seguito » ( 24). Le Piazze Militari Marittime hanno sempre formato un tutto unico: fronte a mare e fronte a terra, al comando di un ammiraglio, che disponeva di un ufficiale dell'Esercito per comandare le truppe dell'Esercito comprese nel presidio della Piazza. L'ammiraglio Leonardi disponeva a questo scopo del colonnello Damiani, che rivestiva il grado immediatamente inferiore al suo. Inoltre aveva, come ufficiale di collegamento col Comando delle FF. AA. della Sicilia, il colonnello Crescione. Un generale di brigata era bensì comandante delle forze dell'Esercito della Piazza M. M. di Messina-Reggio Calabria, ma Comandante di quella Piazza era un ammiraglio di squadra, di rango pari a generale di corpo d'armata. La Piazza M. M. di Trapani, comandata da un contrammiraglio, aveva un colonnello comandante delle truppe dell'Esercito. Non si vede perciò il motivo per cui il contrammiraglio Leonardi dovesse avere un generale di brigata alle sue dipendenze. Ad ogni modo la richiesta non fu rivolta al Comando delle FF. AA. della Sicilia e l'esaudirla era competenza delle autorità centrali.
* * *
L'ammiraglio di squadra Barone, deponendo nell'udienza dell' 11 novembre 1953 dinanzi al Tribunale di Milano, disse: « ... La Marina non aveva il dovere — come non aveva i mezzi — di difendere le piazze marittime da un attacco che non si fosse presentato sul fronte a mare. In caso di attacco diverso che avesse investito la Piazza sul fronte a terra la sua difesa avrebbe dovuto essere immediatamente assunta dalla grande unità dell'Esercito che aveva giurisdizione sul territorio della Piazza. Nel caso di Augusta questa grande unità era il XVI corpo d'armata; sta di fatto che nonostante tutto ciò e pur essendo stata la piazza di Augusta attaccata da truppe aviotrasportate e sul lato sud da forze sbarcate a sud di Siracusa, il XVI° corpo d'armata non assunse, come avrebbe dovuto, la difesa della Piazza, liberandone l'ammiraglio Leonardi, il quale non aveva l'incarico di provvedere a tutto ciò e non aveva del resto la competenza specifica per farlo, a parte ogni considerazione dei mezzi a disposizione. Aggiungo che l'assunzione da parte della grande unità dell'Esercito della difesa della Piazza avrebbe dovuto verificarsi non appena si fosse profilata la minaccia dell'invasione e questa minaccia esisteva ormai da lungo tempo » ( 25 ). Proseguendo nella deposizione, l'ammiraglio Barone disse: « Il passaggio del comando dalla Marina alla grande unità terrestre in caso di pericolo di investimento di piazzaforte marittima dal lato di terra, era norma generale e stabilita per tutte le piazzeforti marittime. Questo passaggio mancò, come ho detto, per Augusta e Trapani, mentre fu effettuato a Messina la mattina del 20 luglio ». ( 26 ) In questa deposizione furono implicitamente formulati due addebiti al Comando delle FF. AA. della Sicilia:
— di non aver passato alle dipendenze dell'Esercito la Piazza M. M. di Augusta-Siracusa non appena si era profilata la minaccia dell'invasione, minaccia che esisteva da lungo tempo;
— di non aver effettuato questo passaggio di dipendenze per le Piazze di Augusta e Trapani.
Riferisco anzitutto una dichiarazione del generale Guzzoni: non gli risulta che l'ammiraglio Leonardi abbia invocato l'assunzione del comando della Piazza da parte di un generale; ad ogni modo, sia prima che dopo lo sbarco, mai l'ammiraglio Barone, che era Comandante della Marina della Sicilia, accennò con lui alla questione di trasferire all'Esercito comando e responsabilità della difesa delle Piazze M. M. e tanto meno fece esplicita proposta al riguardo. Il Ministero della Marina tenne sempre in modo straordinario a che le Piazze Militari Marittime fossero comandate da ammiragli e rimanessero alle sue dipendenze. Non si può pensare che gli ammiragli dovessero tenere il comando soltanto quando nessun pericolo incombeva, oltre a quello di un bombardamento navale, per cederlo ad un generale dal momento in cui, come disse l'ammiraglio Barone, « si fosse profilata la minaccia della invasione ». Questa minaccia esisteva almeno da quando era cessata la resistenza in Tunisia, eppure, in due mesi, mai autorità della Marina sollevarono simile questione. Circa l'affermazione di « non aver effettuato il passaggio di dipendenza di Trapani », è ben noto che ai primi di luglio 1943 il Ministero della Marina chiese di avere a sua disposizione per altro incarico l'ammiraglio Manfredi, comandante della Piazza M. M. di Trapani. Il Ministero della Guerra designò a sostituirlo il generale della riserva Spadafora, suscitando gravi preoccupazioni nel Comando d'armata, che vedeva un comandante ben inquadrato sostituito da uno che non aveva pratica di comando. Nessuna analoga richiesta pervenne per l'ammiraglio Leonardi. Il passaggio della Piazza M. M. di Messina dall'ammiraglio Barone al generale Rossi, comandante del XVI° c. d'a. fu effettuato il 20 luglio, previa autorizzazione del Comando Supremo, perchè era opportuno realizzare unità di comando sulla zona costiera che costituiva retrovia marittima della fronte, ormai ridotta alla linea Catania-S. Stefano di Camastra. L'appunto al comando del XVI° c. d'a. di non aver assunto, come avrebbe dovuto, il comando della Piazza di Augusta-Siracusa (o la responsabilità della sua difesa, il che è lo stesso) avendo giurisdizione sul suo territorio, non ha fondamento, perchè il comando del XVI° corpo d'armata non aveva affatto giurisdizione sul territorio di quella Piazza ed era impegnato da Avola a Gela contro quasi due armate nemiche! Nel Promemoria 3/S del 10 marzo 1943 inviato dal generale Roatta allo Stato Maggiore dell'Esercito (v. all. n. 2) era scritto: « Come in una nave occorre in Sicilia un comando unico, qualunque esso sia, totalitariamente responsabile della difesa e della sua preparazione. Con questo non s'intende dire che le Piazze M.M. debbano essere comandate da generali dell'Esercito, e che questi od altri comandanti dell'Esercito debbano avere ingerenza sui compiti marinareschi delle piazze stesse. Niente affatto: per questi compiti speciali le piazze in parola dipendano, come logico, dall'autorità propria competente; il comando della difesa della piazza sia tenuto, come ora, da un ammiraglio. Ma il comando di corpo d'armata che include nel suo territorio una Piazza M.M. (che non è, agli effetti della difesa, che un tratto di costa, inscindibile da quelli laterali) deve avere ai suoi ordini il comando della Piazza stessa, per quanto riguarda la sua difesa contro sbarchi diretti ed insidie post-sbarco da terra, così come ha ai suoi ordini le divisioni costiere adiacenti ». E' evidente che se la Piazza M. M. di Augusta-Siracusa fosse già stata compresa nella giurisdizione del XVI° corpo d'armata, il generale Roatta non avrebbe formulato la proposta di comprendervela! Questa proposta non ebbe seguito ed allora, per un accordo « di compromesso » fra il generale e l'ammiraglio Barone, le Piazze Militari Marittime furono considerate per l'impiego alle dirette dipendenze del Comando FF. AA. della Sicilia per il tramite del Comando Militare Autonomo della Marina della Sicilia. L'ordine 7119 dell' 8 aprile 1943 del Comando FF. AA. della Sicilia sanzionò il compromesso, determinando che passassero alle proprie dipendenze anche le truppe ed i servizi dell'Esercito che si trovavano nelle Piazze M. M., sempre però tramite i comandanti di Piazza (ammiragli). Fu con quest'ordine tolto ai comandi di corpo d'armata anche quell'autorità disciplinare che avevano fino allora esercitato sulle truppe dell'Esercito dislocate nelle Piazze M. M., allo scopo di evitare, per quanto possibile, interferenze e duplicità di dipendenze. Il Comando della 6a armata era invece ben conscio che qualora una grande unità dell'Esercito fosse entrata nel territorio di una Piazza M. M., il generale comandante, se superiore in grado all'ammiraglio, avrebbe assunto il comando e la responsabilità della difesa. ( 27 ) Nel caso particolare, se il generale di divisione Gotti Porcinari, comandante della div. « Napoli », fosse entrato con le sue truppe nel territorio della Piazza M. M. di Augusta-Siracusa, ne avrebbe dovuto assumere il comando. La divisione combattè invece ai margini del territorio della Piazza e non potè prendere contatto con truppe della Piazza stessa, perchè queste avevano sgomberato fin dal primo giorno dell'invasione tutto il territorio a sud di Melilli ( 28 ), verso il quale era appunto in movimento parte della divisione « Napoli ». Nè il generale Gotti Porcinari avrebbe potuto prendere personalmente contatto con l'ammiraglio, poichè dalla sera del 10 luglio questi aveva trasferito il suo posto di comando e da allora fu impossibile rintracciarlo ( 29 ). Ad ogni modo, anche ammettendo che, come ha dichiarato l'ammiraglio Barone: « La Marina non aveva il dovere di difendere le piazze marittime da un attacco che non si fosse presentato sul fronte a mare », non c'è dubbio che l'ammiraglio comandante, fino a quando non avesse passato le consegne ad un comandante di grande unità dell'Esercito, aveva il dovere di attuare la resistenza ad oltranza prescritta da ordini tassativi, il che implicava: la permanenza, fino alle estreme conseguenze, nel posto di comando, come fecero i comandanti delle divisioni costiere 206a e 207a; l'impiego di tutte le truppe a disposizione, compreso il treno armato che avrebbe potuto agire fin dal mattino del 10 luglio contro i paracadutisti inglesi che avevano occupato il Ponte Grande; l'azione intesa ad impedire distruzioni e ripiegamenti ingiustificati, come quello del 540° battaglione costiero dalle posizioni del Belvedere. E' lungi da me l'intenzione di attribuire a chicchessia colpa per quanto accadde; mio solo scopo è dimostrare che non ne hanno comandi e persone cui ne furono attribuite dal Bragadin e dall'ammiraglio Barone. Per provare che il comando del XVI° c. d'a. doveva assumere il comando della Piazza e che il Comando delle FF. AA. Sicilia doveva provvedere ad effettuare il passaggio di dipendenza, è stato addotto in udienza, dinanzi al Tribunale di Milano, un telegramma dello S.M.R.E. a firma Roatta in data 13 luglio - ore 13,15: « In relazione situazione contingente e per ordine Comando Supremo, Siracusa-Augusta — se non già fatto — dalla fisionomia di Piazza Militare Marittima passino a tutti gli effetti alla dipendenza del comando XVI c. d'a ». Questo telegramma sta proprio a dimostrare il contrario. La sera del 12 luglio il generale von Rintelen, addetto militare tedesco, aveva, per ordine di Hitler, comunicato a Mussolini un rapporto telegrafico del giorno 11 del colonnello Schmalz ( 30 ): « Sino ad oggi nessun attacco nemico ha avuto luogo contro Augusta. Gli inglesi non ci sono mai stati. Ciò malgrado il presidio italiano ha fatto saltare cannoni e munizioni e incendiato un grande deposito di carburanti. L'artiglieria controaerea in Augusta e Priolo ha gettato in mare le munizioni e poi ha fatto saltare i cannoni. Già il giorno 11 nel pomeriggio nessun ufficiale e soldato italiano si trovava nella zona della brigata Schmalz ». Logicamente il Comando Supremo, al quale Mussolini aveva rimesso il rapporto, deve aver dedotto che la Piazza M. M. non esistesse più, che il comando della Piazza non funzionasse più e che perciò quanto rimaneva del territorio dovesse passare alle dipendenze del XVI° corpo d'armata. Quando il telegramma giunse ad Enna, nel pomeriggio del 13 luglio, per il Comando della 6a armata l'ordine era già superato dagli avvenimenti: anche Augusta era stata occupata, con attacco dal mare, la sera del giorno precedente; non si sapeva dove fosse il comandante della Piazza e si riteneva fosse prigioniero, come aveva comunicato l'amm. Barone; le sole truppe che risultavano nel territorio (gruppo « Schmalz » e II°/76° fanteria) erano già alle dipendenze del XVI° c. d'a., come quelle che agivano nel territorio adiacente.
* * *
Erano state prese disposizioni per l'inutilizzazione di impianti portuali per impedire al nemico di servirsene. Naturalmente non era stato previsto di distruggere impianti per la difesa attiva (batterie, fortificazioni), perchè è ovvio che qualsiasi arma deve agire fino al momento nel quale è distrutta dal fuoco nemico (come si verificò per le batterie costiere delle divisioni 206a e 207° e per la XVIII' brigata costiera), oppure è tanto stretta da presso dal nemico, da dover essere distrutta perchè non cada intatta nelle sue mani. Per queste distruzioni non occorrono predisposizioni, in quanto la loro effettuazione è dovere supremo di ogni comandante quando abbia esaurito ogni possibilità di resistenza ( 31 ). La sera del 9 luglio il Comando delle FF. AA. Sicilia ordinò la distruzione dei pontili di Gela e di Licata e, più tardi, del porto di Porto Empedocle. Non ordinò la distruzione degli impianti portuali di Augusta e Siracusa perchè riteneva che non corressero pericolo immediato. Le distruzioni premature tornano sempre a danno di chi le effettua, non fosse altro che per le ripercussioni morali sulle truppe e sulla popolazione. Poco dopo aver diramato l'ordine di allarme, la sera del 9 luglio, il Comando della Piazza M. M. Augusta-Siracusa richiamò l'attenzione dei dipendenti sulle predisposizioni per le distruzioni. Il personale fu così fatalmente orientato verso quelle autodistruzioni che dovevano nel giro di ventiquattro ore annullare la capacità difensiva della Piazza anche sul fronte a mare, che potè così essere attaccato con la massima facilità dagli inglesi nella giornata del 12, prima con cacciatorpediniere e poi con mezzi da sbarco che nel tardo pomeriggio scaricarono truppe ad Augusta ( 32 ). Non è quindi esatto ciò che scrive il Bragadin : « ... questa base navale non si arrese, ma cadde dopo ogni possibile resistenza per avvolgimento da terra ». ( 33 ) La base navale non si arrese, perchè nessuno era rimasto a difenderla. Per primo aveva ceduto il fronte a mare, quando le batterie, che erano la sua ragion d'essere, furono distrutte. Siracusa fu effettivamente occupata per avvolgimento da terra ( 34 ), è indiscutibile che Augusta fu conquistata all'imbrunire del 12 luglio con azione di sbarco dal mare e le batterie, ormai inutilizzate, non poterono contrastarla. Il colonnello Schmalz ripiegò su Lentini la sera del 13 luglio appunto per non essere aggirato dalle forze inglesi sbarcate ad Augusta. E' inoltre evidente che non fu effettuata « ogni possibile resistenza ». Il treno armato non fu impiegato nella giornata del 10 luglio per battere la zona di Ponte Grande sull'Anapo; il 504° battaglione costiero non difese il costone del Belvedere; non risulta che i presidi dei capisaldi intorno a Melilli abbiano atteso il nemico ed abbiano combattuto; il presidio di Augusta sgomberò la città la sera del 10, prima ancora che le avanguardie inglesi raggiungessero Siracusa, e il comandante della base raggiunse addirittura Catania. Tenace fu invece la resistenza nei giorni 11 e 12 del II° battaglione del 76° fanteria a Luogo Grande e nella notte dal 12 al 13 delle compagnie marinai alla periferia di Augusta. Incomprensibile è la distruzione del Centro Radio alle 17 del 10 luglio, quando il nemico non aveva ancora raggiunto Siracusa, lontana 20 km. dal Centro Radio stesso, e, più incomprensibile ancora, è l'auto-distruzione del treno armato ( 35 ). Con la distruzione del Centro Radio e dei cifrari e con l'abbandono del posto di comando di Melilli Grotte, con relativo centralino telefonico, il Comando Piazza si isolò e si mise, fin dalla sera del 10 luglio, in condizioni di non poter inviare notizie al comando superiore, nè di inviare e ricevere ordini. Durante il processo di primo grado al Tribunale di Milano fu dato gran peso al fatto che al Comando Piazza non siano giunti « ordini » dal Comando delle FF. AA. della Sicilia, dal 10 luglio in poi, quasi si trattasse di manchevolezza di quest'ultimo ( 36 ) ( 37 ). Premesso che il Centro Radio era stato distrutto, il centralino telefonico era stato abbandonato, che il Comando Piazza era irreperibile, poniamoci una domanda: quali « ordini » avrebbe dovuto dare il Comando delle FF. AA.? Soltanto quello di « resistere ad oltranza », che era superfluo, perchè già dato e ben noto. In quelle circostanze assumeva invece importanza essenziale l'invio di notizie al comando superiore, per metterlo in condizioni di prendere decisioni con cognizione della situazione, invio che non fu effettuato. Bastava giungere ad Agnone per mettersi in collegamento telefonico con Catania e con Enna, perchè, contrariamente a quanto si è andato dicendo, il Comando FF. AA. fu sempre collegato, anche telefonicamente, con i comandi dipendenti, fatta eccezione soltanto della Piazza M. M. Augusta-Siracusa ( 38 ). Il colonnello Crescione, dal canto suo, dimenticò che il compito di ufficiale di collegamento gli imponeva di prendere personalmente contatto col Comando delle FF. AA., anziché rimanere a fianco dell'ammiraglio. Le strade, per Lentini e Catania, erano, fino a tutto il 13 luglio, libere e sicure.
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Ho trattato questo delicatissimo argomento col solo scopo di ristabilire la verità. Ritengo però doveroso esprimere una personale convinzione: l'ambiente, le circostanze, la potenza dell'apparecchio militare avversario facilitarono manifestazioni di panico ed errori che determinarono i fatti che più impressionarono l'opinione pubblica e resero particolarmente difficile l'esercizio del comando. Purtroppo fu commesso l'errore di addossare a comandi e comandanti dell'Esercito responsabilità alle quali erano estranei e, poichè anche gli ufficiali dell'esercito hanno sensibilità e spirito di corpo, ne derivò una incresciosa polemica. L'Esercito è già fatalmente esposto alle più aspre critiche, perché è sempre chiamato a rispondere degli insuccessi, anche quando ad essi hanno contribuito altre forze armate o con azioni errate o con l'inazione. In Sicilia contro esercito, marina, aeronautica anglo-americane, potentissime ed efficientissime, le forze terrestri italo-tedesche, per fatali circostanze e malgrado il valore di singoli marinai ed aviatori, sopportarono quasi da sole il grave peso della lotta. Sarebbe perciò ingiusto voler addossare esclusivamente ai comandi ed alle unità dell'Esercito anche il peso della sconfitta, attribuendo loro altresì responsabilità che assolutamente non hanno. Questa polemica sarebbe stata evitata se, fin dal principio, fossero state ammesse deficienze, d'altra parte indiscutibili, deficienze che, in guerra, sono sempre scusabili da chi conosce quale tremenda prova sia il combattimento terrestre e che non incidono, per questo, sull'onorabilità degli uomini che abbiano compiuto sino all'ultimo il loro dovere di soldati.

CRITICHE E CALUNNIE
Nessuno uomo è infallibile; greci e romani antichi non attribuirono il dono dell'infallibilità nemmeno ai loro dei. Tanto meno lo sono i comandanti che, nel tormento e nell'incertezza della lotta, si trovano in partenza in grave situazione di inferiorità rispetto all'avversario che ha dovizia di mezzi ed assoluta libertà d'azione. Neppure le vittorie — e tanto meno la vittoria anglo-americana in Sicilia furono mai il risultato di azioni assolutamente perfette, come le sconfitte non furono mai conseguenze soltanto di errori. Lascio quindi ai critici di discutere se i comandi in Sicilia commisero errori, ma naturalmente a critici che sappiano assurgere ad una visione quanto più possibile completa e storicamente esatta degli avvenimenti, per vederli nella genesi, nello sviluppo, come per abbracciare un vasto panorama si sale su di una collina. Mi sono limitato ad accompagnarveli. Gli anglo-americani, pur commettendo gravissimi errori avrebbero sempre occupato la Sicilia; i comandi italiani, invece, per quanto avessero agito senza sbagliare, avrebbero sempre perduto la battaglia ( 39 ). La critica serena ha un valore positivo: chiarisce le situazioni e fa emergere la verità, che gli onesti non temono. Altro è critica ed altro calunnia. Le calunnie non fanno la storia ( 40 ). Anzitutto dimostro l'infondatezza di un'affermazione che tocca direttamente l'azione di comando del Comando della 6a armata. Fu detto che il Comando si allontanò da Enna « dopo un primo bombardamento » e che andò « vagando » senza meta nella cuspide nord-orientale dell'Isola, senza più contatti con i comandi dipendenti ( 41 ). Sta di fatto che Enna era stata scelta quale sede del Comando FF.AA. della Sicilia quando nessuna minaccia incombeva sull'Isola. Gli uffici erano sistemati in edifici al centro della città; Enna non poteva perciò essere una sede « di guerra ». Era stato predisposto un « asse dei collegamenti » da Messina, per Novara di Sicilia, Portella Mandrazzi, Randazzo, affinchè il Comando potesse spostarsi lungo di esso, in base alle esigenze operative, e tuttavia continuare ad essere collegato con i comandi dipendenti e con Roma. Randazzo era anzi stata designata sede del « comando tattico » in sostituzione di Enna. Iniziato lo sbarco anglo-americano, fu escluso un mutamento di sede, sia per non dare la sensazione della gravità della situazione, sia perchè in fase di « resistenza ad oltranza » sarebbe stato inconcepibile un arretramento del Comando. Era anzi dislocata ad Enna una batteria da 75 mm. appunto per armare quello che sarebbe potuto diventare un caposaldo per l'estrema difesa. D'altra parte rimanere ad Enna significava esporre la città a bombardamenti aerei diretti contro il Comando e le autorità locali non tardarono a fare pressioni perchè il Comando d'armata si trasferisse altrove. Erano stati costruiti ricoveri per il Comando, al margine della città, ma era inopportuno occuparli, mentre la popolazione civile ne mancava. Furono perciò messi a disposizione del Prefetto. Il 13 luglio la situazione era radicalmente mutata; era già in corso l'operazione di raccorciamento della fronte; il nuovo schieramento dalla piana di Catania alla costa tirrenica lasciava Enna in territorio che sarebbe stato occupato dal nemico. Era perciò indispensabile trasferire il comando a Randazzo, anche per essere più a contatto col comando del XVI° corpo d'armata che si trasferiva il giorno stesso a Rammacca. A Randazzo il Comando si sistemò in un accampamento lontano dall'abitato. Si trasferì poi il 22 luglio a Portella Mandrazzi, sulla displuviale Nebrodi-Peloritani, per essere a contatto col Comando del XII° corpo d'armata, che era sulla costiera tirrenica, col comando del XIV° corpo tedesco che era nei pressi di Castiglione e col comando del XVI° corpo d'armata che era nei pressi di Messina. La sera del 5 agosto il Comando si trasferì a Villa Salvati, nei pressi di Divieto, perchè ormai sua principale preoccupazione era organizzare con truppe italiane l'estrema resistenza. Tutti e tre i trasferimenti, sempre effettuati lungo il predisposto « asse dei collegamenti », furono perciò imposti da necessità operative e dalla preoccupazione di essere nelle migliori condizioni per esercitare il comando. I collegamenti con i comandi dipendenti non mancarono mai. Saltuarie interruzioni delle linee telefoniche, causa bombarda-menti aerei, furono in breve riparate. « Tradimento » e « sabotaggio » sono parole che ricorrono frequenti nel libro di Alfredo Cucco, al quale mi riferisco, perchè in esso sono raccolte, in verità molto disordinatamente, tutte le accuse, le fantasie, le maldicenze. I capi militari italiani erano, per il suo autore, addirittura « una banda di traditori » ( 42 ). Però, lanciata l'accusa, il Cucco non fornisce prove dell'asserzione o, per lo meno, l'appoggia narrando fatti inverosimili od alterando la verità. Infatti, con la massima serietà, riferisce una « testimonianza » nella quale si afferma che in Sicilia reparti costieri dislocati in località malariche furono A BELLA POSTA lasciati senza acqua da bere, affinchè le malattie gastro intestinali mietessero meglio le giovinezze ( 43 ). Insomma i generali italiani avrebbero fatto ammalare A BELLA POSTA interi reparti... Si ammetterà che uno scrittore che accetta per buona sì inverosimile accusa e la fa propria, diffondendola in un libro, va ben oltre i limiti concessi ad una critica onesta. Alfredo Cucco scrive che oltre alle divisioni dislocate in Sicilia orientale ed in Sicilia occidentale, almeno tre divisioni dovevano essere pronte come massa di manovra e conclude: « Un comando d'armata che non ha cosiffattamente predisposto e che si lascia sorprendere, senza che abbia idonee forze di riserva a portata di mano e si lascia ridurre, senza nulla avere previsto e preordinato, in condizioni di non poter più comunicare con i Comandi dipendenti, è già fallito in partenza » ( 44 ). Il Comando d'armata non poteva « creare » divisioni che non gli erano state assegnate, malgrado le sue richieste. A parte questo, delle sei divisioni mobili italo-tedesche disponibili, ne aveva due in riserva (« Livorno » e « Sizilien »). Che avrebbe potuto fare di più ? Comunicò regolarmente con radio, telefono e motociclisti con tutti i comandi dipendenti (fatta eccezione, per le ragioni ormai note e ad esso estranee, con la Piazza M. M. di Augusta-Siracusa) come testimoniano i diari storici dei comandi, che registrano ora e minuto di tutte le comunicazioni, e come ha ormai sentenziato la Corte d'Assise d'Appello di Milano ( 45 ) Sempre il Cucco scrive: « C'erano divisioni in ben dosato numero e l'armata disponeva di congrue riserve a portata di mano, di là dallo Stretto » ( 46 ). Circa il « ben dosato numero » mi limito a riferirmi a quanto sta scritto al riguardo in questo libro; circa le « congrue riserve », il prof. Cucco dovrebbe mettersi d'accordo con se stesso, poichè in altra pagina del libro ( 47 ) afferma precisamente il contrario, e cioè che il Comando d'armata « non aveva idonee forze di riserva a portata di mano » ( 48 ). E ancora il Cucco, pur di sostenere la tesi dell'incapacità dei comandanti, qualifica « ottime macchine » i carri Renault, bottino di guerra ( 49 ) da 10 tonnellate, armati di un cannoncino da 37, inferiori persino ai nostri M. 14 ed M. 15, che pur erano già di tanto inferiori ai carri anglo-americani da 24 tonnellate, armati di cannone da 75 ! Non basta: « ...proprio a crisi aperta il comando italiano pattuiva con l'alleato germanico il ritiro della guarnigione tedesca dell'isola, comprese le unità addette alla difesa controaerea, ad eccezion fatta per piccole formazioni dell'arma del cielo e per una divisione corazzata: la « Goering » ( 50 ). Accadde precisamente il contrario. Infatti: Superaereo pattuì (tanto per usare l'espressione del fantasioso scrittore) col maresciallo von Richtofen la costituzione di un gruppo da bombardamento germanico di 500 aerei JU 88 e di un gruppo misto da caccia con 200 ME 109, da dislocare naturalmente nel continente, perchè negli aeroporti dell'isola quegli aerei sarebbero stati distrutti in ventiquattro ore ( 51 ). Inizialmente era in Sicilia la div. « Sizilien »; dietro insistenze del Comando 6a armata e del Comando Supremo italiano vi giunse, nell'ultima decade di giugno, la div. « Goering »; dal 12 al 22 luglio vi affluirono la metà della la paracadutisti e la 29a granatieri corazzata. Questo fu l'effettivo « ritiro » della guarnigione tedesca « pattuito » dal comando italiano ! Quando gli aeroporti non furono più utilizzabili per effetto dei bombardamenti anglo-americani, le batterie controaeree tedesche, non avendo più da difenderli, furono spostate a difesa del transito attraverso lo Stretto di Messina, che era di importanza vitale. Secondo il Cucco si sarebbe dovuto invece lasciarle a difendere aeroporti inservibili ? Pur di sfogare il livore contro i comandanti italiani, il Cucco fa un confronto tra lo sbarco in Sicilia e quella a Salerno: « (a Salerno) Poche divisioni germaniche... riuscirono a tener testa ai davvero preponderanti ( 52 ) contingenti anglo-americani, inchiodando due armate nemiche e costringendole a segnare il passo e a logorarsi per il conseguimento di effimeri vantaggi » ( 53 ). Conclude che « ...se i comandi italiani avessero mostrato nelle vicende siciliane anche una minima parte della resistenza dimostrata dai tedeschi, la conquista della Sicilia non sarebbe risultata così rapida » ( 54 ). Intanto a Salerno sbarcò un'armata (la 5a americana) e non due armate; a Salerno sbarcarono inizialmente 4 divisioni di fanteria ed. in Sicilia ne sbarcarono 7 e mezza, più 2 corazzate e 2 aviotrasportabili; a Salerno lo sbarco fu effettuato su 40 chilometri (dico 40 !) di fronte ed in Sicilia su 210 chilometri. Su quei 40 chilometri di fronte il feld maresciallo Kesselring potè impiegare, fra il 9 ed il 15 settembre, la 15a divisione granatieri corazzata, la 16a divisione corazzata, la 29a granatieri corazzata, la 26a divisione corazzata, metà della div. « Goering » e un terzo della 1a divisione paracadutisti ( 55 ) e cioè forze molto superiori a quelle che fronteggiarono in Sicilia, nei primi dieci giorni, un attacco su 210 chilometri di fronte. Non basta: si trattava di forze più idonee per costituzione, armamento, disponibilità di mezzi corazzati. Inoltre a Salerno potè intervenire l'aviazione tedesca, che in Sicilia mancò. Tuttavia il 16 settembre la resistenza tedesca fu spezzata e il 12 ottobre, 33 giorni dopo lo sbarco, la 5a armata americana raggiunse il Volturno, ad 80 km. in linea d'aria da Salerno. Questo sarebbe « l'effimero vantaggio » conseguito dalla 5a armata anglo-americana, secondo il prof. Cucco. Il paragone fatto dal Cucco e le sue illazioni non hanno quindi base logica nè altra giustificazione che la deliberata, sadica volontà di denigrare a tutti i costi i capi militari italiani; non avendo argomenti validi, ricorre al falso storico. Ed ora basta confutare assurdità. Voglio ora addurre un esempio di come nascano accuse di « tradimento ». Un ufficiale narra in una lettera a me diretta che le batterie contraeree a difesa di un aeroporto siciliano ebbero un certo giorno ordine di non sparare. Poco dopo giunse sul campo per atterrarvi un gruppo di bombardieri tedeschi. In coda a quello, e confondendosi perciò con gli aerei germanici, giunsero sul campo alcuni bombardieri anglo-americani che sganciarono bombe. L'ufficiale trae la conclusione che l'ordine di non sparare fu dato « per tradimento » allo scopo di lasciare via libera ai bombardieri nemici. Il profano forse gli presterebbe fede. Gli aviatori sanno perfettamente che è usato ed abusato stratagemma mettersi in coda ad una formazione nemica che rientra alla base, per bombardare questa di sorpresa, mentre le artiglierie contraeree sono costrette a tacere per non colpire gli aerei amici. E' evidente che l'ordine di « non sparare » era stato dato appunto perchè stava atterrando una formazione amica. Fu un caso disgraziato, ma abbastanza comune, che aerei nemici abbiano attuato, proprio in quella circostanza, lo stratagemma di accodarsi agli aerei che rientravano alla base. Come è possibile vedere il « tradimento » ? Chi scrive di storia deve guardarsi dal pericolo insito nella pura e semplice accettazione delle cosiddette « testimonianze oculari », tanto più se provengono da chi, per le modeste funzioni, ha potuto conoscere soltanto una parte minima degli avvenimenti e non è stato in grado di accertarne la genesi. La « verità storica » è sempre frutto di un laborioso confronto di testimonianze, effettuato con spirito critico e, naturalmente, con profonda conoscenza della materia.
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Se l'ammiraglio Maugeri, con l'infelice libro ed i discussi casi personali, ha avallato e giustificato il generico sospetto di « tradimenti » e « sabotaggi » durante l'ultima guerra, non è lecito coinvolgere in accuse tanto infamanti persone o gruppi di persone, senza addurre prove indiscutibili e serie. E finora contro comandanti in Sicilia non sono state fornite prove attendibili che giustifichino accuse di « tradimento » e «sabotaggio ». I Maugeri, i Cucco, i Maggiore, sono invece responsabili del sabotaggio dello « spirito militare » delle giovani generazioni, poichè è assurdo pensare che possa sussistere uno spirito militare quando si è demolita la fiducia nei capi. Considero invece pregevole esempio di obiettività e di fedeltà storica lo scrittore e giornalista Nino Bolla, per quanto ha scritto sulla guerra in Sicilia nel primo capitolo del libro « Il segreto di due Re ». Malgrado inesattezze, lacune e taluni giudizi discutibili, è notevole il grado di obiettività raggiunto dall'ammiraglio Samuel Eliot Morison nel volume IX° della « Storia delle operazioni Navali degli Stati Uniti » edita a Boston nel 1954, volume che ho più volte citato.

ITALIANI E TEDESCHI
Il Comandante della 6a armata dovette superare gravi difficoltà per esercitare l'azione di comando sulle unità tedesche. Se avesse impartito ordini perentori ai generali tedeschi, senza tener conto delle direttive che avevano ricevuto dai loro superiori, avrebbe suscitato doglianze del feld maresciallo Kesselring, che certamente Mussolini ed i gerarchi fascisti avrebbero benevolmente ascoltato e che avrebbero causato difficoltà anche al Comando Supremo, nè avrebbe raggiunto lo scopo essenziale, e cioè ottenere la massima collaborazione tedesca nei combattimenti. Nella sua azione di comando sulle unità germaniche, il generale Guzzoni seguì perciò modalità diverse da quelle normali seguite nei riguardi delle unità italiane, riuscendo in tal modo ad ottenere, nel periodo anteriore al 25 luglio, una collaborazione effettiva, ed evitando, nel periodo successivo, nel quale si manifestarono i più gravi contrasti concettuali, una rottura che sarebbe stata esiziale. Non rinunziò tuttavia ai suoi doveri ed ai suoi diritti di comandante, attuando un gioco di equilibrio assai difficile, mediante il quale riuscì ad evitare risentimenti che avrebbero reso impossibile qualsiasi collaborazione. Il contegno dei soldati tedeschi nelle retrovie non contribuiva certamente a facilitarla. Durante lo sviluppo della battaglia si accentuarono pericolose tendenze alla sopraffazione, culminate tra la fine di luglio ed il principio d'agosto in tentativi di cattura di automezzi militari italiani, tanto che il Comando d'armata dovette tassativamente ordinare che per stroncarli si ricorresse, se necessario, all'uso delle armi. Il 3 agosto un pattuglione tedesco attaccò un'autocolonna italiana a Passo Pisciaro per impadronirsi degli automezzi: il sottotenente dei carabinieri, Liguori, intervenne con un drappello di carabinieri e, facendo uso delle armi, mise in fuga gli aggressori. Per questo fatto fu trasferito in servizio permanente per merito di guerra. In un giorno successivo un reparto germanico si impadronì di un'autosezione italiana; il sottocapo di stato maggiore della 6a armata, colonnello Scarpa, accorse con un reparto del battaglione guastatori, bloccò i tedeschi e, sotto la minaccia delle armi, recuperò gli autocarri. Devo riconoscere che il maresciallo Kesselring si adoperò per reprimere gli abusi ed accolse sempre con molta comprensione le segnalazioni che al riguardo gli faceva il Comando d'armata. Non altrettanto sereno fu il comando del XIV° corpo tedesco, il che si spiega per la presenza del capo di stato maggiore colonnello von Bonin, lo stesso che organizzò con inganno, negli ultimi giorni della resistenza, la sistematica cattura di automezzi italiani, come dichiara egli stesso nella sua relazione. Valga un episodio a dimostrare quale fosse l'animo del maresciallo Kesselring. In un giorno della terza decade di luglio due ufficiali tedeschi intimarono l'alt ad un'autovettura che percorreva la rotabile costiera settentrionale trasportando un Sottosegretario di Stato. Questi fu costretto a scendere e, ricevuta l'intimazione di cedere ai due ufficiali l'automezzo, estrasse la pistola e sparò uccidendone uno e ferendo l'altro. L'indomani il generale Guzzoni, ricevendo una visita del maresciallo Kesselring, portò il discorso sul doloroso episodio ed il maresciallo rispose semplicemente che il Sottosegretario aveva fatto bene. Il Comandante dell'armata, riferendo a Roma, potè comunicare che l'incidente era già chiuso. I tedeschi ebbero parte preponderante nella difesa della Sicilia, perchè le loro divisioni inizialmente disponibili, e quelle inviate in seguito dal continente, costituirono un complesso di forze meglio armato, più numeroso e quindi più efficiente delle divisioni italiane che, duramente provate nei primi giorni, non ricevettero rinforzo alcuno durante la battaglia. Le truppe tedesche si batterono con abilità e valore, dimostrando di possedere una netta superiorità tecnica e tattica sulle forze avversarie, di gran lunga superiori per numero e potenziale. Dopo questo doveroso riconoscimento, esaminiamo l'apporto tedesco alla difesa della Sicilia sotto un altro aspetto. Se nei primi giorni esso ebbe senz'altro carattere di collaborazione militare con l'alleato nella difesa del territorio nazionale, ormai minacciato di invasione, fu in seguito subordinato ad un interesse strettamente germanico, che era ormai in contrasto con l'interesse dell'Italia. Già il 15 luglio il generale Jodl, come sappiamo dalla relazione del colonnello von Bonin, aveva dato istruzioni di combattere in Sicilia soltanto per guadagnare il tempo necessario a stabilizzare la situazione nella penisola. Hitler, per principio, mantenne invece l'ordine che non fosse ceduto un palmo di terreno senza lotta; il contrasto di opinioni spiega i tentennamenti del Comando Supremo tedesco che ritardarono il movimento della 29a divisione granatieri corazzata verso la Sicilia, causando gravi preoccupazioni al feld maresciallo Kesselring, che accenna ad esse nelle sue memorie: « Il ritardo ebbe dannose conseguenze sui combattimenti che seguirono » ( 56 ). « Mi preoccupavano i tentennamenti del Comando Supremo tedesco che trattenevano in Calabria la 29a divisione » ( 57 ). In definitiva, la divisione affluì in Sicilia incompleta. Il contrasto ebbe termine in seguito agli avvenimenti del 25 luglio. Hitler concepì progetti di drastici provvedimenti per mantenere l'Italia nell'alleanza; il Comando Supremo germanico trasferì immediatamente nella penisola numerose divisioni tedesche provenienti dalla Germania e dall'Austria e prese la decisione di sgombrare la Sicilia. La decisione era in contrasto con gli intendimenti italiani di difendere l'isola il più a lungo possibile e fu attuata ingannando i comandi italiani circa le effettive intenzioni germaniche. Il 10 agosto il maresciallo Kesselring dichiarò al gen. Guzzoni di essere dolente degli screzi verificatisi col gen. Hube, con l'evidente intenzione di scusare quest'ultimo. Il passo suscitò sorpresa, perchè al Comando della 6a armata non risultavano « screzi ». Se le decisioni tedesche avevano suscitato una profonda divergenza di opinioni fra i due comandanti e se il contegno dei soldati tedeschi nelle retrovie aveva provocato vibrate proteste del Comando d'armata, le relazioni personali erano sempre state quali si convenivano fra soldati che vicendevolmente si apprezzavano e senza le quali non sarebbe stato possibile realizzare una qualsiasi collaborazione. E' probabile che il gen. Hube — valoroso soldato e capace comandante — conscio della poca lealtà dimostrata nelle ultime settimane, e forse personalmente dolente di aver dovuto attenersi ad ordini dei suoi superiori che contrastavano con quelli del Comandante della 6a armata, fosse preoccupato di essere stato mal giudicato. Il generale Guzzoni, da parte sua, non poteva non riconoscere ed apprezzare il valore del quale le truppe tedesche avevano dato prova in combattimento; quindi il suo risentimento — se di risentimento si può parlare — per le decisioni del comandante tedesco, era confinato nel campo dei contrasti di opinioni e non aveva diminuito la stima e la considerazione verso un generale che aveva compiuto in modo egregio il proprio dovere. Pur non avendo risparmiato appunti all'operato dei comandi tedeschi, considero doveroso affermare che questi stessi comandi e le loro truppe diedero, nel campo operativo, prova di altissima capacità e di grande valore. In modo particolare devo ricordare la collaborazione data dal maresciallo Kesselring e la sua comprensione della situazione penosa e difficile nella quale combattevano le truppe italiane, anche se nelle sue memorie espresse poi opinioni che non concordano con le sue manifestazioni di allora. Nelle stesse memorie ha però scritto: « Mi corre l'obbligo di constatare che unità italiane operanti a fianco di reparti tedeschi si batterono splendidamente ». Prendiamone atto.


GLI ITALIANI HANNO COMBATTUTO IN DIFESA DELLA SICILIA ?
Ho molto esitato prima di porre questa domanda che sembra ammettere la legittimità di un dubbio offensivo. Ma poiché questo dubbio è diffuso, l'ho udito esprimere, ritengo necessario riepilogare verità che lo sciolgono. Il soldato italiano ha combattuto in Sicilia in condizioni di inferiorità — per armi, forza, situazione — delle quali era conscio e questa contezza avrebbe giustificato un crollo morale. Tuttavia il crollo non si verificò, anche se episodi isolati, bene individuati, di ciascuno dei quali si potrebbe risalire alle cause contingenti, possono averne dato la sensazione. Occupano poche righe nel libro mastro della storia, mentre gli episodi di adempimento del dovere e di valore personale ne riempiono molte pagine. Il conto del dare e dell'avere è largamente attivo. Per quanto la sensazione della superiorità dell'avversario fosse diffusa, perché dimostrata dai successi anglo-americani su tutte le fronti e dai rovinosi bombardamenti aerei, è logico che all'alba del 10 luglio la realtà sia apparsa ai fanti ed agli artiglieri delle unità costiere ancora peggiore di quanto avevano immaginato: il bombardamento navale, la miriade di battelli da sbarco, i carri armati, gli aerei vomitanti proiettili, le lingue di fuoco dei lanciafiamme. Qualcuno si sarà guardato intorno ed avrà fatto i conti: erano poco più di trenta fanti per ogni chilometro di spiaggia con cinque mitragliatrici e fucili mitragliatori; qualche cannone sparava ancora fra i nembi delle granate che scoppiavano intorno, ma con i fucili mitragliatori non si arrestano i carri armati. I più, è certo, non hanno fatto conti ed hanno sparato coi fucili, con le mitragliatrici, contro carri armati e fanterie. Questo accadde a Santa Teresa di Longarini, a Torre Cuba, a Fontane Bianche, a Villa Petrosa, a Marzamemi, a Case Comitini, a Santa Croce di Camarina, nell'abitato di Gela e in tanti e tanti luoghi i cui nomi sono incisi sulle tombe ed iscritti in calce alle motivazioni di medaglie al valore. Le truppe costiere hanno resistito quel tanto che era nelle loro possibilità, entro un limite di tempo che per molti reparti fu ampio, per altri più ristretto. Se gli anglo-americani giudicarono questa resistenza debole, perchè avevano immaginato di trovarla fortissima, ci fanno la figura del cavaliere della Mancha nella battaglia contro i mulini a vento. La difesa aveva la consistenza che poteva avere; fu grave errore averla sopravalutata. La 206a divisione costiera, la XVIII° brigata costiera, combatterono sulle spiagge finchè tutti i pezzi di artiglieria non furono distrutti dal fuoco di controbatteria delle navi ed i capisaldi non furono superati da carri armati e fanterie avanzanti negli intervalli indifendibili, come il fiume straripa dalle dighe sventrate. Non avrebbero potuto fare di più. La 207a divisione costiera e il 10° bersaglieri si prodigarono per sette giorni nella difesa di Agrigento, sostenendo un'impari, durissima lotta. Fanti del 75°, artiglieri, carristi, motomitraglieri, in tre giorni di combattimento tra Floridia e Solarino diedero prove indiscusse di tenacia e valore fino ai sacrificio. I fanti del 76° fanteria tennero fermo a Luogo Grande, presso Augusta, contro i carri armati. Fu superbo l'impeto col quale il Gruppo mobile « E » contrattaccò a Gela il 10 luglio, e magnifico fu il battaglione controcarri dell'eroico tenente colonnello Tropea ad Agnone, il 14 luglio. Pagina degna delle più alte tradizioni militari fu quella scritta dalla div. « Livorno » nella piana di Gela l'11 luglio. Poi, fino al 6 agosto, da Butera a Bivio Gigliotto, da Raddusa a Leonforte, da Agira a Regalbuto, a Troina e Cesarò superstiti battaglioni e superstiti batterie della divisione sostennero combattimenti finché non dovettero essere ritirati, esausti gli uomini, logore le armi e fuori uso, per il gran sparare, i pezzi che non erano stati distrutti dalle granate nemiche. E, con le batterie della div. « Livorno », combatterono fino all'annientamento, con grande valore, quelle del 40° raggruppamento del XVI° corpo d'armata. Di quattro comandanti di gruppo, il 28° regg. art. « Livorno » ebbe un morto e due feriti! La div. « Napoli », dopo la logorante prova di Palazzolo Acreide e Solarino, caduto prigioniero il generale Gotti Porcinari, comandante della divisione, in mezzo ai suoi soldati, nell'estrema resistenza del 13 luglio ( 58 ), perduti in strenui combattimenti tre battaglioni, fu onorevolmente presente sulle alture di Sferro e Poggio Disa con ciò che rimaneva del 76° fanteria e del 54° artiglieria, partecipando, fino al 2 agosto, alla lotta della div. « Goering » contro il centro dell'8a armata inglese. Le divisioni « Assietta » e « Aosta », diminuite per la cessione di reparti al raggruppamento « Schreiber », provate nel fortunoso trasferimento dall'occidente dell'isola verso le Madonie, sia nei combattimenti di Lercara Friddi e di Chiusa Sclafani contro forze motocorazzate preponderanti, sia per effetto delle incessanti azioni aeree anglo-americane, fino ai primi di agosto operarono e combatterono tra Santo Stefano di Camastra e Nicosia, dinnanzi a Troina e San Fratello. Magnifico, fra tutti, il I° battaglione del 5° fanteria in successivi combattimenti, superbo il comportamento delle artiglierie delle due divisioni che, insieme ai gruppi del 12° raggruppamento del XII° corpo d'armata, rimasero in linea fino al 12 agosto, avendo ad uno ad uno i pezzi distrutti dal fuoco di controbatteria americano o dall'azione degli aerei, o perduti per l'impossibilità di ripiegare dopo la resistenza protratta oltre ogni limite. Il 177° bersaglieri, il III° battaglione del 30° fanteria, i motomitraglieri, i gruppi di artiglieria del raggruppamento « Schreiber », da Favarotta a Canicatti, a Portella Recattivo, ad Alimena, si consumarono in successive resistenze, insieme a quel X° raggruppamento di artiglieria controcarri che dal 10 luglio al 12 agosto si prodigò in giornalieri combattimenti, sempre in prima linea od all'estrema retroguardia, lasciando sul terreno, in duelli con i carri armati americani, insieme ai semoventi sventrati, tre comandanti di batteria e decine e decine di valorosi ufficiali, sottufficiali, artiglieri. Ricordiamo i piccoli semoventi del maggiore Elena, arso nel rogo di Bivio Gigliotto: il 10 luglio erano soltanto tredici, eppure dopo Pachino e Villa Petrosa, i superstiti furono presenti a Palazzolo Acreide e Bivio Gigliotto, a Raddusa e sul Dittaino, sostenendo i fanti coi loro cannoni da 47. Il raggruppamento mobile « Ovest » e il CXXII° gruppo di artiglieria, lungo le strade adducenti a Palermo fecero credere al nemico di avere di fronte due divisioni motorizzate. Gli arditi del II° battaglione del 10° arditi a Primosole furono irruenti nell'assalto, tenaci nella resistenza e fino all'ultimo, reparti della 213a divisione costiera e della Difesa Porto « E » difesero Catania. Dopo i primi giorni la parte preponderante della difesa della Sicilia toccò alle truppe tedesche, per forza di circostanze, ma frammischiate alle unità germaniche, rimasero in linea unità italiane. Si è udito di reparti sbandati, di fuggiaschi in abito civile. Certamente vi furono reparti che rinunziarono anzitempo a combattere — batterie contraeree, per esempio — e soldati che indossarono abiti civili per raggiungere i rispettivi paesi e sfuggire alla prigionia. Episodi di viltà si verificano in tutte le guerre, soprattutto quando la sorte delle armi è infausta. Il 923° battaglione da fortezza tedesco, nel settore di Regalbuto si sbandò il 30 luglio senza combattere ( 59 ) ma non sarebbe per questo lecito dubitare della combattività delle truppe tedesche. L'ambiente, la situazione, come già ho detto, favorivano la depressione morale, l'attuazione di propositi incompatibili con l'onore militare e si verificarono episodi incresciosi. Siccome sono appunto i fatti eccezionali che suscitano scandalo, episodi localizzati corsero sulle bocche di molti e furono generalizzati. E' ora di ricondurli nelle loro reali proporzioni. Quei giornalisti al seguito delle truppe anglo-americane che si compiacquero narrare di soldati che si arrendevano e di popolazioni che accoglievano favorevolmente i nemici, non avrebbero dovuto dimenticare che, se mai, quelle truppe erano accolte come « liberatrici » e quindi come « amiche » per effetto di una martellante propaganda anglo-americana che tali le presentava, propaganda che non poteva a meno di far presa sulla popolazione sottoposta al tormento dei bombardamenti aerei, a inenarrabili disagi, per cui era portata a vedere, nella cessazione della lotta, appunto la « liberazione » da questo tormento. E se vi furono militari che volentieri si arresero, non dimentichiamo le promesse che la propaganda anglo-americana aveva fatto: libertà, lavoro, ritorno in famiglia, promesse poi non mantenute. L'arma psicologica, specialmente quando è impiegata senza scrupoli e con dovizia di mezzi, ottiene effetti anche più gravi dei bombardamenti in grande stile. I cedimenti morali vanno messi in bilancio insieme alle perdite causate dai proiettili e non fatti oggetto di scandalizzati commenti. Per fortuna c'è chi sa scorgere il bene che emerge e non il male che stagna, come quei contadini — uomini e donne — che, dodici anni dopo gli eventi del luglio 1943, presso l'olivo ai piedi del quale cadde eroicamente il carabiniere siciliano Cascone, non lungi dalla stazione di Santa Teresa di Longarini, mi ripetevano: « Fateci un monumento: quello fu un vero figlio d'Italia ! » E che non fu detto dei soldati siciliani ? Rispondo con fatti: le due medaglie d'oro e la metà delle decorazioni al valore concesse alle truppe della 206a divisione costiera onorano Caduti e viventi nati in Sicilia; siciliana era la maggior parte dei soldati della divisione « Napoli » a Solarino e del 76° fanteria a Poggio Disa-Sferro ; siciliani i fanti del I° battaglione del 5° fanteria e siciliano il loro comandante, tenente colonnello Gianquinto, siciliani per la maggior parte i difensori di Agrigento, i costieri ed i militi della controaerea che rimasero per ultimi a Messina, fino alla notte sul 17 agosto... Le divisioni costiere rimaste isolate in occidente furono sopraffatte, ma era evidente l'ineluttabilità della sorte che le attendeva, infrenabile l'attacco che proveniva dal retroterra, sul loro tergo. Tuttavia a Calatafimi e Castellamare, come scrive l'ammiraglio Morison, reparti resistettero fino al 24 luglio, due giorni dopo la caduta di Palermo. Sulla tragedia di quelle truppe, ormai senza via di scampo, si aderse, luminosa nel suo gesto eroico, la figura del tenente colonnello Sommaruga, medaglia d'oro, che, offrendo il petto a bersaglio delle mitragliatrici nemiche, parve voler riscattare con la vita l'onore che le circostanze sembravano compromettere. Per finire, una nota eroica e gentile: il 23 luglio nell'ospedale da campo di Nicosia cadde, al suo posto di sacrificio, la Sorella infermiera della Croce Rossa Costanza Bruno, medaglia di bronzo al valor militare.

CONTINUA...

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MessaggioInviato: Gio Lug 09, 2015 9:06 pm    Oggetto:  
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NOTE

1) Ecco il testo della lettera: Caro Guzzoni, faccio seguito al mio telegramma. Vi prego di non attribuire agli articoli di un giornale l'importanza che non hanno. Si tratta di un colonnello — il.... — che ha, pare, speciali ragioni di astio contro le gerarchie militari. Come vi ho detto tutto ciò è stato da me deplorato, alla presenza di molte personalità politiche del Regime. Il direttore del giornale non ha replicato ed ha incassato la deplorazione. Ulteriori accenni del genere di quelli che hanno provocato la vostra giusta protesta saranno impediti. Sono episodi ingrati, ma passeggeri. Quel che conta è prepararsi a una strenua resistenza, che renda impossibile o estremamente lunga e onerosa la conquista totale dell'Isola. So che voi farete il possibile e l'impossibile per rendere dura la vita agli invasori ora che posizioni di montagna come le Madonie, offrono migliori condizioni per una resistenza ad oltranza. Voglio rinnovarvi l'espressione della mia fiducia nell'opera vostra e inviarvi il mio personale cordiale saluto.
MUSSOLINI
Roma, 23 luglio 1943 - XXI
(Questa lettera autografa fu recapitata il 29 luglio da un sottufficiale dei carabinieri e consegnata a Portella Mandrazzi al gen. Guzzoni).

2) Il generale Guzzoni pregò il Tarabini, che rientrava a Roma, di portare alla famiglia un orologio caro ricordo, ed un libretto di assegni. Il Tarabini accettò con espressioni di fedele amicizia; giunto a Roma andò in giro a mostrare l'orologio, sostenendo che l'incarico costituiva e prova che il generale Guzzoni non intendeva difendere l'isola. Del fatto si parlò persino nella seduta del 24 luglio del Gran Consiglio! Alfredo Cucco nel libro « Non volevamo perdere» riferì l'episodio, avallando la stupidissima interpretazione data dal Tarabini ad un gesto che aveva precisamente il significato opposto. Infatti il gen. Guzzoni, intendendo resistere ad oltranza, fino alle estreme conseguenze, e quindi prevedendo, nella migliore delle ipotesi, di cadere prigioniero, volle evitare che un caro ricordo andasse perduto. Chiunque sia stato al fronte e non sia in malafede, non può attribuire altro significato ad un gesto così logico e naturale. Non avrei riferito un episodio interpretato con tanto livore e tanta malafede, se non fosse stato riesumato ancora recentemente (L'Europeo - n. 42 - 1955). Ritengo perciò doveroso chiarirlo una buona volta.

3) n. 15903 — Da Comando Supremo a Comando FF.AA. Sicilia « Sproporzione mezzi ha fatto cessare nell'Isola cara al Paese la lotta da V.E. condotta con fermezza e serenità. Comando Supremo Vi dà atto e confida sempre in ulteriore opera di V.E. per bene Paese. AMBROSIO .
n. 11.32627 — Da Superesercito a Comando 6a armata — « Nel momento in cui dopo durissima lotta le truppe italiane e germaniche ai vostri ordini hanno lasciato l'ultimo lembo della Sicilia sottraendo alla cattura da parte nemica forze e materiali in proporzione enormemente superiore a quanto potevasi largamente sperare, Vi esprimo i miei vivissimi ringraziamenti per la vostra opera di comandante e di soldato alla quale plaudo incondizionatamente. Eguale compiacimento esprimo al vostro brillante e infaticabile stato maggiore. Il Comando 6a armata rimane in vita e si riordina per il futuro impiego.
generale ROATTA

4) Cucco — Non volevamo perdere —

5) Fu come se in Sicilia, invece di sbarcare su 210 chilometri di fronte, gli anglo-americani si fossero limitati a sbarcare sulle spiagge di Cassibile ed Avola oppure nella falcatura di Gela. Le forze mobili della difesa avrebbero potuto agire su uno spazio più proporzionato alla loro consistenza, contrastando più efficacemente l'avanzata nel retroterra.

6) W. CHURCHILL - La seconda guerra mondiale — parte V - vol. I - pag. 40

7) Il generale Alexander, nel rapporto indirizzato il 17 agosto 1943 a Churchill calcò alquanto la mano: 315.000 italiani e 90.000 tedeschi cioè il doppio della forza effettiva. Questo rapporto è stato pubblicato a pag. 55 del vol. I - Parte V di W. CHUR¬CHILL - La Seconda Guerra Mondiale. L'ammiraglio MORISON in « Storia delle Operazioni Navali degli Stati Uniti » vol. IX — valuta la forza in Sicilia il 10 luglio in 300.000 - 365.000 uomini. Probabilmente ha compreso nel computo personale della Marina e dell'Aeronautica ed ha valutato le forze tedesche 50.000 uomini mentre esse raggiunsero questa cifra e la superarono soltanto nella terza decade di luglio.

8 ) Il MORISON stesso indica la forza della divisione «Goering» in 8.739 uomini; la div. 15° Sizilien ne contava circa 15.000. Vi erano inoltre avieri, artiglieri delle batterie contraeree e marinai.

9) W. CHURCHILL - La Seconda Guerra Mondiale — parte V - vol. I - pag. 40. Dal MORISON sappiamo che il 15 luglio la 7° armata americana contava già 203.000 - 204.000 uomini e che l' 8a armata britannica pochi giorni dopo era forte di 250.000 uomini. In totale 450.000 uomini: una superiorità schiacciante!

10) Truppe e servizi del XVI° c. d'a. 7.900
Piazza M.M. di Augusta-Siracusa 6.000
206a divisione costiera 8.500
XVIII' brigata costiera 4.800
207a div. cost. (nel settore attaccato) 4.500
divisione « Livorno » 14.000
divisione « Napoli » 13.500
unità varie (10° raggr. semoventi - 10° e 177° regg. bersaglieri - reparti del XII° c. d'a.) 10.000
due divisioni tedesche 28.000
TOTALE : 97.000

11) E' dunque evidente che la maggior parte delle forze italo-tedesche era già a portata del settore che fu prescelto per lo sbarco.

12) W. CHURCHILL: La seconda guerra mondiale - parte V - vol. I - pag. 40.

13) Cfr. E. Faldella, LO SBARCO E LA DIFESA DELLA SICILIA, Roma, 1956, L’Aniene Editrice, p. 48.

14) EISENHOWER: Crociata in Europa - pag. 226.
159 MONTGOMERY: Da El Alamein al fiume Sangro - p. 125.

16) ERNIE PYLE: Brave Men. Henry & Co. Inc. 1944.

17) BUTCHER: Tre anni con Eisenhower - pag. 354.

18 ) MONTGOMERY: Da El Alamein al fiume Sangro - pag. 119.

19) Lo «sparpagliamento» era imposto dalla necessità di avere almeno un'aliquota delle poche forze disponibili orientata in ciascuna delle direzioni di probabile impiego. Era anche questa una conseguenza dell'esiguità delle forze mobili e della necessità di sottrarle per quanto possibile, agli effetti dell'azione aerea nemica.

20) RINTELEN: Mussolini l'alleato - pag. 121.

21) BUTCHER: Tre anni con Eisenhower - pag. 357.

22) BRAGADIN: Che ha fatto la Marina ? – 3a ed. pag. 317.

23) Nell'udienza del 28 ottobre 1953 dinnanzi al Tribunale di Milano l'amm. Leonardi disse che non soltanto la Piazza non ebbe rinforzi, ma che le furono tolte tre batterie della Flack (controaerea tedesca), una batteria da 76/40 e un battaglione della div. « Napoli ». Preciso che le batterie tedesche furono ritirate dal II° corpo aereo tedesco quando si trasferì in continente e che il battaglione e la batteria (da 75) non vennero affatto ritirati. Rimasero sempre a Canicattini Bagni, agli ordini del XVI° c. d'a. Il 10, luglio battaglione e batteria furono messi immediatamente a disposizione dell'ammiraglio Leonardi che li impiegò nel territorio della Piazza, a sud dell'Anapo.

24) BRAGADIN: Che ha fatto la Marina? - 3a ed. pag. 318.

25) Dal Verbale d'udienza dell'il novembre 1953.

26) Idem.

27) ZANUSSI: Guerra e catastrofe d'Italia - pag. 302.

28 ) Dalla sentenza della Corte d'Assise di Appello di Milano (22 ott. 1954 - 3 febbr. 1955): « .... se dinnanzi al Leonardi si determinò ben presto il vuoto, questo vuoto ebbe origine anzitutto dalla defezione dei suoi uomini ».

29) Dalla sentenza della Corte d'Assise d'Appello di Milano (22 ott. 1954 - 3 febbr. 1955): « .... tutte le chiamate telefoniche rimasero senza risposta e le staffette, spintesi fino a Melilli Grotte, constatarono che i locali del comando erano vuoti e in preda alle fiamme »

30) Questo rapporto faceva seguito a quello spedito da Schmalz la sera del 10 luglio.

31) Dalla sentenza della Corte d'Assise d'appello di Milano (22 ott. 1954 - 3 febbr. 1955): « Ma tanto la difesa ad oltranza quanto la distruzione « in extremis » delle armi — che non devono cadere intatte nelle mani del nemico — rientrano nei doveri di ogni combattente ».

32) Dalla sentenza della Corte d'Assise d'Appello di Milano (22 ott. 1954-3 febbr. 1955): « Più che del piano di distruzione — il quale peraltro era stato predisposto qualche mese prima e non aveva bisogno di essere rinverdito proprio in quel momento — è ammissibile il giudizio che l'ammiraglio avrebbe dovuto preoccuparsi della resistenza, diramando un ordine del giorno, richiamando i reparti al senso del dovere, come è sempre avvenuto in simili circostanze presso gli eserciti di ogni paese ». « Richiamare alla memoria il dovere secondario senza aver prima insistito su quello principale, significava fiaccare in partenza ogni volontà di difesa ».

33) BRAGADIN: Che ha fatto la Marina ? - 3a ed. pag. 316.

34) Lord Strabolgi in « The conquest of Italy » - pag. 36 scrisse: « L'occupazione di Siracusa sigillò il successo dell'intera impresa ». Fin dall'11 luglio i « L.S.T. » sbarcarono carri armati ed autocarri direttamente sulle banchine del porto, avendo praticato in esse delle brecce per appoggiarvi il ponte mobile. Il Morison, nel libro più volte citato, afferma che nel porto di Siracusa ben 18 navi pesanti e motozattere potevano scaricare simultaneamente e che ogni giorno furono sbarcate 5000 tonnellate di materiali. Conclude: « Entrambi i porti (Siracusa e Augusta) furono di una utilità straordinaria ». Vengono così smentiti coloro che sostengono che la loro occupazione fu di scarsa utilità per gli invasori.

35) Dalla sentenza della Corte d'Assise d'Appello di Milano (22 ott.-3 febbr. 1955): « Se l'autodistruzione rappresentava l'estremo rimedio per le armi a postazione fissa, che non potevano essere sottratte altrimenti alla cattura, eguale ragione non sussisteva per un mezzo essenzialmente mobile quale il treno armato della marina che stazionava a nord di Siracusa cioè dalla parte opposta alla direttrice di attacco. Quel treno avrebbe potuto salvarsi dirigendo a nord, e invece i suoi serventi lo distrussero nel pomeriggio del giorno 10, quando nessun pericolo si profilava nei suoi confronti.... ».

36) Dichiarazione dell'amm. Leonardi al Tribunale di Milano — udienza 28 ottobre 1953.

37) Deposizione comandante Gasparrini — Tribunale di Milano — udienza 11 novembre 1953.

38 ) Dalla sentenza della Corte d'Assise d'Appello di Milano — 22 ott.-3 febbr. 1955: « .... tra il 10 e l'11 furono fatti numerosi tentativi, a mezzo staffette e telefono, per mettersi in comunicazione col Comando Piazza, sia per ricevere ordini che per trasmettergli un messaggio urgente del comando d'armata: il risultato fu che tutte le chiamate telefoniche rimasero senza risposta e le staffette, spintesi fino a Melilli Grotte, constatarono che i locali del comando erano vuoti e in preda alle fiamme. Quando dunque si dice che l'azione di comando fu ostacolata dalla mancanza di collegamenti, si afferma cosa inesatta: i collegamenti c'erano e i telefoni funzionavano; taceva solo quello del comando. Persino il centralino ubicato a Torrevecchie era stato abbandonato dal personale ».

39) L'ammiraglio Morison, nell'opera citata, critica assai il generale Montgomery per non aver tentato operazioni anfibie ed il Comando in capo per non aver attaccato direttamente lo Stretto di Messina, evitando lo sbarco nella Sicilia sud-orientale.

40) Esempio tipico di sfrontatezza nella calunnia è quello del prof. Maggiore che il 9 aprile 1952 scrisse nel «Meridiano d'Italia »: «Il nostro Stato Maggiore ignorava l'imminente sbarco nemico che avvenne prima ancora che i reparti costieri avessero ricevuto il segnale d'allarme. Il Comando d'armata fugge per ignota destinazione, perdendo qualsiasi contatto con l'Esercito; questo rimane senz'ordini, si sbanda, si disfà gettando le armi. Crolla il sistema difensivo dell'isola ». Sembra impossibile che in due soli frasi possano essere raccolte tante menzogne. Il gen. Guzzoni rispose vibratamente al Maggiore ristabilendola verità dei fatti.

41) ALFREDO Cucco: Non volevamo perdere - pag. 193. A prova della sua affermazione l'autore cita la testimonianza di un giornalista che il 16 luglio andò a cercare il Comando a Milazzo e « trovò che il Comando si era ancora spostato ». Mai il Comando 6a armata andò a Milazzo ed il 16 luglio era a Randazzo, 87 chilometri più a sud e più vicino al nemico! E' logico che a
Milazzo quel giornalista non ce l'abbia trovato!

42) ALFREDO Cucco: Non volevamo perdere - pag. 179.

43) Ibidem – pag. 195

44) Ibidem – pag. 91

45) « ...i collegamenti c'erano ed i telefoni funzionavano... ». Il Cucco, per pro-vare il suo asserto, adduce la testimonianza di un tenente che lamenta la mancanza di pile per gli apparecchi telefonici. Certamente mancavano pile, perchè l'industria ormai forniva una parte soltanto del fabbisogno; i collegamenti telefonici nell'interno dei reggimenti e dei battaglioni furono i primi a risentirne. Ma i collegamenti telefonici sulle grandi distanze, quelli cioè veramente indispensabili, fra Comando d'armata e comandi di corpo d'armata e fra questi ed i comandi di divisione, funzionarono sempre, salvo quando erano temporaneamente interrotti da bombardamenti aerei.

46) ALFREDO Cucco: Non volevamo perdere - pag. 169.

47) Ibidem – pag. 91

48 ) In merito all'impiego delle riserve il Cucco giunge al punto di scrivere (pagg. 183 - 184) che: « Le riserve d'armata non si erano mai affacciate in vista della Sicilia ». Evidentemente farnetica, perchè le riserve d'armata erano, fin da prima della battaglia, non soltanto in vista della Sicilia, ma nella Sicilia stessa. E dove avrebbero dovuto essere? Forse in Calabria, in territorio che dipendeva da un'altra armata, la 7a? Quando si scrive per sostenere una tesi preconcetta, dominati dal livore, si cade in questi errori madornali.

49) ALFREDO Cucco: Non volevamo perdere - pag. 71.

50) ALFREDO Cucco: Non volevamo perdere - pag. 175. Naturalmente da questa premessa assolutamente falsa, il Cucco trae motivo per concludere che lo Stato Maggiore voleva, allontanando i tedeschi, avere « libertà... di aprire le porte ai “liberatori” » (pag. 176). Se si fosse attenuto alla verità storica, non avrebbe potuto giungere a tale conclusione offensiva e calunniosa.

51) E. Faldella, Lo sbarco e la difesa della Sicilia, pag. 54

52) Evidentemente il Cucco non considera « preponderanti» le forze anglo-americane sbarcate in Sicilia!

53) ALFREDO Cucco: Non volevamo perdere - pag. 185

54) Idem.

55) Kesselring: Memorie – pagg. 202 – 204.
56) Ibidem. pag. 172

57) Ibidem. pag. 174

58 ) Alfredo Cucco in « Non volevamo perdere » - pag. 183 - scrive che il generale Gotti Porcinari « attese gli invasori alla propria mensa ». E' un'odiosa calunnia. Il valoroso generale non potè rintuzzarla, perchè morì poco dopo il rientro dalla prigionia. Colgo per ciò l'occasione per smentire il Cucco. Il colonnello Ronco, comandante del 75° fanteria (ora generale) attesta che il generale Gotti Porcinari lo raggiunse nei pressi di Solarino verso le 11 del 12 luglio, dopo la cessazione della resistenza a Palazzolo Acreide. Tenne rapporto agli ufficiali ed impartì ordini per tentare di rompere l'accerchiamento; il contrattacco riuscì soltanto ad alleggerire la pressione nemica. Da quel momento — ore 12 del 12 luglio — il gen. Gotti Porcinari rimase sempre in primissima linea con i fanti del 75° fanteria, seguendo e vivendo personalmente le vicende del combattimento. Il mattino del 13 pose il suo posto di comando alla estrema destra della posizione, che fu attaccata ed avvolta tra le ore 11 e le 11,30 da forze nemiche preponderanti, mentre la sinistra, dove era il colonnello Ronco, fu sopraffatta alle 15. Il generale fu preso prigioniero con i fanti con i quali aveva combattuto, in primissima linea.

59) Relazione dello S.M. canadese – pag. 103.

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