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"Morire da Italiani"

 
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MessaggioInviato: Mar Mag 26, 2015 10:58 pm    Oggetto:  "Morire da Italiani"
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Oggi vi racconto una storia. Vera. Di quelle che andrebbero bene sul profilo, voluto da Giacinto ‘… hanno detto che siamo da galera…’. La storia di un marò della III compagnia, btg. Lupo della Decima MAS. Storia che ho appreso dal suo commilitone e migliore amico Vittorio Morandini, squadra mitraglieri, autore di una commovente poesia a lui dedicata, scritta nel 211 POW Camp di Cap Matifou, Algeria, estate 1945, e di un racconto lungo dal titolo Cronaca di un’amicizia (Eurialo e Niso nel XX secolo). Me ne parlò il S. Tenente di Vascello, dottor Mario Sannucci, già suo comandante, di cui conservo immutata memoria quale persona di animo grande (nell’accezione latina di ‘magnanimo’). E possiedo la sua fotografia, nel cortile della caserma Monte Grappa, a Torino, durante le operazioni di rastrellamento in Piemonte e di riconquista della cittadina di Alba. E’ il volto pulito di un’Italia che imparammo ad amare, pur consapevoli che non ci appartiene più, se non nella mente e nel cuore. Sguardo fiero e accigliato, rivolto all’obbiettivo, a darsi un cipiglio marziale che, però, non riesce a nascondere il volto di adolescente, un sedicenne, con addosso il maglione a collo alto e coste larghe da marinaio.

Piero Menichetti nasce a Firenze, lungo le rive dell’Arno, ai rintocchi del campanone del Bargello, alla vigilia del Natale 1928, da Alessandro, abile meccanico, che s’era tirato su una officina tutta sua, e da Ernesta, che da sarta capace e creativa aveva saputo allestire un piccolo atelier con lavoranti e che, con gli anni, sarebbe divenuto centro di alta moda. Prima in via de’ Banchi 18 e, successivamente, all’inizio della guerra al quarto piano del palazzo della Stufa, in piazza San Lorenzo. All’età di quattro anni perde il padre in un incidente sul lavoro, ceduto il cavalletto di sostegno, era stato schiacciato dal motore che andava riparando. E così egli cresce in un ambiente tutto al femminile, protettivo e timoroso, tanto che gli avevano impedito di recarsi a fare il bagno e imparare a nuotare nell’Arno, alla Rari Nantes, dopo che una bambina vi era affogata. E gli sarà fatale questo divieto e la conseguente paura dell’acqua…

In una mattina di primavera del ’44, casualmente, Piero incontra il fratello diciottenne di una sua compagna di ginnasio. Costui è in permesso a Firenze, dopo che un paio di mesi prima s’è arruolato nel btg. Lupo della Decima Flottiglia MAS, in fase di addestramento proprio in Toscana. Cosa si dicono non ci è dato sapere nè quale sia stato il sentimento scattato in lui, sta di fatto che il pomeriggio stesso, lasciando un biglietto di appena cinque righe sullo scrittoio, preparata una sacca di effetti personali, raggiunge la località di Peccioli, in provincia di Pisa, dove domina la valle dell’Era sulla direttrice di Volterra. Aggregata alla divisione tedesca Hermann Goering, che fornisce sostegno logistico armi e addestramento, sta di stanza parte del battaglione e si arruola. Avvertita, la mamma lo raggiunge, ma a nulla valgono preghiere e pianto. Egli è determinato e, se dovessero rispedirlo a casa, minaccia di fuggire di nuovo. Rimane. E questa sarà l’ultima occasione in cui la madre e il figlio si vedranno.

Piero appartiene a quella generazione, è fra coloro, ben più numerosi di quanto si pretenda far credere, che ancora da adolescenti vengono investiti da ‘l’ignobil otto di settembre’. Troppo giovani per partecipare alle guerre del Fascismo, alla conquista dell’Etiopia prima, alla guerra civile di Spagna immediatamente dopo; ed ancora troppo giovani per prendere parte al secondo conflitto mondiale, pur scalpitando sono costretti, si sentono tagliati fuori. Sono i balilla che vanno a Salò, come scrive Carlo Mazzantini e tanta memorialistica di quei reduci, passati dai pantaloni corti alla divisa nei reparti combattenti. Egli, appunto, sceglie per non essere scelto, va mentre i più tradiscono e si squagliano. La Patria l’Onore il Duce e magari i sogni ad occhi aperti sui romanzi di Emilio Salgari. Forse i più ingenui i più sensibili certo i più puri…

Il progetto iniziale è trasferire il btg. Lupo sul fronte di Anzio, dove il Barbarigo s’è battuto conquistando il rispetto dei tedeschi, comprensibilmente diffidenti, fra i primi soldati in grigioverde a tornare a combattere contro gli alleati, ma ormai è esausto ed esangue. La situazione, però, va rapidamente evolvendosi dopo lo stallo tra le rovine dell’abbazia di Montecassino. Ora gli anglo-americani procedono spediti, superiori in mezzi uomini rifornimenti. Il 4 giugno entrano a Roma, poi, sarà la volta di Firenze. Così i marò del Lupo sono costretti a ripiegare verso il Nord raggiungere il Piemonte, adattarsi loro malgrado ad operazioni di lotta antipartigiana mentre il loro scopo, il senso del loro arruolamento era e rimane andare al fronte, faccia a faccia contro l’invasore.

Dopo aver tanto brigato, al limite dell’ammutinamento, il battaglione si trasferisce a Milano, alloggiato in una scuola a Ripa Ticinese e il 4 dicembre, al completo, sfilò all’ombra del Castello Sforzesco alla presenza del Comandante Junio Valerio Borghese e del Maresciallo Rodolfo Graziani. Significativa la presenza di cittadini a dispetto di ricostruzioni fantasiose sul muro di ostilità della popolazione verso le istituzioni e le forze armate della Repubblica Sociale. Di notte la partenza verso la Linea Gotica. Durante il percorso a causa della nebbia dell’oscurità o mancanza di segnaletica l’autocarro, dove era Piero, precipitò per oltre dieci metri. Undici furono i morti, una trentina i feriti gravi, pochi quelli illesi fra cui lo stesso Piero, con una ecchimosi alla testa e un po’ di graffi.

(Durante la permanenza nella città lombarda il marò Franco Grazioli, di sera rientrando in caserma, venne aggredito da un commando partigiano per sottrargli la pistola che egli difese strenuamente beccandosi un proiettile a bruciapelo in un polmone. E’ stato proprio Franco, della III compagnia, a regalarmi la foto di Piero. L’ultima poesia di Filippo Tomaso Marinetti, Quarto d’ora di poesia della X MAS, scritta nella notte insonne alla vigilia della morte, nasce dall’immagine riportatagli di un camion guasto e dei marò impazienti di riprendere il cammino verso la linea di combattimento. ‘Autocarri avanti…’).

A ridosso del fronte, ma gli Spitfire inglesi dominano il cielo e scendono a mitragliare qualsiasi cosa appaia loro in movimento mentre il cannone tuona e colpi arrivano fin lì, trascorrono il Natale con i pacchi che le donne di Verona e Milano hanno mandato, la visita del Comandante Borghese e la presenza delle ausiliarie sempre pronte a dare un sorriso a condividere la fatica a portare un tocco di gentilezza. Piero festeggia i suoi sedici anni con una micidiale sbronza e una dormita in un fienile fino a tarda mattinata. E’ il suo ultimo compleanno… Poi sul Senio, un fiumiciattolo con di fronte i canadesi quasi a guardarsi negli occhi. Neve e fango e sangue sparso. (Ne abbiamo parlato nel romanzo La guerra è finita, Roberto ed io).

La Decima combatte per l’Onore e per la Patria, i suoi marò dovranno sperimentare come dell’onore non frega niente ai prossimi vincitori e che la patria è morta, sostituita senza rimpianto e lacrime da un paese, di cui i reggitori esprimono la pochezza il malcostume l’ignavia… Gli alleati sfondano le linee, aprendosi verso la pianura padana e più in là i confini delle Alpi. La ritirata. L’ordine, risulterà tardivo e impraticabile, è che i reparti della X MAS si dirigano ai confini orientali, estrema difesa di territori ambiti dagli slavi. Nessuno, va da sé, apprezzerà l’impegno. Del resto i contingenti immolatisi a Fiume nell’isola di Cherso e in tante altre località finiranno nella spazzatura della storia come, per decenni, la tragedia delle foibe.

Il 25 aprile è una giornata di gran sole. Gli uomini del Btg. Lupo sono schierati lungo l’argine sinistro del Po. Coerenti e determinati. Intorno a mezzogiorno qualcuno dall’altra sponda gridò d’avere aiuto. ‘Veniteci a prendere, siamo italiani!’. Partigiani, probabilmente del gruppo di combattimento della Cremona. Tronfi della vittoria conseguita con l’ausilio di altri, tanto da indossarne l’uniforme; sguinzagliati simili a cani da caccia dal nuovo padrone; portatori di libertà, si pavoneggiano, espressione degli istinti più ignobili, di quel lerciume interiore elevato nel tempo a virtù, a nobile icona. Da una parte, dunque, uomini adusi ad ogni inganno aberrazione e dall’altra giovani e giovanissimi cresciuti nella convinzione che essere italiani è un valore fondante di lealtà di appartenenza di condivisione.

Piero e altre tre camerati mettono in acqua una barchetta e la spingono al centro del fiume. Arrivano i primi colpi. Gli altri marò sono lesti a tuffarsi, due nuotando verso la riva, il terzo riparandosi dietro il legno. Piero si accuccia d’istinto sul fondo della barca, non sapendo nuotare. Lo ammazzano. Il suo corpo è spinto dalla corrente verso l’argine, arenandosi circa un chilometro a valle. Vittorio Morandini andò a raccoglierne la salma, deporla a terra, accarezzare i biondi capelli chiudergli gli occhi aperti e stupiti di fronte alla malvagità del mondo. Esposto alla pietà della gente. Non c’è tempo per scavare una fossa. La ritirata prosegue fino alle porte di Padova, nella notte del 28 aprile, con la resa alle truppe neo-zelandesi e ottenuto l’onore delle armi. Schierati a quadrato, sotto una lieve pioggia a rigare il volto e nascondere le lacrime, levano al cielo muto e alle stelle La preghiera del legionario prima della battaglia ‘Iddio che accendi ogni fiamma e fermi ogni cuore’ e il canto ‘O mia Patria, sì bella e perduta’… mentre due proiettori incrociano la loro luce sporca e gialla quasi a comporre una enorme croce, la ics della Decima.

Come aveva intuito Vittorio, qualcuno aveva ricoperto di terra il corpo di Piero, sconosciuto gesto di umana compassione. Pochi mesi dopo, rientrato dalla prigionia e recatosi a Firenze, lo stesso Vittorio e sua madre in una pungente serata d’inverno ne trassero i resti e li deposero nel piccolo e prossimo cimitero di Loreo. Per vent’anni. Una mano dalla grafia femminile volle scrivere sulla tomba ‘Firenze dorme’, sconosciuto gesto di poesia. Poi, approssimandosi la fine, la madre volle che Vittorio riportasse in una piccola cassetta di zinco suo figlio Piero per essere a lui accanto nel cimitero di Trespiano, la verde collina che sovrasta la città toscana.

‘Splendeva il sole, quel giorno, – e fu una visione di luce l’ultima che ti è apparsa. – Come sempre, del resto: in tutta la tua vita. – E che potevano vedere i tuoi occhi limpidi, se non bellezza e splendore?’.

Così l’inizio della poesia scritta dall’amico in prigionia. A noi neppure questo sarà concesso…
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