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Piazza Fontana. La verità su una strage

 
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Marcus
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MessaggioInviato: Sab Giu 22, 2013 7:00 pm    Oggetto:  Piazza Fontana. La verità su una strage
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...è proprio vero il detto che "da cosa nasce cosa", di recente infatti mi ero casualmente imbattuto nella terribile figura di Federico Umberto D'Amato ( cui avevo accennato in questa discussione   ), sommariamente descritta in un programma televisivo quale “esperto gastronomo” amante della buona cucina nonché "eminenza grigia" dei servizi segreti pseudo-italiani e uomo della CIA che aveva gestito quale rappresentante della NATO sul territorio italiano l' "Operazione Chaos" dietro cui stavano i principali fatti sanguinosi degli anni della “strategia della tensione”. Incuriosito dal personaggio ho cominciato a fare ricerche ed ecco che il suo nome spunta in un testo dedicato alla strage di “Piazza Fontana”, la cui scarna recensione nel retrocopertina riporta questa breve descrizione:

Da oltre dieci anni gli autori, nel tentativo di svelare la complessa trama che si cela dietro questa 'strage di stato', conducono ricerche su piazza Fontana: hanno setacciato l'Italia, si sono recati in Spagna, Portogallo e negli Stati Uniti, hanno raccolto centinaia di testimonianze, seguito da vicino l'inchiesta del giudice Salvini e analizzato una serie infinita di documenti. Dalla loro indagine emerge una rete di complicità che si estende dalla Spagna alla Grecia, dal Portogallo alle ex colonie africane, fino agli Stati Uniti.

Sempre più curioso, convinto che il testo potesse fornire ulteriori notizie su di un tema che a noi de IlCovo sta molto a cuore, avendone persino brevemente discusso nel nostro saggio “L’estrema destra contro il Fascismo” , ho cercato di reperire il testo che, essendo stato pubblicato da Mondadori nel 1997, pensavo (erroneamente!) avrei facilmente reperito in una qualunque libreria o al massimo in rete. Invece NO! Il libro ormai è fuori catalogo, non è stato più ristampato e non si trova più disponibile nelle librerie, né quelle tradizionali né quelle virtuali. Temevo di non riuscire a trovare più alcuna notizia al riguardo quando, sempre del tutto casualmente, mi sono imbattuto in una vecchia recensione del testo in questione fatta dalla rivista “Avanguardia”, che di certo non rientra tra le nostre letture preferite ma che comunque si era occupata seriamente della figura di Vincenzo Vinciguerra e ne aveva recensito a suo tempo i libri , un altro personaggio controverso della cui storia sconvolgente abbiamo già avuto modo di occuparci (   ) , inutile dire che la singolare coincidenza aveva aumentato la mia curiosità…ed eccovi cosa ho letto!



Fabrizio Calvi - Fredéric Laurént
 “Piazza Fontana. La verità su una strage”; Ed. Mondadori, Milano 1997, pp. 342

In merito alla strage del 12 dicembre 1969 è trenta anni che si scrive e ancora molto si discuterà, ma difficilmente si potrà giungere ad una «verità ufficiale» e a svelare i reali colpevoli, poiché lo Stato, attraverso le sue istituzioni, non potrà mai accusare se stesso.
Questo perché tra gli ideatori e i mandanti, un ruolo di primo piano viene ricoperto dai vertici istituzionali di questa Repubblica antifascista nata dalla resistenza, preoccupata solo ed esclusivamente di mantenere inalterati gli equilibri atlantici, funzionali alla strategia di controllo coloniale degli Stati Uniti d'America in Europa occidentale.
Lo stato di sovranità limitata veniva giustificato dalla salvaguardia dei valori dell'Occidente contro il pericolo rosso; ma oggi anche dopo aver assistito all'implosione del comunismo‑marxista, che è franato su se stesso, la situazione non è mutata e lo stato di sudditanza coloniale permane più di prima.
Tra i molti libri scritti sull'argomento, l'opera di Calvi-Laurént risulta unica nel suo genere in quanto, per la prima volta, ci si avvicina ai reali centri di potere, più o meno occulti, che hanno operato dietro le quinte della strategia della tensione.
L'analisi di questi due autori, coadiuvata dal coraggioso e dinamico lavoro compiuto dal giudice Guido Salvini (ostacolato pure dai suoi stessi colleghi, tra cui la «toga di fango» Felice Casson), pone sotto accusa l'intero mondo del «neofascismo atlantico di servizio», che a parole tutto voleva distruggere per tutto ricostruire, ma nei fatti collaborava più o meno sottobanco con apparati di sicurezza italiani ed atlantici, strutturati in ambito NATO e primariamente dislocati presso la base FTASE di Verona.
L'ottimo libro, uscito nel 1997, ha subitaneamente colto la nostra attenzione, anche se per negligenza personale non abbiamo mai provveduto a redigerne una recensione, sicuramente elemento di integrazione e di contributo in favore dell'analisi di revisione del neofascismo sostenuta in questi anni da "Avanguardia" con la pubblicazione degli scritti di Vincenzo Vinciguerra.
A distanza di due anni, questo dovere si impone, anche per denunciare il fatto che il sopraccitato testo è misteriosamente sparito dalla circolazione, così come molti altri in passato recensiti o citati da "Avanguardia"; vedi i libri di Giovanni Preziosi, "L'antisemitismo moderno" di Joel Barromi e "Il capitalista nudo" di W. C. Skousen, "Le finanze del terrorismo" di Adam James e "I giorni di Gladio" di Bellu-D'Avanzo, così come "Rimanga tra noi" di Claudio Gatti.
Abbiamo personalmente riscontrato in diverse librerie (di Bologna e di Firenze, di Roma e di Siena, così come a Milano e Verona, Trapani e Palermo) l'assenza del libro, e, una volta informatoci presso alcuni centri di distribuzione non abbiamo ottenuto alcuna informazione precisa.
Nessuno sa se il libro è andato esaurito, se è stato posto fuori catalogo, se è stato tolto dal commercio dalla casa editrice; di certo vi è solo che non verrà mai ristampato. Fortunatamente abbiamo potuto recuperare pochissime copie presso piccole librerie, probabilmente estranee e periferiche al circuito di controllo della grande informazione.
Evidentemente l'analisi e la ricerca di Calvi e di Laurént ha toccato nel vivo, fin dall'inizio (è uno dei pochi libri che la Mondadori, al momento della pubblicazione, non ha pubblicizzato con una presentazione ufficiale), figure molto vicine ai centri di potere responsabili della strage del 12 dicembre 1969.
Ad emergere da quest'analisi è il ruolo preponderante di settori degli apparati dello Stato nello sviluppo della strategia della tensione; ruolo che non deve essere considerato come «deviazione», ma come normale esercizio delle proprie funzioni istituzionali, nell'arco di circa un ventennio.
Comparando questa strategia con un'analisi degli scenari di politica internazionale va tenuto conto che la posta in gioco era la difesa degli equilibri politici esistenti in Italia e il mantenimento del nostro Paese nel campo occidentale ed atlantico.
Quest'obiettivo doveva essere raggiunto attraverso la «guerra non ortodossa», una guerra che non prevedeva la conquista di territori, ma gli animi della popolazione che, spaventata ed atterrita da una escalation di attentati da attribuire alla sinistra, doveva ricercare rifugio e sicurezza nei garanti del potere atlantico ed occidentale. L'espressione «destabilizzare l'ordine pubblico per stabilizzare l'ordine politico» rende esattamente l'idea di questa strategia, elaborata dai servizi segreti occidentali ed esposta in Italia nel 1965 al Convegno dell'Istituto Pollio, dove erano presenti uomini dei Servizi, rappresentanti degli Stati Maggiori e responsabili e militanti di movimenti neofascisti.
La strage di Piazza Fontana, la madre di tutte le stragi, doveva portate alla proclamazione dello stato di emergenza che avrebbe visto l'entrata in scena di forze pronte a realizzare un golpe sul modello di quello francese di De Gaulle o dei colonnelli in Grecia.
Tutto ciò non avvenne per dei motivi che restano ancora oscuri e ben celati, ma sicuramente per un repentino cambio di strategia e delle divergenze di visione presso alti vertici istituzionali italiani e atlantici.
Personalmente non ci interessa la responsabilità materiale di chi ha predisposto il piano, di chi ha preparato gli ordigni e di chi li ha depositati.
Non dobbiamo processare nessuno; nemmeno rivendicare la memoria dei morti rimasti coinvolti, pur se tutti civili innocenti.
Il nostro dovere rimane quello di compiere un'analisi politica che possa delucidare i rapporti tra la manovalanza neofascista, esecutrice delle strategie atlantiche, e gli apparati di sicurezza civili e militari coinvolti nelle operazioni; il tutto per una rivisitazione storica, ma soprattutto in nome di una battaglia che va al di là delle ideologie e degli opposti estremismi, e combattuta solo ed esclusivamente in favore della verità.
La strategia della guerra psicologia «non ortodossa» che lo Stato italiota aveva dichiarato ad una popolazione inconsapevole ed inerme veniva mediata dalle esperienze dell'OAS francese e messa in pratica da diverse organizzazioni più o meno occulte. Le dinamiche operative di queste organizzazioni si identificavano nei tre princìpi fondamentali:
1) infiltrazione a sinistra e creazione di gruppi extraparlamentari di orientamento maoista.
2) attentati da attribuire alla sinistra.
3) collaborazione militari e civili.
Ad orchestrare il tutto provvedeva una falsa agenzia di stampa di Lisbona, I'Aginter Press, guidata dal fantomatico Yves Guérin Serac, in stretto contatto coi servizi segreti occidentali e soprattutto con la CIA.
Braccio destro di Guérin Serac era l'ex-Waffen SS francese Robert Leroy, collaboratore della struttura NATO. La realizzazione delle strategie della guerra non ortodossa si concretizza inizialmente con l'infiltrazione a sinistra e la creazione di gruppi «nazi-maoisti».
Questo lo fa Robert Leroy, infiltrato nei movimenti filo-cinesi europei e molto vicino alla rappresentanza diplomatica della Cina a Berna, lo fa Mario Merlino, uomo di Stefano Delle Chiaie, che ritornato da un viaggio in Grecia si scopre improvvisamente anarchico; contemporaneamente la cellula padovana di Freda e Ventura entra in contatto con un certo Alberto Sartori, ex-comandante partigiano delle brigate Garibaldi, esponente di spicco del Partito Comunista d'Italia marxista-leninista (finanziato direttamente dalla CIA, la quale era a conoscenza dei nomi degli aderenti ancor prima della costituzione del movimento).
Questa strategia va ricondotta all'attività della CIA che in quell'epoca aveva lanciato «... una vasta operazione di controllo degli ambienti liberali e di sinistra americani (denominata MH-Chaos) che, in una delle sue ramificazioni (Project-2), prevede l'infiltrazione negli ambienti maoisti negli Stati Uniti e all'estero. Responsabile di tale operazione altri non è che James Jesus Angleton (intimo di Junio Valerio Borghese, N.d.R.), capo del controspionaggio della CIA e mentore americano di D'Amato». [1]
Ed in Italia è proprio D'Amato, a capo dell'Ufficio Affari Riservati del Viminale che elabora ed ordina I'«operazione manifesti cinesi» portata a compimento tramite Mario Tedeschi (agente del Counter Intelligence Corps) dagli uomini di Stefano Delle Chiaie.
D'Amato (non dimentichiamoci la sua sovrintendenza alla segreteria speciale Patto Atlantico e all'Ufficio di Sicurezza Patto Atlantico a Bruxelles, oltre alla presidenza onoraria del club di Berna) è un uomo-chiave per comprendere i retroscena degli «anni di piombo» ed in particolare per la strage alla Banca Nazionale dell'Agricoltura, ove risulta ampiamente coinvolto l'Ufficio Affari Riservati del Viminale, così come emerso anche dalla dichiarazione del generale Aloja, capo di Stato Maggiore della Difesa alla fine degli anni '60: «L'attentato di Piazza Fontana è stato in qualche modo organizzato dall'Ufficio Affari Riservati del ministero degli Interni. Il SID si adoperò per coprire tutto». [2]
Subitaneamente, dopo l'attentato che avrebbe dovuto essere seguito da una manifestazione a Roma, doveva verificarsi la proclamazione dello stato di emergenza da parte del ministro dell'Interno Mariano Rumor, il quale però disattese le aspettative.
Questo cambio repentino lo rese aspramente inviso ai «neofascisti atlantici di servizio» che progettarono di eliminarlo, così come confermato da Vincenzo Vinciguerra: «Proprio nel giugno o nel settembre del '71 Zorzi mi propose di uccidere Mariano Rumor. E senza nessun acume psicologico, mi garantì l'appoggio della scorta del Presidente del Consiglio. Per uno che si considera in lotta contro lo Stato, di destra o di sinistra, sentirsi chiedere una cosa del genere, con l'appoggio della scorta, è quantomeno singolare«. [3]
AI rifiuto di Vincenzo Vinciguerra si tentò di ripiegare qualche tempo dopo con l'azione dell'«anarchico» del SID Gianfranco Bertoli (addestrato nei kibbutz sionisti) che lanciò una bomba davanti alla questura di Milano durante una visita di Rumor. Ritornando all'attentato del 12 dicembre 1969, secondo copione, le indagini vennero guidate immediatamente verso sinistra, più precisamente tra gli anarchici, tra cui come capro espiatorio fu carpito un certo Valpreda, del "Circolo 22 marzo", formato guarda caso da Mario Merlino. In un secondo momento si tentò di far ritrovare alcuni timers, della medesima tipologia di quelli utilizzati a Piazza Fontana, nei pressi di una residenza dell'editore di sinistra Feltrinelli.
Il supporto logistico a quest'operazione venne fornito dal gruppo milanese "la Fenice" di Giancarlo Rognoni, collegato con il gruppo di Ordine Nuovo del Triveneto, da cui provenivano i timers acquistati da Freda e destinati, secondo le sue deposizioni, ad un fantomatico e mai esistito capitano Hamid dei servizi segreti algerini. La pista esatta fu indicata da un rapporto del SID del 16-12-1969, reso noto solo recentemente ai magistrati, in cui venivano citati i nomi di Guérin Serac, Robert Leroy e Stefano Delle Chiaie.
In realtà il SID, in compagnia dell'Ufficio Affari Riservati del Viminale,e dell'Arma dei carabinieri, si adoperò alacremente affinchè non venisse minimamente sfiorata ed ipotizzata la reale identità dei principali responsabili della strage, individuabili tra le fila dei servizi italiani e statunitensi in Italia. È la prima volta, grazie al lavoro del giudice istruttore Guido Salvini e all'opera di Calvi-Laurént che emergono alla luce i compromettenti e squallidi rapporti organici intessuti tra membri di Ordine Nuovo ed apparati di intelligence statunitensi.
Ordine Nuovo è «... una delle organizzazioni di destra caratterizzata dalle più vaste collusioni con gli apparati dello Stato e dalla presenza di elementi dipendenti o a vario titolo in contatto con i Servizi di Sicurezza. (...) Nonostante le proclamate finalità antiborghesi e anticapitaliste, si nota tuttavia intorno all'organizzazione un ritegno a portare l'attacco contro lo Stato come se dovesse comunque prevalere il ruolo di difesa dello Stato contro le forze della sovversione comunista, ruolo che comporta una ben precisa empatia con settori dei pubblici Apparati e con i fautori di uno Stato forte e semplicemente reazionario e non organico e nazista». [4]
Quando Pino Rauti ammette in alcune sue interviste che è probabile (sic!) che alcuni neofascisti siano stati manovrati dai Servizi di Sicurezza, non ammette che tutto ciò è stato possibile poichè a capo di questi uomini vi era lui, che fin dall'inizio coi servizi vi ha collaborato in maniera organica e ininterrotta. «Una collaborazione che risale all'estate del 1966, quando l'ammiraglio Henke assume la direzione del SID, che manterrà fino all'autunno del 1970. È a quest'epoca che Pino Rauti, allora capo di Ordine Nuovo, diviene uno dei principali informatori del servizio, anzi, uno dei più stretti collaboratori del suo capo». [5]
Agente del SID era anche Guido Giannettini, vicino alla cellula di Freda e Ventura, così come lo stesso Ventura, così come Gianni Casalini, facente sempre parte del gruppo di Padova. Il SID fu appunto la struttura che si attivò per depistare le indagini e proteggere i neofascisti, come palesato dall'operato del generale Maletti, ex-capo dell'Ufficio "D", e del suo vice capitano La Bruna, attivati per permettere la fuga a Freda e a Ventura dal carcere di Catanzaro.
Uomo vicino ai Servizi risulterebbe anche lo stesso Delfo Zorzi, indicato come esecutore materiale della strage.
Racconta Vincenzo Vinciguerra: «Un episodio centrale a riprova dei collegamenti fra elementi di Ordine Nuovo del Veneto e apparati dello Stato è rappresentato dall'arruolamento di Delfo Zorzi da parte dell'allora questore di Venezia Elvio Catenacci, così come me lo ha raccontato Cesare Turco. (...) Catenacci chiese quindi a Zorzi di scegliere di aderire a questa battaglia anticomunista alle dipendenze di un apparato dello Stato oppure no. Dagli avvenimenti successivi è ovvio constatare che Delfo Zorzi, pur restando ufficialmente un militante neonazista, si inserì nell'apparato informativo del Ministero dell'Interno (più precisamente in contatto con il viceprefetto Antonio Sampaoli Pignocchi, capo ufficio stampa del Viminale, N.d.R.)». [6]
Ancora Vinciguerra: "Ho sempre segnalato nel gruppo di Ordine Nuovo in Veneto la presenza di elementi inseriti negli apparati dello Stato. Rammento Delfo Zorzi e chiedo che sia approfondita la sua posizione anche alla luce della concessione, da parte del ministero degli Esteri, di un passaporto diplomatico». [7]
In ottimi rapporti con Zorzi era Carlo Digilio, agente CIA di stanza in Veneto, nome in codice Erodoto, specialista in armi e subordinato a Sergio Minetto, referente CIA per il Triveneto. Di questo ambiente facevano parte anche Marcello Soffiati e il professor Lino Franco, uomo della CIA ed elemento del gruppo Sigfried. Questi personaggi erano contemporaneamente militanti delle organizzazioni di estrema destra e agenti della CIA. Nel primo ruolo partecipavano all'organizzazione degli attentati, nel secondo scrivevano diligentemente le relazioni di servizio. Un ruolo preponderante di collegamento civili-militari in ambito NATO fu ricoperto dai Nuclei di difesa dello Stato, organizzati dallo Stato Maggiore dell'Esercito, come organizzazione paramilitare clandestina organica alla rete Gladio, con l'obiettivo di impedire l'espansione comunista e in caso di atto di forza comunista o di conflitto militare con i sovietici, costituire l'ossatura della resistenza. Per questi compiti furono appunto arruolati, a fianco dei militari, elementi di estrema destra, di sicura fede anticomunista, così come auspicato dalla direttiva del generale Westmoreland emanata nel 1963 quando secondo la quale «il comunismo doveva essere fermato ad ogni costo, in Italia furono formate le Legioni dei Nuclei di difesa dello Stato e la scelta strategica fu quella di contattare ed avvicinare, ad opera della rete informativa americana, tutti gli elementi di destra che fossero in qualche modo disponibili a questa lotta e coordinarli». [8]
Ora, alla luce di quanto analizzato molti altri elementi potrebbero fungere da supporto a quanto da sempre il mensile "Avanguardia" continua ad affermare, ovvero che la strage di Stato del 12 dicembre 1969 vede responsabili I'Aginter Press, un'agenzia di copertura della CIA; l'Ufficio Affari Riservati del Viminale, quindi il ministero degli Interni, I'Ufficio "D" del SID e l'Arma dei carabinieri, con competenze di depistare le indagini successive alla strage, ma soprattutto, ed è quello che vogliamo maggiormente evidenziare, la partecipazione di esponenti del «neofascismo atlantico di servizio», legati alla cellula Veneta di Ordine Nuovo, ligi ad espletare le strategie approntate in ambito NATO e presso i servizi di sicurezza occidentali.
Manuel Negri

Note:

1 ) Calvi-Laurént, "Piazza Fontana. La verità su una strage", Mondadori 1997, p. 106;
2 ) A. e G. Cipriani, "Sovranità limitata", Ed. Associate, Roma 1991, p. 121‑122,
3 ) "Lo stragismo di destra al servizio dello Stato e dei servizi segreti", di M. Notarianni, su "Liberazione" del 25 marzo 1997;
4 ) Calvi-Laurént, op. cit. pp. 30‑31;
5 ) ibidem, p. 127;
6 ) ibidem, p. 55;
7 ) cfr. il "Resto del Carlino" del 17 giugno 1997;
8 ) Calvi‑Laurént, op. cit. pp. 273‑274.


 

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MessaggioInviato: Mar Giu 25, 2013 11:06 am    Oggetto:  
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Interessante recensione. Ció detto va specificato che lo sfruttamento dei radicasti di destra è potuto avvenire proprio perché si faceva leva su un generico sentimento anticomunista. E su una totale ignoranza del Fascismo. Evidente anche nelle dichiarazioni sopra citate. I "traditori" sarebbero tali non tanto perché hanno tradito e deformato il fascismo per interessi stranieri e plutocratici, quanto perché avrebbero prestato i loro servizi a uno stato borghese piuttosto che nazista! O simpatizzante tale. È questo il motivo per cui sono stati e sono strumentalizzati. Perché possono essere usati facilmente. E anche se dovessero rendersene conto, come nel caso di Vinciguerra, possono essere abbandonati perché ...radicalisti di destra! Anche nell'abbandono il loro ruolo non si esaurisce. Le verità che dicono mancano della prova ultima e anche quando certe inchieste o certi libri, come quello di Silvestri, fanno luce, vengono fatti sparire. Come nel caso presente. Ovviamente la pantomima democratica deve proseguire. Dunque pro forma bisogna far credere che tutte le voci possano esprimersi...salvo poi far sparire quelle sgradite.
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MessaggioInviato: Mer Giu 26, 2013 6:17 pm    Oggetto:  
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...in un modo o nell'altro siamo riusciti a procurarci una copia del libro, se risulterà davvero interessante come lascia trapelare la recensione, faremo in modo di mettere a disposizione dei nostri utenti le parti più interessanti. Wink
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MessaggioInviato: Dom Lug 07, 2013 7:52 pm    Oggetto:  
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...ed ecco intanto il documentario realizzato su Federico Umberto D'Amato, capo dell'Ufficio Affari Riservati, amico e fiduciario di James Angleton e della C.I.A. ,l'uomo chiave dell' "Operazione Chaos" e della Strategia della tensione in Italia ...l'eminenza grigia della repubblica antifascista creata dagli Stati Uniti... il gastronomo del viminale!
Gurdatelo, al di là delle considerazioni di Minoli, risulta molto istruttivo!

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MessaggioInviato: Lun Lug 15, 2013 11:39 pm    Oggetto:  
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A me è piaciuto molto il film "Romanzo di una strage", a proposito di questi tragici fatti. L'ho trovato un film bello e coraggioso.
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MessaggioInviato: Sab Set 07, 2013 12:49 pm    Oggetto:  
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(estratto da F.Calvi – F.Laurent, “Piazza Fontana-la verità su una strage”, op. cit. pp. 269 -300)

Allegato 1

Annotazione sulle emergenze investigative relative al coinvolgimento di strutture di intelligence straniere nella cosiddetta “strategia della tensione”*

*Dal Procedimento penale nei confronti di Rognoni Giancarlo e altri. Procedimento penale sulla strage di Piazza della Loggia - Nuovo Rito Raggruppamento operativo speciale carabinieri-Reparto eversione

Annotazioni base 1995-1996

Nell'ambito delle indagini relative al procedimento penale indicato in oggetto, sono emerse una serie di risultanze che inducono a ipotizzare un coinvolgimento di organismi di intelligence straniere in un'opera di infiltrazione dei gruppi di estrema destra italiani in funzione apparentemente non esclusivamente informativa. Tali strutture erano chiaramente organizzate in maniera molto compartimentata, in modo da garantire un alto grado di sicurezza. Ciò ha prodotto elevate difficoltà per la loro individuazione, accentuate altresì dal lungo tempo trascorso. Le indagini sono quindi procedute con lentezza, ma hanno consentito di individuare alcune delle linee dinamiche di funzionamento delle strutture, tali da poter delineare con sufficiente precisione una sorta di organigramma delle reti d'intelligence info-operative. In merito alle modalità di reclutamento si è potuto fare ben poco, ma alcuni elementi portano a ritenere non escludibile che le azioni di controspionaggio condotte dagli anglo-americani (soprattutto anche dal Chief of Station dell'O.S.S. di Roma, James Jesus ANGLETON, artefice anche del noto "Piano CHAOS") per smantellare la "STAY BEHIND" costituita dalla R.S.I., abbiano offerto il destro per convertire delle strutture informative già esistenti, funzionanti e ideologicamente orientate, alla lotta contro il comunismo. A riguardo, anche il noto BONAZZI Edgardo, in uno dei suoi verbali, conferma tali circostanze: "...FUMAGALLI spiegò che intendeva occupare militarmente la Valtellina con i suoi uomini in anticipo rispetto ai piani concordati con gli Americani per la realizzazione delle operazioni militari che avrebbero portato ad una Repubblica Presidenziale. FUMAGALLI ci spiegava che gli Americani ritenevano il nord molto sensibile e ritenevano che il Patto di Varsavia potesse avere nel Settentrione possibilità di successo ... sia VINCIGUERRA che SINATTI mi dissero che il controllo CIA sulle formazioni di destra nasceva da una rete di spionaggio nazista operante nella Repubblica Sociale Italiana, in particolar modo nel Veneto, e che gli americani, in quella regione, riuscirono a convertire quasi completamente. Mi fu esplicitamente accennato che i gruppi stragisti veneti erano sotto il controllo di questa rete CIA operante in Veneto ...". Di notevole importanza è anche l'atto nr.501754 /5 /I del 17.3.1954, esibito dal S.I.S.Mi., con il quale il S.I.O.S. - Esercito informava il S.I.F.A.R. di un implemento dell'apparato informativo statunitense in funzione atlantica anticomunista. Il S.I.O.S. riferiva della costituzione di Centri, già attivi, in Milano, Bolzano e Napoli e, in via di realizzazione, in Venezia, Trieste e Roma. Il Servizio Informazioni dell'Esercito accennava anche a civili e militari, nella "riserva", che avrebbero svolto, più o meno, attività informativa al soldo degli Americani. Tra questi, sulla piazza milanese, compaiono alcuni ignoti civili in servizio presso Enti Americani su Verona, selezionati in base ad informazioni fornite dalle Questure. È intuibile come condurre una «guerra non ortodossa» nei confronti dei promotori e sostenitori dell'ideologia marxista-leninista potesse trovare un fertile terreno nell'ambiente degli appartenenti alla R.S.I. il cui credo politico era evidentemente anticomunista. Appare logico ritenere, infatti, che nella pianificazione alleata dell'occupazione italiana, si sia tenuto conto della necessità di reclutare immediatamente soggetti da inserire in reti di intelligence da lasciare al momento del ritiro dal territorio delle armate liberatrici. Nella presente annotazione si fa riferimento a due reti, una operativa e l'altra informativa; è anche probabile che le interconnessioni fossero tali da realizzare, in pratica, una sorta di sovrapposizione info-operativa, tuttavia ci si è voluti attenere alla distinzione operata dal DIGILIO Carlo nel verbale del 6.4.1994 e nei successivi. Nulla toglie che esistessero, come è più probabile, due distinte reti spionistiche, l'una con maggiori proiezioni operative dell'altra, oppure che il DIGILIO abbia voluto dipingere la propria come meno operativa per allontanare da sé più pesanti responsabilità penali. […] Come si vedrà più avanti, si è scelto di parlare di reti C.I.A. / N.A.T.O. perché, se è vero che DIGILIO ha sempre parlato di C.I.A., tranne nella microfonazione dell'incontro avvenuto in data 2.2.1996 con il MAGGI Carlo Maria, ove dice di aver lavorato per la N.A.T.O., i riscontri operati e, comunque, le stesse persone alle quali si rapportava il DIGILIO, hanno portato le investigazioni in direzione Atlantica. Anche sotto l'aspetto prettamente logistico, bisogna considerare che il miglior posto ove in ipotesi collocare un agente C.I.A. clandestino era certamente da ricercare all'interno delle varie basi N.A.T.O., sia per l'ottima copertura che offrivano ad un cittadino statunitense in territorio italiano e sia per la loro concentrazione (come basi e siti) nel Triveneto, luogo chiave per la creazione di reti informative. La presente annotazione è stata quindi articolata in capitoli dedicati agli appartenenti alle due citate reti, chiamati o meno in causa dal collaboratore DIGILIO Carlo, ove sono illustrati gli elementi raccolti nell'inchiesta. Non sempre è stato possibile, ove non si è avuta testimonianza specifica, inquadrare un soggetto in un contesto informativo o operativo.

1. DIGILIO MICHELANGELO (Deceduto)
Ruolo: Fiduciario statunitense
Criptonimo: Erodoto

DIGILIO Michelangelo era il padre del collaboratore Carlo. Durante il secondo conflitto mondiale prestò servizio nella Guardia di Finanza con il grado di Tenente. Nel corso della guerra di liberazione, rientrando dalla Grecia, collaborò con formazioni di «partigiani bianchi» della "Brigata BIANCOTTO" e divenne componente di un direttivo composto da sei persone volontarie facenti parte del Comitato di Liberazione Nazionale di Venezia. Partecipò quindi alla liberazione di Venezia ed al disarmo e alla conseguente cattura della guarnigione tedesca di stanza a Venezia. Successivamente, al termine del conflitto, venne arruolato, in circostanze sconosciute ma intuibili per la sua militanza in formazioni di "partigiani bianchi", nell'O.S.S., in qualità di informatore con il nome in codice di "Erodoto". Tale appellativo venne scelto proprio dal Michelangelo in ricordo delle sue prime missioni per conto degli statunitensi compiute in Atene e durante l'attacco tedesco all'isola di Creta. In quell'epoca il DIGILIO aveva fatto in modo, tramite agenti greci, che fosse agevolato il transito senza danni dei sommergibili americani che a Creta dovevano portare in salvo i militari inglesi. Uno dei suoi superiori diretti fu il Capitano David CARRETT della Marina degli Stati Uniti d'America di stanza a Verona presso la base delle F.T.A.S.E. Il figlio Carlo ha dichiarato che fu il Michelangelo a presentarlo al Capitano CARRETT nel 1967 consentendo così di succedergli e di entrare a far parte della rete informativa.


2. DIGILIO CARLO (Vivente)
Ruolo: Fiduciario statunitense
Criptonimo: Erodoto

RAGGIUNTO IN DATA 2.11.95 DA AVVISO DI GARANZIA PER SPIONAGGIO POLITICO E MILITARE

DIGILIO Carlo12 iniziò la sua attività nel 1967 quando subentrò a suo padre Michelangelo nel ruolo di fiduciario C.I.A. nel Veneto. Il nome in codice di "Erodoto", che fu del padre, venne da lui ripreso alla morte di questi. L'attività del DIGILIO Carlo si concretizzò principalmente nel Triveneto anche se non mancarono incarichi per missioni all'estero. Il personaggio era inoltre ben inserito nella struttura ordinovista del Veneto. Il DIGILIO, direttore [sic] del poligono di tiro di Mestre dalla seconda metà degli anni '70 fino alla sua latitanza, nel gruppo veneto era inserito come fiancheggiatore e consulente in virtù della sua esperienza nel campo delle armi e degli esplosivi in genere. Per tale maestria ed anche perché particolarmente affezionato ad una pistola francese di marca "Otto Lebel", il DIGILIO venne soprannominato con l'appellativo "Zio Otto". Da quanto egli ha riferito è stato possibile comprendere che il suo referente C.I.A. era tale MINETTO Sergio, un ex marinaio della Repubblica Sociale Italiana nato a Colognola ai Colli (VR) che il DIGILIO descrive come caporete C.I.A. per il Triveneto. I suoi superiori di nazionalità statunitense inseriti all'interno delle basi NATO furono il Capitano David CARRETT, a suo dire di stanza dal 1966 al 1974 presso la base FTASE di Verona, ed il Capitano Theodore RICHARD, detto Teddy, di stanza dal 1974 al 1978 presso la base SETAF di Vicenza. Entrambi gli ufficiali facevano parte della U.S. NAVY (Marina Militare Statunitense). DIGILIO ci parla anche di un superiore del Capitano RICHARD, un colonnello americano dell'U.S. ARMY, di origine polacca rispondente al nome di Frederick TEPASKI. Tale ufficiale, di stanza in una base N.A.T.O. della ex Germania Federale, a dire del DIGILIO, era un appartenente alla rete d'intelligence della C.I.A. Il suo compito era quello di reclutare uomini. A tuttora non si è ancora riusciti ad identificare compiutamente il TEPASKI. Di lui si parlerà comunque più diffusamente nel capitolo nr.7. Il DIGILIO ha riferito di dipendere informativamente dal Capitano CARRETT ma che, per le sue conoscenze nel campo delle armi, veniva episodicamente sottratto alla Sezione Informativa diretta dal CARRETT, che nulla aveva a che vedere con aspetti politici ma che era destinata a questioni di mera sicurezza militare, per essere impiegato nella sezione ove era inserito il SOFFIATI Marcello del quale non era però in grado di indicare i superiori statunitensi. Fu proprio il CARRETT ad addestrare il DIGILIO all'esecuzione dei pedinamenti con esercitazioni per strada utilizzando degli estranei sia a Verona che a Venezia.» L'attività del DIGILIO quindi si alternò fra l'infiltrazione in Ordine Nuovo, della quale riferiva al MINETTO e le sue missioni info-operative in Italia ed all'estero, di cui riferiva al SOFFIATI ed al FRANCO Lino. Fu proprio questo duale impiego che creò al DIGILIO dei problemi collocandolo nella pericolosissima situazione di una fonte informativa facente parte di una sezione non operativa che, per motivi di perizia nel campo delle armi e degli esplosivi, era dovuto entrare in contatto con una sezione operativa, della quale nulla doveva sapere. Riguardo al MINETTO Sergio, il DIGILIO ha dichiarato in uno dei suoi verbali che, oltre ad essere il suo capo, questi era il referente della C.I.A. per il Triveneto, cioè il fiduciario al quale facevano capo tutti gli informatori stanziati in quella regione geografica. Così come gli ufficiali americani che avevano reclutato e gestito il DIGILIO Carlo facevano capo alle basi N.A.T.O. dislocate nel Veneto, anche il MINETTO era uso frequentarle, secondo il DIGILIO. [...] Sempre secondo il DIGILIO, il MINETTO si recava periodicamente presso la base FTASE di Verona, solitamente utilizzando una bicicletta o recandovisi a piedi visto che non vedeva di buon occhio l'uso dell'auto. In una occasione il DIGILIO ha affermato di essersi recato presso la base F.T.A.S.E. di Verona, unitamente al SOFFIATI Marcello. Entrambi furono agevolati all'ingresso dal BANDOLI Giovanni che garantì per loro. Il DIGILIO ha anche narrato di numerosi incontri avvenuti fra il gruppo ordinovista veneto ed il MAGGI Carlo Maria, avvenuti presso la trattoria gestita dai SOFFIATI a Colognola ai Colli. In particolare risultano interessanti i rapporti fra il MINETTO Sergio ed il MAGGI Carlo Maria. Infatti in tale contesto si inserisce un episodio narrato negli ultimi tempi dal DIGILIO Carlo e relativo a tali rapporti che erano, a detta del DIGILIO, molto stretti e caratterizzati dalla dipendenza del MAGGI che si era reso disponibile a rispettare le direttive impartite dagli statunitensi attraverso il MINETTO. Il DIGILIO ha affermato che, "...quando nel 1963 il Generale WESTMORELAND emanò una direttiva secondo la quale il comunismo doveva essere fermato ad ogni costo, in Italia furono formate le Legioni dei Nuclei di Difesa dello Stato e la scelta strategica fu quella di contattare ed avvicinare, ad opera della rete informativa americana, tutti gli elementi di destra che fossero in qualche modo disponibili a questa lotta e coordinarli. Persone come il Dr. MAGGI, quindi, pur non entrando certo a far parte direttamente della struttura americana, ne costituirono la connessione con l'ambiente esterno. La direttiva era di non tralasciare di informare gli americani di qualsiasi situazione, come movimenti di armi ed esplosivi o attentati, che in qualche modo avessero rilevanza. ... Tale attività di controllo era svolta personalmente da MINETTO che, sul piano organizzativo, era un personaggio di alto livello. MINETTO e MAGGI si incontravano molto spesso sia a Colognola ai Colli, in trattoria o a casa di Bruno SOFFIATI, sia a Verona, nell'appartamento di Marcello SOFFIATI in via Stella nr.13, sia a Venezia." Il DIGILIO stesso vide MAGGI e MINETTO insieme circa una decina di volte, anche all'interno di una pizzeria di via Mazzini a Verona, non distante da via Stella. Inoltre, dieci giorni prima della strage di Piazza della Loggia a Brescia, si incontrarono presso la trattoria di Colognola ai Colli, i due SOFFIATI, DIGILIO, MINETTO ed il Dott. MAGGI. Ad un certo punto della cena il MAGGI, in rispetto di quei doveri di informazione che aveva nei confronti del MINETTO, annunciò che di lì a pochi giorni ci sarebbe stato un grosso attentato terroristico.
[...]

3. FRANCO LINO (deceduto)
Ruolo: Fiduciario statunitense con responsabilità di caporete
Criptonimo: Sconosciuto

FRANCO Lino è stato uno dei fiduciari degli statunitensi nell'ambito della rete operativa. Il DIGILIO lo indica come un informatore della C.I.A. attribuendogli anche un doppio ruolo, quello di appartenente al cosiddetto "Gruppo Sigfried". Arruolatosi nelle file della R.S.I. dopo 1'8 Settembre del '43, venne inquadrato, a dire della moglie, nel Battaglione "BARBARIGO" della Divisione "Decima M.A.S", il primo ad entrare in combattimento contro gli Alleati. Partecipò quindi sul fronte meridionale alle battaglie di Anzio e Nettuno fino a quando il suo Reparto non venne travolto dagli Angloamericani e lui si trovò sbandato. Riuscì a rientrare in Veneto ma a Padova venne fatto prigioniero dagli Americani. Da questo punto la sua storia si fa nebulosa al punto che nemmeno la moglie è riuscita a ricostruire precisamente le sue vicende. Secondo DIGILIO il FRANCO combatté la battaglia di Cassino a fianco dell'Alleato Germanico giungendo persino, a soli 17 anni, a dare consigli sulle modifiche da apportare ad una mitragliatrice aeronautica di fabbricazione tedesca convertita per l'impiego terrestre con l'adozione di calciolo e bipiede, la MACHINE-GEWEHR 15. Per tale abilità nel maneggio e nella costruzione delle armi, venne immediatamente notato dagli Americani quando lo fecero prigioniero. Questi non si fecero scappare l'occasione di cooptare l'uomo giungendo, sempre secondo il DIGILIO, ad arruolarlo quale fonte info-operativa affidandogli il compito di lavorare leghe metalliche per elicotteri ed aerei all'interno di un capannone industriale sito nei pressi di Monfalcone ed in altro nei pressi di Trieste. In questo compito venne coadiuvato anche dal MINETTO Sergio, a quel tempo già fonte C.I.A., che grazie alla sua attività in proprio poteva spostarsi facilmente ed occuparsi del trasporto dei pezzi lavorati dal FRANCO. Tutto ciò avvenne, secondo il DIGILIO, a partire dalla seconda metà degli anni '50. Si è avuto soltanto qualche parziale riscontro a tale fase della vita del FRANCO. Sua moglie riferisce gli avvenimenti in modo chiaramente diverso dal DIGILIO, ma, per certi versi coincidente.26 [...] Secondo il DIGILIO, il Sergio MINETTO aveva fatto vari viaggi in Grecia, intorno al 1970, per i suoi contatti politici. In quell'epoca infatti era al potere, in Grecia, il regime dei Colonnelli. In occasione di questi viaggi aveva saputo che il Prof. FRANCO Lino aveva inviato, tramite il Porto di Venezia, armi al generale GRIVAS di Cipro ed il MINETTO lo aveva quindi ammonito a stare molto attento ad operazioni del genere e ad attenersi comunque alle disposizioni. Le armi che FRANCO aveva mandato a Cipro erano quelle che il "Gruppo Sigfried" ancora conservava nei depositi di Pian del Cansiglio ove dei reparti scelti della Decima MAS avevano fermato il Corpo d'Armata titino che minacciava l'Italia . Riguardo alla sua attività nell'ambito della rete clandestina, al FRANCO venne affidato, dai suoi superiori della rete, il delicato incarico di tenere sotto controllo i movimenti e le iniziative del noto Giovanni VENTURA. Il FRANCO, a dire di DIGILIO, pensò inizialmente di affidare la missione di infiltrazione al SOFFIATI Marcello, ma poi, per non esporlo, visto che era noto per le sue simpatie di destra, in una operazione di contatto con una persona il cui credo politico in pubblico era dubbio, scelse proprio il DIGILIO. [...]

4. GUNNELLA PIETRO (deceduto)
Ruolo: Fiduciario
Criptonimo: Il Professore

Il ruolo di GUNNELLA Pietro non è stato ancora ben chiarito. Il DIGILIO Carlo ha infatti riferito che il suo compito era quello di fungere da raccordo fra i vari componenti della rete informativa, procurano appuntamenti e fungendo praticamente da quella che, in gergo, viene detta "buca della posta". Infatti quando un membro dell'organizzazione aveva bisogno di contattarne un altro, inviava al GUNNELLA un biglietto su cui veniva riportato l'appuntamento da effettuarsi. Il Professore provvedeva quindi ad inoltrare il biglietto al destinatario. Per tali motivi è chiaro che il Professore doveva offrire elevate garanzie di sicurezza essendo ovviamente a conoscenza dei nominativi e della dislocazione della maggior parte degli appartenenti alla rete. Tale sistema era particolarmente utilizzato per città di limitate dimensioni, quali Verona o Vicenza, ove non era facile evitare di farsi notare, mentre a Venezia DIGILIO, SOFFIATI ed il CARRETT Si potevano incontrare direttamente senza timore di essere notati in luoghi di grande affluenza turistica. [...] Da rilevare che il DIGILIO indica il Professor GUNNELLA anche come il "contatto" fra MINETTO Sergio ed il noto Colonnello Amos SPIAZZI, che in quel periodo era il responsabile del "Nucleo di Difesa dello Stato" di Verona, nonché fra questi ed il noto Elio MASSA-GRANDE. DIGILIO dichiarò che fu il SOFFIATI Marcello a fargli il nome del GUNNELLA quale uomo di contatto della rete. Il SOFFIATI disse inoltre al DIGILIO che "il professore" manteneva i contatti, oltre che tra gli agenti statunitensi e le persone da loro dipendenti, anche tra questi ed estremisti di destra a loro collegati, anche latitanti e situati all'estero. [...] Il figlio del professor GUNNELLA, Giovanni, nato a Verona il 17.10.61 e residente a Firenze, viene citato quale attore di una conversazione telefonica circa il "terzo uomo" del GRUPPO LUDWIG di Verona all'interno della sentenza ordinanza pronunciata dal Giudice Istruttore di Bologna, Dott. Leonardo GRASSI, in data 2.4.90, contro l'organizzazione di estrema destra denominata "RONDE PIROGENE ANTIDEMOCRATICHE" attiva negli anni '80 (1987 - 1990). Dalla lettura della sentenza emergono contatti tra le "RONDE" ed i "NUCLEI SCONVOLTI PER LA SOVVERSIONE URBANA", nonché l'eversione di destra veronese. Come si legge alla pagina 5 della sentenza, la filosofia delle "RONDE" viene illustrata nel documento "Piro acastasi", redatto da TUBERTINI Luca, estremista in stretto collegamento con TOFFALONI Marco, materiale detentore del documento. Questo si ispira alla teoria del fuoco purificatore che presenta alcuni punti in comune con l'ideologia della setta "ANANDA MARCA". Benché lo stesso Giudice Istruttore affermi che, nonostante le analogie, non vi sono elementi per ritenere che la strategia piromane delle "RONDE" e dei "NUCLEI" sia maturata nella setta, va tenuto conto che essa è stata redatta nel 1990 e non ha quindi potuto usufruire degli elementi, successivamente emersi, e del ruolo, ora da sottoporre a nuova attenzione, del figlio di un presunto agente C.I.A. all'interno di una formazione eversiva, anche se, certamente, di secondo piano. [...] Molte delle persone coinvolte nel procedimento relativo alle "RONDE" appartengono all'organizzazione "ANANDA MARCA", struttura con estensione in vari Paesi ed obiettivi non soltanto filosofici e religiosi, ma anche rivoluzionari, con una struttura formata non soltanto di monaci ed adepti, ma anche da un servizio d'ordine e da regole molto rigide, di carattere quasi militare, cui erano costretti a sottoporsi gli adepti, con una simbologia nazista ed una partecipazione molto vasta di ex appartenenti all'organizzazione neo fascista di carattere eversivo, denominata ORDINE NUOVO. Questo Reparto, a fronte della emersa centralità strategica dal punto di vista della penetrazione informativa statunitense in Italia, della città di Verona, in relazione alla presenza del figlio del GUNNELLA nelle "RONDE", in virtù dei legami emersi tra Ordine Nuovo e Ananda Marca, nonché del fatto che il TUBERTINI Luca ed il TOFFALONI Marco sono stati chiamati in causa dal noto ALBERTINI Giampaolo come coinvolti nella strage di Bologna, ha inteso verificare, con richiesta decontestualizzata, la presenza di ANANDA MARCA negli Stati Uniti d'America ed approfondire, alla luce delle ultime acquisizioni, le dichiarazioni del FISANOTTI. Interpol Washington si limitava, essendo stata decontestualizzata la richiesta, a riferire che la setta religiosa denominata "ANANDA MARCA" era a loro nota per "... essere stata segnalata diverse volte per reati violenti ed altri reati...". [...]

5. CARRETT DAVID(sconoscesi esistenza in vita)
Ruolo: Agente operativo statunitense
Criptonimo: forse Davide

Il Capitano David CARRETT della Marina degli Stati Uniti d'America, (secondo il DIGILIO), prestò servizio presso la base F.T.A.S.E. di Verona dal 1965 al 1974, quando venne sostituito dal Capitano RICHARD CARRETT fu il reclutatore del DIGILIO Carlo che lo aveva conosciuto quando suo padre era ancora vivo, poiché era stato proprio lui a presentarglielo. DIGILIO chiamava convenzionalmente il Capitano con il nome di "Davide". Fu proprio questi ad addestrarlo a servizi di pedinamento ed osservazione ed in genere alla raccolta di informazioni, utilizzando, per questo scopo addestrativo, semplici passanti in Verona. A tutt'oggi non è stato possibile identificare compiutamente il CARRETT del quale si sconosce anche l'attuale domicilio. L'unico dato importante sul suo conto viene dal PERSIC Dario che è riuscito a fornire anche una fotografia dell'Ufficiale Americano. "CARRETT era un uomo alto circa un metro e 85, robusto, con i capelli biondi tendenti al rossiccio, di tipico temperamento gioviale come molti americani. Portava spesso occhiali da sole di varie gradazioni, credo che fosse sposato."; questa è la descrizione fornita dal DIGILIO del suo superiore. Per contattare il DIGILIO a Venezia, il CARRETT lasciava o faceva mettere un bigliettino nella sua cassetta della posta a S. Elena. Alcune volte non c'era bisogno di questo espediente perché i due si davano un appuntamento direttamente da una volta all'altra, soprattutto in occasione di festività. Il DIGILIO ha riferito anche un particolare molto importante relativo ai superiori del CARRETT. Egli infatti udì più volte l'ufficiale fare riferimento ad un ammiraglio molto importante che si chiamava Samuel GRAHAM e che tra il 1974 ed il 1976 era diventato famoso nel suo ambiente poiché, tramite batiscafi o sottomarini in grado di scendere molto in profondità, era riuscito a recuperare delle parti di un sommergibile nucleare sovietico affondato nell'Atlantico. Fra queste anche tre missili con testata nucleare ed i codici cifrati che permettevano al sottomarino di comunicare con le basi navali sovietiche. Fino ad ora non si è riusciti ad identificare compiutamente il GRAHAM. Il DIGILIO ha riferito di dipendere informativamente dal Capitano CARRETT ma che, per le sue conoscenze nel campo delle armi, veniva episodicamente sottratto alla Sezione Informativa diretta dall'ufficiale, che nulla aveva a che vedere con aspetti politici ma che era destinata a questioni di mera sicurezza militare, per essere impiegato nella sezione ove era inserito il SOFFIATI Marcello del quale non era però in grado di indicare i superiori statunitensi. Il SOFFIATI conosceva il CARRETT e forse anche il suo successore Capitano Teddy RICHARD. Delle conferme ci vengono dall'esame del PERSIC Dario. Questi ha riferito che il CARRETT gli venne presentato dal BANDOLI Giovanni nel 1974 circa. Era sposato con una donna americana e la descrizione fornita dal PERSIC dell'ufficiale si avvicina molto a quella data dal DIGILIO. In quella occasione il CARRETT venne presentato anche al SOFFIATI Marcello che poi divenne suo amico. Il PERSIC Dario ha riferito che il BANDOLI usava chiamare tutti gli americani con il nome di Charlie Smith e questo avvenne anche con il CARRETT. Il CARRETT fu anche l'ideatore ed il promotore dell'esercitazione "Delfino sveglio" o "Delfino attivo" della quale si parlerà più diffusamente nel seguente capitolo dedicato al suo successore, il Capitano Teddy RICHARD, il quale subentrò anche nella conduzione di tale operazione. Il CARRETT fu notato da Enzo VIGNOLA presso il bar Boomerang corrente in via Colombo di Verona, unitamente al noto BANDOLI e ad un suo amico, tale ARCANGELI Leale. Il VIGNOLA però lo conobbe con I' alias di "CHARLIE" e lo vide quella sola volta alla guida di una BUICK con targa AFI.

6. RICHARD THEODORE detto TEDDY (sconoscesi esistenza in vita)
Ruolo: Agente operativo statunitense
Criptonimo: forse Riccardo

Il Capitano RICHARD Teddy, del quale peraltro si sconosce ogni dato anagrafico, sarebbe stato l'ufficiale che sostituì, nel 1974, David CARRETT' alla guida della rete informativa statunitense. Anch'egli faceva parte della Marina Militare Statunitense ma, anziché a Verona, egli era di stanza presso la base SETAF di Vicenza. Il DIGILIO ha riferito che quest'uomo, da lui chiamato convenzionalmente "Riccardo", lo fece partecipare all'operazione "Delfino Sveglio" o "Delfino Attivo", che aveva lo scopo di verificare e valutare le capacità di vigilanza e la reattività della flotta sommergibilistica italiana mediante attivazioni e provocazioni non comunicate preventivamente alla Marina Italiana. Tali attivazioni venivano eseguite mediante motoscafi, fregate e corvette statunitensi che trainavano frammenti metallici abbastanza grandi da provocare delle reazioni nelle apparecchiature di difesa dei sommergibili, nonché degli apparati in grado di registrare gli echi sonar ricevuti ed emessi dai sommergibili. Il DIGILIO riferisce di aver partecipato personalmente ad una di queste operazioni insieme al Capitano CARRETT, al BANDOLI ed al SOFFIATI. DIGILIO sostiene che l'operazione definita "Delfino Attivo" sia stata una creazione del CARRETT dal quale il RICHARD l'aveva poi ereditata; questo particolare è circostanziato da un episodio riferito dal DIGILIO che vide ed udì il CARRETT rimproverare il RICHARD per non aver ben condotto una parte dell'operazione. CARRETT infatti teneva molto all'operazione che considerava come una sua creatura. Il RICHARD conosceva anche il SOFFIATI ed il BANDOLI in quanto spesso questi ultimi, insieme al DIGILIO, Si incontravano in Verona e Vicenza con il RICHARD. Quando questi venne trasferito nel Bosforo, nel 1978, il DIGILIO si rifiutò di seguirlo cessando, di fatto, la propria attività per la C.I.A. Il PERSIC Dario ricorda di aver conosciuto presso il ristorante del SOFFIATI un soldato americano che si faceva chiamare Terry. È molto probabile che si tratti della stessa persona e che il lungo tempo trascorso abbia modificato l'esatta dizione del nomignolo del RICHARD nei ricordi del PERSIC. Da notare che il noto SPIAZZI Amos riferì che un certo Teddy RICHARD era solito vendere e scambiare armi con i noti BESUTTI e MASSAGRANDE e che il DIGILIO ha confermato trattarsi della stessa persona coinvolta in quel traffico di armi. La vicenda della cessione di armi, peraltro nota perché si concluse con la denuncia di RICHARD, BESUTTI, MASSAGRANDE e SOFFIATI Marcello, non fu mai chiarita con precisione. Infatti il fascicolo processuale relativo al procedimento penale, richiesto nel novembre del 1985 dal G.I. Felice CASSON che indagava sulla strage di Peteano, risultava non presente presso la “Pretura di Verona" ed il cancelliere dirigente dell'ufficio non era in grado di spiegarne la mancanza. Gli atti venivano comunque parzialmente ricostruiti dal citato G.I. tramite quelli giacenti presso la D.I.G.O.S. di Verona. Veniva quindi accertato che dalle indagini relative ad una rapina a mano armata avvenuta il 14.4.66, venivano sospettati, quali autori, BESUTTI, SOFFIATI e MASSAGRANDE. Le successive perquisizioni effettuate presso le abitazioni di questi consentivano di rinvenire "...decine di armi, fucili automatici, mitragliatori, bombe a mano,134 saponette di tritolo, micce detonanti alla pentrite e a lenta combustione, detonatori al fulminato di mercurio, T4 e gelatinizzante israeliano". In un appunto trasmesso a questo Reparto dal Dott. SALVINI in data 5.3.96, si legge che il dirigente dell'Ufficio Politico della Questura di Verona, Dott. DE STASIO Lelio, in data 2.11.1974, attivato a seguito di un appunto della G.d.F., prese contatto con il SOFFIATI che gli confidò: "...di aver partecipato, intorno al 1966, con i noti BESUTTI e MASSAGRANDE ed altri, a riunioni che si tenevano in una villetta a San Massimo, nei pressi di Verona. In tali occasioni un sedicente militare americano, tale TED RICHARD, avrebbe scambiato armi da collezione con armi moderne ed efficienti...". Poiché non c'è il riscontro che il RICHARD di cui parla il DIGILIO si identifichi in quello coinvolto nel citato procedimento come da lui affermato, anche se molto probabile, si è chiesto al S.I.S.M.I. di consultare gli archivi in relazione al nome generico "RICHARD", inizialmente riferito dal DIGILIO. L'Ente ha rinvenuto due evidenze d'archivio relative alle sottonotate persone che potrebbero anche identificarsi nell'ufficiale statunitense referente del DIGILIO visto che il grado di Maggiore da esse rivestito, è quello immediatamente successivo a quello di Capitano:
— Major (Maggiore) RICHARD D. FLECK, SFD A, il quale risulta aver partecipato all'esercitazione di evasione-esfiltrazione denominata "ALTANEA II" ITALIA - USA, svoltasi nella zona di Aviano (PN) dal 2 al 16 dicembre 1974; — Major (Maggiore) RICHARD L. MASTERS, il quale risulta aver partecipato ad una riunione preparatoria, tenutasi a Roma dal 4 all'8 maggio 1970 dell'esercitazione ITALIA - USA denominata "SILVER STAR" svoltasi nel Lazio e nel Friuli dal 21 al 28 novembre 1970. Si segnala che è noto che a tale tipo di esercitazioni fra paesi alleati partecipavano, oltre ad appartenenti alle reti "STAY BEHIND" anche dei membri dei servizi di sicurezza.

7.TEPASKI FREDERICK (sconoscesi esistenza in vita)
Ruolo: Agente operativo statunitense con funzioni di coordinamento a livello sovranazionale
Criptonimo: Sconosciuto

Il colonnello Frederick TEPASKI viene indicato dal DIGILIO come il superiore del Capitano Theodore RICHARD. Questo ufficiale superiore sarebbe stato un americano di origine polacca, di stanza in una base N.A.T.O. della ex Germania Federale, ufficialmente dipendente dai Reparti Corazzati dell'U.S. ARMY, ma clandestinamente operante anche in Italia quale agente della C.I.A. Il TEPASKI avrebbe frequentato spesso la trattoria di proprietà del SOFFIATI in Colognola ai Colli (VR) ed in genere tutta la zona veronese. Il suo compito era quello di effettuare una supervisione e reclutare uomini anche offrendo in cambio del denaro. Il DIGILIO sostiene di averlo notato spesso presso l'Arena di Verona e presso il citato ristorante in compagnia del SOFFIATI Marcello e del MINETTO Sergio. Quest'uomo appariva come un "vero duro" di provata fede anticomunista, tanto che era soprannominato tra i suoi amici "Der Wolfe - Il Lupo" per il suo carattere. Il noto CAVALLARO Roberto ha affermato di aver sentito parlare, nell'ambiente ordinovista, di un ufficiale polacco di mezza età sul quale, però, non sapeva dare altre indicazioni.

8.SOFFIATI MARCELLO (deceduto)
Ruolo: Agente operativo
Criptonimo: Sconosciuto

Marcello SOFFIATI era un membro di spicco della rete operativa clandestina operante nel Triveneto. Dapprima, cioè dai primi anni '60, fu una fonte di primaria importanza, poi, nel 1976, divenne un agente operativo a tutti gli effetti. Un suo superiore era il MINETTO Sergio, mentre il suo referente all'interno della FTASE di Verona era il BANDOLI Giovanni. Questi spesso si recava in Colognola ai Colli per far visita al SOFFIATI, unitamente ad altri militari americani e quasi sempre con autovetture con targa A.F.I. Il SOFFIATI aveva anche la possibilità di ingresso alla base essendo dotato di un apposito tesserino di riconoscimento. Di questo e di altro parla a lungo il DIGILIO Carlo nei suoi interrogatori indicandolo quindi come personaggio a cui faceva capo una rete composta non soltanto da cittadini italiani. Il DIGILIO infatti riferisce di un contatto spagnolo del SOFFIATI che indica con il nome di Mariano Sanchez COVISA, personaggio legato, fra l'altro, ai servizi segreti spagnoli ed alla nota "AGINTER PRESSE" essendo il capo del movimento dei "GUERRIGLIERI DI CRISTO RE" che a questa sedicente agenzia di stampa faceva capo. Di tale personaggio ha riferito anche il noto ZAFFONI Francesco descrivendolo come persona di grande intelligenza e di altissimo livello che si muoveva con la massima dimestichezza negli ambienti della sicurezza e dei Servizi spagnoli. L'influenza del COVISA era tale che riuscì a calmare la notevole irritazione del Ministero degli Interni spagnolo per la fabbrica di armi che faceva capo al POMAR Eliodoro. Lo ZAFFONI ha anche riferito che il COVISA si incontrava periodicamente con un americano alto e biondo che diceva essere un ex-berretto verde. Sul conto del COVISA il noto Gaetano ORLANDO ha riferito di averlo conosciuto molto bene durante la sua permanenza in Spagna e di ricordarlo come il capo dei "Guerriglieri di Cristo Re" in stretti rapporti con la Guardia Civil e con personaggi a livello governativo. L'ORLANDO ha riferito inoltre di aver assistito personalmente ad incontri del COVISA con più cittadini statunitensi. In buona sostanza si può affermare che, mentre il MINETTO Sergio era a capo della rete informativa, il SOFFIATI era il maggior responsabile italiano di quella operativa, anche se in una occasione antecedente al 1976, e cioè prima che avvenisse la sua promozione ad agente operativo, il DIGILIO ebbe a riferire alcune importanti informazioni da lui raccolte, direttamente al SOFFIATI anche se non si trattava di attività operativa. Si tratta di una relazione scritta che il DIGILIO ebbe a comporre al suo ritorno da un viaggio in Spagna, nel 1975 o 76, in occasione di una celebrazione commemorativa della scomparsa del Generale FRANCO. Il DIGILIO consegnò la relazione direttamente al SOFFIATI che la fece pervenire ai suoi superiori all'interno della base F.T.A.S.E. di Verona. L'importanza di tale relazione era notevole in quanto contenente delicate notizie sul conto dell'ingegner POMAR Eliodoro e della sua fabbrica di armi, di Stefano DELLE CHIAIE e sulla localizzazione di numerosi personaggi dell'estrema destra in Spagna. Un passaggio estremamente importante da sottolineare parlando del SOFFIATI Marcello è che questi era sicuramente un militante molto ben inserito nel movimento politico Ordine Nuovo, in ottimi rapporti con i noti Carlo Maria MAGGI e Delfo ZORZI. A causa di ciò non è stato possibile discernere con chiarezza quanto delle varie attività del SOFFIATI fosse da attribuire alla sua militanza ordinovista e quanto all'appartenenza alla struttura di intelligence. [...] Un altro personaggio con il quale il SOFFIATI era in contatto e che riferisce interessanti particolari della sua attività è il noto estremista di destra AFFATIGATO Marco. Questi dichiarò a verbale di aver conosciuto il SOFFIATI in carcere e di aver da lui ricevuto confidenza riguardo la sua collaborazione con la C.I.A. Il SOFFIATI, una volta usciti dal carcere, lo mise in contatto con un americano, agente della C.I.A. in Milano, che lo presentò al capo stazione C.I.A. di Parigi, tale George. [...] Questi rapporti del SOFFIATI lo indicano sempre più come un personaggio con possibili agganci in diverse strutture di intelligence (C.I.A. - N.A.T.O. - Servizi Spagnoli). Lo stesso PERSIC Dario fornisce delle dichiarazioni coincidenti con quelle dell'AFFATIGATO anche se molto meno dettagliate poiché egli non era inserito nella rete informativa. PANIZZA Franco ha riferito che entrambi i SOFFIATI asserivano di appartenere alla C.I.A. e frequentavano basi della N.A.T.O. In particolare l'uomo ha ricordato che parlavano più spesso di "Camp Derby" a Livorno che non della SETAF di Vicenza; entrambi dicevano di frequentare la base di Livorno a fine di propaganda e che lì assistevano alla proiezione di filmati. [...]

9.BERTONI GIANCARLO (vivente)
Ruolo: Fiduciario e collaboratore S.I.D.
Criptonimo: Sconosciuto

Il BERTONI Giancarlo venne indicato dal DIGILIO Carlo come persona in contatto con strutture di intelligence italiane e statunitensi nonché in buoni rapporti con il citato SOFFIATI Marcello. Dei primi riscontri sono emersi dalle evidenze fornite dal S.I.S.M.I., anche se molto sommarie in quanto la documentazione del Centro C.S. di Verona riguardante il BERTONI è stata distrutta. Da queste evidenze scaturisce che effettivamente il BERTONI è stato collaboratore del Centro C.S. di Verona "...sino al 197..." e non è dato di sapere l'ultima cifra decimale per la troncatura della fotocopiatura. Ciò conforta circa una collaborazione del BERTONI anche in anni cruciali della strategia della tensione. Altre evidenze del Servizio annotano alcuni viaggi compiuti dal BERTONI in Cecoslovacchia che hanno comportato il contatto fra questi e cittadini Cechi. A seguito della perquisizione operata a suo carico in data 17.5.95, si ebbe un buon riscontro di quanto dichiarato dal DIGILIO. Infatti venne rinvenuta una premura in originale indirizzata al Capo del personale civile della F.T.A.S.E. di Verona e due domande di assunzione presentate da ex-carabinieri che avevano prestato servizio presso la suddetta base N.A.T.O. […] Sulla presunta appartenenza del BERTONI al gruppo SIGFRIED riferita dallo SPIAZZI, una buona conferma viene da alcune dichiarazioni, mai formalizzate, rese dallo stesso BERTONI. Questi affermò di non voler parlare del Gruppo SIGFRIED poiché gli uomini che all'epoca ne tiravano le fila sono gli stessi che attualmente gestiscono i canali americani di accesso in alcuni paesi dell'Est Europeo, ove egli si recava per delle operazioni di intelligence. Aggiunse che egli doveva tutto all'Arma dei Carabinieri e che quindi non avrebbe detto nulla che avrebbe potuto danneggiare l'Istituzione o gli appartenenti ad essa. Soprattutto precisò che gli Americani hanno tuttora dei fortissimi interessi in Italia e che sarebbe stato un suicidio parlare del Gruppo SIGFRIED. Sostenne inoltre che rivangare il passato era un errore e che allora si era ritenuto che solo certe "strategie" erano utili a fermare il comunismo. Secondo il BERTONI il Gruppo SIGFRIED era stato creato dal Generale DE LORENZO e da un altro parigrado dell'Arma dei Carabinieri, e che, successivamente, era stato attirato nell'orbita statunitense. Tale Gruppo era anche coinvolto, secondo il BERTONI, nella strage di Piazza Fontana. L'organizzazione non esisteva più come tale, ma i militari, sia italiani che statunitensi, che ne avevano fatto parte, erano tuttora attivi ed animati da ideologie di destra e perseguivano gli stessi scopi di intelligence di allora. In questa occasione il BERTONI rappresentava anche di aver lavorato per il S.I.D. con il Colonnello PIGNATELLI ed il maresciallo INDRACOLO del Centro C.S. di Verona. In seguito era passato al S.l.S.M.I. e, tuttora, collaborava con il S.I.S.De. Il suo reclutamento nel Servizio era avvenuto attraverso il Generale TRINCHIERI dell'Arma dei Carabinieri. L'ipotesi che il BERTONI sia a conoscenza di molti particolari circa il Gruppo Sigfried, veniva ulteriormente rafforzata quando, alcuni giorni dopo aver rilasciato le suddette dichiarazioni al Cap. GIRAUDO, il BERTONI cercava di contattarlo più volte telefonicamente e, una volta raggiuntolo, spiegava che tutto quello che aveva detto nei giorni precedenti era falso e, pertanto, non se ne doveva tenere conto.

...CONTINUA

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" Forse che non conoscendo a fondo il pensiero del Duce si può affermare di essere fascisti? Noi diciamo di no! Che il fascismo non è istinto ma educazione e perciò è conoscenza della sua mistica,che è conoscenza di Mussolini" (N. Giani)
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10. MINETTO SERGIO (vivente)
Ruolo: Caporete
Criptonimo: Sconosciuto
RAGGIUNTO IN DATA 29.10.95 DA AVVISO DI GARANZIA PER SPIONAGGIO POLITICO E MILITARE

MINETTO Sergio viene chiamato in causa dal collaboratore DIGILIO Carlo che, in uno dei suoi verbali, lo indica come il referente della C.I.A. per il Triveneto, cioè il fiduciario al quale facevano capo tutti gli informatori stanziati in quella regione geografica. Così come gli ufficiali americani che avevano reclutato e gestito il DIGILIO facevano capo alle basi N.A.T.O. dislocate nel Veneto, anche il MINETTO era uso frequentarle ... Cercando di ricostruire la vita del MINETTO è emerso, dall'esame del suo foglio matricolare, che dopo 1'8 settembre del '43 lo stesso aderì alla Repubblica Sociale arruolandosi nella Marina Repubblicana. Non si è riusciti a capire chiaramente quali furono i suoi compiti durante la guerra, né cosa fece il MINETTO quando si trovò sbandato. Al termine del conflitto comunque, venne sottoposto a giudizio di discriminazione e congedato con disonore dalla Marina. Nel 1950 circa, come il FRANCO ed il GUNNELLA, emigrò per l'Argentina ove rimase per circa cinque anni. Il DIGILIO ha affermato che il MINETTO gli disse che in gioventù aveva risieduto in Argentina ove aveva imparato ad esercitare il mestiere di frigoriferista. In Argentina il MINETTO era entrato in contatto sia con elementi della C.I.A. sia con tedeschi, ex combattenti, che avevano lasciato la Germania dopo la guerra. Nell'ambito della sua attività di spionaggio aveva quindi mantenuto forti contatti con personaggi in Sud America ed in Germania. Tale attività in direzione dei citati Paesi potrebbe configurare, verosimilmente, lavoro svolto per conto dell'organizzazione denominata "Il Ragno Nero", meglio nota come "Odessa", struttura di appoggio costituitasi tra gli ex aderenti al Terzo Reich. DIGILIO ha anche affermato che il MINETTO era il superiore gerarchico del SOFFIATI e che, poco prima di trasferirsi nella Repubblica Dominicana, il MINETTO lo aveva autorizzato ad usare il suo nome in qualsiasi legazione diplomatica statunitense del paese ove si fosse recato, specificando che avrebbe dovuto rivolgersi ad un addetto alla sicurezza, intendendo con ciò riferirsi al personale della C.I.A. Ebbe ad avvalersi di tale aiuto nel 1992, nella prima settimana di settembre, quando il DIGILIO si presentò presso il Consolato degli Stati Uniti d'America a Santo Domingo e fece il nome di MINETTO all'Ufficiale della Sicurezza. L'Ufficiale lo invitò a ripassare dopo tre o quattro giorni, necessari alle opportune verifiche. Tale atto ebbe esito positivo e l'Ufficiale gli propose una nuova forma di colla¬borazione in Santo Domingo. [...] Altra indicazione che dà il DIGILIO relativamente al MINETTO è inerente la sua appartenenza all'associazione combattentistica denominata "DER STHALHLELMEN" [Sic] o "Elmetti d'Acciaio". Il MINETTO, come ex - repubblichino, amava partecipare a raduni di associazioni di ex combattenti e reduci della R.S.I. ed il DIGILIO ebbe a notarlo più volte recarsi a tali manifestazioni munito di una macchina fotografica tipo LEICA, con un esposimetro particolare. Una macchina fotografica di tale tipo viene infatti rinvenuta durante una perquisizione operata presso l'abitazione del MINETTO nel Gennaio 1996. Giova far presente che una ulteriore possibile connessione con ambienti della N.A.T.O. del MINETTO si rileva dalla sua appartenenza, secondo il DIGILIO, all'organizzazione degli "Elmetti d'Acciaio". Come si ricorderà, lo SPIAZZI aveva affermato di aver partecipato ad una esercitazione in Germania, in località GEMUNDEIFEL, organizzata proprio dagli "Elmetti d'Acciaio" e che vi aveva visto partecipare componenti dei "Piani di Sopravvivenza" europeo-occidentali nonché dei "Piani di Resistenza" europeo-orientali. Tale circostanza, se veridica, non può prescindere da una conoscenza a livello atlantico di quanto si stava verificando a Gemundeifel. D'altra parte, lo stesso Roberto CAVALLARO ha specificato che "Der Stalhelmen" [sic] era una struttura paramilitare tedesca facente capo ad un certo Paul COOK, che sarebbe stata disponibile a partecipare ad un eventuale golpe in Italia (CAVALLARO in un memoriale allegato al verbale parla di una forza di 2000 - 3000 uomini). Il S.I.S.M.I. ha fornito in merito degli importanti elementi identificando il COOK di cui parla il CAVALLARO in un certo Paoul KOCH, vicepresidente dell'organizzazione "Der Stalhelmen" nonché responsabile della stessa nella regione del Rheinland. Lo SPIAZZI ha anche affermato di essersi recato all'esercitazione unitamente a civili a lui sottoposti nell'ambito del "Nucleo di Difesa dello Stato" di Verona, inserito nel "Piano di Sopravvivenza" italiano e comunque sotto l'egida dell'organizzazione "DER STALHLELMEN" [Sic] Lo SPIAZZI precisò di aver effettuato il viaggio da Verona a Gemundeifel con due autovetture FIAT 124 prese a noleggio da un autonoleggio MAGGIORE scaligero e targate Latina (LT), in quanto al raduno bisognava recarsi in forma anonima. Gli accertamenti esperiti hanno potuto dimostrare che, effettivamente, la MAGGIORE di Verona possedeva FIAT dello stesso tipo e targa. [...]

10.1 GLISENTI GIANCARLO (deceduto)
Ruolo: Probabile agente di elevato livello
Criptonimo: Sconosciuto

GLISENTI Giancarlo viene inserito quale sotto paragrafo del capitolo dedicato al MINETTO poiché non viene mai indicato nelle dichiarazioni rilasciate dal noto collaboratore. Il suo nome invece fuoriesce dall'attività di osservazione, controllo e pedinamento e dalle intercettazioni operate nei confronti del MINETTO Sergio.

10.2 KESSLER GUIDO (vivente)
Ruolo: Fonte
Criptonimo: Sconosciuto

Anche questo personaggio viene inserito quale sottoparagrafo del capitolo di MINETTO poiché il nome di KESSLER Guido emerge nel corso delle attività svolte nei confronti del suddetto e di GLISENTI Giancarlo, quale conoscente e frequentatore di quest'ultimo. Informazioni ed attività esperite sul suo conto consentivano di accertare che si trattava di un imprenditore, ex-dirigente della "Montedison S.p.A." negli anni '60, e già appartenente al Battaglione San Marco della Marina Militare Italiana. Un approfondito esame del suo fascicolo permanente, esistente presso il Comando Provinciale Carabinieri di Verona, consentiva di rinvenire una richiesta di informazioni riservate sul suo conto originata dall'Ufficio Sicurezza Patto Atlantico del S.I.D. nel 1968. Tale tipo di informazioni veniva nuovamente richiesto nel 1969. Altro dato interessante rilevato dal fascicolo del Kessler è quello relativo alla sua appartenenza alla nota Loggia Massonica denominata "Propaganda 2". Il suo nominativo era infatti inserito negli elenchi della citata Loggia rinvenuti durante una perquisizione a Castiglion Fibocchi presso la villa di GELLI Licio. [...] Sempre a verbale il KESSLER dichiarava di essersi recato una volta in Bruxelles presso la base N.A.T.O - S.H.A.P.E. durante il quinquennio 1966-71 ma di non ricordare i motivi che ce lo avevano condotto. Un particolare che, secondo il KESSLER, potrebbe giustificare le richieste di informazioni è il fatto di aver lavorato nell'ambito di un importante programma nucleare tra il '63 ed il '65 in quanto rappresentante della "MONTEDISON" nel consorzio internazionale con la "G3A" francese e la "INTERATOM" tedesca (tale programma era relativo al progetto ed alla costruzione di una centrale nucleare ad Ispra), ma la data di richiesta delle informazioni è di diversi anni posteriore. Anzi meraviglia il fatto che in occasione della sua partecipazione al progetto di Ispra, peraltro di notevole importanza, non venne richiesta alcuna informazione né alcuna conferma di quelle precedentemente ottenute.

11. BANDOLI GIOVANNI (vivente)
Ruolo: Fiduciario
Criptonimo: John
RAGGIUNTO IN DATA 4.12.1995 DA AVVISO DI GARANZIA PER SPIONAGGIO POLITICO E MILITARE

Con BANDOLI Giovanni si giunge quasi al vertice della piramide che forma la rete operativa della struttura di intelligence. Descrivendo il BANDOLI viene fuori un personaggio indecifrabile, per metà italiano e per metà americano, o meglio un italiano fortemente pervaso da una cultura anglo-americana. Si fa chiamare John, veste l'uniforme dell'U.S. Army anche a diporto (secondo numerose testimonianze, fra cui quella del MINETTO, ma lui nega di averlo mai fatto), viaggia su vetture targate A.F.I. ma, per contro, ha una conoscenza molto superficiale della lingua inglese, una cultura medio-bassa e soprattutto, quale cittadino italiano privo della doppia nazionalità, non può far parte dell'esercito U.S.A. Il suo nome viene fatto dal DIGILIO Carlo in più di una occasione. Di lui il collaboratore ha riferito che sarebbe stato il referente del SOFFIATI in ambito FTASE anche se, in almeno una occasione, i due ebbero modo di lavorare insieme. Ci si riferisce alla missione che venne affidata al DIGILIO ed al BANDOLI nel 1968 quando vennero inviati ad Avesa a seguire una esercitazione dei cosiddetti Nuclei di Difesa dello Stato, il cui principale artefice era il Colonnello SPIAZZI Amos. Al termine della missione, conclusasi positivamente, i due, a dire del DIGILIO, riferirono superiormente, ma separatamente, le informazioni raccolte. Questo potrebbe indicare l'appartenenza dei due a strutture ben distinte e separate oppure si potrebbe ipotizzare, molto più verosimilmente, alla stessa struttura cui facevano capo due reti, una informativa e l'altra operativa. Ad ogni buon conto il DIGILIO non ha mai descritto il BANDOLI come suo superiore ma come il referente del SOFFIATI di una struttura parallela ma facente capo sempre ad ambienti atlantici. A seguito delle perquisizioni operate nel maggio '95, presso l'abitazione del BANDOLI, vennero rinvenute diverse indicazioni di interesse per le indagini e cioè un documento militare americano, una dichiarazione datata 16.8.1950 che attestava l'appartenenza del BANDOLI al Trust Exchange Service di Trieste a firma di tale John HALL, ed un biglietto da visita di un agente di viaggi statunitense, tale Bob JONES - "THE PROFESSIONAL TRAVEL AGENT SERVING THE PROFESSIONAL PERSON", con il suo recapito telefonico di Trieste manoscritto sul retro in inglese. Il primo è risultato essere appartenente a struttura di intelligence statunitense. Infatti, informazioni fornite dal S.l.S.M.I. consentivano di addivenire all'identificazione di JOHN LUIS HALL, nato a Tokoma (Washington) il 24.11.1906, cittadino statunitense, noto al Servizio come elemento dei Servizi Informativi nordamericani. L'HALL risultava al S.I.S.M.I. anche Presidente, dal 1947, della società AVIPA (American Sales and Import Agency) e gestore del garage - officina denominato T.E.S. (TR.U.S.T. Exchange Service) GARAGE CONCESSION, sito in via Ghiberti di Trieste, al cui interno stazionavano, oltre ad automezzi dell'U.S. ARMY, anche autovetture con targa civile condotte da Ufficiali americani. La società AVIPA fu oggetto, nel 1952, di interesse informativo da parte del Servizio in quanto segnalata per attività sospetta non meglio definita. Gli accertamenti successivi non evidenziarono nulla di particolare. Il S.I.S.M.I. riferiva, inoltre, che un'agenzia di viaggi denominata "THE PROFESSIONAL TRAVEL AGENT SERVING THE PROFESSIONAL PERSON" era anch'essa sita in via Ghiberti, nel medesimo comprensorio del T.E.S. GARAGE e veniva utilizzata, all'epoca, da non meglio precisate "persone importanti". La stessa era diretta da tale Bob JONES. Successive indagini esperite da questo Reparto sul conto del Bob JONES di cui al biglietto da visita in possesso del BANDOLI, hanno permesso di appurare che questi si identifica in Robert Edward JONES, nato a Worcester (Massachussets - USA) il 19.8.32, cittadino statunitense residente a Maniago (PN) in via U. Saba nr.9/E, coniugato con tale TAUCER Nivea. La moglie, opportunamente sentita, dichiarava di aver conosciuto il JONES a Trieste nel 1962 mentre questi prestava servizio presso la base S.E.T.A.F. di Vicenza. Dopo vari trasferimenti in basi NATO in Europa e negli U.S.A., il JONES veniva collocato in congedo e, il 10 maggio 1980, tornava in Italia. In attesa di trovare una sistemazione i coniugi JONES andavano ad abitare a Trieste nella casa del cognato TAUCER Omero a cui corrisponde il numero telefonico riportato sul biglietto da visita del JONES rinvenuto durante la perquisizione. Appare chiaro quindi che il biglietto da visita risale al periodo in cui il JONES abitava a Trieste e disponeva di quel numero di telefono, cioè da Maggio a Luglio del 1980. Il fatto che sul biglietto da visita sia riportato l'aggettivo "NEW' (nuovo) attesta che i due si conoscessero da tempo. Infatti il JONES ed il BANDOLI risultano aver lavorato entrambi nella stessa sezione, quella dedicata ai sistemi audiovisivi, della base SETAF di Vicenza. Quanto dichiarato dalla moglie in sede di verbale e che vedremo analizzato nel capitolo dedicato al JONES, rafforza ulteriormente l'ipotesi che questi sia stato o sia tuttora un agente della C.I.A. clandestino in Italia. Da notare che l'incarico che aveva il BANDOLI nell'ambito della base SETAF era quello di tecnico di sistemi audiovisivi, praticamente lo stesso del citato Bob JONES. Sentito a verbale il BANDOLI ha negato ogni addebito confermando però di conoscere sia il MINETTO che il SOFFIATI. Ha aggiunto anche che suo padre svolse l'attività lavorativa di interprete per un alto comando Germanico di stanza a Verona durante il secondo conflitto e che lui svolse l'attività di barbiere nel Territorio Libero di Trieste. Successivamente presentò domanda alla Prefettura di Vicenza e fu assunto presso la N.A.T.O. grazie anche al fatto di aver già lavorato nel T.L.T. per gli americani. Si noti l'assonanza tra l'assunzione del BANDOLI alla N.A.T.O. tramite la Prefettura ed il documento S.I.O.S. di cui si è già parlato nella premessa della presente annotazione ove si parla di un implemento dell'apparato informativo statunitense in funzione atlantica anticomunista con l'impiego anche di civili e militari, nella "riserva", selezionati in base ad informazioni fornite dalle Questure, che svolgerebbero, più o meno, attività informativa al soldo degli Americani. Del BANDOLI, il PERSIC Dario ha riferito delle circostanze analoghe a quelle narrate dal DIGILIO, aggiungendo che, in una occasione, il BANDOLI condusse con sé il SOFFIATI Marcello presso la base SETAF di Livorno a Camp Derby e che i due si trattennero lì per circa tre giorni. L'assenza di evidenze informative sul BANDOLI da parte del Centro C.S. di Trieste, pur attivissimo all'epoca nell'individuare penetrazioni informative anche da parte alleata, può essere spiegata con l'atto nr.15963 del 21.11.1954 di quel Centro, esibito dal S.I.S.M.I, nel quale il capocentro fa presente che, qualche giorno prima del trapasso dei poteri all'Amministrazione Italiana, gli uffici informativi U.S.A. trasferirono gli archivi relativi agli informatori a Livorno. Inoltre, all'atto del licenziamento di quest'ultimi, l'organismo U.S.A. avrebbe fatto loro firmare una dichiarazione che li impegnava a non rivelare l'attività svolta con il Servizio Americano e a non legarsi, in futuro, con nessun altro servizio informativo. L'acquisizione del fascicolo personale del BANDOLI Giovanni, effettuata presso il casellario del Comando Provinciale Carabinieri di Verona, non ha permesso di rinvenire atti di fondamentale importanza, tranne per quanto riguarda un atto del Gruppo Carabinieri di Verona del 28.12.1974 con il quale, a seguito di una telefonata anonima che segnalava la presenza di armi presso l'abitazione del BANDOLI, veniva richiesto un decreto di perquisizione del soggetto. La richiesta veniva però respinta dall'A.G. di Verona.

12. JONES ROBERT EDWARD (vivente)
Ruolo: Agente operativo
Criptonimo: Bob
RAGGIUNTO IN DATA 17.1.96 DA AVVISO DI GARANZIA PER SPIONAGGIO POLITICO E MILITARE

Il suo nome emerge dalle indagini che vennero condotte nei confronti del maggiore responsabile italiano della rete operativa del Triveneto, il Giovanni Bandoli. Una perquisizione operata nei confronti di quest'ultimo, il 17 maggio del 1995, consentiva di rinvenire un biglietto da visita del citato JONES che lo indicava come collaboratore di una agenzia di viaggi statunitense e riportante il seguente motto: "THE PROFESSIONAL TRAVEL AGENT SERVING THE PROFESSIONAL PERSON". Il cartoncino appariva recente e, peraltro, non riportava né utenze né indirizzi italiani. Tuttavia sul retro vi era manoscritto un numero telefonico di Trieste con l'indicazione "JONES TRIESTE NEW PHONE NUMBER". Poiché il BANDOLI parla un inglese stentato con errori anche elementari,88 è verosimile che l'appunto, vergato in maniera corretta sul retro del biglietto, sia stato redatto dallo stesso JONES che doveva già da tempo conoscere il BANDOLI poiché definisce il numero italiano fornito, "nuovo" presupponendo, quindi, che dovesse sostituirne uno vecchio. Indagini esperite sull'utenza e sul nome di Bob JONES, presso il capoluogo friulano, hanno consentito di appurare che il numero è stato acceso il 21.2.78 ed è intestato al signor TAUCER Omero, risultato essere il suocero del JONES. Questi, coniugato con la cittadina italiana TAUCER Nivea, ha mantenuto la cittadinanza statunitense e vive tutt'ora in Italia in Maniago (PN). Quanto riferito a verbale dalla moglie suggerisce la possibilità che il JONES sia o sia stato un agente della C.I.A. clandestino in Italia: "...in quei sei mesi, del 1973, mio marito svolse l'attività di agente di viaggi poiché mentre era militare aveva svolto un corso per questa professione. Venne quindi riassunto dal Governo come impiegato civile e lui mi ha riferito che continuava a svolgere le stesse mansioni che aveva quando era militare...". Tale ipotesi viene ulteriormente rafforzata dalle evidenze del S.I.S.Mi.che opportunamente interessato dal Giudice Istruttore tramite questo Reparto, riferiva che la sigla "THE PROFESSIONAL TRAVEL AGENT", rinvenuta sul biglietto da visita di Bob JONES, coincideva con il nome di un'agenzia di viaggi un tempo situata in un comprensorio di via Ghiberti nel Territorio Libero di Trieste, che veniva utilizzata negli anni '50 da non meglio precisate "persone importanti" e professionisti. Tale agenzia era diretta da tale Bob JONES. Il S.I.S.M.I., nell'esaminare la documentazione rinvenuta nell'abitazione del BANDOLI unitamente al citato biglietto da visita, riferiva che tale JOHN HALL, persona che gli attesta le referenze da parte del TR.U.S.T. Exchange Service di Trieste, era noto al S.I.S.Mi. come elemento dei Servizi Informativi americani. Il JOHN LUIS HALL, che vedremo successivamente, risulta al S.I.S.M.I., oltre a quanto già detto, presidente, dal 1947, della società AVIPA (American Sales and Import Agency), con sede in Trieste, contrada del Corso nr.7; già addetto all'U.N.R.A. del capoluogo giuliano, nonché gestore del garage officina denominato "T.E.S. (TR.U.S.T. Exchange Service) GARAGE CONCESSION", sito in Trieste, via Ghiberti, al cui interno stazionavano, oltre ad automezzi dell'U.S. ARMY (Jeep) anche vetture americane con targa civile condotte da ufficiali statunitensi. La citata società AVIPA fu oggetto, nel 1952, di attività informativa da parte del Servizio militare dell'epoca in quanto segnalata per attività sospetta non meglio definita, ma gli accertamenti successivamente svolti non evidenziarono elementi di specifico interesse. Come si è visto precedentemente, anche l'agenzia di viaggi con¬dotta dal JONES era sita in via Ghiberti nel medesimo comprensorio del T.E.S. GARAGE CONCESSION. Nella stessa via Ghiberti e strade limitrofe erano situati, all'epoca, numerosi uffici dell'Esercito U.S.A., nonché il Circolo Ufficiali. Il JONES, sentito a verbale, ha negato ogni addebito ed ha affermato che il motto "THE PROFESSIONAL TRAVEL AGENT" era quello da lui personalmente usato presso l'agenzia di viaggi in cui fu impiegato per un breve periodo negli U.S.A. ma che mai aveva lavorato in Trieste e nel T.L.T. e che mai aveva prestato servizio per conto di strutture di intelligence degli Stati Uniti d'America. È evidente che un motto personale trae origine da un ricordo o da un ragionamento della persona che lo adotta (non fu imposto dall'agenzia di viaggi) che, in questo caso, ben può trovare spiegazione nel nome dell'agenzia di viaggi che Bob JONES diresse a Trieste. Tuttavia Robert Edward JONES, benché qualificantesi pubblicamente come Bob JONES, ha negato di essere il Bob JONES rintracciato dal S.I.S.Mi.

13.HALL JOHN (sconoscesi esistenza in vita)
Ruolo: Agente operativo
Criptonimo: Sconosciuto

John HALL è il nome di un personaggio la cui firma venne rinvenuta in calce ad una attestazione di servizio rilasciata a nome di BANDOLI, su carta intestata del Trieste United States Troop Exchange Service di Trieste. Informazioni fornite dal su questo personaggio e sul T.E.S. consentivano di identificarlo in John Luis HALL, noto al Servizio italiano come elemento dei Servizi Informativi statunitensi. L'HALL risultava al anche Presidente, dal 1947, della società AVIPA (American Sales and Import Agency) nonché gestore del garage - officina denominato T.E.S. (TR.U.S.T. Exchange Service) GARAGE CONCESSION, corrente in via Ghiberti di Trieste. All'interno di tale garage stazionavano, oltre ad automezzi militari dell'U.S. ARMY, anche autovetture con targa civile condotte da Ufficiali americani. Da tale gestione l'HALL traeva notevoli guadagni avvantaggiato dal fatto che ad essa facevano capo la maggior parte dei militari statunitensi del Territorio Libero di Trieste (T.L.T.). E emerso anche che la società AVIPA, di cui come abbiamo detto era Presidente l'HALL dal 1947, fu oggetto, nel 1952, di interesse informativo da parte del Servizio militare dell'epoca in quanto segnalata per attività sospetta non meglio definita, ma i successivi accertamenti svolti non evidenziarono elementi di interesse. Il nominativo della predetta società è citato in calce al suddetto documento del T.E.S. GARAGE, preceduto dalla parola TELEGRAM. Altro particolare emerso dagli accertamenti del S.I.S.M.I. è che, nel medesimo comprensorio di via Ghiberti, erano situati numerosi uffici dell'Esercito U.S.A., il circolo Ufficiali nonché la presunta agenzia di viaggi denominata "THE PROFESSIONAL TRAVEL AGENT SERVING THE PROFESSIONAL PERSON" gestita dal Robert Edward JONES di cui al capitolo precedente.

14.SOFFIATI BRUNO (deceduto)
Ruolo: Fiduciario o Fonte
Criptonimo: Sconosciuto

SOFFIATI Bruno era il padre del già esaminato SOFFIATI Marcello. Durante il ventennio fascista fu il segretario del Partito Fascista Repubblicano a Verona, in contatto con vari personaggi dei comandi tedeschi della zona. Il PERSIC Dario ha, peraltro, riferito di aver saputo, proprio dal SOFFIATI, che era stato un personaggio di rilevante importanza in seno al P.F.R., in contatto con un alto comando tedesco della Gestapo, della zona di Verona e che il Bruno aveva conservato per lungo tempo i verbali del processo a CIANO, tenutosi a Verona nel 1944, poi bruciati dalla moglie. Secondo il PERSIC il vecchio SOFFIATI era a conoscenza di ogni attività del figlio del quale però non approvava gli ideali eccessivamente filo-nazisti. Il Bruno propendeva più verso una collaborazione con gli ambienti americani della zona e più volte infatti si recava presso le basi N.A.T.O. del Veneto, sempre in compagnia di Marcello. [...] Carlo Maria MAGGI, invece, ha riferito che entrambi i SOFFIATI erano al servizio degli americani, tant'è che una volta gli mostrarono anche un tesserino di appartenenza alla C.I.A

15. AFFATIGATO MARCO (vivente)
Ruolo: Fonte C.I.A./S.D.E.C.E.
Criptonimo: Sconosciuto

AFFATIGATO Marco ha dichiarato a verbale di aver collaborato, per un certo periodo, con lo S.D.E.C.E. e con la C.I.A. La collaborazione con quest'ultimo Ente iniziò verso la metà del 1980, quando il SOFFIATI Marcello, che lo aveva conosciuto in carcere, dichiarandosi un collaboratore della C.I.A., lo invitò a cooperare con l'organo statunitense e lo mise in contatto con un agente americano che operava in Milano. Di questi purtroppo, abbiamo soltanto la descrizione fisica. Tale agente, una volta stabilito il contatto, lo presentò a tale GEORGE che AFFATICATO descriveva come il Capo Stazione C.I.A. a Parigi. Attraverso GEORGE gli venne procurato quindi un contatto a livello territoriale a Montecarlo, tale L.H. STEVENSON. L'AFFATICATO precisò che il George in questione era anche ben conosciuto dal SOFFIATI Marcello. La collaborazione dell'AFFATIGATO con la C.I.A. e lo S.D.E.C.E. durò, a suo dire, soltanto tre mesi, in quanto questi venne poi tratto in arresto in relazione alla strage del 2 agosto 1980. Gli incarichi che gli vennero affidati nel corso della sua collaborazione consistevano nel rintraccio di esuli cileni ed argentini residenti in Italia. Per questo lavoro il citato GEORGE pagava l'AFFATICATO in contanti e, in una occasione, gli venne anche consegnato del denaro, da lui stesso richiesto, per finanziare la latitanza del GRAZIANI e del MASSAGRANDE in Sud America. Una richiesta dell'AFFATIGATO similare, relativa però alla cauzione da pagare per il VENTURA Giovanni detenuto in Argentina, non venne accolta dallo STEVENSON poiché questi sosteneva che il VENTURA, nel corso dei suoi interrogatori, aveva danneggiato gli interessi americani. La causa del VENTURA venne perorata anche dal SOFFIATI Marcello con esito negativo. Da sottolineare la continua presenza del SOFFIATI in Francia che andava e veniva dall'Italia raccogliendo informazioni che poi, a suo dire, trasmetteva ai suoi referenti C.I.A. In una occasione il SOFFIATI Marcello, per favorire la latitanza dell'AFFATIGATO in Francia, gli consegnò una carta di identità italiana ed una patente di guida in bianco, per consentirgli di rientrare brevemente in Italia a far visita ai suoi familiari. Un altro particolare emerso dai verbali dell'AFFATIGATO è quello relativo ad una presunta dipendenza del SOFFIATI Marcello dal Colonnello SPIAZZI Amos. La circostanza, affermata da AFFATICATO, pare piuttosto inverosimile se si considera che tale personaggio non è mai emerso come possibile referente C.I.A. Potrebbe trattarsi piuttosto di una operazione del SOFFIATI tendente a nascondere all'AFFATIGATO il vero nome del suo referente (BANDOLI). Infatti, se è vero che il SOFFIATI lo mise in contatto con l'agente milanese e con quello parigino, è anche vero che non gli svelò mai alcun particolare relativo alla sua rete di fonti in Italia, delle quali l'AFFATICATO è completamente all'oscuro.

16. AGENTE SCONOSCIUTO SU BRESCIA
Ruolo: Fiduciario o Fonte
Criptonimo: Sconosciuto

Il noto BONAZZI Edgardo, sentito in ordine ai fatti relativi alla Strage di Piazza della Loggia, ha riferito di aver sentito parlare, dal FUMAGALLI, della presenza stabile a Brescia di un referente C.I.A. ma di non averlo mai conosciuto. Allo stato l'identificazione di detto referente non è possibile, si ritiene tuttavia utile segnalare che l'attività che questo Reparto ha in corso sul noto estremista di destra deceduto BUZZI Ermanno, sta fornendo prospettive di ruolo e contatti di quest'ultimo mai emerse prima e che sembrano relazionarlo ad ambiti di intelligence italiani e statunitensi. Da scandagliare, in tal senso, è anche la figura di MAIFREDI Giovanni. Il BONAZZI Edgardo nel verbale sopra citato ha anche precisato che il Capitano DELFINO Francesco, dei Carabinieri, era vicino agli americani e che quindi doveva conoscere l'identità del "contatto" C.I.A. su Brescia. Il BONAZZI ha poi precisato che, dalle affermazioni del FUMAGALLI, si deduceva che il Capitano DELFINO ed il contatto non si identificavano. Il Capitano DELFINO è indicato anche in altri atti come persona vicina all'ambiente statunitense: PITARRESI Biagio, in merito al noto attentato che avrebbe dovuto eseguire per conto del fiduciario C.I.A. ROCCHI Carlo contro un magistrato del pool "mani pulite", ha riferito che, proprio il ROCCHI, in merito alle protezioni delle quali avrebbe potuto usufruire dopo l'azione omicidiaria, gli parlò del prossimo incarico del Generale dei Carabinieri Francesco DELFINO presso il S.I.S.M.I., "...mi precisò che, non appena avuto il grado di Generale di Divisione, il DELFINO avrebbe occupato quello che lui definiva 'il più importante ufficio', mi precisò che tale ufficio avrebbe comportato gli stessi poteri che aveva il Generale MALETTI quando comandava l'Ufficio "D"... il ROCCHI mi promise che, appena giunto il Generale DELFINO al Servizio Militare, mi avrebbe portato personalmente da lui ed avremmo potuto affrontare qualunque genere di discorso. Dicendo ciò mi sottolineò che il DELFINO era uomo loro [della C.I.A.] e che non aveva la mentalità del poliziotto ma quella mia e sua...". Sempre PITARRESI, in altro verbale, ha ribadito: "... in quel periodo, peraltro, si attendeva che il Generale DELFINO prendesse servizio presso il S.I.S.Mi. ROCCHI infatti mi aveva detto che mi avrebbe portato a conoscere il Generale, che era "uno dei loro", ossia persona legata ai servizi statunitensi e che avrebbe dovuto provvedere alla mia copertura dopo l'esecuzione dell'attentato.". Il Comando Generale dell'Arma dei Carabinieri - SM - Ufficio Personale Ufficiali, il 15.6.78 informò, con foglio nr.2002 /14-8-13, il Direttore del S.I.S.Mi. che il giornalista americano PEPPER Bill Curtis Gordon si dichiarava grande amico del Maggiore DELFINO e che sarebbe risultato che l'Ufficiale godeva della protezione dell'Ambasciatore U.S.A. GARDNER che ne avrebbe magnificato le eccellenti qualità al signor Ministro della Difesa. Il Comando Generale concludeva precisando che il 6.6.1978, convocato l'Ufficiale dal Comandante Generale e propostogli: il trasferimento ad altro incarico in qualsiasi parte d'Italia, di suo gradimento; il trasferimento al S.I.S.M.I., nell'intesa che avrebbe poi suggerito al Generale SANTOVITO di assegnarlo in un posto all'estero disponibile; lo stesso ricusava entrambe le soluzioni richiedendo genericamente un posto all'estero, indicando preferenzialmente gli Stati Uniti dove, a suo dire, sarebbe stato agevolato dall'Ambasciatore U.S.A. in Italia.

17. MAGI BRASCHI ADRIANO GIULIO CESARE (deceduto)
Ruolo: Fiduciario C.I.A. di elevato livello
Criptonimo: Sconosciuto

Il nome del Generale di Corpo d'Armata MAGI BRASCHI Adriano Giulio Cesare emerse per la prima volta dalle dichiarazioni fornite dal noto MALCANGI Ettore. Questi riferì di aver avuto stretti rapporti con il DIGILIO che gli confidò di avere delle conoscenze in ambito C.I.A. Fra i vari episodi gli parlò della conoscenza con un generale dei Carabinieri a nome FRASCA, che era il responsabile della sicurezza della base N.A.T.O. di Verona nonché il capo della C.I.A. per il Mediterraneo. DIGILIO riferì al MALCANGI, inoltre, che lo conosceva di persona e che con lui aveva partecipato ad una riunione tenutasi a Verona, nel 1973, alla quale parteciparono anche il MAGGI, lo SPIAZZI, il BOVOLATO, i fratelli FERRARI e FUMAGALLI Carlo. Il MALCANGI, successivamente riferiva che il nominativo del generale poteva essere FRASCA o BRASCA o FRASCHI o BRASCHI e che la riunione si tenne presso il circolo CARLO MAGNO di Verona, facente capo al noto Amos SPIAZZI DI CORTE REGIA. Un accertamento speditivo svolto presso il Comando Generale dell'Arma dei Carabinieri dava esito negativo. Venivano quindi avviati accertamenti mirati presso le tre FFAA. per l'individuazione dell'Ufficiale ed in data 12.10.95 il Giudice Istruttore chiedeva di valutare se il generale potesse identificarsi nel Tenente Colonnello MAGI BRASCHI che fu tra coloro che presiedettero al noto convegno del Parco dei Principi del 1965. Il MAGI BRASCHI veniva quindi identificato nel Generale di Corpo d'Armata Adriano Giulio Cesare MAGI BRASCHI, del ruolo d'onore, dell'Esercito, nato a Genova il 23.9.1917 e deceduto presso l'Ospedale Civile di Bracciano (RM) alle ore 21.30 del 22.5.1995. È stato acquisito il foglio matricolare del citato Generale C.A., dal quale si evince che lo stesso: ha prestato giuramento alla Repubblica Italiana il 24.7.47 presso il distretto militare di Verona; si è sposato il 7.3.43 in Lavagno (VR); dal 13.6.45 è stato a disposizione del Distretto di Verona; in data 8.1.59 veniva destinato al 2° R.A.M. (Reparto Autonomo ministeriale) poi divenuto R.U.S. (Raggruppamento Unità Speciali del S.I.F.Ar.) in data 1.7.1960; il 24.4.64 ha aggiunto al proprio casato MAGI quello materno BRASCHI; il 30.6.71 è stato trasferito al S.I.O.S. Esercito; il 28.1.74 è nominato Generale di Brigata; dal 10.8.71 al 31.5.75 è stato Addetto Militare in India; è stato decorato con la Croce di Ferro tedesca; qualificato interprete di lingua tedesca nonché ottimo conoscitore della lingua inglese; ha frequentato, nel semestre invernale 1960-61, il Corso di "Psicologia Sociale" presso l'Università di Bonn (D); ha frequentato, nello stesso semestre e presso la stessa Università, un corso di "Politica Internazionale". Altri accertamenti, tuttora in corso e sui quali si riferirà in particolare alle SS.vv., svolti su evidenze d'archivio del S.I.S.M.I. permettevano di appurare che: il MAGI BRASCHI rivestì la carica dì presidente della W.A.C.L. (World Anti Communist League) dal 1981, per un lungo periodo, succedendo al noto BELTRAMETTI Eggardo; nel 1962, nel grado di Maggiore, era considerato dal S.I.F.Ar. uno dei maggiori esperti di guerra psicologica; nel 1963 venne espresso un compiacimento dai superiori del Maggiore MAGI BRASCHI per l'attività del Nucleo "Guerra non Ortodossa"; Quanto accertato documentalmente appare di eccezionale importanza se messo in relazione a quanto riferito dal MALCANGI. Si aggiunga anche che questo Reparto effettuava un'attività di riscontro "a contrario" identificando tutti gli Ufficiali delle tre Forze Armate con i quattro possibili cognomi indicati dal MALCANGI ed acquisendone i relativi fogli matricolari, dal cui esame si ricavava l'ulteriore certezza che il MAGI BRASCHI potesse essere l'unico ufficiale attagliantesi ai dati forniti. Il noto CAVALLARO Roberto ha riferito di aver conosciuto, durante la sua militanza, il Colonnello BRASCHI che era, a suo dire, legato a Jacques SOUSTELLE, dirigente dell'O.A.S. Il colonnello era noto con il soprannome di "FORTE BRASCHI" e "FORTE BRACCIO". Il soprannome Forte Braschi derivava dai legami che aveva l'Ufficiale con la nota sede del S.I.D. Le notizie sul conto del BRASCHI giungevano a CAVALLARO attraverso gli aderenti alla "Rosa dei Venti", dal Colonnello Amos SPIAZZI e dal Tenente Colonnello DOMINIONI, capo del Reparto di Guerra Psicologica della Caserma Passalacqua di Verona, nonché dal Generale NARDELLA. Il CAVALLARO ricordava inoltre di aver sentito parlare del BRASCHI anche durante il pranzo che fece con gli emissari liguri dell'Ingegner PIAGGIO, DE MARCHI ed altri, nel contesto di un discorso sul golpe BORGHESE. Il BRASCHI, a dire del CAVALLARO, era presente anche alla nota riunione tenutasi nel vicentino alla presenza di un ufficiale americano a nome JONSON o JOHNSTONE. In tale riunione il BRASCHI attaccò violentemente Michele SINDONA, anche lui presente, non condividendo la disponibilità economica offerta dall'avvocato-finanziere, in tema di preparazione per il tentato golpe del 1973. A tale riunione non avrebbero partecipato personaggi appartenenti a movimenti eversivi ma soltanto figure istituzionali fra cui, oltre a quelle citate, l'Onorevole Giulio ANDREOTTI. Il BRASCHI non condivideva affatto che il golpe usufruisse dei finanziamenti del SINDONA, ciò perché egli riteneva che in realtà SINDONA volesse utilizzare la causa politica per suoi interessi personali in grosse transazioni commerciali e finanziarie. L'atteggiamento del MAGI BRASCHI mirava a far sì che venisse salvaguardata la centralità politica di quanto si andava programmando. Da notare che il CAVALLARO ha anche riconosciuto in una effige mostratagli nel corso di una escursione, il volto del Generale MAGI BRASCHI. Il DIGILIO Carlo ha riferito di aver sentito parlare di un alto ufficiale rispondente al nome di MAGI BRASCHI, soprattutto nell'ambiente di Ordine Nuovo di Verona e Mestre, nonché dal noto Elio MASSAGRANDE. Egli ha ricordato che questo nominativo faceva riferimento all'ambiente militare veronese e si occupava di tenere i contatti fra l'ambiente militare e quello ordinovista nella prospettiva di un colpo di stato che doveva essere attuato dopo il fallito golpe Borghese, fra il 1973 ed il 1974. "...Era considerato, nell'ambiente ordinovista, un ufficiale di grande prestigio ed il rapporto del gruppo con i militari era essenziale per la riuscita del progetto...". Il DIGILIO aggiungeva che non aveva mai incontrato personalmente il MAGI BRASCHI che tuttavia era ben conosciuto dal Colonnello SPIAZZI Amos. Il MALCANGI ha anche riferito che il generale Braschi / Fraschi /Brasca /Frasca (MAGI BRASCHI) gravitò su Verona nel 1982-83, poiché il DIGILIO gli disse di averlo incontrato poco prima dell'arrivo a Villa D'Adda. […] [Si fa] notare la singolare coincidenza della presenza del BRASCHI, esperto di guerra psicologica, in India, luogo di nascita della setta "ANANDA MARGA", quale Addetto Militare, proprio nel periodo in cui veniva importata nel veronese dal MASSAGRANDE Elio e dal BARBARANI. La teoria del "fuoco purificatore", che presenta analogie con la filosofia della setta, che non disdegna di praticare la violenza, ha animato formazioni eversive quali il "GRUPPO LUDWIG", le "RONDE PIROGENE ANTIDEMOCRATICHE", ed i "NUCLEI SCONVOLTI PER LA SOVVERSIONE URBANA". Non deve essere scartata a priori l'ipotesi che il Veneto e l'Emilia Romagna, per le connessioni con Ordine Nuovo, con la rete C.I.A. e con l'acceso anticomunismo delle tre formazioni eversive citate, siano state laboratorio di sperimentazione di tecniche di guerra non ortodossa basate sull'uso terroristico di devianze esoterico-religiose a connotazione politica estremista.

18. FUMAGALLI CARLO (vivente)
Ruolo: Fonte
Criptonimo: Sconosciuto

FUMAGALLI Carlo, leader del gruppo eversivo denominato M.A.R., emerge come possibile fonte della C.I.A. dalle dichiarazioni rese dal noto ORLANDO Gaetano. Questi ha riferito che il FUMAGALLI aveva lavorato per la C.I.A. durante la sua permanenza nello Yemen, nel biennio 66/68, ed in Germania, pur escludendo che fosse un agente di tale Servizio di intelligence. Di ritorno dallo Yemen il FUMAGALLI, che precedentemente lavorava per la Mercedes, passò a lavorare per l'American Motors. L'ORLANDO ha riferito di alcune riunioni, alle quali partecipò unitamente al FUMAGALLI, alle quali erano presenti ufficiali americani, militari italiani, fra cui il Colonnello DOGLIOTTI, Carabinieri e civili di provata fede anticomunista provenienti da varie regioni d'Italia. Il senso di tali riunioni era che i militari volevano la certezza che vi fosse una buona organizzazione di civili pronta a ricevere le armi che sarebbero state distribuite dai Carabinieri ed anche pronti ad affiancare quest'ultimi quando fosse giunto il momento del mutamento istituzionale. Alle riunioni gli ufficiali americani partecipavano annotando tutto ma senza intervenire nelle discussioni.

Il Capitano comandante della 1a sezione
MASSIMO GIRAUDO

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MessaggioInviato: Mer Ott 02, 2013 1:42 pm    Oggetto:  
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Tanto per non sbagliare, la repubblica delle banane ha archiviato l'indagine su Piazza Fontana:
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MessaggioInviato: Mar Ott 15, 2013 11:46 am    Oggetto:  
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...nello stesso anno in cui uscì il libro, 1997, i due autori del libro, F. Calvi e F. Laurent, curarono in Francia la realizzazione di un documentario (in francese, con interviste in italiano e inglese) basato sulla loro inchiesta. Ovviamente mai tradotto e mostrato in Italia. Noi lo abbiamo ritrovato in rete e ve lo proponiamo. BUONA VISIONE!

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MessaggioInviato: Ven Nov 01, 2013 12:08 pm    Oggetto:  
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...un equivoco che anche noi sul IlCovo denunciamo da sempre, sia rispetto a questo episodio criminale che ai tanti altri che hanno insanguinato la storia indegna della criminale "repubblica delle banane antifascista" !

Fine di un equivoco

Carcere di Opera, 10 ottobre 2013

Era scritto. Il Tribunale di Milano ha ufficialmente sancito la mancanza di volontà dei suoi magistrati di trovare la verità sulla strage del 12 dicembre 1969 all’interno della Banca dell’Agricoltura di Milano, a piazza Fontana.
Negli anni ’70, Gerardo D’Ambrosio ed Emilio Alessandrini cercarono una verità solo parziale e, soprattutto, politicamente comoda per il regime.
Ricevuti gli atti processuali dal giudice di Treviso Giancarlo Stiz che indicavano in Franco Freda e Giovanni Ventura due dei responsabili del massacro, esclusero a priori la responsabilità del finto anarchico Pietro Valpreda e, con essa, quella del finto anarchico Mario Merlino, per concentrarsi esclusivamente sulla “cellula nera” di Padova senza riuscire a comprendere che la contiguità di questa città con Venezia non era solo geografica.
I due seppero prosciogliere il vice capo della polizia, Elvio Catenacci, i responsabili degli uffici politici di Roma e di Milano, Bonaventura Provenza e Antonino Allegra, sostenendo che l’aver taciuto ai magistrati che le borse utilizzate per gli attentati erano state vendute a Padova, per quasi tre anni, rappresentava un fatto di “non rilevante gravità”.
Fu il procuratore della Repubblica, Aldo Fais, ad incriminare nel 1973 il responsabile dell’ufficio politico della Questura di Padova, Saverio Molino, per aver mantenuto segrete le intercettazioni telefoniche sull’utenza di Franco Freda che provavano l’acquisto da parte di quest’ultimo dei timer utilizzati per gli attentati.
Loro fecero altro: chiamarono a collaborare nelle indagini il direttore dell’Ufficio affari riservati del ministero degli Interni, Umberto Federico D’Amato.
L’inchiesta passò, poi, a Catanzaro per giustificati motivi di ordine pubblico, con buona pace ai Gerardo D’Ambrosio che ancora oggi fa intendere che gli venne tolta perché lui stava per arrivare alla verità.
Negli anni Novanta, la procura della Repubblica di Milano rifiutò dapprima di collaborare alle indagini svolte dal giudice Guido Salvini perché, a suo avviso, la competenza era del Tribunale di Catanzaro e, infine, quando venne obbligata ad intervenire lo fece contro l’inchiesta, contro il giudice istruttore Guido Salvini, contro i suoi collaboratori, contro i testimoni che avevano la colpa di chiamare in causa per la strage gli “ordinovisti” veneti.
L’azione di contrasto sviluppata da Gerardo D’Ambrosio, Grazia Pradella e Felice Casson è di pubblico dominio, non serve qui richiamarla ma solo sottolinearne la gravità eccezionale sulla quale tutti hanno sorvolato-per ragioni politiche.
I processi ultimi sulla strage di piazza Fontana hanno visto come unico pubblico ministero convinto delle accuse che formulava contro gli “ordinovisti” veneti Massimo Meroni, non i suoi colleghi a cominciare da Grazia Pradella.
La conclusione delle indagini iniziate al termine dell’iter processuale, con la sentenza della Corte di cassazione del 3 maggio 2005, non poteva essere diversa da quella che è ora ufficialmente sancita dal giudice istruttore Fabrizio D’Arcangelo.
Non ci dispiace, anzi siamo lieti che si sia posto fine all’equivoco, nel quale tanti incorrono, di una magistratura impegnata a cercare la verità, di uno Stato che non lascia nulla d’intentato per trovarla, e cosi via blaterando.
Lo Stato – lo abbiamo sempre detto – si è sempre impegnato a negare la verità e non ha lasciato nulla d’intentato per raggiungere questo fine.
In una inchiesta come quella sulla strage di piazza Fontana, la logica processuale della ricerca delle prove sui singoli individui sospettati di aver preso parte all’esecuzione materiale del massacro, si ritorce contro coloro che hanno assecondato il gioco della procura della Repubblica di Milano, in buona fede ovviamente, credendo che le segnalazioni da loro fatte su questo o su quel testimone potessero modificare la decisione di chiudere il capitolo una volta per sempre.
Non è cosi.
Su un fatto politico di respiro nazionale ed internazionale, come l’operazione del 1969 conclusa con gli attentati del 12 dicembre a Roma e Milano, solo una decisione politica può obbligare la magistratura a cercare la verità, non circoscritta ai soli esecutori materiali.
Gli elementi per giungere all’affermazione della verità sul piano anche processuale, non solo storico, ci sono tutti, manca la volontà di riunirli insieme, di ricomporre il mosaico, di interrogare tutti i testimoni.
Bisogna avere le carte in regola per procedere ad un’inchiesta che sia degna di essere considerata come tale.
Il Tribunale di Milano, tolta l’eccezione rappresentata da Guido Salvini, non le ha perché storicamente nulla ha mai fatto per cercare ed affermare la verità.
Giancarlo Rognoni, ad esempio, è stato imputato per la strage di piazza Fontana, e poi assolto dall’accusa. Ma lo sarebbe stato se la procura della Repubblica avesse preso in considerazione che la fallita strage del 7 aprile 1973, per il quale è stato condannato con sentenza passata in giudicato, riproponeva alla lettera il piano preparato per il mese di dicembre del 1969, prima le stragi (a Roma e a Milano il 12 dicembre 1969), poi la manifestazione nazionale indetta dal Movimento sociale italiano a Roma il 14 dicembre?
In quella primavera del 1973, i congiurati della “Rosa dei venti” in cui è intruppato Giancarlo Rognoni, lo ripropongono pari pari: prima la strage, da attribuire questa volta a Lotta continua, il 7 aprile 1973, poi la manifestazione nazionale del Msi il 12 aprile 1973, questa volta a Milano con preventiva distribuzione di bombe a mano a un gruppo di fidati attivisti.
Nessuno, fino ad oggi, ha mai indagato sulla mancata strage del 7 aprile 1973, benché siano noti i legami fra Giancarlo Rognoni, Carlo Maria Maggi e il comando della divisione carabinieri “Pastrengo” di Milano.
Tutti fingono di credere che l’iniziativa di fare un massacro su treno, attribuendola ai “rossi”, quel 7 aprile 1973 sia partita dal solo Giancarlo Rognoni.
La magistratura milanese non ha compreso allora ché la strage del 7 aprile 1973 e la successiva manifestazione nazionale del Msi del 12 aprile, erano inseriti in un disegno politico organico che riproponeva perfino le modalità esecutive di quello iniziato nel 1969.
Neanche la strage di via Fatebenefratelli del 17 maggio 1973, che vede gli “ordinovisti” veneti agire a Milano, fa sorgere nei magistrati milanesi il dubbio che ci sia un collegamento fra Milano e Venezia.
Non la procura della Repubblica di Milano, non D’Ambrosio e colleghi hanno il merito di essere pervenuti al processo per la strage compiuta dal finto anarchico Gianfranco Bertoli il 17 maggio 1973 a Milano, per questo va ascritto al solo giudice istruttore Antonio Lombardi che per venti anni ha tenuto aperto il fascicolo nella matematica certezza che Bertoli non aveva agito da solo e non era anarchico.
Un disegno organico nel quale sono inseriti tre episodi di strage, due dei quali eseguiti ed uno organizzato a Milano, di cui non si trova traccia negli atti giudiziari della procura della Repubblica di Milano.
Oggi il giudice istruttore milanese, accoglie la richiesta dei pubblici ministeri Armando Spataro, Maurizio Romanelli e Grazia Pradella, e chiude l’inchiesta perché le indagini non possono durare all’infinito.
Riconosce, però, che risulta colpevole di concorso nella strage di piazza Fontana Carlo Digilio, riconosciuto come tale con sentenza del 30 giugno 2001 della Corte di assise di Milano.
Chi era Carlo Digilio?
“Sono un agente dello spionaggio figlio di un agente dello spionaggio”, dichiarò orgoglioso ai giudici all’inizio della sua parziale collaborazione con la “giustizia”.
Carlo Digilio, in effetti, era un informatore dei servizi segreti americani.
Franco Freda e Giovanni Ventura riconosciuti tardivamente colpevoli erano collegati al servizio segreto militare italiano e, uno a quello greco.
La “cellula nera” è prodotto della fantasia politico-giornalistico-giudiziaria, perché in realtà si tratta di indagare sull’operato dei servizi segreti americani, italiani, greci e così via, per i quali i tre colpevoli lavoravano.
Sopra i servizi segreti ci sono gli Stati maggiori delle Forze armate e i ministeri degli Interni, i quali dipendono dai rispettivi governi.
E qualcuno si attende, stando così le cose, che i giudici di Milano facciano un’indagine vera, seria, allargata agli ideatori ed agli organizzatori del eventi del dicembre 1969?
Questo potrebbe accadere in un Paese africano, non in Italia. Qui tutti vogliono vivere felici e contenti: Gerardo D’Ambrosio è stato senatore dell’ex Pci; Felice Casson è senatore ancora in carica dello stesso partito; lo stragista Franco Freda scrive articoli per “Libero”, gli altri proseguiranno nella loro grigia carriera con la sicurezza di essere esenti da critiche perché hanno fatto la cosa giusta per la politica, per i partiti, per le Forze armate, i servizi segreti italiani e stranieri, la Nato e via enumerando.
E per le vittime? Per i giudici del Tribunale di Milano vale il detto: “Chi muore giace, chi vive si dà pace”.
E loro in pace vivono e vogliono vivere.

Vincenzo Vinciguerra

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