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"CREDO" MAZZINIANO E FASCISMO!

 
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Marcus
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MessaggioInviato: Ven Set 20, 2013 10:55 am    Oggetto: "CREDO" MAZZINIANO E FASCISMO! Rispondi citando

"CREDO" MAZZINIANO E FASCISMO

Il fondamento religioso della concezione politico-sociale mazziniana e la sua eredità politica trasmessa al Fascismo


La dottrina politica del Mazzini, nato a Genova il 22 giugno 1805 e morto a Pisa il 10 marzo 1872, è strettamente derivata da quella religiosa. È alla sua base la ferma fede in Dio e l'autore di quanto esiste, pensiero vivente, assoluto ». La storia nel concetto mazziniano, e cioè l'evoluzione progressiva dell'umanità, non è che la manifestazione dell’ idea della Provvidenza, espressa nell'ordine e nelle leggi costanti con le quali il mondo è governato; nel concetto di storia è quindi implicito il suo continuo divenire, che non rinnega le istituzioni del passato, le quali, per essere necessariamente una manifestazione dell' idea della Provvidenza, per ciò stesso si giustificano, trovando, in ogni stadio, il punto di partenza per .le nuove trasformazioni che subiranno nelle successive evoluzioni. Dio solo è la mente suprema, e Dio né si crea né si dimostra: senza Dio non v' è altro dominatore che il Fatto; la vita di conseguenza non ha fine contemplativo o edonistico, ma morale, dovendo tradurre in atto la missione all'uomo affidata in piena libertà. Libertà da intendersi non come diritto che può avere chiunque di esercitare le sue facoltà senza danneggiare altrui; ma contenuta nei limiti della « capacità di scelta tra le diverse vie che guidano al bene »; cioè l'uomo ha « diritto non di scegliere il male, ma di scegliere fra le vie che conducono al bene ». È, insomma, questa libertà « mezzo al bene, non fine ». Ciò presuppone nell'uomo il dovere di non agire come se fosse solo, perché non sarebbe possibile per lui divenire strumento di realizzazioni storiche, senza associarsi con i suoi concittadini formanti nazione, spettando alle nazioni, in collaborazione, di tradurre nei fatti i fini speciali ad esse affidati. Primo compito quindi è quello di fondare le nazioni, di creare i popoli, e cioè dare loro una coscienza, poiché il fine dell'uomo è quello di svolgere, porre in atto « tutte quante le facoltà che costituiscono l'umana natura» allo scopo di conquistare il comune diritto, essendo « il solo fine sovrano nelle questioni di nazionalità, come in tutte le altre ». La nazionalità, precisa ancora, è la parte che Dio ha prescritto a ogni gente nel lavoro umanitario: il compito che ogni popolo deve adempiere sulla terra « perché l'idea divina possa attuarsi nel mondo ». Il concetto di nazione, a sua volta, non deve essere frainteso come sarebbe se si limitasse al territorio o alla razza; la nazione esiste soltanto « dove gli uomini riconoscono un principio comune, accettandolo in tutte le sue conseguenze, dove è identità d' intento per tutti », in quanto che « lingua, territorio, razza non sono che gli indizi della nazionalità, malfermi quando non sono collegati tutti, e richiedenti ad ogni modo la conferma della tradizione storica del lungo sviluppo d'una vita collettiva, contrassegnata dagli stessi caratteri ». Ove manchino queste condizioni non si ha nazione, « ma folla ed aggregazione fortuita... non vita nazionale, non popolo, non avvenire ». Per Mazzini, dunque, come il diritto dell' individuo si fonda sul dovere che hanno gli altri individui di rispettarne l' individualità, così il diritto della nazione ha la base nel dovere delle altre nazioni di rispettarne l'autonomia ed il particolare compito; dovere che, a sua volta, trae la sua origine dai fini assegnati alla società. « La società è un grande fatto religioso » afferma e « lo stato è l'associazione delle facoltà e delle forze di tutti per la conquista del vero », e cioè un'associazione ordinata da cui debbono trarre norma gli individui, quando esso rap¬presenti veramente la vita collettiva, l'idea di un miglioramento morale collettivo, la missione di progresso che la società deve assumersi. La forza dello stato, se ispirata a questo fine morale, è legittima, come è sacra la libertà dell' individuo se è mezzo al raggiungimento dello stesso fine. La libertà non è, infatti, negazione d'ogni autorità, ma soltanto di quella che non « rappresenti lo scopo collettivo della nazione ». Dottrina che trova, come s'è detto, la sua giustificazione teorica nella concezione dell'umanità che è 1' « associazione delle patrie, l'alleanza delle nazioni per compire, in pace e amore, la loro missione sulla terra; l'ordinamento dei popoli liberi ed eguali, per movere senza inciampi, porgendosi aiuto reciproco e giovandosi ciascuno del lavoro degli altri, allo sviluppo progressivo di quelle linee del pensiero di Dio ch'egli scrisse sulla loro culla, nel loro passato, nei loro idiomi nazionali e sul loro volto ». Concezione, questa, dello stato e della nazione, altrettanto lontana dalla dottrina liberale che da quella comunista; la prima, « caotica ed immorale », « non conduce che alla ineguaglianza ed alla oppressione dei più »; la seconda, negando l' individuo, nega la libertà e perciò condanna a pietrificarsi la società togliendone ogni moto e ogni facoltà ». L'una e l'altra, infatti, per il Mazzini, traggono la loro giustificazione teorica da « due concetti [1' individualismo ed il collettivismo], il primo de' quali ci ha dato tutti i mali dell'anarchia, il secondo ci darebbe 1' immobilità e tutti i mali della tirannide ». Ma è evidente che sulle negazioni soltanto non si può edificare una dottrina, né il Mazzini si limitò a negare, avendo egli superato sia l'esclusivismo individualistico sia quello collettivistico, perché non era .concepibile per lui, storicamente, una società senza individui né individui senza società. Sviluppando il suo concetto egli afferma: « L' individuo deve il suo lavoro alla società: la società deve all' individuo il pane dell'anima e quello del corpo; educazione e mezzi » per metterlo in grado di lavorare, perché « l'ente individuo e l'ente collettivo, 1' io e il non io, ambi sacri, ambi elementi eterni della vita... sono i due termini del problema che affatica dal suo nascere l'umanità ». Ne consegue che « né l' individuo deve tentare di emanciparsi dal fine sociale che costituisce la sua missione quaggiù; né la società deve presumere di opprimere l' individuo ». Chiariti con le sue stesse parole i principi fondamentali della dottrina, esaminiamone, succintamente, gli sviluppi. Né sembri superfluo questo metodo nell'argomento che stiamo trattando. Il Genovese stesso afferma che « i principi stanno per lui sommi sopra tutte le cose e le dominano. Teorica e pratica sono indissolubilmente congiunte. La prima è il pensiero, la legge, l' idea; la seconda è il segno che rappresenta il pensiero; la formula scritta attraverso alla quale è .rivelata la legge, la forma che idea assume trapassando nel mondo sensibile ». L' estrinsecazione delle idealità della storia (o, come egli preferisce definirla, secondo la terminologia del tempo suo, la legge del progresso) che sta alla base della sua dottrina, si può seguire facilmente nelle scienze positive, considerate nella loro evoluzione dall'origine della civiltà ad oggi; né è meno evidente nelle scienze morali, non escluse le religiose, se è vero che la conquista dell' ideale divino esige la somma di tutte le facoltà poste da Dio nell'uomo. « Gli individui muoiono, afferma, ma quel tanto di vero che essi hanno pensato, quel tanto di buono ch'essi hanno operato, non va perduto con essi: l'umanità lo raccoglie e gli uomini che passeggiano sulla loro sepoltura, ne fanno loro pro. Ognuno di noi nasce in oggi in un'atmosfera d' idee e di credenze, elaborata da tutta l'umanità anteriore; ognuno di noi porta, senza pur saperlo, un elemento più o meno importante alla vita dell'umanità successiva. La educazione dell'umanità progredisce come si innalzano in Oriente quelle piramidi alle quali ogni viandante aggiunge una pietra. Noi passiamo, viandanti d'un giorno; l'educazione dell'umanità si mostra a. lampi in ciascun di noi, si svela lentamente, progressivamente, continuamente nella umanità ». Anche il diritto e la legislazione non si sottraggono all' impero della legge, ma questa legge è ancora ignota e « la sua ricerca è il “fine” dell'epoca attuale ». Però è ben chiaro a lui che « la legge del dovere accettata e confessata sottentrerà a quella tendenza usurpatrice dell'altrui diritto che signoreggiò finora le relazioni tra popolo e popolo... Il principio dominatore del diritto pubblico non sarà più “indebolimento d'altrui” ma “miglioramento di tutti per opera di tutti” progresso di ciascuno a pro d'altri ». L'arte, a sua volta, è da considerarsi dominata dallo stesso principio poiché « non è un fenomeno isolato, sconnesso, inesplicabile; essa vive della vita dell'universo, e con esso s'accosta d'epoca in epoca a Dio. Da quella vita collettiva essa trae, come le piante dalla terra, madre comune, la sua potenza sull'anime: la smarrirebbe staccandosene. “L'arte per l'arte” formola atea, come la formola politica: “ciascuno per sé” può dominare per alcuni anni su popoli che decadono; nol può sopra un popolo che sorge a vita nuova, e a una grande missione ». Se atea è la definizione « l'arte per l'arte », non si può altrimenti qualificare un'altra definizione, generalmente accolta: la « scienza per la scienza ». La scienza politica e sociale non si sottrae a questa legge, poiché « non esiste rivoluzione che sia puramente politica. Ogni rivoluzione dev'essere “sociale” nel senso che sia suo scopo la realizzazione di un progresso decisivo nelle condizioni morali, intellettuali ed economiche della società », essendo « fine dell' economia l' applicazione della legge morale sull'ordinamento del lavoro, produzione e reparto ». Occorre, dunque, superare la legge del salario, quella della domanda e dell'offerta, e la « legge di bronzo » di Marx e Lassalle, nella quale il lavoro è ridotto ad essere una merce venale. Per ottenere questi risultati « bisogna che le associazioni operaie, ma libere, spontanee, varie, fondate sul sacrificio, sulla virtù, sull'amore e sull'economia, trasformino gradatamente la costituzione attuale del lavoro e sostituiscano al sistema del salario il principio che la ricchezza d'ogni uomo dev'essere proporzionata all'opera sua, cancellando non i benefici innegabili, ma gli svantaggi e l'eccesso della concorrenza ». Per agevolare questa trasformazione nell'ordinamento del lavoro, lo stato dovrebbe procedere ad un « riconoscimento delle associazioni volontarie tra lavoranti della industria e dell'agricoltura come di corporazioni legali »; dallo stato dovrebbe sorgere l' iniziativa per « una vasta serie d'aiuti » in favore del popolo, « che risolverebbe il problema sociale senza spoliazioni, senza violenze, senza manomettere la ricchezza acquistata anteriormente dai cittadini, senza suscitare quell'antagonismo tra classe e classe ch' è ingiusto, immorale, fatale alla nazione ». E per giungere alla collaborazione tra le classi egli auspica « l' istituzione di consigli conciliativi, composti per metà di padroni per metà d'operai, usciti tutti naturalmente dalle elezioni, e presieduti, se vuolsi, da un individuo capace appartenente alla magistratura ed eletto egli pure » il quale « riuscirebbe sommamente giovevole in tutti i dissensi che sorgono frequenti tra i lavoranti e i capitalisti che li impiegano. E la missione di consigli siffatti potrebbe facilmente estendersi a un diritto d'invigilamento sulla salubrità dei locali e su quanto riguarda il lavoro in alcuni pericolosi rami dell'industria ». Solo in questo modo si giungerà a tradurre in atto quel fine supremo della giustizia sociale, che è la riabilitazione del lavoro, meta cui si deve tendere con ogni sforzo. « La riabilitazione del lavoro, proclama, è ciò che sta in fondo a tutte le questioni di ordinamento sociale; è il solo e vero assunto fondamentale dell'economia politica; è ciò che ogni uomo, che vuole il bene dei suoi simili e la verificazione del pensiero di Dio sulla terra, non deve mai perdere di vista ». Questa riabilitazione del lavoro è essenzialmente portata dalla necessità di una trasformazione, d'un miglioramento morale, ed « ogni trasformazione morale è opera d'educazione; ogni opera d'educazione è essenzialmente religiosa ». Come per il problema delle nazionalità, anche per quello del lavoro, il solo fine è sovrano. « Il lavoro che altera, modifica, completa tutto ciò che tocca; il lavoro, che è “comunione” perenne, e che agisce fuori dell' individuo, diventa santo solo perché è simbolo della vocazione umana, e come espressione della legge di moto che spinge innanzi l'essere creato; è il riflesso del pensiero sociale che vive in esso. E deve pure ordinarsi a seconda, non delle inclinazioni, ma del “fine”. È dipendente, come ogni cosa, dalla morale. “La morale in azione” è la fede, così come la intendiamo, la fede dell'avvenire, la fede che oggi il mondo non ha, e che pur va cercando in tutte le sue manifestazioni, nel “popolo” specialmente che domina tutte le questioni; che imprime ovunque al movimento odierno un carattere spiccatamente democratico. L’ “utile” è inseparabile da quel movimento; deve infallibilmente scendere, per la maggioranza, dal compimento più o meno perfetto della “legge morale” ; ma non ne costituisce il “principio” ; né può sostituirsi alla legge morale stessa. Non però visse né libertà, né benessere, né accrescimento di ricchezza, senza armonia sociale. Né armonia sociale senza una fede unica e comune a tutti. Né fede senza istruzione, senza educazione religiosa. Il problema religioso è, in ogni caso, d'un'influenza inevitabile e fondamentale ». Al lavoratore, da parte sua, «corre debito di lavoro » di sviluppare in sé, per sé e per gli altri, le facoltà fisiche, intellettuali e morali al fine di assolvere i diritti di cittadino « i quali richiedono un certo grado di educazione, una certa somma di tempo », che nell' ordinamento, dal Mazzini auspicato, deve essergli concesso. Non fissa aprioristicamente la durata del lavoro essendo «i lavori di natura diversa, non calcolabili sulla durata e sulla somma di lavoro compiuta in un'ora, ma sulle difficoltà, sulla minore o maggiore spiacevolezza del lavoro, sul dispendio di vitalità che trascina con sé, sull'utile conferito da esso alla società ». Non potendosi ispirare ad un concetto di eguaglianza, che sarebbe, nella realtà, il trionfo della diseguaglianza, specialmente nei rapporti tra la durata del lavoro e la ricompensa, detta la seguente norma: « qualunque è disposto a dare pel bene di tutti ciò ch'ei può di lavoro, deve ottenere compenso tale che lo renda capace di sviluppare, più o meno, la propria vita sotto gli aspetti che la definiscono ». Nello stabilire poi la retribuzione al lavoratore devono essere tenute presenti le « necessità della vita»; in altre parole, si deve tener conto se egli è solo o se è un padre di famiglia con prole più o meno numerosa. Nel caso che al lavoratore manchi il lavoro « o dove lo vietino gli anni e le malattie» alla società corre l'obbligo di provvedere: sono così adombrate sin dal 1840 quelle provvidenze che si tradussero in realtà attraverso le assicurazioni sociali obbligatorie soltanto molti anni dopo in Europa ed in Italia. Né è meno consono ai nostri tempi il concetto ch'egli ha della proprietà, da lui considerata sacra come il lavoro. Non concepisce però immutabili i modi di governarla, anzi afferma che questi sono destinati « a subire tutte le altre manifestazioni della vita umana ». È perciò legittima « quando il suolo si trovi ad essere diviso in un grandissimo numero di mani, quando il diritto di proprietà sia accessibile alla maggioranza della nazione, quando questo diritto sia soprattutto la conseguenza e il pensiero del lavoro »; altrimenti no. «Io guardo sdegnoso, esclama, e presago di trasformazione alla proprietà dell' ozioso, accumulata nelle sue mani per il lavoro altrui, e giacente infruttifera e corruttrice, mentre la fame uccide il vero produttore, facendolo servo all'avide, ingiuste pretese del suo simile ». Nel 1849, quando fu a capo della repubblica romana, il Mazzini non esitò a tradurre il pensiero in azione, decretando che una grande quantità di beni rustici appartenenti a mano morte fosse ripartita « in, tante porzioni sufficienti alla coltivazione di una o più famiglie del popolo, sfornite d'altri mezzi », cui vennero cedute « in enfiteusi libera e perpetua col solo peso di un discreto canone verso l'amministrazione demaniale », bene rustico che era « essenzialmente e in ogni tempo redimibile dall'enfiteuta ». Anche alla finanza egli assegna una funzione correttiva, ispirandosi a quel concetto di superiore giustizia che trovasi nell'armonia sociale da lui perseguita. « Senza sottrarre alla ricchezza attuale delle varie classi, scrive, senza attribuire a una sola il ricavato dei tributi che, chiesti a tutti i cittadini, deve erogarsi a beneficio di tutti, l' insieme degli atti suggeriti, (cioè il riconoscimento giuridico delle associazioni; « il miglioramento delle vie di comunicazione e l'abolizione di quanto inceppa il trasporto dei prodotti ; il “credito agrario e industriale” , distribuito da “banchi locali, amministrati da consigli comunali elettivi”; i “luoghi di deposito pubblico dai quali, accertato il valore approssimativo delle merci consegnate, si rilascerebbe un documento simile a un biglietto bancario, ammesso alla circolazione e allo sconto”; la “concessione dei lavori che bisognano allo stato, data eguaglianza di patto, alle associazioni” ; la “semplificazione delle forme giudiziarie” ; le “facilità legislative date alla mobilizzazione della proprietà fondiaria” ; il “mutamento radicale del sistema dei tributi pubblici” sulla base che “il tributo non può cominciare che dove il reddito supera la cifra di danaro necessaria alla vita”; l'incameramento delle proprietà illegittime, nel senso già chiarito, che “porrà nelle mani dello stato una somma di ricchezza più vasta ch'altri non pensa” , cui si deve aggiungere “il valore rappresentato dalle terre, dissodabili e fertilissime, tuttavia incolte” ), l'insieme di queste provvidenze, si ripete diffondendo il credito per ogni dove, accrescendo e migliorando la produzione, costringendo l'interesse del danaro a scemare gradatamente, affidando il progresso e la continuità del lavoro allo zelo e alla utilità di tutti i produttori, sostituirebbe a una cifra di ricchezza, concentrata in poche mani e imperfettamente diretta, la nazione ricca, maneggiatrice della propria produzione e del proprio consumo ». Ed ecco, infine, la meta da lui segnata: « Perché tra l'opera dei lavoratori e l'opera della società, che ha doveri sacri verso i suoi membri, non si compirebbe pacificamente la più grande, la più bella rivoluzione che possa idearsi, quella che, dando come base economica al consorzio umano il lavoro, come base alla proprietà i frutti del lavoro, raccoglierebbe sotto una sola legge d'equilibrio tra la produzione e il consumo, senza distinzione di classi, senza predominio tirannico d'uno degli elementi del lavoro sull'altro, tutti i figli della stessa madre, la patria ? ». Il nucleo della dottrina mazziniana è vitale. Oggi la Carta del lavoro, fondamentale pilastro dello stato corporativo, sostiene appunto il dovere sociale del lavoro e della solidarietà tra i vari fattori della produzione per il bene dello stato.

A. Codignola

(estratto dal Dizionario di Politica a cura del P.N.F. - Roma, 1940, Vol. III, pp. 73 - 76)

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" Forse che non conoscendo a fondo il pensiero del Duce si può affermare di essere fascisti? Noi diciamo di no! Che il fascismo non è istinto ma educazione e perciò è conoscenza della sua mistica,che è conoscenza di Mussolini" (N. Giani)
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