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LA FAIDA

 
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Marcus
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MessaggioInviato: Gio Set 05, 2013 12:46 pm    Oggetto:  
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LA FAIDA

di Vincenzo Vinciguerra

- Carcere di Opera, 30 novembre 2012 – nuova edizione marzo 2013


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La storia dei rapporti reali fra il Movimento sociale italiano e la Democrazia cristiana non è stata ancora scritta.
Sappiamo però con certezza che questo partito è sorto per volontà ed interesse congiunti dei servizi segreti americani, della Confindustria, del Vaticano e della Democrazia cristiana, che necessitavano di dotarsi di una “guardia bianca” per combattere sul terreno l’apparato paramilitare ed attivistico del Partito comunista.
Ci è noto anche che, fino alle elezioni politiche del 18 aprile 1948, il Movimento sociale ha assolto con scrupolo il suo dovere di ascaro nei confronti della Democrazia cristiana con i cui dirigenti e militanti ha partecipato alla campagna elettorale, a scontri fisici con i comunisti, coniando lo slogan: “Chi vota per la Dc vota bene, chi vota Msi vota meglio”.
In realtà, come testimonierà Gianni Roberti, responsabile nazionale della Cisnal, il 18 aprile 1948 perfino all’interno delle loro famiglie i missini dividono i voti fra Dc e il loro partito, perché l’ordine perentorio è contribuire al trionfo democristiano anche a costo di rinunciare ad un consistente numero di voti.
Dopo, anche a causa degli scontri all’interno del Movimento sociale fra coloro che ingenuamente credono che il partito voglia effettivamente essere l’erede ideale della Repubblica sociale italiana e quanti viceversa sanno perfettamente a cosa serva, fra i dirigenti nazionali del Msi e quelli della Dc ci sono momenti di tensione durante i quali i secondi non si fanno scrupolo di far tintinnare le manette, per ricordare a chi lo avesse dimenticato chi è il padrone.
L’ascaro missino rientra, quindi, rapidamente nei ranghi tanto da ipotizzare, come dirà Filippo Anfuso nel corso di un discorso in Parlamento, di procedere all’autoscioglimento del partito per confluire nella Democrazia cristiana.
Il Msi, però, non riesce a raggiungere risultati elettorali tali da poter sostenere la Democrazia cristiana e, altrettanto, falliscono nell’intento di allargare in modo significativo la loro base elettorale gli altri partiti di destra, Partito liberale e partiti monarchici.
Così, la Democrazia cristiana, soprattutto con il proprio spregiudicato stratega Aldo Moro, si volge a sinistra per avere un alleato in grado di garantire la governabilità varando la politica del centro-sinistra che si propone, anche, di staccare il Psi dal Pci indebolendo quest’ultimo in un modo che si riteneva significativo.
L’obiettivo del centro-sinistra, perseguito con tenacia anche dalla Central intelligence agency, fallisce ma Aldo Moro e buona parte dei dirigenti nazionali democristiani non intendono modificare quello che ritengono un processo ormai irreversibile, così che per la destra italiana e per il Movimento sociale italiano inizia il declino.
La fase discendente di un partito che aveva conosciuto la fase più esaltante con il governo di Fernando Tambroni nella primavera del 1960, è però circoscritta al piano politico ufficiale e pubblico, non a quello riservato e clandestino.
Gli anni Sessanta sono quelli dell’incubazione della preparazione e dell’inizio della “guerra a bassa intensità” che esploderà in tutta la sua violenza negli anni Settanta.
Il Movimento sociale italiano non rimane estraneo alla guerra politica, forte dei suoi legami con i servizi segreti e del controllo sulle formazioni extra-parlamentari della destra estrema, vi partecipa con un ruolo che emerge dalla documentazione storica e, perfino, processuale raccolta in questi anni.
Se nel corso degli anni Cinquanta la presenza di esponenti del Msi è segnalata in organizzazioni che fanno capo direttamente alla Nato, come “pace e libertà”, in seguito anche in quella che verrà denominata “Gladio”, nella quale sarà inserito il fratello del segretario nazionale del Msi, Augusto De Marsanich, è nei primi anni Sessanta che i rapporti fra la Segreteria del Msi e il Sifar si rafforzano con l’azione condotta, contro gli indipendentisti alto-atesini, in Austria dai militanti del Msi, con attentati nel corso dei quali perde la vita anche un ispettore della Gendarmeria austriaca, a Ebensee, il 23 settembre 1963.
Sono uomini del Movimento sociale italiano che, con il direttore de “Il Borghese” e quelli di “Avanguardia nazionale” organizzano l’operazione “manifesti cinesi” promossa dalla Divisioni affari riservati del ministero degli Interni, fra i quali un non meglio identificato La Morte, come indicato personalmente dal “Caccola”.
E’ il segretario nazionale del Msi, Giorgio Almirante, che organizza la manifestazione del 14 dicembre 1969, a Roma, dalla degenrazione della quale deve scaturire il pretesto per il presidente del Consiglio, Mariano Rumor, per proclamare lo “stato di emergenza”.
E’ dirigente del Movimento sociale italiano Pino Rauti, rientrato ufficialmente nel partito nel mese di novembre del 1969, con lo scopo dichiarato di “aprire l’ombrello”, un mese prima della strage di piazza Fontana, a Milano, di cui saranno chiamati a rispondere, insieme agli uomini di Junio Valerio Borghese, Stefano Delle Chiaie e Mario Merlino, Franco Freda, Giovanni Ventura, Carlo Maria Maggi e Carlo Digilio tutti intruppati in Ordine nuovo.
E’ iscritto al Movimento sociale italiano Junio Valerio Borghese, i cui uomini prenderanno parte attiva agli eventi tragici del dicembre 1969.
È iscritto al Movimento sociale italiano Giancarlo Rognoni il cui nome figurerà nell’inchiesta per la strage di piazza Fontana, e sarà poi condannato per la fallita strage sul treno Torino Roma del 7 aprile 1973.
È dirigente provinciale del Msi Giancarlo De Marchi, che sarà arrestato per la preparazione al “golpe” tentato dagli uomini della “Rosa dei venti”.
Non c’è operazione “sporca” e clandestina nella quale non siano presenti gli uomini del Movimento sociale italiano.
Il partito di Giorgio Almirante partecipa anche al “golpe Borghese” del 7-8 dicembre 1970.
Quella notte, difatti, nella sede del Fronte nazionale, a Roma, sono presenti in veste di “osservatori” i dirigenti missini Alberto Pompei e Gaetano La Morte, quest’ultimo componente del comitato centrale del partito.
In Italia non esiste la figura istituzionale dell’ “osservatore” di “golpe”, quindi la magistratura avrebbe dovuto incriminare i due esponenti missini per concorso nell’operazione “Tora tora”, ma non lo farà perché non ritiene di dover coinvolgere nelle indagini su un presunto “colpo di Stato” i componenti di un partito rappresentato in Parlamento che, per i golpisti, bombaroli e stragisti funziona come un ombrello sotto il quale ripararsi, secondo l’appropriata definizione di Pino Rauti.
Non basta perché Giulio Andreotti, che da quel “golpe” avrebbe dovuto uscire come presidente del Consiglio della nuova Italia, verrà meno alla leggendaria e mafiosa omertà democristiana scrivendo, in un suo libro, che fu proprio Giorgio Almirante a far fallire il “golpe Borghese” telefonando a tarda sera, il 7 dicembre 1970, al ministro degli Interni Franco Restivo per sincerarsi della sua partecipazione, ed innescando in questo modo il processo che poche ore dopo porterà all’ordine di smobilitazione e di ritirata dei “golpisti”.
Nel 1971 e, poi, nel 1972 le sorti politiche ed elettorali del Movimento sociale si risollevano mentre, all’interno della Democrazia cristiana, si dibatte e ci si scontra sulla linea politica da adottare, se ritornare al centro-destra, se proseguire con la formula del centro-sinistra, se risolvere il problema rappresentato dalla costante avanzata elettorale del Pci con le “maniere forti” o con la corruzione politica sviluppando quella che Aldo Moro, già nel mese di gennaio del 1969, aveva chiamato “la strategia dell’attenzione”.
Lo scontro all’interno del partito di maggioranza relativa è durissimo come si può agevolmente evincere da un’annotazione, nel proprio diario, del segretario generale della Nato, il liberale Manlio Brosio, alla data del 17 novembre 1970:
“Manzini è pure preoccupato dall’avanzata comunista in Italia. Vorrebbe vedermi. “Che cosa si può fare?” Gli domando. “Spaccare la Democrazia cristiana” mi risponde. Ma dove e come? Rischia di essere un’operazione a favore e non contro i socialisti e le sinistre”.
Mentre nei più alti livelli nazionali ed internazionali si discute cosa fare della Democrazia cristiana, le fortune elettorali del partito di Giorgio Almirante si risollevano ma, contesualmente, inizia una manovra che sembra avere per obiettivo più quest’ultimo che il partito.
E’ impossibile, allo stato, avanzare ipotesi sugli ambienti politici e gli uomini che dalla primavera del 1971 iniziano un attacco personale a Giorgio Almirante, in apparenza inspiegabile perché il Msi rappresenta una forza parlamentare anticomunista che, sebbene non ritenuta meritevole di essere associata ad una maggioranza governativa, può riprendere il ruolo di ascaro al servizio del partito di maggioranza.
Non sappiamo se l’obiettivo fosse solo la persona di Giorgio Almirante e non il partito. Se, cioè, qualcuno abbia cercato di scalzare lui dalla segreteria nazionale del Msi con un’operazione coordinata dall’interno e dall’esterno del partito.
Possiamo pensare che il rifiuto di Giorgio Almirante di abbandonare le forme esteriori di un fascismo che pure non gli apparteneva, per timore di perdere consensi elettorali, trasformando il Movimento sociale in un partito di destra rispettabile, se non antifascista almeno a-fascista, possa essere stato, insieme ad altri fattori, l’elemento scatenante dell’attacco che, comunque, produrrà i suoi effetti perchè sarà proprio il segretario “estremista” a fare del partito una forza di “destra nazionale” e a collocarci ai vertici gli anitifascisti e badogliani Gino Birindelli e Alfredo Covelli
Ma ci fermiamo qui perché la dietrologia non ci appartiene. Preferiamo valutare i fatti, e questi ci dicono che il 17 marzo 1971 il quotidiano paracomunista “Paese sera” annuncia per primo che è in corso un’operazione di polizia contro persone accusate di insurrezione armata contro i poteri dello Stato.
È l’inizio dell’inchiesta sul “golpe Borghese” del 7-8 dicembre 1970, il cui fallimento è dovuto a Giorgio Almirante, secondo le accuse a posteriori di Giulio Andreotti.
Il 13 giigno 1971 in Sicilia ed in altri capoluoghi di provincia si svolgono le elezioni regionali ed amministrative che segnano un successo elettorale del Msi.
Il 16 giugno 1971 la procura della Repubblica di Spoleto inizia un’azione giudiziaria contro Giorgio Almirante e i dirigenti nazionali del Msi per “attentato alla Costituzione” e “tentata ricostituzione del Pnf”.
Il 21 giugno 1971, ad Arezzo, patria di Licio Gelli, fedele e fidato subalterno di Giulio Andreotti, per mirabile coincidenza viene ritrovato il testo del bando con il quale i governo della Repubblica sociale italiana annunciava che renitenti alla leva e disertori sarebbero stati condannati a morte, firmato da Giorgio Almirante nella sua veste di funzionario del ministero della Cultura popolare.
Il 14 luglio 1971, è nominato procuratore generale a Milano Luigi Bianchi d’Espinosa, il quale non fa mistero di vole procedere contro lo stesso Almirante e i componenti della direzione nazionale del Msi per “tentata ricostituzione del Partito nazionale fascista”.
Almirante reagisce.
Ce lo conferma una nota informativa del ministero degli Interni del 6 dicembre 1971, proveniente da “qualificata fonte ambientale”, che afferma che “Almirante ha parlato dell’inchiesta della Procura generale di Milano contro il Msi, per il reato di riorganizzazione del Pnf, e ha dato lettura di due note informative, contenenti gravi rivelazioni sui precedenti e le condotte private dei magistrati milanesi Bianchi D’Espinosa e Sinagra, affermando di aver avuto tali informazioni dai “servizi segreti dello Stato”, i quali si sarebbero schierati con il Msi in contrapposizione ad una congiura contro il partito dal governo Colombo, attraverso il ministero degli Interni…”
Giorgio Almirante è, quindi, sicuro che contro di lui ed il Msi sia in corso una “congiura” che vede come promotori il presidente del Consiglio Emilio Colombo ed il ministero degli Interni, ai quali si contrappongono i servizi segreti militari che lo sostengono e lo proteggono.
Il segretario nazionale del Msi non millanta, in questo caso, credito perché l’8 ottobre 1982 il tenente colonnello Antonio Viezzer confermerà a Tina Anselmi che “Labruna e il maresciallo Esposito hanno messo bombe nelle sedi del Msi per favorire il Msi nel 1972″, ovvero nel corso della campagna elettorale nella primavera di quell’anno.
Del resto, a dare credito ad una nota dell’ambasciata americana a Roma del 17 marzo 1971, l’inchiesta sul “golpe Borghese” prende di sorpresa i vertici militari e dell’Arma dei carabinieri confermando che il suo avvio è stato deciso in sede esclusivamente politica per motivazioni che attengono allo scontro fra forze politiche inserite nel medesimo schieramento anticomunista:
“La motivazione politica di tale “indagine” – scrivono i funzionari dell’ambasciata americana in un rapporto inviato al Dipartimento di Stato – è confermata dal fatto che gli organismi di sicurezza del governo che normalmente sarebbero stati coinvolti come i carabinieri avrebbero preso inizialmente dell’indagine attraverso gli articoli del giornale comunista. Come era da prevedersi sono furiosi come lo sono i principali leader delle Forze armate…”.
Visti i presupposti, la controffensiva almirantiana non produce gli effetti sperati se è vero che, il 10 gennaio 1972, all’inaugurazione dell’anno giudiziario, il procuratore generale di Milano, Luigi Bianchi D’Espinosa nel corso del suo intervento richiama i magistrati all’impegno antifascista:
“Il nostro sistema giudiziario – dice – impone a qualsiasi magistrato di operare in maniera antifascista. Non per libera scelta ideologica ma per dovere di lealtà al giuramento”.
E’ difficile credere che un alto magistrato come Luigi Bianchi D’Espinosa che ha consolidato la sua carriera facendo il pubblico accusatore, negli anni dell’immediato dopoguerra, nelle Corti di assise straordinarie contro i fascisti possa scambiare Giorgio Almirante e il Msi, rispettivamente, come fascista ed organizzazione finalizzata a ricostituire il Partito nazionale fascista.
Anche Oscar Luigi Scalfaro ha chiesto ed ottenuto la fucilazione di fascisti nel 1945 come pubblico ministero a Novara ma non ha mai scambiato il Msi per un partito fascista, e con i presunti eredi della Repubblica sociale è sempre stato in ottimi rapporti provati anche da sostegno che gli hanno dato per essere eletto presidente della Repubblica.
L’uso dell’arma giudiziaria contro i nemici politici è una prerogativa del potere democristiano, così che non pare avere torto Giorgio Almirante a ritenere che l’azione giudiziaria sia dettata da motivazioni politiche.
Il 1972, che inizia con l’esplicita dichiarazione di guerra dli Luigi Bianchi D’Espinosa è un anno nefasto per Giorgio Almirante.
Il 5 febbraio 1972, il Tribunale di Reggio Emilia riconosce come autentico il bando del 17 maggio 1944, firmato da Giorgio Almirante, con il quale si preannunciava la condanna a morte per i disertori e i renitenti alla leva delle Forze armate della Rsi.
Il 17 febbraio 1972 si costituisce il governo presieduto da Giulio Andreotti e, significativamente, il giorno successivo, 18 febbraio, a Milano, viene formalizzata l’istruttoria a carico di Giorgio Almirante e dei componenti della direzione nazionale del Movimento sociale italiano per “tentata ricostituzione del Pnf”.
Il 4 marzo 1972, è tratto in arresto Pino Rauti, accusato da Marco Pozzan sollecitato da Franco Freda di aver preso parte alla riunione svoltasi a Padova il 18 aprile 1969, nel corso della quale si decisero gli attentati alla Fiera campionaria ed alla stazione ferroviaria di Milano, compiuti il 25 aprile, con l’intento di provocare una strage attribuita agli anarchici.
L’arresto di Pino Rauti suona come un avvertimento alla persona, pronta a scaricare i subalterni, agli ambienti militari e spionistici di cui è parte integrante ma anche a Giorgio Almirante, promotore della manifestazione del 14 dicembre 1969, che ora ha l’ex capo di “Ordine nuovo” inserito nella direzione nazionale del suo partito.
E’ il Movimento sociale italiano che entra, con Pino Rauti, ufficialmente nell’inchiesta su piazza Fontana, chiamato in causa dai manovali padovani terrorizzati dall’idea di una condanna all’ergastolo inflitta a loro, e solo a loro.
A rafforzare la tesi della congiura giunge anche un appunto redatto dal Sid sulle attività delle Squadre d’azione Mussolini (Sam), nel quale scrive:
“La questione delle Sam costituirebbe un terzo episodio, in ordine di tempo, di un medesimo “disegno politico” volto a danneggiare il MSI (gli altri due dovrebbero essere rappresentati dalle indagini sul Fronte nazionale e sulla presunta ricostituzione del partito fascista); – il responsabile di tale “disegno”, sebbene non ancora individuato, dovrebbe ricercarsi in un esponente del Psdi, con il quale elementi del gruppo Sam avrebbero avuto dei contatti”.
Non c’è traccia di “comunisti” e “toghe rosse”.
Giorgio Almirante puntava l’indice contro il presidente democristiano, Emilio Colombo, e il ministero degl Interni; il Sid indica in un esponente del partito di Giuseppe Saragat il promotore di un “disegno politico” contro il Msi, da portare avanti con attentati compiuti dalle Sam e per via giudiziaria sfruttando le inchieste sul “golpe Borghese” e sulla “tentata ricostituzione del Pnf”.
La nota del Sid risale al 28 febbraio 1972, ma dal 4 marzo a queste due inchieste c’è da aggiungere anche quella sulla strage di piazza Fontana.
Si delinea, in questo modo, non una battaglia ideologica fra schieramenti contrapposti, ma una faida all’interno del mondo politico anticomunista che vede le fazioni che lo compongono scontrarsi utilizzando i mezzi della provocazione e dell’azione giudiziaria.
Il 31 maggio 1972, a Peteano di Sagrado è compiuto il primo e unico atto di spontaneismo armato, dal 25 aprile 1945, di matrice fascista, contro un Corpo armato e di polizia dello Stato, l’Arma dei carabinieri.
Nell’agguato, compiuto con un’autobomba, muoiono tre militi e rimane gravemente ferito un ufficiale.
Il 3 giugno 1972, l’organo di stampa del Msi, “Il Secolo d’Italia”, intitola l’articolo dedicato all’attentato “È un altro delitto delle Brigate rosse”.
Il giorno successivo, 4 giugno, a Firenze, Giorgio Almirante non esita a dichiarare:
“Sento il dovere e il diritto di manifestare la piena solidarietà alle forze dell’ordine e tutte le forze armate. La sfida lanciata dall’altra parte noi, per ora, la raccogliamo così, schierandoci moralmente e politicamente al loro fianco. Ma se il governo continuerà a venir meno alla sua funzione di Stato, noi siamo pronti a surrogare lo Stato. Queste non sono parole e invito i nostri avversari a non considerarle tali….I nostri giovani devono prepararsi allo scontro frontale con i comunisti e, siccome una volta sono stato frainteso e ora desidero evitarlo, voglio sottolineare che quando dico scontro frontale intendo scontro fisico”.
Parole gravissime che Almirante si sente autorizzato a pronunciare perché dettate dalla solidarietà con l’Arma dei carabinieri duramente colpita a Peteano di Sagrado.
Per il segretario nazionale del Msi non ci sono dubbi sulla matrice “rossa” di quell’attentato perché nessuno a destra, secondo lui, potrebbe colpire i carabinieri presentati nel 1946 alla stregua di “camerati” che proteggono ed affiancano i “giovani nazionali”.
Nessuno, secondo Giorgio Almirante, ricorda che furono proprio i carabinieri, nella pineta di Fregene, nella notte fra il 22 e il 23 agosto 1943 ad uccidere con un colpo alla nuca l’ufficiale più decorato delle Forze armate, Ettore Muti, il primo fascista a cadere, il primo omicidio di Stato della rinascente democrazia.
Nessuno, secondo il segretario nazionale del Msi, nel 1972 poteva più ricordare la “personale avversione” nutrita da Benito Mussolini nei confronti dei reali carabinieri pronti ad ucciderlo per non lasciarlo in mano ai tedeschi, se non fosse intervenuto l’ordine contrario del capo della polizia, Carmine Senise.
Per Giorgio Almirante, la memoria storica dei giovani nati e cresciuti nelle federazioni del Msi è inesistente. Dietro l’apparenza dei saluti romani e dei pellegrinaggi annuali a Predappio c’è l’oblio di un passato che nessuno osa più ricordare.
L’eco delle delazioni che dal Veneto al Friuli, ora per incassare la taglia di 30 milioni, ora per prendere le distanze dall’attentato e condannarlo, non giunge fino a Giorgio Almirante neanche quando divengono di pubblico dominio come quella attuata dai confidenti del Sid, Giovanni Ventura e Franco Freda, nei primi giorni di luglio 1972.
Il segretario nazionale del Msi è impegnato a fronteggiare l’attacco politico e giudiziario al quale è sottoposto, senza peraltro riuscire ad arginarlo.
Il 7 giugno 1972, difatti, il procuratore generale di Milano, Luigi Bianchi D’Espinosa invia alla Camera dei deputati la richiesta di autorizzazione a procedere contro Giorgio Almirante per “tentata ricostituzione del Pnf”.
Bianchi D’Espinosa muore il 25 giugno 1972, ma l’inchiesta non si arresta e, il 1° luglio, la Procura generale di Milano trasmette alla Camera dei deputati la documentazione relativa alla richiesta di autorizzazione a procedere bei confronti di Giorgio Almirante.
Il 6 ottobre 1972, all’aeroporto di Ronchi dei Legionari Ivano Boccaccio tenta di dirottare un aereo civile delle linee aeree interne per ottenere un riscatto di duecento milioni di lire a titolo di autofinanziamento.
Non disposto a mettere a repentaglio la vita dei pochi passeggeri, Ivano li fa scendere e non si rende conto che i piloti riescono a fuggire da una finestra apribile all’interno della cabina di pilotaggio, la cui esistenza era stata tenuta segreta, così che rimane solo all’interno dell’aereo.
A questo punto, dopo avergli intimato inutilmente la resa, alcune centinaia fra agenti di Ps e carabinieri assaltano l’aereo fermo sulla pista.
Ivano si difende lanciando una bomba a mano che provoca la ritirata fulminea degli attaccanti, meno due che riescono a nascondersi sotto l’ala dell’aereo da dove sparano contro Ivano Boccaccio ben visibile all’interno della cabina di pilotaggio, che risponde al fuoco ma viene raggiunto da un colpo di mitra alla tempia che ne provoca l’immediato decesso.
Seguo via radio quanto accade e comprendo subito che il silenzio di Ivano Boccaccio è dovuto alla sua morte.
Rimando a casa i due elementi che erano con me, mai identificati con buona pace dello scopritore del nulla Felice Casson, e accompagno Carlo Cicuttini a Padova dove incontro Massimiliano Fachini che, informato brevemente dell’accaduto, lo accompagna a Roma da Paolo Signorelli che, a sua volta, lo indirizza a Mauro Meli a Genova, che gli fornisce le indicazioni per recarsi in Spagna, a Barcellona.
Il 7 ottobre 1972, quindi, Paolo Signorelli informa Pino Rauti in merito al dirottamento aereo e all’attentato di Peteano di Sagrado. Mi dirà successivamente che “a Pino sono venuti i capelli grigi”, e sarà quest’ultimo ad informare Giorgio Almirante.
A questo punto, il segretario nazionale del Msi si trova gravato da quattro inchieste, rispettivamente relative al Fronte nazionale e al “golpe Borghese”; alla “tentata ricostituzione del Partito nazionale fascista”; alla strage di piazza Fontana ed ora all’attentato di Peteano di Sagrado.
Quest’ultima potrà avere effetti devastanti sull’immagine del partito sia per l’obiettivo (i carabinieri) sia perché non presenta margini di difesa visto che chi ha attirato i carabinieri nella trappola con una telefonata, è Carlo Cicuttini, segretario del Msi di Manzano del Friuli che, se arrestato, sarà inchiodato alle proprie responsabilità da una perizia fonica.
Giorgio Almirante è fermamente convinto fin dall’estate del 1971 che da ambienti politici democristiani e socialdemocratici sia in atto un’operazione contro la sua persona ed il suo partito.
Non ha alcun elemento che possa indurlo a credere che l’attentato di Peteano sia frutto di un’azione spontanea, decisa al di fuori di ogni logica di gruppo ed organizzazione con finalità diverse da quelle di un attacco militare allo Stato.
Nella logica di un burattino, è normale che si ritenga certa l’esistenza di burattinai in qualsiasi evento politico di una certa rilevanza, quindi Giorgio Almirante si convince che l’attentato di Peteano s’inquadra nell’ambito della congiura contro di lui ed il partito.
A questo punto decide di compiere una mossa spregiudicata: chiedere un incontro segretissimo con il segretario nazionale della Dc, Arnaldo Forlani, per rivelargli quanto sa e chiedere il suo aiuto dinanzi ad un attacco che potrebbe coinvolgere anche ampi settori della Democrazia cristiana.
L’incontro avviene nella seconda metà del mese di ottobre del 1972.
Il 18 aprile 1997, Arnaldo Forlani riferisce alla Commissione parlamentare d’inchiesta sul terrorismo e le stragi sul contenuto di quel colloquio:
“Essendo la mia disponibilità totale e la mia franchezza assoluta, voglio dire che allora rimasi ancora più preoccupato da quanto mi fu detto riservatamente dal segretario del Movimento sociale italiano, Almirante, che volle un incontro con me in un appartamento del centro di Roma, a casa di un suo amico. M’impressionò molto quello che mi disse Giorgio Almirante: era molto preoccupato, voleva avvertire me e, attraverso di me altri esponenti della vita politica nazionale, che una serie di movimenti che si stavano verificando nel paese e tentativi vari di gruppi antisistemici e di destra sfuggivano completamente alle sue possibilità di controllo: e non solo: si ponevano in antitesi con la sua posizione e aggiunse che avremmo commesso tutti un errore madornale nel ritenere che ci fosse qualche collegamento fra questi fenomeni e la posizione complessiva, strategica, programmatica e di linea politica del Movimento sociale italiano che poi in quel periodo era diventato Destra nazionale”.
Dopo i falliti “colpi di Stato” istituzionali del 12-14 dicembre 1969 e del 7-8 dicembre 1970, le conseguenze che potrebbero derivare al Movimento sociale italiano ed alla sua leadership politica dall’incertezza che si è determinata sulle tattiche da seguire per risolvere il caso italiano, convincono Giorgio Almirante che è giunto il momento di prendere ufficialmente le distanze dal principe Junio Valerio Borghese e da quanti ritengono di poter risolvere la situazione italiana con il concorso congiunto di forze politiche e militari.
La presenza di un missino fra gli attentatori del 31 maggio 1972, a Peteano di Sagrado, quando scoperta, potrebbe scardinare ogni possibilità di difesa del partito anche in relazione alle inchieste nelle quali sono coinvolti altri suoi dirigenti, come Pino Rauti, ed iscritti, come lo stesso Junio Valerio Borghese.
L’erroneo convincimento che l’attentato contro i carabinieri del 31 maggio 1972 sia un gesto di provocazione contro il Msi e la sua persona, induce Giorgio Almirante a rivelare al segretario nazionale della Democrazia cristiana, Arnaldo Forlani, quanto sa anche in merito ai rapporti che intercorrono fra gli esponenti dell’ala “dura” della destra italiana e quelli della Dc e di altri partiti anticomunisti, nonché sui loro rapporti internazionali.
Quella di Giorgio Almirante è una difesa preventiva che si propone di coinvolgere altri uomini ed altri settori dell’anticomunismo che rischiano di essere scavalcati dall’azione degli oltranzisti atlantici.
Il messaggio e le rivelazioni di Giorgio Almirante che, certo, non si è fatto scrupolo di tacere i nomi dei principali congiurati a destra come nella Democrazia cristiana e nel Partito socialdemocratico, generano l’inizio di una guerra senza esclusione di colpi all’interno del partito di maggioranza relativa e di tutto lo schieramento anticomunista.
Non è un’opinione.
E’ proprio il segretario nazionale della Dc, l’uomo che ha raccolto l’atto di accusa di Giorgio Almirante, Arnaldo Forlani a dichiarare ufficialmente la guerra a quanti si sono illusi di poter agire all’insaputa e contro la volontà dei vertici della Democrazia cristiana.
Il 5 novembre 1972, a La Spezia, sede storica della Decima flottiglia Mas, Arnaldo Forlani pronuncia in pubblico un discorso che segna l’inizio di un biennio tragico per la storia italiana:
“E’ stato operato il tentativo forse più pericoloso che la destra reazionaria abbia tentato e portato avanti dalla Liberazione ad oggi….Questo tentativo disgregante, – dice Forlani – che è stato portato avanti con una trama che ha radici organizzative e finanziarie consistenti, che ha trovato delle solidarietà probabilmente non soltanto di ordine interno ma anche in ordine internazionale; questo tentativo non è finito: noi sappiamo in modo documentato che questo tentativo è ancora in corso”.
In effetti, i pretoriani della Nato non hanno desistito dal loro tentativo di bloccare l’avanzata comunista con una soluzione autoritaria perché, come denuncia Forlani, esso è ancora in corso e continuerà ad esserlo almeno fino all’autunno del 1974.
Se la sede scelta per la denuncia di Arnaldo Forlani, La Spezia, chiama esplicitamente in causa il principe Junio Valerio Borghese, comandante della Decima flottiglia mas, ed i suoi contatti internazionali con la Central intelligence agency rappresentata da James Jesus Angleton e dai servizi segreti israeliani, qualche altro si preoccupa di tirare in ballo l’alter ego di Borghese in Italia, Giulio Andreotti.
Il 14 e 15 novembre 1972, a Roma, perviene a numerosi parlamentari copia di un documento intitolato “All’insegna della trama nera” che, ovviamente, attira subito l’attenzione del servizio segreto militare.
Il 22 novembre, il responsabile del Ccs di Napoli, Francesco Pezzino, scrive al generale Gianadelio Maletti, responsabile dell’ufficio “D” (sicurezza interna) del Sid che il possibile autore del documento potrebbe identificarsi in Francesco Cossiga.
Due giorni più tardi, il 24 novembre, il Sid commenta:
“Il documento a causa dello stile in cui è redatto e dei particolari tecnici che vi sono riportati, non è opera di uno sprovveduto (o di un gruppo di sprovveduti) ma di gente ben informata e notevolmente sensibile al gioco della “guerra politica” che segretamente si combatte in seno ai partiti”.
Guerra alla quale prendono parte i “corpi separati” dello Stato, come provano le iniziative assunte dal Sid, in concorso con l’arma dei carabinieri, nei primi giorni del mese di novembre del 1972.
Una provvidenziale “fuga di notizie” permette, il 7 novembre 1972, al giornale “Lotta continua” di pubblicare un articoli intitolato “Trento, 18 gennaio 1971: la polizia organizza un attentato destinato a fare un massacro”, nel quale scrive:
“Siamo a conoscenza che esiste un rapporto segreto del Sid sulla bomba al Tribunale nel quale è scritto che l’inchiesta era stata condotta fino al punto che ci si era resi conto che l’attentato era stato organizzato “da altro corpo di polizia”, per cui si era ritenuto opportuno interrompere le indagini”.
Il giorno successivo, 8 novembre 1972, tre giorni dopo che il segretario nazionale della Democrazia cristiana, Arnaldo Forlani, ha denunciato il tentativo “disgregante” portato avanti dalla “destra reazionaria”, il colonnello Dino Mingarelli, comandante della Legione dei carabinieri di Udine, è obbligato a redigere un rapporto nel quale esclude, con riferimento alle dichiarazioni accusatorie formulate a più riprese da Giovanni Ventura, ogni responsabilità dei militanti di Ordine nuovo friulani nell’attentato del 31 maggio 1972, a Peteano di Sagrado, e ventila l’ipotesi di una “pista gialla”, quella cioè della malavita comune.
Il segretario del Msi Giorgio Almirante ora può tirare un sospiro di sollievo.
Il 10 novembre 1972, a Camerino, i carabinieri rinvengono un arsenale di armi e munizioni, oltre ad un codice cifrato.
Il giorno dopo, 11 novembre, il giornalista Guido Paglia, su “Il resto del Carlino” nell’articolo intitolato “Scoperto nelle Marche un arsenale per terroristi. Indagini a Roma fra i maoisti hanno permesso di individuare il deposito”, scrive che i documenti trovati nel deposito di Camerino “sembra che provino inoppugnabilmente l’attività eversiva e paramilitare di alcuni gruppi estremisti di sinistra”.
Nel breve volgere si tre giorni, il Sid riesce ad accusare la polizia di Trento di aver organizzato una mancata strage a Trento, il 18 gennaio 1971; a bloccare le indagini sulla pista politica, la sola percorribile, per l’attentato di Peteano di Sagrado neutralizzando l’attività delatoria dei confidenti Franco Freda e Giovanni Ventura; e a portare a termine l’operazione della “scoperta” del deposito di armi a Camerino, che doveva effettuare il 7 ottobre 1972 ma che era stata rinviata a causa del dirottamento aereo di Ronchi dei Legionari, avvenuto il 6 ottobre.
La “guerra politica” non è in corso solo fra i partiti ma coinvolge tutto l’apparato politico e militare anticomunista avviandosi, dopo il discorso di Arbado Forlani a La Spezia del 5 novembre 1972, a divenire guerra fratricida di tutti contro tutti
Difatti, non poteva non scendere in campo anche Mario Tedeschi, direttore della rivista “Il Borghese”, ex sergente della Decima mas e, dal 1946, confidente dei servizi segreti civili, che pubblica, sotto il titolo “All’insegna della trama nera” il documento anonimo, nel quale è scritto:
“Le recenti dichiarazioni del segretario Dc Forlani…non erano indirizzate contro la destra. Forlani difatti si è affrettato a distinguere fra la destra politica ufficiale e i gruppi sovversivi. Egli voleva colpire questi ultimi…Così facendo, Forlani ha voluto mettere sull’avviso il Presidente del Consiglio. Infatti, in seguito a ripetute segnalazioni dell’on. Rumor al vertice della Democrazia cristiana si è ormai certi che l’on. Andreotti sia da lungo tempo invischiato, per il tramite di alcuni fiduciari, con ambienti della destra extra-parlamentare.
L’on. Andreotti che è stato per lungo tempo ministro della Difesa…si è sempre servito per i suoi fini personali del Servizio segreto; o meglio, di alcuni uomini all’interno del servizio. In particolare, questi uomini fanno capo al colonnello Jucci (che) ha stabilito rapporti con il mondo della destra extra-parlamentare grazie alla collaborazione di un altro elemento del Sid: il colonnello Vicini.
Questo colonnello, fino a poco tempo fa, comandava il reparto guastatori che si addestra in Sardegna ed ha disponibilità illimitate di esplosivo. Si noterà a questo proposito che in tutti i casi di attentati con matrice di destra l’esplosivo non è risultato quanto mai rubato…Il motivo è chiaro: il materiale alla destra veniva fornito dal Vicini, d’accordo con lo Jucci che, per conto del suo padrone Andreotti voleva alimentare il sovversivismo di destra…”
La pubblicazione del documento che nessun giornale, tantomeno quelli facenti capo al Partito comunista o a “Lotta continua” ha osato fare, appare come una risposta dei servizi segreti civili del ministero degli Interni, diretto da Umberto Federico D’Amato, amico personale di Mario Tedeschi, ai “cugini” del Sid ed ai loro protettori politici.
Il redattore del documento che, il 6 dicembre 1972, il Sid ritiene di aver identificato nel giornalista de “Il Corriere della sera” nonché confidente della divisione Affari riservati del ministero degli Interni Alberto Grisolia, rileva che Arnaldo Forlani ha operato una precisa distinzione fra la destra ufficiale, rappresentata da Giorgio Almirante, e i “gruppi sovversivi”, quelli che il segretario nazionale del Msi ha definito “fuori controllo”; ha attribuito al solo Mariano Rumor (non a Giorgio Almirante il cui incontro con Forlani gli è evidentemente sconosciuto) le accuse contro Giulio Andreotti di essere “invischiato” con ambienti della destra extra-parlamentare; e per la prima volta in assoluto fa riferimento al centro di addestramento per guastatori in Sardegna, a quella base che in anni successivi sarà indicata come in uso alla struttura denominata “Gladio”.
Tradimenti, delazioni segrete, documenti anonimi, le guerre nel torbido mondo politico italiano si fanno anche in questo modo.
Giulio Andreotti sale ora sul banco degli imputati. E deve difendersi.
Il rappresentate del Vaticano in Italia, l’uomo che mai ha perso una messa, che ha sempre recitato il rosario, che si è genuflesso dinanzi ad ogni monsignore, che ha baciato ogni anello cardinalizio, sa che la miglior difesa è l’attacco.
Del “golpe Borghese” che avrebbe dovuto incoronarlo presidente del Consiglio con tutti i poteri derivanti dallo stato di emergenza, Giulio Andreotti conosce tutti i segreti, i nomi ed il ruolo di tutti i “congiurati”, quindi predispone la propria difesa facendo raccogliere al servizio di controspionaggio militare, diretto dal generale Gianadelio Maletti, tutti gli elementi che potrebbero servire per una chiamata in correità rivolta ad uomini politici ed ai vertici delle Forze armate.
Ma non è nello stile di un prete spretato quello di morire come Sansone con tutti i filistei, perché Giulio Andreotti si dota, servendosi del generale Maletti, di un formidabile strumento di ricatto che è, nello stesso tempo, suscettibile di fargli acquisire l’eterna gratitudine di quanti lui vorrà salvare da un’eventuale azione giudiziaria.
Infine, chi potrà ragionevolmente sostenere contro di lui l’accusa di aver promosso il “golpe Borghese” quando potrà dimostrare di essere stato lui, non altri, ad aver ordinato le indagini sui “golpisti” affidati al controspionaggio militare?
Furbo, anzi furbissimo il rappresentante del Vaticano in Italia. La miccia accesa da Giorgio Almirante nell’ottobre del 1972, durante il suo segretissimo incontro con Arnaldo Forlani, brucia in fretta.
Il 16 gennaio 1973, si svolge il primo colloquio debitamente registrato fra il capitano Antonio Labruna, il più stretto collaboratore del generale Gianadelio Maletti, e Remo Orlandini, esponente del Fronte nazionale, il cui patrimonio conoscitivo è quasi alla pari di quello del suo capo, Junio Valerio Borghese.
Sarà solo il primo dei colloqui sul cui contenuto Gianadelio Maletti preparerà, per conto di Giulio Andreotti, il dossier sul “golpe Borghese” del 7-8 dicembre 1970.
Un documento esplosivo nel quale ci sono i nomi e i cognomi di tutta l’Italia che vuole uno Stato forte “contro la sovversione rossa” sotto la guida illuminata di quel Giulio Andreotti che ora li tradisce per difendersi, passare all’offensiva e uscire indenne, anzi addirittura rafforzato da una bufera che finirà per travolgere personaggi come Paolo Emilio Taviani.
La Democrazia cristiana si spacca al vertice. La lotta per il potere fra cattolicissimi e devoti figli di Maria e del Papa è stata sempre feroce, ma era è al coltello.
È Aldo Moro, non Enrico Berlinguer, a scoprire in Italia l’esistenza di un “pericolo fascista”.
Lo stratega cinico e spregiudicato del centro-sinistra, il fautore della “strategia dell’attenzione” nei confronti del Partito comunista compie una mossa strumentale quanto decisiva nella guerra interna alla Democrazia cristiana resuscitando lo spettro di un pericolo inesistente per lo stato ed il regime clerical-stragista.
La mossa di Giorgio Almirante di conferire con Arnaldo Forlani non ha dato, fino ad ora, i frutti sperati perché il 28 aprile 1973 il presidente della Corte costituzionale, Paolo Francesco Bonifacio, e il ministro di Grazia e giustizia, Mario Zagari, esprimono parere favorevole all’applicazione della legge Scelba ai componenti della direzione nazionale del Msi.
Il giorno successivo, 29 aprile, Aldo Moro rincara la dose. In un articolo, a sua firma, pubblicato dal quotidiano “Il Giorno” di Milano, Moro scrive:
“Si è rifatta in questi ultimi tempi evidente la minaccia fascista come per un organico disegno di provocazione rivolto a condizionare le libere scelte del Parlamento italiano. Non c’è dubbio che questo segnale di allarme deve essere preso estremamente sul serio”.
La denuncia di Aldo Moro si fonda sui tragici eventi dell’aprile 1973 che hanno visto il missino Giancarlo Rognoni (ancora oggi spacciato in perfetta malafede come extra-parlamentare di matrice ordinovista) organizzare la strage, fortuitamente fallita per l’imperizia di Nico Azzi, sul treno Torino-Roma il 7 aprile; e la direzione nazionale del Msi organizzare una manifestazione a Milano per la data del 12 aprile 1973, nel corso della quale attivisti missini lanciano bombe a mano contro i cordoni della polizia uccidendo l’agente di Ps Antonio Marino.
E’ la reiterazione testuale del piano già eseguito nel mese di dicembre del 1969, la strage prima (piazza Fontana, 12 dicembre) e la manifestazione nazionale del Msi, a Roma, (14 dicembre) che doveva consentire, innescando sanguinosi incidenti, a Mariano Rumor di proclamare lo stato di emergenza.
In questa occasione, la strage fallisce, uccidono un poliziotto e, per la delazione di un dirigente giovanile del Msi di Milano, fallisce miseramente anche il tentativo di attribuire a provocatori comunisti infiltrati fra i “giovani nazionali” il lancio di bombe a mano contro la polizia.
Aldo Moro sa perfettamente che l’ascaro missino non è in grado di condizionare le “libere scelte” del Parlamento italiano e che non esiste alcun “pericolo fascista”, ma definire in questo modo una minaccia che proviene anche all’interno del suo partito, gli consente di attirarsi le simpatie ed il sostegno del Partito comunista italiano al quale viene strumentalmente molto comodo credere che esista nel Paese una minaccia “fascista” che gli evita di dover denunciare quella, reale, rappresentata dalla Nato, dall’ambasciata americana, dall’alta finanza, dai vertici delle Forze armate e così via.
Inventare un “fascismo” che non esiste fa comodo a tutti.
In una battaglia italiana, non poteva mancare il traditore di turno. In questo caso, si tratta di Paolo Emilio Taviani, fra i creatori di “Gladio”, ministro della Difesa e degli Interni per anni, ammiratore del Msi, oltranzista atlantico, devoto agli interessi americani, fondatore di un’organizzazione segreta del ministero degli Interni che annovera fra i suoi componenti decine di presunti “terroristi neri”.
Taviani si schiera ora con Aldo Moro nella denuncia del “pericolo fascista”. S’impegna formalmente, in un colloquio con il sostituto procuratore della Repubblica di Roma, Vittorio Occorsio, a sciogliere il Movimento politico Ordine nuovo come un atto politico, un segnale rivolto a coloro che dei Graziani e dei suoi amici si servono.


...CONTINUA

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" Forse che non conoscendo a fondo il pensiero del Duce si può affermare di essere fascisti? Noi diciamo di no! Che il fascismo non è istinto ma educazione e perciò è conoscenza della sua mistica,che è conoscenza di Mussolini" (N. Giani)
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MessaggioInviato: Gio Set 05, 2013 1:09 pm    Oggetto:  
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... Ma la prima strage, dopo quella di piazza Fontana del 12 dicembre 1969, non è provocata dai “fascisti”, ma dalla risposta che ambienti ben più potenti dei missini e gruppi collegati danno al primo dei traditori democristiani, quel Mariano Rumor che come presidente del Consiglio, nel dicembre del 1969 ha disatteso l’impegno di proclamare lo stato di emergenza provocando il fallimento dell’operazione che doveva imporre all’Italia una soluzione autoritaria.
A compiere la strage del 17 maggio 1973, a quasi due anni dalla decisione di eliminare fisicamente Mariano Rumor, è Gianfranco Bertoli, confidente del Sifar-Sid, giunto per l’occasione da Israele dove soggiornava ufficialmente con un documento falso, che avrebbe dovuto uccidere l’esponente mocristiano all’uscita dalla Questura dove aveva partecipato alla commemorazione del commissario di Ps, Luigi Calabresi, con una bomba a mano Ananas, a frammentazione, le cui schegge ben potevano penetrare nella vettura sulla quale si trovava Rumor ed ucciderlo.
Ma Bertoli, per garantirsi una possibilità di fuga ed evitare di essere colpito dalle schegge della sua stessa bomba, la lancia da una distanza eccessiva, così uccide quattro persone, ne ferisce altre 46 e lascia illeso Mariano Rumor.
Arrestato, recita secondo copione la parte dell’anarchico individualista che vuole vendicare Giuseppe Pinelli.
Non ci crede nessuno nei piani alti della politica e delle forze di sicurezza perché quella compiuta da Bertoli era una strage annunciata di cui erano a conoscenza i vertici regionali veneti e nazionali del Pci, quelli del ministro degli Interni e perfino un magistrato della procura della Repubblica di Milano.
Stanno tutti zitti.
La verità la conosce anche Paolo Emilio Taviani? Il sospetto è fondato.
Alla data del 24 agosto 1974, nel suo diario, Taviani annota il contenuto di una conversazione con il capo della polizia Efisio Zanda Loy ed il responsabile dell’Ispettorato antiterrorismo, Emilio Santillo, in merito alla strage del 17 maggio 1973 e di Gianfranco Bertoli sul cui conto scrive:
“I legami con Padova e Mestre sono accertati. A Padova e a Mestre sono di casa gli ordinovisti veneti”.
Dovranno, però, passare più di vent’anni prima che questa verità venga sancita sul piano giudiziario e su quello storico, spezzando il muro di omertà e vanificando i vari tentativi di interferire, a favore degli ordinovisti veneti, del pubblico ministero Felice Casson.
La fondatezza del sospetto è avvalorata, inoltre, dal fatto che il 18 luglio 1973 con un primo rapporto la Questura di Padova inizia l’inchiesta sulla “Rosa dei venti”.
Con raro senso dell’umorismo, lo stesso responsabile dell’Antiterrorismo, questore Emilio Santillo, spiegherà il nome e il simbolo dell’organizzazione con il fatto che è costituita da 20 gruppi fascisti che, poi, diventeranno 24.
In realtà, la Rosa dei venti è il simbolo dell’Alleanza atlantica che di fascismo, di fascista e di fascisti non ha proprio nulla e non ne conta nessuno.
Paolo Emilio Taviani, tornato al dicastero degli Interni il 7 luglio 1973, punta decisamente in alto, non solo sul piano nazionale ma su quello internazionale.
L’inchiesta sulla “Rosa dei venti”, difatti, porterà a sviluppi clamorosi e provocherà reazioni durissimi sulle quali è sempre stato mantenuto il segreto.
Il 13 gennaio 1974, a Verona, è arrestato il maggiore Amos Spiazzi e, contestualmente, è inviata una comunicazione giudiziaria al colonnello Angelo Dominioni.
Il 21 gennaio 1974, i giudici padovani titolari dell’inchiesta sulla “Rosa dei venti” spiccano un mandato di cattura a carico del generale della riserva Francesco Nardella, che si rende irreperibile.
Il 23 gennaio 1974 scatta l’allarme nelle caserme e nelle basi Nato del centro-nord.
Il 26 gennaio 1974, a Roma, si svolge una riunione fra il ministro della Difesa, Mario Tanassi, il direttore del Sid, Vito Miceli, il capo della polizia, Efisio Zanda Loy, il comandante generale dell’Arma dei carabinieri, Enrico Mino, e il questore di Roma.
Il giorno successivo, 27 gennaio, a Moena, dove si trova ospite nella scuola di pubblica sicurezza, Paolo Emilio Taviani registra nel suo diario l’allarme, lanciato nella notte, di un possibile colpo di Stato, che ha comportato il rafforzamento delle misure di sicurezza attorno alla sua persona. E scrive:
“Certo il clima è pesante. Assomiglia a quello del Cile prima dell’avvento di Pinochet”.
Lo stesso 27 gennaio 1974, sotto il titolo mendace “Il generale è un nero”, in un articolo pubblicato dalla rivista “L’Espresso”, il generale Mario Scialoja scrive:
“L’Ufficio di guerra psicologica del comando Ftsae di Verona, che è stato diretto sia dal generale Nardella che dal colonnello Dominioni, lavora in collegamento con la forza Nato americana. È segretamente affiancato da un ufficio studi della Cia le cui attività sono abbastanza misteriose: sembra che fra i suoi compiti vi sia anche quello di studiare le varie strategie psicologiche da usare in caso di colpi di stato, guerre civili, sommosse, controguerriglie. E c’è chi sostiene che in questi ultimi anni una particolare attenzione fosse dedicata allo studio “scientifico” dell’uso della strategia della tensione”.
Dove, come si vede, di “nero” non c’è niente.
Rimane il fatto certo che il 31 gennaio 1974, con una prassi inusuale, è collocato in congedo, senza alcuna motivazione, il capo di Stato maggiore dell’Aeronautica, generale Vincenzo Lucertini.
È ragionevole, anche per la successione cronologica degli avvenimenti, affermare che il malumore nelle Forze armate sia scaturito dai mandati di cattura a carico del maggiore Amos Spiazzi e del generale Francesco Nardella, oltre che dalla comunicazione giudiziaria inviata al colonnello Angelo Dominioni.
Il timore negli ambienti militari è che l’azione giudiziaria possa comportare sviluppi clamorosi e provocare conseguenze gravissime per le Forze armate e la sicurezza nazionale di cui sono, teoricamente, custodi.
Il primo a parlare è Roberto Cavallaro che, invano, il Sid cerca di screditare affermando che “frequentava le caserme per ragioni omosessuali”, lo segue a ruota Amos Spiazzi.
I due, in concreto, affermano che in esiste in Italia “un’organizzazione di sicurezza interna alle Forze armate, organizzazione che non ha finalità eversive e tanto meno criminose, ma si propone di proteggere le istituzioni vigenti contro gli avanzamenti da parte marxista…”.
Il tentativo di porre un freno alle rivelazioni di Amos Spiazzi da parte del Sid che gli fa dire dal generale Alemanno che “sta parlando troppo”, riesce solo parzialmente e, comunque, il danno è fatto.
Esiste, dunque, un’organizzazione segretissima delle Forze armate, che ha il compito specifico di impedire al Partito comunista di giungere al governo. Ad una struttura potente quanto occulta poteva riferirsi Aldo Moro quando parlava del “pericolo fascista” in grado di “condizionale le libere scelte del parlamento”, non certo agli scalcagnati estremisti di destra appesi ai fili di quanti ritengono necessaria una “soluzione autoritaria” per risolvere, una volta per tutte, il caso italiano.
La faida scatenata dalle rivelazioni di Giorgio Almirante ad Arnaldo Forlani ha assunto ora le caratteristiche di una guerra fratricida all’interno del composito mondo anticomunista interno ed internazionale, che si combatte con ogni mezzo e senza alcuno scrupolo su tutti i fronti.
Forze, non è un caso che agli inizi del mese di gennaio esploda lo scandalo dei petroli che vede fra gli imputandi Giulio Andreotti il quale, da parte sua, si difende minacciando Amintore Fanfani di rivelare quanto a sua conoscenza sui retroscena della morte di Wilma Montesi, utilizzata per una resa dei conti all’interno della Democrazia cristiana negli anni Cinquanta.
Certo è che l’inchiesta sulla “Rosa dei venti” sfiora anche l’ambiente industriale con le incriminazioni di Attilio Lercari e Andrea Piaggio, mentre per la prima volta emerge fra i nomi dei “golpisti” anche quello di Michele Sindona, tanto caro a Giulio Andreotti e al Vaticano.
L’Italia politica è a quel punto una polveriera in grado di esplodere e travolgere tutto e tutti.
È in questo scenario che i mesi di marzo ed aprile del 1974 sono punteggiati dalle rivelazioni di Amos Spiazzi, che confermano quelle di Roberto Cavallaro, obbligando il potere politico e i vertici delle Forze Armate a mettersi sulla difensiva per proteggere un segreto che tutti i massimi dirigenti della Democrazia cristiana (da Aldo Moro a Paolo Emilio Taviani, a Mariano Rumor, a Giulio Andreotti, ecc.) conoscono ma che nessuno di loro è disposto a rivelare.
La partita a scacchi all’interno dell’anticomunismo, fra le fazioni in lotta, si svolge sul piano politico, su quello dell’informazione e della disinformazione con riviste e quotidiani che pubblicano una valanga di articoli basati su elementi che spesso vengono forniti dagli stessi servizi segreti militari e civili che accrescono l’incertezza e la confusione senza nulla rivelare sul piano giudiziario, dove i magistrati cercano di comprendere quello che non hanno la possibilità o la volontà di intuire, ma anche su quello delle operazioni segrete.
Mentre Amos Spiazzi parla, il Sid e l’Arma dei carabinieri regolano i conti con il ministero degli Interni di cui è titolare Paolo Emilio Taviani, il “traditore” di “Gladio”.
Il 9 marzo 1974, a Edolo Val Camonica (Brescia) i carabinieri diretti dal capitano Francesco Delfino arrestano gli “avanguardisti” Kim Borromeo e Giorgio Spedini, in realtà al servizio del partigiano anticomunista Carlo Fumagalli, capo del Mar, mentre trasportano sulla loro vettura 364 candelotti di tritolo, 8 chili di esplosivo plastico e denaro.
E’ una pugnalata alla schiena di Carlo Fumagalli e dei suoi aderenti perché anche lui, come Gaspare Pisciotta, avrebbe potuto dire che con la polizia ed i carabinieri erano come il “Padre, il Figlio e lo Spirito Santo”, avendo agito sempre di comune accordo.
Difatti, Delfino si preoccupa di far esplodere l’esplosivo sequestrato perché “instabile”, già il giorno successivo all’arresto dei due “avanguardisti”, il 10 marzo, tranne un candelotto e pochi grammi di granulato di potassio.
Il capitano dei carabinieri, destinato a fare una luminosa carriera all’interno dell’Arma e del servizio segreto militare, sa bene che uso è stato fatto dell’esplosivo a disposizione di Carlo Fumagalli e dei suoi militanti, così che evita che si possa utilizzare quello sequestrato per perizie esplosivistiche in sede giudiziaria.
Nella notte fra il 9 e il 10 maggio 1974 scatta l’operazione che porta all’arresto di Carlo Fumagalli e di altri 15 componenti del Mar, rendendosi irreperibili il più stretto collaboratore del capo dell’organizzazione, Gaetano Orlando, e il militante di Avanguardia nazionale Giancarlo Esposti, infiltrato da Stefano Delle Chiaie nel Mar e, poi, passato segretamente al servizio di Carlo Fumagalli tradendo la fiducia dello sprovveduto “Caccola”.
Doppi e tripli giochi a parte di quanti agivano per spirito d’avventura e per denaro, l’azione del Sid e dei carabinieri disarticola un’organizzazione che fa capo, in modo occulto, al ministero degli Interni ed al suo servizio segreto, la divisione “Affari riservati” ora diretta da Umberto Federico D’Amato.
Il Mar non è mai stata un’organizzazione “fascista” impegnata a sovvertire l’ordine pubblico nella speranza di abbattere il regime democratico e via blaterando, ma uno strumento occulto del ministero degli Interni diretto ufficialmente da partigiani “bianchi” che, come Carlo Fumagalli, avevano combattuto contro i fascisti e i tedeschi così come, nel dopoguerra, si erano impegnati a combattere contro i comunisti.
L’inchiesta giudiziaria ha accertato i tanti legami intercorsi fra Carlo Fumagalli ed i suoi uomini con funzionari di polizia ed ufficiali dei carabinieri, ma ha opportunamente evitato di giungere alla conclusione che il Mar era un’organizzazione segreta dello Stato italiano, che aveva agito nel suo interesse e mai contro di esso, e che, soprattutto, era stata sempre guidata da funzionari del ministero degli Interni, di cui negli anni ’90 Gaetano Orlando farà trapelare un nome nel corso di una conversazione con chi scrive nel carcere di Parma.
Il nome, anzi il cognome che Orlando dirà è “Motta”, specificando che non necessariamente con questo cognome doveva esserci una sola persona, riferendosi esplicitamente al generale Giuseppe Motta, ex partigiano delle “Fiamme verdi” indagato proprio nell’ambito dell’inchiesta sul Mar.
Non era una bufala, perché un semplice controllo ha permesso di appurare che negli anni Settanta al ministero degli Interni erano in servizio due alti funzionari, entrambi con il cognome Motta, un questore ed un prefetto.
Chi dei due fosse il referente di Carlo Fumagalli non è stato possibile accertare e non lo sarà fino al giorno in cui lo Stato italiano non sarà obbligato a riferire tutto quello che fino ad oggi ha tenuto nascosto nei suoi archivi ufficiali e clandestini.
Non serve, oggi, sprecare parole per ribadire che il Mar di Carlo Fumagalli era, forse, un’articolazione di quell’organizzazione segretissima di cui stava parlando Amos Spiazzi o era ad essa parallela facendo capo ad una struttura non militare come il ministero degli Interni.
Certo, il Mar non era un’organizzazione “fascista”, né sovversiva, né rivoluzionaria, e la sua disarticolazione da parte del Sid e dei carabinieri ha il sapore di una risposta all’inchiesta promossa dal ministro degli Interni in carica Paolo Emilio Taviani, sulla “Rosa dei venti”.
Perché il bersaglio è proprio la linea politica adottata da Aldo Moro sostenuto dal “traditore” Paolo Emilio Taviani all’interno della Democrazia cristiana e del mondo anticomunista.
In una partita a scacchi si muovono gli alfieri, le torri, i cavalli ma anche i pedoni che, in questo tipo di guerra, sono utilizzati per le operazioni più sporche.
Molto, forse troppo, si è detto e si è scritto sulla strage di Brescia del 28 maggio 1974.
La linea interpretativa preferita è quella di una vendetta dei fascisti contro i carabinieri dai quali si sentivano traditi e che dovevano costituire il bersaglio dell’attentato stragista.
Per dubitare della consistenza di questa tesi è sufficiente ricordare che l’Arma dei carabinieri è un Corpo militare con funzione di polizia, che ha caserme in ogni paese, pattuglie su tutte le strade, che è perfettamente vulnerabile se sottoposta ad un attacco a sorpresa.
Per escludere che il verminaio dell’estrema destra avesse intenzione di vendicarsi del Sid e dei carabinieri, qui è sufficiente ricordare che il 28 febbraio del 1974, a Cattolica, presso l’hotel “Giada” si è svolta una riunione alla quale hanno preso parte un buon numero di manovali del Sid e dei carabinieri, fra i quali Paolo Signorelli, legatissimo a Carlo Maria Maggi e agli ordinovisti veneti.
Il titolare dell’hotel “Giada” era Caterino Mari Falzari, confidente del Sid per sua stessa ammissione. Srceiverà in proposito il giudice istruttore di Bologna, Vito Zincani:
“Il titolare della pensione Giada, Caterino Falzari, era infatti un confidente dei servizi segreti italiani, e comunque di questa sua qualità si sono dichiarati a conoscenza i promotori della riunione. Ora, è per lo meno insolito che i dirigenti di un movimento illegale scelgano, come luogo di riunione proprio quello in cui sanno di poter essere sorvegliati…Resta la sola spiegazione – conclude il magistrato – che quello fosse l’unico posto “sicuro” dove operare fidando di opportune coperture”.
Se i Signorelli, i Massagrande, i Franci, e altri confidenti e delatori, bombaroli e stragisti sono ancora sotto l’ala protettrice del Sid nel mese di marzo del 1974, non si comprende perché nel mese di maggio debbano ardere dal desiderio di vendicarsi per torti che non hanno subito, visto che l’offensiva del servizio segreto militare e dei carabinieri ha investito un’organizzazione del ministero degli Interni (il Mar) e non loro.
Inoltre, è contorto ritenere che per vendicarsi dei carabinieri, i presunti fascisti abbiano scelto di collocare una bomba in una piazza dove si stava svolgendo un comizio, organizzato dai sindacati e dai partiti politici, contro il “terrorismo fascista”, con la certezza (si vuole riconoscere almeno questo?) che l’esplosione dell’ordigno avrebbe comunque coinvolto i partecipanti alla manifestazione, non solo i carabinieri.
Per finire: la festa dell’Arma dei carabinieri si svolge il 5 giugno di ogni anno, se mai i carabinieri ausiliari dell’estrema destra si fossero sentiti traditi dai loro colleghi, la loro vendetta avrebbe potuto colpire l’Arma quel giorno, senza coinvolgere civili.
Perché mai anticipare la vendetta di soli 8 giorni, colpendo i carabinieri in una piazza nella quale si svolgeva una manifestazione antifascista?
Se ne ricava che la volontà di strage non era rivolta contro i carabinieri, alcuni dei quali potevano restare anche vittima dell’attentato perché presenti sul posto in servizio di ordine pubblico (evento che magari non sarebbe dispiaciuto agli attentatori), ma proprio contro i partecipanti al comizio antifascista.
Perché la strage di piazza della Loggia è una risposta a Paolo Emilio Taviani, ad Aldo Moro, ai democristiani che tatticamente ritengono più produttiva una politica “morbida” nei confronti del Pci che non quella del pugno di ferro.
Brescia non è una città “rossa”, è un caposaldo democristiano, è “bianca”.
La strage colpisce i “rossi”, ma è uno sfregio alla Democrazia cristiana, il secondo dopo la disarticolazione del Mar di Carlo Fumagalli.
Chi sono gli imputati per la strage di Brescia? Gli stessi della strage di piazza Fontana, della strage di via Fatebenefratelli, della mancata strage al Mottagrill del Cantagallo, della fallita strage sul treno Torino-Roma, i Maggi, i Digiglio, i Soffiati, i Zorzi, i loro complici, i manovali dell’ala dura dell’anticomunismo nazionale ed internazionale che, guidati da Pino Rauti, volevano uno “Stato forte contro la sovversione rossa”, gli amici di Amos Spiazzi che salirà con loro sul banco degli imputati per la strage del 17 maggio 1973, assolto certo, ma solo sul piano giudiziario.
Paolo Emilio Taviani reagisce rabbiosamente. Scioglie la divisione Affari riservati, solleva dal suo incarico Umberto Federico D’Amato sconfitto due volte dagli uomini del Sid e dell’Arma dei carabinieri, prima con lo smembramento del Mar, poi con la strage di piazza della Loggia.
Paolo Emilio Taviani destina Umberto Federico D’Amato al comando della polizia di frontiera, responsabile della sorveglianza dei porti, degli aeroporti, dei valichi di frontiera, delle stazioni ferroviarie.
Una decisione fatale per quanti moriranno sul treno “Italicus” il 4 agosto 1974, perché questa seconda strage che, in apparenza, è priva di una motivazione, non si propone solo di aggravare la situazione dell’ordine pubblico già compromessa per favorire l’ala “golpista” ma è, anch’essa, una risposta beffarda e sanguinosa al ministro degli Interni Paolo Emilio Taviani.
Perché le stragi del 1974, compresa quella di Savona del 20 novembre 1974, quando muore Fanny Dallari e altre 11 persone rimangono ferite, ha un denominatore comune: la presenza a capo del dicastero degli Interni di Paolo Emilio Taviani.
Cacciato lui dal governo, le stragi cessano.
Senza percorrere i tempi, vediamo che il ministro della Difesa Giulio Andreotti, pochi giorni dopo la strage di Brescia, decide che è giunto il momento di passare all’attacco, di usare quel dossier sul “golpe Borghese” diligentemente preparato dal generale Gianadelio Maletti, a partire dal mese di gennaio del 1973.
La verità sul tentativo di “colpo di Stato” del 7-8 dicembre 1970 che doveva portare lui, Giulio Andreotti, alla presidenza del Consiglio si presenta come il pretesto ufficiale che giustifica l’azione intrapresa dal ministro della Difesa contro contro i vertici del servizio segreto militare.
I tempi dell’attacco ci suggeriscono, però, altre ipotesi. Il 2 giugno 1974, il presidente della Repubblica Giovanni Leone concede, su proposta del ministro della Difesa, Giulio Andreotti, le insegne di Grande Ufficiale al merito della Repubblica al generale Vito Miceli, direttore del Sid.
L’8 giugno 1974, sei giorni più tardi, Andreotti rende pubblica la sua decisione di destituire dall’incarico di direttore del Sid, il generale Vito Miceli, cosa che farà in tempi rapidissimi perché il 1° luglio è nominato al suo posto l’ammiraglio Mario Casardi che il 31 dello stesso mese assumerà il comando del servizio segreto militare.
La caduta del direttore del Sid segue di soli otto giorni quella del direttore della divisione Affari riservati, entrambe sono decise dopo la strage di Brescia del 28 maggio 1974.
La defenestrazione di Vito Miceli rappresenta una mossa difensiva di Giulo Andreotti, posto sotto accusa ai vertici della Democrazia cristiana da Paolo Emilio Taviani, Aldo Moro e i loro amici?
Avvalora questa ipotesi la decisione di Giulio Abdreotti di concedere, il 12 giugno, un’intervista a Massimo Caprara per il settimanale “Il Mondo”, nel corso della quale rivela che Guido Giannettini, ricercato nell’ambito dell’inchiesta sulla strage di piazza Fontana, è effettivamente un agente civile del Sid e che Giorgio Zicari, giornalista de “Il Corriere della sera”, è “un informatore gratuito del Sid nel frattempo passato alle dipendenze della direzione Affari riservati della Ps”.
La prima rivelazione mette nei guai il servizio segreto militare e chiama in causa, per la strage del 12 dicembre 1969, l’allora presidente del Consiglio, Mariano Rumor.
La seconda rovina Giorgio Zicari che, il 5 giugno 1974, interrogato dai giudici di Padova, titolari dell’inchiesta sulla “Rosa dei venti”, aveva consegnato loro il documento “All’insegna della trama nera” che costituiva un atto di accusa contro Giulio Andreotti e nel quale proprio Mariano Rumor era citato come uno dei suoi accusatori.
Non sono coincidenze.
Il direttore del Sid, generale Vito Miceli, è da sempre legato a Flaminio Piccoli, ma soprattutto ad Aldo Moro che, difatti, nei mesi successivi, dopo l’arresto dell’ufficiale, il 31 ottobre 1974, lo difenderà apertamente e pubblicamente definendolo, fra l’altro, “un uomo buono”.
È, come si vede, una lotta senza esclusione di colpi. Del resto, Giulio Andreotti conosce bene le responsabilità del generale Vito Miceli nel “golpe Borghese” del 7-8 dicembre 1970, e quelle risalenti al dicembre 1969 quando l’ufficiale comandava il Sios-esercito, quindi si rende credibile denunciando prima di essere denunciato, ma non tutti.
Tace, ad esempio, per restare nell’ambito dell’inchiseta sul “Golpe Borghese” sul ruolo di Licio Gelli, suo fedele esecutore di ordini, su quello ricoperto dal suo braccio destro Gilberto Bernabei, su quello di James Jesus Angleton e del colonnello James Clavio, addetto militare presso l’ambasciata americana a Roma, su quello dell’ammiraglio Giovanni Torrisi, futuro capo di Stato maggiore della Marina prima, e della Difesa, dopo.
Alla fine, dopo aver sfrondato l’elenco fornitogli dal generale Gianadelio Maletti, Giulio Andreotti, meno il generale Vito Miceli, fa volare solo gli stracci.
Gli altri non potranno che essergli grati e ricattabili.
Lo scontro all’interno dell’anticomunismo non deriva solo dalla divergenza sul piano tattico sul modo migliore per bloccare l’avanzata del Pci, ma anche sugli strumenti clandestini ed occulti utilizzati dallo Stato e dall’Alleanza atlantica per garantire la stabilità del regime italiano.
Uno di questi apparati è, certamente, l’organizzazione segreta che fa capo al ministero degli Interni, che raccoglie presunti “terroristi neri” che svolgono attività di bombaroli per conto delle Questure, di cui fa parte anche Mario Tuti che Paolo Emilio Taviani definirà nel suo libro di memorie, una “cellula impazzita” dell’organizzazione.
Nessuno ha mai indagato sul conto di questa struttura o ha preteso che la magistratura lo facesse, compresi coloro che non perdono occasione per strillare che vogliono la verità sulla guerra politica e, in particolare, sulle stragi.
Eppure, è giusto chiedersi se, contestualmente allo scioglimento della divisione Affari riservati, Paolo Emilio Taviani abbia deciso lo smantellamento di questo organismo clandestino.
Perché non è una coincidenza che la riorganizzazione del servizio segreto civile e la defenestrazione di Umberto Federico D’Amato, assegnato al comando di polizia di frontiera, decisa il 30 maggio 1974 da Taviani sia seguita, dopo solo otto giorni dalla denuncia di Mario Tedeschi che sono in preparazione gravi attentati.
L’amico e confidente di Umberto Federico D’Amato, Mario Tedeschi, lo scrive sul quotidiano missino “Il Secolo d’Italia” l’8 giugno 1974, e non è che l’inizio di uno stillicidio di allarmi fatti pervenire via via al ministero degli Interni anche tramite i vertici del Movimento sociale italiano per un periodo di due mesi, giugno e luglio.
C’è stata una trattativa? Un tentativo di ricatto diretto a Paolo Emilio Taviani?
Il dubbio è legittimo perché non ha senso logico preavvertire il segretario nazionale del Msi, Giorgio Almirante, che è in preparazione un attentato contro un convoglio ferroviario.
Questa notizia è, difatti, all’ordine del giorno in una riunione ala quale prendono parte, il 16 luglio 1974, Giorgio Almirante, Alfedo Covelli, Mario Tedeschi, Giulio Caradonna: la notizia fa riferimento esplicito ad un attentato che sarà compiuto contro un treno in partenza dalla stazione Tiburtina di Roma.
Il giorno dopo, 17 luglio, il presidente del Msi, il monarchico Alfredo Covelli, e Giorgio Almirante si recano al Viminale dove conferiscono con il responsabile dell’Ispettorato antiterrorismo, Emilio Santillo, al quale trasmettono le notizie in loro possesso sull’attentato in preparazione contro un treno in partenza dalla stazione Tiburtina di Roma, e si spingono ad indicare in tale Davide Ajò, assistente presso la facoltà di Fisica della Capitale, simpatizzante di sinistra, uno dei possibili attentatori.
Il 18 luglio, il capo della polizia, Efisio Zanda Loy, dirama l’allarme inviato a tutti i dirigenti dei commissariati di polizia ferroviaria, che viene revocato anche per quanto riguarda la stazione Tiburtina di Roma il 1° agosto.
Il 4 agosto 1974 è compiuta la strage preannunciata, esattamente contro il treno Palatino partito dalla stazione di Roma-Tiburtina, così come avevano appreso Giorgio Almirante e Alfredo Covelli.
12 morti e 105 feriti che pesano sulla coscienza di chi?
L’estate del 1974 è rovente per la politica italiana, fra le manovre spregiudicate di Giulio Andreotti che porta avanti l’azione finalizzata a denunciare i “congiurati” del “golpe Borghese”, preparativi di “colpi di Stato” per il mese di agosto, rivelazioni clamorose riversate a getto continuo sulla stampa nazionale, ma solo chi ha ideato ed organizzato l’attentato del 4 agosto 1974 è in grado di pilotare le notizie da far giungere ai verti del Msi ai quali è, probabilmente, contiguo così da prevederne le mosse e perseguire un obiettivo che non è solo una beffa sanguinosa ai danni del ministero degli Interni Paolo Emilio Taviani che, benché informato perfino sul luogo dal quale sarebbe partito il treno il 17 luglio 1974, non è stato capace di prevenirlo e sventarlo.
Un insuccesso così clamoroso avrebbe dovuto provocare, in un Paese normale, le dimissioni del capo della polizia e del ministro degli Interni, Paolo Emilio Taviani.
E, forse, era questo l’obiettivo degli stragisti: obbligare Taviani ad abbandonare la guida del ministero degli Interni dinanzi ai 12 morti e ai 105 feriti della strage dell’”Italicus”, che non può, dopo aver destituto Umberto Federico D’Amato e aver sciolto il servizio segreto civile, ripetere l’operazione cacciando dai loro posti il capo della polizia, Efisio Zanda Loy, il responsabile dell’Ispettorato antiterrorismo, Emilio Santillo, e ancora lo stesso Umberto Federico D’Amato che come capo della polizia di forntiera portava la responsabilità diretta della vigilanza della stazione di Roma-Tiburtina.
Non pesano i 12 morti e i 105 feriti sulla coscienza del cattolicissimo Paolo Emilio Taviani che, difatti, non si dimette.
Questa chiave di lettura della strage dell’”Italicus” preannunciata ai vertici di un partito rappresentato in Parlamento, i quali informano il ministero degli Interni che non riesce a difendere la vita dei cittadini nonostante il preavviso che gli indica perfino il treno, il luogo e l’orario di partenza, ci dice che è stata preparata da menti politiche contorti e spietate.
A Madrid, Stefano Delle Chiaie, detto “Caccola”, a caldo, come primo commento alla strage dell’Italicus dirà: “La tecnica mi ricorda i fratelli Karamazov”, ovvero per i non addetti ai lavori, i fratelli Fabio ed Alfredo De Felice.
Paolo Emilio Taviani, quindi, rimane al suo posto ma, nel suo libro di memorie, pubblicato postumo, parlerà solo di Mario Tuti, “cellula impazzita” dell’organizzazione clandestina del ministero degli Interni.
Chissà perché?
Non è, sia ben chiaro, solo Paolo Emilio Taviani l’obiettivo dei “duri” dell’anticomunismo politico, militare e atlantico, ma rappresenta certamente uno degli obiettivi.
E’, come Mariano Rumor, un “traditore”, uno che ha cambiato schieramento e bandiera ed è anche uno di quelli che conoscono bene l’esistenza di strutture che ha concorso a creare e sulle quali, nella sua veste di ministro degli Interni, ha influenza decisionale.
Dal momento in cui Paolo Emilio Taviani ha affiancato Aldo Moro nella denuncia del “pericolo fascista”, si è mosso con decisione: il 18 luglio 1973 è iniziata, da un rapporto della Questura di Padova, l’inchiesta sulla “Rosa dei venti”;
il 22 novembre 1973 ha sciolto con un provvedimento politico il “Movimento politico Ordine nuovo” di Clemente Graziani senza attendere, come avrebbe dovuto per legge, la sentenza definitiva della Corte di cassazione;
il 9 gennaio 1974,vengono emesse un centinaio di comunicazioni giudiziarie a carico di dirigenti e militanti di “Avanguardia nazionale” nonostante che il “Caccola” e i suoi uomini godano delle simpatie di Amintore Fanfani;
il 29 luglio 1974, a Torino, inizia l’inchiesta a carico di Edgardo Sogno Rata del Vallino con il quale Paolo Emilio Taviani romperà clamorosamente i rapporti.
Gli rispondono con lo smantellamento del Mar di Carlo Fumagalli e la strage di Brescia, reagisce con lo scioglimento della divisione Affari riservati e la destituzione del suo responsabile, Umberto Federico D’Amato, e, forse, lo smantellamento dell’organizzazione segreta del ministero degli Interni di cui fanno parte Mario Tuti ed altri suoi colleghi.
Come ministro degli Interni dovrebbe rispondere del fallimento dell’opera di prevenzione per evitare la strage dell’Italicus, ma Paolo Emilio Taviani se ne infischia e rimane al suo posto.
Alla fine, però, sarà costretto a cedere.
Le bombe fatte esplodere nel suo collegio elettorale costituiscono più che un indizio sul fatto che il ministro degli Interni, Paolo Emilio Taviani, era diventato un ostacolo che andava rimosso, ad ogni costo.
Non ha difatti logica diversa dall’avvertimento, in perfetto stile mafioso, la bomba fatta esplodere, il 30 aprile 1974, dinanzi all’abitazione del senatore Franco Varaldo, in via Paleocapa, a Savona, fedelissimo gregario di Paolo Emilio Taviani.
Si colpisce il “picciotto” per dare un chiaro messaggio al “boss” democristiano che, da par suo, finge ufficialmente di non comprendere.
Il 9 agosto 1974, nella notte, a Vado Ligure (Savona) sono fatte esplodere due bombe contro il trasformatore da 360Kw della centrale Enel, che possono essere ricondotte, come ipotesi, alla comunicazione giudiziaria inviata al generale Ugo Ricci, il giorno precedente, 8 agosto, nell’ambito dell’inchiesta sulla “Rosa dei venti”, o ai funerali delle vittime per la strage dell’ “Italicus” previsti a Bologna proprio per quel 9 agosto.
Il 26 agosto 1974, a Cadice (Spagna) muore Junio Valerio Borghese per “pancreatite”, mentre si accompagnava ad agente femminile del Sid.
Il 3 ottobre 1974, il governo rassegna le dimissioni.
Il 10 ottobre 1974, a Roma, vengono emessi venti mandati di cattura a carico del “Fronte nazionale” per il presunto “colpo di Stato” del 7-8 dicembre 1970, fra i quali un ufficiale di Pubblica sicurezza e uno dei carabinieri.
Il 31 ottobre 1974, i giudici di Padova dispongono l’arresto del generale Vito Miceli, ex direttore del Sid, ritenuto il responsabile della superstruttura segreta di cui hanno parlato Roberto Cavallaro e Amos Spiazzi.
E nel collegio elettorale di Paolo Emilio Taviani, a Savona, esplode l’inferno.
Dal 9 novembre 1974, nella città ligure, iniziano attentati che per gli obiettivi scelti possono essere definiti stragisti. Se ne verificano ben 7 nell’arco di soli 14 giorni, uno dei quali raggiunge il fine della strage perché, il 20 novembre, in via Giacchero, un ordigno ad alto potenziale provoca la morte di Fanny Dallari ed il ferimento di altre 11 persone.
Gli ultimi due attentati sono compiuti il 23 novembre 1974, poi la sequela di bombe s’interrompe.
La ragione va ricercata nella formazione di un nuovo governo presieduto da Aldo Moro, annunciata proprio quel 23 novembre, del quale non fa più parte Paolo Emilio Taviani al quale subentra come titolare del dicastero degli Interni c’è un altro democristiano, Luigi Gui.
La durezza e la ferocia dello scontro all’interno delle fazioni dell’anticomunismo è testimoniata da quanto avviene nella composizione dei governi del 1974, che sono due: il primo, formato il 14 marzo, vede lo spostamento del socialdemocratico Mario Tanassi dalla Difesa alle Finanze, e l’arrivo alla Difesa di Giulio Andreotti, con la riconferma di Paolo Emilio Taviani all’Interno.
Il secondo, presieduto da Aldo Moro, formato il 23 novembre 1974, vede Giulio Andreotti relegato al ministero del Bilancio e degli interventi nel Mezzogiorno, sostituito alla Difesa da Arnaldo Forlani, lo stesso che, con il discorso del 5 novembre 1972 a La Spezia, ha iniziato le ostilità.
Agli Interni va, come abbiamo visto, Luigi Gui mentre Paolo Emilio Taviani, democristiano, e Mario Tanassi, socialdemocratico, sono estromessi dal governo e da tutti quelli successivi.
Nessuno, nel corso di quarant’anni, ha mai fatto caso che la data del 23 novembre 1974 segna la morte politica del democristiano Paolo Emilio Taviani e del socialdemocratico Mario Tanassi, che non saranno più chiamati a far parte del governo della Repubblica.
Sorte più benigna è riservata a Giulio Andreotti il quale sarà estromesso a vita dalla direzione del ministero della Difesa, a conferma dell’ostilità nei suoi confronti delle Forze armate.
Sotto la regia di Aldo Moro si assiste, quel 23 novembre 1974, ad una ricomposizione degli equilibri, che permette di intuire che si è stato raggiunto un compromesso sacrificando due degli esponenti di punta di entrambi gli schieramenti contrapposti: Paolo Emilio Taviani e Mario Tanassi.
La prova ulteriore del compromesso raggiunto è data anche dall’intervento delle Corte di cassazione che concentra, nel giro di pochi mesi, le inchieste in corso a Padova sulla “Rosa dei venti” e a Torino sul “golpe bianco”, nelle affidabili mani dei giudici romani che, alla fine, provvederanno a chiudere i contenzioso con proscioglimenti ed assoluzioni.
Paolo Emilio Taviani e Mario Tanassi non saranno però i soli a pagare il prezzo di quella guerra politica e civile che hanno concorso a scatenare e che, in concorso con altri, hanno diretto: nel 1976, difatti, toccherà a Mariano Rumor abbandonare la politica e ritirarsi a vita privata, mentre il 9 maggio 1978 cadrà lo stratega democristiano Aldo Moro.

CONCLUSIONI - 
Sono decenni che in questo Paese si assiste alla ricerca della verità che si pretende di trovare partendo la postulato che è esistito un “terrorismo nero” in grado di sovvertire l’ordinamento democratico dello Stato, e concentrando la propria attenzione sempre e soltanto sugli esecutori materiali delle stragi e degli attentati.
Tanti hanno, addirittura, fatto fortuna come storici, come esperti in “trame nere”, come giudici (si vedano i casi di Luciano Violante, Gerardo D’Ambrosio, Felice Casson) tutti impegnati nel denunciare l’attacco neofascista allo Stato democratico, sorretto da servizi segreti “deviati”, poteri occulti e poteri forti mai meglio definiti.
Dopo quasi mezzo secolo, è possibile affermare che la verità sulla tragedia italiana si può trovare – e provare – analizzando i comportamenti e le azioni della classe dirigente politica, militare, finanziaria.
Non una delle stragi italiane è riconducibile all’aggressività di un neofascismo in cerca di rivincita e vendetta sull’antifascismo al potere.
Dalla fallita strage del 25 aprile 1969, a Milano, a quella riuscita del 12 dicembre dello stesso anno alla Banca dell’Agricoltura di Milano, al mancato massacro del 7 aprile 1973 sul treno “Torino-Roma” a quello compiuto da Gianfranco Bertoli il 17 maggio 1973 in via Fatebenefratelli, a Milano, agli eccidi di Brescia del 28 maggio 1974, dell’Italicus del 4 agosto 1974, di Savona del 20 novembre 1974, è oggi accertata la matrice politica anticomunista come anticomunisti erano il potere politico e lo Stato.
Perfino sul conto degli esecutori materiali, quasi sempre assolti per insufficienza di prove con una dimostrazione di iper-garantismo giudiziario che gli italiani non hanno mai sperimentato, oggi c’è la certezza che, a prescindere dalle loro dichiarazioni di fedeltà al fascismo o addirittura al nazismo, non uno – dico non uno – ha potuto provare di aver agito in modo autonomo e indipendente dagli apparati segreti dello Stato.
Tutti, ripetiamo tutti, erano legati, come accertato perfino sul piano giudiziario, ai servizi segreti militari e civili, italiani e stranieri, alle Questure, alle caserme dei carabinieri.
E poiché nessuno ha osato affermare che il ministero degli Interni, la polizia di Stato, l’Arma dei carabinieri, lo Stato maggiore della difesa hanno complottato per restaurare il fascismo in Italia, è ora di trarre in maniera onesta le conclusioni sommando tutte le prove che, nel corso degli anni, si sono accumulate.
Le stragi del 1974 rispondono alla logica dello scontro all’interno del potere politico italiano, iniziato nel giugno del 1971 quando qualcuno ha mosso le sue pedine contro il Movimento sociale di Giorgio Almirante per evitare che un suo successo elettorale potesse favorire il ritorno al centro-destra della Democrazia cristiana e l’abbandono della politica di centro-sinistra e, contestualmente, per rendere “rispettabile” un partito i cui dirigenti ancora, callidamente, proclamavano come erede della Repubblica sociale italiana.
Non è stata, a nostro avviso, una brillante idea di Giorgio Almirante quella di fare del Movimento sociale una “destra nazionale”, ma solo un tentativo di distaccarsi dal passato ponendo ai vertici badogliani e antifascisti come Alfredo Covelli e Gino Birindelli, e accogliendo dei ranghi dei parlamentari il generale Gioavnni De Lorenzo, ex direttore del Sifar e medagli d’argento al V.M. nella guerra partigiana.
Tentativo destinato a fallire miseramente perché Giorgio Almirante non si sentiva pronto a rinnegare quel fascismo sul quale aveva costruito la sua fortuna personale, pur avendolo tradito già durante la guerra.
Dalla reazione di Giorgio Almirante, sotto attacco, nel mese di ottobre del 1972, dalla sua errata interpretazione delle finalità dell’attentato di Peteano di Sagrado del 31 maggio 1972, scaturisce una lotta intestina all’interno della stessa Democrazia cristiana i cui dirigenti si trovano a dover regolare i conti fra loro e, contestualmente, con il Partito socialdemocratico di Giuseppe Saragat e Mario Tanassi.
Regolamento dei conti che passa anche per quelle strutture che un potere criminale ha creato in concorso con i Paesi esteri facenti parte integrante dell’Alleanza atlantica.
Non ci sono misteri nella storia d’Italia del dopoguerra.
Ci sono prove occultate ma ancora rinvenibili, ammissioni parzialissime che devono essere ampliate e completate, fatti processuali che devono essere rivisitati ed utilizzati sul piano storico.
C’è una verità che non si può ancora affermare nella sua totalità perché esiste uno schieramento politico-giudiziario-giornalistico trasversale che ritiene necessario per la sua sopravvivenza perpetuare la menzogna.
Non è un caso che proprio a Brescia, dove almeno il rispetto per i morti dovrebbe imporre un oggettiva ricerca della verità, si agitano ed agiscono mentecatti che cercano di inquinare perfino quello che è stato processualmente accertato, utilizzando delatori e confidenti di Questura come Marco Affatigato e Mario Tuti dei quali, il primo avvalora la tesi dello “stragismo fascista”, il secondo vende ad una sprovveduta giornalista del “Corriere della sera” la “verità” che fu già dell’ammiraglio Fulvio Martini, direttore del Sismi, che a compiere l’eccidio del 28 maggio 1974 sono stati “i rossi”.
Ma perché, a distanza da quasi quarant’anni questo verminaio umano, giornalistico e pseudo politico è ancora attivo sul fronte della menzogna?
Perché la verità fa paura.
La sua affermazione, difatti, può avere riflessi politici, sia in campo nazionale che internazionale ancora oggi, pretendendo anche la revisione dei nostri rapporti con la Nato, il disvelamento dei protocolli segreti, la messa sotto accusa di un potere politico che finirebbe per travolgere i suoi eredi.
Non si può, di conseguenza, affermare che la guerra politica sia conclusa.
Tocca a questa generazione il compito non facile di finirla utilizzando la sola arma che nessun potere può neutralizzare: la verità.

Vincenzo Vinciguerra
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