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La Rovere:I G.U.F. avanguardia della nuova Civiltà Fascista

 
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Marcus
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MessaggioInviato: Gio Nov 29, 2012 6:19 pm    Oggetto:  La Rovere:I G.U.F. avanguardia della nuova Civiltà Fascista
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Molto interessante, sebbene non esente da pecche dovute ad alcune ambiguità interpretative, risulta il lavoro di Luca La Rovere, “Storia dei GUF – Organizzazione, politica e miti della gioventù universitaria fascista”, Torino 2003,
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ù-universitaria-1919-1943/dp/8833914534/ref=sr_1_3?s=books&ie=UTF8&qid=1354209431&sr=1-3
che, forte di una vasta documentazione riesce a capovolgere il mito autoassolutorio dei Guf quale “palestra di frondismo antifascista” (ripetuto da coloro che nel dopoguerra vollero rifarsi una “verginità politica” nella nuova repubblica italiana), stabilendo come invece proprio i GUF rappresentarono l’avanguardia dell’ortodossia fascista, il nuovo ceto dirigente educato efficacemente dal Regime al fine di perpetuare la Rivoluzione Fascista oltre l’esistenza temporale del Duce.



I fondamenti della «Civiltà nuova»
(da L. La Rovere, “Storia dei Guf”, Torino 2003, pp. 228 – 264)


Uno Stato totalitario per l'« uomo integrale»

Il dibattito che si sviluppò sulla stampa universitaria a partire dalla metà degli anni trenta può aiutare a comprendere fino a che punto l'adesione al fascismo e la militanza nelle sue organizzazioni fossero vissute dai giovani anche, se non in primo luogo, come l'occasione per partecipare in prima persona alla costruzione di una nuova, superiore forma di civiltà. A tal fine la prolifica produzione pubblicistica gufina costituisce per la storia del fascismo giovanile una fonte di primaria importanza, in quanto rappresenta l'unico caso di stampa fatta dai giovani per i giovani. Inoltre, nel corso degli anni trenta il regime accordò una certa libertà di espressione alla giovane intellettualità allevata nei Guf, considerata ormai integralmente fascista. Ciò non significa che la stampa universitaria non risentisse dei condizionamenti esercitati dall'occhio vigile e onnipresente della censura. 1 Tuttavia, anche in considerazione della volontarietà e non professionalità del giornalismo universitario, essa può essere considerata come una fonte non eccessivamente inquinata da quelle preoccupazioni autocensorie che rendono spesso di difficile decifrazione la lettura della stampa ufficiale. Perciò la stampa dei Guf rappresenta una vera e propria cartina di tornasole per rilevare l'orientamento della gioventù intellettuale e, in ultima analisi, per verificare il successo o l'insuccesso dell'esperimento totalitario del regime, vale la dire la sua capacità di creare generazioni nuove in grado di perpetuare con contenuti ideologici immutati il dominio fascista sulla società italiana. Il discorso tenuto da Mussolini alla seconda assemblea quinquennale del regime, nel marzo 1934, segnò una svolta per il fascismo e come tale esso fu inteso dagli intellettuali del movimento universitario. Il duce, sconfessando apertamente le posizioni di quanti tendevano a vedere nel movimento delle camicie nere l'inveramento dei più disparati antecedenti storico-dottrinali, proclamò l'estinzione di tutte le dottrine del passato, definitivamente sconfitte dal fascismo, e aprì ufficialmente una nuova fase nella vita del regime, quella che avrebbe dovuto condurre alla costruzione di una civiltà integralmente fascista e di portata universale. 2 La sfida alla quale era chiamata la nuova leva di intellettuali nati e cresciuti in regime fascista consisteva nel dare una dottrina organica al fascismo. 3 I gufini erano consapevoli del fatto che la cultura fascista delle origini era nata dalla giustapposizione di elementi dottrinali diversi, dalla sommatoria di orientamenti e convinzioni che, pur formulati alla luce delle nuove esigenze spirituali della nazione, traevano origine da sistemi concettuali irrimediabilmente legati al passato. Per consentire al fascismo di proiettare, al di là della congiuntura storica, la sua «luce» nei secoli a venire e per conferirgli il crisma dell'universalità, per trasformare, insomma, l'esperienza fascista in un modello di «civiltà», occorreva enucleare da questa congerie di elementi disparati e non omogenei il nucleo dei principi fondamentali della «rivoluzione», liberandola da tutti gli elementi caduchi e non essenziali. Tale esigenza superava di gran lunga la necessità, pure presente, di rintuzzare l'accusa lanciata al fascismo dai suoi avversari di essere un'ideologia puramente negativa, utilizzata come strumento della reazione per la conservazione del vecchio ordine. Essa affondava piuttosto le radici nella cultura della crisi, espressione dell'inquietudine della coscienza europea del tempo, e nella sua ricezione e rielaborazione a opera del mondo intellettuale fascista. Il magistero mussoliniano sulla «crisi di civiltà», per l'ascendente che il pensiero del duce esercitava sui giovani, influenzò profondamente la riflessione del fascismo universitario, conferendole un inconfondibile tratto chiliastico e salvifico. 4 Per i gufini la crisi dell'umanità, lo smarrimento dell'uomo ingannato dalle lusinghe materialistiche del progresso, era il tratto distintivo della civiltà contemporanea e la causa prima della sua decadenza. Le radici dell'alienazione dell'individuo risiedevano nella perdita di moralità indotta da una modernizzazione caotica, ma soprattutto nella presunzione dell'uomo di poter abbandonare la forza interiore dello spirito a vantaggio di una fede assoluta nella ragione. Questo insensato e frenetico moto, alla cieca rincorsa di un progresso soltanto illusorio, aveva condotto alla degenerazione della civiltà occidentale ridotta a una «nevrastenica ridda molecolare di uomini delle città meccaniche». 5 L'avvento di una modernità selvaggia e disordinata aveva rescisso tutti i legami dell'uomo con l'uomo e dell'uomo con il mondo, riducendolo a un automa costretto alla solitudine sociale e continuamente sospinto nel caos esistenziale. La critica gufina del moderno non sfociava nella condanna in blocco del progresso scientifico e culturale dell'umanità per vagheggiare forme di civiltà e di relazioni sociali di tipo preindustriale. Ma, piuttosto, nella convinzione che il progresso materiale sganciato da una crescita spirituale dell'individuo e della collettività non fosse sufficiente a produrre il pieno sviluppo dell'uomo, entità morale e materiale a un tempo. L'opposizione a un mondo astratto, freddo, calcolatore, egoistico, che aveva smarrito il senso della propria missione non postulava mai il ricorso al mito rassicurante della Gemeinschaftpremoderna tóennisianamente opposta alla Gesellschaft , tanto è vero che le tematiche rurali o romano-imperiali non costituivano, in genere, il perno del pensiero gufino, se non come formale ossequio alla vulgata propagandistica del regime. In questo quadro la critica della civiltà contemporanea e della sua organizzazione sociopolitica era sinceramente percepita, alla luce del disfacimento economico e morale dell'Occidente, come effettivamente «rivoluzionaria» perché condotta alla luce della filosofia antirazionalista e antimaterialista del fascismo, la sola capace di fornire una soluzione alla crisi. 6 Il fascismo era, nelle parole di un gufino di Enna, portatore di una missione universale di conquista della supremazia spirituale e morale in Europa, in quanto fattore di rinnovamento della civiltà: «non siamo quindi reazionari, come amano chiamarci oltre Alpe, ma ci sentiamo prettamente rivoluzionari»:

Rivoluzionari in quanto cozziamo contro concezioni radicate per secoli, rivoluzionari perché siamo portatori di un ordine nuovo, rivoluzionari perché siamo contro uno stato di cose radicato nei principi dell'ottantanove. Rivoluzionari perché con la Rivoluzione noi abbiamo radicalmente abbattuto tutto un vecchio mondo e ci siamo dati un regime, con la Rivoluzione in marcia imporremo al mondo la civiltà di Roma Fascista. 7

Ergendosi contro le principali dottrine economiche e filosofiche che avevano condotto le società occidentali a muovere i primi passi nell'età contemporanea, il fascismo ne aveva trasvalutato le fondamentali istanze di socialità e partecipazione in un'idea di forza e potenza dello Stato. Il regime fascista costituiva il rimedio alla crisi della civiltà europea, fornendo un rinnovato modello di organizzazione sociale e una dimensione trascendente nella quale l'individuo potesse riconoscersi e identificarsi. Esso rappresentava infatti il superamento dell'età dell'individuo e apriva la strada all'età dello Stato, caratterizzata dall'avvento del collettivo sulla scena della storia e dalla conseguente necessità di ripensare i rapporti tra singolo e comunità. In questo senso, era assai diffusa tra i giovani la sensazione, sapientemente alimentata dalla macchina propagandistico-culturale del regime, di trovarsi, grazie all'azione «rivoluzionaria» del fascismo, «in un momento della storia dell'umanità del tutto eccezionale», di essere di fronte a «una svolta fondamentale della storia del mondo»:

Gli uomini non si muovono più, nel complesso ingranaggio della civiltà moderna, per obbedire a stimoli interiori, individualistici, egocentrici, ma si devono muovere con la consapevolezza dell'affiatamento collettivo, della sincronizzazione degli sforzi, del superamento della personalità. Ormai l'individuo, quando non è dotato di virtù eccezionali, diventa un elemento utile alla società soltanto in quanto sa trascurare le esigenze del proprio egoismo per elevarsi alla concezione veramente nobile e veramente virile del suo inquadramento nella compagine collettiva. 8

La ricerca di una rinnovata «unità dell'uomo» costituiva l'obiettivo primario della «nuova civiltà» come risposta in avanti alla sua crisi, realizzazione di una modernità che, nell'era delle masse e dell'avvento del collettivo, vedesse l'avvento dell'«uomo integrale»: l'« uomo nuovo», appunto, prototipo e annuncio di un'umanità superiore che richiamava il superuomo nietzschiano piuttosto che l'uomo incorrotto dello stato di natura. 9 La giustificazione dello Stato totalitario era strettamente legata alla crisi dell'uomo moderno e discendeva, per i gufini, da una concezione della politica come attività integrale, all'interno della quale l'individuo doveva realizzare il pieno dispiegamento delle proprie potenzialità materiali e spirituali. La sua legittimità era avvalorata dal sorgere di vasti esperimenti di ingegneria sociale centrati sulla supremazia dello Stato, come il bolscevismo e il nazismo. La politica era concretamente sentita come lo strumento della critica moderna alla modernità razionale e materialista che, consentendo la decrittazione della convulsa fenomenologia contemporanea, avrebbe restituito senso alla vita del singolo e della collettività. La politica, come la intendeva il fascismo, costituiva la risposta alla diffusa esigenza di una nuova religiosità, all'eterno bisogno dell'uomo di trascendere se stesso e il contingente della propria esistenza per entrare in comunione spirituale con un universo morale unificante. 10 Perciò essa era tutt'uno con la morale e con la religione, con la scienza e con l'arte, con la cultura e l'identità del popolo. Si può dire, anzi, che la forza di attrazione esercitata sui giovani dalla politica del fascismo risiedesse proprio nella sua programmatica determinazione totalitaria, ossia nella volontà di travalicare la pura sfera dell'agire politico per assurgere a principio regolatore della vita del singolo, ad attività totalizzante perché in grado di riassumere in sé la molteplicità dell'esperienza umana, dagli stati di coscienza interiori fino alla sfera delle relazioni con il mondo esteriore di rilevanza propriamente politica. La «politica» costituiva, come si esprimeva un gufino di Salerno, «la vera e propria scienza della verità e dei rapporti sociali, capace di dettare leggi universali, in tutti i campi dell'umana attività, dall'economia all'etica, dalla cultura all'arte». 11 Essa costituiva lo «scopo ultimo, la luce che sola può illuminare [...] l'opera dell'uomo; come l'atmosfera che sola può far vivere di una vita reale il lavoro umano, ed eternarne il risultato ». 12 L'incessante pulsione alla «risoluzione del privato nel pubblico », 13 che caratterizzava il totalitarismo fascista, era per i goliardi esattamente l'elemento che avrebbe restituito unità all'esistenza individuale: la creazione di una sfera politico-esistenziale totalizzante avrebbe permesso al cittadino fascista di svolgere ognuna delle sue attività seguendo un unico principio guida, eliminando all'origine la possibilità stessa di una contraddizione di ruoli e funzioni. Lo Stato mussoliniano, stabilendo un sistema di «diseguaglianza equa» che superava «l'allinearsi amorfo di più eguaglianze» dello Stato liberale, «accoglie[va] l'uomo nella sua interezza e nella sua individualità» allo scopo di «far combaciare il fine politico con quello etico individuale ». 14 L'organizzazione fascista della società si proponeva, in altri termini, di trascendere l'opposizione tra morale pubblica e morale privata tipica dello Stato liberale. La dottrina e l'organizzazione statuale liberale, infatti, ponendo la norma giuridica al centro dell'esistenza pubblica del cittadino, lasciavano nell'anarchia e nel caos la sua esistenza morale, appannaggio, a seconda dei casi, dell'arbitrio individuale, della famiglia o dell'istituzione religiosa. La ricomposizione fascista della scissione tra la sfera pubblica e quella privata dell'individuo avrebbe condotto a una nuova forma di «civiltà», integralmente politica perché compiutamente sociale. Alla coercizione estrinseca del diritto positivo sull'agire individuale, il fascismo sostituiva lo spontaneo volere del militante fascista animato soltanto dal desiderio di conformare la propria azione ai comportamenti definiti socialmente utili dal partito. In questo risiedeva la distinzione essenziale tra lo Stato assolutistico e autoritario e lo Stato totalitario generato dal fascismo: mentre il primo costituiva l'esasperazione dell'imperio della legge positiva, il secondo rappresentava il trionfo della legge morale elevata a principio regolatore della vita pubblica, una legge morale che si imponeva con la forza legittimante, ma non per questo meno cogente, della fede condivisa da tutto il popolo. L'ordinamento gerarchico della società auspicato dai fascisti non costituiva pertanto una mera restaurazione dell'autoritarismo d'Ancien régime , ma configurava una forma statuale innovativa, non classificabile con il ricorso alle tradizionali categorie della scienza politica, che trasvalutava le istanze di socialità e partecipazione espresse dalla società moderna in un'idea di forza e potenza dello Stato: 15

Lo Stato fascista non vuole imporsi all'individuo come un potere estrinseco, ma penetrare nella sua coscienza, identificarsi a lui spiritualmente, diventare la sua stessa realtà, in modo che l'individuo senta le esigenze dello Stato come le esigenze proprie. Vuole essere il trionfo dell'uomo che supera se stesso come individuo ed è capace di darsi una norma. La cellula dello Stato totalitario è l'uomo integrale che è politico, che è economico, che è religioso, che è santo, che è guerriero. In questo senso è la vera dottrina dell'identità di individuo e Stato. 16

La costituzione del popolo in comunità politica nel regime fascista era perciò il risultato di un imperativo morale, di un intimo slancio della coscienza individuale consapevole di trovare nello Stato la forma più elevata di espressione della dinamica sociale. La concezione dello «Stato etico », dogma fondamentale del fascismo, portava gli universitari a considerare del tutto superate le idee democratiche di sovranità popolare e rappresentanza. Presupponendo la perfetta identità dei termini del binomio Stato-popolo, e anzi l'impossibilità stessa di concepire il popolo al di fuori dello Stato, i gufini potevano giungere ad affermare che l'«obbedienza alla volontà superiore dello Stato è un dovere assoluto senza alcun corrispettivo di diritti, poiché è lo Stato che dà origine agli individui ed è lo Stato nel quale questi individui celebrano la loro umanità nella sua più completa espressione». 17 Il riconoscimento dello Stato come unica fonte di eticità implicava la volontaria rinuncia da parte dei singoli alla loro quota di sovranità, rendendo superfluo il concetto stesso di rappresentanza. 18 Al di là di qualsiasi ipotesi contrattualistica e, tanto meno, di qualsiasi verifica empirica, il rapporto di funzionalità dell'attività statale alle esigenze dei consociati costituiva semplicemente un apriori al quale aderire incondizionatamente. Lo Stato era concepito infatti come una sorta di entità metafisica in grado di produrre, per virtù misteriose e imperscrutabili, la mistica comunione del corpo della nazione e la piena estrinsecazione delle qualità sociali e personali dei cittadini. La dottrina dello Stato etico quale era concepita dagli universitari, pur ricalcando i temi consueti della pubblicistica fascista, si caratterizzava per la fede assoluta nelle virtù salvifiche dello Stato fascista, sfociando in una forma esasperata di statolatria. In regime fascista il problema della rappresentanza si risolveva dunque in quello dell'immissione dell'elemento popolare nella vita dello Stato. Questa caratteristica connotava il regime fascista come primo esperimento di «democrazia integrale aclassista», scaturigine dello «Stato totalitario popolare».19 Tale funzione era assolta dal partito il quale, configurandosi come «organizzazione volontaria della massa», dava origine a un innovativo sistema di «rappresentanza integrale» che permetteva di far giungere al vertice dello Stato «la volontà unificata chiara, circostanziata del popolo, la vera e sola volontà politica». 20

L'agente della «rivoluzione continua»

In coincidenza dell'avvio di una decisa «politica del partito» da parte di Starace nel periodo 1933-34, che si manifestò con l'estensione dei suoi compiti nella società e nelle istituzioni, i giovani intellettuali dei Guf diedero vita a un dibattito sul carattere totalitario del regime e sul ruolo del partito al suo interno. Pur appoggiandosi sulle verità ufficiali del regime, i gufini colsero la novità del partito unico nell'organizzazione statuale e la modificazione sostanziale che la posizione del partito stava subendo all'interno del regime, anticipando anche, per certi versi, l'elaborazione della stessa scienza giuridica. La volontà di contribuire a gettare le fondamenta di una teoria italiana del totalitarismo scaturiva nei giovani dall'esigenza di definire anche in campo istituzionale i principi basilari ai quali improntare un'azione fascista che volesse essere continuamente ed efficacemente conforme alle premesse, o alle promesse, «rivoluzionarie» del regime. Mantenere uno stato di «rivoluzione permanente», istituzionalizzando l'azione di sovversione del partito nei confronti dello Stato e della società, era per i gufini l'obiettivo principale dell'azione politica del fascismo, la sola maniera per giungere a realizzare la riforma dell'ordinamento costituzionale e del costume morale degli italiani, cioè una nuova «civiltà» integralmente fascista. Tale posizione era anche il risultato di un radicale pessimismo antropologico che, se costituiva un tratto costitutivo dell'ideologia fascista, nei gufini sfociava in una precoce individuazione del partito quale agente della trasformazione del carattere degli italiani. Sul quindicinale del Guf padovano si leggeva nel 1935:

Il Fascismo non crede nella capacità delle masse, in quanto collettività d'individui, di sapersi governare da sole. [...] La massa non sa e non può governarsi perché da essa come tale non si sprigiona un principio spirituale superiore che riconoscendo e valutando interessi e voleri contrastanti li armonizzi. [...] Il Fascismo vuole appunto realizzarsi nel governo degli uomini più consapevoli e attivi, il Partito Nazionale Fascista deve essere questa nobile e moderna aristocrazia della Nazione italiana. 21

La centralità del partito nella vita nazionale era sostenuta dalla constatazione che fin dalle origini il movimento si era posto «come embrione di un nuovo Stato, più che come partito nell'antico senso parlamentare», proponendosi non soltanto l'obiettivo della conquista dello Stato, ma quello assai più ambizioso della sua trasformazione in Stato fascista. 22 La volontà rivoluzionaria del partito si era concretizzata in un processo, tuttora in atto, di trasferimento di organi dal partito allo Stato. Questa sua qualità di agente della «rivoluzione permanente», della progressiva «fascistizzazione» dello Stato, faceva del Pnf un soggetto legibus solutus, posto al di sopra della legge dello Stato, in quanto esso stesso creatore dell'ordinamento fascista e del diritto positivo del regime: « Se lo Stato è la legge — affermava Zapponi —, il Partito è il diritto di oltrepassarla, la facoltà di creare il nuovo su moduli morali (e non strettamente di legge positiva) per distaccare da sé le sue creazioni e incorporarle nell'organismo statale». 23 Il ruolo del partito era essenziale non soltanto per estendere l'area dei settori della vita sociale sottoposti all'azione di agitazione «rivoluzionaria», ma anche e soprattutto per rendere possibile l'applicazione dei nuovi precetti, dei nuovi valori alla vita collettiva. La riforma delle coscienze avviata dal fascismo non poteva essere realizzata per decreto, ma soltanto attraverso un'opera diuturna di intervento sulla mentalità, la cultura, il costume, le relazioni degli individui. Secondo un collaboratore della rivista del Guf pisano, per realizzare il «nuovo assetto della società nazionale», basato su una «nuova integrale concezione della vita», le leggi dello Stato non erano sufficienti. Il fascismo doveva giungere a «penetrare nel regno dello spirito, ad agire sul costume, a dominare totalitariamente la volontà». E questo compito non poteva essere assolto se non dal partito, in quanto portatore di una propria, superiore morale: quella «morale positiva» che costituiva «l'etica del Fascismo, espressione diretta della coscienza rivoluzionaria del popolo». Vale la pena di riportare per esteso le parole del giovane intellettuale toscano in quanto ci sembra che esse riflettano con precisione un orientamento largamente diffuso tra la gioventù dei Guf negli anni trenta, dalla quale scaturirà, come conseguenza immediata, l'atteggiamento del fascismo universitario nei confronti del regime al momento della sua lunga agonia e poi della sua crisi:

Il Partito, che è l'attore della Rivoluzione e la sede del sentimento dello Stato, elabora questa morale, la fissa in termini concreti, la traduce in insegnamenti, direttive, comandi, leggi. [...] La legge morale del Partito ha carattere di universalità, in ragione della universalità dei fini che si propone, fini proprii dell'intera società nazionale: obbliga non i soli iscritti, ma tutti indistintamente, perché esprime l'imperativo categorico della coscienza del popolo. A nessuno è lecito sottrarsi a questa legge, perché a nessuno è lecito vivere fuori dall'atmosfera della Rivoluzione che è movimento e ascesa di tutto il popolo. Da questa universalità la legge morale del Partito trae la sua forza di penetrazione. Il Partito personifica e rappresenta la società fascista, grande comunione spirituale fuori della quale né individui né gruppi possono vivere. Chi viola la sua legge si pone fuori da questa comunione, cade in uno stato di minore estimazione civile, di isolamento morale. [...] Il Partito, con la sua legge morale, dovrà pervenire a dominare tutti gli elementi che per il loro imponderabile si sottraggono all'impero delle norme giuridiche. 24

Come si vede, in una prima fase i gufini insistettero, sia pure con accenti diversi, soprattutto sulla funzione del partito come creatore delle norme morali della comunità. Dunque, come organo tendente a risolvere in sé la totalità delle relazioni sociali fondamentali, a definire i comportamenti politicamente e socialmente rilevanti secondo la pe¬culiare concezione fascista della politica e dell'ethos della vita associativa. La supremazia del partito nella vita della nazione e nell'ordinamento fascista discendeva direttamente dalla sua funzione totalitaria, dall'essere cioè il portatore di quella nuova «moralità» che costituiva la ragion d'essere della «rivoluzione ». Sul piano empirico, attraverso l'operare concreto e quotidiano nella realtà del paese per trasformarla sempre più e sempre più profondamente in senso fascista, il partito confermava il suo ruolo di organismo «tentacolare, unitario e sensibilissimo», atto a realizzare la rifondazione etica delle basi dell'appartenenza nazionale. 25 Reagendo a un'interpretazione largamente accettata dalla dottrina, i gufini bollavano come eretiche e oggettivamente reazionarie quelle posizioni che tendevano a considerare il partito come un mero esecutore della volontà dello Stato e a fare del partito un'istituzione ausiliaria del regime. Vittorio Zincone polemizzò con Arnaldo Volpicelli e la « Rivista di studi corporativi », rei di aver delineato, nell'ottica di un corporativismo «puro» o «integrale», il progressivo venire meno della funzione del partito in corrispondenza dello sviluppo dell'apparato corporativo. Per il giovane intellettuale di Sora una tale visione rischiava di ridurre il partito a un mero riflesso «autocratico» e «trascendente» della politica. Le identità individuo-Stato e società-Stato, sulle quali si fondava la concezione corporativa, non potevano inverarsi senza l'intervento del partito, l'unico soggetto in grado di dare al cittadino-produttore la coscienza della sua «destinazione sociale» e dei «doveri in seno all'organizzazione dello Stato». 26 In effetti, l'intera produzione ideologica e dottrinale degli universitari fascisti era volta a sostenere il carattere originario e la legittimazione autonoma del partito nei confronti dello Stato, che gli derivava dal suo ruolo di «depositario dei principi della Rivoluzione e degli strumenti affinché questa sia sempre in sviluppo e in ascesa». Lo Stato assumeva quelle caratteristiche di «eticità» sopra esaminate soltanto in quanto emanazione del partito. Quest'ultimo era infatti la linfa vivificante che immetteva nello Stato il principio della «rivoluzione continua»; e dunque, pur facendo parte dell'organizzazione dello Stato, il partito non poteva essere considerato alla stregua di un organo ormai “statizzato”. 27 Oltre che dalle dichiarazioni del duce sulla centralità del Pnf nella vita politica e spirituale della nazione, l'evoluzione in senso totalitario del regime sembrava confermata ai gufini dall'esame della posizione assunta dal partito nell'ordinamento dello Stato dopo la «costituzionalizzazione » 28 del Gran consiglio e, ancora di più, con la disposizione di legge che nel 1937 conferì al segretario del Pnf la qualifica di ministro segretario di Stato. 29 «Fronte unico», il quindicinale della Sezione studenti stranieri del Guf, notava come quest'ultimo provvedimento sancisse la compenetrazione di partito e Stato, puntualizzando però come lo Stato fascista fosse «un prodotto del Partito» e, citando uno dei massimi teorici del totalitarismo fascista, il giurista Sergio Panunzio, «il prodotto istituzionale ed organico della attività del partito ». 30 In virtù della posizione acquisita dal segretario del partito nell'ordinamento costituzionale dello Stato e del ruolo ricoperto all'interno del Gran consiglio, 31 egli era per i gufini «il futuro capo del Fascismo (Duce in potenza) » e, dunque, il «futuro Capo del Governo». Fintanto che il duce fosse stato presidente del consiglio, il segretario del partito era «come il vice Duce, vale a dire il vice Capo del Governo». 32 La controversa questione della successione al vertice del regime, che vedeva impegnati i massimi ideologi e giuristi del regime, 33 era risolta con estrema semplicità dai gufini romani come risultato della convinzione che se il fascismo era una «rivoluzione in marcia», essa doveva essere guidata dal partito. Quella sostenuta dai gufini era in sostanza una concezione di partito-Stato che affondava le radici nella funzione «rivoluzionaria» del partito, antecedente al momento istituzionale e, anzi, necessaria ad attribuire la qualifica di «fascista» allo Stato e alla sua produzione legislativa. 34 Una compiuta esposizione di questa tesi fu svolta dall'ex gufino, già addetto stampa della segreteria dei Guf e ora capo dell'Ufficio stampa del Pnf, Giovanni Calendoli. Il programma politico del partito, esprimendo «un complesso di valori già efficienti sul piano sociale», si poneva come contenuto positivo e immediato della «norma fondamentale» dello Stato. Il partito era organo «anteriore allo Stato e superiore ad esso», essendo «il portatore di quel complesso di valori politici che dà vita e sostanza allo Stato». Da qui l'affermazione perentoria: «il Partito politicamente sta dunque all'origine dello Stato». 35 L'autore escludeva che la definizione del Pnf quale organo agli ordini del duce potesse configurare una più generale subordinazione del partito al presidente del consiglio, qualora quest'ultimo non fosse stato anche capo del Pnf. Anzi, dopo la «costituzionalizzazione» del Gran consiglio non era possibile concepire un capo del governo diverso dal capo del partito. 36 Tutto ciò confermava la tesi della originarietà dei poteri e, dunque, dell'indipendenza del partito. L'intera argomentazione portava l'autore, contro le opinioni più accreditate, non solo ad «esclude[re] la risoluzione del Partito nello Stato», ma anzi a «postula[re], come essenziale, la dualità del Partito e dello Stato»: «In questo senso soprattutto deve accettarsi la qualificazione dell'attuale forma dello Stato italiano, come Stato fascista, cioè come Stato sorto dalla Rivoluzione fascista attraverso la posizione in esso raggiunta dal Partito». 37 In sostanza, lo Stato era ridotto a poco più di un simulacro dell'autorità, al simbolo della volontà «rivoluzionaria» del partito e dell'unità della collettività nei valori spirituali del fascismo, a mera emanazione sul piano internazionale della volontà di potenza e delle aspirazioni imperialistiche del regime. L'affermazione dell'autonomia della «legge morale» del partito rispetto alla legge positiva dello Stato formulata alla metà degli anni trenta poteva essere letta come la volontà di marcare una distinzione di ruoli e di competenze. La rivendicazione del dualismo partito-Stato non soltanto costituiva l'espressione inequivocabile di una cultura politica in parte coincidente con quella del filone totalitario del fascismo — il quale, nell'ottica della «rivoluzione continua», resisteva ai tentativi dei «moderati» di normalizzare il ruolo del Pnf —, ma apriva la strada alla possibilità di un conflitto circa l'individuazione dell'agente della «fascistizzazione» della nazione. In effetti, come vedremo in seguito, all'interno di un processo di progressiva radicalizzazione delle istanze rivoluzionarie, che raggiunse il suo apice negli anni della guerra, gli universitari furono tra i più convinti assertori di una concezione che faceva della supremazia del partito un elemento irrinunciabile per l'effettiva riuscita del progetto totalitario.

Verso la «civiltà del lavoro»

L'interesse dei giovani intellettuali verso il corporativismo nasceva dal considerarlo uno degli strumenti necessari per la creazione della «civiltà di masse» prefigurata dal fascismo. L'annuncio della imminente realizzazione delle strutture corporative fornì un notevole impulso al dibattito giovanile sui caratteri generali della nuova economia, sui suoi obiettivi e sugli sviluppi possibili. 38 La stessa stampa ufficiale del regime stimolava l'impegno al dibattito e alla ricerca dei giovani proclamando il carattere aperto dell'esperimento corporativo che, fatti salvi i dogmi sanciti fin dal 1927 nella Carta del lavoro, doveva rappresentare «un punto di partenza, non un punto di arrivo». 39 Pur nella diversità degli accenti, il tratto comune della riflessione giovanile era la convinzione della natura intrinsecamente antisociale dell'organizzazione capitalistica della società. Il diffuso atteggiamento anticapitalistico dei giovani traeva alimento e vigore, come si è detto, dalla predicazione mussoliniana sulla crisi della civiltà occidentale. Il capitalismo, per la logica interna che lo muoveva, basata esclusivamente sull'adorazione del falso idolo del profitto e la pratica subordinazione dell'interesse collettivo all'utile individuale, se lasciato libero di dispiegare le proprie energie, costituiva un potente agente di atomizzazione sociale e di disgregazione morale della comunità. Il corporativismo, prima ancora che una determinata forma di organizzazione dei rapporti produttivi, rappresentava per i gufini lo strumento originale concepito dal fascismo per integrare le masse all'interno dello Stato. Il suo carattere «rivoluzionario» risiedeva nella capacità di realizzare nella coscienza individuale e collettiva il superamento della concezione utilitaristica e antisociale dell'homo oeconomicus, indicata in genere come una delle principali ragioni della perdita di umanità che caratterizzava la civiltà capitalistica. Il corporativismo, agendo sull'uomo, preparava l'avvento della nuova «civiltà del lavoro», di una società nella quale il precetto della supremazia dell'interesse collettivo si attuasse nella concretezza della dinamica produttiva. 40 Alle corporazioni spettava «non solo di portare un nuovo elemento rivoluzionario nella storia dell'economia, ma di influire potentemente sugli uomini, di modificare la loro mentalità, di trasformare in modo radicale le forme di vita del xx secolo; di dare, infine, al XX secolo la fisionomia del Fascismo». 41 Il sistema corporativo costituiva per Vincenzo Palazzolo, del Guf di Pisa, uno dei centri più fervidi della riflessione sull'ordinamento corporativo, «l'affermazione esplicita del principio che l'individuo non può valere senza la società», la limitazione ulteriore del «concetto di libertà, in senso giusnaturalistico», per sostituire all'egoismo individualistico una compiuta «solidarietà sociale », e dunque lo stadio più avanzato dell'evoluzione storica delle forme di organizzazione statuale. 42 Una simile interpretazione della funzione storica dello Stato corporativo portava i gufini a distinguere nettamente tra corporazioni e corporativismo. Le prime si configuravano semplicemente come organi «tecnico-economici» per la risoluzione pacifica dei contrasti tra i «produttori» e l'armonizzazione degli interessi settoriali con quelli nazionali. Il corporativismo, invece, rappresentava il «nuovo principio» in virtù del quale si sarebbe realizzata la subordinazione dell'economia alla politica e allo spirito della «rivoluzione ». 43 La fede nel carattere anzitutto «etico» del corporativismo portava i gufini a scagliarsi contro tutte le interpretazioni che ne negavano l'originalità individuandone gli antecedenti storici nelle corporazioni medievali, secondo una tendenza assai diffusa in alcuni settori del mondo accademico che i gufini consideravano perciò scarsamente fascisti, o nella dottrina sociale della Chiesa, sostenuta finanche da alcuni partecipanti ai Littoriali di Firenze del 1934. 44 La denuncia dell'alienazione dell'uomo nei sistemi capitalistico e collettivistico 45 era associata in genere all'esaltazione della ritrovata dignità del lavoratore fascista, secondo i più tipici canoni della propaganda del regime . 46 Il principio, proclamato dal duce «come verità basilare dello Stato fascista», che faceva del lavoro l'unico parametro per misurare l'utilità sociale di individui e gruppi, permetteva di superare le distinzioni di classe discendenti dalla proprietà dei mezzi di produzione e di fondare un ordinamento organico della società, nel quale la gerarchia di funzioni e di capacità scaturiva da un'idea etica del lavoro intesa come servizio alla collettività. 47 L'obiettivo della piena e totale identificazione del cittadino-produttore con la comunità di popolo e con lo Stato non poteva essere raggiunta attraverso la meccanica soppressione del capitale e la collettivizzazione dei mezzi di produzione. Tale soluzione, per la sua pretesa di produrre l'identità spirituale di un popolo attraverso la modificazione del dato socioeconomico, era ritenuta incompatibile con il carattere spiritualistico e antimaterialistico del fascismo e, come dimostrava l'esperimento sovietico, non poteva che sfociare nell'« annientamento » della personalità umana. 48 La condanna del capitalismo non riguardava perciò il sistema in sé ma, in un'ottica più strettamente politica, l'uso distruttivo che ne facevano le democrazie occidentali. Essa sfociava spesso nella contrapposizione di un «vero capitalismo», il capitalismo «produttore», fattore progressivo di crescita e di benessere per l'intera collettività, al capitalismo «plutocratico» e « democratico» che concentrava le ricchezze in mano di pochi individui in grado di esercitare anche un'inaccettabile influenza sulle decisioni politiche. 49 Era necessario pertanto vincere gli interessi particolaristici di una minoranza di avidi capitalisti e disgregare il blocco di interessi coagulatisi intorno a essa attraverso un'incisiva azione rivoluzionaria che incidesse sulla mentalità del cittadino-produttore per renderla conforme allo spirito e alle esigenze della nazione. 50 Che le posizioni della gioventù universitaria fossero perfettamente in linea con l'ideologia ufficiale del regime — che con la Carta del lavoro aveva riconosciuto la funzione della proprietà privata come la «più efficace e la più utile nell'interesse della Nazione» — 51 emerse chiaramente dalla discussione che si sviluppò a partire dal 2° Convegno di studi corporativi tenuto a Ferrara nel 1932, nel corso del quale Ugo Spirito lanciò la nota formula della «corporazione proprietaria». 52 Se la rivista degli studenti della facoltà fascista di Perugia respinse con decisione le tesi spiritiane bollandole con il marchio infamante di «bolsceviche» e minacciando di intervenire nella disputa armati di «manganello », 53 più articolata e dialettica fu la posizione di altri gruppi. La formula della corporazione proprietaria — scriveva Vincenzo Saitta — non poteva essere identificata, in regime fascista, con il concetto di «statizzazione della proprietà». La perfetta coincidenza realizzata nell'esperimento corporativo tra le esigenze del singolo e quelle della collettività rendeva infatti superflua qualsiasi ipotesi di una sua nazionalizzazione. L'impegno della «rivoluzione» doveva consistere piuttosto nel piegare quest'ultima «a finalità di carattere pubblicistico» come prescritto dalla Carta del lavoro. 54 Ai Littoriali di Firenze il tema della proprietà privata nel sistema corporativo fu oggetto di ampia discussione. Gli intervenuti sostennero la posizione più ortodossa, giungendo alla conclusione «che la sua abolizione e, anche solo, la sua eccessiva compressione, lungi dal rendere efficiente, invaliderebbero lo stesso organismo corporativo: di qui anche una dichiarata opposizione alla Corporazione proprietaria ». 55 Altri, alla luce di una concezione dinamica del processo rivoluzionario, tendevano a ridimensionare la questione proprietaria subordinando la sua soluzione alle esigenze e alle finalità della «rivoluzione». Giuseppe Longo, pur affermando la fondamentale importanza della proprietà privata come mezzo idoneo a valorizzare la «personalità umana», non escludeva la possibilità che in futuro «provate ed ineludibili necessità storiche» potessero far approdare a un «regime pubblicistico più o meno duraturo ed integrale». La radicalità di una simile posizione non discendeva, a detta dell'autore, dall'adesione al «collettivismo» economico ma da un'interpretazione estrema del dogma della potenza nazionale, unico «assoluto» a fronte del quale tutti gli altri valori passavano in secondo piano. 56 Il gruppo pisano dava un'interpretazione tutta fascista del termine «collettivismo» inteso come «organizzazione, gerarchia di valori con al sommo i valori etici, sociali», che comportava «la subordinazione degli interessi individuali a quelli nazionali, ma non al fine di deprimere e livellare la personalità umana, bensì di potenziarla secondo un principio di maggior giustizia e vera uguaglianza, attraverso il raggiungimento del benessere della collettività». 57 Ai Littoriali del 1935, il relatore del Guf di Padova al Convegno di studi corporativi giunse a sostenere la necessità da parte dello Stato di «entrare nella sfera di disponibilità del capitalista» per «regolare l'uso delle ricchezze ». Anche in questo caso la proposta non si basava su un presupposto collettivista, ma sull'esigenza di rispondere ai fenomeni di modificazione in atto del sistema finanziario e produttivo: il declino della centralità dell'imprenditore-proprietario nella regolazione della produzione, testimoniato dal parallelo sviluppo delle società anonime, rendeva indispensabile la tutela statale dei capitali sociali da esse amministrati per una più efficace tutela degli interessi della comunità. 58 Per lo Stato fascista l'intervento nella gestione economica, soprattutto nei settori di rilevante interesse nazionale, quali quello creditizio e del commercio estero, costituiva non uno strumento transitorio adoperato per far fronte a «qualche falla di carattere patologico» prodottasi nel «preteso continuo automatico adeguarsi delle forze economiche», ma al contrario un «presupposto indispensabile, immanente, sistematico, totalitario». Una tale affermazione portava un giovane collaboratore della rivista del duce a concludere che «l'assetto istituzionale e normativo dell'organizzazione corporativa è permeato da un imprescindibile substrato pubblicistico che consacra, in modo giuridicamente positivo, questo intervento sistematico». 59 Era indubitabile, insomma, che il fascismo avesse impresso all'evoluzione dei rapporti economici un movimento che portava «dal capitalismo alla Corporazione integrale », cioè alla subordinazione dell'intera sfera produttiva - pur sempre basata sul modo di produzione e su rapporti sociali capitalistici - alle esigenze dello Stato fascista : 60

Proprietà corporativa significa dunque non proprietà collettiva, ma uso collettivo o meglio corporativo della proprietà privata. [...1 Proprietà corporativa significa proprietà intesa con «coscienza corporativa» e ove questa manchi, disciplinata da norme corporative. 61

I giovani tentarono in sostanza una messa a punto e una specificazione in chiave ortodossa della categoria introdotta con clamore da Spirito nel dibattito sul corporativismo. Essi credettero in buona fede nella possibilità di conciliare la radicale pulsione totalitaria che muoveva il loro ragionamento - l'aspirazione a realizzare l'integrale dominio della politica nella sfera economica — 62 con la necessità, che si poneva come un imperativo morale, di rispettare il dogma della proprietà. Anche perché essi ritenevano che realmente - o almeno in quel simulacro di realtà ricostruita dai gufini attraverso le spesse lenti dell'ideologia - il fascismo avesse superato il contrasto di interessi tra capitale e lavoro. Che fosse formulata dagli «ortodossi» di «Libro e moschetto» piuttosto che dagli «irregolari» del «Bò», la richiesta del «superamento» del sistema capitalistico non giungeva in nessun caso a porre in discussione l'assetto proprietario e il controllo capitalistico d'impresa: 63 «il Fascismo - si leggeva sulla rivista ufficiale dei Guf -non è contro il capitale se non quando il capitale si mette contro lo Stato, o quando l'attività capitalistica, tesa solo verso il conseguimento del massimo utile, è in disarmonia con il superiore interesse della Nazione». Solo nel caso in cui ciò avvenisse, e soltanto in esso, era considerato ammissibile l'intervento statale nella produzione che poteva giungere fino a configurare «un limite all'utile del capitale» per destinare i sovraprofitti allo sviluppo di nuove imprese o al sostegno dell'iniziativa privata . 64 Quando si trattava di passare dall'enunciazione dei princìpi generali e comunemente ammessi dalla dottrina all'indicazione degli strumenti da utilizzare per pervenire alla effettiva subordinazione degli interessi privati a quelli della nazione, i gufini non erano in grado di indicare soluzioni veramente originali che si distaccassero dal carattere anzitutto «etico» del corporativismo. Come si è detto, il presupposto generale dal quale muovevano i giovani era la perfetta identità di fini individuali e collettivi garantita dallo Stato fascista. Sul punto se un tale traguardo fosse stato o meno raggiunto le interpretazioni non sempre coincidevano. 65 In un quadro complessivo di illimitata fiducia nelle potenzialità «rivoluzionarie» del corporativismo, questo era forse l'unica questione che differenziava in qualche modo la stampa universitaria conformista da quella più audace, gli articoli puramente celebrativi da quelli permeati da uno slancio analitico-critico. L'organo degli universitari milanesi respinse con fermezza l'idea — avanzata da alcuni settori del sindacalismo fascista come ulteriore sviluppo delle dichiarazioni VII e IX della Carta del lavoro — di estendere il «metodo corporativo» anche alla singola azienda, attraverso l'abolizione del «concetto del profitto massimo dell'imprenditore» e affidando il controllo aziendale a un'autorità, corporazione o sindacato che fosse, che trascendesse l'interesse immediato delle parti. Un siffatto «corporativismo integrale» si sarebbe rivelato estremamente «dannoso». Il «principio corporativo» doveva piuttosto entrare nell'azienda «come principio di educazione etica, fascista, idealistica del dirigente». 66 Per Vincenzo Buonassisi la corporazione doveva penetrare «nella vita dell'azienda in senso costruttivo», senza «soffocarne l'iniziativa con un controllo troppo rigido e pesante» e intervenendo solo attraverso la programmazione economica centrale. 67 Anche quando individuarono nel sindacato il soggetto concreto al quale affidare la funzione di «armonizzazione degli interessi aziendali con quelli collettivi», 68 l'organizzazione sindacale non fu mai indicata come luogo di un, come diremmo oggi, contropotere operaio. Nei casi più audaci il sindacato era chiamato a svolgere al più il ruolo di propaggine della corporazione all'interno del processo produttivo con lo scopo limitato, e assai generico, di infondervi la coscienza del superiore interesse nazionale e assicurarne la conformità agli interessi della collettività. 69 La formula del «controllo corporativo» sull'azienda, lungi dall'esprimere un'inconcepibile istanza di democrazia operaia, costituiva il corollario politico del disegno di disciplinamento statale della produzione. «Roma fascista» indicò nel sindacato l'organo per realizzare il blocco dei prezzi e dei salari, ma respinse con decisione la tesi del controllo operaio nella gestione aziendale, affermando piuttosto la necessità di fare del sindacato lo strumento per l'elevazione ideale dei lavoratori. 70 Ciò non impediva comunque agli universitari romani di denunciare la burocratizzazione del sindacato come una delle cause dell'atteggiamento arrogante dei datori di lavoro e sostenevano che soltanto la presenza del sindacato nelle imprese avrebbe garantito il prevalere dell'interesse collettivo e la moderazione delle pretese del capitale. 71 Insomma, la «rivoluzione» non poteva essere fermata dalle pastoie della burocrazia sindacale né arrestarsi sulla soglia delle aziende. 72 Non si può comprendere il peculiare anticapitalismo dei giovani senza considerare la concezione totalitaria della politica della quale essi erano fautori, l'asserita necessità che anche l'economia, come ogni altro comparto della vita collettiva, fosse al servizio della grandezza della nazione e dello Stato fascista. Proprio l'obiettivo totalitario del corporativismo dei giovani allevati nei Guf impedisce di considerarlo come espressione del cosiddetto «fascismo di sinistra» di derivazione sindacalista, dal quale lo separava, oltre alle matrici culturali, la questione essenziale del ruolo del partito. 73 A maggior ragione, l'anticapitalismo dei giovani non può essere scambiato con una forma di «socialismo in camicia nera». La massiccia mole di richiami di ordine sociale e anticapitalisti che affollavano la stampa dei Guf ha indotto a guardare al fascismo giovanile come a una sorta di socialismo inconsapevole, cioè un orientamento che sarebbe stato oggettivamente affine al pensiero del movimento operaio, ma celato in una forma esteriore di tipo fascista. 74 La profonda differenza dell'anticapitalismo dei giovani cresciuti nell'orbita del fascismo rispetto a quello presente nella tradizione del movimento operaio fu colta in tutta la sua estensione dal dirigente comunista Celeste Negarville in un intervento al Comitato centrale del partito del settembre del 1936:

I giovani hanno preso sul serio l'anticapitalismo di cui il fascismo si fa paladino a parole. Si può dire che l'atteggiamento anticapitalistico è comune a tutta la gioventù italiana, che è questa l'idea che fa più presa sulle nuove generazioni. Sarebbe errato affermare, in generale, una continuazione ideologica, nella gioventù, dell'anticapitalismo classico, dell'anticapitalismo espresso dal movimento operaio italiano colle sue grandi lotte dell'anteguerra e dell'immediato dopoguerra. Quello che c'è di comune tra quel passato e l'atteggiamento anticapitalistico della gioventù italiana di oggi è il terreno sul quale quei movimenti e quell'atteggiamento sono maturati: il terreno, cioè, della realtà sociale italiana, con le sue profonde contraddizioni, che il fascismo è riuscito soltanto a limitare nelle loro esplosioni di lotta di classe, ma che, per contro, ha reso oggettivamente più acute. Però la fortuna che assume l'atteggiamento anticapitalistico della gioventù odierna si differenzia dal passato in quanto, in generale, la gioventù odierna pensa che la soluzione del problema la si possa trovare nel quadro stesso del regime fascista. Molti antifascisti vedono qui soltanto l'aspetto esteriore del fatto e sorridono, con sufficienza, di fronte... all'ingenuità politica della gioventù italiana. Ma costoro dimenticano che questa gioventù si è formata in regime fascista, che dal fascismo ha ricevuto la risposta a tutte le questioni che s'è posta. 75

Con l'avvio della campagna autarchica la parola d'ordine della «giustizia sociale» divenne in effetti il veicolo con il quale la gioventù universitaria fascista rivendicò l'intransigente disciplina dei comportamenti economici di tutte le categorie produttive da parte dello Stato. Nell'ora in cui tutta la nazione era impegnata a raggiungere l'autosufficienza economica per battere le «decadenti» democrazie liberali, non era possibile tollerare defezioni di sorta ed era più che mai necessario tenere a freno le spinte egoistiche e le pulsioni speculative del capitale. Soltanto nell'ottica dell'interesse superiore dell'ammoderna- mento dell'apparato produttivo della nazione era ammissibile, per Luigi Saporito, che il capitale realizzasse una quota di «sopraprofitti di autarchia» a spese dei lavoratori. 76 Si aprì allora una nuova stagione del dibattito giovanile. Alle certezze assiomatiche e all'analisi teorica dei meccanismi del regime che avevano caratterizzato la prima parte degli anni trenta subentrò se non il tarlo del dubbio, certamente la volontà di imporre una stretta aderenza fra teoria e prassi, tra propaganda e realtà. 77 In ogni caso, la tanto proclamata «rivoluzione corporativa» si risolveva nell'auspicio di una «rivoluzione» del costume e della mentalità degli italiani. Soltanto agendo in profondità sulla coscienza della nuova generazione, per instillarvi il vincolo etico rappresentato dal superiore interesse della comunità, si sarebbe potuto realizzare quel «corporativismo integrale» che alcuni teorici irrimediabilmente legati al passato si ostinavano a pensare come pura costruzione istituzionale, come architettura di vincoli materiali all'interno della quale costringere a forza lo «spirito»:

Il corporativismo in quanto regime di vita [...] è di là da venire. Intanto l'esperienza corporativa non la potranno vivere che i giovani nati da essa e con essa. Non che gli altri non posseggano doti sufficienti per farlo ma perché la costituzione «organica» del loro spirito glielo vieta. [...] È chiaro soprattutto che a moltissime vecchie mentalità urterebbe una forma totalitaria di Stato. Mentre noi giovani ci sentiamo di poterla attuare e subire certi di realizzare così uno stadio maggiore di Civiltà. 78

La «rivoluzione» dei gufini non si nutriva insomma dell'aspirazione a produrre modificazioni sul terreno dei rapporti produttivi e di classe, ma si risolveva nel volontarismo di una minoranza, la quale si proponeva di agire sulla massa amorfa e abulica per compiere un'opera di educazione «rivoluzionaria». 79 La stessa formula dell'« accorciare le distanze », che tanta fortuna riscosse presso i giovani, privata di qualsiasi richiamo a forme di democrazia economica, era intesa come il compimento del processo storico di integrazione dei ceti operai e popolari nella comunità statuale fascista secondo un ordinamento gerarchico e meritocratico. 80 Come scrisse efficacemente l'organo del Guf di Padova, l'insieme delle questioni aperte dal dibattito corporativo si riducevano, in sostanza, a un problema cruciale: «riuscire ad avere uno Stato totalitario». 81


CONTINUA...

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" Forse che non conoscendo a fondo il pensiero del Duce si può affermare di essere fascisti? Noi diciamo di no! Che il fascismo non è istinto ma educazione e perciò è conoscenza della sua mistica,che è conoscenza di Mussolini" (N. Giani)


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MessaggioInviato: Gio Nov 29, 2012 6:23 pm    Oggetto:  
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La «marcia da Roma»

L'attivismo e il radicalismo delle posizioni espresse dai giovani può essere interpretato e compreso anche alla luce di quello che potremmo definire il sentimento di inferiorità nei confronti della generazione della «marcia ». Questo aspetto costituiva una delle contraddizioni più evidenti dell'ideologia della giovinezza la quale, se assegnava ai giovani il compito di costruire il futuro, legittimava e glorificava come «eternamente giovani» gli esponenti della generazione della vigilia. Così il privilegio di essere nati e cresciuti nel «clima della rivoluzione», sbandierato a ogni piè sospinto dai giovani come titolo di purezza e intransigenza ideologica, trovava un limite insormontabile nel fatto di non essere stati sottoposti al battesimo del fuoco, a una prova non meramente retorica di dedizione alla «causa» che solo il contatto ravvicinato con l'esperienza della morte, sulla scorta dell'esempio degli squadristi e dei «martiri», poteva conferire. Due articoli, firmati da Mario Figà Talamanca, apparsi all'inizio del 1935 sull'organo del Guf dell'Urbe, fecero emergere le ansie e le inquietudini della gioventù intellettuale fascista, provocando il riaccendersi sulla stampa del dibattito sui giovani. Il collaboratore di «Roma fascista» constatava come gli sforzi dei giovani per organizzare la loro presenza nel «grande processo storico» iniziato dal fascismo non avessero una direttrice precisa, ma fossero piuttosto il frutto di una «spontanea reattività fascista». Il regime affidava alle nuove leve il compito di continuare la «rivoluzione», ossia di «riprodurre, nella loro partecipazione alla vita dello Stato, la stessa energia, la stessa potenza, la stessa unità d'intenti, la stessa violenza d'azione» con la quale avevano operato gli iniziatori del movimento rivoluzionario. Tuttavia, le nuove generazioni si trovavano in una «situazione psicologica», in un'« atmosfera morale» profondamente differente da quella che aveva permesso alle generazioni precedenti di realizzare quella «violenta rinnegazione di se stesse per un'ideale superiore» culminata nella «rivoluzione». Era perciò necessario fornire ai giovani «un campo di prova effettivo» che consentisse loro di «fare e disfare», «lottare e tentare», «sperimentare e costruire, per affinare i loro spiriti». Alla domanda che dava il titolo dell'articolo, “Cosa vogliono i giovani?”, l'autore rispondeva che essi desideravano, infine, «una cosa sola, grande e completa, e che la vita ha finora loro negato nella sua pienezza; vogliono il combattimento». 82 Tornando sul tema nel numero successivo della rivista, Figà Talamanca specificava che il «combattere» andava inteso come «un'abitudine di continuo superamento morale di se stessi» e dunque come un «metodo che non si applica[va] solo alle azioni condotte con le armi e concluse violentemente, ma ad ogni azione dell'esistenza dei singoli e della collettività». Veniva posto, in sostanza, il problema della formazione della personalità dei giovani in regime fascista, il quale doveva fornire alle nuove generazioni un sistema di vita al quale conformarsi, una gerarchia di valori compendiata in una dottrina morale alla quale attenersi. 83 L'ansia di sperimentare se stessi fornendo un contributo tangibile alla causa della «rivoluzione», il desiderio di emulare le gesta dei padri e dei fratelli maggiori, di portare la «rivoluzione» a trionfare nel mondo e, non ultima, la volontà di acquistare benemerenze spendibili per il compimento di una brillante carriera nelle strutture del partito e del regime aiutano a comprendere perché la segreteria dei Guf, a partire dal 1935 e per tutto il 1936, fu letteralmente sommersa dalle richieste, collettive e individuali, di arruolamento per la campagna etiopica, primo esperimento bellico del regime. La mole di domande mise in serio imbarazzo il ministero della Guerra che, per esigenze logistiche, aveva fissato in 726 il numero degli studenti che dovevano comporre il battaglione universitario della divisione di camicie nere «3 gennaio », e aveva adottato criteri rigorosissimi per la selezione. 84 Per rispondere all'entusiasmo dei giovani, il duce ordinò che un battaglione mitraglieri composto da fascisti universitari fosse ammesso a far parte della divisione «Tevere». Fu mobilitato inoltre il battaglione «Curtatone e Montanara ». 85 Nonostante ciò, le domande dei gufini continuarono a crescere per tutta la prima metà del 1936, tanto che il ministero della Guerra invitò Mezzasoma a bloccare «ogni ulteriore arruolamento di CC NN universitarie» . 86 Non è agevole ricostruire il numero complessivo delle richieste non esaudite, poiché solo una parte passava per la segreteria dei Guf. Molte erano inoltrate direttamente all'ispettorato della Milizia universitaria, al ministero della Guerra, ai vari uffici territoriali della Milizia ordinaria e del Pnf. Per esempio, alla metà del 1935 erano giunte presso il comando generale della Mvsn 257 domande di arruolamento dei gufini di Pola (su un totale, comprese le donne, di 303 iscritti a quel Guf). «Roma fascista», il 17 ottobre 1935, stimava in oltre 5000 le domande d'arruolamento nel battaglione universitario da inquadrare nella «3 gennaio». I militi della I a legione della Milizia universitaria «Principe di Piemonte» chiesero che fosse costituito «un reparto organico di goliardi» da destinare in Etiopia. 87 Il segretario del Guf di Perugia costituì una centuria goliardica che chiese di essere inviata in Africa. 88 Le domande di arruolamento per l'Africa orientale delle camicie nere universitarie accettate dalla segreteria dei Guf al settembre 1935 erano 1574, mentre «numerose altre» erano ancora in istruttoria. 89 Moltissime furono le pressioni esercitate sulla segreteria dei Guf e del Pnf perché appoggiassero le domande dei volontari. 90 Il gufino di Palermo Germano Ricciardi chiese a Mezzasoma che gli fosse riconosciuto il «diritto al combattimento»: «il desiderio che vi esprimo di essere arruolato per l'Africa Orientale si è in questi giorni tanto acuito da costituire la mia ragione di vivere. [...] Io sono cosciente di meritare una divisa, di meritare un moschetto e non mi rassegnerò mai ad una inazione che per me è un onere insopportabile ». 91 Il fascista universitario Francesco Lacquaniti, di Catanzaro, si rivolse a Starace per ottenere «l'onore di essere tra coloro che, fedeli alla consegna del nostro Duce, portano i luminosi segni del Littorio e della Civiltà Romana tra la negra barbarie».92 Fortunato Mastrocinque, di Pisa, era disposto ad arruolarsi «anche quale semplice fante o camicia nera» nei battaglioni in partenza per l'Africa. 93 Effettivamente, alcuni universitari fascisti intendevano rinunciare al grado di ufficiale e all'inquadramento nel costituendo battaglione universitario «persuasi che tale rinunzia aumenti il valore del loro volontarismo». 94 L'organo del Guf romano propose che ai littori di quell'anno fosse concesso in premio il privilegio dell'arruolamento. 95 Coerentemente i vincitori dei Littoriali di quel gruppo, Ascanio Zapponi e Giuseppe Isani, nel marzo inviarono a Mezzasoma la richiesta di partire per l'Africa. 96 E così fece pure il littore di studi corporativi del Guf di Padova, Pietro Ferraro. 97 I segretari di 28 Guf chiesero e ottennero il «privilegio di servire la patria in armi». 98 Il segretario del gruppo di Torino, rivolgendo il saluto ai goliardi in partenza per l'Africa, richiamò il «dovere dei giovani del tempo di Mussolini di temprarsi al fuoco delle battaglie» e, a nome degli universitari italiani, giurò «di seguire il Condottiero sulle vie che Egli ha segnato al destino imperiale del popolo italiano». 99 La campagna africana fu l'occasione offerta a quei giovani che pure non vi parteciparono direttamente per intensificare la mobilitazione intellettuale volta a rilanciare la riflessione sul carattere universalistico della dottrina fascista. Il mito dell'«universalfascismo» si aggiunse così al già vasto repertorio dei miti del regime nell'alimentare nei fascisti universitari la convinzione del definitivo tramonto dell'idea di democrazia e nel rinforzare la fede nella possibilità di costruire una più salda e progressiva forma di civiltà. 100 Lo scontro con le « senescenti» democrazie culminato nelle sanzioni costituiva la conferma della missione di civiltà spettante alla Roma di Mussolini, «ultimo tabernacolo della cadente civiltà bianca» .101 Per volontà del duce le nuove generazioni erano chiamate a realizzare il «secondo tempo» della «rivoluzione»: alla «marcia su Roma» seguiva ora la «marcia da Roma». 102 La conquista dell'impero rese ancora più urgente agli occhi dei giovani l'impegno nell'opera di definizione dei connotati essenziali del fascismo, affinché esso diventasse il principio alla luce del quale ricostruire una nuova civiltà europea. 103 La legittimazione e la superiorità dell'imperialismo fascista derivava dall'essere il risultato non di una mera esigenza di accrescimento territoriale, ma di «allargamento delle nostre basi spirituali nel mondo» derivante dalla universalità della sua dottrina. 104 Quanto più il movimento di Mussolini acquistava in Europa e nel mondo il ruolo di «faro di civiltà», tanto più intransigente doveva essere la vigilanza sulla purezza dei princìpi della «rivoluzione». L'espansione spirituale del fascismo su scala sovranazionale richiedeva una definizione ancora più rigorosa della sua dottrina, allo scopo di farne la base sicura del movimento di rigenerazione europeo. A tal fine era necessario evitare ogni commistione con movimenti puramente reazionari. 105 «Fronte unico», il foglio diretto da Zangrandi, inaugurando la rubrica «Fascismo nel mondo», denunciava i «troppi pseudo-fascismi [che] di rivoluzionario non hanno nulla e [che] abbiamo già avuto il torto di accettare al nostro fianco».106 Ai Littoriali di Roma, nel Convegno di dottrina del fascismo, gli universitari concordarono sulla necessità di distinguere il fascismo dai troppi partiti che a esso pretendevano di richiamarsi «per il solo fatto che i loro organizzati portano una camicia colorata e si salutano romanamente», movimenti che, ricordiamo, lo stesso Mussolini incoraggiava e sovvenzionava. 107 E questo perché il movimento delle camicie nere non costituiva «una semplice reazione a movimenti di estrema sinistra» o la «risoluzione del problema dei rapporti di lavoro», ma «una forma di civiltà» che andava «accettata nei suoi fondamentali princìpi» e che doveva «agire in profondità nei popoli ».108 L'esigenza di individuare un nucleo fondamentale di princìpi che definissero il contenuto «rivoluzionario» e progressivo del fascismo, già presente nel dibattito gufino, riprese dunque vigore nel corso delle discussioni sull'«universalfascismo» favorendo l'emergere di una posizione integralista, volta cioè alla integrale applicazione dei dogmi della fede. La guerra costituì per i giovani, per coloro che l'avevano vissuta sulle piste polverose dell'Eritrea e dell'Etiopia così come per coloro che vi avevano partecipato spiritualmente in patria, mobilitandosi a sostegno dello sforzo bellico e «antisanzionista» del regime, 109 la prova lungamente attesa che li avrebbe finalmente parificati alla generazione della guerra e dello squadrismo. Con la guerra i giovani si consideravano usciti da quella condizione di minorità in cui il culto degli «eroi della rivoluzione» sembrava doverli relegare per sempre, non rinnegando l'esempio dei padri ma, anzi, rinnovandolo, eguagliando il sacrificio di sangue tributato sull'altare della causa rivoluzionaria. Renzo Lodoli, volontario in Africa e poi in Spagna, si fece portavoce dei diritti della sua generazione:

Questa guerra è stata la nostra guerra. L’abbiamo sentita, sofferta. Dopo di essa è assurdo arzigogolare su problemi da risolvere per noi, su battute a vuoto, su momenti critici da sorpassare. Oggi la nostra vita è piena. Perché è finita per sempre la tipica posizione di debitori quasi insolvibili, posizione spesso umiliante che noi stessi ci assumevamo, ragazzi che non avevano dato nulla e pretendevano tutto. Oggi fra il Tropico e l'Equatore c'è una terra nuova che parla per noi. [...] E tra la sabbia dell'Ogaden, tra le petraie del Tigrai sono sparsi cimiteri di guerra con molti nomi nuovi e date nuove, classe dell'undici, del dodici, del tredici, del quattordici, accanto a nomi più vecchi e più noti. [...] Il largo ai giovani è ormai un non senso [...] i giovani il largo se lo sono fatti a forza, in Africa. 110

Gli effetti della pedagogia bellicista del regime continuarono a manifestarsi sino al conflitto mondiale. 111 Con la ripresa di quella che veniva definita la «marcia della rivoluzione», i nuovi tributi di giovane sangue versato dal paese alle ambizioni imperiali del fascismo alimentarono il culto del sacrificio della giovinezza all'incessante avanzata del fascismo nel mondo, dando luogo a un'originale forma di reducismo goliardo. A partire dal 1936 la pubblicazione di articoli e volumi dedicati alle memorie di guerra dei goliardi ricevette un forte impulso da parte delle riviste e delle case editrici gufine. 112 Il Guf di Roma nel settembre 1938 propose alla segreteria dei Guf di conferire la laurea ad honorem agli universitari caduti in operazioni di polizia coloniale. 113 Molti gruppi rinverdirono la tradizione squadrista di intitolare le proprie sedi ai caduti. 114 Il fenomeno, se da una parte venne utilizzato dal partito per attualizzare e rinsaldare il valore educativo del culto dei «martiri», costituì dall'altra lo strumento attraverso il quale i giovani rivendicarono il diritto di essere inseriti nella vita politica del regime in quanto nuova élite della «rivoluzione». Il desiderio di superare il distacco tra l'esempio «eroico» dei padri e i compiti di routine all'interno della « rivoluzione», molla principale del volontarismo goliardico, segnala comunque la profonda incidenza sui giovani del culto delle origini, che si rivelava finanche nel linguaggio che essi sceglievano di utilizzare per le loro rivendicazioni generazionali. D'altra parte, il mito guerriero era abilmente sfruttato dal regime per mobilitare i giovani e condurli all'unica prova che, secondo le convinzioni di Mussolini, ne avrebbe temprato il carattere: la guerra. Il valore della guerra come «collaudo delle generazioni giovani» venne riconosciuto dal partito e dalle personalità più in vista del regime. 115 Anche in considerazione della compatta ed entusiastica adesione degli universitari alla campagna etiopica Starace decise l'automatica ammissione dei goliardi al Pnf tramite la leva fascista. Al volontarismo goliardico venne reso pubblico riconoscimento nelle cerimonie del regime. Le decorazioni al valore militare guadagnate dai fascisti universitari nella campagna d'Etiopia furono consegnate dal duce in occasione della premiazione dei littori per l'«anno XIV».116 Ai volontari universitari d'Africa e di Spagna, «i più degni a rappresentare la gioventù fascista», Mussolini concesse nel 1939 l'onore di montare la guardia a Palazzo Venezia. 117 Dopo la prova delle armi i goliardi costituivano, per usare l'espressione di Mezzasoma, le «sentinelle avanzate» della «rivoluzione ». 118

NOTE

1 A partire dal luglio 1938 fu istituito anche per la stampa universitaria un vero e proprio sistema di «veline». La circolare del vicesegretario dei Guf n. 100 del 29 luglio 1938 chiariva che gli «appunti per la stampa universitaria», come eufemisticamente venivano chiamati, avevano la finalità di rendere la stampa universitaria «ortodossa e sensibilissima interprete della costruzione rivoluzionaria». Tuttavia, salvo alcuni episodi di sequestro che si verificarono a guerra inoltrata, la stampa universitaria godette sempre di margini di tolleranza piuttosto ampi, sia per la maggiore benevolenza con la quale le gerarchie guardavano ai giovani dei Guf, sia per l'oggettiva rispondenza dei loro orientamenti culturali alle aspettative del regime.
2 Il testo integrale del discorso fu riprodotto in «Gioventù fascista», 1° aprile 1934.
3 Questa nuova leva era individuata con precisione dal segretario del Guf di Bari, Pietro Cappuccilli, che la identificava con «quella categoria di giovani che si trovano [sic!] attualmente intorno ai venticinque anni, e che quindi non hanno combattuto la guerra, pur avendo vissuto il Fascismo, se non proprio agli inizi, almeno nel 1921 e 1922. E lo hanno vissuto veramente perché non sono diventati fascisti, ma si sono scoperti tali senza prima aver appartenuto ad alcun partito politico, all'età di 16 o 17 anni» (P. Cappuccilli, Gioventù e disciplina, ivi, 24 maggio 1931).
4 Parlando agli studenti riuniti a Roma in occasione della visita di una delegazione di studenti asiatici, il duce aveva detto: «Questa civiltà, a base di capitalismo e liberismo, dei secoli scorsi ha investito tutto il mondo. Il fallimento di essa si ripercuote perciò in tutti i continenti. Interessa, quindi, tutti i continenti la reazione contro la degenerazione liberale e capitalistica, reazione che trova la propria espressione nella fede rivoluzionaria del fascismo italiano che ha lottato, che lotta contro la mancanza di anima e di ideale di questa civiltà» («Gioventù fascista», I° gennaio 1934). Per la centralità del tema della crisi di civiltà nella riflessione di Mussolini cfr. R. De Felice, Mussolini il duce, I, Gli anni del consenso, 1929-1936, Einaudi, Torino 1974, pp. 297 sgg.
5 D. Gentiloni Silveri, Etica fascista, in «Roma fascista», 24 gennaio 1935.
6 «Si tratta - affermò Ascanio Zapponi ai Littoriali di Napoli - di una crisi che demolisce le astrazioni di un sistema politico creato dal razionalismo e di un sistema economico inquadrato dall'economia pura, per riaffermare invece la giustizia di un diritto non più teoricamente naturale, ma concretamente, empiricamente, umano; si tratta di una crisi che valorizza la realtà complessa dell'uomo contro le irrealtà schematiche di tutte le categorie che lo riguardano, e che contrappone l'istinto e le esigenze naturali degli uomini ai bisogni convenzionali dei cittadini, e quindi la fede all'argomento, l'invenzione al razionalismo, la corporazione al contratto sociale» (A. Zapponi, La funzione del teatro nella propaganda politica, in I Littoriali della cultura e dell'arte dell'anno XIV, a cura del Guf di Napoli, Edizioni Guf, Napoli, s. d., ma 1936).
7 F. Longo, Romanità della Rivoluzione fascista, in «Roma fascista», 10 maggio 1931.
8 M. Ardemagni, La marcia dei giovani nell'Italia fascista, in « Roma fascista», 30 aprile 1932.
9 «Il Fascismo [...] è la restaurazione dell'uomo nella sua unità necessaria ed eterna. Niente più visioni parziali della natura umana, niente più scheletri fantocci che di uomini non avevano che il nome [...]. Ma una nuova interpretazione dell'uomo che è innanzitutto integrale e cioè politico, economico, religioso, santo, guerriero. [...] L'uomo come lo concepisce il Fascismo [...] è un uomo che realizza la sua umanità, un uomo incessantemente creatore di sé, creatore di storia. [...] È soprattutto l'uomo che ha in sé dei valori eterni, che sente lo Stato come necessità della sua umanità in atto, la società come integrazione delle sue manifestazioni di vita, che sente infine una realtà che lo trascende.(A. Di Nardi, L’unità dell’Uomo, ivi 28 luglio 1938)
10 «L'uomo ha sempre bisogno di un elemento morale, di un'etica altamente religiosa che giustifichi la sua essenza d'uomo: che dia un significato anzi un fine spirituale alla sua vita, non destinata a sperdersi nei meandri della materia cieca e inerte, ma destinata a vivere imperitura in un mondo universale, formato dalla unione morale degli uomini, sovrastante il mondo, costituente la sua più vera, più comprensibile religione» (E. Bonacina, Corsi e ricorsi, in «Roma fascista», 14 aprile 1938).
11 V. Panebianco, Cultura fascista, in «Idea fascista», 18 gennaio 1933 (pagine a cura del Guf di Salerno intitolate «Fede-intelligenza-coraggio»).
12 Cfr. l'articolo di E. Ricci in «Il Campano», marzo-aprile 1941.
13 E. Gentile, Le origini dell'ideologia fascista, 1918-1925, Laterza, Roma-Bari 1975, P. 422
14 «L'individuo - continuava l'autore - riflette la luce di una missione sociale e politica su quelli che sono gli atti della sua vita etica e si sente non deformato o diminuito dallo Stato, ma trasportato di peso in un mondo in cui lo si osserva e si utilizzano socialmente le sue azioni »
(A. Zapponi, L'uomo nello Stato, in «Roma fascista», 14 febbraio 1935).
15 V. Pepe, Il Fascismo nel XX secolo, ivi, 29 novembre 1931.
16 E. Gropallo, Il Partito e la sua legge, in «Il Campano», aprile 1935.
17 B. Siciliani, Il concetto di rappresentanza e la nuova Camera, in «Roma fascista», 2 dicembre 1937.
18 «Con la realizzazione dello Stato totalitario fascista, la rappresentanza, nel senso che alla parola si attribuiva un tempo, non ha ragione d'essere. [...] Lo Stato fascista è una "democrazia organizzata, centralizzata, autoritaria, a base nazionale", che ha in sé le ragioni stesse della sua esistenza, il che vuol dire che i suoi organi esprimono unicamente la volontà unilaterale dello Stato ed hanno il compito di tutelare gli interessi della nazione» (ibid.). La discussione sul tema, avviata dai Littoriali del 1935, fu alimentata soprattutto dall'organo del Guf romano (cfr. S. C. Lupi, Costruzioni rivoluzionarie, ivi, 28 marzo 1935; n. p., La riforma della rappresentanza nel mondo, ivi, 2 maggio 1935; B. Siciliani, Struttura e funzioni della nuova Camera, ivi, 24 marzo 1938; G. Fera, Istituti del tempo nuovo, ivi, 15 marzo 1939; V. Buonassisi, La Camera dei Fasci e delle Corporazioni, ivi, 22 marzo 1939).
19 B. Spampanato, Lo Stato di Mussolini, in «Gioventù fascista», 10 gennaio 1933.
20 A. Jezzi, Rappresentanza integrale, in «Roma fascista», 31 marzo 1938.
21 E. Luccini, Il Partito, in «Il Bò», 9 marzo 1935.
22 A. Zapponi, Realtà del partito, in «Roma fascista», 21 marzo 1935.
23 Ibid.
24Gropallo, Il partito e la sua legge, cit.
25 La federazione fascista con le sue diramazioni sparse su tutto il territorio provinciale rappresentava per i gufini il centro nevralgico del partito e l'elemento base per l'attuazione della politica sociale del fascismo: E’ infatti attraverso i gruppi [rionali] che pervengono agli organi centrali della Federazione i segnali circa le necessità periferiche, e quindi totalitarie della massa» (Pratica del Fascismo, in «Roma fascista», 3 settembre 1936; cfr. anche Presenza del Partito, ivi, 13 febbraio 1936; e Nostra vitalità, in «Libro e moschetto , 30 dicembre 1937)
26 V. Zincone, Aboliamo il Partito? in «Roma fascista», 23 maggio 1935. Cfr. C. Quaglio, Logica del Partito, ivi, 25 marzo 1937.
27 G. Battista, Politica del Partito, in «Roma fascista», 28 novembre 1935.
28 Cfr. A. Aquarone, L'organizzazione dello Stato totalitario, Einaudi, Torino 1965, PP. 159 sgg. e 169 sgg.
29 Cfr. Forze del Partito, in «Roma fascista», 14 gennaio 1937.
30 S. Villari, Il Partito nella teoria dello Stato, in «Fronte unico», 6 settembre 1937. Molti testi gufini mostrano che il teorico del totalitarismo era letto e apprezzato dai giovani. L'influenza di Panunzio sulla riflessione della gioventù intellettuale era anche la conseguenza del suo magistero presso la facoltà fascista di Perugia e della collaborazione ad alcune riviste dei Guf (cfr., per esempio, S. Panunzio, Stato partito e Stato universale, in «La Glossa», 15 giugno 1928).
31 Il segretario del Pnf, in quanto massimo gerarca del partito, era de iure segretario del Gran consiglio e, in caso di vacanza della carica di capo del governo o su sua delega, era chiamato a presiedere il consiglio stesso.
32 Villari, Il Partito nella teoria dello Stato cit.
33 Cfr. E. Gentile, La via italiana al totalitarismo. Il partito e lo Stato nel regime fascista, La Nuova Italia Scientifica, Roma 1995, Pp. 215-24. Vale la pena sottolineare come, all'interno di una simile cornice ideologica, la monarchia fosse in genere trascurata nell'analisi degli elementi costitutivi del regime. Gli articoli dedicati all'istituto in genere si limitavano a un formale omaggio alla persona del sovrano conformemente alla retorica del tempo.
34 La tesi del dinamismo totalitario del partito era suffragata dagli studenti fiumani con l'esempio della istituenda Camera dei fasci e delle corporazioni, organo con il quale i membri del Gran consiglio, del Consiglio nazionale delle corporazioni e del Pnf, organi cioè extrastatuali, erano chiamati a collaborare alla formulazione delle leggi dello Stato (cfr. B. Raccanelli, Stato e Partito, in «La Vedetta d'Italia», 15 gennaio 1939, pagine a cura del Guf di Fiume).
35 G. Calendoli, Il Partito fascista e lo Stato, in «Dottrina fascista», ottobre-novembre 1941.
36 La posizione di preminenza del Pnf era dimostrata dal fatto che il partito incideva direttamente nella costituzione del governo (per l'unione delle cariche di capo del Pnf e di presidente del consiglio nella persona del duce) e nella formazione della Camera (attraverso il Consiglio nazionale del Pnf e di quello delle corporazioni).
37 Calendola, Il Partito fascista e lo Stato cit.
38 Nonostante l'istituzione del ministero delle Corporazioni risalisse al 1926 l'attuazione concreta dell'ordinamento corporativo prese avvio soltanto a partire dal 1934. Cfr. Aquarone L'organizzazione dello Stato totalitario cit., pp. 203 sgg.
39 G. Pucci, L'istituto del secolo ventesimo, in «Gioventù fascista», 15 novembre 1934.
40 B. Fanelli, Convegno di cultura fascista, in «I Littoriali della cultura e dell'arte», aprile 1934.
41 Pucci, L'istituto del secolo ventesimo cit. L'articolo commentava il discorso del duce in occasione dell'insediamento in Campidoglio dei consigli delle ventidue corporazioni.
42 V. Palazzolo, Valutazione storica del corporativismo, in «II Campano», febbraio 1934.
43 Stigmatizzando una certa deriva «economicista» nel dibattito nazionale attorno alle corporazioni, il settimanale del Guf capitolino invitava a distinguere i princìpi immutabili della «rivoluzione» dalla storicità degli strumenti concepiti per la loro realizzazione: il corporativismo costituiva in quest'ottica «una superiore concezione della vita associata» che «organizza la comunità politica postulando un individuo che apprende a vivere per la società» W. Prosperetti, Corporazioni e corporativismo, in «Roma fascista», 14 febbraio 1935. Cfr. anche Id., Nottole ad Atene, ivi, 14 marzo 1935).
44 « Se tutto il movimento corporativo [...] è il frutto realistico della mente di Mussolini, non possiamo sopportare alcun tentativo di voler riallacciare questa idea nuova, rigogliosa, potente, ad un qualsiasi passato» (S. Marchioni, Precisazioni, in «Il Bò», 15 maggio 1935). L'articolo costituiva una serrata requisitoria contro la consuetudine di premettere ai manuali di diritto corporativo adottati nelle università una parte relativa alle corporazioni di antico regime, segno dell'incomprensione della «novità» della «rivoluzione» fascista.
45 La polemica contro «i sistemi dell'esasperato macchinismo» era ricorrente sulla stampa dei Guf. «Libro e moschetto», per esempio, rilevava la degenerazione del capitalismo nordamericano, il quale, «spinto dalla voracità del guadagno», non si accontentava degli enormi utili che la superproduzione delle macchine consentiva, ma spingeva la sua «esosità fino a fare della macchina uno strumento di tortura morale e materiale, che atrofizza i cervelli e inutilizza in pochi anni i corpi» (E. Giorgi, Macchine e civiltà, in «Libro e moschetto», 23 dicembre 1937).
46 Cfr., per esempio, E. Capaldo, Lavoro e personalità, in «Il Campano», settembre-ottobre 1934.
47 «Con questo principio la Rivoluzione segna una tappa decisiva: [...] cade la teoria tradizionale dei tre fattori della produzione e della preminenza del capitalista e dell'imprenditore; il capitale prenderà la sua giusta posizione di salariato e su tutta la produzione primeggerà un fattore unico che accomuna e gerarchisce [sic!] imprenditori, operai e tecnici: il lavoro» (A. Zapponi, Fondamenti sociali ed economici dell'avvenire imperiale d'Italia, in «Roma fascista», 26 marzo 1936).
48 Su questo punto insistevano in particolare i gufini per avvalorare la tesi del fascismo come unica ratio per sfuggire all'antitesi bolscevismo-capitalismo: «Se non vi fossero le corporazioni - scriveva il commentatore per il settore corporativo del quindicinale del Guf di Padova - ci si troverebbe di fronte ad un tragico dilemma: o collettivizzare annientando la nostra personalità di uomini, o rinunciare alla realizzazione dell'ordine nuovo» (P. Ferraro, La relazione del Littore al convegno di studi corporativi, in «Il Bò», I° maggio 1935).
49 «Il vero capitalismo [...] è creatore di nuova ricchezza ed è perciò che lo Stato corporativo fascista considera l'iniziativa privata come l'incentivo più adatto e più efficace nell'interesse della Nazione. Lo Stato corporativo totalitario assicura la uguaglianza giuridica fra capitalisti e Proletari [...], tutte le classi sociali sono chiamate a collaborare. Capitalismo e proletariato marciando insieme assicurano l'ordine e il benessere a tutte le classi sociali» (G. Colgo, Capitalismo
50 «Quando saremo riusciti a preparare moralmente e tecnicamente i produttori e gli individui, a realizzare nella forma più completa lo Stato totalitario di cui ogni individuo sia parte vivente attraverso la responsabilità e le funzioni di una gerarchia in cui egli si inquadri secondo le sue capacità, potremo anche parlare di interessi collettivi che coincidono con quelli individuali, di Stato che coincide con l'individuo per mezzo delle Corporazioni» (P. Ferraro, Difesa, in «Il Bò», 15 giugno 1935).
51 Cfr. Aquarone, L'organizzazione dello Stato totalitario cit., p. 478.
52 Per la vicenda e la disputa cui diede luogo in seno alla comunità dei teorici del corporativismo fascista cfr. De Felice, Mussolini il duce, I, cit., pp. 14 sgg.
53 N. M. D. [Nino Madau Diaz], A sipario calato. Dopo il convegno di Ferrara, in «Il Grifo»,
55 G. Stratta, La dottrina corporativa ai Littoriali della cultura, in «Vicenza fascista», 15 aprile 1934.
56 G. A. Longo, Nuove generazioni, in «Il Campano», marzo-aprile 1934.
57 A. Billi, La polemica sul collettivismo, ivi, settembre-ottobre 1934.
58 Ferraro, La relazione del Littore al convegno di studi corporativi cit. Nella stessa sede gli intervenuti in rappresentanza dei Guf di Padova e Venezia presentarono una mozione che riassumeva le convinzioni dei gufini veneti in materia di corporativismo: «Gli universitari fascisti dei Gruppi di Padova e Venezia affermano: I) Che i princìpi basilari della Rivoluzione corporativa sono nei quattro discorsi del Duce dell'anno XII; 2) Richiamano l'attenzione sull'opportunità di un piano corporativo di produzione che si estenda all'intera attività produttiva della Nazione, che si sforzi di conciliare le esigenze individuali con le necessità collettive per la puntuale sistemazione dell'economia nazionale; 3) Ravvisano in questo piano un mezzo efficiente per creare una coscienza ed una tecnica corporativa, per potenziare l'economia nazionale e per impostare su basi definitive il problema della giustizia sociale» (Ferraro, La relazione del Littore al convegno di studi corporativi cit.).
59 A. Casolo Ginelli, L'intervento dello Stato nell'economia corporativa, in «Gerarchia», giugno 1936.
60 A. Zapponi, Equilibrio nelle Corporazioni, in «Roma fascista», 18 aprile 1935.
61 G. C. Troni, Proprietà corporativa, in «Il Bò », 10 aprile 1937.
62 «L'economia - scriveva un gufino di Bari - non può concepirsi come un qualcosa a sé stante, avente esistenza autonoma ed indipendente da tutti gli altri elementi costitutivi della vita di uno Stato, ma deve considerarsi invece come forza che lo Stato ha il dovere e il diritto di piegare, come ogni altra ai suoi fini, ogni qual volta questi vengano a trovarsi in contrasto con quelli dell'economia» (G. Marcucci, Influsso del Partito sulle attività e le funzioni delle corporazioni, in Il Guf di Bari ai Littoriali della cultura e dell'arte. Anno XIV, a cura della Regia Università degli studi «Benito Mussolini», Laterza, Bari 1936, P. 15). Una simile convinzione nell'interpretazione dei fenomeni economici si ritrovava anche nella pubblicistica gufina «minore» (cfr., per esempio, C. Roddi, Politica ed economia, in «La Provincia di Asti», 7 dicembre 1938, «Vita universitaria», pagina a cura del Guf locale).
63 La posizione gufina era caratterizzata dalla stessa contraddizione che risiedeva al fondo della concezione mussoliniana del rapporto politica-economia. Fautore dell'edificazione di una «nuova economia», che si differenziasse tanto «dall'economia anarchica e incontrollata dell'individuo» quanto da quella «monopolizzata dallo Stato», il duce riteneva che «l'esercizio del diritto di proprietà non potesse prescindere dagli interessi della collettività» (B. Mussolini, Opera omnia, a cura di D. e E. Susmel, La Fenice, Firenze 1958, vol. 26, p. 126). Sul tema cfr. De Felice, Mussolini il duce, I, cit., pp. 165 sg.
64 Giorgi, Macchine e civiltà cit. Anche in questo caso gli universitari erano perfettamente in linea con gli enunciati della Carta del lavoro, nella quale si leggeva che l'intervento dello Stato nella produzione economica poteva avvenire soltanto in assenza di una spontanea iniziativa privata nella forma del «controllo, dell'incoraggiamento e della gestione diretta».
65 La necessità di una forma di compromesso con il capitale che non comportasse la rinuncia a correggerne le storture derivava anche da una lucida valutazione della sua forza: «Quando noi individuiamo il fenomeno della scissione delle classi e dei detentori di capitali in due categorie: semplici proprietari di capitali e proprietari di capitali possessori di aziende, noi possiamo derivare da questo fenomeno un ulteriore argomento per dimostrare l'assurdità del sistema, i vizi profondi che lo minano e giustificano ancor più l'azione rivoluzionaria, ma non possiamo ricavarne per questo che il capitalismo abbia già perso oggi il suo potere» (Ferraro Difesa cit.)
66 P. Trolli, Corporazione, azienda ed azione economica dei giovani, in «Libro e moschetto», 17 ottobre 1936.
67 V. Buonassisi, Saldatura dei prezzi, in «Roma fascista», 9 settembre 1937.
68 Tale funzione doveva essere affidata, per l'articolista, «a elementi delle aziende stesse che hanno funzione di rappresentanza sindacale nell'ambito dei cicli produttivi» al fine di accertare i costi di produzione effettivamente sostenuti dalle aziende necessario per attuare il controllo dei prezzi (ibid.).
69 E. Luccini, Sindacalismo di ieri e sindacalismo di oggi, in «Il Bò», 22 febbraio 1935. Un caso a parte è costituito dalle posizioni di Eugenio Curiel, addetto culturale e redattore della rivista del Guf di Padova «II Bò», che dalla fine del 1936 stabilì un collegamento con il Partito comunista dedicandosi all'«azione legale» all'interno delle strutture del fascismo. Dalle pagine del giornale gufino Curiel denunciava, per esempio, lo sfruttamento al quale erano sottoposti i lavoratori a causa del sistema del cottimo e poneva l'esigenza dell'istituzione di organi di controllo operaio per esercitare una continua azione di sorveglianza sui sistemi di retribuzione e garanzia della corretta applicazione dei contratti di lavoro, arrivando a configurare l'«intervento diretto e [il] controllo del ciclo di produzione» da parte degli operai (E. C. [Eugenio Curiel], Le organizzazioni del lavoro e il contributo della classe operaia, in «Il Bò», 5 marzo 1938). Cfr. inoltre Id., Le corporazioni e l'accertamento dei costi di produzione, ivi, 2 aprile 1938; e Id., La rappresaglia sindacale, ivi, 20 agosto 1938. Sulla produzione pubblicistica e l'attività cospirativa di Curiel cfr. E. Modica, Il Bò. L'azione legale nei sindacati, 1937-38, in «Incontri oggi», II (1954), nn. 1-2, pp. 9-11; E. Curiel, Classi e generazioni nel secondo Risorgimento, a cura di E. Modica, Edizioni di Cultura sociale, Roma 1955; Id., Scritti, 1935-1945, vol. I, a cura di F. Frassati, introduzione di G. Amendola, Editori Riuniti, Roma 1973; A. Agosti, Eugenio Curiel tra «lavoro legale» e azione clandestina, in «Italia contemporanea», XXVI (1974), n. 115, pp. 63-71; E. Garin, Intellettuali italiani del XX secolo, Editori Riuniti, Roma 1974, pp. 265-88; M. Panzanella, L'attività politica di Eugenio Curiel, 1932-1943, in «Storia contemporanea», X (1979), n. 2, pp. 253-96.
70 Cfr. V. Buonassisi, Il blocco dei prezzi, in «Roma fascista», 9 giugno 1939.
71 « E’ cosa di dominio pubblico - scriveva l'organo del Guf romano - che il sindacato si è burocratizzato e cristallizzato. [...] Molti industriali, infischiandosene altissimamente del sindacato, estraneo all'azienda, si prendono parecchie libertà nei confronti degli operai e dei contratti di lavoro» (M. Martignetti, La verità sul Sindacato nell'azienda, ivi, 6 giugno 1935). Non bisogna dimenticare che, anche in questo caso, il rilancio del ruolo dei sindacati a partire dall'inizio degli anni trenta faceva parte della strategia mussoliniana di qualificare in senso «popolare» il regime come condizione per estendere il consenso (cfr. De Felice, Mussolini il duce, I, cit., pp. 194 sgg.).
72 « Oggi dinanzi all'azienda la funzione del sindacato si arresta: si arresta proprio dove vi è il lavoro. E' anche vero che il sindacato è rappresentato nell'azienda dall'Ispettorato corporativo, ma la funzione di questo ispettorato è assai poco precisa e praticamente quasi inefficace. Il sindacato per essere potenziato deve penetrare nell'azienda, deve cioè esercitare un controllo diretto sull'attività aziendale. Non avendo questo controllo il sindacato rimane non soltanto fuori dell'azienda, ma anche fuori delle corporazioni» (A. Rotta, Sindacato, in «Architrave», 30 aprile 1941).
73 In un recente studio Giuseppe Parlato (La sinistra fascista. Storia di un progetto mancato, il Mulino, Bologna 2000) ha individuato nell'elaborazione politico-ideologica dei giovani dei Guf una delle componenti della «sinistra fascista». Secondo l'autore il sindacato sarebbe stato il «laboratorio organizzativo della sinistra fascista» (1). 75) e tutto il progetto di «nuovo fascismo» si sarebbe incentrato sul «ruolo politico del sindacato». Se questo è il quadro organizzativo e ideologico all'interno del quale si mosse la «sinistra fascista», non si comprende come si possa includervi la gioventù universitaria che, come si è visto, si caratterizzava per la rivendicata centralità del partito nel progetto totalitario. La distanza che separava, sia in termini di prospettiva politica sia di sensibilità culturale, gli intellettuali dei Guf dal sindacalismo fascista è stata evidenziata anche da uno degli animatori della «sinistra fascista» come Vito Panunzio (Il «secondo fascismo », 1936-1943. La reazione della nuova generazione alla crisi del movimento e del regime, Mursia, Milano 1988). Nelle sue memorie l'autore ha ricordato come motivo della sua diffidenza nei confronti degli universitari F«intellettualismo [...] spesso artificioso e sempre un po' borghesemente esibizionistico. Che era poi l'anticamera del carrierismo» (ibid., p. 163).
74 Questa interpretazione è stata accreditata soprattutto da Zangrandi: «Gli è che inserivamo nel fascismo il contenuto che più ci faceva comodo: dissertavamo di politica in termini oggi inequivocabilmente socialisti; gli attribuivamo le più ardite possibilità di evoluzione; ci ripromettevamo dichiaratamente di imprimergli un indirizzo e un'accelerazione nel senso da noi desiderato» (R. Zangrandi, Il lungo viaggio attraverso il fascismo. Contributo alla storia di una genera-zione, Feltrinelli, Milano 1962, P. 52). E da notare che la tesi della preesistenza di elementi socialisti nella militanza fascista è sostenuta soprattutto da coloro che, come Zangrandi, fecero dopo la guerra la scelta di militare nelle formazioni della sinistra rivoluzionaria italiana.
75 «Lo Stato operaio», settembre 1936, corsivo nostro. Anche «Giustizia e libertà» rilevava la profondità di penetrazione dell'ideologia corporativa in larghi strati della popolazione italiana e particolarmente tra le nuove generazioni. Secondo il giornale «molti giovani non disprezzabili», e non solamente dell'ambiente «borghese», ritenevano «necessaria una dittatura in vista del raggiungimento di una più alta giustizia sociale» (Ormuz, Considerazioni sul preteso socialismo fascista, in «Giustizia e libertà», 19 febbraio 1937).
76 «Ma che cosa dire se ad un tratto dovessimo accorgerci che approfittando di una situazione eccezionalissima, i detentori del capitale hanno fatto pagare tutte le spese della grande battaglia autarchica alle grandi masse lavoratrici, che al sicuro da ogni concorrenza hanno arrestato qualsiasi progresso nella produzione, che essendo favorita la concentrazione in poche mani di tutti i mezzi di produzione hanno mortificato ogni iniziativa individuale e che, per un malinteso e troppo formalistico ordine, si potrebbe pensare di servirsi dei nuovi organismi messi al servizio della giustizia e dell'onestà come strumenti di privilegio?» (L. Saporito, Contrasto d'interessi, in «Roma fascista», 31 marzo 1938).
77 «Il Bò», proprio per rispondere alle critiche che spesso venivano mosse agli universitari fascisti di preoccuparsi unicamente dello studio e dell'enunciazione dei princìpi generali del corporativismo, senza dedicare sufficiente attenzione agli sforzi che l'attuazione di quei princìpi richiedevano nella pratica, lanciò dalle sue pagine la proposta di un Convegno corporativo da tenersi ai Littoriali dedicato al tema delle realizzazioni corporative (cfr. «II Bò», 15 gennaio 1938).
78 M. Pallavicini, Il corporativismo come regime di vita, ivi, 23 gennaio 1937.
79 La necessità di infondere una «coscienza corporativa » nelle masse popolari e giovanili non rappresentava soltanto un'enunciazione di principio, ma informava concretamente l'attività politico-organizzativa dei Guf. Oltre ai Littoriali del lavoro presso ogni Guf erano istituiti dei corsi di cultura e propaganda per i lavoratori (cfr. ACS, PNF, SA, I, b. 383, f. 6.1.38, s. f. «Perugia», relazione del 15 gennaio 1935). Il Guf di Roma, convinto dell'importanza che la conoscenza dell'ordinamento corporativo fosse estesa agli studenti di tutte le facoltà, organizzò appositi corsi presso l'Istituto superiore di studi corporativi (cfr. «Roma fascista», 31 gennaio 1935).
80 G. Trevisonno, Completiamo l'educazione degli operai, ivi, 3 gennaio 1935. Il compito degli Stati moderni, sottolineava Trevisonno, era dunque quello di «andare verso il popolo anche nel campo dell'educazione».
81 P. Ferraro, Momenti rivoluzionari, in «Il Bò», 15 settembre 1935: «Ora è chiaro che in Italia [...] oggi la totalitarietà (che è in atto, evidentemente) è affidata alla sensibilità sociale della minoranza che ha fatto la rivoluzione; [...] O la minoranza attuale riesce senz'altro a portare al suo fine ultimo ed a realizzare il sistema nel suo senso più ampio riuscendo ad elevare le categorie così che esse partecipino senz'altro alla vita nazionale, o riesce intanto a formare una nuova minoranza rivoluzionaria di giovani che possa collaborare efficacemente alla sua attività di miglioramento delle categorie e che possa poi continuare a dare contenuto totalitario allo Stato come fa ora la minoranza attuale in attesa che si arrivi al sistema definitivo» (ibid.).
82 M. F. T. [Mario Figà Talamanca], Che cosa vogliono i giovani?, in «Roma fascista», 17 g
83 M. F. T. [Mario Figà Talamanca], Combattere, in «Roma fascista», 24 gennaio 1935. I due articoli produssero qualche strascico polemico. Se Asvero Gravelli dalle pagine di «Ottobre» scorse un certo pessimismo nelle posizioni del giovane intellettuale romano (A. Gravelli, I giovani devono potenziare il nuovo ordine fascista, in «Ottobre», 27 gennaio 1935), il 1° febbraio il quotidiano di Mussolini intervenne a ribadire il significato, l'unico possibile, che il combattimento doveva assumere per i giovani: «il combattimento, il vero combattimento è e ha da rimanere - specie nell'animo dei giovani - essenzialmente fisico, materiale, pericoloso, mortale» (Disciplina e combattimento, in «Il Popolo d'Italia», I° febbraio 1935). L'organo del Guf romano replicò alle osservazioni del «Popolo d'Italia» affermando: «combattere è, per noi, un programma totalitario e non solo un ordine che interviene nel momento dell'attacco alla baionetta» (Combattimento e disciplina: coscienza delle nuove generazioni, in «Roma fascista», 7 febbraio 1935). «Critica fascista» il I ° febbraio approvava la posizione espressa dai gufini, mentre «Regime fascista» di Farinacci attaccò gli articoli di Talamanca in quanto espressione di un «atteggiamento ribelle» che traeva origine dal gusto dei giovani «di essere qualcosa di diverso dagli altri» (citato in «Roma fascista», 7 febbraio 1935). La polemica fu ripresa da «La Voce di Bergamo», «Il Lavoro fascista», «Il Popolo di Trapani», «L'Unione di Tunisi», «Il Popolo di Romagna», «La Sera».
84 ACS, PNF, DN, SG, b. 22, f. 239 «Promemoria», documento del 21 maggio 1935. La 104° legione universitaria, inquadrata nella divisione «3 gennaio», fu impegnata nelle azioni dell'Amba Aradam e dell'Amba Alagi e, stando alle notizie pervenute alla segreteria dei Guf, i goliardi si erano mostrati «all'altezza del compito». Cfr. ivi, il promemoria della segreteria dei Guf ad Adelchi Serena del 6 luglio 1936 con il quale si chiedeva il rimpatrio della legione mobilitata sin dal luglio dell'anno precedente.
85 ACS, PNF, DN, SG, b. 22, f. 239 «Promemoria», documento del 21 maggio 1935.
86 Ivi, f. 238 «Arruolamento in Ao», promemoria del 9 marzo 1936.
87 Ivi, appunto del generale Baistrocchi per Starace s. d. [ma metà 1935].
88 ACS, PNF, SA, I, b. 391, f. 6.1.106, s. f. 56 «Perugia», lettera a Starace del 13 marzo 1935
89 ACS, PNF, DN, SG, b. 22, f. 239 «Promemoria», promemoria di Mezzasoma a Starace del 25 settembre 1935
90 Cfr. ivi, lettera dell'ex segretario del Guf di Vicenza a Mezzasoma del 12 settembre 1935
91 ACS PNF, SA, I, b. 391, f. 238 «Arruolamento in Ao», lettera del 5 ottobre 1935.
92 ACS, PNF, DN, SG, b. 23, f. 265, lettera s. d.
93 Ivi, f. 304 «Pisa». Il gufino motivava la sua insistenza non con ragioni «reclamistiche né tanto meno economiche - poiché appartengo ad una benestante famiglia di professionisti», ma esclusivamente in base «a sentimenti patriottici, frutto di una educazione prettamente fascista».
94 Ivi, b. 22, f. 239, promemoria per Starace dell'11 ottobre 1935. Tra costoro veniva segnalato il segretario del Guf di Torino, Guido Pallotta.
95 L. Saporito, Il premio che chiediamo per i Littoriali, in «Roma fascista», 9 gennaio 1936.
96 ACS, PNF, DN, SG, b. 23, f. 313 «Roma», lettera a Mezzasoma del 31 marzo 1936.
97 «Foglio di disposizioni», 13 settembre 1935 in Atti del PNF, a. XIII e.f. (29 ottobre 1934 -28 ottobre 1935), Fratelli Palombi Editori, Roma, s. d., P. 485.
98 ACS, PNF, DN, SG, b. 22, f. 238 «Arruolamento in Ao».
99 «Foglio d'ordini», 18 luglio 1935, in Atti del Pnf, a. XIII cit., p. 423.
100 Cfr. M. Ledeen, L'internazionale fascista, Laterza, Roma 1973.
101 S. C. Lupi, Internazionalismo borghese, in «Roma fascista», 17 ottobre 1935.
102 Ottobre mussoliniano, ivi, 24 ottobre 1935.
103 Cfr. G. Frigerio, I giovani per l'universalità del fascismo, in «Gerarchia», novembre 1936, rubrica «Vita e pensiero dei Guf» (l'articolo annunciava la costituzione dell'Istituto per gli studi sul fascismo universale).
104 U. Nani, L'Impero, in «Gioventù fascista», 31 maggio 1936.
105 P. Molajoni, Fascismo e paneuropa, in «Roma fascista», 21 marzo 1935. Sullo stesso tema cfr. anche A. Bernardini, Universaleuropa, in «Il Bò», 14 novembre 1936.
106 Fascismo universale, in «Fronte unico», 6 marzo 1937. Zangrandi fu uno dei principali artefici dell'«universalfascismo», dando vita nel 1936 all'Istituto per gli studi sul fascismo universale. Lo scopo che si proponevano i suoi promotori era di «contribuire alla grandezza del Fascismo e alla sua piena affermazione nel mondo». L'Istituto intendeva incrementare gli studi sul contenuto universale della dottrina fascista, sui movimenti fascisti e filofascisti e sulle tendenze corporative nel mondo (cfr. l’opuscolo Istituto per gli studi sul fascismo universale, Milano 1936, conservato in ACS, PNF, DN, SG, b. 13, f. 131).
107 P. Molajoni, Il fascismo in Inghilterra, in «Roma fascista», 24 gennaio 1935. Se la British Union of Fascist di Oswald Mosley era considerata non assimilabile al fascismo (cfr. anche Id., Principi fondamentali, ivi, 14 febbraio 1935), il movimento franchista veniva giudicato decisamente controrivoluzionario in quanto composto dall'esercito e dai ceti nobiliari e tradizionalisti nonché per la sua ideologia caratterizzata dall'« accanimento monarchico» e da un «cattolicesimo smaccato che odora maledettamente di sacrestia» (R. Zangrandi, Esiste il Fascismo spagnolo, in «Fronte unico», 6 marzo 1937). Per l'analisi del Partito popolare francese di Doriot Cfr. ivi, 21 marzo 1937.
108 n. p., La riforma della rappresentanza e il Fascismo nel mondo, in «Roma fascista», 2 maggio 1935.
109 Oltre che nella mobilitazione propagandistica, gli universitari furono impegnati concretamente a sostegno della campagna per l'autosufficienza economica della nazione in guerra. I Guf parteciparono con entusiasmo alla raccolta dei metalli la cui «offerta alla patria» avveniva spesso nel corso di cerimonie solenni. Per esempio, il 14 dicembre 1935 i fiduciari di facoltà del Guf romano consegnarono i metalli raccolti nel corso di una cerimonia che si svolse alla presenza delle autorità accademiche e del partito. Il Guf di Milano raccolse 2 chili d'oro, 19 d'argento, 100 di bronzo e circa 100 quintali di materiali ferrosi (ACS, PNF, SA, I, rispettivamene b. 388, f. «Roma» e. b. 379, f. 6. I. 94, s. f. 47 «Milano»).
110 R. Lodoli, Missione di una generazione, in «Roma fascista», 30 luglio 1936.
111 Non è stato possibile reperire tracce di un consistente impegno della segreteria dei Guf per inviare sul fronte spagnolo i volontari universitari. Allo stato della documentazione e alla luce delle cautele che caratterizzarono, almeno in una prima fase, l'intervento militare italiano a fianco delle truppe di Franco, si può soltanto ipotizzare che il partito non incoraggiò l'arruolamento in massa degli studenti. La lettera del 12 dicembre 1938 a Starace scritta dal federale di Palermo, Li Gotti, nella quale si riferiva che il segretario del Guf locale, Salvatore Vilardo, si era recato in Spagna con un gruppo di fascisti universitari e aveva ottenuto l'arruolamento nelle truppe combattenti, lascerebbe supporre che il volontariato goliardico si manifestasse, per così dire, in modo non ufficiale: l'arruolamento individuale o di piccole formazioni, sebbene non sollecitato, era però tollerato (ACS, PNF, SA, I, b. 38o, f. 6.1.96, s. f. «Palermo»). Singole richieste pervennero alla segreteria del Pnf; per esempio, gli universitari di Sassari Antonio Sanna e Umberto Giganti scrissero a Mussolini nel 1937: «noi vogliamo portare la tua parola di fede nella Spagna rivoluzionaria. È un diritto imprescrittibile. Duce, noi dobbiamo sacrificarci con la guerra. Lontano dal pericolo non saremo fascisti fino al midollo» (ivi, b. 391, f. 6.1.106, s. f. 72 «Sassari»). Secondo i dati riportati dal giornale del Guf di Genova, gli universitari caduti in Spagna furono 84 e i decorati 301 a fronte dei 49 caduti e 254 decorati per fatti d'armi in Africa orientale (cfr. «Il Barco», settembre-dicembre 1942). Sull'intervento italiano nella guerra civile spagnola cfr. R. De Felice, Mussolini il duce, 2, Lo Stato totalitario, 1936-1940, Einaudi, Torino 1981, pp. 358 sgg. e soprattutto p. 383.
112 Cfr. G. Falzone, Il battaglione universitario. Da Mogadiscio ad Addis Abeba, Edizioni L'Appello, Palermo, s. d.; N. Giani, 128° Battaglione Cc. Nn., Hoepli, Milano 1937; C. Boidi,
Legionari universitari sul fronte somalo, prefazione di C. M. De Vecchi, Sperling & Kupfer, Milano 1937. La lettura del libro di Giuseppe Filiberto Di Marco (Fiaccole di vita. Goliardi in guerra, Battaglia, Palermo 1940) nel quale erano riportati episodi di vita e di guerra riguardanti il battaglione universitario «Curtatone e Montanara» impiegato in Africa orientale, venne raccomandata dalla segreteria dei Guf con una circolare del 30 novembre 1940 (ACS, PNF, SV, II, b. 342). Cfr. anche Il Guf di Rovigo ai suoi caduti, Ster, Rovigo 1942, ove erano riportati anche episodi riguardanti le campagne d'Africa e di Spagna.
113 ACS, PNF, SA, I, b. 389, f. 6.1.104 «Roma», lettera di Giorgio Vicinelli del 17 settembre 1938.
114 Il Nuf di Colle Val D'Elsa fu intitolato, nel dicembre 1938, al fascista universitario Ferdinando Ramazzotti, caduto in Spagna e proposto per la medaglia d'argento. Il Guf di Urbino prese il nome del segretario del gruppo, Oreste Bernardini, caduto in Africa orientale nel settembre 1938 nel corso di un'operazione di polizia coloniale (ivi, b. 392, f. 6.1.107, s. f. 74 «Siena», lettera del 31 dicembre di Aldo Giacchetta; ivi, b. 398, f. 6.1.113, s. f. «Urbino», lettera di Mario Moni del 10 agosto 1938). Il Guf di Urbino curò anche la pubblicazione del volume Oreste Bernardini. Medaglia d'oro, a cura di G. Giampaoli, s. e., Urbino 1941.
115 Nell'editoriale apparso su «Critica fascista» il 1° gennaio 1935, intitolato appunto Collaudo delle generazioni giovani, si leggeva: «Le generazioni che sembravano destinate ad essere allevate fra il ricordo lontano della Guerra, quello più prossimo della Rivoluzione non vissuta, e una inattuabile aspirazione ad agire, trovano ora, nella guerra d'Africa, la più immediata, concreta e viva fonte di esperienza e di azione cui potessero aspirare. Qui appunto si avvera il fenomeno rivoluzionario per cui quei giovani che sembravano essere destinati ad essere i mal rassegnati epigoni di un eroismo già consegnato alla storia, ne divengono oggi invece i continuatori, gli artefici, i rinnovatori».
116 Si trattava di ventisette onorificenze di cui cinque alla memoria (ACS, PNF, SA, I, b. 354, f. 6.1.46, promemoria per Starace dell'8 ottobre 1937).
117 Cfr. ACS, PNF, SV, II, b. 229, f. «Centro studenti stranieri - varie 1936-1942».
118 F. Mezzasoma, Un'ora gloriosa per gli studenti italiani, in «Nuova guardia», 6 febbraio 1936.



CONTINUA...

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" Forse che non conoscendo a fondo il pensiero del Duce si può affermare di essere fascisti? Noi diciamo di no! Che il fascismo non è istinto ma educazione e perciò è conoscenza della sua mistica,che è conoscenza di Mussolini" (N. Giani)
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La «fucina dei gerarchi» (L. La Rovere, “Storia dei Guf”, pp. 290 – 319)

Fascismo, classe dirigente e storiografia

Tra le varie funzioni dei Littoriali vi era anche quella di mettere in luce le intelligenze più promettenti da utilizzare nei quadri del regime. Uno degli obiettivi più importanti dell'inquadramento dei giovani e del vasto programma di attività a tal fine predisposto era infatti quello di provvedere alla formazione e alla selezione della nuova classe dirigente, che per i fascisti costituiva la condizione imprescindibile per garantire la durata del regime delle camicie nere. La tesi dell'incapacità o, addirittura, dell'impossibilità del partito di formare una propria classe dirigente è stata addotta in genere dalla storiografia come prova del fallimento dell'intero progetto totalitario fascista. Il nesso tra il fallimento della «fascistizzazione» dei giovani, la mancata formazione di una classe dirigente e la crisi del regime assume nelle ricostruzioni dei maggiori storici del fascismo la forza di una necessità. Il regime fascista viene interpretato, di conseguenza, come una dittatura personale di tipo carismatico, destinata a esaurirsi con la morte del fon-datore perché minata dal tarlo interno del ruolo subalterno e non politico del partito. Per Alberto Aquarone la «spoliticizzazione» del Pnf, voluta da Mussolini e attuata da Starace, avrebbe reso il fascismo «incapace di creare una propria solida classe dirigente preparata e dinamica, in grado di costantemente ricambiarsi», rendendo così visibile un «processo di degenerazione insito nel sistema stesso, che già si era manifestato in tutti i suoi elementi essenziali durante la segreteria di Turati». 1 Nello stesso solco interpretativo si muove De Felice, per il quale la «liquidazione politica» del Pnf fu l'errore fatale commesso da Mussolini all'inizio degli anni trenta e da cui sarebbero derivate tutte le successive vicissitudini del regime fino alla catastrofe finale, quasi che le scelte di politica interna e internazionale del duce non avessero potuto modificare l'andamento degli eventi, non lasciando allo storico altro compito se non quello di registrare la «cronaca di una morte annunciata». 2 Per il biografo del duce la contraddizione insanabile che attanagliava la politica giovanile del regime era l'antinomia irrisolta e irrisolvibile tra autorità e libertà. La necessità di esercitare un rigido controllo sull'educazione giovanile avrebbe inevitabilmente condotto a sacrificare lo sviluppo della libertà intellettuale individuale e della capacità di iniziativa, frustrando qualsiasi tentativo di innescare un fenomeno di formazione e circolazione delle élite. La «spoliticizzazione» del partito, inibendo una reale partecipazione e impedendo allo « "spirito di libertà" di realizzarsi veramente», avrebbe costituito un ostacolo insormontabile al formarsi di una generazione di capi all'altezza di tale nome: «alla fine, il problema della libertà rimaneva il vero problema del regime, il vero ostacolo per il fascismo a formare una propria organica classe dirigente». 3 Lo stesso motivo, variamente formulato, è stato a più riprese e fino in tempi recenti riproposto dalla storiografia che si è occupata della questione. 4 Se, in linea generale, notevoli riserve possono essere avanzate nei riguardi di una storia che si risolve in una catena ininterrotta di fallimenti, ci sembra d'altra parte che le interpretazioni richiamate sottovalutino la novità e l'unicità dell'esperimento totalitario fascista, rimasto incompiuto per il sopraggiungere della sconfitta militare, nonché il ruolo cruciale svolto dal Pnf al suo interno. Inoltre, in tutti i casi citati il giudizio si basa sul presupposto che la formazione di una classe dirigente possa avvenire soltanto nel contesto di un regime liberale attraverso il libero sviluppo della personalità individuale, piuttosto che sull'esame degli esiti storicamente prodotti dal processo di formazione e utilizzazione della nuova generazione di «rivoluzionari» da parte del fascismo. Ci sembra pertanto necessario soffermarci sull'analisi delle concrete iniziative intraprese dal partito per risolvere il problema della creazione di una «aristocrazia del comando» integralmente fascista, individuando a tal fine le istituzioni a ciò predisposte, le finalità che si proponevano nella formazione dei giovani e i risultati conseguiti, nonché sulla percezione che di questo immane sforzo ebbero i gufini, in quanto soggetti predestinati a ricoprire i ruoli dirigenti del partito e dello Stato. I Guf, pur non potendo assolvere interamente il compito di formare e selezionare una nuova classe dirigente, furono senza dubbio il vivaio dal quale il partito intendeva trarre, ed effettivamente trasse, gran parte dei nuovi quadri politici e intellettuali della nazione. 5

Gli «specialisti della rivoluzione»

Il dibattito sui giovani continuò a svilupparsi nell'establishment fascista per tutti gli anni trenta. 6 Fin dall'inizio del decennio si erano delineate due posizioni, entrambe viziate da un uso strumentale della questione dei giovani e volte ad affermare una certa idea dello sviluppo della «rivoluzione» piuttosto che a proporre soluzioni specifiche al problema. La prima, sostenuta prevalentemente dai «revisionisti» di «Critica fascista», si risolveva nella convinzione che occorresse vivificare la vita politica e culturale del regime utilizzando a pieno le potenzialità innovatrici della gioventù, lasciando massima libertà al dispiegarsi delle sue facoltà critiche all'interno di un orizzonte fascista. Ciò avrebbe consentito il formarsi spontaneo di una nuova classe dirigente attraverso un processo di autoselezione delle migliori energie della nazione. 7 La seconda posizione, sostenuta in genere dagli «intransigenti» dello squadrismo provinciale, riteneva che i giovani fossero impreparati a perpetuare degnamente il movimento delle «camicie nere» per il fatto di non aver partecipato alle esperienze e al clima morale nel quale i veterani avevano maturato la coscienza dei propri doveri. 8 Era necessario pertanto che il regime intensificasse lo sforzo educativo dei giovani, fragile paravento dietro il quale gli anziani, tenacemente aggrappati ai privilegi guadagnati sul campo e decisi a non cedere lo status di generazione eternamente giovane che l'ideologia della giovinezza assegnava loro, celavano il tentativo di rinviare il momento dell'effettivo av-vicendamento tra la vecchia e la nuova guardia fascista. 9 Come si ricorderà, alla fine degli anni venti si era creduto di poter utilizzare l'istituzione universitaria al fine di formare le élite dirigenti di cui il regime necessitava. Ben presto ci si rese conto che il primo e più importante esperimento volto a rinnovare l'università in senso fascista non dava gli esiti sperati. L'opera della facoltà fascista di Perugia per formare, per usare l'espressione di Panunzio, gli «operai dello Stato» 10 era, sia pure indirettamente, limitata dalla resistenza passiva che la burocrazia statale opponeva al tentativo di introdurre un principio politico nella selezione dei funzionari. Gli studenti in possesso del titolo rilasciato dalla facoltà fascista denunciarono con sempre maggiore frequenza la discriminazione operata nei loro confronti nei concorsi pubblici a vantaggio dei colleghi provenienti dalle facoltà tradizionali. 11 Queste difficoltà dissiparono in breve tempo l'illusione che il titolo rilasciato dalla facoltà fascista potesse garantire uno sbocco lavorativo all'interno della struttura amministrativa dello «Stato nuovo», portando a una costante diminuzione degli iscritti durante tutti gli anni trenta. 12 I giornali universitari evidenziarono la necessità di una revisione dell'ordinamento e delle funzioni della facoltà fascista per dare una soluzione organica e definitiva al «problema dirigenziale». 13 Il dibattito fece emergere con chiarezza che il compito di creare la nuova classe dirigente non poteva essere affidato alla sola istituzione universitaria. 14 Occorreva che la selezione dei migliori fosse affidata alle cure del partito, solo vero interprete dell'ortodossia fascista e custode della funzione «rivoluzionaria» per il presente e per il futuro. 15 La constatazione dell'ancora imperfetta «fascistizzazione» dello Stato, il crescere delle perplessità sull'effettiva capacità della scuola di fornire il tipo di formazione tecnica e spirituale auspicata dai fascisti, la considerazione del ruolo frenante svolto dalla famiglia sull'educazione totalitaria della gioventù 16 contribuirono a evidenziare il fatto che l'ambizioso traguardo di creare i quadri della nuova società fascista non poteva essere raggiunto con una selezione spontanea dei migliori - idea che richiamava l'immagine di una società autorganizzata, in grado di determinare autonomamente i propri processi interni di rinnovamento dei saperi e delle abilità direttive -, bensì soltanto attraverso il varo d'un vasto piano di educazione e selezione di massa rigidamente indirizzato e controllato dal partito. I compiti «rivoluzionari» che Mussolini aveva assegnato alla gioventù si inscrivevano all'interno di una visione fortemente ideologica del destino secolare della «civiltà fascista». Le proposte emerse nel corso del dibattito sui giovani e sul metodo migliore per formare I. classe dirigente fascista risentivano del medesimo vizio. Viceversa, per il partito staraciano era essenziale fornire una soluzione concreta al problema di accelerare i tempi di formazione di una «seconda generazione» fascista in grado di resistere alle turbolenze che avrebbero investito il regime al momento della scomparsa del duce. La risposta alla tanto dibattuta questione della classe dirigente non poteva essere data dal partito se non sul piano organizzativo. 17 La preoccupazione degli uomini del regime di dar vita a un sistema formativo interno al partito e da questi controllato che fornisse la nuova «aristocrazia del comando» si tradusse nello sviluppo dell'apparato culturale e educativo dei Guf, per farne una vera e propria «fucina dei dirigenti». 18 Scopo prioritario dell'organizzazione universitaria, chiarì Starace, doveva essere quello di curare «la preparazione degli uomini, specie dei giovani» in modo da «avere pronti camerati, che posseggano i necessari requisiti, ai quali affidare, in qualsiasi momento, posti di responsabilità e di comando». 19 La questione della classe dirigente non si esauriva nella creazione di una nuova classe politica, anche se tale punto, per la crescente incidenza della presenza del Pnf nella vita del paese, restava certamente quello di maggior rilievo. L'opera di politicizzazione integrale della società richiedeva anche e soprattutto la presenza di una peculiare figura di dirigente chiamato a svolgere un delicato compito missionario, di diffusione capillare della cultura fascista tra le masse popolari per attuare il progetto di egemonia del fascismo sull'intera società italiana. Compito del regime, ammoniva «Gioventù fascista», era certamente quello di far sorgere «un largo novero di giovani atti al comando, una compagine più che un nucleo, di elementi portati ad un grado di preparazione, indistintamente forniti di sicure garanzie di capacità che li rendano idonei ad occupare posti di responsabilità e di comando». Ma tale azione non poteva prescindere dalla necessità di svolgere nel contempo una più generale azione di pedagogia politica sulla massa giovanile, necessaria per realizzare «una forte adesione alla vita pubblica da parte del maggior numero di individui possibile, adesione che verrebbe bloccata da una educazione politica ristretta ad una cerchia». 20 L'idea di creare una nuova élite fascista si sosteneva sulla fiducia illimitata nella possibilità di far sorgere un intellettuale di tipo nuovo che, ripudiato lo stereotipo dello studioso au dessus de la mélée, fosse l'interprete dei rinnovati valori della collettività, il custode e propagatore della fiamma sacra dell'epos nazionale e l'artefice infaticabile del nuovo spirito, in qualunque settore esplicasse la propria attività, perché organicamente inserito nell'orizzonte culturale del fascismo e portatore della sua proposta di rinnovamento politico della società. 21 Con le loro sezioni musicali, navali, aeronautiche, coloniali, di studi corporativi, i raggruppamenti professionali (avvocati, ingegneri, medici, architetti ecc.), le manifestazioni artistiche e culturali, l'attività propagandistica, sindacale, assistenziale, i Guf dovevano essere il laboratorio nel quale forgiare una nuova generazione di artisti e di tecnici, di militari e di sindacalisti, di ideologi e di giornalisti, ossia di «intellettuali funzionari» da impiegare a tempo pieno nell'apparato di produzione e riproduzione ideologica del regime. 22 Alcune delle istituzioni formative dei Guf assursero a un ruolo di notevole importanza per la formazione degli intellettuali delle università. Le sezioni cinematografiche (Cineguf) furono utilizzate con lo scopo di dar vita a un cinema militante, portatore dei valori della «rivoluzione». […] La palestra intellettuale più importante, per il numero dei giovani coinvolti e la varietà dei temi trattati, era costituita indubbiamente dalla stampa dei Guf. [...] La rete delle istituzioni culturali dei Guf comprendeva anche le sezioni giovanili dell'Istituto nazionale fascista di cultura (dal 1937 Istituto nazionale di cultura fascista) 36 e la Scuola di mistica fascista. Quest'ultima costituiva il luogo ove il regime formava i giovani intellettuali chiamati a propagandare i suoi miti, la sua concezione della cultura e della storia. 37 La decisione di attribuire alla Scuola la sede del «covo», luogo storico ove era nato il fascismo milanese, ne sanzionò il compito di perpetuatrice dell'afflato mistico che aveva caratterizzato gli albori del movimento. 38 Scopo della Scuola era infatti quello di svolgere, attraverso conferenze e riunioni, «la propaganda dei nuovi ideali di vita fascista e la elaborazione dei princìpi informatori della nuova civiltà, che sta sorgendo sotto i segni del Littorio». 39

«Preparare i giovani a saper comandare»

Il superamento del liberalismo di cui il fascismo si riteneva l'artefice e la tendenza a costituire un ordinamento gerarchico della società richiedevano la sperimentazione di un metodo affatto nuovo per la formazione e per la selezione delle élite, rispondente alle esigenze del nuovo regime. La teoria e la prassi liberale, si leggeva in un opuscolo della segreteria dei Guf, insistevano non sull'aspetto della formazione, quanto su quello della «materiale identificazione di una classe dirigente», attraverso quelli che i fascisti chiamavano spregiativamente i «ludi cartacei». L'uomo politico liberale doveva essere, per le caratteristiche intrinseche al sistema, un «generico», sprovvisto di una competenza specifica, pronto a tutti i compromessi e disposto a transigere con la propria coscienza pur di conservare il potere. 40 Viceversa, la nuova classe politica fascista doveva essere composta di individui che abbinassero a una «fede ferrea nelle mete verso le quali è diretta la volontà dello Stato» una «competenza precisa» nella gestione della macchina del regime. In sostanza, per i fascisti il problema della classe dirigente si risolveva nella creazione di un'élite dotata delle virtù dell'obbedienza e del conformismo. Nello stesso opuscolo dei Guf si leggeva: «nello spirito e nella realtà della Rivoluzione comandare non significa essere i detentori di una onorificenza elettorale; ma essere i suscitatori e i promotori di una funzione pubblica per le proprie doti di fede, di ortodossia e di competenza. La categoria politica è quella che possiede tali doti». 41 L'istituzione dei Corsi di preparazione politica per i giovani, nel febbraio 1935, costituì il primo tentativo posto in essere dal Pnf per rispondere all'esigenza di creare una classe politica con un metodo integralmente fascista. 42 I corsi, organizzati presso ogni federazione, avevano durata biennale e si proponevano di fornire una preparazione teorico-pratica ai giovani, permettendo loro di prendere contatto diretto con l'organizzazione e con le reali modalità operative delle istituzioni del regime attraverso periodi di tirocinio. Particolare importanza assumevano a tal fine i cosiddetti «turni di servizio» prestati dai gufini presso le federazioni. Il programma di insegnamento teorico era affidato a fascisti locali che avessero dato sicura e «continua testimonianza della loro fede». La partecipazione era riservata, per un massimo di cento iscritti per provincia, ai giovani dai 23 ai 28 anni provenienti dalle organizzazioni giovanili che avessero «già dimostrato particolari requisiti d'intelligenza, di volontà, di carattere ». Al termine del corso gli allievi dovevano sostenere un esame di idoneità. 43 Formalmente i corsi erano aperti a tutti i giovani. Tuttavia, la particolare considerazione riservata nelle selezioni per l'ammissione ai giovani emersi nei Prelittoriali e nei Littoriali, stabilita da una disposizione del partito, privilegiava di fatto gli universitari. L'esperienza del primo anno di vita evidenziò un certo ritardo delle gerarchie locali nell'avviare i corsi di preparazione politica o, alternativamente, a farne una riserva personale di consenso spendibile nella partita per la conservazione del potere locale alimentando l'ambizione e il «carrierismo» delle giovani leve. 44 Per ovviare a tali inconvenienti e, allo stesso tempo, per stringere ancor più il legame con la struttura universitaria l'anno successivo l'organizzazione dei corsi fu affidata al vicesegretario dei Guf. 45 Nel 1937, inoltre, l'insegnamento delle varie discipline venne affidato ai giovani dei Guf affermatisi nei Littoriali o a quelli che avessero conseguito con esito brillante il diploma del primo corso. 46 Il sistema venne progressivamente esteso e migliorato nel suo funzionamento. Al fine di ampliare il numero dei giovani formati e vagliati dal partito, il nuovo ordinamento del 1939 istituì corsi di zona per i non residenti nei capoluoghi di provincia e stabilì l'obbligo per tutti gli studenti universitari di frequentare il primo anno e di sostenere gli esami di ammissione al secondo. 47 Il perfezionamento del complesso ed esteso meccanismo di formazione dei quadri del fascismo si ebbe con la creazione nel 1940 del Centro nazionale di preparazione politica per i giovani, sorta di scuola di alta politica, di durata biennale, che aveva lo scopo di preparare «gli elementi atti ad assumere specifiche funzioni di responsabilità in ogni settore della vita nazionale». 48 Al Centro erano ammessi, previo esame, i giovani dai 25 ai 30 anni distintisi nei Littoriali, nei corsi di prepa-razione politica e nella militanza nel partito e nelle sue organizzazioni. 49 Il corso era destinato alla specializzazione di quei giovani i quali avessero già dimostrato di possedere le doti peculiari del dirigente fascista. Si trattava, cioè, di «selezionare i selezionati», di «integrare e perfezionare la formazione dei giovani già rivelatisi i migliori, di orientarne le capacità, di svilupparne le intelligenze, di fortificarne il carattere, per renderli sempre più degni di servire la Rivoluzione». 50 Le discipline impartite tendevano a riprodurre e integrare, sotto la Vigile direzione del partito, lo schema didattico e le finalità politiche che si erano volute attribuire senza successo alla facoltà fascista. 51 A ribadire la stretta integrazione di compiti che caratterizzava le istituzioni formative del partito, gli allievi del Centro presero parte al I° Convegno di mistica fascista tenuto a Milano il 19 e 20 febbraio 1940. 52 L'asserito carattere «interclassista» e «antiaccademico» del Centro era inficiato, nei fatti, dalla selezione svolta secondo criteri di tipo specialistico che, come già si era verificato per i corsi provinciali, finiva per farne una istituzione riservata sostanzialmente alla élite intellettuale medioborghese, emersa attraverso i Littoriali o l'attività pubblicistica sulla stampa dei Guf .53 A soli cinque mesi dall'avvio del primo corso l'ingresso del paese in guerra interruppe l'attività del Centro. Per la retorica fascista lo scontro di energie e di ideologie sui campi di battaglia avrebbe, più e meglio di qualsiasi esercizio teorico, forgiato la nuova aristocrazia consentendo ai giovani di sperimentare quella condizione di dedizione totale alla causa che li avrebbe assimilati idealmente alle camicie nere che dal 1919 al 1922 si erano battute per creare la «nuova Italia ». In un messaggio al duce gli allievi del Centro chiesero nel giugno 1940 con «la loro fede di giovani del tempo di Mussolini il privilegio di servire in armi la Rivoluzione». 54 Lo scoppio delle ostilità non interruppe però l'attività di formazione della futura classe dirigente. Anzi, nel 1941 il segretario del partito, Adelchi Serena, dettò le nuove norme per il funzionamento dei corsi di preparazione politica. Esse prevedevano l'inclusione nella consulta nazionale dei corsi del vicecomandante della Gil e del capo dell'Ufficio studi e legislazione del partito; il potenziamento delle consulte provinciali; l'accentuazione del «carattere volontaristico» della partecipazione mediante l'eliminazione della obbligatorietà e l'istituzione di un esame di ammissione per i candidati; il potenziamento dei turni di servizio presso le federazioni e della pratica sportiva; una maggiore attenzione all'inclusione dei diplomati iscritti ai Guf. 55 In quell'anno, in un momento in cui molti gufini erano impegnati nella mobilitazione bellica, i partecipanti ai corsi furono 6319. 56 Il segretario del partito ribadì la «squisita funzione politica» dei Guf che consisteva nella «continua irradiazione di elementi capaci di assumere incarichi di responsabilità nei quadri della classe dirigente del Regime». 57

«Largo ai giovani»

Mentre sulle colonne delle riviste fasciste gli intellettuali si interrogavano sulla giovane generazione, soffermandosi a descriverne i connotati morali, le convinzioni politiche, le spinte ideali per trarne indizi che potessero far presagire lo sviluppo di una classe dirigente all'altezza di quella al potere, i gufini tendevano a risolvere la «questione dei giovani» nel problema dell'avvicendamento continuo delle generazioni ai posti di comando. 58 L'ideologia della giovinezza, vissuta e interiorizzata come precetto essenziale della dogmatica fascista, trovava proprio nei giovani i difensori più strenui e gli interpreti più conseguenti. Essa imponeva alle vecchie e «gloriose» generazioni di adeguarsi con spirito di abnegazione fascisticamente inteso alle incalzanti esigenze di rinnovamento dello «spirito rivoluzionario», anche se questo poteva voler dire il sacrificio di se stessi. Per i giovani il concetto stesso di «rivoluzione» esigeva «il continuo superamento» e giustificava «il rinnovamento e la rotazione delle cariche e dei gregari, via via col passare del tempo e col mutare delle situazioni». 59 A fugare qualsiasi sospetto di opportunismo e per rintuzzare l'accusa di carrierismo, gli universitari proclamarono a gran voce che la richiesta di accedere ai posti di responsabilità del regime non poteva essere considerata alla stregua di una meschina ricerca della sistemazione, «ad un semplice gioco di tira e molla del cosiddetto cadreghino», o ad una faccenda di «invidia tra giovani e vecchi», ma costituiva l'attuazione più rigorosa della volontà del duce e della cultura rivoluzionaria della «generazione di Mussolini». 60 La «rivoluzione» , per diventare un evento permanente, doveva essere in grado di apprestare un sistema di rotazione ai posti di comando secondo un criterio meritocratico-anagrafico - lo stesso delineato da Mussolini nel testo Punti fermi sui giovani e ribadito nel discorso del «largo ai giovani» -, senza che questo facesse venir meno la sostanziale continuità ideale tra le generazioni postulata dall'ideologia della giovinezza. Anche per assicurarsi il consenso dei più giovani, il partito coniugò all'opera di creazione delle strutture di formazione e selezione della nuova classe dirigente una politica di «valorizzazione» degli universitari, che prevedeva la loro progressiva immissione negli apparati direttivi del Pnf, delle organizzazioni dipendenti e nei gangli vitali dello Stato. 61 Iniziata da Turati, 62 la pratica conobbe una straordinaria espansione durante la segreteria di Starace, come testimonia l'esame della documentazione archivistica dei Guf. Nel luglio 1934 il segretario emanò una disposizione recante i criteri pratici per la selezione e l'impiego dei giovani nell'apparato di partito. 63 Nell'agosto la segreteria dei Guf, dopo avere richiesto alle segreterie federali le note politiche e morali di una quantità di giovani, redasse una lista di «fascisti universitari meritevoli di considerazione per un periodo di tirocinio» nel partito, nella quale figuravano i nomi di diversi segretari di Guf destinati a una rapida e brillante carriera. 64 Nel novembre dello stesso anno si provvide a compilare un elenco comprendente 472 studenti, selezionati tra gli iscritti ai 93 Guf, meritevoli di essere segnalati a enti, federazioni, commissioni, istituti. 65 Nell'estate 1936 la segreteria dei Guf segnalò a Starace i nominativi di nove segretari, tutti iscritti al Pnf dal 1920-21, come «elementi della cui collaborazione il Partito potrebbe avvalersi anche in altri settori». 66 Per individuare i giovani intellettuali dei Guf da impiegare nelle strutture propagandistiche del regime la segreteria nazionale creò uno «schedario delle forze culturali dei Guf », nel quale figuravano i nominativi degli addetti e dei vice addetti culturali dei gruppi, dei littori, dei direttori e condirettori dei giornali universitari, dei rappresentanti dei Guf presso i sindacati nazionali e provinciali. 67 Oltre a selezionare il personale politico per il partito, 68 la segreteria dei Guf svolgeva una funzione di promozione e collocamento professionale dei giovani universitari, segnalando i giovani più promettenti ai ministeri, alle università, alle confederazioni sindacali. 69 L'attività di formazione e tirocinio svolta nelle strutture del regime costituiva spesso il preludio di una brillante carriera. In base a una convenzione stipulata nel 1935 tra la segreteria dei Guf e la Confederazione fascista dei lavoratori del commercio, neolaureati in giurisprudenza, scienze economiche e sociali e scienze politiche fu¬rono assunti, dopo un periodo di tirocinio, presso le sedi provinciali dell'organizzazione sindacale. 70 Nel 1935 i rappresentanti dei Guf, designati dalla segreteria nazionale, furono inclusi nei direttori locali e nei direttori nazionali della Confederazione fascista dei professionisti e artisti. 71 Nel 1938 i Guf ottennero la costituzione di corsi per dirigenti industriali dell'Iri e di poter concorrere alla designazione dei 60 giovani che li avrebbero frequentati. 73 Nel 1941 il ministero dei Lavori pubblici dispose che i professionisti incaricati della progettazione delle opere pubbliche fossero affiancati dai littori di architettura e di ingegneria. 73 La politica della «valorizzazione» si manifestò, a volte, anche in forme degenerate, che la portavano a scadere nella vieta consuetudine nazionale della clientela e, di converso, alimentava nei giovani la caccia alla raccomandazione da parte del personaggio considerato, a torto o a ragione, influente. La capacità di esercitare una quota, sia pure minima, del potere che il partito aveva sulla società fece della segreteria dei Guf il punto di riferimento delle aspettative di promozione sociale del ceto universitario piccolo e medioborghese. 74 La mole di richieste di caldeggiare questa o quella candidatura, di interessarsi all'assunzione di giovani meritevoli, di favorire la carriera di intellettuali promettenti da cui era letteralmente subissata la segreteria dei Guf spinse Starace a emanare nel dicembre 1937 un ordine di servizio con il quale, piuttosto che stroncare il fenomeno, si tentava di ricondurlo all'interno di un preciso criterio gerarchico. 75 Il documento, oltre a ribadire la tendenza staraciana a esercitare un controllo pressoché assoluto sul partito, rivela quanto fosse stretto l'intreccio tra la politica di «valorizzazione» dei giovani e quella di promozione sociale della classe media sulla quale si fondava per gran parte la stabilità del regime. La creazione e la moltiplicazione dei vincoli materiali che legavano la gioventù colta al regime fu però soltanto un aspetto della strategia di cattura del consenso perseguita dal Pnf. La politica della «valorizzazione» tendeva realmente alla creazione di un'élite politica e non soltanto di un ceto impiegatizio composto da arrivisti. Anche l'assunzione in ruoli amministrativi all'interno delle strutture del partito avveniva attraverso un rigoroso esame del curriculum politico-militare dell'aspirante. 76 In ogni caso, l'identificazione delle aspettative di carriera, di prestigio personale e di potere con il regime fu uno degli elementi che, all'interno di un quadro estremamente complesso di motivazioni psicologiche, contribuirono a rendere pressoché impossibile la fuoriuscita di molti giovani della piccola e media borghesia dall'orizzonte fascista. I meccanismi di selezione predisposti dal partito aumentarono progressivamente la loro efficienza nel corso degli anni. I fascisti universitari investiti di posti di responsabilità passarono nel periodo 1932-39 da 1890, 77 a 5059. 78 Alla fine degli anni trenta la politica di valorizzazione dei giovani riguardava perciò circa il 5 per cento del totale degli iscritti ai Guf. Un ulteriore impulso alla sua attuazione fu fornito, come si è visto, da Serena, deciso a rilanciare il ruolo del partito attraverso un ringiovanimento dei suoi quadri e una decisa utilizzazione dei gerarchi gufini anche in incarichi direttivi di primo piano. Riferendo sull'attività dei Guf nell'«anno XIX», il segretario del partito comunicò che erano stati immessi nelle «gerarchie capillari» del partito 10.776 fascisti universitari e annunciò che il numero sarebbe presto raddoppiato. Dal marzo all'ottobre di quell'anno 136 tra laureati e diplomati distintisi nell'attività dei Guf erano stati assunti nelle organizzazioni fasciste. 79 L'organizzazione universitaria fu il principale vivaio dal quale il partito trasse gli uomini da inserire nelle proprie gerarchie, assolvendo effettivamente alla funzione di «fucina dei dirigenti». Dall'analisi del repertorio biografico delle gerarchie fasciste si desume che dalle file dei Guf provenivano 57 alti dirigenti. Seguendo lo sviluppo delle carriere, 54 furono federali, 43 membri della Camera dei fasci e delle corporazioni, 10 componenti del Direttorio nazionale, 6 ispettori del Pnf, 2 Vicesegretari del Pnf. 80 A partire dal 1935, tutti i vicesegretari nazionali dei Guf furono scelti dai ranghi periferici dell'organizzazione goliardica. 81 A testimonianza del ruolo svolto dai Guf quale riserva da cui attingere giovani intelligenze da impiegare per i più delicati incarichi di Partito, basterà dire che nel gennaio 1937 entrarono a far parte del Direttorio nazionale del partito quattro elementi provenienti dai gruppi universitari. 82 Giovanni Calendoli, già redattore di «Roma fascista», membro della segreteria dei Guf, littore di politica estera nel 1937, fu chiamato a ricoprire l'importante carica di capo dell'Ufficio stampa del Pnf, divenendo uno dei teorici dello Stato totalitario. Dei sette membri dell'Ufficio studi e legislazione del Pnf, creato nel 1940 da Adelchi Serena nel quadro di un disegno volto a fare del partito il perno del sistema di governo fascista, tre si erano formati alla scuola dei Guf. 83 I Guf fornirono un contributo notevole anche a un più ampio rinnovamento dell'establishment fascista. Molti furono i gufini immessi negli organismi amministrativi centrali e periferici dell'apparato statale e dei numerosi enti parastatali e di partito, e quelli che, «fattisi le ossa» sulla stampa universitaria, ebbero accesso alla carriera giornalistica. Non è possibile in questa sede svolgere un'analisi quantitativa particolareggiata di questo contributo né, tanto meno, ricostruire i vari e, spesso, non sufficientemente documentati percorsi biografici individuali. Ci limiteremo a citare, a mo' d'esempio, il caso dell'ex segretario del Guf di Padova, Agostino Podestà, divenuto prima federale e poi, nel 1936, prefetto; 84 quello del condirettore di «Roma fascista», Carlo Barbieri, che nel settembre 1938 assunse la direzione del «Popolo di Trieste»; o di Gianni Granzotto, volontario in Africa e littore di giornalismo per l'anno 1939, che nel 1940 fu nominato direttore del giornale «L'Assalto». 85 Gli intellettuali dei Guf furono anche utilizzati in incarichi tecnici per coadiuvare l'opera di rinnovamento artistico volta a celebrare ed eternare il regime. Nel 1938, per esempio, gli architetti Francesco Fariello e Saverio Muratori del Guf di Roma vinsero il concorso per il progetto della Piazza imperiale dell'Eur. 86 Alcuni allievi dei corsi di preparazione politica furono chiamati a collaborare all'opera che, nelle intenzioni dei suoi curatori, doveva costituire la summa della cultura fascista: il Dizionario di politica del Pnf. 87 A fronte di questi dati la questione del fallimento del partito nell'opera di creazione di una propria organica classe dirigente fascista si fa, quanto meno, più problematica. Il meccanismo di formazione e selezione dei giovani dirigenti predisposto dal partito funzionò — e, probabilmente, sempre più avrebbe funzionato nel dopoguerra — come serbatoio di uomini per favorire una circolazione delle élite che non mettesse in discussione il contenuto ideologico del fascismo e, soprattutto, l'egemonia dei ceti medi sul governo politico della società. L'in-tero sistema, per la preminenza che assegnava ai giovani borghesi delle università, era infatti funzionale al mantenimento di una immutata composizione sociale della dirigenza fascista. 88 Esso rispondeva, in ultima analisi, all'esigenza di assicurare la rappresentanza organica dell'universo morale e degli interessi materiali dei ceti piccolo e medioborghesi sui quali si fondava il consenso al regime. Gli stessi intellettuali fascisti più sensibili al preteso carattere di rivoluzione sociale del fascismo paventavano come una pericolosa involuzione il fenomeno della chiusura piccoloborghese del regime, che in realtà costituiva il suo tratto specifico e originario. 89

Il « dirigente nuovo» per lo Stato fascista

L'ambizioso progetto al quale il partito lavorò nel corso degli anni fu quello di rendere funzionale il processo di formazione delle élite alla forma politica del regime totalitario. Questo obiettivo implicava la messa a punto di un sistema di preparazione e di scelta dei dirigenti che fosse indipendente dal mantenimento della libertà di espressione e di dibattito internamente al partito. La formazione delle giovani generazioni non comportava lo sviluppo delle capacità e delle facoltà critiche individuali. Tra le doti dell'intellettuale così come del gerarca non erano contemplate l'intelligenza creativa, il dubbio critico, la capacità di dare soluzioni originali a problemi nuovi: se si assumono queste caratteristiche come distintive di un'autentica classe dirigente, si può tranquillamente concordare sul fatto che il fascismo non riuscì a dar vita a una propria élite. 90 Tuttavia, occorre intendere cosa gli uomini del Pnf ritenevano dovesse essere una classe dirigente. Si può parlare di una frattura culturale prodotta dal fascismo nel modo di concepire la politica e la vita sociale che, come si ripercosse nei valori, nella mentalità e nella coscienza collettiva dell'epoca, impone allo storico di mettere a punto le proprie categorie analitiche per giungere a una migliore comprensione dei fenomeni studiati, senza che questo implichi, superfluo dirlo, un atteggiamento di nicodemismo etico o uno sterile relativismo. I dirigenti del Pnf si proponevano, nella speculazione teorica così come nella prassi, il compito storico di realizzare un'idea affatto nuova della politica, basata sulla fede assoluta nel valore della mitocrazia, nell'utilizzazione del mito per il governo politico della società. A questa visione della politica fascista e delle aristocrazie chiamate ad attuarla rispondeva, per esempio, l'istituzione del Centro nazionale di preparazione politica, il quale doveva essere:

una scuola di fede e di esperienza, rivolta a moltiplicare nei giovani quelle doti che devono caratterizzare l'uomo fascista: la disciplina silenziosa e cosciente, l'abitudine all'obbedienza senza la quale non si può meritare il privilegio del comando, la intransigenza della fede, la sola forza che possa «muovere le montagne», la necessità del sacrificio come mezzo indispensabile di ogni conquista, l'ansia dell'elevazione come modo di concepire la vita, la gioia del combattimento come fine supremo della propria esistenza. 91

Comandare, giova ripeterlo, per il partito voleva dire essere «i suscitatori e i promotori di una funzione pubblica per le proprie doti di fede, ortodossia e di competenza». 92 Il Pnf mirava a creare una leva di solerti e fidati funzionari della politica attraverso un sistema di formazione di massa integrato da meccanismi istituzionali di cooptazione dei migliori negli incarichi direttivi ai vari livelli della gerarchia, dai fiduciari dei Guf sino ai vertici supremi del partito. 93 Poiché nel partito totalitario le decisioni erano assunte al vertice, ai quadri fascisti non spettava l'elaborazione della linea politica del partito ma sol-tanto la sua fedele esecuzione. Un esempio varrà a chiarire meglio questo punto. I rappresentanti dei Guf in seno ai direttori provinciali dei sindacati fascisti non avevano la facoltà di elaborare scelte autonome in relazione ai diversi problemi che potevano presentarsi nell'assolvimento della propria mansione, ma erano tenuti semplicemente a informare costantemente la segreteria dei Guf circa le varie questioni sulle quali erano chiamati a pronunciarsi. Era compito del vertice elaborare e trasmettere loro quelle direttive in grado di «tutelare più efficacemente e con una azione uniforme» gli interessi delle categorie pro-fessionali rappresentate. 94 Questo metodo era applicato del resto in ogni punto del sistema decisionale gerarchico fascista. L'assoluta supremazia del partito sulla vita nazionale riduceva, almeno tendenzialmente, l'ampia questione della classe dirigente fascista a quello della creazione di una classe politica, ossia - ancora - di burocrati e funzionari da impiegare nel partito e nelle organizzazioni da esso dipendenti, in grado di assicurare il perpetuarsi del dominio del partito sull'organizzazione sociale. Essa doveva realizzare quella integrazione funzionale - segnalata da Gramsci nei Quaderni come tendenza in atto nelle civiltà occidentali - tra la figura dello «specialista» e quella del «dirigente» , creando una classe politica in grado di guidare le funzioni inerenti allo sviluppo di una «società integrale», all'interno della quale svaniva e perdeva di senso ogni distinzione tra sfera civile e politica. 95 La costituzione di una classe dirigente composta da «credenti» rispondeva infine alla necessità di innescare un processo di «routinizzazione del carisma», che avrebbe consentito al partito di mantenere inalterata la propria egemonia politica sulla società e al regime nel suo complesso di superare indenne la scomparsa del suo fondatore. 96 L'oggettivazione del carisma del duce doveva passare, in altri termini, attraverso la sua «tradizionalizzazione», ovvero attraverso la creazione di una nuova generazione di capi che traesse la propria legittimazione e il senso della propria missione dalla continuità ideale con il fondatore del fascismo. L'autorità del dirigente sulla massa, trascendendo la sua individualità e competenza, derivava dall'essere il portatore della volontà «rivoluzionaria» del partito e del suo leader. Gli intellettuali dei Guf si rendevano perfettamente conto dei presupposti nuovi a partire dai quali il regime totalitario fondato sul partito unico era tenuto a impostare e risolvere il problema della formazione dei quadri, dando vita a un «sistema originale e risolutivo del cosiddetto problema della classe dirigente». 97 Per Figà Talamanca l'istituzione dei corsi di preparazione politica rispondeva all'esigenza di fornire al futuro dirigente «la preparazione ad una capacità di comando completa» che gli conferisse la «responsabilità morale, politica, amministrativa, economica» necessaria ad affermare la potestà del partito nella vita sociale. 98 In nome della nuova concezione della politica affermata dal fascismo Enzo Capaldo, collaboratore della rivista del Guf di Pisa, invitò ad abbandonare falsi pudori e a riconoscere ai corsi di preparazione politica la funzione di « scuola di gerarchi». 99 Per i giovani il dovere di formare una propria classe dirigente discendeva naturalmente dalla volontà di dominio totalitario che animava il partito fascista: «è fondamentale, in uno Stato totalitario, in Regime di Partito Unico, che il Partito selezioni rigorosamente le sue gerarchie centrali, con tutti i mezzi a disposizione, e fino al punto di costituire un ordine politico, che serva esclusivamente il partito, per i suoi fini perenni e insostituibili». 100 Alla luce di quanto sin qui detto e limitatamente al settore giovanile (che poi era quello nel quale il regime maggiormente confidava per l'avvenire), ci sembra lecito avanzare l'ipotesi che la «spoliticizzazione» del partito, lungi dall'avviare un fenomeno di inarrestabile degenerazione politica del regime, indusse i suoi vertici — conformemente all'idea di politica e di militanza nella quale credevano i fascisti e con quella gradualità e quello sperimentalismo istituzionale che ne caratterizzava l'azione — a risolvere la questione della formazione della classe dirigente predisponendo strumenti alternativi a quelli della partecipazione democratica. Concludendo, la vera «contraddizione che nel consente», per usare l'espressione di De Felice, era l'impossibilità per un regime che si dichiarava e aspirava a essere «totalitario» di formare la propria classe dirigente alla scuola della libertà. Ciò avrebbe significato condurla nel volgere di pochi anni ad allontanarsi dal tracciato ideologico dei padri, a delineare un fascismo diverso da quello che essi volevano realizzare e, in ultima analisi, avrebbe comportato una profonda modificazione dei tratti originari del regime. Per i leader fascisti, al contrario, solo una classe dirigente nella quale fossero stati instillati gli imperativi del «credere» e dell'« obbedire» avrebbe saputo al momento opportuno «combattere» per realizzare il sogno di grandezza del fascismo e la sua missione di «civiltà» nel mondo. 101


CONTINUA...

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" Forse che non conoscendo a fondo il pensiero del Duce si può affermare di essere fascisti? Noi diciamo di no! Che il fascismo non è istinto ma educazione e perciò è conoscenza della sua mistica,che è conoscenza di Mussolini" (N. Giani)
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MessaggioInviato: Lun Dic 03, 2012 4:15 pm    Oggetto:  
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NOTE
1 A. Aquarone, L'organizzazione dello Stato totalitario, Einaudi, Torino 1965, pp. 182 sg. Lo storico individua la causa del fallimento del progetto di educazione politica dei nuovi italiani e di creazione di una classe dirigente fascista nel fatto che il partito fu «messo nell'impossibilità di fungere da tramite fra la massa degli iscritti e gli organi direttivi del regime e di costituire un mezzo attraverso il quale si attuasse la partecipazione, sia pure controllata, del popolo alla vita politica del paese» (Aquarone, L'organizzazione dello Stato totalitario cit., p. 263). E appena il caso di notare che l'idea del naufragio delle aspirazione mussoliniane di rinnovare la classe dirigente nazionale fu diffusa, in un primo tempo, proprio da coloro che più vi avevano creduto (cfr. M. Rocca, Come il fascismo divenne una dittatura. Storia interna del fascismo dal 1914 al 1925, Edizioni Librarie Italiane, Milano 1952, pp. 311 sg.).
2 «La vera e unica ragione della crisi del regime, quella che, anche senza gli errori di Mussolini, anche senza la causa traumatica della sconfitta militare, lo avrebbe portato ugualmente alla fine [...] fu l'impossibilità, per la contraddizione "che nel consente", di creare la propria classe dirigente che sola gli avrebbe permesso di perpetuarsi nelle nuove generazioni e proiettarsi quindi nel futuro. In questa prospettiva il fallimento della politica di Starace cioè, al solito, di Mussolini, volta appunto a fare del Pnf lo strumento per educare e formare i nuovi quadri fascisti è veramente esemplare» (R. De Felice, Mussolini il duce, i, Gli anni del consenso, 1929-1936, Einaudi, Torino 1974, p. 228). 3 Ibid., p. 243. L'interpretazione di De Felice risente dell'analisi di Gino Germani, della quale lo storico reatino, pur riconoscendone il limite costituito dalla ristretta base documentaria, conferma la sostanziale validità. Anche Germani individua l'origine del «parziale fallimento del regime nel formare un'élite fascista» nel permanente contrasto fra «liberalizzazione strumentale» necessaria al mantenimento del consenso giovanile e «controllo e repressione di eresia e deviazione» (G. Germani, La socializzazione politica dei giovani nei regimi fascisti: Italia e Spagna, in «Quaderni di sociologia», n.s., XVIII (1969), nn. 1-2, pp. 18 e 25).
4 Per Benedetta Garzarelli il fallimento della politica giovanile del regime scaturì dalla «pretesa di incanalare il libero sviluppo delle coscienze dei giovani» (B. Garzarelli, Un aspetto della politica totalitaria del Pnf: i Gruppi universitari fascisti, in «Studi storici», XXXVIII (1997), n. 4, p. 1160). Bruno Wanrooij ha rintracciato le cause della mancata formazione e utilizzazione di una nuova leva di dirigenti nella contraddizione, peraltro reale, insita nell'ideologia della giovinezza: «un ricambio generazionale ai vertici del sistema fu impossibile perché i leader fascisti, sebbene invecchiati continuarono a considerare la giovinezza come un proprio attributo fisso» (B. Wanrooij, Giovani e vecchi nel fascismo italiano, in «Il Politico », XLVIII (1983), n. 3, p. 496). Anche in questo caso, come in quelli precedentemente citati, l'asserzione non sembra tuttavia sostenuta da una adeguata verifica quantitativa e documentaria.
5 Sulla questione della formazione o, meglio, della mancata formazione delle élite durante il fascismo cfr. H. D. Lasswell e R. Sereno, The Fascist: The Changing Italian Élites, in H. D. Lasswell e D. Lerner (a cura di), World Revolutionary Élites: Studies in Coercive Ideological Movements, Mit Press, Cambridge (Mass.) 1965; N. lapponi, Le élites del fascismo, in G. Aliberti e L. Rossi (a cura di), Formazione e ruolo delle élites nell'età contemporanea, Edizioni Scientifiche Italiane, Napoli 1995, pp. 183-95. Studi sulla classe dirigente locale, condotti per lo più in un ottica che privilegia la continuità con il periodo prefascista, sono quelli di M. Zangarini, La composizione sociale della classe dirigente nel regime fascista, in «Italia contemporanea»,XXX (1978), n. 132, pp. 24-47; F. Del Pozzo, Sulla provenienza della classe politica dirigente fascista nel pesarese, 1922-1930, in «Quaderni della resistenza nelle Marche», n. s., I (1981), n. 2, pp. 39-72; M. Palla, «Fascisti di professione»: il caso toscano, in Cultura e società negli anni del fascismo, Cordani, Milano 1987, pp. 31-52; M. S. Piretti, La classe politica dell'Emilia Romagna durante il ventennio fascista, in M. Degl'Innocenti, P. Pombeni e A. Roveri (a cura di), Il Pnf in Emilia Romagna. Personale politico, quadri sindacali, cooperazione, Angeli, Milano 1988, pp. 261-91; M. Palla, l fascisti toscani, in Storia d'Italia. Le regioni dall'Unità a oggi: la Toscana, a cura di G. Mori, Einaudi, Torino 1986, pp. 456-528; P. Varvaro, Politica ed élites nel periodo fascista, in Storia d'Italia. Le regioni dall'Unità a oggi: la Campagna, a cura di P. Macry e P. Villani, Einaudi, Torino, 1990, pp. 941-1004.
6 Dal marzo 1932 al gennaio 1933 la rivista «Il Saggiatore» promosse un'inchiesta volta a indagare l'« atteggiamento spirituale» della nuova generazione. Parteciparono con le loro risposte F. Orestano, P. Orano, j. Evola, P. De Francisci, M. Sarfatti, A. Tilgher, S. De Sanctis, U. D'Andrea, E. Marrone, G. Tauro, E. Codignola, C. Alvaro, A. Anile, G. A. Borgese, G. Bottai, padre A. Gemelli, G. Bertoni, F. T. Marinetti, M. Bontempelli, F. Burzio, B. Tecchi, U. Betti, P. M. Bardi. Cfr. le memorie di G. S. Spineto, Vent'anni dopo. Ricominciare da zero, Edizioni di Solidarismo, Roma 1964, pp. 100 sgg. Sul dibattito promosso dal «Saggiatore» cfr. anche L. Mangoni, L'interventismo della cultura. Intellettuali e riviste del fascismo, Laterza, Roma-Bari 1974; e le osservazioni di A. Gramsci, Quaderni del carcere, a cura di V. Gerratana, Einaudi, Torino 1975, vol. i, pp. 675 sg. 7 Il «problema dei giovani», sosteneva Bottai, consisteva nell'« utilizzare la forza di novità, ch'essi apportano, captare le segrete energie della loro intelligenza critica e avviarle con accortezza, o lanciarle con decisione, a seconda dei casi, a vivificare gli angoli morti» (G. Bottai, Funzione della gioventù, in «Critica fascista», I° marzo 1933)
8 Cfr., per esempio, Giovannini, Invito a discutere, in «L'Assalto», 23 giugno 1934.
9 «Il problema dei giovani» consisteva nel «dare ai giovani la possibilità di maturare senza restrizioni e senza pressioni estranee, per poter domani continuare l'opera rivoluzionaria» (Problema di carattere morale non di pratico avvicendamento, ivi, 21 febbraio 1933).
10 «Il Popolo d'Italia», 3 marzo 1928.
11 In un esposto inviato al segretario del Pnf il 25 settembre 193 1, il segretario del Guf di Perugia constatava: « il titolo di laurea rilasciato dalla Facoltà fascista di Scienze politiche non è affatto considerato come titolo di preferenza, non è nemmeno considerato alla pari delle altre lauree [...] ma viene tenuto in considerazione ben inferiore» (ACS, PNF, DN, SG, b. 24, f. 346 «Aquila»).
12 Ancora il segretario del Guf di Perugia sottolineava la delusione di quanti non avevano esitato «ad iscriversi a quella facoltà che doveva essere nel loro intendimento il "seminario del Regime"», con il risultato che i neolaureati «invece di essere i propagandisti della facoltà sono i primi a sconsigliarne la iscrizione ai più giovani e più entusiasti» (ivi). In effetti, dall'anno accademico 1930/31 al 1938/39 gli iscritti decrebbero da 175 a 30. Solo nel 1940 il già notato boom delle iscrizioni universitarie riportò il numero degli allievi a 178 (cfr. M. C. Giuntella, La facoltà fascista di Scienze politiche di Perugia e la formazione della classe dirigente fascista, in G. Nenci (a cura di), Politica e società in Italia dal fascismo alla Resistenza, il Mulino, Bologna 1978, P. 313).
13 Diversi articoli su questo tema apparvero sulla rivista degli studenti della facoltà fascista, che dal febbraio del 1932 usciva con una testata rinnovata: A proposito di funzionari coloniali, in «Il Grifo», marzo 1932; Chiarificazioni necessarie, ivi, aprile 1932; Le facoltà politiche, ivi, giugno 1932; La formazione dei funzionari, ivi, gennaio 1933. La presa di posizione degli studenti perugini non mancò di produrre un'estensione del dibattito agli universitari di tutta Italia (cfr., per esempio, l'articolo di C. Pirrò, La facoltà di Scienze politiche doppione della « Giurisprudenza» , in «Roma fascista», 24 gennaio 1935).
14 Tale consapevolezza era stata espressa a chiare lettere dall'organo ufficiale dei Guf: «Le Università danno una classe colta, preparata a determinate funzioni: chimici, ingegneri, medici, avvocati, economisti, ma non possono dare il "dirigente politico" perché, se una laurea può essere utile, non è sufficiente, giacché altre doti sono indispensabili e non si acquistano a scuola. Ora alla rivoluzione è proprio questa categoria di "politici" nuovi quello che manca » (C. M., Problemi di attualità nei riguardi dei giovani, in «Gioventù fascista», 28 giugno 19315
15 Cfr. R. Rinaldi, Gli specialisti della Rivoluzione, in «II Grifo» , maggio 1932.
16 «Questa sacrosanta famiglia italiana ha pure i suoi difetti ed i suoi inconvenienti! E nelle famiglie predominano degli adulti e dei vecchi, d'ambo i sessi, la cui formazione mentale è tutta prefascista; le cui reazioni ai sacrifici che la storia contemporanea ci ha imposti non sono sempre ortodossi; la cui conversazione spesso inibisce il giovane, ne raffredda gli entusiasmi, e lo abitua ad una duplicità di atteggiamenti, in casa e nella scuola o fra i suoi eguali. Padri, madri, e "autorevoli" zii, spesso nullificano giorno per giorno il lavoro educativo compiuto fuori da vari organi del regime» (C. Pellizzi, Educazione fascista e classe dirigente, in «Critica fascista», 15 giugno 1937).
17 « Il problema formativo di una classe dirigente - proclamava l'organo della gioventù fascista - è di natura essenzialmente pratica, organizzativa. Chi rimane ancora ancorato ad un angolo visuale teorico, batte un passo da elefante ed esclude la possibilità di organizzare un criterio fascista, un metodo fascista in fatto di classe dirigente» (U. Bernasconi, Nascita di una classe dirigente, in «Gioventù fascista», I° dicembre 1934).
18 F. A. Spinelli, La funzione dei Guf, in «Gerarchia», maggio 1934.
19 «Foglio di disposizioni», gennaio 1933, n. 64.
20 U. Bernasconi, Preparare i giovani a saper ubbidire ma anche a saper comandare, in « Gioventù fascista», 3o gennaio 1933.
21 Agostino Nasti affermava al riguardo: «qualunque cittadino che ha fatto un certo corso di studi, e che, perciò, nella vita sociale può avere un ufficio in qualche modo direttivo, può avere "cura d'anime" (anche i "sottoufficiali" e i "graduati" della vita civile; tanto più i laureati), dev'essere in grado di spiegare cos'è la Carta del Lavoro, perché negli anni dal 1919 al 1922 è avvenuto quel che è avvenuto, perché il Fascismo è una rivoluzione, che cosa ha rivoluzionato, e cose simili» (A. Nasti, Obiezioni a Pellizzi, in «Critica fascista», I° luglio 1937).
22 Cfr. M. Isnenghi, Intellettuali militanti e intellettuali funzionari. Appunti sulla cultura fascista, Einaudi, Torino 1979.
[…]
36 Una disposizione del segretario del partito del 1932 aveva istituito le sezioni giovanili dell'Infc. L'anno successivo Starace sollecitò le sedi provinciali dell'Istituto ad affidare la carica di segretario della sezione giovanile a un giovane del Guf. Tuttavia, nel 1935 l'incaricato romano della sezione giovanile segnalava l'atmosfera da «cenacolo chiuso» che caratterizzava l'istituto, che si traduceva in un atteggiamento di diffidenza nei confronti dei giovani (ACS, PNF, DN, SG, b. 13, f. 113 «Miscellanea», lettera del 23 agosto 1935). Per superare gli ostacoli che ancora si frapponevano all'inserimento dei giovani, Mezzasoma suggerì di includere un rappresentante della segreteria dei Guf nel Consiglio direttivo dell'Infc (ivi, b. 45, f. 611, promemoria per Starace del 3 settembre 1935).
37 La Scuola di mistica fascista era sorta nell'aprile 1930 come emanazione del locale Istituto fascista di cultura e per iniziativa di un gruppo di giovani del Guf di Milano guidati da Niccolò Giani. In seguito divenne un'istituzione di rilevanza nazionale che faceva capo alla segreteria dei Guf. Il legame con l'organizzazione universitaria era assicurato dalla preponderanza dei membri dei Guf nel suo consiglio direttivo, del quale facevano parte: Vito Mussolini (presidente); Fernando Mezzasoma (vicepresidente); Niccolò Giani (direttore); i sei segretari dei Guf più importanti: Franco Barbieri (Milano), Pino Stampini (Torino), Gustavo Bracchi (Bologna), Giorgio Vicinelli (Roma), Vito Brandonisio (Bari), Salvatore Vilardo (Palermo); un rappresentante del ministero dell'Educazione nazionale, uno del ministero della Cultura popolare e uno dell'Istituto di cultura fascista (ACS, PNF, SA, I, b. 358, f. 6.1.89, promemoria a Starace del 5 novembre 1937).
38 Cfr. Il Covo di via Paolo Da Cannobio, Scuola di mistica fascista, Milano 1940.
39 I corsi della scuola erano tenuti quasi esclusivamente da studenti o neolaureati appartenenti ai Guf. Dal 1936 possedeva una propria rivista, «Dottrina fascista», diffusa per ordine del segretario del partito presso tutti i Guf della penisola (ACS, PNF, SV, II, b. 432, circolare ai Guf del 16 ottobre 1941). Cfr. D. Marchesini, La scuola dei gerarchi. Mistica fascista: storia, problemi, istituzioni, Feltrinelli, Milano 1976. Nel volume manca, tuttavia, l'approfondimento dei nessi che legarono l'attività della Scuola di mistica fascista alla più generale elaborazione della dottrina fascista da parte dei giovani intellettuali dei Guf. Proprio questo legame con le correnti del pensiero giovanile fecero dell'istituzione diretta da Giani non già un ristretto cenacolo di esaltati, come a volte sembra trasparire dalle pagine di Marchesini (cfr., per esempio, p. 131), ma, al contrario, una delle voci più seguite e uno dei principali punti di riferimento del dibattito giovanile, e non solo, durante gli anni trenta.
40 Vita dei Guf negli anni XVI-XVII, a cura della Segreteria centrale dei Guf, Saeg, Roma 1940, p. 10.
41 Ibid., p. 11
42 Nella premessa all'ordinamento dei corsi questa finalità era esplicitamente affermata: «Come l'Università con le scuole di applicazione e con le cliniche, come l'esercito con le scuole militari e di guerra, così il Partito ha il dovere di promuovere la preparazione specifica dei giovani che formeranno i quadri della nazione fascista di domani» («Foglio di disposizioni», 9 febbraio 1935, in Atti del Pnf, a. XIII e.f. (29 ottobre 1934 - 28 ottobre 1935), Fratelli Palombi Editori, Roma, s. d., pp. 249-56).
43 Gli insegnamenti erano: Storia politica ed economica dell'Italia dal Risorgimento al fascismo; Dottrina del fascismo quale emerge dagli scritti e discorsi del Duce; Storia del partito e delle organizzazioni dipendenti; Ordinamento dello Stato fascista; Amministrazione pubblica; Politica estera; Politica coloniale; Politica economica e monetaria; Comunicazioni, trasporti e traffici con l'estero; Politica demografica del regime; Organizzazione corporativa, sindacale e cooperativistica; Previdenza sociale; Organizzazione scolastica, sportiva e militare della Nazione; Stampa. La commissione chiamata a esaminare i giovani al termine del corso era composta da un inviato del segretario del Pnf, dal federale, dal vicedirettore del corso e da sette membri scelti tra le autorità civili, politiche e militari della città («Foglio di disposizioni», 9 febbraio 1935, in Atti del Pnf, a. XIII e. f cit.).
44 Un appunto della segreteria dei Guf per Starace del I° settembre 1936 sottolineava come in alcune province si fosse «creata la convinzione che dai Corsi di preparazione politica dovessero uscire gli immancabili dirigenti di domani: donde la curiosa e deplorevole denominazione di "allievi federali" ». Occorreva dunque riportare l'iniziativa sui giusti binari per realizzare lo scopo per la quale era stata pensata: «abituare i giovani a reagire contro qualunque forma di materialismo e temprare la loro alta fede nei valori morali della Rivoluzione, portandoli a concepire la vita non sotto l'aspetto meschino del "carrierismo", ma come abnegazione dei propri interessi particolari e consacrazione alla Patria di tutte le proprie aspirazioni» (ACS, PNF, SA, I, b. 354, f. 6.1.46 «Promemoria per Storace»). Che i corsi avessero costituito una «fonte di preoccupazione non lieve» per i segretari federali fu notato anche dalla rivista di Bottai (cfr. Il Centro di preparazione politica, in «Critica fascista», 15 gennaio 1938).
45 «Foglio di disposizioni», 17 settembre 1936, in Atti del Pnf, a. XIII e.f. , cit., p. 503. Localmente tale mansione rimaneva affidata ai segretari federali coadiuvati, però, dai segretari dei Guf quali vicedirettori dei corsi.
46 ACS, PNF, SA, I, b. 358, s. f. «Promemoria 1938-1940», appunto del 3o dicembre 1937.
47 «Foglio di disposizioni», 28 febbraio 1940, n. 92. Cfr. G. Fritz, I corsi di preparazione politica, in «Roma fascista», 10 marzo 1940.
48 Il progetto di statuto del Centro, approvato dal direttorio del Pnf nella seduta del 31 gennaio 1939, passò all'esame di una commissione di studio composta dai segretari federali; dai segretari dei Guf di Bari, Bologna, Cagliari, Genova, Milano, Napoli, Padova, Palermo, Pisa, Roma, Torino; dai rettori delle università di Torino, Genova, Napoli e Camerino; dai littori di dottrina del fascismo e di politica educativa dei due anni precedenti (Atti del Pnf a. XVII e. f. (29 ottobre 1938 - 28 ottobre 1939), s. e., Roma, s. d., tomo i, pp. 97 sg.; cfr. anche Il Centro di preparazione politica. Il Partito per i quadri dirigenti della Nazione, in «Libro e moschetto», 6 gennaio 1939).
49 Su 700 domande presentate e sulla base di una selezione effettuata per titoli, furono chiamati a sostenere gli esami di ammissione al centro 183 giovani, di cui soltanto 32 furono selezionati per partecipare al primo corso (cfr., I Gruppi dei fascisti universitari, a cura del Centro studenti stranieri del Guf, Società Editrice del Libro Italiano, Roma 1941, P. 149).
50 ACS, PNF, SA, I, b. 358, f. 6.1.69 «Promemoria 1938-1940», appunto per Starace dell'11 dicembre 1937.
51 Le materie previste dall'ordinamento del Centro erano le seguenti: Dottrina del fascismo; Il Pnf e le organizzazioni dipendenti; Ordinamento dello Stato fascista: Economia e politica corporativa; Politica della razza; Geografia politica economica ed etnica; Cultura militare. Per il primo anno: Storia delle rivoluzioni e dei partiti; Storia degli imperi e delle colonizzazioni; Tecnica del giornalismo; Organizzazione della propaganda. Per il secondo anno: Politica imperiale del fascismo; Politica interna ed esterna degli Stati contemporanei; Legislazione e istituti sociali del fascismo. Sulla base della formula sperimentata ai Littoriali, le lezioni erano strutturate nella forma di «convegni» su temi fissati dai docenti e introdotti da relazioni di gruppi di allievi, seguite da discussioni collettive. Le lezioni teoriche erano integrate dalla pratica sportiva, da viaggi e, soprattutto, da turni di servizio presso le istituzioni del partito (cfr. I Gruppi dei fascisti universitari cit., pp. 147 sgg.).
52 Ibid., p. 151.
53 Il tratto elitario della struttura era involontariamente messo in evidenza dalla stessa propaganda fascista, la quale rilevava che «ad eccezione di tre studenti, tutti gli allievi sono laureati, molti hanno due lauree, o sono assistenti universitari, o giornalisti, né mancano i Littori della cultura e dello sport» (ibid., cit., p. 150).
54 Ibid., p. 174.
55 Il nuovo ordinamento dei corsi di preparazione politica, in «Notiziario settimanale dell'Ufficio stampa del Pnf », 25 marzo 1941.
56 La cifra, desunta dalle ordinazioni dei libri di testo per i corsi effettuata dalle federazioni, è soltanto indicativa. Può essere comunque di qualche utilità riportare le cifre per provincia: Agrigento: 80; Alessandria: 15; Ancona: 5; Aosta: 50; Apuania: 150; Aquila: 25; Arezzo: 50; Ascoli Piceno: 20; Asti: 15; Avellino: 30; Bari: 150; Belluno: 50; Benevento: 100; Bergamo: 150; Bologna: 150; Bolzano: 10; Brescia: 150; Brindisi: 25; Cagliari: 20; Caltanissetta: 25; Campobasso: 30; Catania: 20; Catanzaro: 100; Chieti: 55; Como: 60; Cosenza: 30; Cremona: 70; Cuneo: 100; Enna: 30; Ferrara: 100; Firenze: 100; Fiume: 20; Foggia: 84; Forlì: 100; Frosinone: 20; Genova: 100; Gorizia: 50; Grosseto: 20; Imperia: 30; Lecce: 50; Littoria: 100; Livorno: 30; Lucca: 20; Macerata: 15; Mantova: 70; Matera: 35; Messina: 100; Milano: 200; Modena: 30; Napoli: 100; Novara: 25; Nuoro: 18; Padova: 70; Palermo: 140; Parma: 150; Pavia: 40; Perugia: 150; Pesaro: 25; Pescara: 20; Piacenza: 15; Pisa: 50; Pistoia: 40; Pola: 5; Potenza: 30; Ragusa: 60; Ravenna: 250; Reggio Calabria: 200; Reggio Emilia: 47; Rieti: 40; Roma: 300; Rovigo: 100; Salerno: 100; Sassari: 60; Savona: 25; Siena: 50; Siracusa: 40; Sondrio: 15; Spezia: 100; Taranto: 90; Teramo: 20; Terni: 20; Torino: 150; Trapani: 128; Trento: 20; Treviso: 50; Trieste: 150; Udine: 25; Varese: 50; Venezia: 100; Vercelli: 50; Verona: 15; Vicenza: 37; Viterbo: 50; Zara: 40 (ACS, PNF, SA, I, b. 418, f. 132 «Corsi di preparazione politica - libri di testo »).
57 Funzione politica dei Guf, in «Notiziario settimanale dell'Ufficio stampa del Pnf », 21 luglio 1941.
58 II «dibattito sui giovani», nei termini nei quali era affrontato dalla generazione anziana, si traduceva spesso in un sentimento di crescente estraneità dei soggetti che a esso avrebbero dovuto prestare maggiore interesse: «Tali discussioni quasi mai sono partite dai giovani. Sono stati gli anziani a sentire la necessità di sollevare tale problema, un po' per non apparire poco aderenti allo spirito della Rivoluzione, un po' spinti dalla massa dei giovani, i quali si imponevano di giorno in giorno con la loro disciplina, con la loro serietà, senza inutili parole» (V. Tadei, I Gruppi Universitari Fascisti all'ordine del giorno della Nazione, in «Corriere Adriatico », pagine a cura del Guf di Ancona, 2 novembre 1938). Cfr. anche Falga, Basta coi giovani!, in «L'Appello», 31 marzo 1935.
59 E. Giurco, Osservazioni sul carattere della rivoluzione fascista, in «Il Campano», maggio-giugno 1935. Il tono dei giovani del Guf di Perugia era ancora più perentorio: «La gioventù italiana, solidamente inquadrata nelle formazioni del Regime, oggi chiede il suo posto nei quadri del Regime, in nome dell'avvenire del Fascismo. Essa sola infatti potrà continuare l'opera iniziata, essa sola ha la volontà di portare nel mondo lo Stato totalitario fascista» (N. Madau Diaz, Il problema dei giovani nel Decennale, in «Il Grifo», ottobre-novembre 1932).
60 A. L. Arrigoni, Formazione spirituale dei giovani, in « Gerarchia », ottobre 1937.
61 richieste dei giovani trovavano un'eco favorevole ai livelli più alti del regime. Il sottosegretario agli Interni, Buffarini-Guidi, nel corso della discussione alla Camera del bilancio del suo dicastero sostenne con appassionata convinzione i diritti della gioventù: «I giovani, compiuta la necessaria preparazione fascista del corpo, dello spirito e dell'intelligenza, debbono al più presto essere immessi nella realtà politica, economica, corporativa dell'Italia fascista, se si vuole evitare che essi si perdano in un inutile e quanto mai dannoso isolamento intellettuale. Non bisogna in questo campo limitarsi all'esperimento dei pochi, ma occorre coraggiosamente allargare quanto più possibile l'applicazione del principio, sicché, pure gradualmente e ponderatamente, venga attuato il sistema fascista della gioventù al potere» («Gioventù fascista», 15 gennaio 1934).
62 Alla fine del 1930 Turati aveva siglato un'intesa con le Confederazioni sindacali nazionali per far svolgere agli universitari un periodo di tirocinio presso gli uffici sindacali provinciali (ACS, PNF, DN, SG, b. 46, f. 619, circolare n. 4 del 5 dicembre 1930). Nel corso del 1931 soltanto 70 universitari svolsero il tirocinio, di questi 13 furono assunti come personale stipendiato, mentre 3 ricevettero un'indennità di frequenza (ACS, PNF, SA, I, b. 350, f. 6.1. 27 «Praticanti uffici sindacali», lettera del commissario delle Confederazioni sindacali, Bruno Biagi, a Starace del 10 marzo 1932).
63 «Foglio di disposizioni», 23 luglio 1934, n. 269, in Atti del Pnf, a. XII e.f. (29 ottobre 1933 28 ottobre 1934), Fratelli Palombi Editori, Roma, s. d., tomo III, P. 107.
64 Tra gli altri, il segretario del Guf di Perugia, Fernando Mezzasoma, che sarebbe stato chiamato l'anno successivo al vertice della segreteria dei Guf e divenne in seguito vicesegretario del Pnf e ministro della Repubblica sociale italiana; il segretario del Guf di Torino, Guido Pallotta, che ricoprì la carica di vicesegretario nazionale dei Guf, membro del Direttorio nazionale e ispettore del Pnf; Niccolò Giani, in seguito direttore della Scuola di mistica fascista e giornalista (ACS, PNF, SA, I, b. 352, f. 6.1.35 «Giovani proposti per un periodo di tirocinio»).
65 ACS, PNF, SA, I, b. 353, f. 6.1.38 «Giovani da valorizzare».
66 Il meccanismo di selezione funzionava anche in negativo. Accanto alla segnalazione dei più meritevoli e capaci, la segreteria nazionale individuava i dirigenti dei Guf che avevano dimostrato una scarsa o insufficiente attitudine al comando. In un promemoria del 18 agosto 1936 redatto dalla segreteria dei Guf si ipotizzava che costoro fossero stati scelti dai federali per evitare che una collaborazione potesse trasformarsi in «una temibile concorrenza» (ivi, b. 354, f. 6.1.46).
67 Circolare n. 8/499, 26 settembre 1940 in Atti del Pnf, a. XVIII e.f. (29 ottobre 1939 - 28 ottobre 1940), s. e., Roma, s. d., tomo III, p. 290. Per ogni giovane venne creata una scheda, compilata dal segretario del Guf di appartenenza e corredata di fotografia, nella quale erano indicate la laurea posseduta, la professione, la partecipazione ai Littoriali e il piazzamento, l'attività pubblicistica e propagandistica svolta, le cariche politiche e/o amministrative ricoperte, il curriculum militare (arma, grado, se combattente, ferite e/o mutilazioni, onorificenze), gli sport praticati, le note caratteristiche, l'anzianità di iscrizione ai Guf e al Pnf e gli eventuali provvedimenti disciplinati (cfr. il facsimile nella circolare n. 8/554, 19 ottobre 1940 in ACS, PNF, SV, II, b. 432).
68 E' il caso, per esempio, dei littori Giovanni Calendoli e Nino Tripodi assunti dalla segreteria dei Guf e in seguito impiegati nel partito (ACS, PNF, SA, I, b. 358, f. 6.1.69 «Promemoria 1938-1940»).
69 Per esempio, Vittorio Zincone, vincitore del Convegno di studi corporativi ai Littoriali del 1934, fu segnalato da Starace al presidente della Confederazione fascista dei commercianti, Mario Racheli (ACS, PNF, DN, SG, b. 45, f. 607, lettera del 22 giugno 1935). L'anno successivo Zincone svolse attività sindacale presso l'Unione dei lavoratori dell'industria di Genova. Su segnalazione della segreteria Guf il sottosegretario per la Stampa e propaganda provvide all'assunzione del littore per la prosa narrativa, Alfonso Gatto (ivi, b. 13, f. 131 «Miscellanea»).
70 Cfr. Atti del Pnf, a. XIII e. f. (29 ottobre 1934 - 28 ottobre 1935), Fratelli Palombi Editori, Roma, s. d., p. 50.
71 La decisione accolse un voto espresso dagli universitari nel corso dei Littoriali di Firenze e la campagna lanciata sulle pagine di «Roma fascista» (cfr. V. Zincone, Universitari nelle gerarchie sindacali, in «Roma fascista», 11 luglio 1935. Per lo sviluppo dei rapporti Guf-sindacati cfr. G. A. Longo, Le organizzazioni giovanili e l'ordinamento sindacale, in «Critica fascista», 15 maggio 1937)
72 Cfr. G. Zambelli, Il presidente dell'Iri illustra a «Roma fascista» il funzionamento dei corsi per dirigenti industriali, in «Roma fascista», 9 giugno 1938.
73 Utilizzazione dei littori, in «Notiziario settimanale dell'Ufficio stampa del Pnf», 28 luglio 1941.
74 L'universitario Giuseppe Monti, chiedendo alla segreteria dei Guf di soddisfare la «giusta» aspirazione a un posto adeguato, dava un saggio esemplare dell'efficacia delle «parole d'ordine» con le quali il regime otteneva il consenso della gioventù intellettuale: «Caro camerata, ti prego di capire la mia condizione ingiusta sia dal lato morale che da quello economico: pel primo perché un universitario fascista [...] dovrebbe avere quello che lo stesso Fascismo con la sua formula "Non rivoluzione di schiavi, ma valorizzazione degli intelletti" gli dà [sic] pel secondo punto, perché dopo diciotto anni di studi, fatti tra stenti economici ed ottimi risultati di classificazione, si dovrebbe avere, se non un diritto, almeno un interesse legittimo ad esplicare una attività che possa procurare quanto basta a vivere; specialmente quando si sa di avere, nelle aule universitarie, preparata la propria mente e le proprie forze alle nuove attività, ai nuovi compiti squarciati dal Fascismo» (ACS, PNF, DN, SG, b. 13, f. 131 «Miscellanea» e b. 24, f. 347 «Aquila», lettera ad Andrea Trincheri del 10 dicembre 1932).
75 «Vieto che siano fatte segnalazioni e raccomandazioni di qualsiasi genere, senza aver chiesta ed ottenuta la mia autorizzazione» (ACS, PNF, DN, SG, b. 43, f. 598 «Varie - 1936»).
76 Il curriculum vitae del romano Carlo Meo, aspirante a un posto presso il Direttorio nazionale del partito in qualità di addetto laureato, rappresenta un tipico esempio della carriera politica del militante gufino. Nato nel 1918, laureato in giurisprudenza, iscritto alle organizzazioni giovanili dal 1925 e al Pnf (leva fascista) dal 1939, fin dal 1935 aveva prestato la sua opera in seno al Guf di Roma, rivestendo gli incarichi di ispettore della zona dell'Urbe, di addetto alla sezione dell'Istituto nazionale di cultura fascista (anni 1940-41) e di addetto del Centro studenti stranieri presso la Federazione dell'Urbe (1941-42). Per incarico della Federazione romana aveva svolto attività di propaganda nella provincia di Roma. Volontario di guerra, reduce dal fronte russo, invalido per causa di servizio, era in attesa della nomina a fiduciario del Gruppo rionale fascista (ACS, PNF, SV, II, b. 63, f. «Personale in attività e servizio al Direttorio Nazionale - informazioni»).
77 Stando a quanto riferì Starace nell'ottobre 1932, durante il rapporto dei goliardi al duce, di questi 79 erano podestà, 181 segretari di fascio, 400 segretari di Fasci giovanili, 712 incaricati dell'inquadramento dei giovani, 274 organizzatori sindacali e 224 organizzatori del dopolavoro (cfr. «Gioventù fascista», 20 ottobre 1932).
78 Nel novembre 1932 Starace dispose l'istituzione del cosiddetto «modello C», formulario che ogni Guf provinciale era tenuto a compilare e inviare alla segreteria nazionale con i dati relativi agli iscritti ai gruppi e ai nuclei controllati. Un modulo era dedicato agli «Iscritti al gruppo universitario che ricoprono cariche politiche, amministrative, sindacali ecc. ». Negli archivi della segreteria dei Guf sono conservati i moduli relativi al periodo maggio-giugno 1939 riguardanti solo 62 dei 103 gruppi allora esistenti. Dunque il dato riportato è abbondantemente sottostimato. A quella data le cariche ricoperte da gufini erano le seguenti: segretari federali: 3; membri direttorio federale: 17; segretari politici di fasci: 184; componenti direttori fasci: 616; podestà: 28; fiduciari gruppi rionali: 409; comandanti fasci giovanili: 579; aiutanti di fasci giovanili: 714; Gil: 981; dopolavoro: 209; cariche sindacali: 490; varie (ispettore federale, ispettore federale amministrativo, capufficio sportivo federale, membro della commissione di disciplina federale, funzionari della amministrazione provinciale, degli enti pubblici, della milizia ecc.): 829 (ACS, PNF, DN, SG, b, 41, f. 595; e ivi, b. 42, f. 596 «Relazioni attività 1939»).
79 Il documento è citato in E. Gentile, La via italiana al totalitarismo. Il partito e lo Stato nel regime fascista, La Nuova Italia Scientifica, Roma 1995, P. 249. Nel periodo marzo-ottobre 1941, 82 laureati e 54 diplomati dei Guf furono impiegati presso gli uffici delle organizzazioni sindacali, mentre 22 vennero assunti da vari enti statali o parastatali.
80 I dati sono tratti dai profili bibliografici pubblicati in M. Missori, Gerarchie e statuti del Pnf, Bonacci, Roma 1986, pp. 158-292.
81 Fernando Mezzasoma (1935-1939); Guido Pallotta (novembre 1939 - novembre 1940); Andrea Ippolito (novembre 1940 - dicembre 1940); Salvatore Gatto (gennaio 1941 - ottobre 1941); Aldo Vidussoni (novembre - dicembre 1941); Antonio D'Este (gennaio 1942 - maggio 1943);
82 Si trattava di Dino Gardini, già redattore di «Libro e moschetto» e rappresentante della segreteria dei Guf presso la Cie; dell'ex vicesegretario dei Guf, Mezzasoma; di Ricciardo Ricciardi e Giorgio Molfino, ex segretari di Guf ed ex federali rispettivamente di Firenze e Genova (cfr. «Roma fascista», 14 gennaio 1937).
83 Erano Mario Figà Talamanca, Vittorio Zincone, rispettivamente ex redattore e condirettore di «Roma fascista», e Teresio Olivelli, littore per la razza ai Littoriali del 1939. Sul progetto totalitario di Adelchi Serena cfr. Gentile, La via italiana al totalitarismo cit., pp. 257 sgg.
84 Cfr. Squadristi ai posti di comando, in «Roma fascista», 23 luglio 1936.
85 Cfr. ivi, 8 settembre 1938 e 4 febbraio 1940.
86 Ivi, 24 febbraio 1938.
87 Cfr. A. Pedio, La cultura del totalitarismo imperfetto. Il Dizionario di politica del Partito nazionale fascista, 1940, Unicopli, Milano 2000, p. 63.
88 Il carattere medioborghese dei dirigenti emersi dai Guf si evince, oltre che dalla composizione sociale della categoria universitaria, dai citati profili biografici, i quali mostrano come soltanto uno avesse origini operaie: Antonio D'Este, segretario del Guf di Trieste nel 1935-37, che in seguito ricoprì l'incarico di vicesegretario dei Guf, di vicesegretario dell'Incf e di membro del direttorio nazionale del Pnf (cfr. Missori, Gerarchie e statuti del Pnf cit., p. 200).
89 Agostino Nasti espresse la preoccupazione che la classe dirigente fascista potesse «essere inquinata oggi e, forse, monopolizzata domani, dagli esponenti, e dai figli, di quelle categorie borghesi e piccolo-borghesi che hanno sempre dato gli uomini d'affari e gli avvocati che si sono spartita la direzione, con quella grossolana e piccina mentalità, con quella superficialità di preparazione e di metodi, con quella povertà di ispirazioni e di visioni, con quella fiacchezza, che hanno reso necessaria la rivoluzione che noi abbiamo fatta» (Nasti, Obiezioni a Pellizzi cit.). Gli universitari pisani, dal canto loro, rimarcavano come i corsi di preparazione politica fossero rimasti un'«istituzione prettamente cittadina, frequentati troppo da universitari e troppo poco da non universitati», cosa che aveva impedito il formarsi dei quadri del «fascismo rurale» (M. A. Giardino, Fascismo in provincia, in «Il Campano», aprile 1940).
90 Da questo punto di vista, appaiono fuorvianti anche certi giudizi sulla nuova classe dirigente espressi da intellettuali fascisti, per esempio Bottai, sui quali spesso si è basata la storiografia per decretare il fallimento dell'esperimento fascista di rinnovare le proprie élite.
91 F. Mezzasoma, Il Centro di preparazione politica peri giovani, in «Gerarchia», gennaio 1940.
92 Vita dei Guf negli anni XVI-XVIl cit., p. 11, corsivo nostro.
93 Cfr. S. Lupo, Il fascismo. La politica in un regime totalitario, Donzelli, Roma 2000, pp. 321
94 ACS, PNF, SA, I, b. 432, f. “circolari Guf anno XIX”, circolare 8/120 del 16 gennaio 1941.
95 Gramsci, Quaderni del carcere cit., vol. 3, p. 1551
96 Per «routinizzazione del carisma» si intende il trasferimento delle lealtà dal leader del movimento all'organizzazione della quale questi fa parte e che da questi trae la sua ragione fondante (cfr. A. Panebianco, Modelli di partito. Organizzazione e potere nei partiti politici, il Mulino, Bologna 1982, P. 266).
97 Bernasconi, Preparare i giovani a saper ubbidire cit.
98 M. Figà Talamanca, Definizione dell'autorità politica, in «Roma fascista» , 21 febbraio 1935. Si veda pure Id., Ordinamento di selezione continua, ivi, 14 febbraio 1935.
99 «Scuola di gerarchi, dunque? Non vediamo nulla di male in una simile prospettiva, che ha sdegnato qualche buon camerata e ha fatto correre parole grosse e fuori luogo, come "professionismo politico", "corsa alla carriera" ecc. [...] quando la politica cessa di essere un'avventura, un passatempo, una vanità e magari un intrigo, per assumere l'estensione, la serietà e l'impegno di un fattore d'Impero, l'ambizione alla politica, è, appunto, la più rispettabile delle ambizioni» (E. Capaldo, Valore dei corsi di preparazione politica, in «Critica fascista», 15 agosto 1938).
100 U. I. [Ugo Indrio], Volontarismo e professionismo della classe politica, in «Roma fascista», 11 settembre 1941.
101 «I giovani che la Rivoluzione chiede per la sua continuità e che la Rivoluzione immetterà nel ritmo intenso e serrato della sua azione sono i giovani che hanno dato prova diretta e concreta di saper "credere, obbedire, combattere", secondo il comandamento del Duce. Cioè il problema dei giovani [...] non è un problema di anagrafe, ma un problema di fede, di preparazione spirituale, di competenza e capacità» ( I giovani nel clima della Rivoluzione, in «Notiziario settimanale dell'Ufficio stampa del Pnf», 23 giugno 1941).

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" Forse che non conoscendo a fondo il pensiero del Duce si può affermare di essere fascisti? Noi diciamo di no! Che il fascismo non è istinto ma educazione e perciò è conoscenza della sua mistica,che è conoscenza di Mussolini" (N. Giani)
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