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Esempi di "etica Romana".

 
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Lictor Adriano



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MessaggioInviato: Dom Feb 12, 2012 7:43 pm    Oggetto:  Esempi di "etica Romana".
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Propongo di inserire in questa discussione i grandi esempi che i nostri avi Latini hanno lasciato alla storia per le generazioni avvenire, che noi da Fascisti abbiamo il dovere di raccogliere.
Credo sia il modo migliore per dimostrare cos'è per noi la "Razza" e la nostra visione spirituale di essa.

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"Noi pensiamo che lo Stato sia la stessa personalità dell'individuo, spogliata dalle differenze accidentali, sottratta alla preoccupazione astratta degl'interessi particolari[..]"
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Lictor Adriano



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MessaggioInviato: Dom Feb 12, 2012 7:44 pm    Oggetto:  
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"Contravvenendo all'ordine dei consoli, che avevano comandato che nessuno muovesse contro il nemico per nessun motivo, il ragazzo, provocato a una singolar tenzone, per impulsività accettò la sfida e dopo un duello spettacolare a cavallo uccise l'avversario e, tornato al campo, si presentò immediatamente alla tenda del padre.
<<Padre>> disse <<affinché tutti mi ritengano veramente figlio tuo, io ti porto queste spoglie equestri, strappate al corpo di un nemico che mi aveva sfidato a duello.>> Non appena il console sentì queste parole, distolse immediatamente lo sguardo dal figlio e ordinò al trombettiere di suonare l'adunata. Raccoltisi gli uomini, disse: <<Poiché tu, Tito Manlio, senza portare rispetto né all'autorità consolare né alla patria potestà, hai abbandonato il tuo posto, contro i nostri ordini, per affrontare il nemico, e con la tua personale iniziativa hai violato quella disciplina militare grazie alla quale la potenza romana è rimasta tale fino al giorno d'oggi, mi hai costretto a scegliere se dimenticare lo Stato o me stesso, se dobbiamo noi essere puniti per la nostra colpa o piuttosto è il paese a dover pagare per le nostre colpe un prezzo tanto alto. Stabiliremo un precedente penoso, che però sarà d'aiuto per i giovani di domani. Quanto a me, sono toccato non solo dall'affetto naturale che un padre ha verso i figli, ma anche dalla dimostrazione di valore che ti ha fuorviato con una falsa parvenza di gloria. Ma visto che l' autorità consolare deve essere o consolidata dalla tua morte oppure del tutto abrogata dalla tua impunità, e siccome penso che nemmeno tu, se in te c'è una goccia del mio sangue, rifiuteresti di ristabilire la disciplina militare messa in crisi dalla tua colpa, va', o littore, e legalo al palo>>.
Il ragazzo pagò con la vita il suo essere stato un esempio antitetico all'ideale di disciplina militare. Permettere che la facesse franca, cosa per noi moderni del tutto auspicabile, agli occhi dei Romani avrebbe voluto dire scardinare un sistema di valori connessi con la natura dello Stato stesso."
Il mestiere delle armi - le forze armate dell'antica Roma.

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Ultima modifica di Lictor Adriano il Dom Feb 12, 2012 8:15 pm, modificato 1 volta in totale
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MessaggioInviato: Dom Feb 12, 2012 8:11 pm    Oggetto:  
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Caro Adriano, la sostanza, il principio di questo esempio che hai portato, credo non abbia bisogno di nessuna aggiunta...
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"La mistica appunto precisa questi valori...nella loro attualità politica...e dimostra l'universalità di luogo e di tempo del Fascismo"(Giani)
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Marcus
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MessaggioInviato: Dom Feb 12, 2012 8:35 pm    Oggetto:  
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...Uomini e Donne hanno fatto la grandezza di Roma, come testimonia anche la vicenda di Gneo Marcio detto Coriolano, tribuno ed ufficiale romano che prima aveva sconfitto i Volsci (occupandone la citta di Corioli, da cui l'appellativo di "coriolano") per conto di Roma e poi, dopo essere stato scacciato dall'Urbe per la propria superbia, finì con l'allearsi con gli ex nemici, riuscendo più volte a sbaragliare le truppe dei propri concittadini romani. Deciso ad attaccare la propria Patria, cinge Roma sotto assedio ... quando, narra Plutarco, ....

XXXIII 1 A Roma, allora, gruppi di donne si recarono in vari templi, ma la maggior parte e le più nobili si riunivano a pregare intorno all'altare di Zeus Capitolino. Fra di esse vi era Valeria, una sorella di quel Publicola che aveva reso così tanti e notevoli servigi ai Romani sia come guerriero sia come uomo politico. Publicola era morto già da qualche tempo, come ho scritto nella sua Vita; Valeria stava invece ancora godendo di fama e onore nella città, e si riteneva che la sua vita facesse onore alla sua stirpe. 2 Questa donna dunque, improvvisamente colta da una di quelle sensazioni di cui ho parlato prima, afferrò ciò che richiedeva il momento con un'immaginazione non priva di ispirazione divina: si alzò, fece alzare tutte le altre donne e si diresse alla casa di Volumnia, la madre di Marcio. Entrando, la trovò seduta insieme a Virgilia, sua nuora, con i bambini di Marcio in braccio. Valeria chiamò attorno a sé le donne che l'avevano seguita e disse: 3 «Volumnia, e tu Virgilia, noi veniamo qui da donne a donne, non per delibera del senato o ordine dei consoli. Ma il nostro dio, a quanto pare, ha avuto compassione delle nostre preghiere e ci ha spinto a venire qui e implorarvi di offrire la salvezza a noi e agli altri cittadini, e ciò porterà a voi che avrete acconsentito una fama ben superiore di quella ottenuta dalle figlie dei Sabini, quando indussero i padri e i mariti a abbandonare la guerra e li portarono all'amicizia e alla pace. 4 Su, seguiteci da Marcio, unitevi a noi nelle suppliche, testimoniando la verità e la giustizia per il bene della patria, e cioè che essa, nonostante i molti danni patiti non ha mai fatto né inteso fare del male a voi, nella sua ira, ma vi restituisce a lui, pur sapendo che da lui non verrà trattata con giustizia».



5 Alle parole di Valeria fecero eco le grida di dolore delle altre donne, e Volumnia rispose: «Anche noi prendiamo uguale parte alle comuni sventure, ma soffriamo anche per un nostro male, abbiamo perso la fama e la virtù di Marcio e vediamo la sua persona vigilata più che preservata da morte dalle armi dei nemici. Ed è la più grande delle sfortune per noi che la patria si sia così indebolita da dover riporre le sue speranze in noi. 6 Infatti non so se Marcio avrà alcun riguardo per noi quando non ne ha per la patria, che un tempo ha anteposto a sua madre, a sua moglie e ai suoi figli. Comunque servitevi di noi, includeteci nel vostro gruppo e portateci da lui: se non altro spireremo nell'atto di supplicare per la patria».



XXXIV 1 Dopodiché prese i bambini e Virgilia e si recò insieme alle altre donne all'accampamento dei Volsci. La loro vista e la pena che suscitava suscitarono anche nel nemico rispetto e silenzio. In quel momento Marcio si trovava seduto in tribuna insieme agli altri comandanti. 2 Come scorse le donne che si avvicinavano, rimase sconcertato; e quando riconobbe la madre che le capitanava, avrebbe voluto continuare nel suo atteggiamento impassibile e implacabile, ma cedette ai sentimenti, e confuso dallo spettacolo, non riuscì a rimanere seduto mentre le donne si avvicinavano, e scese, non adagio ma in fretta dalla tribuna e corse loro incontro: prima abbracciò la madre, a lungo, poi la moglie e i figli, senza risparmiare lacrime e carezze, ma come concedendosi alla corrente delle emozioni che lo trascinava via.



XXXV 1 Ma quando fu sazio di ciò e si rese conto che la madre ora voleva parlargli, alla presenza dei consiglieri dei Volsci, ascoltò Volumnia che così si espresse: «Tu vedi, figlio mio, anche se non te lo diciamo noi stesse, e puoi rilevarlo dall'aspetto misero delle nostre vesti e delle nostre persone, quale effetto abbia avuto il tuo esilio sulla nostra casa. 2 Rifletti come noi che veniamo da te siamo le più sfortunate di tutte le donne, perché il destino ci ha reso terribile uno spettacolo che avrebbe dovuto essere dolcissimo: io vedo sì mio figlio, e lei suo marito, ma accampato contro le mura patrie. E quello che per gli altri è un conforto per tutta la sfortuna e tutte le disavventure, pregare gli dèi, per noi è diventato assolutamente impossibile. Infatti non possiamo allo stesso tempo chiedere agli dèi la vittoria della patria e la salvezza per te, ma le maledizioni che un nemico potrebbe augurarci sussistono nelle nostre preghiere. 3 Perché è necessario che tua moglie e i tuoi figli siano privati o della patria o di te. Io non aspetterò in vita che la guerra decida la mia sorte, ma se non riesco a convincerti a optare per l'amicizia e la concordia e non per il dissenso e i mali, e a diventare il benefattore per entrambe le parti e non il distruttore di una delle due, allora sappi, preparati, perché non potrai lanciarti contro la patria prima di passare sul cadavere di chi ti ha messo al mondo. Perché non posso macerarmi aspettando il giorno in cui mio figlio verrà condotto nel corteo trionfale dei suoi concittadini o trionferà lui contro la patria. 4 Se ti domandassi di salvare la patria e distruggere i Volsci, ti troveresti di fronte, figlio mio, a una decisione penosa e difficile da prendere, perché se non è bello uccidere i concittadini, non è neanche giusto tradire chi ha riposto fiducia in te. Ma noi chiediamo solo la liberazione dalle sventure: essa risulterebbe vantaggiosa per entrambe le parti, e porterebbe maggior gloria e fama ai Volsci, perché, essendo oggi i più forti, sembreranno offrirci loro i beni più alti, la pace e l'amicizia, mentre ne godrebbero anch'essi in prima persona. E il merito di tutto questo, se si avvera, andrebbe a te; se non si avvera sarai visto da entrambe le parti come l'unico colpevole. 5 L'esito della guerra è ancora oscuro, ma è chiaro invece che se vincerai, sarai solo il demone maledetto del tuo paese. Se verrai sconfitto apparirai come uno che per soddisfare la sua ira ha arrecato ai suoi benefattori e amici le più grandi calamità».



XXXVI 1 Marcio ascoltò il discorso della madre senza ribattere, e quando Volumnia ebbe terminato continuò a rimanere in silenzio. La madre allora riprese: «Perché taci, figlio? È dunque bello cedere all'ira e al risentimento, ma non è bello gratificare una madre che ti supplica? 2 O il ricordo dei torti subiti si addice a un grand'uomo, mentre la reverenza e l'onore per i benefici che i figli hanno ricevuto dai genitori non si confanno a un grand'uomo? Perché nessuno più di te avrebbe dovuto serbare la gratitudine, visto che agisci con tanta asprezza contro l'ingratitudine. 3 Eppure hai punito severamente la patria, ma non mostri alcuna riconoscenza verso tua madre. Sarebbe azione assai pia esaudire, senza esserne costretto, le richieste tanto ragionevoli e giuste che ti rivolgo; ma se non ti convinco perché dovrei risparmiare la mia ultima speranza?». Detto questo si gettò ai suoi piedi insieme alla moglie e ai figli. 4 Allora Marcio gridò: «Cosa mi hai fatto, madre?», e la tirò su, le strinse forte la destra. «Hai vinto», continuò, «e la tua vittoria significa fortuna per la patria, ma rovina per me: io ritirerò le mie truppe, da te sola sconfitto». Detto questo si trattenne ancora un poco in privato con la madre e la moglie, le fece rientrare a Roma, come era loro desiderio e, trascorsa la notte, diede ordine alle truppe dei Volsci di arretrare. I Volsci non erano tutti dello stesso parere sull'accaduto: 5 alcuni disapprovavano sia l'uomo sia l'azione, altri né l'uno né l'altra, in quanto erano favorevoli all'armistizio e alla pace; altri ancora, pur malcontenti per il fatto, non consideravano però Marcio un individuo ignobile, ritenevano che occorresse perdonarlo, se era crollato sotto una tale pressione. Ad ogni modo, nessuno si oppose al suo ordine, ma tutti lo seguirono impressionati più dalla sua virtù che dalla sua autorità.


(estratto da "Vita di Coriolano e Alcibiade" in "Vite Parallele" di Plutarco)

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" Forse che non conoscendo a fondo il pensiero del Duce si può affermare di essere fascisti? Noi diciamo di no! Che il fascismo non è istinto ma educazione e perciò è conoscenza della sua mistica,che è conoscenza di Mussolini" (N. Giani)
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Safra




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MessaggioInviato: Lun Feb 13, 2012 6:34 am    Oggetto:  
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Grazie Adriano, hai avuto una bella idea .... ed hai riportato davvero un grande esempio di coerenza.
Bellissimo anche l'estratto proposto da Marcus.. testimonianze che aprono i cuori e le menti...

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"Ho tolto la libertà. Si, ho tolto quel veleno che i popoli poveri ingoiano stupidamente con entusiasmo. Ho fatto versare il sangue del mio popolo. Sì, ogni conquista ha il suo prezzo." Mussolini si confessa alle stelle.
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MessaggioInviato: Mar Set 25, 2012 5:09 pm    Oggetto:  
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...devo dire che rileggere certi commenti dopo quello che è successo fa quasi ridere...
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antimodes
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MessaggioInviato: Lun Ott 01, 2012 11:48 pm    Oggetto:  
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...o piangere...pensi che staranno facendo festa brindando con Fiorito, champagne e caviale alla faccia nostra ? Ma va là! xD
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MessaggioInviato: Mer Ott 03, 2012 7:18 pm    Oggetto:  
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Credo semplicemente in quello che ti ho detto a quattr'occhi.

Ho sotto gli occhi, e chiunque lo constati in questo forum ce l'ha, la situazione da quando è iniziata ad ora.

Le persone che si sono allontanate si sono comportate, ognuna con responsabilità e modi diversi (più grave gli ex "valenti collaboratori"), in modo indicibile.

La sostanza stretta delle "rivolte" è legata alla volontà autonomista ed egocentrica. Si voleva AUTONOMIA, emersione e PARASSITISMO. Dal Covo si voleva sfruttare l'emersione, usandone gli strumenti. Ma poi si voleva AUTONOMIA, primato e visibilità "parallela". Mi è stato proposto anche questo, dopo essere stato insultato pesantemente. Di agire "parallelamente, anche se con opinioni diverse". Infatti è questo il fine. E si è visto!

L'idea di "fascismo" che ha questa gente c'entra con la Dottrina come i cavoli a merenda. Sono molto Socialisti, Paolo. Basta leggere quello che scrivono e come lo scrivono. In modo da fare solo ancora più confusione.

Fondamentalmente è questo "il fascismo" che vogliono. Il "primato e la visibilità", con una veste di fascismo solo all'esterno "pura", ma sostanzialmente SOCIALISTICA.

Se dovevamo fondare un altro partito socialista, non c'era bisogno del Covo. In questo modo però ci sarà ancora più confusione.

Quello che credo è che la RELIGIONE è stata solo una scusa ignobile ( GUARDA CHE COSA SCRIVEVA IL POVERO MARTIRE DI NOI BRUTTI E CATTIVI:
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)! Non c'erano mai stati, come ti ho detto, problemi religiosi sul Forum ed in associazione. NESSUNO aveva mai sollevato alcunchè, nè "pro" nè "contro" le posizioni di singoli utenti o simpatizzanti. Si è sempre diffuso quello che è la concezione fascista "conciliativa", in ogni ambito!

Di punto in bianco, io sono diventato un assassino cattolico-integralista, chi non si mette contro di me un "complice" lobotomizzato! E' stato facile far scadere la polemica CONTRO DI ME, perchè è facile tacciare di "fanatismo religioso", specialmente un Cattolico, in una Società edonistico-materialista, che dà come "fatto acquisito" l'antireligiosità o come minimo l'indifferentismo.

Ma, lo ripeto, se dobbiamo ricalcare le posizioni dei maggiori partiti socialdemocratici europei, e se dobbiamo dire che il Fascismo si basa su "alcuni innegabili meriti dell'Illuminismo", come "la carta dei diritti", ecc, allora questa è una grande presa per i fondelli, e i raggiratori sono attualmente "uniti e untosi" a loro comodo, a seconda di come tira il vento!

Quello che leggo, mi fa ridere Paolo: perchè non è possibile sentire parlare di "etica", men che meno FASCISTA, persone che hanno operato COME VEDI e come continuano ad operare! Vogliono il "nome in copertina" vogliono primeggiare... A SPESE DEL LAVORO E DELLE IDEE DEGLI ALTRI, COME PARASSITI CHE SUCCHIANO LA LINFA ALLA PIANTA, ASPETTANDO CHE NE PRODUCA IN ABBONDANZA.

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Marcus
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MessaggioInviato: Gio Nov 22, 2012 6:14 pm    Oggetto:  
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Marco Furio Camillo (446 - 365 a.C) - il secondo fondatore di ROMA!

Marco Furio Camillo, Marcus Furius Camillus, nato circa nel 446 e morto nel 365 a.c., è stato un Generale e uomo politico romano di famiglia patrizia, che ha esercitato dall’inizio del IV sec., quindi in era repubblicana, fino al 366, anno della sua morte, un’indiscussa autorità sulla repubblica romana.

Fu censore nel 403 a.C., celebrò il trionfo ben quattro volte, cinque volte fu dittatore, quindi in caso di guerra, e fu onorato con il titolo di Pater Patriae, nonchè di Secondo fondatore di Roma. Fu sei volte tribuno militare con potestà consolare tra gli anni 401 e 381.

Egli divenne popolare da un atto di guerra, in cui Roma in guerra contro Volsci e Equi sotto il comando del dittatore Tiberio Postumio, essendo Camillo comandante della cavalleria, salvò il dittatore, già ferito a una coscia, combattendo da solo contro i diversi nemici che lo attorniavano. Secondo Plutarco ciò gli valse la nomina a censore. Secondo Tito Livio, invece fu eletto tribuno con poteri consolari per la prima volta nell'anno 403 a.C.

I LATINI

I Latini intanto, erano stati invitati ad inviare truppe per Roma, per sostenere l'esercito romano. Essi avrebbero infatti, in base ai patti stipulati con Roma dopo varie guerre, ottemperare agli obblighi della Lega Latina in cui era entrata a far parte anche Roma, ma decisero, riunitisi i capo tribù nel bosco sacro della Dea Ferentina, di prendere le armi contro anzichè a favore dell'Urbe.


I GALLI

Nel 349 a.C., essendo i consoli Publio Scipione ammalato e Marco Popilio ferito, il senato ordinò consoli Marco Furio Camillo e Appio Crasso. Intanto i Galli facevano continue razzie in territorio romano e i pirati greci depredavano le coste laziali. la situazione era molto pericolosa, i nemici premevano da ogni parte. L'esercito romano era formato da 10 legioni di 4200 fanti e 300 cavalieri ciascuna. Il senato lo pose al comando di Furio Camillo, nominato pertanto Dictator, che, lasciate due legioni a guardia dell'urbe, ne passò quattro al comando del pretore Lucio Pinario per difendere la Maremma e le coste laziali. Con le restanti quattro legioni si recò nel pontico dove si erano accampati i Galli. La guerra non avveniva in campo aperto perchè i Galli erano abituati alla guerriglia e rifiutavano lo scontro, ma ogni volta che incontravano un drappello romano lo assalivano e la stessa cosa facevano i Romani, ma con gravi perdite.

Evidentemente stanchi i Galli proposero un combattimento tra due eroi, e il romano fu Marco Valerio che, racconta la leggenda, fu aiutato nel combattimento da un corvo che si posò sul suo elmo. I Galli irritati dalla morte del compagno si lanciarono contro Marco Valerio ma i Romani fecero altrettanto. al che i Galli fuggirono verso Falerno. Marco Valerio ottenne in premio una corona d'oro e dieci buoi, e da allora fu soprannominato Corvino.

IL SECONDO ROMOLO

Nel 349 la situazione era ancora pericolosa, Marco Valerio Corvino aveva sconfitto I Vosci facendo ben 4000 prigionieri e distruggendo Satrico, ma venne il tempo della rivolta degli Aurunci e il senato nominò dittatore Marco Furio Camillo che presto sbaragliò il nemico e si dimise da dittatore lasciando il resto ai nuovi consoli.

Sembra che il nuovo assetto dell'esercito fosse dovuto all'organizzazione di Furio Camillo, per cui la cavalleria, di supporto alla fanteria, aveva il compito di aprire varchi tra i nemici, di aggirare i nemici e di inseguirli, grazie alla velocità dei cavalli, ma all'occorrenza abbandonava i cavalli combattendo a fianco della fanteria. Un manipolo sulla punta di una lunga pertica era l'insegna dei primi romani nei leggendari tempi di Romolo. Il manipolo, o mannello, era un fascio di spighe, o di erba, issata su una pertica. Da questa insegna derivò il manipolo come unità tattica della legione romana, che si sviluppò dal IV secolo a.C. e durò per tutta la repubblica. Secondo la tradizione, la tattica manipolare fu introdotta nell'esercito romano da Marco Furio Camillo.

Eutropio, Breviarium ab Urbe condita:

"Dal Senato fu inviato in qualità di dittatore contro i Veienti, che dopo vent'anni si erano ribellati, Furio Camillo. Egli li vinse prima in battaglia, quindi conquistò anche la loro città. Presa Veio, vinse anche i Falisci popolo non meno nobile. Ma contro Camillo sorse un'aspra invidia, con il pretesto di un' ingiusta divisione del bottino, e per tale motivo fu condannato ed espulso dalla città. Subito i Galli Senoni calarono su Roma e, sconfitto l’esercito romano a dieci miglia dall'Urbe, presso il fiume Allia, lo inseguirono e occuparono anche la città. Nulla poté essere difeso tranne il colle Campidoglio; e dopo averlo a lungo assediato, mentre ormai i Romani soffrivano la fame, in cambio di oro i Galli levarono l'assedio e si ritrassero. Ma Camillo, che viveva da esiliato in una città vicina, portò il suo aiuto e sconfisse duramente i Galli. Ma non solo: Camillo inseguendoli ne fece tale strage che recuperò sia l'oro ch'era stato loro consegnato, sia tutte le insegne militari da essi conquistate. Così riportando il trionfo per la terza volta entrò in Roma e venne chiamato "secondo Romolo" come fosse egli stesso fondatore della patria"

LA DISTRUZIONE DI VEIO

Infatti Furio Camillo fu eletto di nuovo dittatore durante la guerra contro Veio, che assediata, con un'irruzione notturna aveva bruciato l'accampamento dei Romani. A questo punto ci fu una dura reazione e tutti i giovani dell'Urbe chiesero di combattere e di non tornare se Veio non fosse stata distrutta. Furio Camillo fece voto di riedificare a Roma il tempio della Mater Matuta, e dopo l'assedio e le varie battaglie durati ben 10 anni, riuscì a vincere, scavando tra l'altro un cunicolo che portava dentro la cittadella, e contemporaneamente attaccando le mura per distrarre i Veienti. Il cunicolo portava direttamente nel tempio di Giunone, da cui irruppero nella città. Conquistata la città, per evitare ulteriori guerre contro gli irriducibili veienti, rase al suolo Veio riportandone grande bottino, tra cui la bellissima statua di Giunone corredata dai sacerdoti auruspici etruschi.

FALERIA VETERE

La storia di Furio Camillo è ricca di aneddoti anche leggendari. Tra questi si narra che durante l'assedio della città di Falerii, capitale del popolo dei Falisci, avvenne un tradimento da parte di un insegnante di scuola che portò alcuni dei suoi alunni, figli di eminenti personaggi di Falerii, nel campo militare romano; ma Furio Camillo, rifiutando di usare i fanciulli come strumento di ricatto, consegnò l'insegnante denudato ai fanciulli che lo bastonarono per il tradimento, poi restituì gli alunni alla città assediata.

"O infame uomo" rispose Camillo "tu con questo don o scelleerato non sei venuto ad un popolo o ad un capitano a te somigliante. Noi non usiamo le armi contro i fanciulli, ai quali si risparmia la vita anche quando si risparmia una città, noi le usiamo contro gli armati e contro quelli che, pur da noi non offesi o molestati, giunsero a Veio a combattere contro il nostro esercito. Tu hai superato i tuoi concittadini con questa tua infamia, e sappi che io vincerò soltanto con i mezzi che di solito usano i Romani: con la virtù, cone le munizioni e con le armi."

I Falisci, commossi dal gesto, e forse affamati e stanchi, decisero di arrendersi al comandante romano. Come per la maggior parte delle leggende, probabilmente esse nascono da eventi storici reali su cui la tradizione si è un po' allargata.

Tre anni dopo aver concluso la pace con i Falisci, fu però accusato dal Tribuno della Plebe Lucio Apuleyo di aver distribuito in modo ingiusto il bottino bellico, per cui se ne andò in esilio volontario ad Ardea. Forse l'invidia o la sua entrata trionfale in Roma su un carro tirato da cavalli bianchi, furono la causa delle accuse.

IL SACCO DI ROMA

I Romani già attaccati dai Galli Senoni e sconfitti nella Battaglia del fiume Allia, videro nel 390 i Galli conquistare le parti periferiche di Roma e cingere d'assedio il Campidoglio. Fu qui che le oche del Campidoglio, sacre a Giunone, avvertirono i Romani, che l'intesero come un aiuto della Dea, innalzando poi un tempio a Giunone Moneta, colei che ammonisce. Sembra che i Romani fossero costretti a pagare molto oro e a consegnare le insegne cittadine per far togliere l'assedio. Secondo un'altra storia un certo Calcidius, avvertì di un imminente attacco gallico e consigliò di rimettere in sesto le mura della città, ma essendo plebeo, Calcidius non fu creduto. Ma anche un Dio avvertì un certo misterioso Aio Locutio. A città saccheggiata da Brenno, Furio Camillo decise di onorare il Dio autore dell' inascoltato avvertimento, erigendo un altare nel luogo ove la voce era stata udita, ai piedi del Palatino, sulla Nova Via, tra il tempio ed il bosco sacro di Vesta. Successivamente, mentre i Galli tornavano indietro verso i loro territori, i Romani richiamarono Furio Camillo, già esiliato ad Ardea, nominandolo nuovamente dittatore. Per altri fu lui a tornare spontaneamente per liberare la città. Qui si moltiplicano le storie e forse le leggende, per cui, avendo i Galli saccheggiato Roma, impose alla città un gravoso riscatto per evitare un altro attacco. Fu così costruita una grande bilancia, dove ogni cittadino romano portava l'oro per pagare i Galli. Camillo, travestito, si presentò in città, ma giunto davanti alla bilancia vi gettò sopra la sua spada dicendo: "Roma si salva con il ferro, non con l'oro!" (Non auro sed ferro recuperanda est Patria). Guidò pertanto l'esercito contro i Galli, sconfiggendoli e liberando la città dal loro giogo nel 390 a.c..


« ...si venne ad un accordo nel corso d'un abboccamento fra il tribuno militare Quinto Sulpicio e Brenno, principe dei Galli, e si fissò in mille libbre d'oro il riscatto del popolo romano, destinato di lì a poco a dominare il mondo intero. Al patto di per sé vergognoso si aggiunse l'oltraggio. Dai Galli furono portati pesi falsi e, poiché il tribuno protestava, un Gallo insolente aggiunse al peso la sua spada, esclamando parole intollerabili per i Romani: "Guai ai vinti!" »
(Tito Livio, Ab Urbe condita, V, 48.)


Per un'altra leggenda infatti i Romani stavano pesando su una bilancia l'oro che avrebbero dovuto versare ai galli come tributo di guerra, quando qualcuno tra loro protestò perché i pesi della bilancia erano truccati. Brenno allora sfoderò la sua pesante spada e la aggiunse sul piatto dei pesi, rendendo il calcolo ancora più iniquo, ed esclamando "Vae victis!" cioè "Guai ai vinti!", per significare che le condizioni di resa le dettano i vincitori sulla sola base del diritto del più forte. E ancora:

"Brenno, capo dei Galli Senoni, conquistata Roma, non riuscendo a tenerla a lungo sotto il suo giogo, patteggiò il ritiro delle truppe galliche, messe peraltro in fuga dallo starnazzare di alcune oche, contro il pagamento di una certa quantità di oro. Ma tale Marco Furio Camillo sfidò il Brenno in ritirata e riuscì a sconfiggerlo. Il Brenno, per la vergogna, si suicidò buttandosi nel fiume che ora si chiama Brembo."

Per altri Camillo, raccolte le truppe romane, inseguì i Galli, li sconfisse facendone grande strage e recuperò le insegne ed il bottino romano. Secondo altri fonti storiche, Furio Camillo riuscì a ricacciare i Galli lontano dal territorio romano, ma essi si ritirarono comunque in possesso del ricco bottino di guerra.

LE LEGGI LICINIE

Nella leggenda si narra inoltre che nello stesso anno, nel 390 a.C. dissuase i Romani, scoraggiati dalla devastazione provocata dai Galli, dal migrare a Veio e li indusse a ricostruire la città, poi combatté con successo contro gli Equi, i Volsci e gli Etruschi e respinse un'ulteriore invasione dei Galli nel 367 a.C. Sebbene patrizio, comprese la necessità di dare maggiori diritti alla plebe per cui si adoperò far approvare le Leggi licinie sestie. Infatti la tradizione attribuisce a Furio Camillo la realizzazione del Tempio della Concordia nel 367 a.C. per celebrare il termine degli scontri tra i patrizi e i plebei, conclusesi in quell’anno grazie alla promulgazione delle leggi Lacinie Sestie caldeggiate da Furio. Queste leggi ebbero il merito di portare sullo stesso livello, per quanto riguarda la politica, le due principali classi sociali presenti a Roma. Si deve a lui anche la ricostruzione del Tempio della Fortuna nel Foro Boario.

TITO LIVIO
Discorso di Camillo al senato perchè non abbandonassero Roma
(SACRALITA' DI ROMA DESTINATA DALLA DIVINITA' A DOMINARE IL MONDO Ndr.)
:


"Gli scontri con i tribuni della plebe sono per me, o Quiriti, così dolorosi che durante il mio tristissimo esilio l'unico sollievo, per tutto il tempo che ho vissuto ad Ardea, era l'essere lontano da queste controversie, per le quali non sarei mai tornato nemmeno se mi aveste richiamato migliaia di volte con delibera del senato o con il consenso unanime del popolo. Ciò che adesso mi ha indotto a ritornare non è stato un cambiamento d'animo, ma il mutamento della vostra sorte. Poiché proprio di questo si trattava, che la patria rimanesse nella sua sede e non che io ad ogni costo vivessi in patria. E adesso me ne starei ugualmente al mio posto e tacerei volentieri, se anche questa non fosse una battaglia a favore della patria. Se il non prendervi parte finché c'è vita sarebbe per altri una vergogna, per Camillo è un gesto sacrilego.

Ma allora perché abbiamo cercato di riprenderci la patria, perché l'abbiamo strappata dalle mani del nemico quand'era in stato d'assedio, se, dopo averla recuperata, siamo noi ad abbandonarla di nostra volontà? Quando i Galli vincitori avevano occupato la città, ciò nonostante la cittadella e il Campidoglio erano in mano agli dei e agli uomini romani, ora che sono i romani ad avere la meglio e la città è ritornata interamente nostra, verranno abbandonati anche la cittadella e il Campidoglio, e la nostra buona sorte regalerà a questa città più desolazione di quanta non ne abbia portata la cattiva?

Anche se non avessimo obblighi religiosi nati insieme a Roma e tramandati di mano in mano nel corso dei secoli, oggi l'appoggio degli dèi alla causa romana è stato così evidente da credere inammissibile per gli uomini un'incuria nei confronti degli dèi.

Considerate gli avvenimenti positivi e negativi di questi ultimi anni: vi renderete conto che tutto il bene è venuto finché ci siamo lasciati guidare dagli dèi, il male invece quando li abbiamo trascurati. Prendiamo la guerra contro Veio (per quanti anni si è trascinata e con quanta sofferenza!): non se ne venne a capo fino a quando non drenammo, su invito degli dei, il lago Albano.

Che dire poi del disastro senza precedenti toccato di recente alla nostra città? È forse successa prima che noi trascurassimo quella voce proveniente dal cielo che annunciava l'arrivo dei Galli, o prima che il diritto delle genti venisse violato dai nostri ambasciatori, o ancora prima che noi, invece di punire tale violazione, la passassimo sotto silenzio sempre per quella stessa trascuratezza nei confronti degli dei? Perciò, vinti, fatti prigionieri e riscattati a peso d'oro, siamo stati puniti dagli dei e dagli uomini in maniera così severa da servire d'esempio a tutto il mondo. In séguito le avversità ci hanno richiamato agli obblighi religiosi. Siamo andati a rifugiarci sul Campidoglio presso gli dei, nella sede di Giove Ottimo Massimo. Degli oggetti sacri, alcuni, quando la nostra situazione era precipitata, li abbiamo nascosti sotto terra, altri, dopo averli rimossi, li abbiamo trasferiti in città vicine perché fossero lontani dagli occhi dei nemici. Pur essendo stati abbandonati dagli dèi e dagli uomini, ciò non ostante non abbiamo mai tralasciato il culto degli dèi. Per questo essi ci hanno restituito la patria, la vittoria e l'antico splendore militare che avevamo perduto. E contro i nemici, rei, perché accecati dall'avidità, di avere violato il trattato e la parola data pesando l'oro, gli dèi hanno rivolto la paura, la fuga e la disfatta.

Vedendo quanto valga nelle cose umane seguire la divinità o trascurarla, non cominciate, o Quiriti, a intuire che empietà ci avviamo a commettere pur essendo appena scampati dal naufragio di una sconfitta che è la conseguenza della nostra colpa? Abbiamo una città fondata secondo i dovuti auspici ed augùri. In essa non vi è un solo angolo che non sia permeato dall'idea di religione e dalla presenza divina. Per i sacrifici solenni sono fissi non meno dei giorni i luoghi nei quali devono essere offerti. Avete dunque, o Quiriti, intenzione di abbandonare tutte queste divinità dello stato e delle famiglie? Come può esserci una qualche somiglianza tra la vostra condotta e quella del nobile giovane di nome Gaio Fabio che durante il recente assedio è stata ammirata non meno dai nemici che da voi, quando scendendo dalla cittadella tra le armi dei Galli si recò a compiere il rito prescritto alla famiglia Fabia sul colle Quirinale?

Siete disposti a non trascurare gli atti di culto gentilizi nemmeno in tempo di guerra, e a abbandonare quelli di stato e gli dèi romani anche in tempo di pace? Accettereste che i pontefici e i flamini abbiano per i culti di stato minor cura di quanta non ne abbia avuta un privato cittadino per un rito della propria famiglia? Qualcuno potrebbe forse dire che questi culti li praticheremo a Veio oppure che di là invieremo qui a Roma dei nostri sacerdoti col compito di praticarli. Nessuna delle due soluzioni rispetta il rituale.

E senza enumerare cerimonie e divinità, sarebbe possibile che durante il banchetto in onore di Giove il lettisternio venga allestito in un altro punto al di fuori del Campidoglio? Che dire poi del fuoco eterno di Vesta o della statua conservata all'interno del suo tempio come pegno del nostro potere? Che dire dei vostri scudi sacri, o Marte Gradivo, o tu, padre Quirino? Sareste dunque disposti ad abbandonare su suolo non consacrato tutti questi oggetti che sono coevi alla città e che in alcuni casi risultano ancora più antichi della sua stessa origine?

Considerate quale sia la differenza tra noi e i nostri antenati: essi ci hanno tramandato alcuni riti da compiere sul monte Albano e a Lavinio. Ma se essi considerarono sacrilego trasferire dei riti da città straniere qui da noi a Roma, sarà mai possibile trasferirli di qui in una città nemica, senza che se ne debba pagare le conseguenze? Cercate, ve ne prego, di ricordare quante volte si sono rinnovate le cerimonie perché qualcosa del rito dei padri, vuoi per incuria o vuoi per fattori accidentali, era stato omesso. Poco tempo fa, dopo il prodigio del lago Albano, cosa fu d'aiuto alla città travagliata dalla guerra contro Veio se non il ripristino dei riti sacri e il rinnovamento degli auspici? Ma oltre a ciò, dimostrandoci memori del passato fervore religioso, non solo abbiamo introdotto a Roma delle divinità straniere, ma ne abbiamo anche istituito delle nuove. A Giunone Regina, trasferita di recente da Veio sull'Aventino, con che grandiosa magnificenza è stato dedicato un tempio grazie alla cura zelante delle matrone! Abbiamo ordinato di costruire un tempio in onore di Aio Locuzio per la voce udita nella Via Nuova e proveniente dal cielo. Abbiamo aggiunto i Ludi Capitolini alle altre manifestazioni solenni e per volere del senato abbiamo costituito a tal fine un collegio speciale.

Che bisogno c'era di introdurre queste novità, se avevamo intenzione di abbandonare Roma insieme ai Galli, e se non per nostra volontà siamo rimasti sul Campidoglio per tanti mesi d'assedio, ma perché trattenuti dai nemici con la paura? Parliamo di riti e di templi. Ma che dire dei sacerdoti? Non pensate mai al grave sacrilegio che si commetterebbe? Per le Vestali non c'è che un'unica sede, e niente le ha mai costrette ad abbandonarla se non la presa della città; per il flamine Diale è un sacrilegio trascorrere anche una sola notte fuori da Roma; e voi avete intenzione di far diventare questi sacerdoti Veienti anziché Romani? Possibile che le tue Vestali vogliano, o Vesta, abbandonarti, e che il flamine, abitando lontano da Roma, attiri notte dopo notte su se stesso e sulla repubblica una simile empietà? Che dire poi di tutti gli altri atti che realizziamo all'interno del pomerio dopo aver preso gli auspici? A quale sorta di oblio o di incuria li abbandoniamo? I comizi curiati che si occupano delle questioni militari, e i comizi centuriati nei quali eleggete i consoli e i tribuni militari, dove si possono tenere, in maniera conforme agli auspici, se non nei luoghi tradizionali delle sedute? Li trasferiremo a Veio? Oppure il popolo, in occasione dei comizi, si radunerà con grande disagio in questa città abbandonata dagli dèi e dagli uomini?

Ma, voi mi direte, così facendo tutto risulterebbe contaminato senza alcuna possibilità di purificazione; tuttavia lo stato delle cose in sé e per sé ci obbliga ad abbandonare una città trasformata in un deserto dagli incendi e dalle rovine, e a trasferirci a Veio dove tutto è intatto, evitando così di vessare la povera plebe con la ricostruzione qui della città. Eppure che questo sia un semplice pretesto più che il motivo reale credo vi sia chiaro, o Quiriti, senza che debba venirvelo a dire io; vi ricordate infatti benissimo di come, prima dell'arrivo dei Galli (quando cioè gli edifici pubblici e privati erano intatti e la nostra città era sana e salva), era già stata discussa questa stessa proposta di trasferirci a Veio. E considerate quale sia il divario tra il mio e il vostro modo di vedere le cose. Voi ritenete che anche se allora la cosa non doveva essere messa in pratica, adesso lo dev'essere. Io al contrario, anche se allora fosse stato giusto emigrare quando Roma era intatta, penso che adesso non dovremmo abbandonare queste rovine. Perché allora la vittoria sarebbe stata per noi e per i nostri discendenti un motivo glorioso per emigrare in una città conquistata, mentre adesso questa emigrazione risulterebbe per noi una umiliante vergogna, e un vanto per i Galli. Sembrerà infatti non che abbiamo abbandonato il nostro paese da vincitori, ma che l'abbiamo perduto da vinti; che la rotta presso l'Allia, la presa di Roma e l'assedio del Campidoglio ci abbiano imposto di abbandonare i nostri penati, condannandoci volontariamente all'esilio e alla fuga da quella terra che non eravamo in grado di difendere.

Bisognerà lasciar credere che i Galli siano riusciti a distruggere Roma e che i Romani non siano stati capaci di ricostruirla? E cosa vi resta da fare, qualora debbano ripresentarsi con nuove truppe, si sa che il loro numero è sterminato, e decidano di stabilirsi in questa città conquistata da loro e da voi abbandonata, se non rassegnarvi? Se invece non i Galli ma i vostri nemici di un tempo, Equi e Volsci, dovessero emigrare a Roma, vi piacerebbe che essi diventassero Romani e voi Veienti? Oppure non preferite che questo sia un deserto vostro piuttosto che una città dei nemici? Non vedo cosa possa esserci di più abominevole. E voi sareste disposti a tollerare queste scelleratezze e queste vergogne solo perché vi infastidisce mettervi a ricostruire? Se in tutta la città non si riuscirà a tirare su nessuna casa che sia più bella o più ampia della famosa capanna del nostro fondatore, non sarebbe meglio abitare in capanne alla maniera di pastori e contadini, ma in mezzo ai nostri penati e ai nostri riti piuttosto che andare in esilio tutti insieme di comune accordo? I nostri antenati, degli stranieri, dei pastori, anche se da queste parti c'erano solo foreste e paludi, edificarono una città dal nulla in pochissimo tempo. E a noi, anche se il Campidoglio e la cittadella sono intatte e i templi degli dèi ancora in piedi, dà fastidio ricostruire ciò che è stato distrutto dagli incendi? E ciò che ciascuno di noi avrebbe fatto se fosse bruciata la sua casa, ci rifiutiamo di farlo insieme in questo incendio che ha coinvolto tutti?

Un'altra cosa. Se per motivi dolosi o per circostanze fortuite scoppiasse un incendio a Veio e le fiamme portate dal vento dovessero, come facilmente succede, divorare buona parte dell'abitato, emigreremo di lì a Fidene o a Gabi o in un'altra qualsiasi città? Siamo dunque così poco attaccati al suolo della nostra patria e a questa terra che chiamiamo madre, e il nostro amore verso la patria si riduce alle travi e ai tetti? E ve lo confesso in tutta sincerità - anche se non fa bene richiamare alla memoria il male che mi avete fatto -, ma quando ero lontano, ogni volta che andavo col pensiero alla mia terra, mi venivano in mente tutte queste cose: i colli, le campagne, il Tevere, la regione familiare alla vista e questo cielo sotto il quale ero nato e cresciuto. E vorrei, o Quiriti, che queste cose vi spingessero adesso, per il loro potere affettivo, a rimanere nella vostra terra, piuttosto che tormentarvi in futuro col desiderio nostalgico, quando le avrete abbandonate.
Non senza una ragione gli dèi e gli uomini scelsero questo luogo per fondare la città: colli più che salubri, un fiume adatto per trasportare il frumento dalle regioni dell'entroterra e per ricevere i prodotti da quelle costiere, un mare vicino quanto basta per goderne i vantaggi e nel contempo non esposto, al pericolo di flotte nemiche, una posizione nel centro dell'Italia, insomma un luogo destinato esclusivamente allo sviluppo della città. Cosa questa di cui fanno fede le dimensioni stesse di un centro tanto recente. Siamo adesso, o Quiriti, nel 365° anno di vita della città. Voi è da moltissimo tempo che combattete in mezzo a popoli antichissimi: eppure, in tutto questo periodo né i Volsci insieme agli Equi, con tutte le loro formidabili fortezze, né l'intera Etruria potente com'è per mare e per terra e pur estendendosi per tutta l'ampiezza dell'Italia tra i due mari, riescono a tenervi testa in guerra.
Siccome le cose stanno in questi termini, quale ragione vi spinge, dico io, dopo esperienze di tal genere, a cercarne altre, dato che, se anche il vostro valore potrà essere trasferito altrove, certo non lo potrà la fortuna di questo luogo? Il Campidoglio è qui, dove un tempo, quando venne ritrovato un cranio umano, gli indovini vaticinarono che sarebbe sorta la capitale del mondo e il comando supremo. Qui, quando il Campidoglio doveva essere liberato dagli altri culti secondo quanto stabilito dai riti augurali, Iuventa e Termine, con grandissima gioia dei vostri antenati, non permisero di essere rimossi. Qui c'è il fuoco sacro di Vesta, qui ci sono gli scudi mandati dal cielo, qui abitano tutti gli dèi a voi propizi se decidete di rimanere."


Pare che il discorso di Camillo, sia nell'insieme, sia soprattutto nella parte attinente alla sfera religiosa, suscitasse grande commozione. A dissipare ogni dubbio residuo furono però delle parole pronunciate in maniera tempestiva: mentre, poco dopo, il senato era riunito nella curia Ostilia per deliberare circa questo problema, e alcune coorti, di ritorno dai posti di guardia, attraversavano per puro caso a passo di marcia il foro, un centurione gridò nella piazza del comizio: "O alfiere, pianta l'insegna: qui staremo benissimo." Udita questa frase, i senatori uscirono dalla curia e gridarono all'unisono di voler accettare l'augurio e la plebe, accorsa tutta intorno, approvò. Respinta quindi la proposta di legge, si iniziò a riedificare la città senza un preciso progetto. Le tegole per i tetti vennero fornite a spese dello stato. Ognuno venne autorizzato a prender pietre e tagliar legname dovunque avesse voluto, a patto però di completare gli edifici entro la fine dell'anno. La fretta liberò dalla preoccupazione di tracciare vie diritte, e tutti, non essendoci più alcuna distinzione tra le proprie e le altrui proprietà, costruivano là dove trovavano spazi liberi. Ecco la ragione per cui le vecchie cloache, un tempo condotte sotto le pubbliche vie, oggi passano in più punti sotto le case private, e la pianta di Roma somiglia a quella di una città nella quale il terreno sia stato occupato a casaccio più che diviso secondo un piano determinato. Furio Camillo morì di peste all'età di 81 anni nel 365 a.C.

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