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l’antifascista Carlo Silvestri:la verità su resistenza e RSI

 
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Marcus
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MessaggioInviato: Gio Set 06, 2012 6:52 pm    Oggetto:  l’antifascista Carlo Silvestri:la verità su resistenza e RSI
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Siamo certi che molti degli utenti de IlCovo ieri sera non avranno potuto che infuriarsi guardando l’ennesima trasmissione propagandistica dedicata a Mussolini e andata in onda su una delle reti ufficiali della repubblica delle banane, spacciata come sempre per informazione storica, ma che in realtà si esauriva nell’ennesima ridicola iniziativa volta a demonizzare e sminuire la figura del Duce del Fascismo. pseudo-italia ancora una volta non perde occasione per tentare di screditare politicamente il suo incubo peggiore; con l’acqua alla gola e travolta da ogni genere di scandali non sente l’enormità della ridicolaggine di una qualsiasi accusa o invettiva, per quanto fantasiosa, portata a Mussolini da un’entità politica fallimentare e screditata in ogni sua componente quale è la cosiddetta repubblica italiana. Dispiace che anche uno storico in passato distintosi per alcuni lavori seri ed importanti come Emilio Gentile, adesso si presti ad unirsi all’ennesima farsa da guitti spacciata per informazione storica corretta ed imparziale. “Mussolini il cadavere vivente” in realtà di sensazionale e nuovo non ha mostrato nulla, ripetendo banalmente lo stereotipo del dittatore cattivo ma abulico e sconfortato ormai marionetta del tedesco invasore, capo di una RSI stato-fantoccio, guidata dal padrone germanico nazista. La solita solfa fasulla propinata dalla storiografia antifascista. In realtà è l’agonizzante pseudo-italia che dimostra di essere solo un cadavere ossessionato dal messaggio politico mussoliniano che non sa come esorcizzare. Se avessero voluto fare un vero “clamoroso scoop” agli ideatori del programma sarebbe bastato pubblicizzare le testimonianze dell’antifascista Carlo Silvestri (accuratamente fatte cadere nell’oblio) che da sole ribaltano totalmente la favola di un “Duce” marionetta criminale e abulica e vassalla del tedesco invasore. Non ci ha pensato la Rai, non ci hanno pensato gli illustri docenti di storia presenti nel programma ma occupati a raccontarci la barzelletta di cui sopra… ebbene lo facciamo noi fascisti de IlCovo!...eccovi riportata integralmente la prima parte del libro



CARLO SILVESTRI, "MUSSOLINI GRAZIANI E L'ANTIFASCISMO", Milano, 1949, Longanesi.

La testimonianza di Carlo Silvestri al processo sul caso Graziani. La prima esauriente documentazione sui rapporti tra C.L.N. e Repubblica Sociale e sulle responsabilità della guerra civile.


INTRODUZIONE

QUESTO MIO nuovo libro è stato scritto per confortare la coscienza con la certezza del dovere compiuto. Io non sono un teste a favore del maresciallo Graziavi bensì il testimonio della verità documentata contro la menzogna comunista ed azionista intorno alla lotta clandestina. Da oltre un quinquennio sono impegnato nella battaglia cristiana: « Bisogna rompere la spirale della vendetta e dell'odio». La iniziai nel dicembre del 1943 dopo che ebbi con Mussolini il colloquio conclusosi con il patto : « Lavoreremo per ridurre le fatali conseguenze della situazione e umanizzarla contro lo scatenamento, delle, passioni ». La verità è che il binomio Mussoliní,Graziani fu sempre fedele al patto, mentre certi capi dell'altra sponda fecero di tutto per esasperare la situazione ed addirittura disumanizzarla, insensibili ad ogni appello di cristiana pietà e del tutto supini alle direttive anti-italiane di Mosca, Londra e Washington. Ho avuto il privilegio non solo di avere 120 ore di colloqui (importanti) con Mussolini durante il 1943 -1945, ma anche di esaminare scrupolosamente tutto il materiale più importante dell'archivio segreto. L'eccezionale privilegio concessomi da Mussolini, nelle circostanze che i lettori conosceranno, fa sì che la mia testimonianza possa, dalla cronaca, elevarsi sul piano storico. Mussolini, Graziani e la Repubblica sociale hanno impedito che buona parte dell'Italia fosse trasformata in terra bruciata dato che Hitler la considerava : « Il paese dei traditori senza discriminazioni ». Avevo già preparato lo schema per un paio di volumi da intitolarsi: " Mussolini estremo" ma per mettermi, dirò così, in misura di sicurezza contro ogni evenienza (il pensiero della morte non dà malinconia ma forza, coraggio e persino buon umore quando Dio sia dentro di noi e ci inspiri) non ho avuto difficoltà a stralciarne tutte le parti che riguardavano il processo Graziami e a ricucirle in un libro che è la mia testimonianza resa così davanti alla giustizia come all'opinione pubblica del paese. Con la testimonianza do anche un altro saggio dei metodi che, secondo me, sono i più propizi per consolidare la Repubblica e la democrazia. E poichè ritengo che il coraggio sia condizione pregiudiziale di ogni democrazia degna del nome, mi valgo anche di quest'occasione per mostrare che è con la lezione della verità che meglio si insegna il coraggio agli italiani. Il P.C.I. per dominare sul nostro paese ha bisogno che gli italiani abbiano paura. Ciò significa che il comunismo si vince mostrando di non temerlo. Non si equivochi: l'ho già scritto e mi ridico : l'anticomunismo che, per tanti, è una parola vuota di senso o l'insegna di reazione, per me è la condizione preliminare per avviarci sopra la strada che senza cancellazione o mutilazione di ciò che è umano e divino in noi, ci deve portare verso quelle mete che il comunismo vagheggia ma che non può raggiungere per mancanza di umanità. Affinchè sia possibile marciare verso tali mete è necessario stabilire un minimo di unità spirituale tra tutti quegli italiani che, per difendersi dalle minacce e, domani, dall'attacco del comunismo, sono disposti ad ogni sacrificio. Ecco pertanto la necessità di dare concretezza al proposito di « spezzare la spirale dell'odio e della vendetta ». La testimonianza è completata da oltre 100 importanti allegati documentali raccolti nell'appendice. L'Autore afferma e prova. I numeri che i lettori troveranno nel testo della deposizione corrispondono a quelli della documentazione, raccolta in fondo al volume.
C. S.
Milano, 15 febbraio 1949.



PARTE PRIMA

IL MIO DOVERE di testimonio io l'ho già fatto, con molta chiarezza e decisione davanti al tribunale dell'opinione pubblica con alcune pagine del mio libro "Contro la vendetta" (che meglio sarebbe stato intitolato « Contro la fazione ») uscito nell'aprile di quest'anno; pagine che ora mi permetto sottoporre al Loro giudizio con la preghiera di acquisirle, dopo averne data lettura, al verbale di questo processo come premessa della deposizione che sono qui a rendere e che si è tentato, con lungimirante visione e con ogni mezzo, di rendere impossibile. Ho detto: « con ogni mezzo », vale a dire dall'eccitamento giornalistico al mio assassinio, al progetto di « farmi fuori », al piano di seppellirmi in una prigione. Sì, tanto si è osato, per timore della verità, contro il giornalista che fu all'avanguardia nella lotta contro Mussolini e il fascismo; che nel 1924-25 fu il segretario generale di quel Comitato delle opposizioni (il cosiddetto « Aventino ») che fu presieduto da Alcide De Gasperi; che si ridusse alla condizione di paria nella vita politica, sociale ed economica del proprio Paese per non essere mai venuto meno a quell'intransigenza politica e morale per cui Mussolini ebbe a dichiarare:

« Nel 1924-25 Silvestri mi diede più fastidio da solo che tutta l'azione dei partiti aderenti al Comitato delle opposizioni e dello stesso P.C.I. »

Signor Presidente, mi consenta di lasciare la parola ad un grande morto: a Nello Rosselli che si esprimeva, nel 1934, anche a nome del fratello Carlo. I faziosi e gli ingrati cui, con frasi di dispregio, si allude nella lettera di Nello (inviata da L'Apparita, Bagno a Ripoli (Firenze il 25-5-34) sono gli stessi che dieci anni dopo si resero responsabili delle peggiori malvagità compiute o tentate contro di me:

« L'Apparita, Bagno a Ripoli (Firenze), 23-5-34. « Mio carissimo Carletto, la tua lettera mi addolora profondamente, assai profondamente. So per prova quanto siano duri certi ritorni, dopo lunghe assenze, in un ambiente composto per metà di nemici, per metà (o quasi) di cosiddetti amici, sospettosi e maligni, invidiosi dell'unico diritto che ci siamo faticosamente conquistati in questi anni difficili, quello di tener alto il capo. Ma credevo, speravo, te lo confesso, che intorno a te non ci sarebbe stata, dall'una e dall'altra sponda, che ammirazione, espressa o inespressa; di più, riconoscenza. Ti dobbiamo, infatti, tutti qualcosa, moralmente, per il magnifico esempio di fermezza che ci hai offerto in questi anni. Ti dobbiamo? Sbaglio: riconoscenza dobbiamo, in pari misura, a te ed alla tua degnissima Pina. « E tu desideri che io attesti, per lettera, la tua orgogliosa povertà di questi anni? Che io accerti aver tu conservato sempre una fierissima indipendenza, talvolta, scusami, violando perfino i tuoi doveri di marito verso la Pina sofferente? « Non mi piegherò mai così in basso. Tu non hai « bisogno, per Dio, dei miei attestati, tu che io tengo altissimo fra i miei amici; tu che accettasti e ricambiasti generosamente la fraternità mia e di Carlo, ma rifiutasti invariabilmente il benchè minimo aiuto, per quanto offerto con affettuosa insistenza in momenti penosi e difficilissimi. « Dì pure a mio nome a chi dubita della fierezza della Pina e tua che io lo disprezzo profondamente, e che non gli perdono il male che può averti fatto in questi primi tempi del tuo ritorno, nei quali, lo so, ci si guarda d'intorno e con tanto bisogno di poter credere e di poter amare qualcuno. « Ti abbraccio commosso e bacio le mani alla cara Pina.
tuo
f.to NELLO ».

« Peccato non veniate in Toscana per ora! »

Ed ora, ecco le pagine di anticipata testimonianza ricavate dal "Contro la vendetta":

Pagg. 126-127:
... « Caso mai, se esiste un generale italiano assurto ai più alti posti di comando e che osò ribellarsi agli ordini di Mussolini e finanche denunciarne la follia militare, questo generale non appartenne mai allo Stato maggiore, ma fu da questo osteggiato ed odiato così come dei faziosi con potere assoluto possono rendere impossibile la vita al peggiore dei nemici. Ora proprio per questo generale, che solo non tradì la sua altissima responsabilità, certo antifascismo insiste nel reclamare la pena di morte. Ho nominato il maresciallo d'Italia Rodolfo Graziavi. Colui che, nonostante la ricoperta carica di Comandante superiore in Africa settentrionale, non godeva affatto nè la fiducia nè la simpatia nè il sincero rispetto del governo fascista e, per riflesso, del governo nazista »...

Pagg. 249-250:
... « Nel nostro Paese il governo di Mussolini è stato altrettanto utile alla Patria di quanto lo furono i governi del maresciallo Badoglio e di Ivanoe Bonomi. Il governo costituitosi nell'Italia meridionale e insediatosi a Roma ai primi del giugno, dopo che ne furono cacciati i tedeschi, giovò come cuscinetto verso gli alleati. Non sollevo ora la questione del modo con cui questo governo difese gli interessi dell'Italia, ed è noto come io lo abbia accusato di aver stipulato un armistizio che avrebbe potuto, solo che vi fosse stato un maggiore senso di dignità, essere assai meno umiliante e più conveniente ai nostri interessi. In questa sede non faccio un' analisi, do soltanto dei titoli riassuntivi alle opinioni che professo. I miei giudizi sono cioè di ordine generale. Così, da questo punto di vista, non ho la minima esitazione nell'affermare che se il governo di Mussolini non ci fosse stato bisognava crearlo. « Guai all'Italia se Benito Mussolini si fosse rinchiuso, quel giorno in cui Hitler gli intimò di tornare a presiedere le sorti del governo italiano, nel proprio egoismo che naturalmente non poteva non suggerirgli di cercarsi un po' di tranquillità dopo tante tempeste. Ed è in me radicata la certezza che un giorno la storia d'Italia testimonierà gratitudine a quella decisione che ora molti giudicano delittuosa e causa principale della divisione degli animi che straziò l'Italia e la portò alle atrocità della guerra civile »...

Pagg. 255-256-257-258:
... « Lo spirito di fazione contribuisce infatti a tenere avvelenata l'atmosfera, impedisce che l'idea della democrazia penetri nei cuori e nelle coscienze. Perché escludere a priori la concessione della ' buona fede ' al maresciallo Graziani, al principe Valerio Borghese e a tutti coloro che agirono nello stesso senso? La condanna senza attenuanti che Arrigo Cajumi pronuncia contro il maresciallo Graziani è la riconferma della condanna, per lo meno morale, contro centinaia di migliaia di altri italiani che in perfetta buona fede accettarono come lui la disciplina della R.S.I.
« Scrive Arrigo Cajumi: «Il maresciallo Graziani » Crede, ancora oggi, ai bobards, alle ' balle ' della propaganda dell'asse, dell'arma segreta, alla ridicolissima idea che un momentaneo sconfinamento in Garfagnana potesse rovesciare la situazione militare in Italia e indurre gli alleati a rimbarcarsi ' ». « Come è possibile ancora oggi, affermare che le armi nuove non erano che bobards della propaganda dell'asse? Le armi nuove c'erano. Erano la V1, la V2, la V3, gli aeroplani a reazione, la bomba atomica. Se due o tre bombardamenti alleati terribilmente tempestivi e perfettamente centrati, non avessero frustrato i piani del comando tedesco, se questo avesse potuto costruire in serie i previsti quantitativi di armi nuove per un loro costante impiego e rifornimento, quello che si ridusse ad un momentaneo sconfinamento in Garfagnana avrebbe potuto diventare un avvenimento militare di eccezionale importanza tale da influire sui disegni di guerra degli alleati, non solo in Italia. Se queste verità mostra di ignorarle Arrigo Cajumi, esse non sono certo ignorate a Londra, a Washington e neppure a Mosca. «Quella del maresciallo Graziani non è una 'ridicolissima idea', come Cajumi la schernisce. E' bensì la fondata opinione di un uomo al quale Mussolini aveva ripetuto le precise assicurazioni dategli da Hitler. Prima che i più intelligenti e più efficaci bombardamenti della Seconda guerra mondiale ottenessero gli effetti voluti, trascorsero delle settimane in cui effettivamente la situazione militare fu sul punto di essere nuovamente rovesciata a favore dei tedeschi e proprio a causa dell'impiego in Italia di talune nuove armi che poi non poterono essere sperimentate che sporadicamente su altri fronti. « A Mussolini Hitler aveva garantito che quando si fosse accertata la possibilità dell'impiego su vasta scala delle ' diaboliche armi ' (questa era la definizione mussoliniana) create nei laboratori tedeschi, sarebbe stata fatta affluire in Italia una massa d'urto non inferiore a quella che, a metà dicembre del 1944, agli ordini di von Rundstedt, venne scagliata sul fronte belga e su quello olandese contro gli alleati che durante mezza giornata dovettero considerare l'eventualità di poter essere rigettati in mare. Americani e inglesi sanno di essere stati in pericolo: gravissimo anche in Italia. Se la guerra non entrò in una nuova fase contraria allo sviluppo dei piani alleati, il merito principale spetta ai servizi di informazione inglese che seppero individuare alla perfezione le località che occorreva colpire. « La più grave delle accuse che Arrigo Cajumi muove a Graziani è quella di non essersi ricusato di condividere le responsabilità di Mussolini, dopo l'8 settembre 1943. Al contrario io sono grato al maresciallo Graziani e al principe Valerio Borghese di aver avuto il coraggio morale e il superiore patriottismo necessari per osare di mettersi al fianco di Mussolini quando egli da Monaco annunciò che si ricostituiva un governo italiano e che prima cura di questo governo sarebbe stata quella di ridare un esercito all'Italia. Il maresciallo Graziani e il principe Borghese affermano che essi hanno servito la Patria, non la fazione. Non basta dunque accusarli in base all'assioma barbarico che gli sconfitti hanno sempre torto, bisogna dimostrare che essi mentono quando affermano che tutta la loro opera è stata rivolta, col maggior disinteresse ideale, alla difesa dei diritti e del patrimonio nazionale contro la manomissione tedesca. « Oramai è fallito il tentativo di accreditare, per la storia, delle versioni che non hanno alcun riscontro nella verità, ma solo fondamento nello spirito di fazione e di vendetta. « Non è umanamente possibile che solo da una parte stiano gli eroi e dall'altra i delinquenti. Gli uomini sono sempre fatti della medesima umana pasta, e non basta una divisa piuttosto che l'altra a trasformare dei diavoli in angeli e viceversa. « La verità è che vi sono stati idealisti ed eroi da una parte e che vi sono stati ugualmente dall'altra. così come, da entrambe le parti, vi sono stati dei delinquenti indegni di appartenere al civile consorzio. Oltre la bruma del presente bisogna spingere lo sguardo verso l'avvenire e non aver timore di anticipare ciò che, nella previsione di molti osservatori dotati di obiettiva capacità di giudizio, sarà la sintesi della storia. « Canaglie dall'una e dall'altra parte, sono stati coloro che hanno servito lo straniero solo per paga, han-no predato per avidità di bottino personale, hanno incrudelito, persino sul fratello!, per istinto di ferocia o per contagio di certi belluini sistemi di guerra non davvero di origine italiana e sventuratamente introdotti nel nostro Paese dagli alleati di guerra o di guerriglia. « Chi ha appeso per i polsi alla ringhiera lo studente torinese Federico Ghillet di nient'altro responsabile che di essersi arruolato in perfetta buona fede di servire l'Italia nelle file della Divisione X, chi gli ha spezzato la spina dorsale a colpi di bastone; chi ha falciato col mitra le giovani esistenze di tante innocentissime ' ausiliarie ' non è meno canaglia dei seviziatori della Koch e della Muti o, magari, della stessa Divisione X. « E facciamo uscire la guerra civile anche dalle aule dei tribunali e non rinfocoliamo gli odii dalle colonne dei giornali dove si vuole servire la democrazia e la Repubblica. perchè nessuno, assolutamente nessuno, avrà da guadagnare dalla contrapposizione dei morti ai morti, dei seviziati ai seviziati. Attenti, o compagni dell'antifascismo, non commettete altri errori di quelli che non si possono più riparare »...

Pagg. 261-262:
... « Ho voluto rievocare l'episodio e riprodurre questo documento (riguardanti l'ausiliaria scelta Lidia Fragiacomo) per poter con più forza ammonire chi di ragione che se si stabilisce la partita del dare e dell'avere, se si vuole essere precisi nella tragica contabilità, nè l'una parte nè l'altra si troverà con un bilancio in attivo, ma il comune passivo andrà a scapito dell'onore dell'Italia. « Andrebbe invece a pro dell'onore della Patria, dell'onore dell'uomo italiano, il consuntivo dei puri eroismi che anche questa seconda guerra dovrebbe aver consacrato al culto degli italiani. Eroi e idealisti si contarono ancora nell'ultima fase della guerra, persino in quella degenerata nel combattimento tra fratelli. È giusto esaltare come eroe il giovinetto partigiano caduto nel tentativo di sopraffare un reparto tedesco, ma non è lecito sputare, per tristo esempio, sulla medaglia al valore concessa all'eroe sedicenne Ferdinando Camuncoli, marò della Divisione X nel battaglione ' Folgore ', caduto a Nettuno contro gli inglesi. È infatti l'ora di proclamare ugualmente rispettabili tutti coloro che combatterono al servizio di un ideale in purezza di cuore. « Nessuno su questa terra aveva il diritto di auto-investirsi di quella che è soltanto una prerogativa divina : la infallibilità. Ebbene, dopo l'8 settembre 1943, i responsabili e i corresponsabili dell'infame armistizio si arbitrarono di proclamare colpevoli tutti coloro che, per sentimento o per smarrimento, avevano avuto una diversa concezione degli avvenimenti e della parte che l'Italia vi doveva avere. « Gli auto-elettisi ' depositari del vero ' dannarono all'inferno i reprobi, e fu un proclama di Badoglio ad ordinare l'inizio della guerra civile, secondo le comodità strategiche e psicologiche degli americani, degli inglesi e dei russi. Il maresciallo Badoglio si illuse di passare alla storia quale salvatore dell'Italia, e denunciò il maresciallo Graziani come traditore della Patria. Ora io voglio ammettere la buona fede di Badoglio, ho ammesso l'utilità indubbia che ebbe, sotto certi rapporti il suo governo, ma nego, risolutamente nego, la malafede del maresciallo d'Italia Rodolfo Graziani »...

Pagg. 263-264-265:
... « E' sui fatti che bisogna basare i giudizi, non sulle notizie diffuse dai ' bollettini ' della lotta clandestina dove furono definiti ' eroici ' gli assassini di Giovanni Gentile, e sulle accuse sostenute in processi dove i testimoni falsi si contarono a centinaia. E soprattutto non bisogna mai generalizzare. Ora i fatti che contano sono questi che io non ho difficoltà ad indicare nel seguente sommario:
« 1°) Se due anni e mezzo dopo il 25 aprile 1945 il porto di Genova ha già riacquistato tutta la sua capacità, è soltanto perchè l'attuazione del piano di minuziosa distruzione predisposto dai tedeschi fu impedito per opera personale del principe Borghese e per il timore della forza militare della Divisione X. Gli alleati sono in possesso del piano delle distruzioni che avrebbero dovuto essere compiute da reparti specializzati tedeschi perfettamente addestrati alla bisogna. Qualora esse fossero state eseguite, dovremmo attendere ancora almeno altri sette anni prima di riavere in sufficiente efficienza gli impianti del maggior porto italiano.
« 2°) Se il piano di distruzione degli impianti industriali ed idro-elettrici nelle regioni settentrionali, piano minuziosamente studiato in ogni particolare, non fu effettuato, non è stato per l'uno o per l'altro degli interventi sin qui proclamati e vantati. Anche questi interventi ebbero la loro influenza benefica, ma la verità è che gli impianti industriali ed idroelettrici dell'Alta Italia devono la loro salvezza all'esistenza di un Esercito italiano agli ordini di un governo italiano più indipendente, ripeto, nel confronto dei tedeschi di quanto lo furono il governo di Badoglio e quello di Bonomi rispetto agli alleati.
« 3°) Se non vi fosse stato Mussolini al governo e il maresciallo Graziani non avesse avuto ai suoi ordini le quattro divisioni addestrate in Germania la cui efficienza militare rimase fino all'ultimo notevolmente superiore a quella descritta da Arrigo Cajumi, se soprattutto i tedeschi non avessero dovuto temere le reazioni dei marò della Divisione X, non vi sarebbe stato alcun ragionamento pacifico capace di impedire il compimento del piano tedesco di totalitaria distruzione del nostro apparato industriale. Quando il generale Wolff si indusse a fare certe promesse agli alleati è perchè egli aveva già dovuto convincersi che l'esecuzione delle progettate distruzioni avrebbe senz'altro determinato l'ordine del maresciallo Graziani e del principe Borghese alle unità e ai reparti dipendenti di considerare i tedeschi come nemici.
« 4°) Infine, se il disegno del principe Borghese non fosse stato sabotato con tali procedimenti e in tali circostanze per cui è lecito ogni peggiore sospetto, una buona parte dei reparti della X avrebbero potuto essere dislocati tempestivamente in Istria, dove sarebbero stati sufficienti per impedire l'occupazione slava dell'Istria stessa e di Trieste »...

Pagg. 300,301:
... « Avevo, e tanto più ho oggi, la coscienza che Mussolini non aveva voluto e non voleva la guerra civile, pertanto lo considerai un alleato e fui lieto di dimenticare che durante vent'anni ero stato perseguitato da lui. Ugualmente mi convinsi che non avevano voluto e non volevano la guerra civile nè il maresciallo Graziani nè il principe Borghese: è per questa convinzione controllata e meditata che oggi sento il dovere di difenderli contro delle accuse che sono espressione di faziosità.
« Ai miei nemici nel campo dell'estremismo fascista facevano dunque riscontro non meno numerosi nemici nel campo dell'estremismo antifascista. Se vi erano uomini tramutati in feroci tigri assetate di sangue ' da una parte, vi erano anche dall'altra. Più grave era che si comportavano da tigri anche degli uomini investiti di funzioni di comando e che quindi avevano la possibilità di ' imbestialire ' i gregari posti alle loro dipendenze »...


LA DISPERSIONE DELL'ARCHIVIO SEGRETO DI MUSSOLINI

PRESSIONI più o meno amichevoli e minacce di ogni genere (anche in questi ultimi tempi) hanno cercato di distogliermi dal compiere il mio dovere. Alle minacce Ella sa che sono indifferente. Esse, anzi, hanno su di me un effetto contrario allo scopo che si prefiggono. Quanto alle pressioni, esse si concretano prevalentemente in ragionamenti che dovetti già ascoltare nei giorni in cui deposi nel rinnovato processo Matteotti (alla presenza dell'anche allora consigliere relatore dott. Luigi Fibbi e del sostituto procuratore generale dottor Ugo Guarnera). lo sono dunque invitato a tacermi o ad essere reticente nei riguardi del maresciallo Graziani per non contribuire a riabilitare, comunque, la figura politica e morale di Mussolini. Mi si è fatto presente, ancora l'altro ieri, che l'atmosfera di questa nostra ripresa nazionale è già sufficientemente torbida e sconvolta perchè sia necessario aggiungervi nuovi elementi di confusione e di sospetto. Si è voluto convincermi che tacendo non avrei violato alcuna legge morale perchè proprio amor di Patria talvolta può richiedere che si rinunci a servire la verità per la verità. Ma se per coloro che mettono l'interesse di parte, sia pure identificato politicamente con quello superiore della Patria, al disopra di ogni altra considerazione, la verità stessa diventa un'arma da usarsi o non secondo la convenienza delle proprie tesi, per me, al contrario, rappresenta un imperativo morale che dalla politica e dalle sue vicende deve assolutamente prescindere. Sono gli inferiori giuochi della politica interna ed internazionale che oggi tengono lontana da quest'aula di giustizia la massa dei fascicoli più importanti e delicati dell'archivio segreto mussoliniano, (altro che oro di Dongo), sottratti al patrimonio storico nazionale nelle giornate della fine di aprile 1945. Ho il privilegio di aver potuto esaminare dal dicembre 1944 al 18 aprile 1945 nelle mie prolungate soste alla Villa Fontana di Gargnano tutta quella documentazione più riservata che Mussolini teneva sotto il suo diretto e quasi esclusivo controllo e posso dire che se soltanto cento degli oltre tremila essenziali documenti da me esaminati fossero stati acquisiti a questo processo oggi tutti sarebbero convinti, come io lo sono, che il maresciallo Graziavi ha servito la Patria e non la fazione. Si tratta dei documenti che furono trovati ancora nell'archivio di Gargnano perchè l'ordine (dato dall'ultimo segretario particolare di Mussolini, prefetto Luigi Gatti) di bruciarli non potè essere eseguito o che vennero catturati durante il viaggio di Mussolini verso la morte. Si sa che questi documenti non si trovano ora riuniti nè in una stessa sede politica o governativa nè in una medesima cancelleria. Quelli sequestrati da fiduciari del P.C.I. si deve ritenere abbiano percorso la via che è facile immaginare; gli altri, tranne una minima parte sulla quale poterono mettere le mani degli ansiosi fiduciari di De Gaulle, sono stati divisi tra Londra e Washington. Quando certi interessati (non stranieri) ebbero modo di persuadersi che se Mussolini era morto e gli archivi erano stati seppelliti, era però rimasto un incomodo testimone di quelle verità che si era creduto di poter cancellare dalle pagine della storia per avvalorare così delle versioni di comodo, allora l'organo di un grande partito di massa L'Unità, edizione milanese, eccitò al mio assassinio con lo stesso identico frasario più volte usato nei miei riguardi da Roberto Farinacci. (1) Però era già troppo tardi (primi di giugno 1945) perchè il mio assassinio potesse compiersi senza rischi nei riguardi dei mandanti e sicari e, del resto, si apprese che avevo già provveduto in modo da parlare anche da morto. Allora si architettò di incriminarmi come collaborazionista proprio a causa di quei colloqui con Mussolini in ognuno dei quali il primo argomento trattato era sempre stato la salvaguardia della libertà e della vita non solo di esponenti o di gregari dell'antifascismo, compresi parecchie decine di comunisti, ma persino quella di certi organismi clandestini di partito. L'ultima trovata è stato il tentativo o di impedire o di attenuare la mia deposizione mettendomi in contrasto con Corrado Bonfantini e con Ferruccio Parri e con altri esponenti della ' resi¬stenza '. Ho fatto sapere in lettere raccomandate ai maggiori esponenti del P.S.L.I. che quando si tratta di servire la verità e la giustizia io non ho riguardi per nessuno. (2) E' vero. Questo processo si fa per merito, secondo me, di Corrado Bonfantini. È vero. Il maresciallo Graziani è vivo solo perchè Bonfantini ha protetto la sua vita. Ma Corrado Bonfantini ha delle preoccupazioni politiche, e io non ho che delle preoccupazioni morali. Egli sente ora il bisogno di scusarsi per il fatto che impedì la fucilazione di Graziani. Al suo posto io sarei orgoglioso di averlo fatto. Egli, invece, se ne vergogna. Sentimentalmente mi può turbare questa sua incertezza morale ma, poichè ho giurato di dire la verità, sono disposto anche a non preoccuparmi persino del più grave contrasto che potrebbe sorgere con Bonfantini da me considerato più che fratello. È questa una qualifica che non c'è mai stata fra me e Parri, al quale invano mi sono ripetutamente rivolto con l'invocazione: « E' ora di smetterla, è ora di finirla con la vostra politica faziosa, settaria, vendicativa » (lettera 30 marzo 1946). Ella non ignora, signor Presidente, e non lo ignora certo il Ministro della Giustizia, che le pressioni che si sono esercitate in questi ultimi mesi perchè il processo Graziani non si facesse, non sono venute dai familiari e dai patroni di Graziani. Mi riferisco ad elementi di fatto quando dico che l'iniziativa di Bonfantini si è prestata, sia pure inconsapevolmente, a gettare una trave nelle ruote del processo favorendo così i piani dei signori che, con le loro individuate pressioni, si preoccupavano di evitare che esso si trasformasse in un contro-processo al maresciallo Badoglio. Mi permetta adesso la Corte di affermare qui, sotto il vincolo del giuramento, che anche questa deposizione si inserisce nel piano della mia triennale battaglia imperniata sul motto cristiano: « Rompere la spirale della vendetta e dell'odio ». E di aggiungere che respingo in anticipo qualsiasi speculazione che una fazione politica rivolta nostalgicamente al passato potesse tentare su quanto ho detto e dirò non nella qualità di teste a favore del maresciallo Graziani bensì in quella di testimone della verità documentata contro la menzogna. lo credo nella democrazia, nella libertà e nella Repubblica come in una religione e con la documentata lezione della verità intendo contribuire ad insegnare il coraggio agli italiani perchè considero il coraggio stesso condizione pregiudiziale di ogni democrazia degna del nome e della Giustizia che sia veramente tale. Tanto più volentieri compio il mio dovere in quanto non ho il minimo dubbio sulla lealtà democratica e repubblicana dell'attuale imputato. Se Ella, signor Presidente, se il Consigliere relatore, se il Procuratore generale sono già pressappoco informati sulla parte da me avuta nel periodo della Repubblica sociale, quella parte da cui deriva la mia odierna testimonianza, sarà però necessaria qualche delucidazione affin¬chè risulti chiaro, anche per i signori giudici popolari, in grazia di quali circostanze io fui messo in grado di poter esaminare i documenti più segreti dell'archivio riservato del governo della Repubblica sociale.
Gioverà riferirmi a quanto ha scritto su Il Tempo del 12 ottobre 1948 l'ex segretario particolare di Mussolini, prefetto avv. Giovanni Dolfin:

6 febbraio 1944:
«Il Silvestri, almeno per il momento, è salvo. Nel novembre scorso (1943) egli ha avuto l'avventura più drammatica della sua vita. Arrestato dai tedeschi, su presumibile segnalazione italiana, ha potuto sfuggire al plotone di esecuzione soltanto per intervento diretto e tempestivo di Mussolini. Dopo ' uno scampato pericolo' del genere, un altro uomo si sarebbe messo in disparte, o sarebbe addirittura scomparso dalla circolazione. Ma il Silvestri è un idealista che crede ancora nella bontà umana ed ha posto da tempo il suo ideale al di sopra della sua vita. « Animato da un profondo sentimento di altruismo e di umanità, sino dai primi giorni di dicembre, in contatto col Ministro Pisenti, e con il consenso preventivo del Duce, che si è dimostrato entusiasta dell'iniziativa, si è messo a capo di una vera e propria crociata per salvare quanti più italiani è possibile, dalla galera e dalla morte».

(estratto da C. Silvestri, op. cit. pp. 9 - 27)

CONTINUA...

_________________
" Forse che non conoscendo a fondo il pensiero del Duce si può affermare di essere fascisti? Noi diciamo di no! Che il fascismo non è istinto ma educazione e perciò è conoscenza della sua mistica,che è conoscenza di Mussolini" (N. Giani)


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MessaggioInviato: Ven Set 07, 2012 9:45 am    Oggetto:  
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Silvestri.... Un "fascista di fatto" o inconsapevole. Un Italiano con la I MAIUSCOLA. Incarna tutte le qualità che vorremmo per il cittadino. Un'onestà adamantina, un amore per la PATRIA ITALIANA indicibile. Un coraggio che è specchio della sua altezza morale. Silvestri credeva in una Repubblica Sociale e Democratica... Ma se avesse visto come è stata creata la Repubblica attuale (e le avvisaglie le aveva tutte!) e come è ora, avrebbe sicuramente capito che l'unica Democrazia è quella Corporativa!

Il documentario andato in onda su rai3 è stato davvero vergognoso. Veramente indegno. Indegno anche di un documentario da comari.

Marco, ti meravigli di Gentile. IO NO. Non da ora ho fatto notare la sua ambivalenza e il suo orientamento storiografico CHE NON E' come quello di De Felice. Che nella ricerca si atteneva solo e soltanto a quella. Pur essendo antifascista.

Apparentemente ha negato i suoi trascorsi. Praticamente NO!

Creare un documentario, facendolo recitare con modi da avanspettacolo di quart'ordine, è stato davvero idiota. Anche per questi servi prezzolati! E' stato possibile solo nella repubblica delle banane! Non credo che altri paesi avrebbero accolto il documentario diversamente che con una solenne risata e una pernacchia!

Vergognoso tutto, ma soprattutto la volontà di presentare una cosiddetta "ricerca storica" solo sulla base di lettere DI DUE AMANTI, scambiate in particolarissime condizioni morali decisamente provate e tragiche!

A dispetto degli stessi fatti concreti e ampiamente riscontrabili, che il medesimo antifascista dichiarato Carlo Silvestri ricorda e presenta con dovizie di particolari. Questi si che sarebbero documenti storici! Ma guai a farne parola ...men che meno oggetto di documentari!

VERGOGNA SENZA FINE a questa masnada inqualificabile... pseudo-italia non si smentisce!

_________________
 
"La mistica appunto precisa questi valori...nella loro attualità politica...e dimostra l'universalità di luogo e di tempo del Fascismo"(Giani)
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MessaggioInviato: Sab Set 08, 2012 6:07 pm    Oggetto:  
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...continuiamo proseguendo la lettura delle clamorose rivelazioni storiche formulate dallo stesso Silvestri al processo contro Graziani e riportate nel suo libro, autentica fonte inesauribile e mai smentita di dirompenti "bombe storiografiche".

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CINQUANTA COLLOQUI CON MUSSOLINI

QUESTA crociata è la « Croce Rossa Silvestri » in questi i termini consacrata nel testo della sentenza da Lei, signor Presidente, pronunciata nel processo contro l'ex prefetto di Milano dott. Piero Parini. Se mi determinai a fare appello alla comprensione di Mussolini, fu perché non mi sapevo dare pace che l'in-vito da lui fatto al comando della S.S. Polizei di mettere in libertà tutti i cinquanta socialisti e comunisti arrestati con me l'11 novembre 1944 non aveva avuto che applicazione parziale. In conformità alla mia esortazione Mussolini si impegnò a fondo, e tutti i prevenuti, destinati a sicura morte in Germania, furono invece liberati. Ella ricorderà, signor Presidente, in quante centinaia di casi l'intervento positivo di Mussolini abbia corrisposto alle mie sollecitazioni, ma non ho avuto ancora occasione di dire in sede giudiziaria che i miei colloqui importanti con lo stesso Mussolini furono una cinquantina per una durata complessiva di 120 ore. Ogni volta la prima parte del colloquio era riservata, se necessario, all'azione della « Croce Rossa »; la seconda parte a una specie di riepilogo, in contradditorio, del ventennio fascista. Mussolini mi aveva concesso il diritto di interrogarlo senza riguardi di sorta anche sugli argomenti più scabrosi e mi rispondeva ogni volta con eccezionale franchezza ed umiltà. Egli aveva in mente di nominarmi depositario dell'archivio che avrebbe dovuto essere trasferito in luogo sicuro e che io avrei custodito sino a quando avessi giudicato abbastanza normalizzata la situazione politica per ritenere possibile la trasmissione ad una commissione composta da Benedetto Croce, da Alessandro Casati, da V. E. Orlando, da Ivanoe Bonomi, da Alcide De Gasperi, da Giuseppe Bentivogli, da Nino Mazzoni e da Giuseppe Canepa affinché questi « galantuomini » si rendessero garanti dell'acquisizione al Governo italiano di un patrimonio storico di cui si doveva evitare in ogni modo che diventasse preda di stranieri. I successivi rinvii dovuti all'indecisione di Mussolini, il fatto che egli non abbia voluto credere, fino al 25 aprile, all'esistenza delle trattative di resa delle Forze armate germaniche avviata in Svizzera dal gen. Wolff, fecero sì che quando ci fu finalmente la decisione di mettere in funzione il piano elaborato per trasferire in luogo sicuro l'archivio segreto, era ormai trascorsa da un paio di giorni ogni possibilità di attuazione. Poiché avrei dovuto essere il depositario dell'archivio segreto, Mussolini aveva giudicato che la consegna fosse preceduta da un minuzioso inventario tale da darmi una precisa consapevolezza della sua consistenza. Inoltre il Capo della Repubblica sociale si preoccupava, per ogni singolo argomento trattato, di avvalorare le sue affermazioni con le pezze di appoggio fornite dall'archivio. Pertanto ciò che ho scritto nei miei libri: «I responsabili della catastrofe italiana »; « Turati l'ha detto: Socialisti e D. C. »; « Matteotti, Mussolini e il dramma italiano » e « Contro la vendetta » non è frutto di impressioni soggettive bensì di accertamenti oggettivi quanto accurati. È naturale, per quel giornalista che io sono, che uno degli argomenti che più mi hanno interessato nei miei colloqui con Mussolini è stato quello relativo agli avvenimenti post-8 settembre e, specie, alla costituzione del nuovo governo. Ho finora declinato vistose offerte editoriali e giornalistiche, pervenutemi dall'Italia e dall'estero, affinché cedessi il racconto di quegli avvenimenti: preferisco si sfoghino prima tutti i memorialisti che hanno delle tesi da propugnare o delle posizioni ed interessi personali, più o meno legittimi, da difendere. Dovrà quindi passare ancora qualche anno prima che siano pubblicati nella loro interezza i colloqui con Mussolini. Ma oggi l'inderogabile dovere del testimonio non può esimermi dalle anticipazioni che sono propriamente pertinenti a questo processo. Io ho potuto dunque convincermi che Mussolini fu veritiero quando mi disse che egli era recisamente contrario a costituire un nuovo governo fascista dopo l'8 settembre e che se, infine, prese una decisione in contrasto con le sue convinzioni fu per salvare l'Italia dalla punizione che Hitler aveva decretato come conseguenza dell'armistizio. Anche di altre fondamentali verità sono stato lieto di convincermi, vale a dire che Mussolini era rimasto assolutamente estraneo così all'assassinio di Giacomo Matteotti come a quelli di Carlo e Nello Rosselli. Se egli non avesse saputo e potuto provarmi la sua innocenza, io non avrei mai saputo superare quella pregiudiziale morale che mi aveva sempre vietato di intrattenere con lui — dopo il 1924 — qualsiasi rapporto. Mussolini era stanco, sfiduciato, depresso, persino timoroso di essere ammalato di cancro, quando il 13 e 14 settembre 1943 ebbe i primi colloqui con Hitler dopo la liberazione da Campo Imperatore. Le accoglienze del Fuehrer non avrebbero potuto essere più affettuose: « Ma mi sentii morire — così testualmente ed umanamente si espresse Mussolini — quando il Fuehrer tralasciò i convenevoli ed impostò il discorso sulla situazione italiana ». Devo avvertire che durante i colloqui con Mussolini, mentre questi parlava, io prendevo sempre degli appunti e che, quando si trattava di affermazioni di particolare interesse e importanza, egli rallentava la velocità dell'eloquio per permettermi di scrivere sotto dettatura, parola per parola. Non ci possono quindi essere né equivoci ne inesattezze nei miei riferimenti. Quando farò parlare Mussolini direttamente, le sue parole si dovranno intendere come testuali. Ed ecco in quali termini, al dire di Mussolini, Hitler entrò in argomento: « Non bisogna perdere una sola giornata di tempo. È indispensabile che, già entro la giornata di domani, voi annunciate alla radio che la monarchia è deposta e che sorge lo stato fascista italiano in cui i poteri dovranno essere accentrati nella vostra persona, che così si renderà garante (e non è possibile né accettabile altro garante) della piena validità dell'alleanza tra la Germania e l'Italia ». Mussolini, smarrito, scongiurò il Fuehrer di lasciargli qualche giorno per riflettere. Ma Hitler ne soffocò la voce elevando il tono della propria: « Ho già riflettuto abbastanza. Voi dunque ridate valore all'alleanza fra i nostri due paesi, non denunziata ma soltanto tradita, annunciando la costituzione dello Stato fascista italiano; e ve ne riproclamate Duce. Sarete così, come lo sono io, contemporaneamente Capo dello Stato e Capo del nuovo Governo alla cui costituzione occorre provvedere entro una settimana. Non dubito che sarete d'accordo con me nel ritenere che uno dei primi atti del nuovo governo dovrà essere la condanna a morte dei traditori del Gran Consiglio. Quattro volte traditore giudico il conte Ciano: traditore della Patria, traditore del Fascismo, traditore dell'alleanza con la Germania, traditore della famiglia. Se fossi al vostro posto forse niente mi avrebbe trattenuto dal fare giustizia con le mie stesse mani. Ma ve lo consegno: è preferibile che la condanna a morte abbia esecuzione in Italia ». Mussolini non riuscì che a balbettare: « Ma si tratta del marito di mia figlia che adoro, si tratta del padre dei miei nipotini ». Hitler rispose: « Tanto più il conte Ciano merita la punizione in quanto non solo è venuto meno alla fedeltà verso la Patria, ma alla stessa fedeltà verso la famiglia ». Il discorso sul conte Ciano e sui traditori del Gran Consiglio non si limitò a queste poche battute. Però esse bastano perché tutti possano intuire in quale rovente atmosfera si svolsero questa e le successive conversazioni. Mussolini fece appello a tutte le risorse della sua dialettica per persuadere Hitler a non insistere nella pretesa di volerlo Capo dello Stato e Capo del nuovo Governo. Oramai, dopo il 25 luglio, egli aveva rinunciato a qualsiasi ambizione personale. Si considerava un vinto e non credeva in una possibile risurrezione del fascismo. Se il maresciallo Badoglio e la monarchia si erano assunti la responsabilità di scatenare la guerra civile, egli non voleva parteggiare tale responsabilità. Solo l'opposizione di Mussolini aveva impedito l'invasione tedesca della Svizzera. Ora egli — povero illuso! —sperava che la riconoscenza della Confederazione elvetica gli sarebbe stata provata con la concessione del permesso di soggiorno, concessione alla quale riteneva che gli alleati non avrebbero frapposto ostacoli. Hitler si infuriò. Il completo resoconto di questi colloqui potrà interessare i futuri storici. Qui basterà riprodurre alcune frasi di Hitler così come furono riferite da Mussolini. « Devo essere molto chiaro. Il tradimento italiano, se gli alleati avessero saputo sfruttarlo, avrebbe potuto provocare il subitaneo crollo della Germania. Dovevo dare subito un terribile esempio di punizione per intimidire quelli, tra gli altri nostri alleati, che potessero essere tentati di imitare l'Italia. Ho sospeso l'esecuzione di un piano già predisposto in tutti i suoi particolari solo perché ero sicuro di potervi liberare e di impedire così che foste consegnato agli anglo-americani secondo il progetto di Badoglio. Ma se voi mi deludete, io devo dare ordine che il piano punitivo sia eseguito ». Con questa minaccia terminò il primo colloquio. Il Fuehrer aveva voluto che a Mussolini rimanesse qualche ora per riflettere. Il domani la conversazione riprese al punto in cui era stata sospesa. «Voi siete sfiduciato - riprese Hitler - e credete che la Germania abbia perso la guerra. L'avremmo perduta se gli anglo-americani fossero stati pronti, già l'8 settembre, ad eseguire uno sbarco in forze sulla costa ligure, sulle coste dalmate, a Trieste. Non risulta che essi abbiano ora in corso operazioni del genere. Gli alleati hanno sciupato un'occasione unica. Dico unica se saprò togliere per sempre la voglia a Finlandia, Romenia, Ungheria e Bulgaria di tradire come l'Italia ha tradito. La Germania è ancora in grado di vincere la guerra. Abbiamo delle armi diaboliche. La fase sperimentale è già conclusa. Stanno per essere costruite in serie. I bombardamenti ci disturbano, ma se rallentano la produzione non la impediscono. Sta a voi decidere se l'esperimento di queste armi di cui potrete accertare, prima di ritornare in Italia, la tremenda potenza distruttrice, si debba fare su Londra oppure su Milano, Genova e Torino. Se i quantitativi di armi nuove già disponibili sono insufficienti per iniziare il bombardamento dell'Inghilterra, essi sono più che bastanti per radere al suolo i tre principali centri industriali e di traffici dell'Italia. Manterrò quel che vi dico. L'Italia settentrionale dovrà invidiare la sorte della Polonia se voi non accettate di ridare valore all'alleanza fra la Germania e l'Italia mettendovi a capo dello Stato e del nuovo governo. In tal caso il conte Ciano non vi sarà naturalmente consegnato: egli sarà impiccato qui in Germania ». Mussolini giudicava Hitler capace di tutto e non dubitò un solo istante che egli fosse deciso a dare esecuzione persino a questa ultima minaccia che intendeva turbarlo nei suoi più intimi affetti. Oramai la resistenza nervosa e morale di Mussolini era al limite. Hitler non aveva parlato di repubblica, ma solo di ' Stato fascista italiano '. Mussolini disse che questo stato si doveva denominare ' Repubblica ' e Hitler completò: « Sia pure: ' Repubblica fascista italiana ' ». Mussolini si oppose. Egli considerava il fascismo come superato. La denominazione di ' Repubblica fascista ' avrebbe avuto carattere fazioso. Bisognava ora invece fare appello a tutti gli italiani all'infuori e al disopra del fascismo. Soprattutto bisognava basarsi sul popolo e costituire un governo di contadini, di operai e di impiegati. Hitler insistette sulla denominazione di ' Repubblica fascista'. Mussolini insisté nella sua contraria opinione e, per il momento, questo argomento venne accantonato. E gli interlocutori affrontarono allora la questione degli uomini che avrebbero dovuto costituire il nuovo governo. Fu a questo punto che Hitler fece per la prima volta il nome del maresciallo Graziani. La citazione qui deve riprodurre testualmente le parole di Hitler nel resoconto che me ne fece Mussolini: « Il maresciallo Graziani non gode la mia fiducia e non mi è affatto simpatico. Lo stimo per il suo eccezionale valore fisico, per la sua audacia di combattente, meno per le sue qualità di stratega. Non gode la mia fiducia anche perché non ha mai goduto la vostra. Voi stesso, parlandomi di lui in passato, vi siete espresso in termini severi. Soprattutto non gode la mia fiducia perché i suoi intimi sentimenti mi risultano antitedeschi. Però ho passato in rassegna con i miei collaboratori i nomi dei vostri generali che già non risultano schierati dalla parte di Badoglio e sono venuto alla conclusione che se l'Italia dovrà avere un nuovo esercito, vi è un solo uomo che possa incaricarsi di eseguire la chiamata alle armi e, poi, di assumere il comando delle F.F.A.A. dell'Italia rinnovata. Quest'uomo è il maresciallo Graziani. Nessun altro generale ha il suo prestigio e la sua popolarità. L'accettazione di Graziani è condizione indispensabile, affinché io rinunci al mio piano di rappresaglie, altrettanto della vostra. Contro cuore vi chiedo di impegnarvi e di convincerlo anche se ho la certezza che ci darà molti e gravi fastidi ». L'impegno che Hitler chiedeva a Mussolini lo poneva in un crudele imbarazzo. Mussolini era convinto che Graziani lo detestasse, addirittura lo odiasse. Egli lo aveva deferito alla Commissione di inchiesta presieduta dal Duca del Mare grande ammiraglio Thaon di Revel; egli lo aveva umiliato in ogni modo; egli non aveva più intrattenuto con lui rapporti diretti. Poche settimane prima del 25 luglio aveva bensì pensato di fare nuovamente appello alla sua collaborazione, ma poi aveva desistito da tale proposito perché, assunte informazioni sullo stato d'animo di Graziani, aveva dovuto convincersi che il maresciallo era « intrattabile ». Una parentesi è qui pertinente per chiarire che nel corso dei nostri colloqui io non mancai di chiedere esplicitamente a Mussolini per quali ragioni, e con quali intenzioni, egli aveva deferito il maresciallo Graziani al giudizio della famosa Commissione d'inchiesta. Ricopio dai miei quaderni le precise battute del dialogo intervenuto in proposito. Dissi io: « Su questo argomento mi sono intrattenuto a lungo con Piero Parini (il quale in Africa Orientale aveva comandato, agli ordini di Graziani, la ' Legione degli italiani all'estero ' e che, mentre parlavamo, era prefetto e podestà di Milano). Egli è arciconvinto che voi avete pensato, e forse sperato, che la Commissione vi avrebbe fornito elementi di accusa bastanti per mettere Graziani al muro. Lo stesso Parini mi ha detto che tale è anche l'opinione dell'interessato. È vero? Non è vero? Devo aggiungere che se non ho potuto farmi una così precisa convinzione, tuttavia le mie impressioni mi portano a concludere (con Parini) che voi abbiate giudicato un'offesa mortale il telegramma inviatovi da Graziani a metà dicembre 1940 (si tratta del telegramma contenente la frase: ' Al momento delle supreme responsabilità di fronte alla Storia e alla Patria, mi e ora di estrema ma miserabile ma necessaria legittimità parlarvi da uomo ad uomo') ». Rispose Mussolini: « In quel periodo io, basandomi sulle relazioni dello Stato maggiore e sopra un mio esame degli avvenimenti, ritenevo il maresciallo Graziani colpevole della perdita dell'Africa Settentrionale, colpevole di aver compromesso l'onore militare italiano e responsabile di averci messo i condizioni di pericolosa inferiorità di fronte alla Germania costretti, come eravamo stati, a permettere che sul nostro territorio prendessero stanza imponenti forze tedesche ». Fu questa una delle rare volte in cui Mussolini lasciò una mia domanda senza esplicita risposta. Però, da tutto il contesto della conversazione sul tema dei rapporti tra il dittatore e il maresciallo Graziani prima dell'8 settembre, io ho tratto la convinzione che effettivamente Mussolini abbia pensato per qualche tempo di mettere al muro il maresciallo Graziani facendone così il capro espiatorio della disfatta africana. Esaurita la parentesi riprende il resoconto del colloquio tra Hitler e Mussolini. Questi mise avanti altri nomi fra i quali, certamente, quello del maresciallo Cavallero (il suo memoriale anti-mussoliniano in quel momento non era ancora noto). Di fronte alle insistenze di Hitler, Mussolini fece rilevare che egli non aveva alcuna possibilità di ' agganciare ' il maresciallo Graziani. Fu allora che Hitler fece sapere all'interlocutore che, sia pure di malavoglia, si sarebbe incaricato direttamente di convincere Graziani. « Gli farò ripetere (così il Fuehrer) quello che ho già detto a voi. Non ci sono alternative. O Graziani accetta di essere il vostro principale collaboratore e così, innanzi all'opinione pubblica mondiale, sarà possibile sostenere la tesi che gli eventi del 25 luglio sono stati opera di una esigua cricca di militari, di monarchici e di traditori fascisti legati agli interessi della monarchia; o non accetta, e allora, senza il prestigio e la popolarità del maresciallo Graziani, il vostro governo non avrà abbastanza autorità per rivolgersi alla giovinezza italiana. Il mio è un discorso senza possibilità di equivoci. O il nuovo governo della repubblica fascista italiana si impernia sul binomio Mussolini-Graziani o l'Italia sarà trattata peggio della Polonia. Peggio, dico, perché la Polonia fu considerata un paese di conquista; l'Italia sarà considerata il Paese dei traditori senza discriminazioni ».


LA REPUBBLICA SOCIALE ITALIANA


IL 15 SETTEMBRE Mussolini diramava da Monaco i sette ordini del giorno con i quali annunciava di assumere nuovamente la suprema direzione del fascismo in Italia e liberava gli ufficiali delle F.F.A.A. dal giuramento prestato al Re il quale (così l'ordine del giorno n. 7), ' capitolando alle condizioni già note e abbandonando il suo posto, ha consegnato la Nazione al nemico e l'ha trascinata nella vergogna e nella miseria '. Tre giorni dopo Mussolini pronunciava il suo discorso alla radio. Il 23 settembre, appena poté essere comunicata ad Hitler l'accettazione di Graziani, veniva dato l'annuncio del nuovo ministero. Quando Mussolini e Graziani si rividero, per la prima volta dopo tanti anni, non vi fu da parte del Maresciallo la minima allusione al recente doloroso passato. « Altra delusione, mi dettò in seguito Mussolini, mi doveva colpire. Proprio il meno fascista dei generali italiani, il solo che aveva avuto sempre il coraggio di parlarmi il linguaggio della verità, doveva dimostrarsi anche quello dotato di più nobile animo. La superiorità morale palesata da Graziani è stata però motivo di consolazione per me che ogni giorno dovevo fare accertamenti di brutture e di infamie senza nome ». Prego ora la Corte di considerare che io figuro tra i maggiori perseguitati dal fascismo e che la persecuzione si protrasse, come già accennato, durante tutto il ventennio. Produrrò, a titolo di presentazione per quelli tra i componenti la Corte che ignorano tutto del mio passato, la seguente attestazione rilasciatami da Corrado Bonfantini nella sua qualità di Comandante generale e di Commissario politico delle Brigate ' Matteotti:

« Sede Comando, li 26 aprile 1945.

« Dichiaro che il compagno Carlo Silvestri, fu Carlo Luigi, giornalista e fra i maggiori perseguitati dal fascismo, con carcere, domicilio coatto nelle isole, tribunale speciale e campi di concentramento negli anni 1926-1934 e poi, ancora, negli anni 1940-1941, abitante a Milano, si è distinto con atti sostanziali nella lotta antifascista e antinazista, in stretto, intimo e continuo collegamento con me, nella mia qualità di comandante delle Brigate ' Matteotti ', e ciò fin dalla loro costituzione. « Aggiungo che il compagno Carlo Silvestri è stato il promotore e l'animatore della così detta ' croce rossa antifascista ' alla quale centinaia di compagni debbono di essere stati salvati, alcuni dalla fucilazione già decisa, parecchi da condanne capitali probabili, moltissimi dalla deportazione in Germania. Dell'azione svolta dal compagno Silvestri non è ancora il momento di parlare pubblicamente, ma tutti gli debbono il rispetto e la solidarietà socialista e antifascista che egli si è meritato con i suoi atti. Il compagno Silvestri è in possesso della tessera di riconoscimento del Comando delle Brigate ' Matteotti da me rilasciatagli col n. 47 bis.

f.to CORRADO ».

Mussolini non mi perdonò mai, sino a dopo l'8 settembre, di essere stato il principale animatore della campagna antifascista nel 1924-25. Il Presidente del Consiglio ha avuto occasione di ricordare che fui io nel biennio il segretario generale di quel Comitato delle opposizioni che Alcide De Gasperi presiedeva.(3) La mia intransigenza politica e morale, è bene che i signori Giudici popolari lo sappiano, non ha mai avuto flessioni. Davanti a Mussolini, anche dopo l'8 settembre, io fui ognora nella piena integrità di quei connotati inconfondibili che, secondo un noto scrittore, mi caratterizzano. In una lettera dell'ex ministro della giustizia avv. Piero Pisenti sono fissate le basi di quella parte dei miei rapporti con Mussolini che più propriamente non si riferiscono al compito del giornalista che aveva avuto la singolare fortuna di essere stato prescelto dal Capo della Repubblica sociale per affidargli le sue estreme confidenze. Consegnerò questo essenziale e pregiudiziale documento di cui ora do lettura, alla Corte:

« Gardone, 2 dicembre 1943.

« Caro Silvestri, come vedi, sono ancora in attesa di sistemarmi a Brescia, cosa difficile per chi detesta le requisizioni ' ad uso personale. D'altra parte non voglio rimanere sulle rive di questo lago dal clima morbido ed illusorio. Dopo il nostro incontro, mi sento più che mai deciso ad agire secondo la linea che ancora una volta ci ha trovati in pieno accordo. Ieri, durante un lungo colloquio, ho parlato di te a Mussolini e delle nostre idee, per averne il consenso necessario. Molto interessante ciò che mi ha detto di te e che fedelmente riassumo. Prima di tutto, ha toccato gli avvenimenti del '24. «' Silvestri è stato il vero capo dell'opposizione extraparlamentare. Mise nella sua ' campagna' una violenza che corrisponde al suo animo rettilineo, ma ebbe il torto di non venire da me quando vi incaricai di chiamarlo. Un colloquio gli avrebbe chiarito molte cose. Ditegli che se verrà da me, non avrò difficoltà a parlargli come gli avrei parlato allora. Egli ha un poco del giudice istruttore: venga pure ad interrogarmi. Diciannove anni non contano per la verità'». Ho avuto la netta impressione che, venendo qui, potrai scrivere un giorno una pagina di storia. Poi sono entrato in argomento ' Croce Rossa '. Ha continuato: ' Silvestri è un generoso. È appena sfug¬gito al pericolo di essere fucilato dai tedeschi, e già si occupa della sorte degli altri: avete visto il suo intervento per Bentivogli e gli altri di Molinella. Anti-fascista ha subìto dure vicende con molta dignità. Nei suoi panni, e anche per molto meno, altri avrebbe fatto il fuoruscito: egli invece è rimasto in Italia, fra gli italiani, e da quando siamo in guerra so che lo preoccupano soltanto le sorti del Paese. Non è capace di agire per secondi fini. ' Aiutatelo in questa missione di umanità e di italianità. Del resto voi conoscete le mie idee e io conosco le vostre. Anche se l'antifascismo mi odia, io non odio i miei nemici. Alla tragedia che supera me e gli altri, non voglio aggiungerne altre'. Dopo qualche mia parola ha soggiunto: «' Vi illudete: sarebbe giusto, sarebbe intelligente che dall'altra parte mi si capisse, che non mi si ostacolasse in quanto sto facendo tra difficoltà che in gran parte nemmeno voialtri, miei vicini collaboratori, potete supporre. Ma la mia è una pretesa antistorica : l'antifascismo non vuole e non vorrà riconoscere niente. Ricordatevelo '. ' D'accordo, dunque, ridurre, ridurre le fatali conseguenze della situazione e umanizzarla contro lo scatenamento delle passioni '. Poi dopo avermi detto che le difficoltà stanno negli uomini e nelle cose, accalorandosi:¬ ' I tedeschi non capiscono niente di noi e dei nostri sentimenti, poco anche della nostra storia. Per mio conto, come intuizione dei fatti nella storia di Roma antica preferisco Guglielmo Ferrero a Mommsen (interessante!). «' Giorni fa Wolff si meravigliò che avendoci consegnato Nenni ci si sia limitati a mandarlo al confino per la durata della guerra, il che significava salvarlo '. « E, sottolineando: ' Certo Hitler, Stalin e lo stesso cattolicissimo Franco, avrebbero agito con ben altra energia!... « ' A proposito — concluse — sarà interessante che vediate quante condanne a morte per reati politici, sono state eseguite durante la mia ferocissima dittatura, cioè durante vent'anni '." Infine, dopo una pausa: « Sì, bisogna salvare quanto più è possibile gli italiani, per salvare l'Italia. « ' Dite a Silvestri che non si faccia illusioni sulla gratitudine degli uomini. Ma lui, queste cose le sa, anche se non ha la mia esperienza'." Credo che niente mi sia sfuggito. Ho avuto così il via che attendevo e ne sono lietissimo. Resta inteso che le tue segnalazioni a favore di persone in pericolo mi dovranno giungere nel modo più rapido e personale con tutte le indicazioni necessarie perché io mi renda ragione dei singoli casi. In casi di urgenza rivolgiti al Prefetto di Milano che si metterà a contatto telefonico con me. E in hoc signo, quello della tua Croce Rossa, ti saluto caramente.
tuo

f.to P.Pisenti (4)

Mussolini ed io ci riavvicinammo dunque, dopo vent'anni, per lavorare insieme a questo intento: Ridurre, ridurre le fatali conseguenze della situazione e umanizzarla contro lo scatenamento delle passioni. Vale ad integrare la lettera che il Ministro Pisenti mi scrisse per incarico di Mussolini, un'altra lettera in data 2 febbraio 1944 che fu scritta personalmente da Mussolini e mi giunse firmata dal suo segretario particolare. il già nominato avv. Giovanni Dolfin. Eccone il testo:


« Posta da Campo 713, 2 febbraio 1944-XXII

Dott. Carlo Silvestri, Alta Italia.

In risposta alla vostra lettera del 20 gennaio il Duce mi incarica di farvi sapere che non dovete avere alcuna preoccupazione di apparire ' indiscreto ' o ' seccante '. « La generosa e disinteressata attività di Croce Rossa che voi svolgete da anni, continuando l'opera del compianto prof. Luigi Veratri, non riesce affatto ' fastidiosa' al Duce che ha sempre notato l'obiettività e l'esattezza dei vostri interventi. Al contrario sono autorizzato a dirvi quanto Egli apprezzi questa vostra opera al servizio di una causa di giustizia e di verità. Anche per tutte le vostre ultime segnalazioni riguardanti particolarmente la situazione di numerosi schedati come socialisti e comunisti è stato provveduto nel senso da voi desiderato. Quasi tutti i vostri raccomandati sono stati rimessi in libertà. « Voi vi siete particolarmente interessato del vostro amico Giuseppe Bentivogli, ex Sindaco di Molinella e padre di un valoroso combattente in Russia nel Raggruppamento CC.NN. Tagliamento, nonché di altri ex-dirigenti delle Organizzazioni di Molinella. Sono state date disposizioni al Capo della Provincia di Bologna perché nessuna prevenzione di polizia ostacoli questi ex collaboratori di Giuseppe Massarenti nell'esplicazione della loro normale attività di cittadini e lavoratori. « Già infine siete stato informato delle notevoli migliorie apportate al trattamento fatto ai detenuti nelle carceri di Milano. « Come vedete, la vostra opera di Croce Rossa non è mai vana.

f.to Giovanni Dolfin ».


E per completare su questo punto la testimonianza, mediante prove concrete del modo con cui le direttive di carattere generale si traducevano nei fatti, occorre che la Corte conosca altra lettera che reca la data del 28 gennaio 1944 e la firma di Piero Parini ma che, in realtà, fu scritta da Benito Mussolini.

Milano, 28 gennaio 1944-XXII.

« Caro Silvestri, prima di tutto un ' grazie ' per il commento che hai espresso al mio discorso alla radio con la lettera del 26 corrente. L'accenno alle dichiarazioni fatte il 27 settembre u.s. dal Duce nella riunione del primo Consiglio dei Ministri della Repubblica Sociale ha voluto indicare, come tu speri, il mio programma. Nessun precedente di antifascismo può per me costituire un fatto tale da pregiudicare comunque la situazione personale e politica di un determinato cittadino. Uno può essere stato socialista, comunista, anarchico, può essere stato accanito nell'antifascismo, può esser stato in carcere o al confino, ma se non svolge oggi, attività sediziosa contro la Repubblica, se non fa opera disfattista, se non vilipende l'alleato germanico — se cioè non si mette in contrasto con le leggi di guerra — è per me un cittadino come tutti gli altri, pari a chiunque altro nei diritti così come lo è nei doveri. « Del resto le direttive di Mussolini non potevano essere più chiare, più esplicite, e chi non le applica non serve Mussolini né la causa della Repubblica Sociale con la quale quella dell'Italia oggi si identifica. « Sarebbe assurdo oltre che iniquo colpire degli antifascisti perché il 26 luglio e giorni successivi manifestarono pubblicamente la loro esultanza per il fatto che il fascismo era caduto: era uno sfogo più che legittimo. Era uno sfogo, direi, se fosse lecito scherzare, doveroso. « I Tribunali Straordinari Provinciali tanto temuti dagli antifascisti sono stati costituiti particolarmente per giudicare i fascisti traditori. Gli antifascisti che non commisero atti di violenza dopo il 25 luglio non hanno nulla da temere. Con le sue dichiarazioni del 27 settembre Mussolini volle chiamare tutti gli italiani di buona fede e non conservatori a collaborare alla rinascita della Patria nel nome della Repubblica Sociale che, appunto perché si chiama Sociale, non può essere contraria al Socialismo. L'ordine nuovo di cui tanto si è parlato senza precisarne il possibile contenuto, se non vorrà essere retorica ma sostanza, dovrà attuare tutto il socialismo che sarà possibile realizzare nella situazione del dopo guerra. Rispondo ora alla tua precedente lettera del 23 corr.

"Gruppo Andreani". Ho assunto in proposito tutte le informazioni necessarie. Il Capo del Governo, sulla base dei tuoi memoriali, insiste perché tutti gli imputati di questo gruppo siano rimessi in libertà. Tutto il primo gruppo dei detenuti da te raccomandati (i miei compagni di sorte, nota di C. S.) è già stato interrogato dalle autorità germaniche. Alle insistenze dello speciale inviato dal Duce ho aggiunto le mie, persuaso come sono della giustizia e dell'opportunità della tesi da te sostenuta. Dovrebbe essere imminente la decisione delle autorità germaniche di rimettere a quelle italiane il giudizio sulla sorte degli accusati. In questo caso, date le considerazioni di ordine politico superiore in base alle quali procederebbe l'esame delle singole posizioni, quasi tutte le famiglie in ansia potrebbero essere sicure di rivedere i loro cari.

"Gruppo ' Chimico Galvanica'." La situazione è più grave per la scoperta delle ar¬mi e per la precisa denuncia della Colombini, precisa ed assai estesa. Il Duce è intervenuto ripetutamente in favore di Ferrazzuto, di sua moglie Elvira Pilon, di Rossi e degli altri imputati. A favore di tutti sta la certezza che il Viotto, denunciato dalla Colombini come il principale responsabile di tutto, è definito come un dittatore che alla ' Chimico Galvanica ' non usava dare spiegazioni a nessuno. (Il Viotto era latitante. Nota di C.S.).

"Situazione Carcere di San Vittore." Mi sono già interessato e mi occuperò di questo problema. Io stesso ho avuto occasione di intrattenermi con persone scarcerate recentemente e queste mi hanno assicurato che il trattamento alimentare è ora diventato sufficiente. Molti altri inconvenienti sono in rapporto alle condizioni cui è stato ridotto il carcere e il materiale dai bombardamenti dello scorso agosto. Circa le violenze alle persone, tu conosci in proposito le mie idee che potrei definire fondamentali e che non sono mai cambiate. « Ho fatto subito presente agli organi dipendenti che la circolare del Duce deve avere rigorosa applicazione e che gli autori di percosse contro arrestati e detenuti debbano essere puniti e, se recidivi, espulsi dal corpo. « Una vasta epurazione ha già allontanato gli elementi risultati colpevoli. Cordiali saluti.

f.to Piero Parini ».

Tutti gli 'arrestati dei due Gruppi Andreani e « Chimico Galvanica » non solo si salvarono dalla deportazione in Germania ma riebbero la libertà: tutti tranne tre: uno perché colpito da una punizione disciplinare tedesca, l'altro perché una tal famosa canaglia che vestiva la divisa della Guardia repubblicana riuscì a farlo partire, mediante compenso di 25.000 lire, al posto di un altro che era effettivamente in lista; il terzo perché Wolff fece finta di aver equivocato sulla, invece, precisa e reiterata richiesta di Mussolini. Nell'arduo e pericoloso svolgimento di questa attività io ho avuto giorno per giorno, direi ora per ora, la riprova della verità di ciò che Mussolini mi aveva detto allo scopo di chiarire le ragioni di inderogabile patriottica necessità per le quali aveva deciso la costituzione del nuovo governo, ragioni che già mi erano state progressivamente confermate dalla minuziosa consultazione dei documenti dell'archivio segreto. La mia coscienza non troverebbe mai più pace se mi mancasse il coraggio di giurare qui, davanti alla maestà della Corte, la mia convinzione (attinta nei fatti) secondo la quale il governo di Mussolini e del maresciallo Graziani non è stato una maledizione di Dio, come ancora affermano i faziosi anche democristiani, bensì, nel suo complesso, il provvidenziale congegno che ha evitato all'Italia settentrionale degli orrori che si possono immaginare sol che si pensi alla mentalità con cui fu ordinata, direttamente da Hitler, la strage delle Fosse Ardeatine. Nel settimanale Democrazia, organo per la Lombardia della Democrazia cristiana, il rag. Antonio De Martini, segretario regionale del partito, in un articolo pubblicato nel numero del 24 ottobre 1948, allo scopo di dimostrare che vi è stridente incompatibilità tra la qualità di deputato democristiano dell'on. avv. Martino Del Rio e la sua partecipazione al collegio di difesa del maresciallo Graziani, non si perita di affermare quanto segue:

« Nella sua logica ferrea Hitler sospinse indiscriminatamente verso i campi di eliminazione e i forni crematori tutti i suoi avversari politici. E Mussolini e Graziavi, ridotti al rango di servi sciocchi della belva tedesca, fecero altrettanto ».

Non è vero! E' falso! Con il diritto e la competenza e la documentazione che derivano alla ' Croce Rossa Silvestri ' dal fatto di aver contribuito a salvare migliaia di italiani dalla deportazione in Germania, dai Tribunali speciali, dalle persecuzioni degli organi di polizia più o meno straordinari, io testimonio che si commette un vero e proprio delitto di tradimento contro la Patria quando si osa, ancora tre anni e mezzo dopo il 25 aprile 1945, l'affermazione che Hitler e Mussolini, il nazismo e il fascismo vanno giudicati sullo stesso piano di feroce criminalità. Rispondo, fra l'altro, con una frase uscita di bocca ad un autorevole funzionario comunista rientrato nel partito nel 1946 dopo esserne stato espulso per scarsa ortodossia prima della seconda guerra mondiale. Si tratta di un italiano che ha conosciuto il bolscevismo da vicino per aver vissuto lunghi anni nell'U.R.S.S. Ebbene, al termine di una discussione sui tre maggiori regimi dittatoriali, il russo, il tedesco e l'italiano, egli così sintetizzò il suo pensiero: « La dittatura italiana, in confronto al regime bolscevico e a quello nazista, si può considerare una pulzelletta vestita di celeste ». Il nazismo è stato una cosa feroce e barbara. Hitler pensava ed agiva all'infuori delle leggi della civiltà cristiana. Più la guerra andava male, e più egli si inferociva nella inumana bestialità di ordini e di direttive che hanno la loro sintesi per noi italiani nell'eccidio (voluto dal P.C.I.) delle Fosse Ardeatine, nelle stragi degli ebrei, nei campi di eliminazione, nelle camere a gas. Identificare ancora oggi, febbraio 1949, in quest'aula di giustizia, nel fascismo italiano il nazismo tedesco, e mettere sulla stessa linea con Hitler e Himmler, Mussolini e Graziavi, è fare il giuoco dei nemici del nostro Paese, è lavorare contro gli interessi storici dell'Italia. Nel 1944-45 i campi di sterminio tedeschi e le camere a gas ebbero il loro riscontro italiano nel campo di concentramento di Lumezzana, in provincia di Brescia, consistente in un buon albergo dove non si viveva affatto male: il paradiso rispetto all'inferno. Ivi, nell'autunno del 1944, in base ad un rapporto del questore Bettini e ad una contemporanea preghiera della ' Croce Rossa Silvestri ' fu internato l'attuale deputato on. Matteo Matteotti, che solo in tal guisa fu sottratto alla sicura deportazione in Germania. L'interessato conosce da due anni questa mia indicazione quale si può leggere a pagg. 52-53 del libro "Matteotti, Mussolini e il dramma italiano", e si è, naturalmente, ben guardato da un qualsiasi tentativo di smentita. Tutte le testimonianze e le documentazioni finora raccolte sono univoche nel sostenere che Hitler, dalla fine di marzo del 1945 sino alla sua morte, agì in una condizione di furore spinto al parossismo della ferocia. Al contrario più si avvicinava il giorno del crollo e più Mussolini diventava umano. Ascoltate. Appena nove notti prima che il suo cadavere pendesse dai ganci di piazzale Loreto, con una telefonata eseguita da Milano alle ore 22.45 del 19 aprile riusciva a me di svegliarlo e di ottenere quell'immediato intervento presso le S.S. Polizei di Mantova che solo ebbe il potere di impedire la fucilazione già decisa del dott. Tommaso Solci, presidente del C.L.N. clandestino di Mantova, e, dopo il 25 aprile, nominato prefetto della provincia. (Attualmente egli è prefetto a disposizione presso il Ministero dell'Interno). Ecco qui, signor Presidente, un'attestazione firmata dallo stesso Solci che già doveva riconoscenza a Mussolini perché gli aveva salvato in ultima istanza il figlio sedicenne Giorgio pure condannato a morte dai tedeschi.(5) Sotto il regime di Hitler gli ebrei morivano a milioni; sotto il regime di Mussolini e di Graziani, per esempio, un'intera famiglia ebraica poteva vivere sotto mentite spoglie nella stessa casa del prefetto e podestà di Milano dott. Piero Parini. Signor Presidente, Ella ricorderà il nome di questa famiglia. È quella di uno dei più noti avvocati di Milano, l'avv. Leone Del Vecchio che disse di aver assunto la difesa di Parini per testimoniargli la riconoscenza dovutagli dagli ebrei. Così testualmente iniziò l'avvocato Del Vecchio la sua arringa :

« Dopo sei anni da che la mia bocca fu chiusa, molti attendono da me un'orazione, ed un'orazione secondo i canoni si compone di una introduzione, di uno svolgimento in fatto, di una disquisizione in diritto, delle conclusioni e della perorazione. Ma quando i battiti del cuore scandiscono le parole, non è possibile rifarsi ai canoni oratori. Piero Parini ha salvato me, la mia famiglia, il mio gruppo ebraico. Quello che noi abbiamo potuto fare di poco o di tanto per meritarci di respirare l'aura di libertà che respiriamo, è dovuto a Piero Parini. Piero Parini ha rischiato la vita come non l'abbiamo rischiata noi, Piero Parini ha corso per sé e per la propria famiglia tutti i rischi ed è perciò che la mia voce talvolta è rauca per l'angoscia del compito che è sulle mie spalle. Cosicché io non farò un'orazione, io parlerò da uomo che ha sofferto e lottato ad uomini che hanno sofferto e lottato, in difesa di un uomo che ha sofferto e lottato ».

Signor Presidente, testimonio: il Capo della Repubblica sociale sapeva che la numerosa famiglia Del Vecchio e il suo « gruppo ebraico » vivevano a Milano sotto la direttissima protezione del podestà e prefetto Piero Parini. Il che significa che gli ebrei protetti da Parini erano concretamente sotto la continua protezione del governo Mussolini-Graziani. Sono in grado di affermare che Mussolini e Graziani sapevano, per segnalazioni ricevute, dove e come vivevano, e sotto quali spoglie, numerosi ebrei che non avevano voluto lasciare l'Italia. Se dopo queste segnalazioni vi furono degli interventi, essi si produssero sempre in modo che gli interessati prendessero coscienza del pericolo che incombeva su di loro e si mettessero in salvo. Per fortuna della storia d'Italia, se Mussolini si decise ad operare il salvataggio dell'archivio segreto solo quando non vi era più la possibilità di provvedervi, io fui tempestivo e così posso esibire alla Corte due lettere (dell'allora direttore generale della P.S. gen. Renzo Montagna in data 23 febbraio e 25 marzo 1945). Esse riguardano il noto avvocato e pubblicista israelita Mario Paggi di Milano che figurò fra i maggiori esponenti del Partito d'azione ed è ora direttore della rivista "Lo Stato moderno". (6) Era venuto da me l'amico Ernesto Schiavello, che fu segretario della Camera del Lavoro e vice-sindaco di Milano durante l'amministrazione socialista del dott. Filippetti, e mi aveva pregato di intervenire d'urgenza in favore, oltre che del prof. Antonio Basso fratello dell'avv. Lelio, ex segretario del P.S.I., anche di un certo Mario Maggi che era, invece, l'avv. Mario Paggi. Schiavello era agitatissimo perché elementi del Partito d'azione, che conoscevano la vera identità dell'arrestato, chiedevano l'immediato versamento di una grossa somma per impegnarsi a tacere. Il ricatto fu subito, la somma versata, ma i ricattatori compirono ugualmente la minacciata delazione. Infatti quando, con la sua lettera del 23 febbraio, il capo della polizia gen. Montagna mi fece sapere che il ' caso Maggi era estremamente urgente, e che trattandosi di un E... bisognava evitare altri interventi ', io non indugiai ad interessare direttamente Mussolini e non gli nascosi la verità. Così il falso Maggi fu salvato dal Capo della Repubblica sociale proprio nella sua qualità di autentico ebreo Mario Paggi. D'ordine di Mussolini, il gen. Montagna fece persino compilare un rapporto, da usare nella eventualità che la S.S. Polizei avesse chiesto la consegna dell'arrestato, rapporto nel quale si attestava che ' accurate indagini ' avevano accertato la razza ariana dello pseudo Maggi e l'esattezza della sua identità. Quanto al Paggi, il rapporto di polizia lo faceva figurare in Svizzera...

(estratto da C. Silvestri, op. cit. pp. 27 - 53)

CONTINUA...

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" Forse che non conoscendo a fondo il pensiero del Duce si può affermare di essere fascisti? Noi diciamo di no! Che il fascismo non è istinto ma educazione e perciò è conoscenza della sua mistica,che è conoscenza di Mussolini" (N. Giani)
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MessaggioInviato: Lun Set 10, 2012 12:19 pm    Oggetto:  
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...nulla e nessuno viene risparmiato dalle testimonianze processuali di Silvestri, che smontano integralmente 70 anni di falsità storiografiche antifasciste demolendo il mito fasullo sui cui è nata e si regge la traballante ed agonizzante repubblica delle banane nata dalla "resistenza".

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IL PROPOSITO DI ASSASSINARMI

Perchè dopo il 25 aprile si eccitò al mio assassinio? Perché ben due volte si tentò di incriminarmi come collaborazionista a causa dei rapporti intrattenuti con Mussolini, e ciò pur sapendo che io avevo agito sempre come ho provato alla Corte e come il presidente dott. Marantonio già documentalmente sapeva, in pieno accordo con Corrado Bonfantini, comandante generale e Commissario politico delle Brigate ' Matteotti? Non essendo riuscito il piano di ' farmi fuori' fisicamente e moralmente, grazie soprattutto alla fraterna protezione che mi fu data dall'allora prefetto di Milano ing. Riccardo Lombardi, attuale direttore dell'Avanti!, si sperò, in linea subordinata, di screditarmi, di svalutarmi, di sporcarmi, come futuro testimone in questo e in altri processi. Devo all'onesta ribellione della Magistratura se il piano dell'Alto Commissariato dell'epurazione (console Nenni) non poté avere neppure principio di esecuzione. La prima e la seconda volta le denuncie presentate contro di me furono infatti immediatamente archiviate. Che cosa non si voleva io testimoniassi? In sintesi questo: « Che nella realtà il governo Mussolini-Graziani era rimasto sempre fedele alle fondamentali ragioni per le quali era sorto, vale a dire che, non solo esso aveva salvato l'Italia del Nord dal pericolo di diventare ' terra bruciata ', ma aveva altresì costituito un essenziale argine di difesa contro la manomissione tedesca in ogni campo della vita nazionale ed era stato il solo organo che poteva avere il potere di impedire, come impedì, che il milione di italiani riunito in Germania diventasse un milione di schiavi destinati ad essere sfruttati sino alla loro totale consumazione. In argomento produrrò il verbale della riunione dei Consoli italiani in Germania tenutasi presso l'Ambasciata italiana in Berlino nei giorni 11 e 13 gennaio 1945, un documento fondamentale.( 7 - 8 ) Questa verità io avevo commesso l'imprudenza di gridarla nel corso del 1944-45 ogni volta che venivo a contatto con dei « responsabili » dell'antifascismo clandestino, e ciò nella illusione di contribuire a creare stati d'animo propizi allo scopo di ridurre al minimo le conseguenze sanguinose dell'inevitabile trapasso, scopo che era il motivo principale delle mie relazioni con il governo Mussolini-Graziani. Devo dire, per essere onesto, che solo in Corrado Bonfantini trovai corrispondenza di intenti e di azione a questo proposito. Devo aggiungere che se non fosse stata nota l'intimità della mia collaborazione con Corrado Bonfantini io non avrei fatto in tempo a vedere l'alba del 25 aprile. Del resto egli mi rendeva ciò che gli davo. Pari e patta. Il C.L.N. voleva stabilire come verità dogmatica la versione secondo la quale gli impianti industriali e idroelettrici dell'Alta Italia erano stati salvati esclusivamente per l'azione delle forze del C.V.L. Si sapeva che io non mi sarei mai prestato ad avvalorare questa favola e che nessuna lusinga o minaccia mi avrebbe trattenuto dal dire quanto a me risultava in maniera indubbia, vale a dire che se il piano nazista di totale distruzione dell'attrezzatura industriale, idroelettrica e portuale delle nostre provincie settentrionali non è stato eseguito, una minima parte di merito può spettare anche alla minaccia rappresentata dalle forze partigiane, un'altra parte al cardinale Schuster e al buon senso del gen. Vietinghoff, ma almeno metà di questo merito va riconosciuto al governo Mussolini-Graziani e all'esistenza di un esercito italiano comandato dal maresciallo Graziani e comprendente la Divisione ' San Marco' che aveva a capo il gen. Amilcare Farina, la Divisione ' Monterosa ' agli ordini del gen. Carloni e la Divisione X agli ordini del principe Borghese, cioè tre grandi unità che, certo, avrebbero combattuto contro i tedeschi se questi non si fossero rassegnati a rinunciare alle progettate distruzioni per le quali avevano radunato qui ' reparti distruttori' composti degli specialisti già sperimentati, perfetti esecutori degli ordini di trasformare in ' terra bruciata ' le zone in cui si era svolta la ritirata delle forze armate germaniche incalzate dalla controffensiva dei sovietici. Sarei in grado di parlare tre giorni di seguito su questo argomento perché esso, dal novembre 1944 all'aprile 1945, riempì ogni mia conversazione con Mussolini, con il Ministro della Giustizia avv. Piero Pisenti, con l'ultimo Ministro dell'Interno della R.S.I. Paolo Zerbino, con il Ministro dell'agricoltura Edoardo Moroni, con il Capo della polizia gen. Renzo Montagna, con lo stesso Ministro segretario del partito Alessandro Pavolini, con il Sottosegretario all'interno Giorgio Pini, con il Sottosegretario alla presidenza Barracu, con i segretari particolari di Mussolini dott. Ugo Cellai e prefetto Luigi Gatti, con Vittorio e Vito Mussolini, con Nicola Bombacci. Posso pertanto affermare, senza che il minimo dubbio incrini la mia convinzione, che il gen. Wolff non regalò assolutamente nulla agli alleati durante le trattative condotte in Svizzera quando garantì il rispetto da parte delle F.F.A.A. germaniche dell'attrezzatura industriale e portuale dell'Italia settentrionale. Egli non faceva nessuna fatica a garantire l'adempimento di questo impegno perché era sicuro che il piano di distruzione, già ordinato personalmente da Hitler, non avrebbe potuto essere eseguito senza determinare scontri sanguinosi tra le forze tedesche e quelle al servizio della Repubblica sociale, scontri che avrebbero potuto disturbare gravemente la ritirata perché si sarebbe inevitabilmente determinata, anche contro la volontà dei capi, un'alleanza di estremo combattimento tra i soldati di Graziani e quelli di Cadorna, di Parri e di Longo. Quanto alla salvezza degli impianti portuali di Genova e di Savona è del tutto esatto quanto dichiarò, nell'udienza del 18 dicembre 1948 alla Corte che lo giudica, il principe Valerio Borghese. Mussolini era intervenuto più volte presso Hitler allo scopo di esortarlo ad assumere l'inderogabile impegno di rinunciare al piano di totalitaria distruzione degli impianti in questione. Nella lettera inviata ad Hitler c'era una frase di questo genere: « Se i vostri ordini fossero eseguiti, dovrebbero passare non meno di dieci anni prima che i porti di Genova e di Savona possano nuovamente funzionare a pieno ritmo. Ove non dovesse risultare che io e il mio governo ci siamo opposti con qualunque mezzo a queste distruzioni, il mio nome sarebbe maledetto, e gli italiani avrebbero ragione di maledirlo » . Per due volte Hitler fece dare delle risposte evasive; infine, di fronte alle insistenze di Mussolini manifestatesi per diverse vie, mandò il telegramma citato da Borghese in cui si davano esplicite assicurazioni per la salvezza del porto. Mussolini, lo stesso giorno in cui lessi il dispaccio del Fuehrer, mi disse che aveva dato subito ordine al ministro Tarchi affinché provvedesse ad impartire tutte le disposizioni necessarie al fine di evitare le previste distruzioni. La R.S.I. viveva le sue ultime ore. E' avvenuto così che, durante il trapasso, sia toccato a degli operai del porto, trasformatisi in partigiani della sesta giornata, di eseguire gli ordini di Mussolini e di Tarchi. Prima però che giungesse il telegramma di Hitler la questione del salvataggio dei porti di Genova e Savona era stata discussa in seno al Consiglio dei Ministri, e questo aveva approvato la nomina di una Commissione composta dal maresciallo Graziani e dai ministri Tarchi, Pellegrini e Pavolini ed incaricata di far sapere all'ambasciatore Von Rahn che il tentativo di distruggere gli impianti portuali avrebbe certamente provocato un conflitto tra soldati tedeschi ed italiani. Il passo presso l'ambasciatore tedesco fu compiuto dai designati, meno Tarchi, e si svolse nella sede dell'ambasciata tedesca. Von Rahn diede assicurazione che ne avrebbe informato Hitler. Questa è la verità da me proclamata fin due anni e mezzo fa, incurante di ogni minaccia; questa è la verità che si cercò in ogni modo di soffocare perché, se io avessi parlato, si sarebbero dimostrati insufficienti, come è oggi provato, la stessa uccisione di Mussolini e il furto e il seppellimento del suo archivio segreto. Non si travisino le mie parole. Lungi da me, che mi propongo di spezzare la spirale dell'odio e della vendetta, qualsiasi intenzione di offendere la « resistenza ». Ma io mi ribello ad offendere la verità e a fare il giuoco di Mosca. La verità stabilisce come, assai prima che il gen. Wolff assumesse gli impegni sottoscritti in Svizzera, vi erano state trattative che portarono alla stipulazione di una convenzione in base alla quale i tedeschi diedero la garanzia che non avrebbero distrutto gli impianti industriali ed idroelettrici dell'Alta Italia. Tuttavia verso la fine di febbraio 1945 il Presidente del C.L.N. di Varese, Ernesto Schiavello, mi segnalò l'arrivo a Colico di un reparto distruttore delle S.S. composto da circa 90 uomini, reparto che, secondo lo stesso Schiavello, aveva l'incarico di annullare, al momento della ritirata, tutta l'attrezzatura idroelettrica della Valtellina. Dopo aver parlato con Mussolini e il Capo della Polizia, io potei far sapere al Presidente del C.L.N. di Varese che il governo aveva provveduto a rinforzare nella zona i reparti della Guardia nazionale repubblicana con l'ordine di opporsi ad ogni iniziativa tedesca di distruzione. Consegnerò alla Corte, su questo argomento, due delle lettere dell'ex Capo della polizia della R.S.I., lettere che già furono presentate alla Sezione speciale della Corte d'Assise di Como nel processo contro di lui intentato, e terminato con una sentenza assolutoria. Richiamo l'attenzione della Corte sulla lettera 13 aprile 1945 del seguente tenore:

« Caro Silvestri, ho la nota del tuo amico E. Schiavello circa la difesa degli impianti della Valtellina. L'idea che possano trovarsi riuniti nell'azione contro lo speciale reparto di distruttori, che ha la sua sede a Colico, gli elementi del reparto antidistruttore p. e nostre formazioni regolari mi piace. Se avvenisse questo potrebbe determinarsi una situazione politica del tutto nuova. Io sono, pertanto, di parere favorevole. E se ne avremo il tempo, vedremo di dar pratica attuazione a questo progetto che tende a salvare i nostri impianti.
Con affetto, tuo
« f.to Renzo Montagna ».(9)

Proprio così. Ernesto Schiavello aveva proposto che, per impedire le distruzioni che si potevano temere da parte tedesca, si stabilisse un piano nell'attuazione del quale avrebbero dovuto trovarsi riuniti gli elementi del reparto antidistruttore partigiano, che era stato prudenzialmente costituito nella zona, e i militari delle formazioni regolari della R.S.I. Il progetto di Schiavello si inseriva con delle particolarità, localmente concrete, nel piano di carattere generale che Mussolini aveva allo studio oramai da mesi e che si proponeva, come ho scritto fin dall'ottobre 1946, a pag. 17 del mio libro: "Turati l'ha detto", di rendere effettiva un'alleanza militare tra le forze armate della Repubblica sociale e quelle patriottiche della Resistenza, alleanza che sarebbe stata estremamente facile da attuare e che, ove si fosse tempestivamente concretata, avrebbe avuto la capacità, ancora oggi ne ho ferma fede, di indurre i tedeschi ad abbandonare il territorio italiano per concentrarsi nella difesa della frontiera austriaca.(10) Mussolini, da quando nell'agosto 1944 aveva potuto accertare il colossale bluff montato sulla difesa della cosiddetta linea gotica, considerava i tedeschi cento volte inadempienti agli obblighi di quell'alleanza i cui termini Hitler aveva confermato nella loro pristina integrità quando si era trattato di convincerlo, il 14 settembre 1943 a ricostituire il governo fascista. Proponendosi di denunciare lealmente l'alleanza, offrendosi all'estremo sacrificio, e creando così le premesse di una comune azione militare tra le forze armate della Repubblica sociale e quelle della « resistenza » per la salvaguardia del nostro patrimonio industriale e portuale, Mussolini si immaginava, non solo di ridurre al minimo le conseguenze sanguinose del trapasso (« Perché, diceva, gli antifascisti non avrebbero più ammazzato i fascisti dopo aver combattuto insieme »), ma di migliorare la posizione dell'Italia di fronte agli alleati attraverso l'effettiva prova di essersi liberata, per forza propria, dai tedeschi.(11) Stabilirà la storia a chi spetti la responsabilità del fatto che questo disegno, che avrebbe certo avuto l'entusiastica approvazione e collaborazione di Rodolfo Graziani (così almeno mi disse Mussolini) non poté compiersi. Per ciò che a me risulta, non si può far carico a Mussolini del fatto che così vasto piano politico e militare si ridusse, infine, alla lettera che egli mi dettò il 22 aprile 1945 per proporre la trasmissione dei poteri all'Esecutivo del Partito socialista di unità proletaria.(12)


LE RESPONSABILITA DELL'ESTREMISMO FASCISTA

Io DEVO ora dimostrare che il governo Mussolini-Graziani si può paragonare ad uno scudo che ha impedito ai tedeschi, nonostante le molte fessure, di trattare l'antifascismo italiano così come furono trattati gli ebrei in Polonia. Violenze, efferatezze, vigliaccherie, ignominie non sono certo state poche nelle cronache della Repubblica sociale italiana. Vi furono dei criminali che commisero crudeltà inutili e mandarono a morte antifascisti e antinazisti solo perché tali, esercitarono lo spionaggio, favorirono per danaro le imprese e i piani tedeschi specialmente nei riguardi delle leggi razziali, e via via. (Questi criminali si sono quasi tutti salvati perché seppero tempestivamente distinguersi come campioni di doppio giuoco). Vi fu il ministro dell'interno Guido Buffarini Guidi mantenuto al fianco di Mussolini come diretto rappresentante di Himmler e delle S.S. Egli, intelligentissimo e scaltro com'era, fu la personificazione del più deteriore fascismo; egli fu il peggiore nemico della politica di conciliazione nazionale di Mussolini e Graziani, politica che ebbe il suo più eloquente assertore nel cieco di guerra e medaglia d'oro Carlo Borsani. (A partire dai primi di marzo 1945, Mussolini fu convinto che Buffarini aveva allacciato contatti anche con il Secret Service americano). Vi fu il fanatismo di Alessandro Pavolini che voleva fare il « quadrato » attorno a Mussolini affinché il fascismo « morisse in bellezza » e che, con questo obiettivo, il 25 luglio 1944, impose la costituzione delle « Brigate nere », dove idealisti, puri, fanatici, si trovarono mescolati a delinquenti comuni o, comunque, a gente che non aveva più nulla da perdere e che, nella previsione di « lasciarci la pelle », volevano prendersi il gusto di « far la pelle », in anticipo, ai futuri esecutori delle condanne a morte che ben sapevano essere già state decise contro di loro. Vi fu la totalitaria e antisocialista dedizione al nazismo di Roberto Farinacci che non aveva cariche ma sapeva far valere l'importanza che gli derivava dalla stretta relazione intrattenuta con Himmler e dall'appoggio del suo rappresentante in Italia gen. Wolff. (Di questa relazione e di questo appoggio egli si valse, volta a volta, nei suoi tentativi per diventare Ministro delle F.F.A.A. al posto di Graziani o ministro della giustizia al posto di Pisenti). Vi furono sempre, dal settembre 1943 al 25 aprile 1945 alla testa del P.F.R degli uomini che avevano mantenuta immutata la vecchia mentalità faziosa e totalitaria del P.N.F. e che fecero del loro meglio (nel nome dell'intransigenza fascista e di altre formule più o meno retoriche e sentite) per contrastare e sabotare la direttiva e l'azione di conciliazione del trinomio Mussolini-Graziani-Pisenti. Il P.C.I., cioè Longo e Pajetta, menti direttive del C.L.N.A.I. e del C.V.L. non avrebbero potuto avere alleati e collaboratori migliori di certi dirigenti del P.F.R. La mentalità che regolava gli atti di questi uomini (presenti nel governo della R.S.I. nella persona di Alessandro Pavolini) è oggi tuttora rappresentata, nella vita politica italiana, da alcuni dei maggiori esponenti del M.S.I. Di fronte ad una minoranza di criminali che perseguitarono, con ferocia proprio teutonica, gli antifascisti e antitedeschi, gli altri circa 200.000 iscritti ai fasci repubblicani, i quali si schierarono dietro a Mussolini e a Graziani, devono essere, caso mai, considerati (dai loro onesti avversari) degli illusi, e non dei malvagi. Del resto migliaia e migliaia di italiani che non avevano mai avuto la tessera del P.N.F. (come il condannato a morte in uno di quei primi processi della Corti d'Assise Straordinarie che furono feroci disonoranti sagre di vendetta e non riti di giustizia: ho nominato Sandro Mazzeranghi) si ritennero ugualmente interpretati da Mussolini e da Graziani e fecero loro credito di fiducia con o senza tessera del P.F.R. Basti del resto, per tutti, l'esempio dell'idealista Marco Ramperti che non solo non era mai stato fascista e neppure mussoliniano ma che però, si impose volontariamente la disciplina della Repubblica sociale perché ritenne che essa fosse quella della Patria e dell'Onore.


LA RESPONSABILITA' DELLA GUERRA CIVILE

IL SEN. FERRUCCIO Parri, nella sua qualità di vicecomandante del C.V.L., ha ricordato che l'esercito della R.S.I. fu impiegato esclusivamente contro lo stesso C.V.L. e che soltanto questo ne sostenne il peso, lo logorò e infine lo sbandò. Ed ha aggiunto che in questa lotta infierirono particolarmente le divisioni « Italia » e « Monterosa » e la Divisione X. Io ho esaminato, ripeto, tutta la documentazione che è stata sottratta a Mussolini e al maresciallo Graziani; io ho potuto prendere minuziosa visione di tutta la corrispondenza intervenuta tra il capo del governo e il ministro delle F.F.A.A. della Repubblica sociale nonché delle copie dei rapporti periodici e straordinari dei Comandanti delle divisioni « Italia », « Monterosa », « Littorio », « San Marco » e Divisione X. Ho potuto così convincermi che, mai e poi mai, reparti di queste divisioni avrebbero svolto azioni di lotta antipartigiana se non si fosse trattato di assolvere a compiti di legittima difesa. La verità è che appena queste divisioni si attestarono nelle zone loro assegnate in seguito agli accordi intervenuti tra il comando italiano e quello tedesco, esse furono prese di mira dalle molestie delle forze partigiane. Certi capi del C.V.L. erano venuti alla conclusione che era troppo pericoloso tenere la mira sui tedeschi. Ogni soldato germanico morto sarebbe stato vendicato con dieci fucilati italiani e con totalitarie distruzioni nei luoghi in cui le azioni antitedesche avessero avuto compimento. Ammazzare i soldati delle divisioni italiane era infinitamente meno pericoloso e su questa base sarebbero stati persino possibili dei compromessi di reciproco relativo rispetto tra i reparti dipendenti del C.V.L. e i comandi tedeschi. Non so chi per primo abbia avuto questa diabolica idea, ma è sicuro che patti del genere intercorsero a decine e decine tra ufficiali dell'esercito nazista e ufficiali dei reparti partigiani. Mussolini, in un primo tempo, non voleva credere ad una così mostruosa realtà ma la documentazione in proposito non gli consentì alcuna dubbiosità. E questo accertamento fece l'effetto della goccia che fa traboccare il vaso. Fu anche lo sdegno suscitato in lui dall'ignominia dei numerosi patti attraverso i quali i tedeschi erano riusciti a proteggere la vita dei propri soldati, a spese delle vite dei militari della Repubblica sociale, che indusse Mussolini a coltivare il progetto di una denuncia dell'alleanza dell'Italia con la Germania. Coloro che si sono impadroniti delle carte di Mussolini conoscono tanto codesta documentazione quanto quella relativa alle responsabilità iniziali della guerra civile. Nella dichiarazione programmatica, letta da Mussolini il 27 settembre 1943, alla prima riunione del Consiglio dei Ministri del nuovo governo, egli disse testualmente previo concerto con il maresciallo Graziani: « Non sono in progetto, salvo i casi accertati di violenza, repressioni generiche contro tutti coloro che, in un momento di incosciente aberrazione infantile, credettero che un governo militare fosse il più adatto a realizzare il regime della sconfinata libertà. Né saranno oggetto di particolari misure coloro i quali, avendo fatto costante professione di antifascismo più o meno attivo, tali si dichiararono nelle giornate del 26 luglio e seguenti ». La promessa di Mussolini e Graziani fu generalmente mantenuta. Dove delle autorità locali vennero meno come a Parrai all'impegno che il governo aveva assunto. Mussolini, sovente su mie segnalazioni, intervenne ogni volta perchè gli arrestati venissero messi in libertà. La corte può considerare nella fattispecie un documento di carattere definitivo: si tratta della lettera che il ministro Pisenti mi scrisse in data 20 marzo 1944 per annunciarmi che il capo-comunista ed ora senatore Giovanni Roveda, per il quale i tedeschi reclamavano addirittura la pena di morte, non sarebbe stato né denunciato né processato per quanto aveva fatto nei 45 giorni, nella sua qualità di segretario della Confederazione italiana del lavoro.(13 - 14) Ecco un'altra delle verità fondamentali che non si voleva fossero da me affermate. L'iniziativa della guerra civile non fu di Graziani e di Mussolini, non fu del fascismo repubblicano. L'iniziativa della guerra civile obbedì alle precise e reiterate direttive del maresciallo Badoglio, del gen. Alexander, di Ercole Ercoli. Tutti abbiamo sentito alla radio i proclami di Badoglio che avevano il carattere di veri e propri ordini militari emanati in nome del re e di quello che si definì il legittimo governo d'Italia.(15) In quelle prime settimane posteriori alla costituzione del nuovo governo, questo veniva generalmente giudicato di durata effimera. Con tali previsioni, con tale stato d'animo nessuno, tra i fascisti, era disposto a compromettersi. Mussolini e Graziani erano soli, o quasi soli. Nessuno faceva loro credito di fiducia. Anche se essi si fossero assunti personalmente la responsabilità di ordinare per iscritto degli atti di violenza, non avrebbero trovato chi li avesse eseguiti. Tutti miravano infatti a nascondersi, a mimetizzarsi. Il primo anello della tragica catena delle uccisioni e delle controuccisioni non fu saldato da Graziani e da Mussolini; fu invece opera di coloro che per malinteso patriottismo, per puro fanatismo, per spirito di faziosità politica o per altre ragioni ancora meno nobili, credettero di mettere in atto gli ordini del maresciallo Badoglio, del gen. Alexander, di Palmiro Togliatti, fatti senz'altro propri dai dirigenti del movimento clandestino comunista e da quelli del Partito d'azione, alla testa del quale stava Ferruccio Parri. L'immediata emigrazione in Svizzera, subito dopo l'8 settembre, di centinaia di antifascisti, fu generalmente un fenomeno di... prudenza privo di qualsiasi effettiva giustificazione tranne per i vecchi, per gli ebrei e per quei fascisti che si erano compromessi negli avvenimenti del 25 luglio! Se alle organizzate e metodiche e vantate uccisioni di fascisti (sarò abbondante nelle prove) fecero riscontro, qualche settimana più tardi, delle uccisioni di antifascisti, queste non furono dovute ad ordini diramati da organi di partito e di governo, bensì ad impulsi individuali di gente che uccideva per non essere uccisa. Solo tra la fine di ottobre e la fine di novembre 1943 i ricostituiti U.P.I. (gli antichi uffici politici investigativi della M.V.S.N., cioè l'antica polizia politica del regime riesumata come una sezione della Guardia nazionale repubblicana) iniziarono la loro attività che però si limitò a reprimere le azioni post 8 settembre e non perseguitò, tranne che in qualche particolare caso come quello di Alessandro Schiavi, i vecchi e noti antifascisti come tali. La bomba che l'11 novembre 1943 distrusse l'ufficio turistico germanico della stazione centrale di Milano e straziò due soldati tedeschi segnò l'inizio di una nuova fase. HimmIer, sollecitato dal Comando della S.S. Polizei di Milano, si rivolse direttamente a Mussolini con una lettera il cui succo era questo: « O gli organi di polizia del Governo repubblicano fanno il loro mestiere o noi dovremo considerarli come complici e strumenti dell'antifascismo al servizio degli anglo-americani ». Così l'U.P.I. e la S.S. Polizei si misero facilmente d'accordo sull'esempio da dare con la mia fucilazione. Ho già detto che mi salvò l'unica persona che aveva il potere di farlo: Benito Mussolini. Così al primo anello altri anelli si saldarono, e la catena della guerra civile, contro la precisa volontà e nonostante la disperata resistenza opposta da Mussolini, da Graziani, da Pisenti e da molti dei loro collaboratori e colleghi, cominciò a farsi lunga. Hanno commesso il per loro fatale errore di non ammazzarmi quando la mia soppressione si sarebbe potuta far apparire come uno dei tanti spiacevoli equivoci delle giornate di aprile ed oggi sono qui a testimoniare che Mussolini, Graziani e Pisenti fecero ogni sforzo per spezzare questa catena, ma che tali sforzi furono resi vani dall'atteggiamento di feroce intransigenza di certi i esponenti politici e militari dell'antifascismo, cui corrispose altrettanto fanatismo da parte dei principali esponenti del P.F.R. Se Mussolini e Pisenti intrattennero con me costanti rapporti, fu perché non venne mai meno la loro volontà, che interpretava anche quella di Graziani, « di ridurre, durre, ridurre le fatali conseguenze della situazione e umanizzarla contro lo scatenamento delle passioni ». Il segretario regionale lombardo della Democrazia cristiana Antonio De Martini ha affermato, come abbiamo visto, che Graziani e Mussolini sospinsero verso i campi di eliminazione e i forni crematori tutti indiscriminatamente i loro avversari politici. È incredibile fino a che punto può spingersi l'aberrazione faziosa. Testimonierò, nella conclusione, quali siano stati, in linea generale, gli innegabili meriti della D.C. nella lotta da essa impegnata fin d'allora contro il predominio di Longo nel C.L.N. e nel C.V.L.; ma non mancarono fra gli esponenti della stessa D.C. degli uomini sui quali pesano gravissime responsabilità nell'acuirsi della guerra civile. Il signor De Martini era membro del comitato regionale della D.C. anche nel periodo clandestino ed egli non dovrebbe ignorare una verità che il maresciallo Graziani evidentemente ha finora taciuto perché ha fatto affidamento sulla mia lealtà ed onestà di testimone. Mussolini e Graziani non mandavano indiscriminatamente i loro avversari verso i campi di eliminazione e i forni crematori, non li consegnavano alla Germania, li salvavano e li rimettevano in libertà anche quando questi avversari avrebbero potuto giustificare, con il loro contegno, il trattamento di nemici. Il signor Antonio De Martini, che fu arrestato contemporaneamente ai suoi due figli, Paolo e Giorgio, è vivo e può scrivere le sue falsità anticristiane solo perché Mussolini e Graziani sono stati con lui di una generosità veramente magnanima. Il signor De Martini era risultato infatti corresponsabile di un piano suggerito agli alleati e che mirava alla eliminazione di Mussolini, di Graziani e dei loro collaboratori. Il piano proposto in ogni particolare, era di tale gravità, e la colpa dei responsabili provata da così inoppugnabile documentazione, che la convocazione di un Tribunale marziale e una sentenza di morte avrebbero trovato fondamento di piena legittimità nelle leggi di guerra. Avrei voluto dire queste cose e documentarle solo fra qualche anno, già placati i contrasti delle accese passioni che oggi ancora dividono gli animi degli italiani. Ho scritto infatti a pag. 266 del mio libro « Contro la vendetta » queste frasi: « Sarebbe stato e tuttora sarebbe dare prova di perspicacia e di patriottismo evitare la discussione del processo Graziani e del processo Borghese ». E ricordavo che, anche a questo scopo, mi era permesso di reclamare, fin dall'aprile 1945, l'abrogazione delle leggi in conformità delle quali l'attuale processo invece si svolge. Ora che sono qui, innanzi alla maestà della Corte nella condizione del testimone che ha giurato di dire il vero, nessuna considerazione che sia in contrasto con l'obbligo di coscienza può avere presa su di me. La prova della falsità dell'accusa secondo la quale il binomio Mussolini-Grazianì avviava "indiscriminatamente" all' eliminazione i suoi avversari verso i campi di eliminazione e le camere a gas, sta nella buona salute di cui godono ancora oggi quella ventina di dirigenti democristiani che furono implicati in questa vicenda che, dopo il 25 aprile, è costata la vita al dott. Saletta, il commissario di P.S. che li aveva arrestati e che, sventuratamente per lui, aveva sequestrato i documenti in base ai quali sarebbe stata più che legittima la loro fucilazione.(16) Mons. Roberto Ronca ha ricordato che nell'inverno 1943-44 vi fu un certo periodo in cui nei locali del Seminario maggiore del Laterano, di cui era rettore, ebbe rifugio insieme a Nenni, Bonomi, Casati, Soleri e Ruini, anche Alcide De Gasperi. Si riferisce a questo periodo una lettera da me scritta in data 28 ottobre 1945 a persona assai vicina all'attuale Presidente del Consiglio:

« De Gasperi si credeva al sicuro protetto dalle mura lacerane. Non era al sicuro. Nel campo di quella che è divenuta la D.C. c'era qualche traditore. La mia esemplare rete di informazioni mi apprese una trama ordita da taluni uomini venduti alle S.S. tedesche (e pagati anche lautamente dal Ministero dell'interno italiano) per accalappiare De Gasperi e consegnarlo a chi era disposto a pagarlo un milione. La signora Fran¬cesca può inginocchiarsi in devozione e ringraziare il cielo: Alcide De Gasperi era un candidato per le fosse ardeatine. Se De Gasperi sapesse il nome di colui che Mussolini mandò a Roma due volte, una per salvare lui, e l'altra per salvare Buozzi il quale fece la fine che sappiamo perché introvabile ad ogni ricerca dacché era stato arrestato dalle S.S. sotto falso nome! E' un nome di un morto per fucilazione ».

Cosa c'entra Graziani? Rispondo che Graziani è parte diretta di questa vicenda perché Mussolini ritenne opportuno discutere con lui la segnalazione pervenuta da Roma circa il colpo di mano che stava preparandosi contro il Laterano. Il prefetto di Milano Piero Parini si sarebbe incaricato di indurre il maresciallo Graziani a minacciare le dimissioni qualora Mussolini non si fosse mostrato deciso ad impedire la progettata azione. Poichè Piero Parini mi disse, poi, che aveva ritenuta superflua ogni insistenza presso Graziani,arguii che quest'ultimo aveva esercitato una benefica influenza su Mussolini. Ma io non mi fidavo della persona cui era stata affidata la missione di evitare che il piano in questione potesse attuarsi. Mai mi tratteneva il timore di essere insistente e noioso con Mussolini. Egli mi rassicurò con queste parole: « Graziani è in buone relazioni col Vaticano e ci penserà lui ad impedire che i tedeschi si valgano di mercenari italiani per addossare alla Repubblica sociale la responsabilità di una impresa voluta da loro ». Ancora nel quadro dell'attività svolta in Roma dal maresciallo Graziani allo scopo di « ridurre, ridurre le fatali conseguenze della situazione e umanizzarla" contro lo scatenamento delle passioni », possono essere citate due lettere, scritte il 25 ottobre e il 2 novembre 1943, dall'allora direttore generale della P.S. Tullio Tamburini al federale di Roma Bardi, lettere che furono direttamente ispi¬rate da Mussolini come effetto della congiunta pressione della « Croce Rossa Silvestri » e del maresciallo Graziani. Quella del 2 novembre suona cosi:

« Caro Bardi, per ordine del Duce, e a conferma di precedenti ordini, già impartiti, la federazione deve cessare subito e in modo assoluto da ogni attività di polizia passando le eventuali informazioni relative ad antifascisti di cui venisse in possesso alla prefettura e alla questura ».

In contrasto con gli ordini che toglievano alla « guardia armata » della federazione laziale del P.R.F. ogni autorizzazione ad operare come nucleo di polizia, la banda Bardi-Pollastrini continuò nella sua criminosa attività sino a che il 27 novembre fu arrestata. Devo testimoniare che l'arresto fu deciso soprattutto a causa delle insistenze di Graziani presso Mussolini.


TUTTI I SEGRETI DEL C.L.N.A.I. RIVELATI A MUSSOLINI DA UN CAPO DEL PARTITO D'AZIONE

E vengo ad affermare un'altra ancora di quelle fondamentali verità la cui previsione ha determinato l'intervento parlamentare dei deputati Corrado Bonfantini, Candido Grassi e Giovanni Giavi e la testimonianza del sen. Ferruccio Parri. Dopo il tentativo di coercizione morale che si è esercitato imprudentemente contro di me con gli accennati interventi parlamentari e con la lettera e la deposizione di « Maurizio », non ho più la minima ragione di riserbo o di riguardo. La verità è questa: Ferruccio Parri ha potuto venire in questa aula ad accusare il maresciallo Graziani perché il trinomio Mussolini-Graziani-Pisenti gli ha garantito la vita.(17) Corrado Bonfantini è vivo grazie al trinomio Mussolini-Graziani-Pisenti; pertanto se, alla fine di aprile 1945, Bonfantini salvò, a sua volta, la vita di Graziani e di Pisenti, si trattò di saldare un debito di gratitudine; e l'averlo fatto differenzia nobilmente la posizione morale dell'ex comandante generale delle brigate ' Matteotti ' in confronto a tanti altri che, ugualmente debitori di gratitudine, parteciparono al vilipendio del cadavere di Mussolini e deplorarono e deplorano che il maresciallo Graziani non abbia fatto la stessa fine.( 18 ) L'attuale direttore dell'Avanti!, ing. Riccardo Lombardi, poté operare indisturbato durante tutto il 1944-45 perché il trinomio Mussolini-Grazianì-Pisenti non solo impedì il suo arresto ma si preoccupò di proteggerlo nei confronti delle S.S. Da quel galantuomo che è, l'ing. Riccardo Lombardi, allora prefetto di Milano, rese nel processo contro il suo predecessore Parini, una testimonianza che, oggi, potrebbe essere acquisita agli atti di questo processo come resa implicitamente a favore del maresciallo Graziani. (19 - 20) L'ex direttore dell'Avanti! Guido Mazzali è vivo grazie al trinomio Mussolini-Graziani-Pisenti; (21) l'ex segretario del Partito socialista italiano Lelio Basso è vivo grazie al trinomio Mussolini-Graziani-Pisenti; tutti gli ex componenti l'Esecutivo segreto del Partito socialista Alta Italia di unità proletaria; (22) quasi tutti gli ex dirigenti clandestini del Partito di azione Alta Italia; tutti i membri del direttorio del Partito liberale Alta Italia; tutti gli ex esponenti l'Esecutivo segreto della D.C. per l'Alta Italia, sono vivi grazie alla protezione del trinomio Mussolini-Graziani-Pisenti; molti esponenti comunisti, fra i quali i due assessori del Comune di Milano Vincenzo Rigamonti e Sanna, il senatore Roveda, il deputato dott. Cavallotti, l'ex fiduciario della sezione centro Milano del P.C.I. Luigi Larinti, il fiduciario di zona Giuseppe Rutigliani, l'attivista Francesco Juvenitti, il dirigente comunista internazionalista Mario Acquaviva, non sono andati a finire a Mauthausen perché, essendomi appellato a Mussolini in loro difesa in nome dell'amicizia personale, Mussolini evitò che cadessero nelle mani delle S.S. Polizei.(23) Al processo Parini, proprio di fronte a lei, signor presidente, con il suo permesso, io ho evitato di fare pubblicamente dei nomi che pure erano nelle carte del processo; al processo Pisenti, un anno dopo, con il permesso del presidente dott. Gastone Artina, mi sono regolato secondo la stessa preoccupazione. lo le consegnerò un documento e lascerò lei e la Corte arbitri di decidere se del documento stesso dovrà infine essere data integrale lettura o se pure potrà essere evitata la pubblica divulgazione di un nome, che è quello di un morto verso la cui memoria va tutto il mio rispetto non solo perché si tratta di un morto ma perché egli penò una tremenda agonia nell'inferno di Mauthausen. Ho detto che quasi tutti i dirigenti dei movimenti clandestini, o socialisti, o democristiani, o liberali, o repubblicani devono di non essere finiti nei campi di eliminazione in Germania o di non esser stati fucilati in Italia al fatto di esser stati protetti dal governo Mussolini-Graziani. (24) Consideri, signor presidente, il documento che le metterò sotto gli occhi. Il testo è firmato dal prefetto di Milano, Piero Parini, ma questi non fece, come posso provare, che ricopiare una minuta scritta di pugno da Benito Mussolini:

« Delle varie istruttorie in corso (scrisse Mussolini in data 29 maggio 1944, e Parini fece trascrivere) non si occupa un'unica autorità: talune sono di competenza dell'U.P.I., altre dell'Ufficio della Polizia repubblicana, altre ancora delle autorità germaniche. « In verità, la riunione delle varie istruttorie e indagini in un unico processo sarebbe cosa logica e legittima, dato il materiale di prova esistente a carico non solo per sostenere che gli imputati agivano nell'orbita dei comitati di liberazione, ma che molti di essi erano in collegamento con i comandi dei distaccamenti di assalto e delle brigate "Garibaldi ", ogni azione dei quali, in conformità alle leggi di guerra italiane e germaniche, sarebbe passibile della pena di morte. « (Uno dei capi del Partito di azione) e molti altri imputati dei vari gruppi hanno fornito tali e precisi particolari di prima mano sull'attività dei partiti clandestini e loro dirigenti di ogni grado che, per le autorità, non vi sono più segreti: un giorno sarà facile dimostrare con quale e quanta indulgenza e generosità italiane abbiano agito ed agiscano gli organi del governo della Repubblica, secondo le istruzioni e le direttive personali del Duce »

È stato soprattutto per impedire questa dimostrazione che Mussolini fu ucciso senza dargli il tempo di difendersi e che le sue documentazioni sono state o distrutte o seppellite. Continua la lettera:

«Avvertenze, avvisi, squilli di allarme, moniti sono risuonati continuamente nelle scorse settimane».

Mussolini alludeva a certi articoli apparsi sul Corriere della Sera a firma « Giramondo » e che devono considerarsi diretta espressione del suo pensiero. « Poveri ingenui del partito di azione, egli scrisse in data 26 marzo, è ancora a voi che noi oggi particolarmente ci rivolgiamo perché credevate di essere i più intelligenti, i più sapienti, i più scaltri, vi esibivate quali uomini nuovi, ed oggi fate l'impressione di pena che suscita una famiglia in cui siano entrati la vergogna e il disonore. I traditori, siamo d'accordo, sono ognora spregevoli ».(25)
Ed il giorno 31 marzo Mussolini incalzava:

« Antifascisti che non avete rinnegato l'Italia, il sedicente e reazionario Comitato di Liberazione è una trappola nella quale vi fate e vi farete, ogni giorno di più, stritolare al servizio delle centrali nemiche. Gli ammonimenti, i preavvisi, gli esempi di questi giorni, non vi bastano ancora? » (25)
Ed ora cito ancora testualmente la lettera :

« Purtroppo però dagli avversari la generosità viene giudicata impotenza; e così ogni tanto, come esempio e monito, per evitare più gravi conseguenze, il Governo non può impedire che la severità della legge abbia il suo corso ».

E la lettera conclude:
« Se non vi sarà la riunione di tutti i gruppi in un unico processo e saranno evitate le gravi sanzioni rese inevitabili dai risultati delle indagini, il merito sarà del Duce il quale ha già manifestato la sua opinione contraria. « Per ciò che dipende dalle autorità locali, io do e darò tutta la mia collaborazione. « Ti confermo che il Duce è intervenuto anche in favore dell'ing. Riccardo Lombardi ».

Quando la persona che è qualificata in questa lettera come uno dei capi del Partito d'azione fece i nomi di tutti, dico tutti, i componenti gli esecutivi segreti dei vari partiti clandestini nonché quelli di coloro che si occupavano dell'allora incipiente organizzazione militare, quando questo fra i principali esponenti dell'attivismo antifascista (intimo amico di Ferruccio Parri) fece il quadro dei rapporti tra azione politica e azione militare e, poi, riempì questo grande quadro di ogni minuzioso particolare, e ad ogni nome di battaglia (tranne per la maggioranza dei comunisti) fece corrispondere precisi dati anagrafici, Mussolini ebbe la possibilità di mettere le mani sovra tutti i capi dell'antifascismo non bolscevico. Al contrario egli non ebbe che una preoccupazione: evitare che le decine e decine di pagine verbalizzate sotto diretta dettatura dell'intimo amico di Parri, e sotto quella di altri coimputati, andassero a finire sui tavoli delle S.S. E prima ancora di questa preoccupazione ebbe quella di far intendere ai dirigenti dell'antifascismo, a cominciare da Parri e da Lombardi, che erano tutti in pericolo e ciascuno provvedesse ai fatti propri. La chiamata di correità era stata particolarmente insistente e precisa nei riguardi di Ferruccio Parri. La spiegazione del fatto che « Maurizio » rimase in circolazione è contenuta in una lettera che stralcio dal resoconto stenografico del processo Pisenti e che mi fu indirizzata in data i aprile 1944 dal guardasigilli Piero Pisenti :

« Carissimo Silvestri, la situazione del prof. Ferruccio Parri appariva davvero disperata dopo la nota denuncia a suo carico. Anche questa volta il pericolo è scongiurato. Mussolini mi ha detto: "Quante volte sono intervenuto da 14 anni in qua per salvarlo". Possiamo dire: ' Nulla dies sine salvatione '. Tanti affettuosi saluti.
f.to Pisenti »

La parte più grave della denuncia dell'amico di Parri e della ricca documentazione da lui fornita attraverso l'indicazione dei luoghi dove era nascosta, si riferiva ai piani di azione militare dell'antifascismo; guerriglia contro i reparti dell'Esercito della R.S.I., attentati individuali, sabotaggio, spionaggio, intercettazione, rapporti via radio con i comandi alleati e relazione diretta con i loro agenti di collegamento. Dato che gran parte delle rivelazioni del fraterno amico di Parri riguardavano le F.F.A.A. dipendenti da Graziani, era naturale che questi fosse consultato da Mussolini sul quale si esercitava già ogni giorno la benefica influenza del guardasigilli Pisenti.


PERCHE' MUSSOLINI SALVO' LA VITA A MOLTI ESPONENTI DELL'ANTIFASCISMO

E' ONESTO dire che il trinomio Mussolini-Graziani-Pisenti pensò all'avvenire dell'Italia al di sopra di ogni passione faziosa. Esso volle far credito di fiducia all'intelligenza al patriottismo, al civismo dell'antifascismo. Esso sperò che la generosità avrebbe avuto una contropartita di comprensione italiana e che l'antifascismo avrebbe saputo dimostrare il proprio patriottismo ponendo termine ad attività in cui era sempre palese la supina acquiescenza alle direttive e agli ordini di Mosca, di Londra e di Washington. Anche questa speranza venne delusa. L'atteggiamento del governo Mussolini-Graziani fu interpretato come una prova di debolezza. Alcuni paurosi, fra quelli risparmiati dalla generosità di Mussolini, ritennero prudente rifugiarsi in Svizzera. Ferruccio Parri, mimetizzatosi un'altra volta, diede invece tutto se stesso a moltiplicare, moltiplicare le asprezze della situazione. rifiutando ogni gesto o parola o direttiva che potessero intonarsi al programma di Mussolini e di Graziani di « umanizzare la situazione contro lo scatenamento delle passioni ». Gli alleati volevano che fosse colmato di sangue il fossato scavato tra gli italiani; le direttive di certo antifascismo ubbidirono costantemente a questa esigenza antitaliana. Dalla parte di Mussolini, di Graziani, di Pisenti stavano altri italiani altrettanto faziosi degli esponenti comunisti e del Partito d'azione. Alessandro Pavolini ministro segretario del partito e molti dei suoi più stretti collaboratori; alcuni estremisti del fascismo che ancora oggi dittatoreggiano sopra gli ingenui e i puri che formano la base del M.S.I.; Roberto Farinacci e parecchi altri esponenti del vecchio fascismo reazionario sostenevano che il terrore si elimina col terrore e, più volte, misero Mussolini davanti al fatto compiuto di reazioni che egli non avrebbe mai approvato. Altre volte, presentandosi al Capo della Repubblica sociale con lunghi elenchi di morti fascisti e con fotografie di cadaveri seviziati, Pavolini riusciva a suscitare in Mussolini delle reazioni di furore delle quali il ministro segretario del partito cercava di trarre profitto per contrapporre la tattica del terrorismo nero a quello del terrorismo rosso. Però le reazioni di Mussolini erano impulsi di breve durata, interveniva spontaneamente la sua riflessione; interveniva, d'urgenza, la « Croce Rossa Silvestri »; si faceva sentire l'influenza del maresciallo Graziani, del ministro Pisenti e di molti altri collaboratori e funzionari, e Mussolini tornava ad essere fedele al suo programma: « ridurre, ridurre le fatali conseguenze della situazione e umanizzarla contro lo scatenamento delle passioni ». E' intuitiva a questo punto una domanda. Vi risponderò prima ancora che il Presidente o il Procuratore generale me la rivolgano. « Dunque lei ritiene che Mussolini fosse divenuto così buono e generoso da essersi lasciato guidare da considerazioni prevalentemente umane? » Io rispondo di essermi convinto che Graziani e Pisenti e Tarchi e Moroni e Pellegrini non sarebbero rimasti ad operare al suo fianco fino al 25 aprile se non fossero stati convinti che bisognava aiutarlo con tutta la dedizione possibile affinché fosse in grado di resistere alla pressione tedesca e italiana che avrebbe voluto il terrore eliminato col terrore. Centinaia e centinaia di interventi sollecitati per singole persone, altre decine e decine di interventi sollecitati per salvare delle collettività rappresentano il bilancio di questa parte delle mie relazioni con il governo Mussolini-Graziani-Pisenti. Ebbene devo dire che in 18 mesi non ebbi una sola ripulsa. Quando Mussolini non poté far nulla in favore dei miei raccomandati fu perché essi erano già cose, non più uomini, della giurisdizione nazista. Un'altra domanda potrebbe integrare la prima. « Quali fini Mussolini si proponeva, quali speranze accarezzava? » Oltre al fine di umanizzare la situazione Mussolini ebbe certamente degli obiettivi politici, degli obiettivi che le sue speranze alimentavano. Fino all'estate del 1944 egli credette nella vittoria tedesca. Chiunque vi avrebbe creduto se avesse saputo quello che solo Mussolini, fra gli italiani (dico, solo Mussolini ed escludo quindi anche Graziani), non ignorava sulla reale consistenza di terribilità delle nuove armi germaniche. Chi oserebbe infatti sostenere che l'impiego dell'arma atomica, eseguito per primo dalla Wehrmacht, non avrebbe avuto sull'Inghilterra e sugli Stati Uniti le stesse conseguenze che ebbe per il Giappone? Chi oserebbe infatti, oggi, escludere a priori che l'impiego della V2 effettuato sulla vasta scala che Hitler aveva progettato non avrebbe avuto il potere di modificare il corso della guerra? Le chiedo ora licenza, signor Presidente, di riferirmi a quanto ho scritto nelle pagine da 255 a 257 del mio pagine "Contro la vendetta" fondamento della mia testimonianza. Chi può sapere quale cataclisma si sarebbe prodotto nell'andamento della guerra se Hitler avesse mantenuto gli impegni assunti verso Mussolini ed avesse concentrato nell'estate del 1944 tutte le possibilità della Wehrmacht nel piano di quell'offensiva che, partendo dalla Garfagnana, avrebbe dovuto, grazie alla V1, alla V2, alla V3, e agli aeroplani a reazione, ricacciare in mare gli anglo-americani? Fu il mancato adempimento di questo impegno che aprì gli occhi a Mussolini. Dopo non vi furono per lui, per Graziani, che delusioni su delusioni. Mi ripeto se affermo che sulle soglie dell'autunno 1944 Mussolini non credeva più alla vittoria tedesca e più non vi credette anche se continuò a lasciar credere il contrario. Se dunque la giustizia vuol conoscere, per essere obiettivamente illuminata, le ragioni per le quali il governo Mussolini-Graziani-Pisenti assecondò l'azione della mia « Croce Rossa », salvò Parri, Lombardi, Lelio Basso, Corrado Bonfantini, Guido Mazzali, Giuseppe Bentivogli, Paolo Fabbri, Luigi Meda, Rodolfo Morandi, Giuseppe Brusasca, Achille Marazza, Raffaele Cadorna — sì, il generale Raffaele Cadorna — fece scudo agli esecutivi dei partiti clandestini, si sforzò costantemente di reprimere o almeno di contenere e ridurre le reazioni degli estremisti del fascismo repubblicano, io sono qui a testimoniare ciò che mi risulta. Se la guerra fosse stata vinta, Mussolini avrebbe considerato il fascismo un ricordo del passato (il testamento che gli è stato attribuito e che Il Messaggero ha valorizzato non è che una volgare deformazione del suo pensiero) e si sarebbe ancora una volta rivolto al socialismo alla Democrazia cristiana per la formazione di un governo di unione nazionale tale da poter rispondere al tremendo compito di contenere le temute pretese egemoniche della Germania. Nelle sue intenzioni il partito fascista repubblicano avrebbe dovuto trasformarsi in un partito socialista nazionale del tipo di quello che in Cecoslovacchia ebbe in Thomas Masaryk e in Edoardo Benes i suoi maggiori esponenti. Questa essendo la visione di Mussolini nell'eventualità della vittoria tedesca, visione che ho motivo di ritenere condivisa dal maresciallo Graziani, era logico che egli si preoccupasse, al contrario di quanto fecero certi dirigenti dell'antifascismo, di colmare il fossato di odio che divideva gli italiani. Quando invece Mussolini ebbe la certezza della sconfitta ed anche, aggiungo, della sua fine tragica, egli fu completamente d'accordo con il maresciallo Graziani nella direttiva che si propose di ridurre al minimo le reazioni del fascismo repubblicano al continuo martellamento di quell'antifascismo che ubbidiva alle direttive di Luigi Longo e, formalmente, di Ferruccio Parri. Ogni tanto questo martellamento, con conseguente stillicidio di vittime dall'una e dall'altra parte, culminava in massacri cui seguivano spietate reazioni e poi, ancora, feroci controreazioni: ed allora, come dianzi ho accennato, Mussolini cedeva alle sollecitazioni degli estremisti e pensava all'organizzazione di una lotta anti-partigiana in grande stile. Dietro a questi estremisti (alcuni dei quali purtroppo continuano ad avvelenare del loro fazioso odio l'atmosfera di quel movimento politico che specula su Mussolini allo scopo di irretire la giovinezza italiana e ammutinarla contro la repubblica) vi erano sempre le autorità naziste fedeli al programma di riservare agli italiani le parti più odiose. Furono appunto le autorità naziste a proporre che alla testa delle attività anti-partigiane fosse posto il maresciallo Graziani. La proposta di costituire le brigate « Nere » era stata di Pavolini ed il gen. Wolff l'aveva subito approvata; però le autorità naziste, contrariamente a quanto si può credere, non riponevano grande fiducia nel segretario del partito. Essi giudicavano, ed avevano ragione, che la lotta anti-partigiana comandata da Pavolini non sarebbe uscita dai quadri del partito; sarebbe, cioè, rimasta un fatto fazioso. Non si sarebbe davvero potuto contrapporre Pavolini a Badoglio. Con ben diverso carattere si sarebbe presentata questa lotta se ad essa avesse presieduto il maresciallo Graziani e questi avesse impiegato, all'uopo, unità dell'esercito regolare. La suggestione tedesca fu subito respinta dallo stesso Mussolini. I patti tra lui e Graziani erano stati troppo chiari perché potessero permanere equivoci in argomento. Il Maresciallo aveva accettato la designazione a ministro delle F.F. A.A. della Repubblica sociale e a comandante supremo delle medesime per continuare a condurre, a fianco dell'alleata Germania, la guerra contro inglesi ed americani; egli non poteva essere, e non sarebbe mai stato, il generale della guerra civile. Così l'avversario italiano diretto di Parri e di Longo (Pajetta) e, più tardi, del gen. Cadorna fu Alessandro Pavolini come comandante generale delle brigate «Nere». Non fu mai il maresciallo Graziani. Parri, Longo e Cadorna lo sanno benissimo e questa loro consapevolezza, io non ne dubito, è ampiamente documentata. Ora bisognerebbe che la Corte avesse a sua disposizione i verbali della mia deposizione nel processo contro l'ex guardasigilli della R.S.I. Piero Pisenti, svoltosi alla C.A.S. di Bergamo nel luglio 1946. Rispondendo alle domande del presidente dott. Gastone Artina, io pressapoco dichiarai:

« Nel gennaio 1945 militari delle S.S. erano andati in una casa per compiere delle perquisizioni e non avevano neppure lontanamente supposto che si sarebbero imbattuti in Ferruccio Parri. Quando questi e la moglie furono portati all'albergo Regina, la loro vera identità non era stata ancora accertata. Ma gli agenti avevano sequestrata tutta la corrispondenza trovata nell'abitazione in cui Parri e la signora Ester si nascondevano sotto falsi nomi. Disgraziatamente, fra questa corrispondenza, v'era una cartolina indirizzata proprio al prof. Ferruccio Parri, ed essa determinò l'identificazione. « Il pericolo corso da ' Maurizio' in quei primi giorni fu gravissimo. Ho detto ' in quei primi giorni ', e spiegherò subito la limitazione di tempo. In ' quei primi giorni' successivi all'arresto, Wolff non era ancora entrato in rapporti con gli alleati per le trattative di resa delle forze armate germaniche, trattative che ebbero il presupposto di abbandonare ai cani, cioè al massacro, Mussolini e il fascismo repubblicano. Pertanto Parri non era stato ancora considerato, dalla suprema autorità nazista in Italia, come uno strumento per facilitare il compito delle trattative in questione. In quei ' primi giorni ' Ferruccio Parri era dunque sul filo tra la vita e la morte perché sembrava impossibile che le autorità naziste rinunciassero ad infliggere la punizione estrema al comandante delle forze partigiane antitedesche che essi non consideravano protette dalle convenzioni internazionali ».

Il ministro Pisenti e il capo della Polizia gen. R. Montagna erano assillati da sollecitazioni, da preghiere, da suppliche perché si interponessero presso Mussolini affinché nulla trascurasse di quanto poteva da lui dipendere allo scopo di scongiurare la sorte temuta dagli amici ed estimatori di Parri. Ci mettemmo dunque d'accordo, io e loro, per far valere questo ragionamento basato su l'errato presupposto che « Maurizio » potesse rappresentare una solida remora contro l'attuazione dei piani del Comando generale dei distaccamenti delle brigate d'assalto « Garibaldi ». Guardate che Parri ha dietro di sé un numeroso seguito; se un altro prende il posto di Parri che è un uomo onesto, una mente equilibrata, non vi conviene. Ha cinque medaglie al valore, tre promozioni per merito di guerra. La fucilazione di Parri sarebbe sfruttata da Londra, New York e Mosca: se ne farebbe un caso mondiale. Non commettete questo errore ». Questi furono gli argomenti di cui ci servimmo, Montagna, Pisenti ed io, per premere su Mussolini e, direttamente o indirettamente, sul gen. Wolff. Quando Parri fu trasferito dall'albergo Regina, a Verona, affinché Wolff lo avesse sottomano, il pericolo di morte per lui, in conseguenza degli interventi di Mussolini, era già escluso. Il 9 febbraio Wolff aveva in Svizzera i primi approcci con gli alleati; e da quella data Parri non corse più rischi di sorta. E' noto in quali condizioni egli sia stato liberato; è meno noto che i tedeschi, prima di consegnarlo, pretesero il versamento di una grossa somma in danaro alla quale contribuirono per oltre tre milioni i fratelli Crespi proprietari del Corriere della Sera.(26) Io non so dire se nel salvataggio di Parri si sia inserito anche questa volta un qualsiasi intervento del maresciallo Graziani; ma sono sicuro, per aver letto il testo della lettera che Mussolini inviò ad Himmler, che il suo interessamento non avrebbe potuto concretarsi in termini più risoluti. Himmler non poteva dire di no a Mussolini dopo una lettera nella quale era riversata sulle autorità naziste ogni possibile conseguenza che avesse potuto avere la fucilazione di Parri. Cade proprio acconcia a questo punto una mia dichiarazione. Durante il processo si è spesso parlato di doppio, di triplo, di quadruplo giuoco. Gli eroi del doppio o del molteplice giuoco non sono mai stati in relazione con me; con Bonfantini, sì, e parecchi. Io ho la nausea fisica di simili giocatori. Lui no. Ogni volta che mi accorgevo di essere venuto a contatto con uno di questi campioni, l'ho subito allontanato da me. Affermo che coloro i quali hanno collaborato alla mia « Croce Rossa », da Rodolfo Graziani a Piero Pisenti, a Piero Parini, dal prefetto Mario Bassi al prefetto Gioachino Nicoletta, al prefetto Piero Bologna, al prefetto Renato Tassinari, dal capo della polizia gen. Renzo Montagna al suo più umile collaboratore o dipendente, dal ministro dell'agricoltura dott. Edoardo Moroni al ministro dell'interno Paolo Zerbino, dai segretari particolari di Mussolini Giovanni Dolfin, Ugo Cellai e Luigi Gatti a Nicola Bombacci, ai generali Niccolò Nicchiarelli, Nunzio Luna e rag. Alberto Bettini (questore di Milano nell'estate 1944), tutti vi hanno collaborato con il consenso e, direi, per invito e, magari, per esplicito ordine di Mussolini. Nessuno di questi miei collaboratori ha mai pensato di tradire Mussolini o Graziani o la Repubblica sociale; essi agivano secondo la fondamentale direttiva dell'uno o dell'altro mirante ad umanizzare la situazione. Nessuno tra quelli che hanno lavorato con me ha fatto il doppio giuoco. Tutti hanno fatto un sol giuoco: quello dell'Italia. Era doverosa per me questa attestazione.

(estratto da C. Silvestri op. cit. pp. 53-87)

CONTINUA...

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MessaggioInviato: Mar Set 11, 2012 5:38 pm    Oggetto:  
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...come avevamo detto, la dirittura morale e l'onestà di Silvestri non devono farci perdere, dal nostro punto di vista politico e dottrinario, l'orientamento giusto.

Se Silvestri è storiograficamente inoppugnabile, non deve essere assolutizzato nelle sue dichiarazioni contingenti. Lo abbiamo sempre detto anche al nostro interno.

Ebbene, Silvestri fa una dichiarazione di cui è lampante la contingenza. Dice che Mussolini, SE AVESSE VINTO, oppure, se avesse perso e avesse avuto la possibilità di trattare con una parte "SANA", ITALIANA e disposta alla PROSECUZIONE del percorso da LUI iniziato, avrebbe considerato il Fascismo, IN QUELLE CONDIZIONI, come una pagina SUPERATA. Avrebbe voluto costituire un Partito o movimento NAZIONALE, in caso di vittoria, o trasferire i poteri alla parte presunta "sana" in caso di sconfitta.

Nessuno scenario paventato si è realizzato.

Nessuno può leggere in questa testimonianza la volontà di MUSSOLINI di rinnegare il Fascismo, di crederlo MORTO o peggio di ritenerlo superato dai tempi.

Mussolini analizzava una situazione oggettiva. Non dava sentenze senza appello.

Ed ih ogni caso, se di fascismo non se ne sarebbe parlato di NOME, se ne sarebbe parlato di FATTO.

I troppi strumentalizzatori della prima e dell'ultima ora, sono sempre pronti a tirare acqua al proprio mulino, come hanno fatto i destrorsi millantando il presunto "testamento"... Sempre per "non restaurare"....

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"La mistica appunto precisa questi valori...nella loro attualità politica...e dimostra l'universalità di luogo e di tempo del Fascismo"(Giani)
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MessaggioInviato: Mar Set 11, 2012 6:45 pm    Oggetto:  
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...in realtà la maldestra strumentalizzazione tentata dai pennivendoli al servizio dell'antifascismo che curano la pseudo storiografia agiografica resistenzialista o che ad essa più o meno direttamente si richiamano e che cercano di far passare il Mussolini della RSI per un ectoplasma abulico e senza volontà né propositi politici se non quelli di servire i tedeschi, proprio grazie al quadro delle vicende tratteggiato dal Silvestri risulta una pura invenzione propagandistica. Mussolini era certamente provato e sfiduciato per le vicende del 25 luglio e dell'8 settembre 1943, ma reagi! Egli sapeva che la guerra per l'Italia era comunque persa in tutti i casi, se però fino al 1944 pensava che in caso di vittoria tedesca occorreva comunque associare al fascismo repubblicano anche altri gruppi politici italiani che guardassero prima di tutto agli interessi dello Stato prima che alla fazione di appartenenza, ed ecco spiegata la nascita del raggruppamento di Cione, acclarata ormai la vittoria alleata comprese perfettamente che non vi sarebbe stato più alcuno spazio per il Fascismo nell'Italia antifascista, ma facendo appello alla generosità di quegli stessi uomini e capi antifascisti che LUI risparmiò da morte sicura, sperava ancora di poter salvare almeno le conquiste sociali attuate dal regime tentando di consegnarle ai gruppi repubblicani e socialisti della resistenza, promuovendo anche una collaborazione militare con alcune formazioni (brigate matteotti in primis) in cambio dell'incolumità fisica dei fascisti e delle loro famiglie. Ma nulla di tutto ciò si realizzò, come peraltro anche lo stesso Silvestri amaramente certifica nel suo scritto. Gli oltre 75.000 fascisti trucidati a sangue freddo dopo il 25 aprile testimoniano quanto anche l'ultimo auspicio del Duce fosse vano...e noi oggi siamo testimoni del fatto che dopo tutto questo sangue versato inutilmente, l'unica realtà che ci sta di fronte agli occhi è la miseria morale e materiale della repubblica delle banane antifascista...rispetto alla quale il FASCISMO e MUSSOLINI, anche grazie alla testimonianza schietta e disinteressata di Silvestri, giganteggiano e si stagliano come unico presidio rivoluzionario di CIVILTA'...con buona pace delle illusioni democratiche di quel grand'Uomo, specchio di onestà, che fu il socialista, antifascista, mussoliniano, Carlo Silvestri.
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MessaggioInviato: Gio Set 13, 2012 6:06 pm    Oggetto:  
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...continuiamo con la dirompente testimonianza processuale dell'antifascista Carlo Silvestri che sancisce, al di là di ogni ragionevole dubbio, come la responsabilità della guerra civile in Italia nel 1943-45 fu essenzialmente della "resistenza antifascista" che a sua volta era al servizio delle direttive impartite dagli Alleati, mentre la RSI tutelò in tutti i modi a sua disposizione le risorse del popolo italiano, subendo il sabotaggio da parte della grande industria, per l'occasione alleata sia dei tedeschi che dei partigiani.

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I RAPPORTI MUSSOLINI E GRAZIANI CON HITLER E I CAPI GERMANICI

Parlerò adesso, sinteticamente, dei rapporti tra Graziani, Hitler e le autorità germaniche sia politiche che militari. Come premessa, in base a quanto mi è risultato dall'esame delle carte dell'archivio segreto, dirò che prima c'è sempre stata per Graziani la considerazione degli interessi italiani, dopo quella degli interessi dell'alleato. È noto che il riconoscimento di un nuovo governo italiano dopo l'8 settembre fu avversato risolutamente dal Comando supremo tedesco. Lo Stato maggiore della Wehrmacht, in questo d'accordo con la S.S., vale a dire con Himmler, avrebbe preferito avere la mano libera in Italia. Nel comando della Wehrmacht si riflettevano, ancora al termine del 1943, le opinioni e le preoccupazioni degli esponenti della grande industria e dell'alta finanza tedesca nonché della grande proprietà terriera. Durante il suo soggiorno a Monaco si diffuse la voce che Mussolini intendeva addirittura proclamare una repubblica socialista in Italia. Ed il pericolo di una simile eventualità fu una ragione di più per suscitare l'avversione dello stato maggiore del Reich alla costituzione di un nuovo governo di Mussolini che non avrebbe più avuto il freno della tradizione monarchica. Mi diceva Mussolini che se in alcuni dei maggiori generali tedeschi permaneva un certo senso di diffidenza verso di lui, esso aveva le sue origini nel fatto che egli a vent'anni era stato renitente alla leva e che in seguito aveva capeggiato manifestazioni antimilitaristiche. Comunque, un dato è per me sicuro: Hitler dovette imporsi alla Wehrmacht e, per farlo più agevolmente, la mise innanzi al fatto compiuto della costituzione del nuovo governo. Ugualmente contraria al governo di Mussolini si era pronunciata la diplomazia tedesca e, per essa, il Ministro degli Esteri von Ribbentropp che Mussolini addirittura detestava. E così per la generalità dello stato maggiore come per la diplomazia tedesca come per l'ambiente del ministero tedesco degli armamenti e della mobilitazione industriale, Mussolini fu sempre giudicato una pericolosissima « pietra dello scandalo » dal punto di vista dei suoi programmi sociali e da quello dei riflessi che avrebbero potuto avere, durante e dopo la guerra, sulla politica interna della Germania. In ogni caso è positivo, per quello che direttamente mi risulta, che lo Stato maggiore, Ribbentropp e l'ing. Speer non desistettero mai dal sostenere che l'instaurazione del governo repubblicano in Italia era stata, dal punto di vista delle esigenze della guerra tedesca, un gravissimo errore. Mussolini mi disse più volte, nel corso del 1944-45, di aver motivo di ritenere che lo stesso Hitler si fosse persuaso di aver commesso uno « sproposito »; tuttavia, orgoglioso com'era, incapace, per fatto di natura, di riconoscere i suoi errori, resistette ognora alle pressioni che lo volevano far ritornare sulle proprie decisioni. Subito dopo l'8 settembre, quando pensavano ancora di poter considerare l'Italia come territorio di occupazione, il comando supremo della Wehrmacht e il ministero degli armamenti diretto dal successore di Von Todt, ing. Speer, avevano messo in carta un minuzioso programma che consisteva nel progressivo smontaggio di tutte le industrie italiane e il loro successivo trasferimento oltre i confini italiani dentro quelli del Reich. Conseguenza di questo trasferimento, per il quale tutta la nostra industria sarebbe diventata preda bellica tedesca, una totale disoccupazione italiana. Ergo, anche la mano d'opera nazionale avrebbe dovuto trasferirsi in Germania. La costituzione del governo repubblicano non modificò i piani concordati tra il comando supremo, Ribbentropp e Speer; questi inviò in Italia, con il titolo di generale, un notissimo ingegnere, il Leyers, che Mussolini considerava l'esponente dell'industria pesante tedesca e definiva, dal punto di vista politico, un feroce reazionario. Non è qui il caso di fare la storia del come il gen. Leyers, appoggiandosi agli esponenti della grande industria italiana con i quali intratteneva cordialissimi rap-porti, si oppose ad una effettiva applicazione della legge sulla socializzazione emanata il 13 gennaio 1944 dal governo Mussolini-Graziani. Basti dire che, in seguito alle segnalazioni catastrofiche nonché ai suggerimenti di Leyers, venne tramato a Berlino, con complicità italiane, l'arresto del ministro dell'economia nazionale Angelo Tarchi col duplice intento di intimidire Mussolini e di mettere il Fuehrer innanzi al fatto compiuto di una gigantesca « montatura » tale da impressionarlo e da spingerlo a decisioni per cui il governo avrebbe dovuto ridursi ad un semplice esecutore degli ordini tedeschi presieduto da un qualsiasi Quisling nazionale già nel giuoco dello stesso Leyers. A questo scopo si precipitò in Italia il sottosegretario di stato al ministero dell'armamento Schiebert. Ero nell'ufficio di Mussolini, a Villa delle Orsoline, quando gli fu segnalato il fermo di Tarchi, ordinato ap-punto da Schiebert, e posso testimoniare che la sua reazione fu di una tale violenza che potei ritenere finita, in quello stesso momento, la R.S.I. Ebbi quel giorno, per la prima volta, una delle tante e tante prove, successivamente registrate e di prima mano, in base alle quali non ho esitazioni nel ripetere che il governo i Mussolini-Graziani è sempre stato infinitamente più indipendente di fronte al governo tedesco di quanto non lo siano stati i governi Badoglio-Togliatti e Bonomi-Togliatti di fronte agli alleati. Speer e Leyers, visto e considerato che il colpo di forza contro la socializzazione non era riuscito, mutarono tattica e si diedero ad una continua azione di sabotaggio nella quale ebbero alleati, senza eccezioni, gli industriali italiani che, alla loro volta, avevano il pieno appoggio dei dirigenti dell'antifascismo così che si verificò questa mostruosa situazione: autorità tedesche, industria ed alta finanza nazionale, antifascismo italiano (comunismo in testa) strettamente alleati contro Mussolini, Graziani e la Repubblica sociale. Sarebbe piaciuto sentire risuonare in quest'aula, con le parole del prof. Vittorio Valletta, una nota di serenità ed obiettività. Al contrario, la sua deposizione non avrebbe potuto essere più reticente ed equivoca. Perché egli non ha ricordato che è stato ricevuto tre volte da Mussolini e non ha riferito il contenuto di questi colloqui per ottenere i quali dovette sudare le famose sette camicie? Mi risulta che il prof. Valletta ha buonissima memoria. Perciò egli non può aver scordato questo piccolo episodio del suo collaborazionismo mussoliniano. Ricevuto dal capo della R.S.I., subito dopo la proclamazione del decreto sulla socializzazione, egli lo definì come « la risoluzione dell'ansia secolare del mondo del lavoro ». Però Mussolini lo informò che il decreto non era opera sua bensì del dott. Tarchi e il prof. Valletta si affrettò a far visita al ministro dell'economia nazionale cui, con ancora maggiore enfasi, ripeté lo stesso giudizio. Il prof. Valletta ha detto che la comprensione dimostrata dalle autorità militari tedesche circa le sorti della F.I.A.T. ebbe persino il potere di commuoverlo. Ma non dipese soltanto dalle autorità militari, sia tedesche che italiane, il trasferimento di una delle più importanti sezioni della F.I.A.T., l'officina « Grandi Motori »sulle rive del Garda. Per salvare la « Grandi Motori », 18 chilometri di gallerie sulla Gardesana furono chiusi al traffico e trasformati in succursali degli stabilimenti F.I.A.T.; e neppure una vite del materiale prezioso ivi ricoverato andò così perduto. Ora la F.I.A.T. deve riconoscenza per questo salvataggio, non ai partigiani, non al C.L.N.A.I., non al C.V.L., non agli inglesi e agli americani, bensì principalmente al binomio Mussolini-Graziani e a Tarchi, che del Capo della Repubblica sociale fu uno dei più intelligenti e sicuri collaboratori. Esiste in argomento una mia segnalazione a Mussolini e a Graziani in data 25 maggio 1944 e che è strettamente attinente a questo processo: la produrrò insieme a tutta la documentazione da me riunita per la Corte. (27) Al contrario farò subito conoscere la copia di un documento di importanza fondamentale per dare la prova del modo con cui si concretava questa azione di sabotaggio: si tratta del testo di una circolare inviata nel febbraio 1944 in via riservatissima, il senatore dott. Enrico Falck e il prof. Valletta la ricordano certamente, a memoria, a tutti i capi delle cosiddette "aziende protette". Eccola :

« Ai capi di tutte le aziende protette. « Dispongo mi venga comunicato se in seguito alla pubblicazione del decreto sulla socializzazione sia stato effettuato nelle vostre aziende qualche tentativo di applicazione della nuova legge oppure si sia giunti a qualche concreta realizzazione anche parziale. « In caso di risposta affermativa dispongo mi vengano forniti tutti i dati relativi, segnalandomi il nome delle persone che si siano fatte iniziatrici o abbiano partecipato ai fatti, ecc. « Con l'occasione tengo a dichiarare esplicitamente che la legge sulla socializzazione non è attualmente in vigore. L'art. 46 della legge contempla che essa possa entrare in vigore nel giorno fissato da un successivo decreto del Duce. Se in futuro si notassero delle tendenze alla socializzazione presso qualcuna delle vostre aziende, comunicatemelo senza indugio e con tutti i dettagli.
f.to Gen. Leyers ».


È da considerare che l'alto comando tedesco e il ministero della produzione bellica non rinunciarono mai al piano di progressivo smantellamento dell'industria italiana allo scopo di rimontarla in Germania e in Austria. Non per niente dopo poche settimane dalla sua venuta in Italia, l'ing. Leyers aveva a sua disposizione un vero e proprio ministero chiamato R.U.K. e ripartito in una suddivisione di uffici con sede principale a Milano e succursali dovunque.
Ferruccio Parri accusa il maresciallo Graziani di essere il principale responsabile perniciosa esistenza del governo della Repubblica sociale. All'opposto io affermo che a Graziani e all'esercito della R.S.I. (il quale senza di lui, al dire anche dell'ex vicecomandante del C.V.L., non si sarebbe mai costituito), va il principale merito di aver dato a Mussolini, al ministro dell'Economia nazionale Angelo Tarchi, ai prefetti delle zone dove esistevano i maggiori impianti industriali (voglio citare particolarmente Piero Parini, Paolo Zerbino e lo sventurato ed onesto Basile) la forza di resistere alle pretese tedesche. E' a Graziani e al suo esercito e particolarmente all'eroico principe Valerio Borghese che la Patria deve essere riconoscente se l'apparato industriale italiano è pressoché intatto. Ed io non posso non denunciare alla Corte l'infamia che si compie quando si cerca ancora oggi di trasformare in capo di accusa contro Graziani e Borghese quello che si dovrebbe obiettivamente riconoscere come un titolo di patriottismo. Ma non solo l'esistenza dell'esercito di Graziani ha permesso al governo della Repubblica sociale di impedire che i quattrocento collaboratori di Leyers, cioè il R.U.K., eseguissero il metodico lavoro per cui erano stati qui convocati, e che doveva, fra l'altro, privare Milano di gran parte del materiale rotabile del servizio tranviario urbano e interurbano. La presenza di Graziani al fianco di Mussolini, le divisioni ai suoi ordini, e particolarmente la « San Marco » comandata dal gen. Amilcare Farina e la « Monterosa », la Divisione X, comandata da Valerio Borghese, hanno dato agli altri principali collaboratori di Mussolini la forza per resistere ai tentativi di manomissione tedesca in ogni altro campo della vita nazionale. Ciò vale per il guardasigilli Pisenti nella sua mirabile resistenza alla pressione tedesca che (congiunta a quella di Roberto Farinacei) pretendeva quel giuramento dai magistrati che il Ministro si rifiutò eroicamente (dico eroicamente e so di non esagerare) di imporre, come Ella del resto ben sa per diretta conoscenza, signor Presidente. (E la C.A.S. di Bergamo lo assolse con una sentenza che è una piena rivendicazione dell'opera del ministro della giustizia della R.S.I.). Ciò vale per il ministro dell'agricoltura Edoardo Moroni assolto addirittura in istruttoria. Ho qui la sentenza: essa, assolvendo Moroni, testimonia il merito di Graziani e dei suoi soldati. Ciò vale per i prefetti di Milano, di Torino e di Genova, Piero Parini, Mario Bassi, Paolo Zerbino e Basile che ebbero la tremenda responsabilità di presiedere alle sorti delle provincie dove specialmente avrebbe dovuto esercitarsi l'opera degli specialisti agli ordini del generale Leyers. Ciò vale per il ministro delle finanze, Pellegrini. Ciò vale per altri collaboratori di Mussolini. Per quanto riguarda il processo contro il ministro dell'Agricoltura Edoardo Moroni, produrrò alla Corte così il testo della requisitoria del Procuratore generale dottor Spagnuolo come quello della sentenza pronunciata, nel gennaio 1947, dalla sezione d'istruttoria della Corte d'Appello di Roma nelle persone del Presidente dott. Roberto Cusani e dei consiglieri dott. Eugenio Assunti e dott. Luigi Fibbi. Qui, in questa rapida sintesi, mi limiterò a leggere, con il permesso della Corte, le parti conclusive della requisitoria del dott. Spagnuolo e della sentenza della Commissione d'istruttoria.
Scrisse il dottor Spagnuolo, in data 7 gennaio 1947:

« La breve rassegna dell'attività del Moroni quale ministro consente, dunque, di pervenire alla conclusione che egli non commise alcun fatto di collaborazione col tedesco invasore e che la presunzione a suo carico ha trovato piena smentita con gli atti da lui messi in essere a favore delle popolazioni ed in danno dei disegni politico-militari del nemico. « La formula di proscioglimento dall'imputazione ora esaminata sembra al requirente debba essere quella che il fatto non costituisce reato, e non l'altra della estinzione del reato per amnistia, come in alcuni casi ha ritenuto il Supremo Collegio. Vi è una causa ostativa all'applicazione di tal beneficio, ed è la elevatezza delle funzioni di direzione civile e politica. Inoltre per l'articolo 152 capov. c.p.p. il giudice ha l'obbligo, quando gli atti del processo offrono la prova che il fatto non sussista o l'imputato non l'ha commesso, o non costituisce reato, di prosciogliere con una di queste formule e non già con quella di estinzione del reato per amnistia. Né sembra che la presunzione di responsabilità di cui sopra si è parlato, sia di per se stessa sufficiente a far ritenere la esistenza di un reato, anche se amnistiabile, una volta che si è affermato il principio che anche per le persone di cui all'articolo 1 D.L.L. 22-4- 1945 n. 142, occorre il compimento di atti concreti di collaborazione per aversi reato.
P. Q. M.
Visto l'art. 395 C.P.P.
Chiede che la Sezione Istruttoria dichiari non doversi procedere a carico di Moroni Edoardo per la prima imputazione per non aver commesso il fatto, e per la seconda imputazione rettificata in quella di collaborazionismo nei disegni politici del nemico (art. 58 C.p. m.g.) perché il fatto non costituisce reato. « Ordini in conseguenza la revoca degli ordini di cattura a carico del Moroni, emessi dal P.M. di Lucca e dal P.M. di Bergamo in data 21,12,1945 e 18-9-1946».


Il 20 gennaio successivo fu depositata la sentenza istruttoria di proscioglimento. Essa conclude:


« Gli episodi riferiti con ampiezza di particolari da testi innumerevoli e degni di ogni fede, e d'altronde documentati da ampi dossiers in cui sono raccolte copie di atti e promemoria di tutte le varie fasi dell'attività ministeriale, potrebbero moltiplicarsi: da essi emerge un'univoca preoccupazione che è costantemente in contrasto col fine dell'assistenza ed aiuto al nemico invasore, il fine esclusivo di risparmiare ai cittadini gli orrori della guerra e all'agricoltura nazionale danni irreparabili. Il dissidio latente e insanabile col tedesco fu reso acuto e manifesto in molteplici circostanze in cui sembrò perfino in pericolo la stessa persona del Moroni, minacciato più o meno apertamente di arresto e deportazione. All'indomani di uno di tali contrasti il professor Albertario, di cui è già stata rivelata la particolarissima segreta missione in seno al Ministero, poteva senza infingimenti e senza riserve esprimere la incondizionata solidarietà al suo superiore scrivendo fra l'altro queste parole (la lettera è in atti a f. 320): ' Più che in qualsiasi altro momento, mi è di orgoglio esserle vicino a sostenere la limpida onestà della sua dura, ma pur tanto nobile fatica '. Fu dunque invero l'intento che accomunò il Ministro pseudofascista (è una qualifica che la Sezione Istruttoria della Corte di appello gli dette allora per non dare atto di ciò che è incontestabile e che testimonierò di qui a qualche periodo) e il direttore generale, antifascista dichiarato ed emissario segreto (assai poco segreto: garantisco) del fronte clandestino della resistenza: tale intento non poteva che essere sostanzialmente antitedesco e anti-collaborazionista, quale del resto si dimostrava dalle opere. « Così è potuto ancora una volta accadere che, ad onta di ogni apparenza e al di sopra di ogni fede politica, la rettitudine della coscienza e un vero amore di patria siano valsi ad additare con sicurezza la vera via da seguire in ogni più ardua circostanza. « E tranquillità di coscienza assistette il Moroni fino all'ultimo: avvenuto il crollo delle forze nazifasciste, egli, a differenza di tutti gli altri ministri, che cercarono scampo nella fuga, rimase al suo posto per dar corto del suo operato e fare, come fece, le consegne del suo ufficio ai nuovi governanti (in proposito potrà essere chiaro l'ex capo della polizia). « In tale atteggiamento, come in tutta la condotta anteriore del Moroni, quale fu superiormente illustrata, non può non ravvisarsi la prova evidente che, a norma dell'art. 152 capov. c.p.p. indipendentemente dalla applicabilità o meno dell'amnistia, obbliga il giudice a pronunciare sentenza di pieno proscioglimento dell'imputato anche dall'accusa di cui trattasi, di collaborazionismo politico, perché il fatto di aver esercitato le funzioni di Ministro della sedicente repubblica sociale italiana, pel modo in cui la funzione fu esplicata da parte sua, non costituisce reato.
P. Q. M.
V. l'art. 395 c.p.p. sulle conformi conclusioni del P.M. Dichiara non doversi procedere a carico di Moroni Edoardo per l'imputazione di cui alla lettera a) per non aver commesso il fatto e per quella di cui alla lettera b) della rubrica, rettificata in quella di collaborazionismo nel disegni politici del nemico, perché il fatto non costituisce reato. « Ordina la conseguente revoca degli ordini di cattura emessi i carico del Moroni dal P.M. di Lucca e da quello di Bergamo rispettivamente in data 21 dicembre 1945 e 18 settembre 1946 ».


Signor Consigliere dott. Luigi Fibbi, Ella, con la firma apposta a questa sentenza, non assolveva solo il dottor Moroni, ma insieme con lui Mussolini e Graziani. Testimonio qui, per conoscenza minuziosa dei fatti che furono oggetto dell'esame del procuratore generale dottor Spagnuolo e della Commissione d'istruttoria della Corte di appello, che il ministro Moroni non fu nient'altro che l'esecutore ardito e intelligente delle direttive di Mussolini e di Graziani. Queste verità non sono affatto nuove, ma sono ancora generalmente ignorate, perché il giornalismo italiano, in quel tempo ancora legato alla disciplina e all'omertà dei C.L.N., fece la congiura del silenzio su delle risultanze processuali che, se fossero state fatte conoscere, avrebbero avuto l'effetto di distruggere le versioni di comodo che lo stesso sistema dei C.L.N. aveva tentato, con ogni mezzo (anche col tentativo del mio assassinio), di far diventare tavole di storia. Per fortuna la magistratura ha difesa essa la storia d'Italia, per gran fortuna la magistratura ha permesso che la verità fosse indelebilmente registrata in tante carte processuali sì che ora è già possibile provare che le versioni faziose, partigiane, che si tentò di imprimere nelle menti degli italiani a proposito degli accadimenti del periodo 1943-45 e della parte in essi avuta dal governo Mussolini-Graziavi, versioni che hanno cercato di influenzare anche voi, signori della corte, costituiscono nient'altro che delle falsificazioni della verità.


CONFRONTO TRA IL GOVERNO DEL NORD E QUELLO BADOGLIO-TOGLIATTI

FFRRUCCIO Parri ha detto che « fin dai primi mesi post-8 settembre, si poté rilevare che all'intervento di Graziani si dovette lo sviluppo pericoloso che assumeva la guerra civile nell'Italia del nord » e ha soggiunto che sarebbe stato molto meglio, per la sorte successiva della guerra, se in Italia vi fosse stato soltanto un esercito tedesco. Rispondo: se in Italia vi fosse stato solo l'esercito tedesco, agli italiani superstiti non sarebbero rimasti che gli occhi per piangere. Ove il governo del Reich non avesse dovuto rispettare la presenza in Italia di un governo nazionale, qualora il Fuehrer non avesse avuto a che fare con Mussolini e Graziani, se l'esercito tedesco avesse potuto lecitamente considerare le nostre provincie come territorio di occupazione e non come territorio di un paese alleato, se l'esercito tedesco fosse stato arbitro di comportarsi a suo piacimento esso si sarebbe comportato come fece dappertutto dove vi fu da nemico. Ed allora sarebbe vero, e non sarebbe falso, quello che si dice: che, cioè, i tedeschi ci portarono via tutto. Tutti gli italiani sono testimoni che questa frase dice una falsità. Se i tedeschi ci avessero « portato via tutto », in Italia non sarebbe rimasto niente. La verità è che gli alleati ci portarono via assai più ricchezze nostre di quante ne portarono via i tedeschi. E se gli alleati, specie gli inglesi, poterono depredarci come ci depredarono, è perché dopo il crollo delle F.F.A.A. germaniche, esistevano ancora n Italia innumerevoli ricchezze che i tedeschi non avevano potuto portare via perché impediti dagli obblighi di una alleanza con quel governo Mussolini, Graziani che, insisto, seppe farsi rispettare dai tedeschi assai più di quanto il governo Badoglio e il governo Bonomi seppero farsi rispettare dalle autorità alleate di occupazione. Signor presidente, il governo Churchill mise il veto alla nomina di Carlo Sforza a ministro degli Esteri. Ed il veto fu disciplinatamente sopportato. Il governo Mussolini-Graziani non ha mai subito imposizioni del genere. Quando il 22 febbraio 1945 (badi, signor presidente, appena due mesi prima della fine) l'ambasciatore von Rahn e il generale Wolff si opposero, nel nome del governo del Reich e del Comando generale delle S.S., alla destituzione decisa da Mussolini del ministro dell'Interno Guido Buffarini, il capo della Repubblica sociale ebbe accenti irrevocabili:

« O la radio trasmette il comunicato che io stesso ho redatto o io sono deciso ad andare sino in fondo. Questo ' sino in fondo ' significa che ho intenzione di non subire oltre i vincoli di un'alleanza che non è più tale perché il vostro contegno la trasforma in una umiliante dipendenza. Vi devo avvertire che siete in errore se calcolate di far appello alla ' fedeltà militare ' del maresciallo Graziani. L'avvertimento vi è dato anche in suo nome. Il governo della Repubblica sociale non si adatta a diventare un governo di servi o di complici ».

E poiché le autorità naziste, con l'aiuto di traditori italiani, autentici eroi del doppio, del triplo e del quadruplo giuoco, avevano già dato disposizioni e preso precauzioni affinché la radio non trasmettesse il comunicato di Mussolini, questi ordinò che fosse predisposta una piccola scorta per accompagnarlo senz'altro a Milano.

« Mi presenterò io stesso al microfono e dirò: Qui parla Mussolini e, dopo questa premessa, leggerò il comunicato. Voglio vedere se oserete chiudermi la bocca. Devo lealmente preavvisarvi che qualsiasi tentativo di impedirmi il viaggio a Milano determinerà un conflitto tra la mia guardia e la S.S. ».

Durante ventiquattr'ore la sorte della R.S.I. fu in sospeso. Allo scopo di intimidire Mussolini e Graziani, Wolff, il quale temeva di veder irreparabilmente compromesse le trattative avviate in Svizzera con gli alleati sin dal 9 febbraio, aveva disposto una complessa azione di polizia secondo la quale avrebbero dovuto essere arrestati, e immediatamente deportati in Germania, circa 80 tra dignitari e funzionari della Repubblica sociale: l'elenco si apriva col nome del ministro della giustizia Piero Pisenti, la bestia nera delle S.S. e comprendeva quelli del ministro dell'agricoltura Moroni, del capo della polizia generale Renzo Montagna, di Piero Parini e di Mario Bassi, in quel momento prefetto di Milano. Il fermo del maresciallo Graziani era previsto in un secondo tempo. La notte portò consiglio. Wolff si dovette convincere che il compimento della progettata operazione di polizia, anziché intimidire Mussolini e Graziani, avrebbe potuto avere l'effetto di provocare reazioni di incalcolabile portata. Gli ottanta arresti si ridussero a due: quelli dell'ex direttore generale di polizia e prefetto di Trieste Tullio Tamburini e del funzionario dottor Apollonio, capo di una divisione della direzione generale di polizia ed accusato, con fondamento, di essere di razza ebraica. A quali insistenze aveva ceduto Mussolini per compiere, finalmente, quella destituzione di Buffarini che egli mi aveva promesso per la prima volta il 13 gennaio 1944? Le insistenze da me esercitate si erano sempre rese interpreti anche delle opinioni, delle esigenze, dei programmi del comandante generale delle brigate "Matteotti" e membro dell'esecutivo del Partito socialista di unità proletaria Alta Italia dottor Corrado Bonfantini, ma questi giunse più volte a Mussolini per altre strade, quelle di industriali e finanzieri che facevano il triplo giuoco: quello coi tedeschi, quello con la Repubblica sociale e quello con i partigiani, compresi i « Garibaldini » comunisti. (Ci sarà poi qualche chiarimento per i più impudenti). Ho motivo però di ritenere che non meno insistenti ed efficaci delle mie siano state le pressioni esercitate nello stesso senso dal maresciallo Graziani. Andiamo avanti con altri esempi per dimostrare che il governo Mussolini, Graziani fu infinitamente più indipendente nei confronti del Reich di quanto non lo furono Badoglio-Togliatti e Bonomi-Togliatti nei riguardi degli anglo-americani. Più volte le autorità naziste perorarono presso Mussolini la causa della elevazione di Roberto Farinacci, in un primo tempo alla carica di ministro dell'interno al posto di Guido Buffarini che impiegò alcuni mesi di gran zelo a conquistarsi la fiducia di Wolff e di von Rahn; in un secondo tempo alla carica di ministro della giustizia al posto di Piero Pisenti che fu sempre malvisto dai tedeschi (ed allora Lei, signor Presidente, sarebbe stato deportato in Germania con altri 200 magistrati); in un terzo tempo alla carica di ministro segretario del partito al posto di Pavolini che ebbe credito dai tedeschi solo quando promosse la costituzione delle « Brigate nere »; in un quarto tempo alla carica di ministro delle F.F.A.A. Orbene negli archivi di Londra, di Washington e di Mosca (nonché in qualche archivio, a Roma o a Milano) devono (dico, devono) esistere le prove del modo con cui Mussolini rifiutò ogni volta di dar soddisfazione alle esigenze naziste. Le autorità naziste reclamarono due volte, nel maggio e nel giugno 1944, la destituzione del prefetto di Milano Piero Parini; Mussolini non accolse la richiesta. Quando, subito dopo il 10 agosto 1944, Parini dimissionò, con significato di protesta contro l'eccidio di Piazzale Loreto a Milano, effettuato come rappresaglia ad un attentato compiuto due giorni prima contro dei soldati tedeschi che rimasero incolumi mentre, invece, vi perdettero la vita 20 tra innocenti uomini, donne e bambini milanesi che nessuno commemora e rimpiange, le autorità naziste misero avanti alcune loro candidature. Mussolini le scartò tutte e scelse, forse tra tutti i prefetti disponibili, quello più inviso ai tedeschi: il dott. Mario Bassi in quel momento a Varese e che è stato rimesso in libertà da una sentenza della C.A.S. da Lei signor Presidente presieduta e proprio a riconoscimento del modo con cui aveva lottato contro la manomissione tedesca nella amministrazione italiana e contro i programmi di saccheggio nazisti delle ricchezze italiane a Trieste, a Varese e a Milano. Il capo della polizia generale Renzo Montagna, il cui valore fu premiato con la Croce militare di Savoia nel periodo dei 45 giorni, assunse la carica alla fine dell'estate 1944 contro il parere delle autorità naziste e, contro la volontà tedesca, egli la mantenne, per ubbidire ad un ordine di Mussolini, fino al 25 aprile. È da notare che l'urto tra Kappler e Montagna era arrivato negli ultimi mesi del governo della R.S.I. ai ferri corti. Si può dire che Wolff reclamava la sostituzione di Montagna ad ogni suo incontro con Mussolini.


IL C.L.N. E IL C.V.L. AGLI ORDINI DI MOSCA, DI LONDRA E DI WASHINGTON

FERRUCCIO Parri, rispondendo ad una domanda del difensore professor Carnelutti così formulata: « Gli alleati non ricevevano segnalazioni di obiettivi italiani da colpire? » avrebbe risposto, se devo fidarmi dei resoconti giornalistici: « Sì, qualche volta ». In piena coscienza, ben consapevole della gravità delle mie affermazioni, devo rettificare: « Non qualche volta bensì normalmente ». Ad altra domanda dello stesso professor Carnelutti del seguente tenore: « Gli alleati ebbero segnalazioni di città da bombardare allo scopo di demoralizzare la popolazione? », Parri avrebbe risposto: « Questa è una calunnia ». Mi assumo la responsabilità di dichiarare che la domanda del professor Carnelutti non era calunniosa. Il testimone Silvestri dà subito prova della sua affermazione. L'Agenzia N.N.U. trasmetteva alle 18:30 del 6 ottobre 1944 quanto segue:

« Dalla zona di operazioni il Comando delle Forze alleate in Italia comunica : È stato comunicato oggi che i patrioti italiani che operano alle spalle dei tedeschi hanno recentemente ricevuto stretto appoggio da caccia-bombardieri alleati, durante un'azione contro i tedeschi, appena 15 minuti dopo che avevano richiesto, per radio, agli alleati, aiuti dall'aria. I patrioti italiani non riuscivano a liberare un villaggio montano per il violento fuoco di una postazione di artiglieria tedesca. Ma quando questa batteria fu fatta tacere da parte degli aeroplani alleati, le forze dei patrioti poterono entrare nel villaggio ».

Naturalmente dopo che questo era stato ridotto a un mucchio di rovine. Deve trovarsi negli archivi del C.L.N.A.I. tutta la collezione dei « messaggi speciali » che figuravano quasi giornalmente nelle trasmissioni di Londra e quasi sempre in quelle delle 8:30, 16:30 e 18:30. Ne consegnerò alla Corte alcuni esemplari a titolo di saggio. Ferruccio Parri e Luigi Longo sono particolarmente in grado di decifrare questi « messaggi speciali » (ed aggiungerei « senza precedenti »). Se essi lo facessero, la Corte sarebbe in grado di stabilire che alcune volte delle città furono bombardate da inglesi ed americani su insistente richiesta italiana. Dopo che furono svelati, attraverso il processo Roatta, tutti i più gelosi segreti del S.I.M., Parri e Longo non dovrebbero più poter invocare il « segreto d'ufficio ». ( 28 ) Ferruccio Parri ha vantato la perfezione dei servizi di informazione da lui organizzati e diretti nella sua qualità di capo del centro coordinatore delle azioni e delle informazioni del C.L.N.A.I. e del C.V.L., ma se Parri, dice lui, era ben informato, Mussolini lo era molto di più su quanto avveniva sull'opposta sponda. Così posso giurare che il bombardamento a tappeto di Goito che costò la vita nell'inverno I944-45 a settanta italiani fu effettuato dagli americani in conformità a ripetute richieste di un C.V.L. e in base alle precise indicazioni da esso trasmesse per radio. Non dico di più per carità di Patria. Quante migliaia di vittime furono provocate dal tremendo bombardamento di Treviso effettuato dall'aviazione americana? Ebbene, quelle vittime non ci sarebbero state senza una precisa segnalazione compiuta da italiani che ubbidivano alla disciplina del C.V.L. e del C.L.N. Non è giusto che gli americani portino una responsabilità che non hanno. Le migliaia di massacrati di Treviso pesano sulla coscienza di criminali italiani. Esisteva in proposito una circostanziata documentazione nell'archivio di Mussolini. Ecco perché a troppa gente premeva impadronirsene per cancellare le prove delle proprie responsabilità. Ecco uno dei tanti perché per i quali era necessario chiudere subito la bocca a Mussolini. La conferma del fatto che esistevano dei veri e propri servizi organizzati dal C.V.L. e dal C.L.N. per le segnalazioni agli alleati degli obiettivi da bombardare io la ebbi, subito dopo il 25 aprile, quando ricevetti la visita di un antico compagno di sorte già comunista ed allora azionista (e come tale divenne assessore nella giunta comunale di una grande città). Gli domandai quale attività aveva svolta. Candidamente mi rispose che egli, nella sua zona, aveva per molti mesi assolto il compito di dar lavoro ai bombardieri nemici. E rimase in candida attesa dei miei elogi. Era in compagnia di sua moglie. Li avevamo invitati a colazione. La nostra amicizia finì sul punto di quella ammissione. E non ci siamo visti più, ma io ho avuto motivo di accertare che i bombardamenti provocati dall'ex compagno di sorte erano stati parecchi con conseguenti gravi distruzioni di ricchezze nazionali. Il senatore Ferruccio Parri di fronte alla domanda : « Chi prese per primo l'iniziativa dell'attacco? La Repubblica sociale o i dirigenti dei movimenti clandestini? », ha risposto che dall'ottobre 1943 si combatté senza interruzioni e ha fatto una contro-domanda: « Come può dirsi chi cominciò per primo? » Io ho già detto che cominciarono per primi i dirigenti dei movimenti clandestini, supini alle direttive comuniste, ed ora lo dimostro e lo provo. Affiderò pertanto alla Corte un documento basilare la cui lettura e meditazione offre il modo di penetrare a fondo quale fu lo spirito, quali furono le direttive politiche, quale fu il concetto strategico, quali furono i criteri tattici che guidarono il P.C.I. nel costituire immediatamente dopo l'8 settembre i distaccamenti e le brigate d'assalto « Garibaldi » e a volere che essi prendessero per primi l'iniziativa di attaccare gli uomini e gli organi della Repubblica sociale. Il nome medesimo che esse assunsero è più che indicativo: non si chiamarono Brigate di difesa o in qualsiasi altro modo, ma Brigate d'assalto cioè di arditi. In sintesi si può dire che le ragioni che determinarono al Nord la guerra civile furono le stesse che, a Roma, portarono all'attentato di via Rasella e alla conseguente strage delle Fosse Ardeatine. Non avrei diritto di parlare se qui mi limitassi a riferire delle impressioni soggettive. Ho invece il diritto e il dovere di parlare perché riferisco ciò che a me è risultato dalla documentazione che esisteva nell'archivio mussoliniano e che ugualmente deve risultare a coloro che dell'archivio si sono impadroniti con il proposito di seppellire la verità nei sepolcri della storia. Roma e l'Italia sembravano essersi accomodate alla nuova situazione determinatasi dopo l'8 settembre come conseguenza della riconfermata alleanza tra il Reich e la Repubblica sociale italiana. Non vi era abbastanza odio per i tedeschi. Il governo della Repubblica funzionava male ma funzionava in modo sufficiente per farsi considerare un governo di fatto. Gli alleati erano impressionati per uno stato di cose che non era propizio ai loro piani. Bisognava dunque esasperare la situazione con qualche avvenimento idoneo a suscitare odio verso i tedeschi e gli alleati fascisti-repubblicani. Gli interessi e le visioni del P.C. combaciavano perfettamente in quel momento coni piani anglo-americani. Il figlio di Giovanni Amendola e il figlio di Piero Calamandrei con l'azione del G.A,P. che, nel pomeriggio del 23 Marzo 1944, provocò la morte di 32 soldati tedeschi ottennero il risultato voluto da chi aveva dato gli ordini (il responsabile è facilmente individuabile): quella prevista inevitabile feroce reazione tedesca che implicò anche la responsabilità del questore Caruso e permise quindi che alla responsabilità tedesca fosse accomunata quella degli organi della R.S.I., creando in tal modo l'irreparabile nei rapporti tra l'opinione pubblica della Capitale e il governo di Mussolini. Nell'intento di creare il clima dell'irreparabilità, nell'intento di impedire che avessero successo gli sforzi di Mussolini per evitare o almeno frenare la guerra civile, fu ucciso a Ferrara sabato 13 novembre 1944 un ufficiale dell'esercito decorato con tre medaglie d'argento e tre di bronzo Igino Ghisellini, segretario federale dei fasci re-pubblicani. Il cadavere fu scoperto solo nella mattinata del 16 e l'annuncio venne dato alla prima assemblea nazionale del fascismo repubblicano riunita a Verona quel giorno stesso. L'effetto fu quello voluto dagli istigatori del delitto: Mussolini fu messo davanti al fatto compiuto di una feroce azione di rappresaglia che rese odioso nella zona il regime della Repubblica sociale. Sempre allo scopo di esasperare la situazione fu ucciso, giusto un mese dopo, cioè il 18 dicembre 1944, e per preciso ordine del Partito comunista, il primo segretario del fascio repubblicano milanese, il maggiore Aldo Resega, decoratissimo anche lui, poverissimo, un puro, un idealista che abitava in due stanzette di un caseggiato popolare. Nel documento cui ho dianzi alluso e che consegnerò alla Corte, il numero dell'Unità, edizione milanese, del 25 aprile 1948, i membri del G.A.P. comunista che eseguì il mandato di uccidere, senza neppure sapere, senza interessarsi di sapere, chi uccidevano, raccontano la loro impresa come se si trattasse di qualche cosa sublimemente eroico.(29) In tutto, il G.A.P. era composto di quattro uomini e di una donna che sola conosceva di vista la persona da « far fuori » e con un segnale doveva indicarla agli sparatori. Aldo Resega cadde preso di mira da otto colpi di rivoltella automatica. Appena egli cadde i cinque del G.A.P. si precipitarono dal comandante comunista che li aveva incaricati della « missione ». Da lui gli eroi appresero finalmente chi era stata la loro vittima. Essi testualmente raccontano:

« Alle dieci, un'ora e mezzo dopo l'uccisione, abbiamo saputo il nome del fascista ucciso: Aldo Resega, il federale dei repubblichini milanesi. Allora ci siamo abbracciati quasi piangendo. L'azione era andata perfettamente ».

Aldo Resega aveva operato contro la guerra civile. Egli aveva accettato il pericoloso posto di federale di Milano solo perché, mi aveva detto, la presenza di Graziani lo aveva rassicurato che il nuovo governo sarebbe stato al servizio della Patria e non della fazione. Informato sulle finalità della mia azione di « Croce Rossa », Resega mi aveva promesso la sua più cordiale collaborazione. Così come era avvenuto a Roma con l'attentato di via Rasella, l'uccisione del federale repubblicano Resega conseguì gli obiettivi voluti. Resega, era un moderatore. Egli voleva la riconciliazione tra gli italiani. Lui abbattuto prevalsero gli elementi più violenti dei fascismo milanese. Si riunì un tribunale militare straordinario e l'assassinio di Resega (e quelli di poco precedenti di due altri fascisti repubblicani: Piero De Angeli e Piero Lamperti) fu vendicato con la fucilazione di otto antifascisti già detenuti e tutti ritenuti responsabili di reati punibili dalle leggi di guerra con la condanna a morte. Trascorre poco più di un altro mese e il 26 gennaio 1944, a Bologna, mentre il commissario federale del P.F.R. Eugenio Facchini, un uomo nuovo interessante e promettente, alle ore 12:45 sale le scale della mensa dello studente in via Zamboni 25, sette colpi di rivoltella, sparatigli al ventre ed al cuore dai membri di un G.A.P. bolognese, Io colpiscono freddandolo. Ora posso svelare alla Corte perché il mutilato di guerra Eugenio Facchini fu condannato a morte e perché la condanna venne eseguita. Egli era risolutamente contrario ad ogni forma di risurrezione del vecchio fascismo; egli credeva nella possibilità di trasformare in un movimento socialista il nuovo fascismo repubblicano; egli aveva aderito alla Repubblica sociale nella sua qualità di combattente e mutilato perché rassicurato dalla garanzia antifaziosa datagli dalla presenza di Graziani; egli era contro la guerra fratricida e per la riconciliazione delle opposte parti nella visione di un'Italia socialista. A tale uopo aveva già preso discreto contatto con Giuseppe Bentivogli e con Paolo Fabbri, principali esponenti del Partito socialista per l'Emilia. Ero io che avevo promosso questi contatti. Fui io che promossi un nuovo convegno al quale avrei dovuto presenziare insieme a Carlo Borsani. Nel personale della federazione si erano infiltrati elementi comunisti. Facchini si riprometteva grandi cose dal nuovo convegno e l'entusiasmo gli fece commettere la grave imprudenza di confidare le sue speranze a qualcuno. I dirigenti del P.C.I. seppero ed ordinarono l'esecuzione. La morte di Facchini fu celebrata come un'eroica impresa dei G.A.P. e riuscì graditissima altresì a certi vecchi arnesi di certo fascismo estremista dei quali, in tutta la provincia, il commissario federale intendeva fare piazza pulita. Alla metà di febbraio, i comandi alleati giudicarono prossima la conquista di Roma; e tutti i piani dello stato maggiore politico e militare del P.C.I. e del Partito d'azione si ispirarono ed uniformarono al criterio di organizzare in Lombardia, Piemonte e Liguria quello sciopero generale che, nelle intenzioni dei dirigenti, avrebbe dovuto completamente disorganizzare le retrovie dei tedeschi in ritirata ed affrettare il disfacimento delle loro armate. La guerra doveva durare nell'Italia del Nord ancora tredici mesi ma gli emissari alleati e il Partito comunista, in quel periodo perfettamente all'unisono, riuscirono ad imporre le loro direttive agli altri partiti dell'antifascismo e non esitarono a buttare allo sbaraglio, con conseguente rischio di fucilazioni e di deportazioni in massa, i lavoratori dell'industria.(30) Il pericolo corso da Milano, Torino e Genova e dagli altri nostri principali centri industriali e portuali fu gravissimo. Il ministro dell'interno Buffarini, dopo essersi inteso con Wolff, si autoinvestì della suprema autorità di Alto commissario straordinario per il Piemonte, la Liguria e la Lombardia e strappò a Mussolini il relativo decreto di nomina. Informato senza ritardo che si stava preparando il decreto per la firma, appresi altresì che l'annuncio dell'elevazione di Buffarini alla carica di Alto commissario sarebbe stato accompagnato dalla diffusione di un proclama concepito in termini estremamente minacciosi. Lo sciopero, per effetto degli accordi intervenuti tra Wolff e Buffarini, sarebbe stato affrontato e schiacciato con l'esecuzione delle direttive compendiate nella frase: « sparare nel mucchio ». Non mi ci volle molto, ho già scritto nel mio “Contro la vendetta”, per convincermi che la follia sanguinaria di certo antifascismo al servizio degli alleati stava per scontrarsi con la follia ugualmente sanguinaria di certo fascismo al servizio dei tedeschi; nelle strade di Milano, di Torino e di Genova « mucchi di morti » sarebbero stati sacrificati ai cinici calcoli di fazione, a beneficio di chi voleva che l'Italia fosse sempre più straziata e divisa. Presi contatto con Piero Parini, uno dei tre prefetti che avrebbe dovuto mettersi alle dipendenze di Buffarini e ne ebbi l'autorizzazione a far sapere a Mussolini che egli avrebbe presentato immediatamente le proprie dimissioni qualora non fosse stata revocata la superiore investitura accordata al Ministro dell'Interno. Restammo intesi che io avrei cercato di influire direttamente su Mussolini mentre lui, Parini, si sarebbe preoccupato di farlo direttamente su Graziani al quale, come ho già detto, era legato da un'affettuosa amicizia. Appena giunto alla villa delle Orsoline chiesi ospitalità ad uno dei funzionari della segreteria, che era anche un eccellente dattilografo, e, come pure ho già raccontato, gli dettai la seguente nota che, pochi minuti dopo, era sul tavolo del capo della Repubblica sociale: «' Se Voi non annullate immediatamente l'investitura accordata al ministro Buffarini come Alto commissario per la Lombardia, il Piemonte e la Liguria e questi, per fronteggiare lo sciopero generale, metterà in atto il suo proposito di "sparare sul mucchio, " Vi devo lealmente avvisare che bene in vista nel mucchio vi sarò io. Riflettete; il mio cadavere in quest'ora sarebbe ancor più pesante di quello di Giacomo Matteotti. E fatelo presente anche al generale Wolff se eventualmente non mi conoscesse già abbastanza dopo il Vostro precedente intervento e dopo ciò che non può non avergli riferito il comando S.S. di Milano. «' Prima condizione per evitare spargimento di sangue: i soldati tedeschi stiano consegnati nelle caserme. La forza pubblica italiana eviti, fino all'estremo della pazienza e della sopportazione, le occasioni di conflitto. Se fatalmente dovranno esservi dei morti, dovrà risultare chiaro che solo uno stato di legittima difesa avrà giustificato l'uso delle armi. Per provare questo stato di legittima difesa sarà comunque dolorosamente necessario che i primi caduti non appartengano al " mucchio degli scioperanti " ma ai reparti incaricati del servizio di ordine pubblico. « ' Se dopo aver letto queste righe non annullate il colloquio già fissato, vorrà dire che siete d'accordo con me e che siete deciso a dar torto a Buffarini e a tutti gli Atri sanguinari estremisti del fascismo e dell'antifascismo. «"Dieci minuti più tardi, in mia presenza, Mussolini comunicava per telefono a Buffarini che la sua nomina ad alto commissario era revocata. La responsabilità dell'ordine pubblico rimaneva ai prefetti di Milano, Torino e Genova, i quali ricevettero istruzioni in tutto e per tutto conformi ai criteri da me esposti e che Mussolini aveva fatti propri. « Dopo il colloquio con Mussolini, prolungatosi per circa tre ore, ritornai a Milano per conferire con Parini e metterlo in relazione con alcuni esponenti dell'antifascismo ufficiale, animati come noi dalla stessa preoccupazione di fare tutto il possibile per evitare il peggio ». Nello stesso giorno, qualche ora dopo la mia partenza, Graziani vedeva Mussolini e si faceva eco presso di lui di quanto Parini si era permesso di suggerirgli. « Quale sia stato il bilancio dello sciopero si può desumere da questa lettera riepilogatrice che Piero Parini mi scrisse in data 12 marzo 1944 e che figurò tra gli atti (inconfutabili) del suo processo davanti alla Corte d'assise straordinaria di Milano nell'ottobre 1945:

« 'Da ogni parte mi giungono plausi per il modo con cui ho fronteggiato la situazione derivante dallo sciopero. Non mi punge vanità in questa constatazione, lo crederai, ma la soddisfazione del dovere compiuto in difficili circostanze. «' Credo di poter affermare che nessun precedente tentativo di sciopero generale nei tempi del prefascismo possa vantare un consuntivo così povero di incidenti come questo che si volle promuovere a Milano e in Lombardia il 1° marzo. Anche ai tempi di Giolitti, qualche morto ci scappava sempre; stavolta non si sono registrati neppure dei feriti leggeri. « 'Mia preoccupazione fu quella di provvedere al servizio di ordine pubblico con le esclusive forze militari del governo della Repubblica ed esse si comportarono con disciplina che è confortante. Secondo me è stato un successo quello che mi ha permesso di evitare qualsiasi ostentazione di forze e di armi germaniche. «I fermi precauzionali furono ridotti al minimo e la maggioranza dei fermati è già stata rimessa in libertà, o sta per esserlo. Tutti i miei sforzi sono ora intesi ad evitare le progettate partenze per i campi di internamento in Germania o, almeno, ridurle al minimo. lo spero di ottenere dalle autorità germaniche che i proposti per l'internamento rimangano in Italia in località accessibili alle visite periodiche dei parenti. Ti rispondo a parte per i nominativi per i quali ripetutamente ti sei interessato».


Consegnerò poi alla Corte la copia fotostatica della lettera di Parini in data 12 marzo 1944; la copia ugualmente fotostatica di un proclama del Comitato direttivo della Unione provinciale lavoratori dell'industria di Milano scritto dalla prima all'ultima parola da Mussolini;(31) una copia del Corriere della Sera del 6 marzo 1944 dove è stampato con questo titolo su tre colonne: « Invito alla riflessione e al coraggio morale », una « lettera-aperta » del capo della provincia ai milanesi sulla genesi, scopi e sviluppi dello sciopero. Questa « lettera-aperta » figurò opera di Piero Parini ma egli non fece che sviluppare e perfezionare, con alcune note di carattere personale, una traccia pure scritta da Mussolini dopo essersi consultato con Graziani. (32-33) La Corte potrà infine confrontare lo spirito di questi documenti, che era poi il genuino spirito del governo Mussolini-Graziani-Pisenti, con lo spirito di altro fondamentale documento dovuto questo all'esecutivo segreto del Partito comunista italiano e che venne particolarmente diffuso tra i fiduciari del Partito stesso nelle provincie di Milano, Genova e Torino. Non mancherò di dirle, signor Presidente, che non certo io mi sottrarrò ad un eventuale confronto con Palmiro Togliatti e Luigi Longo ove Ella ritenesse indispensabile accertare la paternità del documento che fu alla base della preparazione dello sciopero del marzo 1944 e dove si prova che i reparti partigiani, organizzati dal P.C.I., erano in azione già nel febbraio 1944. Come prologo alla lettura delle numerose e fitte pagine dell'esecutivo del P.C.I., mi limiterò (per ora) a testimoniare che esso, nel febbraio 1944, avvertiva:


« Naturalmente questo grande fondamentale lavoro per il rafforzamento del P.C.I. va fatto oggi, oltre che nelle fabbriche e negli altri strati della popolazione, fra la nostra gioventù in armi. Il vivaio principale delle nuove vitali energie, il serbatoio principale del nuovo e generoso sangue che deve essere portato a circolare nell'organismo nostro si trova oggi, principalmente, nei distaccamenti partigiani (signor Presidente, i comunisti prima costituirono nelle città i G.A.P., sulle montagne i distaccamenti di assalto, poi ampliati nelle brigate di assalto « Garibaldi » che infine furono costituite su divisioni - nota del teste). Ciò non dimenticheranno quei compagni che più specialmente dedicano la loro attività a questo importantissimo ed essenziale lavoro nell'ora presente. Né ci si appaghi di quanto è stato fatto in questi giorni in modo timido, e comunque improvvisato, in qualcuno dei distaccamenti. Ci vuole più co¬raggio e più senso di responsabilità. Ma ciò sarà trattato altrove ».


Ed un altro punto della circolare si può citare subito, come prova ad abundantiam, delle verità da me proclamate che fu il P.C.I. a prendere l'iniziativa della lotta partigiana:

« Bisogna fare trovare i massimi esponenti dei cosiddetti partiti antifascisti di fronte al fatto compiuto dell'esistenza e del funzionamento di comitati locali, di città e di paese, di villaggio, di fabbrica, fra operai, contadini, tecnici, artigiani, intellettuali, di comitati locali di liberazione nazionale così come li abbiamo fatti trovare di fronte al fatto incontestabile dell'azione da parte delle formazioni partigiane ». (34-35)

Mi rimane da aggiungere che poche ore dopo il mio ritorno a Milano, la sera del 2 marzo 1944, fu messo in atto il tentativo di catturarmi per spedirmi direttamente in Germania. Gli ordini quanto mai tassativi vennero impartiti dal ministro dell'Interno Buffarini a certo colonnello comandante della « Guardia nazionale repubblicana » per Milano, e l'esecuzione di essi fu affidata a sedici uomini dell'U.P.I. che, nel mezzo della notte, assediarono la mia abitazione. Se il piano, equivalente a un vero e proprio mandato di soppressione, poté essere sventato, è perché fu possibile avvisare tempestivamente il prefetto Parini che mobilitò, per impedire la mia cattura, tutte le forze di polizia sulle quali sapeva di poter fare sicuro assegnamento...
Ho detto nel mio libro che gli ordini che mi riguardavano vennero impartiti dal ministro dell'Interno Buffarini al colonnello P. Non è tutta la verità. Ci fu logicamente un intermediario gerarchico tra il ministro e il colonnello: un capo militare. Ma io voglio essere coerente al mio assunto: « Bisogna rompere la spirale della vendetta e dell'odio », e non ho gravato e non graverò con la mia accusa contro un imputato ancora in attesa di giudizio. Ho perdonato ai fascisti che volevano uccidermi (e ve n'è che imperversano tuttora nel M.S.I.); ho perdonato ai comunisti che, dopo il 25 aprile, ebbero il medesimo proposito. I fiduciari alleati rimasero assai delusi per il fatto che lo sciopero non aveva avuto quelle conseguenze terroristiche che sarebbero state conformi ai loro disegni. Ma la pelle degli italiani non contava nulla per i signori di Londra e per quelli di Mosca.

(estratto da C. Silvestri, op. cit. pp. 87-117)

CONTINUA...

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MessaggioInviato: Gio Set 13, 2012 7:39 pm    Oggetto:  
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VIGLIACCHI NAZISTI, ANTIFASCISTI E ALLEATI!!!!
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"La mistica appunto precisa questi valori...nella loro attualità politica...e dimostra l'universalità di luogo e di tempo del Fascismo"(Giani)
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MessaggioInviato: Mar Set 18, 2012 6:12 pm    Oggetto:  
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...concludiamo la Prima Parte del libro di Silvestri con la descrizione della guerriglia adottata dall'antifascismo contro la R.S.I e con la incredibile rivelazione del perché e da chi fu voluta la Guerra Civile in Italia nonché dei motivi CRIMINALI che portarono a protrarla artificiosamente per diversi mesi al costo di migliaia di vite e del disfacimento materiale e morale di una intera Nazione e di un Popolo.

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LE IMPLACABILI DIRETTIVE DELLA LOTTA CONTRO LA R.S.I.

IL 21 GIUGNO 1944, tre settimane dopo la conquista di Roma, il Comitato di liberazione nazionale, fidandosi delle assicurazioni alleate, ordinava la mobilitazione del popolo italiano per l'insurrezione nazionale. Ed il C.L.N.A.I. diffondeva, a milioni di esemplari, un proclama intitolato: « E' giunto il momento della lotta decisiva ».(36) Ecco alcune frasi di quel manifesto:
« Si inizia la fase decisiva della nostra battaglia per la quale tutte le forze devono scendere in campo. Siamo entrati nel periodo dell'insurrezione nazionale contro l'invasore tedesco e i traditori fascisti. « Il Comitato di liberazione nazionale per l'Alta Italia ordina a tutti i patrioti e volontari della libertà di passare decisamente all'azione dovunque, sulle montagne, nelle pianure e nelle città, per appoggiare validamente i liberatori che avanzano. Non si lasci respiro all'invasore: che le sue comunicazioni siano tagliate, i suoi collegamenti sabotati e interrotti. Ogni italiano si consideri soldato degli eserciti della liberazione: non passi giorno senza che ogni italiano compia almeno un gesto concreto per partecipare alla lotta comune. Chi non fa questo sarà considerato un disertore. « Un monito speciale volgiamo, e sarà l'ultimo, ad agenti ed ufficiali della G.N.R., agli agenti delle varie polizie, agli addetti alle magistrature speciali e militari, a tutti coloro che lasciano seviziare le popolazioni e i carcerati, ai neo-fascisti sui quali pesano già gravissime responsabilità: se continuerete a prestarvi alle sopraffazioni e alle atrocità dei tedeschi e dei traditori loro vassalli, la vostra condanna è già decisa. I vostri nomi sono noti, la vostra azione è controllata. La vostra sorte dipenderà dall'aiuto che darete ai patrioti ».
E ancora in data 21 giugno il bollettino del P.C.I. "Vita di Partito" emanava un suo ordine dal titolo « Compiti nuovi: passare all'offensiva » in cui si legge:

« La lotta armata eroica non deve più essere patrimonio di una minoranza di avanguardia inquadrata nei distaccamenti e nelle brigate d'assalto « Garibaldi » e nei G.A.P. ma deve diventare lotta di massa. Gli ardimentosi che da nove mesi si battono dando vita a gloriosi episodi della lotta rappresentano i quadri del grande esercito di liberazione che deve essere alimentato dalle forze più progressive del nostro popolo.
« E come si alimenta questo esercito? Passando all'azione ovunque e in ogni momento nelle fabbriche. nelle città e nelle campagne. «Il nemico è in rotta premuto dai valorosi combattenti alleati: sulle nostre montagne trenta brigate « Garibaldi » tengono agganciate gran parte delle forze dei traditori fascisti e controllano oramai le grandi vie di comunicazione e intere zone montane; in mezzo a noi non stanno più che sparuti nuclei di delinquenti capaci solo di bravate repressive sulle popolazioni inermi. « Dobbiamo passare all'azione, frazionare ulteriormente le deboli forze del nemico, distruggere e sabotare tutto quanto gli è utile, colpirlo negli uomini e nelle cose. Egli è vile quanto è prepotente, con audacia e capacità organizzativa sapremo annientarlo. «Le squadre servono in questo momento: devono passare all'azione immediatamente; nell'azione si potenziano e si moltiplicheranno». (37)

Ma già in data 12 giugno un volantino firmato il Partito comunista italiano così si era rivolto ai partigiani:

Volontari della libertà, valorosi combattenti delle brigate d'assalto ' Garibaldi ', prendete su tutto il fronte l'offensiva, tagliate le vie di comunicazione, moltiplicate le imboscate e i mitragliamenti contro gli automezzi, fate saltare ponti, gallerie, viadotti, non permettete ai treni e alle autocolonne di passare: Voi darete così un altissimo contributo alle operazioni dei valorosi eserciti alleati e alla distruzione delle armate nemiche. Intensificate nelle città l'azione diretta e micidiale dei G.A.P. contro gli uomini e le cose del nemico, contro le spie e i fascisti, appoggiate e sostenete la lotta insurrezionale di tutto il popolo, prendete d'assalto le caserme, depositi, comandi tedeschi e fascisti, liberate dalla presenza del nemico e dei suoi servi zone sempre più vaste del territorio nazionale». ( 38 )

Negli stessi giorni i distaccamenti e le brigate d'assalto Garibaldi » si rivolgevano con manifestini:

«A quanti si sono piegati alle minacce nazi-fasciste. « A quanti si sono lasciati trascinare a collaborare col nemico, coi traditori per far sapere loro: « Pochi giorni vi restano per salvare le vostre vite e il vostro avvenire, per lavare l'onta di questi mesi passati al servizio del nemico, dei traditori ».(39)

Consegnerò poi alla Corte l'ordine del giorno n. 8 del comando dei distaccamenti di assalto e delle brigate « Garibaldi » (ancora, in quel tempo, non si era stabilito il comando unico delle forze partigiane) emanato il 10 giugno 1944. Trattandosi di un organismo militare, il comando comunista, cioè Luigi Longo, non si limitava ad incitare; militarmente ordinava.
Fra l'altro quanto segue:

« Che si invitino quanti hanno piegato alle violenze nazi-fasciste, quanti si sono arruolati nell'esercito del disonore, nella Guardia nazionale repubblicana, i carabinieri e gli agenti di P.S. ad abbandonare la strada del tradimento che li porta alla sconfitta e alla morte, ed a passare con armi e bagagli dalla parte della Patria e della Vittoria, a battersi per un avvenire di pace e di progresso. La loro sorte può ancora essere salvata passando dalla parte dell'insurrezione liberatrice. « Che non si dia tregua ai tedeschi, ai fascisti, alle spie, che si sopprimano senza pietà. Ma si faccia grazia a quanti possano provare coi fatti di aver aiutato la lotta di liberazione nazionale e i patrioti. Chiunque ha aiutato ed aiuta a combattere i tedeschi e i fascisti, chiunque ha aiutato ed aiuta i patrioti deve essere considerato e trattato come un amico, come un alleato; chiunque aiuta tedeschi o fascisti, chiunque combatte contro la Patria è un nemico e un traditore e deve essere punito con la morte ».(40)

Signor Presidente, non mi permetto certo di darle dei suggerimenti; il mio scopo è soltanto quello di facilitare l'opera della Giustizia quando dico che si potrebbe pregare Luigi Longo, comandante dei distaccamenti e delle brigate d'assalto « Garibaldi », di mettere a disposizione della Corte tutti i bollettini che egli periodicamente diramava e che venivano riprodotti su "Il combattente", organo del suo comando. Signor Presidente, per facilitare l'opera della Giustizia la stessa preghiera potrebbe essere rivolta a Parri per i bollettini che riguardavano le formazioni di « Giustizia e Libertà ». Signor Presidente, ancora per facilitare l'accertamento della verità, lo stesso invito potrebbe essere rivolto ai signori Cadorna, Parri, Longo e Mattei affinché mettano a disposizione i successivi bollettini di guerra a partire dall'epoca in cui le esigenze del P.C.I. furono finalmente esaudite, e si diede forma unitaria al C.V.L. (Vedremo poi come).(41) La Corte se e quando potrà esaminare questa documentazione (della quale io offrirò alla Corte un cospicuo saggio) avrà la definitiva irrefutabile conferma di quanto io ho affermato, vale a dire che i distaccamenti e le brigate d'assalto « Garibaldi » nonché i G.A.P. comunista in un primo tempo, poi le forze inquadrate nel C.V.L., non solo presero e mantennero l'iniziativa dell'attacco, ma continuamente ne menarono vanto. Mi permetto, inoltre, far rilevare che una fonte ancora più probatoria di documentazioni tanto suggestive quanto irrefutabili, sarebbero i « fogli notizie » che in duplice copia sono serviti alle commissioni regionali per l'accertamento delle qualifiche partigiane. Non sarebbe affatto necessario esaminare migliaia e migliaia di questi « fogli notizie » : basterebbe sceglierne un migliaio a caso. Vi si troverebbe abbondante materia per spiegare le reazioni dei tedeschi, quelle di Mussolini e di Graziavi e, per molti casi, anche quelle particolari di Pavolini. Questi « fogli notizie » dovrebbero passare in custodia agli uffici militari: un esemplare dovrebbe andare al distretto di giurisdizione, un altro al Ministero della Difesa. Dovrebbero, ho detto, perché se così è stato deciso al Ministero della guerra, la decisione non ha potuto finora trovare applicazione a causa della resistenza opposta da chi dovrebbe consegnare tutto questo materiale. L'on. Luigi Meda, sottosegretario alla difesa, potrà spiegare le ragioni di tale resistenza. Del resto, contro ogni tentativo di occultare la verità, metterò a disposizione della Corte qualche pezza d'appoggio impressionante, scelta tra le centinaia che sono riuscito a raccogliere (naturalmente questa mia elvetica raccolta è di testi autentici).(42) Le direttive che trovarono pratica applicazione nelle azioni di assalto vantate in tutti i bollettini di guerra dei distaccamenti e delle brigate « Garibaldi » non fecero che interpretare la parola d'ordine lanciata il 10 aprile 1944 da Palmiro Togliatti, che allora si faceva chiamare ancora Ercole Ercoli. Appena, dopo 18 anni di permanenza nell'U.R.S.S., rientrato in Italia, egli lanciò un messaggio agli italiani residenti nel territorio della R.S.I. La parola d'ordine del capo comunista si riassume in questi precisi termini: « Morte all'invasore tedesco, morte ai traditori fascisti ».(43) Signor Presidente, al fine di perfezionare la prova della mia affermazione secondo la quale l'iniziativa della guerra civile risale a chi creò ed organizzò i partigiani e poi, per ubbidire alle direttive degli anglo-americani, li lanciò allo sbaraglio contro gli istituti e i soldati della Repubblica sociale, può valere la lettura di questo articolo apparso nell'Avanti! clandestino del 28 giugno 1944:

« I partigiani all'offensiva. « L'addestramento è finito, l'armamento è completo, e l'ora è giunta di svolgere un'attività organica e decisiva. Non che i patrioti, non che i partigiani, questi meravigliosi figli del popolo, queste spontanee formazioni della nuova coscienza nazionale, si siano tenuti finora in ozio. Vissero mesi tremendi di estremo rischio e di gravi privazioni e sempre operarono audacemente a prezzo della vita. E quanti, quanti caddero. Ma la situazione generale comanda adesso la loro messa in moto. Dalla difensiva all'offensiva, dai piccoli colpi di mano al grande combattimento. Come avvenne a Teramo, ove furono i partigiani, o anche i partigiani a cacciare i tedeschi. Le cronache, che naturalmente i giornali fascisti non pubblicano, sono di già piene delle loro gesta ardimentose. Ovunque i fascisti hanno la peggio. Depositi militari, caserme, presidi, punti obbligati della ritirata tedesca, sono curati in modo particolare. Non si contano più gli scontri e gli atti di valore. Intere zone dell'Alta Italia sono da loro controllate e governate, con l'aiuto sollecito e fraterno delle popolazioni. Questa che doveva, nei proclami fascisti, segnare la data del loro annientamento, segna l'inizio della loro riscossa e della loro vittoria. Migliaia di giovani destinati alla Germania vennero e vengono liberati. La marcia inarrestabile degli eserciti anglo-americani è da loro favorita in mille modi. Le città stesse si sentono nella sfera della loro protezione. I tedeschi, ridotti nel Nord ad una sola divisione, concentrano i loro armati per evitare, come è già accaduto, di farseli prendere prigionieri. E sono costretti a scambiare loro commilitoni fatti prigionieri con partigiani e politici arrestati in varie località. Li chiamano briganti nei manifestini, ma devono riconoscerne l'autorità e la potenza. E siamo solo agli inizi della grande offensiva alla quale offre tutto il suo contributo il proletariato delle città e delle campagne ».

Si tratta ora di accertare in quali concreti modi, cioè in quanti soldati della Repubblica sociale uccisi, in quante distruzioni di ponti, in quanti aeroplani distrutti, in quanti assalti alle polveriere e alle caserme, in quante centrali elettriche inutilizzate o distrutte, in quanti autocarri o cisterne catturati o distrutti, in quanti treni fatti deragliare, in quante interruzioni di linee telefoniche e telegrafiche, in quanti fascisti repubblicani e soldati della Repubblica sociale « giustiziati » o massacrati, in quanti piroscafi fatti arenare, in quante liberazioni violente di detenuti, in quante azioni di sabotaggio in genere si sia concretata l'azione offensiva dei partigiani. E' un accertamento che la Corte potrà agevolmente fare se l'archivio storico delle brigate « Garibaldi » metterà senza discriminazioni a disposizione della Giustizia, oltre i documenti indicati da Parri, la collezione dei propri bollettini di guerra, i proclami, gli ordini di servizio, le citazioni all'ordine del giorno dei partigiani autori delle' vantate imprese. Io alla Corte offrirò solo un saggio di ciò che potrà essere questo accertamento.

« Bollettino N. 7, pubblicato nel numero 7 de "Il combattente" uscito con la data del 20 marzo 1944 e che riguarda esclusivamente azioni compiute nel gennaio, badi signor presidente, nel gennaio 1944.

Partigiani uccisi da tedeschi e fascisti... 33
Partigiani feriti da tedeschi e fascisti... 9
Militari germanici uccisi da partigiani... 93
Militari della R.S.I. e fascisti repubblicani feriti da partigiani... 70
Militari della R.S.I. uccisi dai partigiani... 75
Militari germanici feriti da partigiani ... 32
Militari della R.S.I. e fascisti repubblicani catturati e fucilati dai distaccamenti e dalle brigate d'assalto « Garibaldi »... 14
Aeroplani distrutti ... 53
Sedi e comandi militari della R.S.I. e della Wehrmacht distrutti o danneggiati ... 8
Centrali idroelettriche e impianti elettrici distrutti o inutilizzati... 6
Depositi o polveriere attaccati o fatti saltare... 6
Autocarri e autocisterne distrutti o catturati ...molti
Comunicazioni telegrafiche e telefoniche interrotte... 6 Treni, vagoni, vagoni-cisterna fatti deragliare, distrutti o danneggiati... 12
Piroscafi fatti arenare... 1
Catture di armi e munizioni... 5
Sabotaggi in genere... 10
Carceri e caserme assaliti... 2

Secondo documento:

« Bollettino straordinario delle azioni delle brigate « Garibaldi », distaccamento « Valsesia » pubblicato sullo stesso N 7 de "Il combattente" (20-3-1944):
Militari tedeschi uccisi dal distaccamento « Valsesia »... 1
Feriti tedeschi... 2
Militari della R.S.I. feriti... 4
Bottino: mitragliatrici... 1
motociclette... 2
autocarri... 6

I morti e i feriti tra i militari della R.S.I. e tra le forze della Wehrmacht furono assai più numerosi, ma non poterono essere accertati con precisione. Il comando comunista del distaccamento « Valsesia » lasciò al nemico la possibilità di sgombrare il terreno dai propri caduti .(44)

Terzo documento :

« Riassunto, solo un riassunto, del Bollettino N.8 dei distaccamenti e delle brigate « Garibaldi » pubblicato nel N. 5 de L'Unità (10 aprile 1944):

Partigiani uccisi da militari germanici e della R.S.I. = 32
Partigiani feriti da militari germanici e della R.S.I. = 3
Militari della R.S.I. e della Wehrmacht uccisi da partigiani delle brigate comuniste e indicati senza distinzione di nazionalità = 70
Militari tedeschi uccisi dai partigiani comunisti = 89
Militari della R.S.I. uccisi dai partigiani comunisti = 26
Militari tedeschi feriti dai partigiani comunisti = 78
Militari della R.S.I. feriti dai partigiani comunisti = 17
Civili uccisi durante le azioni = 4
Iscritti al P.F.R. e militari della Repubblica fucilati dalle brigate d'assalto « Garibaldi » ed indicati sommariamente come gerarchi, spie, ufficiali della G.N.R. = 89
Paesi, caserme, presidi occupati con conseguenze di numerosi morti e feriti tra « il nemico » = 18
Auto e autocarri distrutti... 7
Distruzioni di ponti e strade... numerose
Aeroplani abbattuti... 1
Miniere e fabbriche occupate o inutilizzate perché lavoravano per i tedeschi...2
Pali ad alta tensione distrutti... 4
Attentati ai treni e materiale ferroviario con numerosi feriti tra i militari tedeschi... 1 .(45)

Quarto documento:

Da "Il partigiano", giornale delle forze rivoluzionarie e proletarie - Anno 1, N.- 1 - 15 giugno 1944, Bollettino N. 1 (azioni tra fine maggio e primi giugno).

Partigiani uccisi... N. //
Partigiani feriti... //
Militari tedeschi e della R.S.I. uccisi e indicati senza distinzione di nazionalità... 40
Militari della R.S.I. uccisi da partigiani... 11
Interruzioni ferroviarie... 2 ».(46)

Quinto documento:

Bollettino del Fronte partigiano pubblicato sul N. 8 de L'Unità (4 giugno 1944). Azioni aprile-maggio.

Militari della R.S.I. e della Wehrmacht messi fuori combattimento... 949
Partigiani feriti poi fucilati dal nemico... 4
Interruzioni di ponti e di strade ferrate... 5 ».(47)

Ancora una citazione del: Bollettino del « fronte partigiani » apparso nel N. 7 de L'Unità (25 maggio 1944).
Aeroplani distrutti... 14 ». ( 48 )

Credo doveroso informare la Corte che per fare completi accertamenti, non basterebbe la raccolta dell'edizione settentrionale dell'Unità, occorrerebbero anche le raccolte delle altre edizioni regionali. Ora, per dare un'idea dello stato d'animo in cui vivevano i fascisti repubblicani, per spiegare come essi dovevano considerarsi degli uomini braccati e talvolta costretti ad uccidere per non essere uccisi, farò conoscere alla Corte due altri documenti. Uno è tolto dal n. 5 de "La fabbrica", organo della federazione milanese del Partito comunista italiano. E' una diffida intitolata : « A morte i traditori fascisti » :
« Nelle fabbriche, negli uffici, nelle scuole, i traditori fascisti pretendono firme e sottoscrizioni per l'acquisto di armi che devono servire per assassinare i patrioti ed opprimere il nostro popolo. « Malgrado che ovunque siano accolti con disprezzo, essi persistono nella loro sporca iniziativa. Bisogna dare a questi sporcaccioni la lezione che si meritano. Non basta disprezzarli e rifiutarsi di sottoscrivere, per non diventare complici del nemico, bisogna stroncare loro le reni, levarli dai piedi per sempre ».
La responsabilità del secondo di questi documenti non è del Partito comunista, bensì del Partito d'azione. Esso è apparso nel n. 17 de "L'Italia libera", organo, appunto, del Partito d'azione, il 30 novembre 1944, sotto il titolo:

« Spie, traditori, criminali di guerra »:
« Diamo un secondo elenco di spie, traditori e criminali di guerra, da additare al disprezzo ed alla giusta vendetta di tutti:
« Basso Armando, corso Indipendenza, 17, studio in via Varanini, 8, Milano: spia; Carena Francesco, largo Nirone, 1. Milano: spia e criminale di guerra, torturatore; Orlando Amedeo, via Poggio, 2, Milano: collaborazionista e istigatore di deportazioni di operai in Germania; Saioni Raoul, via Mascheroni, 16, Milano: spia; Casadei, questore di Bergamo, alloggia all'Albergo Moderno, si distingue per attività e crudeltà antipartigiana, sfolla al sabato a Selvino (con Aprilia targata BG 11473) ove risiede con la famiglia, Pessari Emilio, via Maffeis. 8, Bergamo: collaboratore del questore di Bergamo; Larghi (casa del caffè), Tradate: nel suo negozio si danno convegno spie fasciste per operazioni contro i partigiani; Scattolin Zina e Luigia, via Muti, 67, Tradate: denunciano elementi antifascisti, disertori e renitenti ».

Sono queste le denunce che prepararono i massacri dell'aprile-maggio 1945, quando non equivalsero a condanne a morte immediatamente eseguite dai G.A.P. Un'altra raccolta giornalistica che risulterebbe eccezionalmente probatoria è quella del giornale "L'Italia combatte", curato direttamente dal Comando alleato e che veniva trasportato e diffuso a cura dell'aviazione alleata. Il numero datato 26 maggio pubblicò i bollettini n. 32 del 16 maggio, n. 33 del 17 maggio e n. 34 del 18 maggio 1944.

Il Bollettino N. 33 (17 maggio 1944) informa:
« Nel novarese i patrioti hanno assalito in forze una colonna di carri armati tedeschi servendosi dell'efficacissima bottiglia incendiaria chiamata « Cocktail Molotov ». Sette carri armati furono messi fuori combattimento. I tedeschi lasciarono sul posto 14 morti. Si ignora il numero dei feriti che deve essere rilevante. I patrioti che avevano elaborato un'abile tattica perdettero solo tre uomini ».

Ed il medesimo bollettino annuncia:
« Dall'8 settembre (1943) alla fine di aprile (1944) le forze delle polizie fasciste hanno subìto in azioni contro i patrioti le seguenti perdite:
morti: 1 ispettore, 1 vice-ispettore, 15 commissari di polizia e 336 agenti di vario grado; i feriti, tra le forze di polizia, compresi i carabinieri al servizio del nemico, ammontano a più di 1000».

E il Bollettino n. 34 (18 maggio 1944) vanta questo successo:
« Gravi perdite sono state inflitte a tre battaglioni dell'esercito fascista in un combattimento svoltosi nella valle dello Scrivia tra le provincie di Genova e di Alessandria. I mercenari fascisti, diretti a Genova, furono attirati in un'imboscata da nuclei di patrioti che li costrinsero ad accettare battaglia in condizioni sfavorevoli. Dopo parecchie ore di lotta i fascisti furono battuti e costretti a salvarsi con la fuga. Il nemico lasciò sul terreno 35 morti e una grande quantità di armi e di munizioni. Si calcola che i feriti ammontino a una sessantina. I patrioti, che seppero sfruttare l'elemento sorpresa e il vantaggio del terreno, ebbero sette morti ed una decina di feriti ».(49)

Signor Presidente, continuo nella documentazione testimoniale delle ragioni, degli stati d'animo illusori, delle speranze folli, dei piani campati in aria, insomma di tutti gli elementi di fatto in che si sostanziano le cause della guerra civile in Italia e del conseguente attuale processo Graziavi. Gli alleati credettero, dopo lo sbarco a Salerno, che la resistenza tedesca sarebbe stata travolta e che le armate naziste sarebbero state rapidamente sospinte verso l'alto Adige e, dalla parte di Trieste, verso l'Austria. L'Avanti! nel suo numero straordinario dell'8 settembre annunciava: « La guerra fascista è finita ».(50) E la Direzione del P.S.I.U.P. diffondeva un manifesto in cui era espressa la convinzione che il ritiro dei tedeschi oltre il Brennero avrebbe costituito un passo decisivo verso la fine del nazismo e della guerra in Europa. Pochi giorni dopo certi capi dell'antifascismo, se non fossero stati accecati dalla passione, avrebbero potuto e dovuto considerare tali dati non equivoci da indurli a confessare a se stessi che avevano nutrito delle illusioni puerili. E pertanto sarebbero stati in grado di adeguare i loro piani alle realtà del prossimo avvenire che solo chi teneva gli occhi volontariamente chiusi poteva non vedere e prevedere. Invece no: la cecità di certo antifascismo divenne totale. Guido Mazzali scriveva su l'Avanti! dell'11 ottobre 1944: « I tedeschi fra un mese saranno lontani ».(51) Anziché un mese doveva trascorrere ancora un anno e mezzo prima che diventasse effettivo il crollo tedesco. Questo errore di valutazione è alla base della guerra civile. In conformità agli ordini, dico ordini, delle autorità alleate il maresciallo Badoglio aveva radiodiffuso al popolo italiano il suo appello alla resistenza e alla guerriglia. L'Avanti!, l'Unità, Giustizia e Libertà riproducevano entusiasticamente questo appello e lo facevano proprio. La guerra civile in Italia ebbe inizio, insisto, dal fatto che certi dirigenti di partiti antifascisti parteciparono toto corde della convinzione di Badoglio, di Alexander, di Togliatti secondo la quale la guerriglia condotta contro tedeschi e fascisti avrebbe così potentemente aiutato le forze liberatrici che la continuazione dell'occupazione tedesca sarebbe stata ancora di brevissima durata. Le illusioni in proposito erano tanto gigantesche che il Comitato di liberazione nazionale in un proclama apparso su "L'Italia libera" del 17 ottobre 1943 affermava che doveva, senz'altro, essere promossa la costituzione di un governo straordinario, espressione di quelle forze politiche che avevano costantemente lottato contro la dittatura fascista e, fin dal settembre 1939, si erano schierate contro la guerra nazista. Questo governo, nelle intenzioni del Comitato di liberazione nazionale, doveva:

1°) assumere tutti i poteri costituzionali dello Stato evitando ogni atteggiamento che potesse compromettere la concordia della Nazione e pregiudicare la futura decisione popolare;
2°) condurre la guerra di liberazione a fianco delle Nazioni Unite;
3°) convocare il popolo al cessare delle ostilità per decidere sulla forma istituzionale dello Stato . (52)

Il fallimento del piano concepito dagli alleati per cacciare i tedeschi dall'Italia fu dovuto a motivi militari ma più ancora a ragioni diplomatiche. La linea gotica non fu nient'altro che una colossale invenzione della propaganda tedesca, una invenzione che trovò credulo lo stesso Mussolini fino a che la minuziosa visita che vi fece, dal 18 al 26 luglio 1944 non lo convinse dell'inganno tedesco (ed allora egli intimamente fu sicuro che la sconfitta totale era solo questione di tempo). (53-54-55-56-57) Gli alleati sostarono davanti alla linea gotica dalla fine dell'estate 1944 ai primi di aprile 1945, cioè almeno sette mesi. Vi sostarono solo perché Roosevelt e Churchill ordinarono ai militari di star fermi « a qualunque costo ». Gli impegni assunti a Mosca dal 19 al 30 ottobre 1943, a Teheran il 1° dicembre 1943 e in Crimea, vicino a Yalta, nella prima quindicina del febbraio 1945, esigevano, infatti, che gli alleati non mettessero piede nell'Austria e nei Balcani in anticipo sulle truppe sovietiche. Qualora le esigenze dei rapporti con l'U.R.S.S. non avessero imposto ai comandi anglo-americani di stare inflessibilmente fermi, la linea gotica sarebbe stata travolta in due giorni e la guerra sul nostro territorio avrebbe avuto termine sette mesi prima di quanto avvenne. Per coprire in qualche modo questa inazione, per mascherarla, per creare confusione e diversivi, i comandi militari alleati credettero buona tattica alimentare al massimo la guerra partigiana nelle retrovie degli eserciti e la guerra civile nelle provincie sottoposte alla giurisdizione della R.S.I. Esisteva a tale proposito, negli archivi di Mussolini, una documentazione di carattere definitivo: anche per questa ragione i comandi alleati battagliarono fra loro al fine di impadronirsi di quelle carte che, se fossero qui, non sarebbe più stato lecito sostenere le accuse per le quali oggi si processa il maresciallo Graziani. Coloro i quali si sentiranno colpiti da queste verità potranno sfogarsi nella protesta e nell'imprecazione contro chi ha il fermo coraggio di proclamarle in quest'aula di giustizia come io faccio. La verità a poco a poco distruggerà le false costruzioni con le quali si è tentato di ingannare la buona fede degli italiani. Non è con le minacce di morte, non ho bisogno di far conoscere qui a chi, precisamente, si indirizzino le mie parole, che mi si potrà impedire di testimoniare come a me sia risultato provato, con la forza di prove che non consentono più il minimo dubbio, che coloro i quali promossero ed organizzarono i distaccamenti di assalto e le brigate « Garibaldi », le formazioni di « Giustizia e Libertà », le G.A.P. e più tardi le S.A.P., coloro i quali si lasciarono mai trascinare da questo primo esempio, coloro i quali presero l'iniziativa della guerra civile, furono consci o inconsci strumenti di direttive provenienti direttamente o da Mosca o dalle altre capitali alleate. Ed io affermo che questi cittadini sono consapevoli, quanto lo sono io, del fatto che essi non hanno nessun diritto morale di accusare Graziani per delle responsabilità che furono atti di contro-reazione alle loro azioni. (58-59-60-61)

(estratto da C. Silvestri, op. cit. pp.117-134)

FINE PRIMA PARTE

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" Forse che non conoscendo a fondo il pensiero del Duce si può affermare di essere fascisti? Noi diciamo di no! Che il fascismo non è istinto ma educazione e perciò è conoscenza della sua mistica,che è conoscenza di Mussolini" (N. Giani)
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MessaggioInviato: Mar Set 18, 2012 8:16 pm    Oggetto:  
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Vergogna...Vergogna, vergogna senza fine.

Ma ancora più vergognoso è il comportamento del cosiddetto "storico" Emilio Gentile. Vergognoso alla luce di FATTI STORICI, documenti, testimonianze, atti processuali, ecc,ecc, che l'esimio professore ha bellamente ignorato infischiandosene dei suoi stessi presunti trascorsi di studioso che cianciava di "vulgate"... Ora che lo fanno "lavorare" sono sparite?

Ecce pseudo-italia....

Vergogna per questa repubblica nata male, proseguita peggio e consolidata ancora peggio... E' veramente uno schifo immondo senza fine..

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"La mistica appunto precisa questi valori...nella loro attualità politica...e dimostra l'universalità di luogo e di tempo del Fascismo"(Giani)
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MessaggioInviato: Gio Ott 18, 2012 11:45 am    Oggetto:  
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...di seguito un breve ma fedele profilo biografico di Carlo Silvestri, compilato dalla ricercatrice G. Gabrielli, a tutt'oggi unica realizzatrice di una accurata ricerca dedicata alla vita del "socialista, antifascista, mussoliniano".

GLORIA GABRIELLI (Roma, 1957) è ricercatrice di Storia Contemporanea presso la Facoltà di Sociologia dell'Università degli Studi di Roma "La Sapienza". Tra le sue pubblicazioni: Carlo Silvestri, socialista, antifascista, mussoliniano (1992); Il ruolo degli Stati Uniti nella crisi del socialismo italiano (1996); Defascification from within? The failed efforts of a third alternative during the Repubblica Sociale Italiana (1998).


CARLO SILVESTRI

di Gloria Gabrielli

Carlo Silvestri (Milano, 1893 – 1955) è un personaggio molto particolare, dal percorso politico e personale piuttosto complesso anche se non privo di una certa coerenza. Simpatizza infatti per il socialismo riformista in gioventù, passa al fascismo mussoliniano negli anni della maturità e approda al socialismo democratico del secondo dopoguerra, nell'ultimo periodo della sua vita (1). Seguendo via via le tappe di questo percorso si individuano le ragioni e le modalità, particolari, dell'adesione di Silvestri alla Repubblica Sociale Italiana. Silvestri è già socialista a 17 anni, nel 1910, quando per Il Corriere della Sera di Luigi Albertina segue le vicende del socialismo italiano lacerato dalla spaccatura tra i riformisti di Turati e i rivoluzionari di Mussolini. Silvestri, che pure ha una grande stima di Turati, ammira Mussolini, la figura emergente del socialismo italiano, dinamico, rivoluzionario, trascinatore di folle. In comune hanno l'età, l'attivismo, l'ambizione e il desiderio di cambiamento: insomma il futuro Duce è quasi un compagno per Silvestri. La simpatia è del resto reciproca dal momento che Mussolini direttore dell'Avanti lo vorrà tra i suoi collaboratori. I due leaders del socialismo italiano sono i punti di riferimento fondamentali nel percorso politico di Silvestri. E tra Turati e Mussolini, Silvestri non sceglierà mai, anche se lo troveremo schierato ora con l'uno ora con l'altro in momenti diversi della sua vita. Questa profonda lacerazione personale è quindi la chiave politica, ma anche psicologica, per leggere il personaggio Silvestri e quanti come lui vivono l'intera vicenda politica, dalla prima alla seconda guerra mondiale, attirati dall'illusione di un fascismo continuatore naturale e "nazionale" del socialismo. Quando lo scoppio della prima guerra mondiale gli impone una scelta tra Turati, neutralista, e Mussolini, interventista, Silvestri si ritrova al fianco di quest'ultimo e, come molti altri socialisti, parte volontario a combattere per un'Italia meno divisa, più democratica, più giusta (2). Quando torna dal fronte il Paese non è più unito di prima; anzi le divisioni della vigilia si sono approfondite e ancora una volta Silvestri si trova costretto a scegliere tra Turati e Mussolini: nel "biennio rosso" i socialisti di Turati sono i nemici antinazionali che i fascisti di Mussolini combattono in nome della Patria. Silvestri non ha ora dubbi a schierarsi a fianco di Turati, che nel suo stesso partito è avversato dalla corrente comunista rivoluzionaria. Gli ripugna la violenza politica di cui sia i rivoluzionari comunisti sia gli squadristi fascisti sono portatori (3). Il divario con Mussolini si allarga via via che si precisa il disegno eversivo del Duce nei confronti dello Stato liberale, anche se l'affetto per il vecchio amico rende Silvestri indulgente: probabilmente Mussolini non è in grado di controllare la sfrenatezza delle camice nere. E la ricerca di una giustificazione sarà una costante nel rapporto che Silvestri avrà anche negli anni a venire con Mussolini (4). Non ci sono invece giustificazioni possibili quando agli inizi del '24 si riapre la battaglia elettorale e si scatena la violenza squadrista che Matteotti denuncerà nel suo coraggioso e ultimo discorso alla Camera dei deputati. La morte di Matteotti sembra rompere definitivamente il rapporto tra Silvestri e Mussolini. Gli uomini coinvolti nel primo assassinio politico della storia d'Italia sono troppo vicini al Duce perché Silvestri possa, anche questa volta, cercare attenuanti; anzi sembra convinto di una responsabilità diretta del capo del fascismo nel delitto che, a questo punto, omologa il politico Mussolini agli squadristi rozzi, violenti, e criminali. La reazione di Silvestri va letta tenendo conto dell'emotività del personaggio: si sente tradito dall'amico e contro l'amico si impegna con tutte le sue energie in una durissima campagna stampa di denuncia del fascismo. La battaglia dell'Aventino che è la battaglia di Turati, è la sua battaglia. La scelta questa volta esclude, cancella, il suo mussolinismo. La sconfitta dell'antifascismo è anche la sconfitta di Silvestri che come gli altri è vittima della violenza e della macchina repressiva del fascismo. Rifiutando la strada dell' esilio, Silvestri antifascista è inviato al confino ad Ustica nel '26 dove rimarrà fino al 1932. È un periodo lungo e importante nella biografia di quest'uomo che vive anni di profondo travaglio non spiegabili solo in termini politici. Vanno considerati fattori psicologici e caratteriali, compresa una forte depressione che nasce anche da un senso di impotenza e di sconfitta, un sentimento del resto molto diffuso tra i confinati e in genere tra i tanti antifascisti ormai costretti a vivere nell'Italia della dittatura. E come molti Silvestri passa da un'intransigente opposizione a una sorta di acquiescenza passiva che assottiglia via via le file dell'antifascismo militante. Al disimpegno si arriva attraverso una riflessione amara dei perché della sconfitta e dei perché della vittoria fascista che nell'Italia degli anni Trenta appare ormai clamorosa. Silvestri è però anche tormentato dai dubbi sulle responsabilità mussoliniane nell'assassinio di Matteotti. La sua granitica convinzione della colpevolezza di Mussolini comincia a tentennare, fino a portarlo ad una certezza opposta al punto che per tutto il resto della sua vita continuerà ad affermare: «Mussolini non ha dato l'ordine di assassinare Matteotti». È l'eliminazione di questo ostacolo "morale" che consente a Silvestri di guardare al fascismo e a Mussolini con occhi nuovi. La realtà dell'Italia fascista non gli sembra più così ripugnante, tanto più che la conciliazione tra Stato italiano e Chiesa, a un cattolico come Silvestri, appare una legittimazione del fascismo non certo priva di valore. Ci sono poi i successi della politica economica e sociale del Regime, accompagnati dalle dottrine corporative che suscitano tanti echi e tanto interesse non solo tra i sindacalisti vicini a Ludovico D'Aragona e Rinaldo Rigola ma anche in settori non trascurabili del vecchio socialismo milanese ormai in disarmo. Insomma, il ricordo di Mussolini socialista alimenta l'illusione di un fascismo socialista nazionale. È più facile così arrendersi al fascismo: non ci si piega ai picchiatori squadristi, ai funzionari del partito; si consegnano le armi a Mussolini, l'ex-dirigente socialista, l'uomo che sa parlare al cuore delle masse. Silvestri può essere così antifascista e mussoliniano senza sentirsi in contraddizione, perché continua a pensare che un solco profondo divida il fascismo dei gerarchi e il fascismo del Duce. Anzi, è addirittura onorevole e utile allearsi con Mussolini per aiutarlo a liberarsi della "canaglia" che lo circonda (5). Mussolini, araldo del socialismo nazionale, parla al cuore nazionale e socialista di Silvestri. Da italiano, non da fascista, Silvestri si entusiasma per Mussolini abile uomo di Stato che fa grande l'Italia con la conquista di un impero coloniale. E al momento della vittoria coloniale in Africa Orientale, Silvestri scrive: «Mussolini è l'Italia» (6). Neppure l'alleanza con la Germania di Hitler altera il consenso a Mussolini di Silvestri, anche se potrebbe apparire singolare dal momento che nessuna simpatia Silvestri nutre per la politica razziale del nazismo e neppure per quella fascista, quando nel '38 viene varata la legislazione antisemita in Italia - e l'imbarazzato silenzio di Silvestri sembra una conferma. È sempre il nazionalismo (che ormai si sovrappone al patriottismo originario) la chiave di lettura per capire anche questo ulteriore passo avanti nella sua fede in Mussolini. Come un «soldato che ubbidisce» – sono parole sue (7) – Silvestri nutre una fiducia cieca e illimitata che diventa una sorta di delega in bianco, un'abdicazione alla sua capacità di valutare liberamente quali siano le scelte migliori per le sorti del Paese. Certo, in lui, come in altri, il sogno dell'Italia grande e potente, della nazione proletaria che contende il primato europeo alle plutocrazie francese e inglese, è così affascinante da ipnotizzare e mettere a tacere persino i dubbi sugli alleati scelti per raggiungere l'obiettivo. Non stupisce quindi che nel 1940 Silvestri sia favorevole all'intervento italiano nel secondo conflitto mondiale. A fare da corollario alle aspirazioni nazionaliste ed imperialiste c'è anche la convinzione di combattere una guerra rivoluzionaria. I vecchi miti del '15 -'18 vengono riesumati da Silvestri – e non solo da lui – anche se la cornice internazionale è cambiata: «Voi siete sempre fedele – scrive a Mussolini – agli ideali nel cui segno Voi all' "Avanti" ed io al "Corriere" diventammo amici. Voi costruite la più grande Italia dei miei sogni di bellezza e di giovinezza» ( 8 ). In realtà, i sogni di Silvestri erano ben diversi allora; nel'15 -'18 non era stato un nazionalista, ma un interventista democratico. Vent'anni di fascismo avevano dunque lasciato un segno profondo; le aspirazioni nazionaliste erano entrate veramente a far parte del suo bagaglio di motivazioni, valori, sentimenti che lo spingevano ad applaudire alla guerra fascista. Anche quando, con le prime sconfitte militari, la drammatica realtà di una guerra lunga e difficile si andava ormai imponendo, il sogno imperialista tarda a svanire dalla coscienza di Silvestri. Eppure, Silvestri partecipa direttamente alle sofferenze dei combattenti: il suo contributo alla guerra è una fitta corrispondenza con i soldati che si sfogano con lui e ai quali porta parole di conforto. E più grande si fa la disperazione dei militari e più difficile è il compito di Silvestri, soprattutto quando la ritirata in Russia e la perdita dell'Africa annunciano la sconfitta dell'Italia. Dopo pochi mesi, gli alleati sbarcano in Sicilia e per Mussolini si prepara il 25 luglio. Questi avvenimenti traumatici non alterano però la visione che Silvestri ha della guerra, una visione idealizzata che è un altro degli elementi base per leggere nell'animo di quest'uomo singolare. La guerra come sogno, come utopia, malgrado la realtà con tutta la sua brutale concretezza. Ai soldati Silvestri continua a scrivere appellandosi alla loro lealtà, incitandoli a fare fino in fondo il loro dovere e a combattere a fianco dell'alleato nazista nonostante che Badoglio abbia segretamente avviato le trattative per la resa. Silvestri non vive bene nell'Italia di Badoglio dove si stanno riaffacciando gli antifascisti, ma soprattutto è in atto uno spettacolo trasformista che reputa odioso. All'improvviso tutti gli italiani che fino a qualche giorno prima avevano applaudito Mussolini e acclamato il fascismo, si scoprono antifascisti. C'è una indignazione morale in Silvestri che si tramuta in collera di fronte alle tante abiure improvvise; e anche questo è un fattore fondamentale, forse il più importante, per capire perché Silvestri si ritrovi accanto a Mussolini proprio quando ormai sul Duce pesa l'ombra della sconfitta. Anche Silvestri ha abiurato o, per meglio dire, è passato da una militanza attiva nelle file dell'antifascismo a un'adesione convinta non al fascismo, ma sicuramente a Mussolini. Il suo caso è diverso, però: innanzi tutto quando combatteva il fascismo lottava contro un Mussolini forte, capo del governo e di un partito egemone nel sistema politico; nel 1943 è troppo facile dichiararsi antifascisti di fronte a un dittatore caduto dal piedistallo e chiuso in carcere. In secondo luogo, il suo antifascismo gli è costato un caro prezzo: Silvestri ha infatti pagato, duramente pagato, le proprie scelte, con il confino e con anni e anni di oscurità. Per quanto mussoliniano convinto a partire dall'inizio degli anni Trenta, Silvestri non è andato a caccia di onori e di benemerenze, tanto è vero che allo scoppio della guerra viene internato in un campo insieme ad altri antifascisti, come individuo pericoloso, potenzialmente un disfattista. La sua richiesta della tessera fascista gli è stata rifiutata. È giustificabile dunque la sua collera. Si viene così delineando compiutamente la figura di un "uomo contro", come lo si potrebbe definire: i vinti di oggi hanno la sua incondizionata solidarietà, anche se non c'è alcun desiderio di vendetta: «Non ci vendicheremo; – scrive Silvestri – non vogliamo ricadere negli errori del fascismo» (9). Silvestri ha ormai fatto la sua scelta di campo: non sta dalla parte dei vincitori, sta comunque, sempre, dalla parte dei vinti, per carità cristiana, ma anche per un angosciante pessimismo nei confronti degli uomini e della Storia, che sono sempre i vincitori a scrivere. La resa dell'Italia agli alleati per Silvestri è un «nuovo colpo di Stato», un vero e proprio alto tradimento, destinato ad avere spaventose conseguenze per il Paese che «ha perso l'onore». «Non ci sarà soldato che non getterà le armi, non ci sarà reparto che non si scioglierà come neve al sole»: sono parole sue, scritte con la sapienza di chi conosce bene il morale dei soldati, la loro stanchezza, la demotivazione (10). Di più, Silvestri sa che non è il solo a fare della lealtà un valore irrinunciabile; e la lealtà all'alleanza con la Germania, che il re e Badoglio hanno tradito, resta un imperativo categorico per lui e per altri che nel fascismo hanno creduto. Come una profetica Cassandra, Silvestri intuisce che vi saranno italiani che si schiereranno a fianco dei tedeschi ed altri che li combatteranno. Certo, ci vuole una fede ideologica cieca nel fascismo o tanto astratto idealismo – come ci sembra il caso di Silvestri – per riaffermare un principio di fedeltà all'alleato tedesco nel settembre 1943, quando la stragrande maggioranza della popolazione ha solo il desiderio che la guerra finisca nel più breve tempo possibile e il Paese si liberi dagli eserciti stranieri (11). È dunque solo una piccola minoranza quella che può veramente credere nel risorto fascismo repubblicano, impegnato a fianco della Germania nazista nell'ultima disperata fase della seconda guerra mondiale, come dimostra anche la faticosa formazione di un esercito della nuova Repubblica fascista. Per Mussolini la creazione di un esercito è obiettivo irrinunciabile, fondamento stesso della effettiva sovranità dello Stato fascista; ma nonostante le durissime pene contro i disertori e i renitenti, sarà difficile mantenere una effettiva compattezza nei ranghi. Risultati relativamente migliori si otterranno per Guardia Nazionale Repubblicana dove effettivamente confluiscono i fascisti più convinti, l'anima ideologica, dura del fascismo decisa a farla pagare cara agli avversari di sempre, gli antifascisti che adesso hanno rialzato la testa. Questa volontà di lotta e soprattutto di vendetta, questo bisogno di un lavacro di sangue purificatore che cancelli anche la macchia lasciata sui fascisti dall' 8 settembre, fa tremare l' animo di Silvestri. Il giornalista non può certo condividere sentimenti come odio e rancore, tanto più che lucidamente capisce i rischi di innescare la scintilla della guerra civile. Forse è già a conoscenza dei primi sforzi fatti dai suoi amici socialisti per organizzare un vero e proprio movimento resistenziale e dunque scongiura Mussolini di evitare misure generalizzate e drastiche contro gli antifascisti. A Salò il rapporto con il Duce si è finalmente riattivato in modo diretto: Silvestri è stato ricevuto alla fine dell'ottobre 1943 e Mussolini ha ascoltato con attenzione l'amico di un tempo che insiste per una politica di pacificazione. Nella situazione ancora molto fluida delle prime settimane, i giornali della RSI pubblicano appelli alla pacificazione che a volte non rimangono lettera morta: viene stretto persino qualche accordo tra fascisti e antifascisti per non combattersi a vicenda; una guerra fratricida può rendere solo più tragica la condizione dell'Italia diventata teatro di guerra tra tedeschi ed alleati (12). Eppure, il fascismo intransigente intende percorrere proprio questa strada. Persino Mussolini, volente o nolente, non può prescindere dagli intransigenti, vera anima del fascismo repubblicano. Certo, non è insensibile al discorso della pacificazione, consapevole del rischio di una guerra fratricida che gli italiani non potrebbero mai perdonargli; e fino a quando non percepisce la reale portata del fenomeno partigiano, il Duce ritiene percorribile un'azione politica volta a ridurre le conseguenze della guerra civile. Mussolini deve però muoversi con estrema prudenza e lascia all'ala moderata del fascismo repubblicano il compito di dar battaglia sulla pacificazione. I fascisti moderati giocano una partita complessa e delicata, sul filo di una scommessa quasi impossibile: puntano cioè a legittimarsi come classe dirigente autonoma dai condizionamenti delle potenze straniere in lotta tra loro, per cercare di assicurarsi, in caso di sconfitta, una sopravvivenza politica nel futuro Stato italiano. A loro favore hanno una carta da giocare, la paura del comunismo che potrebbe minare l'unità dell'antifascismo a tal punto da rendere disponibile al dialogo una parte degli antifascisti. A tutti fa orrore la guerra civile: su questo puntano i fascisti moderati che battono sul tasto di una lotta interna come mero riflesso dello scontro tra le potenze straniere: sarebbero invece i tedeschi da un lato e gli angloamericani dall'altro a trascinare gli italiani a combattersi gli uni contro gli altri col solo risultato che alla fine saranno tutti sconfitti, fascisti e antifascisti, vale a dire l'intero popolo italiano. La difesa della Patria che è uno dei valori portanti del fascismo repubblicano, condiviso anche da ampi settori dell'antifascismo, può diventare dunque il terreno comune d'intesa. Su questa linea Silvestri è in totale accordo; e per la sua politica di pacificazione si appoggia a Piero Pisenti, esponente appunto dell'ala moderata della RSI e che ha un incarico importante come ministro della Giustizia. Silvestri si impegna a fondo in questa battaglia costruendo una rete di salvataggio per gli antifascisti, una sorta di «croce rossa» – l'appellativo è suo – usata con grande generosità e senza discriminazioni di razze o di fedi politiche. Interviene a favore di ebrei (e sono quasi un centinaio); ottiene la grazia per i suoi amici socialisti di Molinella, Bentivogli e Massarenti, per Corrado Bonfantini, Guido Mazzali, e Riccardo Lombardi; fa liberare anche Ferruccio Parri, sebbene non condivida affatto le sua fede azionista. Mussolini lo asseconda, preoccupandosi di far sempre risultare una documentazione scritta, a dimostrazione dell'intervento effettuato dove la motivazione dell'indulgenza è racchiusa sempre nella stessa formula «considerazioni politiche di ordine superiore» (13). Quali fossero queste considerazioni è facilmente intuibile se si tiene presente il periodo in cui tutti questi atti di clemenza si concentrano, tra il dicembre 1943 e l'aprile 1944: una fase in cui Mussolini pensa ancora che la sfida della RSI non sia affatto perduta. Se fosse riuscito a costruire realmente un nuovo Stato fascista, nella pienezza delle sue prerogative sovrane, avrebbe potuto comunque sedersi al tavolo della trattativa internazionale sia in caso di sconfitta sia nell'ipotesi – remota – di una vittoria. Da sconfitto avrebbe potuto trattare la resa e consegnare la Repubblica Sociale agli alleati, ma anche agli antifascisti verso i quali aveva però maturato dei crediti. Da vincitore avrebbe potuto evitare il totale asservimento alla Germania e porsi alla guida di un Paese che sarebbe stato più agevole riconciliare se le ferite della guerra civile fossero state meno sanguinose. Con l'arrivo dell'estate però, quando ormai appare a tutti chiaro che quello di Salò, per molti aspetti, è solo uno stato virtuale, assediato dagli alleati e minato al suo interno dal dilagare della resistenza, i margini di manovra per ammorbidire gli antifascisti si fanno sempre più esili. Tanto più che l'offensiva partigiana esaspera i fascisti intransigenti, ormai decisi a una lotta all'ultimo sangue. Le Brigate Nere, con le loro imprese criminali, stanno infangando l'immagine della RSI, lamenta sconvolto Silvestri che implora Mussolini di applicare misure draconiane contro i neo-squadristi, indegni di appartenere al fascismo repubblicano. Silvestri insiste perché il Duce si pronunci esplicitamente per la pacificazione fra tutti gli uomini disposti a «collaborare per la salvezza del Paese» e per «costruire una società socialista». Mussolini non lo accontenta; le bande autonome sono troppo utili all'opera di repressione contro i partigiani e al mantenimento dell'ordine nelle retrovie delle armate germaniche: le parole di pace e di conciliazione scompaiono dal linguaggio ufficiale, mentre il legame con Silvestri necessariamente si allenta. Resta ancora un filo, relativamente forte che si era riannodato anche su un altro tema fondamentale per l'adesione di Silvestri alla Repubblica di Mussolini: la socializzazione. Nel disegno complessivo di Silvestri, il presupposto stesso della pacificazione è nella costruzione del nuovo Stato sociale, i cui fondamenti sono racchiusi nel trinomio «Italia, Repubblica, Socializzazione». In questa direzione sembra muoversi il nuovo fascismo che gioca la carta della socializzazione delle imprese, anche se i tedeschi la boicottano e gli industriali italiani fanno di tutto per impedirne la realizzazione. Quanto ai lavoratori che sono il vero obiettivo del programma sociale del fascismo repubblicano, alla disperata ricerca del consenso delle masse, gli scioperi del marzo 1944 sono una risposta molto esplicita. Eppure, Mussolini è ancora convinto di avere spazi di manovra nel mondo del lavoro: le agitazioni operaie sono fomentate dai comunisti e dagli alleati, ma ci sono ancora larghi settori operai che possono venire influenzati dalla politica sociale del fascismo. Silvestri è dello stesso parere e si attiva per trovare gli interlocutori giusti che abbiano cioè a disposizione dei canali per far arrivare direttamente alle masse il messaggio della socializzazione. Come nel '34 quando si era avviata l'operazione Caldara, anche oggi è questo settore dell'opposizione socialista moderata che può servire ai progetti di Mussolini. Il Corriere della Sera pubblica una serie di articoli che battono sul tasto del rapporto mussolinismo-socialismo; poi, viene lanciato l'appello all'abbraccio universale, al di sopra delle baionette straniere, tra gli italiani che hanno orrore della guerra civile e credono nella possibilità di realizzare un futuro Stato socialista. Pubblicati sulla prima pagina del Corriere, sotto lo pseudonimo di Giramondo, i quindici articoli suscitano una tempesta in campo fascista e antifascista. L'anonimato del giornalista getta un alone di mistero su questi scritti, ma gli elementi per ritenere che l'anonimo sia Silvestri sono molti, anche se è chiaro che Mussolini li ha ispirati o rivisti (14). Giramondo esordisce il 12 marzo 1944 con un commento allo sciopero generale fomentato dagli alleati; ma questo è solo il pretesto per affrontare i temi che possono suonare graditi alle orecchie dell'antifascismo riformista: le origini socialiste di Mussolini, la fierezza di Turati, l'odio per la faziosità politica soffocatrice del patriottismo. Attorno a quest'ultimo argomento ruotano i quattro successivi articoli tutti mirati a spaccare il fronte antifascista, distruggendo l'immagine dei CLN e degli alleati, ma evitando con cura una campagna anticomunista (15). Il disegno è ambizioso e si basa tutto sull'illusione che il fascismo abbia ancora la possibilità di riscattarsi di fronte agli occhi della popolazione se sceglie la via giusta, cioè quella che si riallaccia proprio alle origini socialiste di Mussolini. Questo «filo rosso», che lega il percorso politico del fascismo mussoliniano, tesse la rete del rapporto Silvestri-Mussolini in tutto il ventennio per culminare appunto nell'incontro di Salò. Il rapporto Silvestri-Mussolini si va facendo sempre più stretto da quando Silvestri ha iniziato una serie di incontri periodici col Duce – in tutto saranno cinquanta – progettando in cuor suo di scrivere un libro intitolato «Mussolini estremo». Mussolini si racconta, ripercorrendo con l'amico tutte le tappe della sua esistenza, dal Mussolini socialista al Mussolini fascista, passando anche per la vicenda Matteotti per arrivare appunto alla Repubblica sociale. E a Silvestri affida le sue considerazioni, anzi le sue giustificazioni, per spiegare perché ha accettato di far risorgere il fascismo dopo il crollo del 25 luglio, sotto l'ala degli eserciti nazisti: si è trattato di salvare il suo popolo dalla vendetta nazista. Silvestri, affascinato, crede alle parole di Mussolini, lo vede in questo ruolo di vittima sacrificale del feroce alleato; vittima, dunque, e come tutte le vittime Silvestri "uomo contro" si commuove. È significativo che ancora nel'48, quando ormai la guerra è finita da tre anni, Silvestri sostenga con foga che la Repubblica di Mussolini è stata «altrettanto utile alla Patria di quanto lo furono i governi del maresciallo Badoglio e di Ivanoe Bonomi». Durante questi lunghi incontri con Mussolini, Silvestri ha dismesso i panni del giornalista; è solo un testimone affascinato e conquistato dal Duce; non sono interviste, sono in realtà monologhi di Mussolini. Eppure, in questi lunghi faccia a faccia, tra i due uomini si va creando un rapporto sempre più stretto, quasi familiare – in termini psicoanalitici di «identificazione secondaria» -- da portare addirittura il giornalista a rivolgersi a Mussolini con l'appellativo di «papà». È probabile che anche Silvestri abbia fatto breccia nel cuore di Mussolini; forse l'isolamento e il senso della sconfitta suscitano in lui il bisogno di sfogarsi, di trovare un orecchio amico e disinteressato cui confidare le molte pene dell'ora. In ogni caso, al di là di un rapporto personale così intricato anche nelle motivazioni psicologiche, è evidente che la guerra e la guerra civile rafforzano in Silvestri anche una religiosità che lo porta ad accentuare i motivi della fratellanza, della solidarietà e del perdono, fino ad arrivare ad una miscela indefinita di antico socialismo evangelico e di cristianesimo sociale. Anche la dimensione internazionale che fa da cornice alla lotta fratricida in corso in Italia finisce per sfumare quasi totalmente: per Silvestri non ci sono Stati buoni e Stati cattivi: gli inglesi non sono migliori dei tedeschi; uguale è la volontà di potenza. A Silvestri interessa soprattutto il popolo italiano che soffre, piange, muore. E col passare dei mesi le sofferenze e la disperazione degli italiani sembrano non avere mai fine. L'inverno del 1944-45 è il periodo più duro per tutti; ma ormai sulla RSI sta calando il sipario. Ci sono pochi giorni, forse solo un mese per cercare di fare ancora qualcosa per non precipitare nel baratro che si sta aprendo di fronte ai fascisti. È logico dunque che Silvestri si aggrappi al tentativo di conciliazione di Cione, ultimo fragilissimo filo di speranza destinato anch'esso a spezzarsi. Passato sotto il nome di «ponte», l'iniziativa di Edmondo Cione, un curioso personaggio, ex-allievo di Benedetto Croce, punta a creare un vero e proprio movimento politico – il Raggruppamento nazionale repubblicano socialista – che sia legittimato a operare all'interno della Repubblica (16). Si vuole spezzare il monolitismo dittatoriale, dare allo Stato repubblicano fascista un sistema politico pluralista dove il partito fascista si confronti con altre forze politiche, la prima appunto il Raggruppamento progettato da Cione. Il suo programma ricalca quello di Verona; ma lo spirito di conciliazione verso gli antifascisti che lo anima, palesa un obiettivo assai più ambizioso: Cione sta elaborando un vero piano di transizione dal fascismo ad un primo stadio di democrazia (17). Silvestri non si fa pregare a dare una mano, facendo da mediatore tra fascisti e antifascisti: da un lato ci sono Gastone Gorrieri, capo ufficio stampa della Legione autonoma “Ettore Muti”, Ugo Manunta, direttore de “La Sera”, Pulvio Zocchi, ex-sindacalista rivoluzionario, Alberto Bettini, questore di Milano; sull'altro versante ci sono Germinale Concordia e Gabriele Vigorelli, braccio destro di Corrado Bonfantini, amico personale di Silvestri che ha sempre condiviso le posizioni autonomiste di Bonfantini all'interno del partito socialista e le sue polemiche verso Nenni. Rispetto al progetto di Cione, questo strano piccolo gruppo si attiva su due obiettivi: salvaguardare l'indipendenza del Paese – soprattutto da russi e jugoslavi – e raccogliere l'eredità della RSI perché il contributo di idee elaborate dal fascismo repubblicano non venga disperso nell'ormai vicino dopoguerra. Per realizzare il primo obiettivo, si ipotizza un'alleanza militare tra le forze armate di Salò e quelle patriottiche a salvaguardia dell' indipendenza dell'Italia ( 18 ). Naturalmente, il successo di questa operazione – che prevede la creazione di «battaglioni del popolo», formati da militi della GNR e da partigiani da far entrare in azione al momento della ritirata tedesca – passa per una frattura non solo nelle file del socialismo, ma in quelle di tutta la resistenza. E, basta ricordare che si è ormai nel marzo'45, per rendersi conto di quanto utopica fosse questa prospettiva. Utopie, sogni e illusioni si sono ormai da tempo sostituiti alla realtà in Silvestri che, pieno di entusiasmo, sembra sicuro del successo quando si intensificano i contatti tra il gruppo di Bonfantini e il movimento di Cione che Mussolini ha autorizzato persino a pubblicare un giornale del Raggruppamento. Le certezze di Silvestri durano poco: Bonfantini, timoroso di compromettersi troppo senza avere l'appoggio del partito socialista dietro di sé, si tira fuori dal gioco, mentre tra rivalità e incertezze il movimento di Cione si viene via via screditando fino a perdere di sostanza e soprattutto di interesse. D'altra parte, il tempo si è esaurito. Quando Silvestri incontra di nuovo Mussolini, nella prefettura di Milano, è ormai il 22 aprile. Convulse e confuse trattative per la resa vengono Portate avanti dai vari gerarchi e tra questi i più agitati sono i moderati: il ministro dell'Interno Paolo Zerbino ha preso nelle mani il filo di una trattativa avviata da Tarchi con i democristiani e gli alleati e l'ipotesi di un'intesa tra destra fascista, destra antifascista e angloamericani trova un terreno comune nella volontà di fermare le sinistre che, grazie alla forza acquistata nella resistenza, si propongono di guidare il destino dell'Italia nel dopoguerra. Per quanto anticomunista, Silvestri non può accettare di veder vanificato tutto il progetto socializzatone del fascismo repubblicano; per lui, l'unica soluzione passa per un accordo con le sinistre. Del resto, è proprio questo il messaggio estremo che Mussolini consegna a Silvestri nel corso del loro ultimo colloquio: tutta l'eredità della RSI, compreso il suo programma sociale, va consegnata nelle mani dell'antifascismo repubblicano e socialista e ai rappresentanti socialisti del CLNAI; il Duce stesso è disposto a consegnarsi a patto che i partigiani promettano l'impunità ai fascisti (19). Mussolini detta queste parole personalmente a Silvestri perché non ci siano equivoci o false speculazioni a posteriori, anche se naturalmente nel dopoguerra in molti accuseranno Silvestri di aver forzato le parole del Duce, in nome del mito di un Mussolini socialista che esisteva soprattutto nel suo cuore, ma non nella realtà. La tragedia della RSI si chiude definitivamente il 25 aprile; ma per Silvestri la pacificazione tra fascisti e antifascisti rimane un obiettivo irrinunciabile anche nel mondo del post-fascismo, così carico di odi e rancori lasciati in eredità da tanti anni di sofferenze e di lutti che non consentono l'immediato disarmo generale in primo luogo delle coscienze. La «croce rossa Silvestri» continua quindi ad operare incessantemente, questa volta a favore dei fascisti che siedono sul banco degli accusati. Ma gli antifascisti non possono capire chi si fa paladino degli uomini e della memoria di un regime che si vuole demonizzare perché nella coscienza collettiva possano prevalere i valori antitetici dell'antifascismo. Non è il tempo di comprendere, di analizzare, riflettere; non è ancora arrivata l'ora di consegnare alla storia il fascismo. Eppure Silvestri rivendica per i fascisti il diritto di difendersi e di difendere le proprie scelte: e questo diventa il cuore della sua ultima, amarissima battaglia politica. Non stupisce che i suoi vecchi amici socialisti lo abbandonino e i comunisti lo attacchino, arrivando ad accusarlo di collaborazionismo. È di nuovo guerra e a combatterla Silvestri è sempre più solo. Con il suo appello a «rompere la spirale della vendetta», il giornalista è di fatto diventato un punto di riferimento per gli ex-fascisti sottoposti a processi di epurazione, tanto più che Silvestri invoca subito un'amnistia generale. L'invito suona quasi come una provocazione alle sinistre antifasciste che già trovano tanti ostacoli per proseguire il processo ai responsabili del fascismo. Soprattutto è troppo presto e la voce di Silvestri troppo debole e compromessa per venire ascoltata. Bisognerà aspettare il '46 perché di fronte ai danni prodotti nel fragile tessuto civile dell' Italia dall'epurazione, Togliatti stesso, Guardasigilli nel governo De Gasperi, firmi il decreto di amnistia. Sembra quasi che Silvestri non si renda conto del clima incandescente di questo dopoguerra; o, anche se ne è consapevole, non arretra di un passo nel suo impegno morale per una vera giustizia. Così difende i fascisti repubblicani nel nuovo processo Matteotti, in quello contro Graziani e in decine di altri processi, incurante dell'ombra che a questo punto oscura anche il suo passato di antifascista. Silvestri si sente il depositario del testamento politico di Mussolini che intende difendere ad ogni costo, tranne per quanto riguarda la scelta dell’alleanza con la Germania e della guerra. Adesso finalmente sembra rendersi conto dell' "errore" del Duce; ma appunto per lui di un errore si tratta perché il suo mussolinismo resta intatto. È in questa cornice che va interpretato questo processo di revisione di Silvestri, paradossalmente coerente a se stesso e alla sua devozione per l'amico Mussolini. La polemica con l'antifascismo e in particolare con i comunisti è dunque destinata a farsi sempre più aspra, tanto più che con la pubblicazione del volume “Mussolini, Graziani e l'antifascismo” Silvestri sembra aprire un vero e proprio processo alla resistenza dove il PCI è il principale imputato. Questa volta però Silvestri non è più una voce isolata: il Vento del Nord si è affievolito fino a scomparire mentre nel cielo italiano si addensano le nubi della guerra fredda. L'anticomunismo di Silvestri ha un'eco forte nella crociata contro il "regno del male", il mondo sovietico ormai nemico mortale dell'Occidente; e in Italia è la Democrazia cristiana di De Gasperi che si fa baluardo dell'anticomunismo. Silvestri offre tutta la sua collaborazione al leader della Dc che gli sembra disponibile a dar ascolto ai suoi appelli perché si rompa «la spirale della vendetta». Del resto, è logico che le simpatie riscosse da Silvestri negli ambienti dell'estrema destra appaiano utili a De Gasperi soprattutto in vista della scadenza elettorale del 1948 quando lo scontro tra comunisti e anticomunisti si propone in termini ultimativi. La propaganda «pacificatrice» di Silvestri può diventare molto funzionale per convogliare sulle liste della Dc adesioni che il leader democristiano non ritiene opportuno richiedere apertamente per non essere accusato dalle correnti della sinistra cattolica di cedimento ai fascisti. E Silvestri si presta al gioco di De Gasperi, facendo da tramite tra i vertici del Movimento sociale e il presidente del Consiglio (20). Questa volta la sua mediazione ha successo e Silvestri è ben felice di aver acquistato un credito dal leader democristiano. L'impegno nella sua «croce rossa» a favore dei fascisti «perseguitati» cresce mentre De Gasperi è letteralmente tempestato dalle richieste di intervento: ci sono detenuti politici da liberare, militari dell'esercito repubblicano da reintegrare nei loro diritti, mutilati e invalidi delle forze armate della RSI da assistere e infine familiari dei caduti in guerra prima e dopo il 25 luglio del '43 da aiutare. E i risultati non si fanno attendere: Silvestri va in pellegrinaggio ogni settimana ai ministeri della Giustizia e dell'Interno per perorare le cause dei suoi protetti che a decine e decine riescono ad ottenere soddisfazione. Trai tanti sconosciuti ci sono anche nomi illustri: oltre all'amico Pisenti, la «croce rossa Silvestri» interviene con successo a favore dei generali Graziani, Mischi, Farina, dell'ex-prefetto Parini e del federale Zamboni. Insomma sono anni di incessante attività che non preludono però ad un rilancio di Silvestri né sulla scena pubblica né nella professione di giornalista. Sembra la scelta di un epilogo coerente, piuttosto che di un nuovo inizio. Poi, negli ultimi sette anni, vivrà lontano dall'impegno politico e professionale, pago di aver compiuto la sua ultima fatica nel segno di un ideale di giustizia morale prima che politica.


NOTE:

1) Per la biografia di Carlo Silvestri, cfr. Gloria Gabrielli, Carlo Silvestri, socialista, antifascista, mussoliniano, Franco Angeli 1992.
2) Cfr. i tre articoli non firmati, ma presumibilmente di Silvestri che seguiva la cronaca politica del partito socialista per Il Corriere della Sera: «Il caso Mussolini. Il giudizio dell'on.Turati e del Caldara»; «Un'assemblea di socialisti ufficiali favorevoli all'intervento» e «Al di sopra dei partiti un bell'atto di concordia della giunta comunale», Il Corriere della Sera del 28 novembre 1914, 12 gennaio e 19 maggio 1915.
3) Cfr. Carlo Silvestri, «Un monito contro la violenza» in Il Corriere della Sera, 24 novembre 1920, e più in generale per l'impegno di Carlo Silvestri contro l'uso politico della violenza si veda il suo libro Contro la vendetta, Longanesi 1948.
4) Già nel '22, quando fallisce il tentativo di coinvolgimento dei sindacati nel primo governo di Mussolini, Silvestri che era stato l'entusiasta intermediario tra il Duce e i socialisti, è subito pronto a scaricare sugli squadristi intransigenti la responsabilità dell'insuccesso. Cfr. Renzo De Felice, Mussolini il fascista - La conquista del potere 1921-1925, Einaudi 1966, pp. 382 e sg.; Carlo Silvestri, Turati l'ha detto, Razzoli 1947, p. 67; Carlo Silvestri, Matteotti, Mussolini e il dramma italiano, Cavallotti (Milano) 1981, p. 32. Per i rapporti tra Silvestri, Mussolini e i socialisti in questa vicenda cfr. Gloria Gabrielli, op cit., pp. 82 e sg.
5) Nel '34 Silvestri sarà uno dei protagonisti di un tentativo di conciliazione tra il gruppo di Caldara, l'ex-sindaco socialista di Milano e il fascismo: Cfr. Gloria Gabrielli, op. cit, pp. 162 e sg.. Sul caso Caldara cfr. Renzo De Felice, Mussolini il duce - Gli anni del consenso 1929-1936, Einaudi 1974, pp. 313-322; Carlo Cartiglia, «I fiancheggiatori del fascismo: l'episodio Caldara del 1934», in Rivista di storia contemporanea, luglio 1983; Simona Colarizi, L'opinione degli italiani sotto il regime. 1929-43, Laterza 1991, pp. 145-148.
6) Cfr. Gabrielli, op. cit., p. 217.
7) Ibidem, p. 224.
8 ) Ibidem
9) Silvestri, Matteotti, Mussolini e il dramma italiano, op. cit., p. 196.
10) Cfr. Gabrielli, op. cit., p. 245.
11) Per un'interpretazione parzialmente diversa della posizione di Silvestri nella RSI, volta a sottolineare la coerenza di Silvestri nelle sue scelte, anche le più controverse: cfr. Renzo De Felice, Mussolini l'alleato – La guerra civile 1943-1945, Einaudi 1997, p. 541 e Giovanni Dolfin, Con Mussolini nella tragedia, Garzanti 1949. Sull'incoerenza di Silvestri si sofferma invece Mauro Canali, Il delitto Matteotti, Il Mulino 1997, p. 549 e sg.
12) Cfr. Claudio Pavone, Una guerra civile, Bollati Boringhieri 1991, p. 237; Luigi Ganapini, La repubblica delle camicie nere, Garzanti 1999, p. 186 e sg.; De Felice, Mussolini l'alleato, op. cit., pp. 133 e sg.
13) Il 3 aprile 1944, Piero Parini scrive a Carlo Silvestri che tutti gli interventi del Duce in favore degli antifascisti sono dettati da «considerazioni nazionali e politiche di ordine assolutamente superiore a valutazioni di carattere esclusivamente poliziesco». Cfr. Silvestri, Mussolini, Graziavi e l'antifascismo, op. cit., p. 331.
14) Guglielmo Salotti, «Un mistero storico giornalistico: "il Giramondo"», in Storia Contemporanea, ottobre 1986. Sulle reazioni dei tedeschi all'iniziativa di Giramondo e più in generale alle attività di Silvestri cfr. Lutz Klinkhammer, L'occupazione tedesca in Italia. 1943-1945, Bollati Boringhieri 1996, pp. 258 e sg.
15) Forse, in questa attenzione a non alienarsi il PCI, conta anche un'indicazione di Mussolini, influenzato in questo periodo da Nicola Bombacci, l'ex-comunista diventato suo consigliere occulto, che vagheggia una pace separata con l'Unione Sovietica. Cfr. Guglielmo Salotti, Nicola Bombacci da Mosca a Salò, Bonacci 1986.
16) Edmondo Cione, Storia della Repubblica sociale italiana, Latinità (Roma) 1951. Per il ruolo di Biggini, cfr. Luciano Garibaldi, Mussolini e il professore. Vita e diari di Carlo Alberto Biggini, Mursia 1983.
17) Cfr. Gloria Gabriella, «Defascification from within? The failed efforts of a third alternative during the Repubblica sociale italiana», in: Aa.Vv., Modern Europe after fascism, 1943-1980, Social Science Monographs, Boulder, 1998. Guglielmo Salotti, «Movimenti di critica e di "opposizione" all'interno della Rsi», in Storia Contemporanea, dicembre 1987.
18 ) Cfr. Ugo Manunta, La caduta degli angeli, AEI (Roma) 1947, p. 86; Maurizio Magri, «Contro la strategia del ponte nel crepuscolo della RSI», in Guerra, guerra di liberazione, guerra civile (a cura di Massimo Legnavi e Ferruccio Vendramini), FrancoAngeli 1990, pp. 299-323; Cesare Bermani, Il "rosso libero" Corrado Bonfantini Organizzatore delle Brigate Matteotti, Fondazione Anna Kuliscioff (Milano) 1995.
19) Cfr. Silvestri, Turati l'ha detto, op. cit., pp. 99-103.
20) Cfr. Gabriella, op. cit., p. 336.


(estratto da Aa.Vv. “Uomini e scelte della RSI – I protagonisti della Repubblica di Mussolini”, a cura di Fabio Andriola, Foggia, 2000, pp. 115 – 128)

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" Forse che non conoscendo a fondo il pensiero del Duce si può affermare di essere fascisti? Noi diciamo di no! Che il fascismo non è istinto ma educazione e perciò è conoscenza della sua mistica,che è conoscenza di Mussolini" (N. Giani)
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