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La "questione ebraica"
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Autore Messaggio
Lictor Adriano



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MessaggioInviato: Sab Dic 10, 2011 4:17 pm    Oggetto:  
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Questo è il documentario a cui fa cenno il link, sugli ebrei "protetti" dal Fascismo.

Modifica: l'ho visto tutto, devo dire che eccetto due passaggi, è molto obbiettivo. Essendo cofinanziato dal "nostro" ministero dell' interno, non può certamente mancare di propaganda antifascista, infatti tende a rappresentare Mussolini come favorevole alle deportazioni ma contrastato da diversi gerarchi (ma come, non era il dittatore assoluto con potere di vita e di morte?NDR) e liquida velocemente il periodo della RSI senza accennare agli ulteriori sforzi dei fascisti per evitare le deportazioni.

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Marcus
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MessaggioInviato: Mer Giu 13, 2012 4:28 pm    Oggetto:  
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…direi che per riassumere tutta la questione affrontata nella presente discussione può essere senz’altro utile al riguardo citare il seguente estratto del recente lavoro della dottoressa Alessandra Tarquini, “Storia della cultura fascista”, Bologna, 2011, Il Mulino, pp. 193 - 200


La cultura razzista

Per lungo tempo gli storici hanno contribuito a diffondere uno stereotipo rassicurante secondo cui gli italiani sarebbero stati contrari alla legislazione razziale, adottata dal regime nel 1938, perché influenzati da un lato dalla cultura idealistica e dall'altro da quella cattolica. Incapaci di azioni efferate e abituati a convivere con gli ebrei da millenni, gli italiani si sarebbero confermati «brava gente» aliena dalla ferocia che caratterizzò la politica nazionalsocialista 67. In realtà, le leggi razziali non costituirono un singolo episodio della storia del regime, né un'invenzione avulsa dalla sua cultura, come vedremo nelle pagine seguenti limitando la riflessione agli argomenti più pertinenti in questa sede: cercheremo di sintetizzare il contributo degli scienziati impegnati a elaborare un supporto teorico alla politica razzista, il ruolo degli intellettuali razzisti e, infine, la reazione del mondo della cultura di fronte alla politica del regime. Come è stato ricordato da diversi studiosi, dal 1922 al 1945 gli scienziati italiani diedero il loro contributo alla cultura e alla politica della razza. Si trattò di un gruppo di antropologi, statistici, demografi e medici che erano già noti nel mondo scientifico nei primi anni del secolo, quando la demografia e l'eugenetica – la scienza che studiai metodi per perfezionare la specie umana favorendo la proliferazione degli individui ritenuti migliori (eugenetica positiva) oppure attraverso la 66 repressione di individui considerati nocivi (eugenetica negativa) – dedicavano le loro attenzioni al declino demografico presente in molti paesi occidentali 68. Chiamati a confrontarsi con un problema acuito dalle conseguenze della Grande guerra, quindi sollecitati dalle classi dirigenti a fornire risposte in merito al pericolo della denatalità, percepito allora come una degenerazione dilagante, con l'avvento del fascismo questi scienziati svolsero un ruolo che non avevano avuto nei regimi precedenti. In cambio offrirono alla politica totalitaria e razzista il proprio generoso supporto. Come si è affermato più volte, sin dalle origini il fascismo manifestò la volontà di creare una nuova razza di dominatori conquistatori del mondo. Nel maggio del 1927, nel suo celebre «discorso dell'Ascensione», alla Camera dei deputati Mussolini affermò che i fascisti avrebbero vigilato sul destino sulla salute della razza e sostenne che la forza di un popolo era determinata dalla quantità di persone che ne facevano parte. In quella sede, il capo del governo spiegò che le popolazioni, come gli organismi viventi, si dividevano in giovani, in grado di espandersi, di crescere e di conquistare territori, e in senescenti, destinate a subire i cali di natalità e di potenza politica e infine a morire. Per questo ricordò agli italiani che il problema della natalità, e quindi il fare figli, costituiva un grave problema politico e non una questione privata. E così, intensificando la campagna demografica e la lotta contro la denatalità iniziata due mesi prima con l'introduzione della tassa sul celibato, Mussolini mobilitò gli scienziati 69. Da allora, infatti, immaginando di svolgere un ruolo decisivo nella politica razziale del fascismo, gli scienziati fascisti si attivarono e nel decennio 1928-1938 pubblicarono una quantità ingente di trattati e di riflessioni sul razzismo e sulla demografia, sottolineando il nesso fra gli aspetti politici e lo sviluppo del pensiero demografico 70. Fra loro il più importante fu l'antropologo Nicola Pende, autore nel 1933 di un volume in cui dichiarò che la biotipologia umana era ormai una disciplina politica. In “Bonifica umana razionale e biologia politica”, dedicato a Mussolini e presto divenuto uno dei testi di riferimento del razzismo italiano, sostenne che nella biologia era «radicato profondamente il grande principio del Regime fascista, quello della libertà individuale condizionata dalla libertà e dall'interesse collettivo» 71. Per questo spiegò che il cittadino malato avrebbe dovuto essere considerato la cellula maligna di un tumore e che la politica avrebbe dovuto imparare dalla biologia le regole di funzionamento degli esseri umani. Come nel corpo umano esisteva «un principio di unità vitale» che regolava la «robustezza fisica e psichica» e derivava dalla «collaborazione e compenetrazione perfetta del sistema di organi», così nella costituzione dell'organismo sociale vi erano «classi cellulari energicamente differenziate». «Ed ecco precisamente copiato dal sistema vigente nella biologia dell'individuo il sistema corporativo dello Stato fascista» 72. La riflessione di Pende non si limitò a spiegare la natura del razzismo ma si estese alle differenze fra le teorie diffuse in Germania e quelle più accreditate nell'Italia fascista. A questo proposito volle rimarcare le affermazioni di Mussolini, che nel 1932, nei colloqui con il giornalista tedesco Emil Ludwig, aveva negato l'esistenza di razze pure. «Ancora una volta» affermò Pende «noi fascisti, con la nostra impostazione del problema politico della razza, dimostriamo l'equilibrio realistico mediterraneo di fronte all'astrattismo ed al misticismo nordico». Convinto che una politica razziale fondata su pregiudizi ed errori avrebbe condotto a «comiche e illogiche» conseguenze, Pende volle essere molto chiaro su questo aspetto e spiegò che il razzismo aveva una base biologica, ma aggiunse che riconoscere il fondamento biologico al razzismo non significava pensare all'esistenza di razze pure perché in una stessa nazione era presente «una polivalenza etnica» 73. In questo senso egli non negava affatto la base biologica del razzismo, ma sottolineava l'errore di chi, come i tedeschi, pensava che vi fossero razze pure. Tenace assertore dell'esistenza di tipi razziali diversi, basati su caratteristiche fisiche e psichiche, mascherate dall'ambiente e dall'educazione, Pende sostenne che la politica avrebbe dovuto intervenire per

migliorare le qualità innate di ogni stirpe col mezzo naturale della selezione, con un'antropocentrica statale, che miri, come fa la zootecnica per gli animali, a selezionare e allevare senza inquinamenti le varietà della pianta uomo mercè un'educazione fisica e mentale del popolo 74.

Come si può notare, pur criticando severamente i razzisti tedeschi, Pende non negava che il razzismo avesse una base biologica, e soprattutto non negava anzi richiamava l'importanza di intervenire con gli strumenti della politica per selezionare una nuova stirpe di italiani e migliorarne le caratteristiche psichiche e fisiche. Era uno scienziato, un antropologo e riteneva che la biologia umana dovesse costituire la base per le scelte della politica. In realtà, queste sue riflessioni, al di là del problema della natura del razzismo, testimoniano la volontà degli scienziati fascisti, come quella della maggior parte degli intellettuali italiani, di fornire un valido sostegno al regime totalitario e di piegare la propria disciplina alle esigenze della politica. Da questo punto di vista è vero che la cultura scientifica offri il proprio sostegno teorico alla volontà del fascismo di creare una nuova razza di italiani. Tuttavia, ciò non significa che la politica razziale fu il prodotto della scienza italiana fra le due guerre. Come si è cercato di sottolineare nelle pagine precedenti, la volontà di costruire una nuova civiltà dando vita a una vera e propria rivoluzione antropologica, fu una delle manifestazioni più importanti del regime totalitario che espresse la politica razziale per rispondere a questa esigenza: creò cioè un razzismo di Stato, che avrebbe trasformato la vita degli italiani. In questo senso, i fascisti non divennero razzisti perché decisero di realizzare quanto proponevano gli scienziati come Pende, gli antropologi, i demografi o gli statistici e non si riconobbero in un'unica teoria scientifica razzista. Al contrario,i fascisti furono razzisti perché furono convinti di rappresentare una razza di dominatori che avrebbe soggiogato gli altri uomini modificandoli a propria immagine e somiglianza.Da parte loro, gli scienziati accolsero con grande favore il fascismo dichiarando, come fece Pende, che la questione della razza doveva essere risolta dalla politica e cioè accogliendo con favore la nuova alleanza fra la scienza delle popolazioni e la politica. Come i filosofi, come i letterati e come gli architetti, ma in generale come tutti gli intellettuali fascisti, gli scienziati colsero l'occasione per utilizzare il potere che il regime sembrava riconoscergli attribuendo loro il ruolo di consulenti della politica totalitaria. Mentre nel 1937 la prima legge razzista colpiva le colonie africane vietando al cittadino italiano di tenere «relazione d'indole coniugale con persona suddita dell'Africa orientale italiana o straniera» 75 , prevedendo una pena fino a un anno di reclusione, nel febbraio del 1938 Mussolini incaricò l'antropologo Guido Landra di organizzare un ufficio studi presso il ministero della Cultura Popolare per sostenere la campagna razziale. Dopo una serie di scontri tra gli scienziati impegnati nella battaglia razzista, Landra, che era un sostenitore della corrente minoritaria, cioè quella biologicista, si mise al lavoro per preparare il manifesto degli scienziati razzisti. Pubblicato per la prima volta su «Il Giornale d'Italia» nel luglio del 1938, uscì poi il 5 agosto sul primo numero de «La difesa della razza», fondato da Telesio Interlandi e sovvenzionato dal regime per intensificare la campagna razziale 76. Il manifesto conteneva un elenco di dieci punti in cui si affermava l'esistenza delle razze sulla base di principi biologici. A questo proposito, i firmatari dichiaravano che gli italiani vivevano in un regime impegnato costantemente nella battaglia per il razzismo; affermavano l'importanza di preservare le caratteristiche fisiche e psicologiche degli italiani e sostenevano che gli ebrei non facevano parte della razza italiana. Gli scienziati razzisti convinti dell'origine biologica della razza non avrebbero avuto altro spazio, ma la battaglia razziale e antisemita si intensificò 77. Al fine di vigilare sull'applicazione delle leggi razziali, nell'agosto del 1938 venne istituita presso il ministero dell'Interno la Direzione generale per la demografia e la razza, la cosiddetta «Demorazza», che predispose il censimento degli ebrei italiani e stranieri residenti in Italia. Lo scopo principale della rilevazione del 1938 era tracciare un confine netto tra gli ebrei, che di lì a poco sarebbero stati assoggettati alla normativa persecutoria, e tutti gli altri cittadini del paese. E infatti, il 7 settembre 1938 venne adottato il primo provvedimento antiebraico che riguardava l'espulsione degli ebrei stranieri dall'Italia, quelli meno inseriti nella comunità e quindi più facilmente isolabili e perseguibili. Nei mesi successivi altri provvedimenti avrebbero trasformato per sempre la vita della comunità ebraica italiana, «arianizzando» le scuole e le università italiane, vietando i matrimoni misti, stabilendo limitazioni nella proprietà dei beni, nella gestione delle aziende e nell'esercizio delle professioni, licenziando gli ebrei dagli enti pubblici, espellendoli dall'esercito. Come è stato notato, gli intellettuali italiani non espressero alcun dissenso rispetto alle leggi razziali che avevano iniziato la loro opera discriminatoria proprio dal settore della scuola e delle università 78. In realtà, gli intellettuali non solo non protestarono ma contribuirono a creare il terreno culturale per il fiorire dell'antisemitismo di Stato e poi raccolsero i frutti correndo a occupare le cattedre lasciate vacanti dai colleghi ebrei. A questo proposito Giorgio Israel ha affermato che sono da rifiutare sia le ipotesi che marginalizzano l'antisemitismo fascista, sia quelle che ne fanno un tratto costitutivo dell'ideologia fascista 79. In effetti l'antisemitismo non fu un tratto costitutivo dell'ideologia fascista, ma il razzismo certamente sì, come dimostrano alcuni noti personaggi della politica e della cultura pronti a dichiararlo nella seconda metà degli anni Trenta: nel 1937 Julius Evola scrisse “Il mito del sangue”, Giulio Cogni pubblicò “Il razzismo” e Paolo Orario diede alle stampe “Gli ebrei in Italia” 80. Nel 1939 fu la volta di Leone Franzì, un altro teorico dell'antisemitismo fascista, meno noto degli altri nominati e autore di un volume che ebbe una veste ufficile, perché fu pubblicato dall'Istituto nazionale di cultura fascista e quindi dal principale organo culturale del regime. In quelle pagine Franzì sostenne che per i fascisti la razza si configurava come una comunità politica e non come un gruppo determinato biologicamente. Rifiutando qualsiasi presupposto biologico perché deterministico e statico, Franzì negava che alla base della comunità vi potesse essere un dato di fatto non scelto, ma subìto come un elemento naturale. Per questo, confrontando il razzismo italiano con quello nazionalsocialista, Franzì si chiedeva come fosse possibile conciliare l'idea dell'impero, un'idea legata alla volontà di dominio e dunque a un progetto politico, con quella della razza biologica. La scienza ha perso, spiegava Franzì, «ora parla la politica» 81. A questo proposito riferiva di un colloquio che aveva avuto con alcuni intellettuali tedeschi ammirati dalla legislazione italiana giunta a colpire gli ebrei stranieri.


Noi vi siamo particolarmente grati – mi diceva infatti il prof. Gross – delle vostre leggi nei riguardi degli israeliti stranieri in quanto noi, pur desiderandolo, non abbiamo mai osato attaccare tali elementi per le conseguenze facilmente prevedibili dal fatto che essi possedevano passaporti di nazioni straniere 82.

La tesi del volume era molto chiara: il razzismo italiano si mostrava decisamente superiore a quello tedesco perché

il primo ha modellato lo spirito e la volontà di un popolo secondo lo spirito e la volontà di un Uomo che ha saputo violentemente mutare il corso della storia del proprio paese, il secondo, invece, per mezzo di un uomo ha fatto realtà degli ideali repressi di un popolo che non trovava in se stesso la forza di una rinascita veloce quale gli avvenimenti richiedevano 83.

Il punto fondamentale, continuava Franzì, è che «il nostro è un razzismo che può essere universale perché è politico. Il loro resta in fondo una specie di "nazionalismo biologico"»84. Proprio per questo non gli sembrò esserci alcun dubbio sulla superiorità del razzismo politico dei fascisti rispetto a quello dei nazisti definito spregiativamente «biologico». In effetti, dall'introduzione della legislazione antisemita, gli ideologi del fascismo vollero fugare il dubbio che la decisione di adottare le nuove leggi potesse essere collegata ai rapporti con l'alleato tedesco. E infatti nel “Dizionario di politica” pubblicato dal Pnf nel 1940, i fascisti sostennero che l'antisemitismo era presente alle origini del loro movimento 85.


NOTE

67 Un giudizio di questo tipo si trova anche in R.S. Wistrich, Fascism and the Jews of Italy, in R.S. Wistrich e S. Della Pergola (a cura di), Fascist Antisemitism and the Italian Jews, The Vidal Sassoon International Center for the Study of Antisemitism, The Avraham Barman Institute of Contem¬porary Jewry, The Hebrew University of Jerusalem, 1995, pp. 13-18. Cfr. M. Toscano, Fascismo, razzismo, antisemitismo. Osservazioni per un bilancio storiografico, in Id., Ebraismo e antisemitismo in Italia. Dal 1848 alla guerra dei sei giorni, Milano, Franco Angeli, 2003, pp. 208-243.
68 Cfr. G. Israel e P. Nastasi, Scienza e razza nell'Italia fascista, Bologna, Il Mulino, 1998, pp. 11-33; R. Maiocchi, Scienza italiana e razzismo fascista, Firenze, La Nuova Italia, 1999, pp. 7-29; un'interpretazione diversa è in E Germinario, Fascismo e antisemitismo. Progetto razziale e ideologia totalitaria, Roma-Bari, Laterza, 2009, pp. 77-98; M.A. Matard Bonucci, L'Italia fascista e la persecuzione degli ebrei, Bologna, Il Mulino, 2008.
69 Cfr. Israel e Nastasi, Scienza e razza nell'Italia fascista, cit., p. 111; Mussolini faceva sua una riflessione dello statistico e demografo Corrado Gini, nominato nel 1926 presidente del Consiglio superiore di statistica e dell'Istat e sostenitore di una concezione organicistica della demografia; cfr. F. Cassata, Il fascismo razionale. Corrado Gini fra scienza e politica, Roma, Carocci, 2003. Maiocchi, Scienza italiana e razzismo fascista, cit., p. 38, sottolinea come molti scienziati dopo questo discorso cambiarono idea e adattarono le loro linee di ricerca sulla base dei nuovi orientamenti. Cfr. anche A. Gillette, Racial Theories in Fascist Italy, London, Routledge, 2002, pp. 45-47.
70 A. Treves, Le nascite e la politica nell'Italia del Novecento, Milano, Led, 2001, p. 16.
71 Cfr. Maiocchi, Scienza italiana e razzismo fascista, cit., pp. 46-57; Israel e Nastasi, Scienza e razza nell'Italia fascista, cit., pp. 136-141, e N. Pende, Bonifica umana razionale e biologia politica, Bologna, Cappelli, 1933.
72 Pende, Bonifica umana razionale e biologia politica, cit., pp. 38-39.
73 Ibidem, p. 231.
74 Ibidem, p. 239.
75 L. Goglia, Il colore nel razzismo fascista, in M. Beer, A. Foa e I. Iannuzzi (a cura di), Leggi del 1938 e cultura del razzismo. Storia, memoria, rimozione, Roma, Viella, 2010, p. 38.
76 Cfr. E Cassata, «La Difesa della razza». Politica, ideologia e immagine del razzismo fascista, Torino, Einaudi, 2008, p. 59.
77 Israel e Nastasi, Scienza e razza nell'Italia fascista, cit., pp. 210-251; Maiocchi, Scienza italiana e razzismo fascista, cit., p. 225; Cassata, «La Difesa della razza», cit., pp. 56 -166.
78 R. Finzi, L'Università italiana e le leggi antiebraiche, Roma, Editori Riuniti, 1997, pp. 29-39; Sulla censura degli autori ebrei cfr. G. Fabre, L'elenco. Censura fascista, editoria e autori ebrei, Torino, Zamorani, 1998.
79 G. Israel, L'espulsione dei professori ebrei dalle facoltà scientifiche, in Beer, Foa e Iannuzzi (a cura di), Leggi del 1938 e cultura del razzismo, cit. p. 46; G. Turi. Ruolo e destino degli intellettuali nella politica razziale del fascismo, in La legislazione antiebraica in Italia e in Europa. Atti del convegno nel cinquantenario delle leggi razziali, Roma, 17-18 ottobre 1988, Roma, camera dei deputati, 1989, pp. 95 – 121
80 Maiocchi, Scienza italiana e razzismo fascista, cit. , pp. 213 – 214; Germinarlo, Fascismo e antisemitismo, cit. , pp. 36 – 38
81 L. Franzì, Fase attuale del razzismo tedesco, Roma, quaderni dell’ INCF, 1939.
82Ibidem, p. 41.
83 Ibidem, p. 54.
84 Ibidem, p. 55.
85 Germinario, Fascismo e antisemitismo, cit., p. 18.







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MessaggioInviato: Gio Giu 14, 2012 7:24 pm    Oggetto:  
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Alcune considerazioni per gli eventuali "strumentalizzatori".

Sebbene l'autrice esprima chiaramente il senso e l'accezione dei termini che usa, questo non permette di usarli POLITICAMENTE.

Infatti, proprio alla luce delle definizioni di cui sopra, è almeno IMPROPRIO defnire il fascismo e i fascisti come RAZZISTI.

E' molto improprio elencare nel novero dei sostenitori del presunto immanente "razzismo fascista" anche EVOLA, quando la stessa autrice altrove, nel suo scritto, lo determina come pensatore NON FASCISTA ai margini del regime, usato dal fascismo per alcune sue concezioni.

E' altrettanto improprio accreditare la definizione scientifica di "fascismo", elevandola a definizione ideologica, soprattutto riguardo al Corporativismo. Il parallelo fatto dagli scienziati poteva essere utile giusto dal punto di vista culturale. Per comprendere IL LORO ESCLUSIVO punto di vista.

Ma il parallelismo con la BIOLOGIA, per il Corporativismo, è una forzatura. Lo è politicamente parlando, non certo riguardo l'obiettivo che si è posta l'autrice, ovvero illustrare l'unitarietà della cultura fascista. E il suo fondamento ideale e dottrinario altrettano unitario.

Ma siccome questo scritto lo leggono anche gli strumentalizzatori, di varie specie, è bene mettere in chiaro che proprio a fronte di questa disamina CULTURALE, il fascismo non verrà mai e poi mai definito "razzista", scientista, o altro.

Questo perchè la definizione del "razzismo fascista", se proprio vogliamo essere precisi, è perfettamente affiancabile alla prassi di OGNI STATO. Perchè qualcuno mi dovrebbe dimostrare che gli STATI non agiscono in modo da "espellere" ciò che li nega politicamente!

A questo riguardo TUTTI GLI STATI SONO RAZZISTI!

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MessaggioInviato: Ven Giu 15, 2012 10:31 am    Oggetto:  
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...ritengo che basti leggere e comprendere tutta questa discussione di cui l'estratto dal lavoro della Tarquini, ribadisco, costituisce una possibile e valida sintesi, per non potere equivocare sui termini. E' palese che se di razzismo fascista si può parlare lo si può fare correttamente avendo ben chiaro che tale "razza" a cui voleva pervenire il regime mussoliniano, non esisteva ma era tutta da realizzare all'insegna della CIVILTA' DEL LITTORIO, e nella quale oltre ai fascisti italiani continentali erano contemplati anche ebrei di provata fede fascista, mussulmani libici del littorio, italiani del regno d'Albania e che proprio in base alla logica ROMANA della CIVILTA' FASCISTA, prima o poi avrebbero fatto parte anche i cittadini fascisti meritevoli dell'IMPERO.
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