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Retaggio cattolico e discorso nazionale nel RISORGIMENTO.

 
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Marcus
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MessaggioInviato: Lun Apr 23, 2012 12:23 pm    Oggetto:  Retaggio cattolico e discorso nazionale nel RISORGIMENTO.
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Ecco un estratto interessante ed assai eloquente dal libro di A.M. Banti “La nazione del risorgimento”, (Torino, 2000, Einaudi, pp. 120 -138)
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nel quale si analizza l’influenza culturale dell’universo simbolico e della tradizione discorsiva Cattolico Romana sulla formazione del “discorso nazionale” realizzato dai patrioti intellettuali italiani nel periodo del RISORGIMENTO. Il Risorgimento fu la rinascita della nazione italiana, l'epopea di una comunità oppressa che, finalmente, si risvegliava e rivendicava i propri diritti. Ma, a quell'epoca, cosa fosse effettivamente la nazione italiana era una questione che lasciava in dubbio perfino numerosi intellettuali che iniziarono a difenderne i diritti politici. Chiunque avesse guardato con attenzione alla realtà non avrebbe faticato a riconoscere che la nazione italiana non aveva alcuna radice nell'esperienza di molti di coloro che vivevano nelle più diverse parti della penisola. La nazione, dice Banti nel suo libro, dunque, non fu nient'altro che una costruzione retorica, dotata però di una straordinaria forza comunicativa, tale da convincere molti dell'esistenza di una comunità che, in effetti, non esisteva affatto. "La nazione del Risorgimento" esplora questa sorprendente operazione; ricostruisce i meccanismi attraverso i quali un pugno di intellettuali di inizio Ottocento narrarono la nazione; descrive i simboli, le immagini, le figure e i valori cui ricorsero per sollecitare la militanza patriottica; esamina la ricezione dei loro testi da parte di coloro che aderirono al movimento risorgimentale; cerca, insomma, di spiegare perché giovani e agiati signori decisero di farsi patrioti, rischiando la prigione, l'esilio, la vita.

CAP. III Archeologia del discorso nazionale

[...] Non c'è alcun dubbio, ed è cosa già molto nota, che molti materiali letterari o ideologici prodotti all'interno del movimento risorgimentale contengono una notevole quantità di espliciti rinvii all'importanza della religione cattolica nella vita della nazione. In qualche caso si tratta di valorizzare la comune confessione religiosa come uno dei tratti piú certi della coesione nazionale, una considerazione che si accompagna a una positiva valutazione del ruolo che le istituzioni religiose hanno avuto nel passato, e possono avere nel futuro, della storia d'Italia (come in Manzoni, Tommaseo, Gioberti, Balbo, Troya, ecc.). In qualche altro caso si ricorre ad immagini bibliche per dar forza a passaggi narrativi o argomentativi, specie là dove si deve giustificare l'eticità di un'azione di vendetta o di guerra (come in Manzoni, Solera, Piave, ecc.) (23). Talvolta, infine, si tratta di enfatizzare l'intervento di un Dio «della storia» o «delle nazioni» nella vicenda plurisecolare della nazione italiana (Mazzini, Gioberti, ecc.). Si tratta di nessi che lasciano tracce profonde, che trovano espressione nel successo della pubblicistica neoguelfa o in alcuni aspetti dei rituali pubblici del 1848 (24) . Sull'importanza politica di queste dinamiche non possono esserci dubbi. Tuttavia ciò che mi interessa osservare è che, al di sotto di questi rimandi, tanto espliciti quanto abbastanza esterni alla logica del discorso nazionale, operano relazioni piú profonde, e piú importanti per la strutturazione retorica del discorso risorgimentale. I nessi prendono la forma di trasposizioni di morfologie simboliche e narrative dall'ambito della storia sacra all'ambito della storia nazionale; si tratta, si badi bene, di una trasposizione della sola morfologia simbolica e narrativa, non certo di una trasposizione dei campi semantici originari della storia sacra, che solo entro limiti molto ristretti potevano essere utilizzati per la definizione del discorso nazionale. Ed è proprio tale duplice dinamica (calco morfologico, ma interferenza semantica) a dar forza all'idea risorgimentale di nazione, ma - al tempo stesso - anche a porre le premesse per una sua potenziale gravissima debolezza. Un momento fondamentale della storia del cristianesimo, da collocarsi tra il IV e il V secolo dopo Cristo, vide la comunità cristiana in grado di strutturarsi meglio in comunità di fedeli, egualmente figli di Dio e fratelli in Cristo:

[Nella tarda antichità] la Chiesa cristiana aveva acquistato preminenza soprattutto perché il nucleo delle sue pratiche rituali e la sua organizzazione e amministrazione finanziaria sempre piú centralizzate offrivano al mondo pagano l'immagine di una comunità ideale che aveva preteso di modificare, dare nuovo indirizzo e anche delimitare i legami di parentela. La Chiesa costituiva un gruppo di parentela artificiale. Ci si attendeva che i membri di essa proiettassero nella nuova comunità una quantità adeguata del senso di solidarietà, delle fedeltà e degli obblighi che in precedenza erano stati indirizzati verso la famiglia naturale. [ ... ] tra il nuovo gruppo di parentela e gli esterni ad esso erano tracciati con frequenza e rigidità confini che delimitavano il loro ambito di interessi: la comunità intendeva ricordare soltanto i propri membri, mentre gli infedeli, gli apostati e gli scomunicati ne erano esclusi. L'annotazione accurata dei giorni in cui ricorrevano gli anniversari della morte dei martiri e dei vescovi conferí alla comunità cristiana la perpetua responsabilità di mantenere viva la memoria dei suoi eroi e dei suoi leaders (25).

Difficile minimizzare l'importanza di questo passaggio: per i cristiani la distinzione nei confronti di soggetti «altri», avvenne attraverso il riconoscimento di sé come membri di una collettività olistica, all'interno della quale le differenze si cancellavano in nome della solidarietà prodotta dalla comune fratellanza in Cristo, una costruzione di identità che non si perderà affatto nella tradizione del cattolicesimo postridentino. Ancora nel corso dell'Ottocento, tale immagine ideale resta una delle figure fondamentali dell'esperienza religiosa, ribadita dalla pratica rituale della comunione nella messa - comunione con Cristo e, attraverso di lui, con tutti i membri della comunità religiosa (26). Ora, sebbene il concetto di fratellanza entri nella costellazione discorsiva nazionale durante il triennio patriottico, come derivato dell'elaborazione concettuale della Francia rivoluzionaria (27), esso è poi sottoposto a una rilettura che lo mette in relazione diretta con l'immagine cristiana della comunità dei fratelli in Cristo. Il collegamento piú esplicito è tracciato da Giuseppe Mazzini, là dove riflette sulla natura delle pratiche associative:

Il diritto d'Associazione è sacro come la Religione ch'è l'Associazione delle anime. Voi siete tutti figli di Dio: siete dunque fratelli; e chi può senza delitto limitare l'associazione, la comunione tra fratelli? Questa parola comunione ch'io ho proferita pensatamente vi fu detta dal Cristianesimo che gli uomini dichiararono, nel passato,religione immutabile e non è se non un gradino sulla scala delle manifestazioni religiose dell'Umanità. Ed è una santa parola. Essa diceva agli uomini ch'erano una sola famiglia d'eguali in Dio; e riuniva il signore ed il servo in un solo pensiero di salvezza, di speranze e di amore nel Cielo. Era un immenso progresso sui tempi anteriori, quando popolo e filosofi credevano l'anime dei cittadini e degli schiavi essere di diversa natura. E bastava al Cristianesimo quella missione. La comunione era il simbolo dell'eguaglianza e della fratellanza dell'anima; e spettava all'Umanità d'ampliare e sviluppare la verità nascosta in quel simbolo
( 28 ).

Sebbene - prosegue Mazzini - il cattolicesimo abbia molte volte, nella sua storia, tradito queste fondamentali prescrizioni etiche, pure esse non hanno perso di valore o di rilievo:

Ciò ch'è santo nel Cielo è santo sulla Terra. E la Comunione degli uomini in Dio porta con sé l'associazione degli uomini nella vita terrestre. L'associazione religiosa dell'anima genera il diritto dell'associazione nelle facoltà e nell'opera che fanno realtà del pensiero.

La santità dell'associazione originaria si trasmette dunque alle associazioni di natura non strettamente religiosa, e tra esse in posizione di particolare rilievo dev'essere posta la «Nazione», forma associativa che unisce tutti i membri «in quelle cose, in quelle tendenze che sono comuni a tutti gli uomini che ne sono parte» (29). Secondo Mazzini, dunque, collocata su un piano gerarchicamente superiore alle altre forme associative, in virtú della natura collettiva delle sue finalità, la nazione si propone, in continuità con l'esperienza cristiana, come una comunità di fratelli dotata di un respiro etico che la trasforma in qualcosa di sacro. Cosí, a fianco di una declinazione biologico-naturale della metafora parentale, se ne fa strada un'altra che pone l'accento sulla natura santa e spirituale dei legami cui tale metafora allude. Ma ancor piú diretta e piú cogente è la simmetria che collega la triade figurale della narrazione nazionale (gli eroi; i traditori; le vergini), a quella che struttura la storia della redenzione (Gesú Cristo e, con lui, i suoi seguaci, apostoli e martiri; Giuda; la vergine e, con lei, le sue imitatrici, sante e martiri). Quali sono gli elementi del nesso analogico ? Cominciamo ad esplorarli osservando la relazione intertestuale tra la figura del Cristo e dei santi martiri da un lato, e quella degli eroi nazionali dall'altro. In forme rituali diverse, le principali pratiche cultuali dell'Italia di inizio Ottocento - la messa e la recita del rosario - rinnovavano ogni volta la storia del Cristo, con una particolare enfasi mistica sul suo momento culminante, ovvero il sacrificio compiuto da Lui sulla croce per la riconciliazione di Dio con l'intera umanità (30). Ma qual era il significato simbolico di questa immagine sacrificale ? In una pagina di memorabile chiarezza, Robert Hertz ha ricordato che il senso profondo della storia di Cristo sta nel carattere testimoniale del suo sacrificio: «Se è vero che Gesú ci salva dal peccato, non è per aver compiuto un tempo a nostro favore un sacrificio propiziatorio di mirifica efficacia, e neppure per aver placato la giusta collera di Dio attraverso un'ingegnosa operazione giuridica; ma è perché, come ogni sofferenza patita da un giusto per il bene dell'umanità, il ricordo sempiterno di quella morte sublime continua ad agire sul cuore degli uomini, inducendoli a pentirsi e comunicando loro una salutare energia, esercitando su tutti un benefico contagio all'abnegazione totale e all'amore» (31). A ciò aggiunge che la forza testimoniale dell'atto espiatorio è rafforzata proprio da quel profondo legame comunitario che lega tra loro gli adepti della Chiesa, di cui si parlava poc'anzi:

Se tutto il valore del sacrificio del Calvario risiedesse nell'insegnamento morale che ne deriva, Dio non avrebbe certo abbandonato il proprio Figlio al piú umiliante dei sacrifici per una raffinatezza pedagogica tanto vana quanto crudele; infatti perché mai proporre agli uomini un esempio sovrumano, se non si infonde loro allo stesso tempo la forza di seguirlo? Tale forza, solo con la morte dell'Uomo-Dio poteva essere loro trasmessa: lo spargimento di sangue dell'ostia perfetta, non contaminata dalla colpa, era indispensabile all'abolizione di quel peccato commesso agli albori del mondo e di tutti i peccati degli uomini. Se cristiani di poca fede e di raziocinio limitato si scandalizzano che dei peccatori possano essere salvati grazie a un atto compiuto in loro favore, ma esterno al loro essere, è perché vedono nel Salvatore e negli uomini redenti personalità radicalmente separate e dimostrano di non avere il senso della realtà collettiva della Chiesa che rende intimamente partecipi i fedeli della natura del Cristo nel quale essi vivono (32).

Se il valore del sacrificio del Cristo è di carattere, in primo luogo, simbolico-testimoniale, i fedeli hanno il compito sia di rievocarlo in forma rituale attraverso la messa, sia di replicarne le gesta, sacrificando se stessi in un'incessante catena esemplare. Questi compiti sono al centro del messaggio pedagogico contenuto in numerosissimi sermoni dei piú importanti predicatori itineranti dell'epoca (33),oltre che di uno dei piú influenti testi di formazione mistica nella storia della pedagogia cristiana, “L'imitazione di Cristo” (34). Questo libro, accanto a varie prescrizioni spirituali di impianto mistico-ascetico proposte alla meditazione dei fedeli, affida una parte fondamentale del suo messaggio alla descrizione delle sofferenze del Cristo come modello per una vita veramente pia:

Qual Santo fu esente da croci e da tribolazioni durante questa vita? Ma se lo stesso Gesú Cristo, Signor nostro, finché visse, non ebbe una sola ora che non fosse improntata ai dolori della passione! Egli disse: «Era necessario che Cristo soffrisse, risorgesse dai morti e che cosí giungesse alla sua gloria»(35). E tu cercheresti un'altra via, diversa da questa via regia che è quella della santa croce? […] Tutta quanta la vita di Cristo fu croce e martirio, e tu cerchi per te riposo e gioia? (36).

D'altro canto, prosegue L'imitazione, un comportamento di questo tipo non è altro che un incamminarsi sulla via luminosa già seguita dai santi e dai martiri:

Quante e quanto gravi tribolazioni sopportarono gli Apostoli, i Martiri, i Confessori, le Vergini e tutti quelli che vollero seguire le orme di Cristo! Essi odiarono la loro anima (37) in questo mondo per giungere a possederla nella vita eterna. Oh, la vita aspra, sacrificatissima, vissuta dai Padri nel deserto! Che lunghe, che gravi tentazioni essi dovettero sopportare; come spesso tormentati dal nemico, come fervorosi e costanti nell'orazione! E le austere astinenze a cui si sottomettevano! ( 38 ).

E, in definitiva, seguire l'esempio di Cristo e dei suoi santi martiri, significa contribuire a una forma particolare di apostolato esemplare:

Oh, fossi tu degno di patire qualche cosa nel nome di Gesú! Quanta gloria sarebbe riservata a te, quanta gioia ne avrebbero i Santi di Dio, come ne sarebbe edificato il prossimo! (39).

Se, ora, compariamo le figure cristologiche con gli eroi della narrativa nazionale, le analogie appaiono piuttosto impressionanti. Come Cristo e i martiri, gli eroi svolgono una funzione testimoniale, grazie alla loro morte tragica - funzione esplicita nella descrizione della morte di Niccolò de' Lapi, di Francesco Ferruccio (ma anche del soldato della Lega nella parte III delle “Fantasie”, del Carmagnola, o di Adelchi), e - in forma molto meno diretta - di Ettore Fieramosca (40). Mentre nella cristologia il sacrificio è testimonianza di uno «scandalo» etico (la caduta nel peccato), nel caso della narrazione della nazione esso è testimonianza di uno «scandalo» etico e politico (il disonore e la divisione della nazione). Come per Gesú Cristo e i suoi santi, ma su un differente livello, la morte dell'eroe è la piú grande sofferenza sacrificale, ma una sofferenza che può liberare l'intera comunità nazionale dallo stato di disonore e di disunione nel quale essa è caduta. In alcuni testi del «canone» la simmetria è esplorata fino in fondo in modo esplicito, con un rinvio diretto alla storia sacra e alle figure di Cristo e dei martiri. Si prenda, per esempio, L'esule di Pietro Giannone: in uno dei momenti di maggiore intensità emotiva della storia, il protagonista, Edmondo, partecipa a una riunione carbonara celebrata in un luogo segreto, dove gli adepti alla setta si siedono in cerchio intorno a una riproduzione del Cristo crocifisso (41).Quando è il suo momento di parlare, Edmondo invita i suoi confratelli a tentare di liberare l'Italia con la forza delle armi, e a non temere il pericolo della morte, perché

[ ... ] se muorsi tentando, ah! ben si muore; Chè ciò ne ingiunge chi ne diè la vita. Alto è il proposto, nobile, divino;[...] Pur chi fia che di noi s'arresti o ceda? Fratelli, il Giusto non morì del pari Perché l'error s'abiuri e il ver si creda ? (42).

Nella cornice poetico-conativa del suo “All'armi!”, opera patriottica musicata da Giuseppe Verdi, Mameli fa pronunciare ai suoi eroi nazionali un giuramento che richiama con grande precisione la funzione testimoniale del santo martirio patriottico:

Non deporrem la spada
Fin che sia schiavo un angolo Dell'itala contrada,
Fin che non sia l'Italia
Una dall'Alpi al mar.
Noi lo giuriam pei martiri Uccisi dai tiranni,
Pei sacrosanti palpiti
Compressi in cor tanti anni; E questo suol, che sanguina
Sangue dei nostri santi,
Al mondo, a Dio d'innanti Ci sia solenne altar !
(43).

Ed alla stessa funzione esemplare del martirio richiama l'aria del Marino Faliero di Emanuele Bidera, cantata dal capo degli artigiani dell'arsenale, insorti contro il dominio degli oligarchi, mentre sale sul patibolo:

Il palco è a noi trionfo:
Or v'ascendiam ridenti ... Ma il sangue dei valenti Perduto non sarà.
Verran seguaci a noi
I Martiri, gli Eroi,
E se anco avverso, ed empio Il fato a lor sarà;
Avran da noi l'esempio
Come a morir si và
(44).

Ma se la figura dell'eroe-martire ha una funzione cruciale nelle opere letterarie, essa dilaga nella retorica dei testi di piú immediata battaglia politica. Innumerevoli e chiarissimi esempi della forza esercitata dal modello cristologico si possono trovare negli articoli di propaganda di Mazzini. In un articolo del 1832, che illustra finalità e mezzi della Giovine Italia, Mazzini ha modo di insistere sul fatto che, nei primi momenti della lotta, l'efficacia del sacrificio che coraggiosi martiri della patria compiranno potrà sembrare modesto, senza tuttavia che l'opinione pubblica lo ignori, né tantomeno lo disprezzi. Infatti, prosegue Mazzini,

Il sagrificio solenne è venerato anche allora, perché nel core degli uomini v'è un istinto di verità che mormora: quel sangue è sparso per voi: quelle vittime si stanno espiatrici delle vostre colpe; que' martiri equilibrano a poco a poco la bilancia tra le creature e il creatore. E venerato, perché v'è un sublime nel sagrificio, che sforza i nati di donna a curvare la testa davanti ad esso, e adorare; perché s'intravvede confusamente che da quel sangue, come dal sangue di un Cristo, escirà un dí o l'altro la seconda vita, la vita vera d'un popolo - ma la venerazione si consuma sterile e solitaria, nel profondo del core, nel gemito dell'impotenza: non crea imitatori: non risplende maestosa e fidente intorno al simbolo della nuova fede, ma soggiorna paurosa nelle iniziazioni d'un culto proscritto e piange d'un pianto che non ha conforto neppur di fremito. [ ... ]. Ma poi che il pensiero concentrato ne' pochi s'è diffuso alle moltitudini, e la libertà è fatta sorella dell'anima - quando il voto segreto s'è convertito in anelito irrefrenabile, e la speranza in fede, il gemito in fremito - quando il sangue delle migliaia grida vendetta agli uomini e a Dio, ed ogni famiglia conta un martire, o un iniziato alla religione del martirio - quando le madri non hanno piú sonni, l'amplesso delle mogli ha il tremore e il presagio della separazione, e un pensiero di rancore, un pensiero di cupa vendetta solca le fronti de' giovani nati all'amore, e al sorriso spensierato degli anni vergini sottentrano anzi tempo le cure e le gravi apparenze dell'ultima età - allora - l'ora di risurrezione è suonata. Guai a chi non si assume tutto il dolore, tutto il diritto di vendetta solenne, che spetta ai suoi fratelli di patria! - Guai a chi non sente il ministero che le circostanze gli affidano, e reca le idee mal certe del tentativo nella lotta estrema, decisiva, tremenda! - Allora la tirannide ha consumato il suo tempo; le transazioni, e i sistemi di transizione diventano passi retrogradi: la guerra è tant'oltre che tra la distruzione e il trionfo non è via di mezzo, e gli ostacoli che un tempo si logoravano coll'asti della lentezza vanno atterrati rapidamente. - Allora la iniziazione è compiuta - alla religione del martirio sottentra la religione della vittoria - la croce modesta e nascosta s'innalza nell'alto convertita in Labarum: la parola della fede segreta fiammeggia segno di potenza, scritto sulla bandiera de' forti - e una voce grida: in questo segno voi vincerete! (45).

In questa prospettiva, il «risorgimento» non è solo il risveglio alla coscienza di un soggetto collettivo dimentico di sé, ma è vera e propria «risurrezione», cancellazione della colpa originale, riscatto dalla caduta politica ed etica (46). Tutto ciò comporta, però, che venga ricomposta una delle fratture piú dolorose, ovvero quella che ha separato i fratelli dai fratelli; e, in particolare, comporta che sia cancellata l'onta degli innumerevoli tradimenti che hanno macchiato la storia della nazione.
D'altro canto, senza traditore, non ci sarebbe tragico sacrificio; e cosí, come Giuda è causa diretta della sofferenza del Cristo, il traditore è la causa immediata della sofferenza dell'eroe nazionale, e - di conseguenza - della disgrazia della nazione. Ora, se il parallelismo tra il traditore e Giuda è già consentito dall'analogo ruolo che queste figure hanno nella struttura narrativa cristologica e nazionale, un'ulteriore, immediata, testimonianza del nesso tra Giuda e il traditore della patria può essere trovata in una poesia attribuita a Giuseppe Mazzini, intitolata “Anatema!”, nella quale si condanna un anonimo traditore della causa patria. L'anatema viene scagliato con tanta maggiore violenza, in quanto si parla di uno che ha venduto i fratelli dopo essersi insinuato nelle loro file, ed aver giurato con loro di essere pronto a sacrificare se stesso per la causa di tutti. Ma si trattava di una ignobile finzione:

E frattanto, qual Giuda novello, Anelando del vil la mercede,
Ei sacrava del boia al coltello I credenti nell'itala fede;
E frattanto, nell'anima infame, Ei giurava al suo giuro mentir,
E, deluse le nobili trame,Cielo, patria, fratelli tradir.
Oh, la gioia dell'alma fremente All'idea del periglio vicino!
Oh, il desio che alla fervida mente Schiudea l'alba d'un nuovo mattino!
Quando lieta una santa speranza Incorava la nostra virtú,
E all'esosa tedesca baldanza,Segnavamo un nemico di piú.
Come fior trabalzato dal vento. È svanito quel sogno di gloria:
Or ne avanza lo steril lamento, Un sospiro, una triste memoria,
Ah! venduti all'infame sbirraglia, Accusati, dannati in un dì !
Della libera morte in battaglia Fin la speme il crudel ci rapi.
Anatema! d'intorno gli rugga L'ira mia come un'idra feroce;
Sia dolor che ogni nervo gli strugga, Sia terror che gli strozzi la voce.
Dato ai guai dell'eterna bufera Che ai perversi alimenta il destin
L'alba il trovi invocante la sera, E la sera invocante il mattin!
(47).

Il parallelismo tra il traditore e Giuda regge, sempre che ci si limiti ad osservare che il traditore svolge una funzione antagonistica nei confronti dell'eroe. Tuttavia occorre aggiungere che nelle narrazioni dei testi del «canone» ci sono anche delle varianti di questa funzione generale, tra cui di particolare importanza è la variante della macchinazione messa in atto dal traditore per infangare l'onore delle eroine nazionali, una peculiarità che in nessun modo può essere ricondotta alla storia del Cristo. E tuttavia questa variante, difficile da rintracciare in questa forma nella cristologia, ci conduce sulle tracce di un'altra figura fondamentale nella storia del Cristo e nella tradizione cattolica, una figura nella quale si specchiano le eroine nazionali. Le eroine, infatti, sono sistematicamente descritte con i tratti fondamentali della santità virginale: caste e illibate, in alcuni casi; caste e coniugate, buone madri e irreprensibili mogli, in altri. Il modello, qui — del resto spesso esplicitato — è quello della Vergine Maria. La descrizione di Laudomia, nel Niccolò de' Lapi, per esempio, ne dichiara piuttosto chiaramente la derivazione: «A vederla in orazione in atto composto, colle mani giunte, le palpebre abbassate, tanto pura ed onesta nel volto, si sarebbe pensato che quello della Vergine fosse ritratto dal suo» ( 48 ). D'altro canto, la tipologia virginea della futura donna della nazione è tratteggiata, di nuovo, da un componimento
poetico attribuito a Giuseppe Mazzini, la “Ninnarella di una balia ad una bambina”:

Cedi a pacifico Sonno, che lieve Bacia la piccola Fronte di neve. Nella tua culla Dormi, o fanciulla, Veglia la provvida Balia su te. Sappi che rapidi Crescono gli anni;
Ma in sen ci piovono Sopra gli affanni. Tutta ridente Vergin fiorente, Vegli sollecita Madre su te.
Sappi che ai fervidi Itali petti Vengono a battere Pronti gli affetti. Fatta piú grave, Donna soave,
Vegli amorevole Sposo su te. Cedi a pacifico Sonno, che lieve Bacia la piccola Fronte di neve. Nella tua culla Dormi, o fanciulla; La Santa Vergine Vegli su te!
(49).

Ma se, accanto alla purezza virginale, si considera anche la minaccia dell'oltraggio sessuale che le eroine nazionali devono subire, il modello cambia, e diventa, semmai, quello delle sante vergini e martiri. Per le eroine, come per le martiri, la resistenza all'oltraggio è testimonianza di una purezza incontaminata; per le eroine, come per le martiri, la morte è espressione di una fede e di una purezza che non è mai veramente vinta dall'aggressione sessuale. La morte di Ginevra, nell' “Ettore Fieramosca”, ha il valore della dolorosa espiazione purificatrice, dopo essere stata violata contro la sua volontà. Simile, ma molto piú commovente, per via di una diversa resa descrittiva, la figura di Ermengarda, nell'Adelchi. Sposa del re Carlo Magno è stata ripudiata, e quindi profondamente offesa nell'onore, nella purezza, nella castità, celebrata da un giusto e benedetto legame matrimoniale; e cosí ad essa non resta che un deliquio mortuario che la conduca alla purificazione. Paola Azzolini, che - insieme a Gilberto Lonardi - ha sottolineato efficacemente il parallelismo fra cristologia e tragedie manzoniane, osserva, al riguardo:

Il Coro [intorno ad Ermengarda nell'Adelchi] è in gran parte l'apoteosi del dolore che la speranza ultraterrena può redimere, proprio perché esso rappresenta un'espiazione religiosa per tutti: ogni vittima ripete nella sua sofferenza innocente la Redenzione di Cristo. Ma oltre il senso religioso, il dramma umano rimane, aggravato da una coscienza inespressa, oscura di colpa. Ermengarda infatti vuole chiudersi, sparire fra le mura del chiostro, far dimenticare la propria immagine contaminata dal ripudio e, forse, dall'eros (50).

Laudomia (Niccolò de' Lapi) viene salvata dal suo uomo, quando - per sfuggire alla minaccia sessuale del traditore Troilo - sta per ricorrere alla soluzione estrema del suicidio, per difendere la propria purezza. Ed è proprio questa l'estrema risorsa cui ricorre Lucrezia Mazzanti (L'assedio di Firenze) per sfuggire alle voglie di un altro traditore, Giovambattista da Recanati. Ciascuno di questi esempi - anche, si noti bene, quest'ultimo in cui la purezza viene mantenuta attraverso un suicidio - può trovare il suo doppio nella celebrazione di figure di sante martiri, cosí come fa - per esempio - il padre Antonio Cesari in una sua predica del 1824 sulle Vergini cristiane salvate da Cristo. Dopo aver narrato alcune storie di vergini cristiane, la cui purezza - minacciata da bruti concupiscenti - era stata tuttavia salvata dal miracoloso intervento di Cristo, passa poi a narrare il caso piú drammatico di Domnina e delle sue due figlie. La madre aveva educato le due ragazze al culto del «tesoro della loro verginità, mantenuta per amore di Dio ». E tuttavia, in un giorno infausto, esse caddero in mano a soldati che volevano abusare di loro. Domnina non sapeva come fare per proteggere la purezza delle sue figlie; allora, guidata dalla ispirazione divina, implorò i soldati perché permettessero loro - prima di ogni altra cosa - di appartarsi per un momento sulla riva di un fiume che scorreva li vicino, «e volle Iddio, che a ciò trovassero facili e condiscendenti quella canaglia». Giunte sulla riva del fiume, la madre disse alle due figlie che non rimaneva loro altra scelta che gettarsi nel fiume e lasciarsi affogare. Le figlie si dissero d'accordo, e cosí le tre donne si calarono nelle acque e si lasciarono sommergere dalla corrente (51). La stretta analogia tra la storia di Domnina e delle sue figlie e quella di Lucrezia Mazzanti - enfatizzata dalla presenza in entrambe le vicende del simbolo dell'acqua purificatrice - appare piuttosto evidente. Ma ciò che piú conta è il commento che Cesari riserva all'episodio di Domnina. Esso - secondo il predicatore - dev'essere interpretato come un miracolo attraverso il quale Cristo offre un ulteriore omaggio alla «santa Verginità». E il miracolo consistette appunto nel

... coraggio sopra natura ispirato alle Vergini spose sue di mettersi elle stesse alla morte; per non perdere il tesoro della loro onestà. Questo fu veramente miracolo da reputare a Dio solo, ed alla sua ispirazione; sí perché tanto coraggio e fortezza d'animo è al tutto superiore al lor sesso; e sí perché senza movimento da Dio non è lecito il dare a sé stesse la morte per fuggire il pericolo d'essere vituperate. Or essendo queste Vergini della Chiesa onorate per Sante, egli è certo, che per movimento dello Spirito santo gittarono cosí la vita (52).

In definitiva, attraverso questo sistema di calchi e derivazioni, le figure della narrazione nazionale possono esser sembrate ammirevoli, e - in qualche misura - profondamente familiari, ai molti che, proprio in quegli anni, facevano del culto del Cristo, di Maria Vergine e dei santi martiri, il centro della pratica devozionale. Una sovrapposizione cosí insistita delle morfologie narrative e dei profili dei personaggi può aver costituito un potentissimo punto di forza comunicativo dell'intero discorso nazionale, ed aver reso ricchi di risonanze plausibili i piú espliciti e scoperti inviti a considerare il positivo rapporto tra la nazione italiana e la tradizione cattolica. Tuttavia, se la morfologia generale del racconto nazionale sembra derivata piuttosto direttamente dalla cristologia, è certo che non tutto, e non sempre, fila davvero liscio, perché i campi semantici specifici che connotano le singole figure della narrazione non si piegano perfettamente ai canoni della storia del Cristo: il suo sacrificio, infatti, è compiuto per un'idea di amore che non ha barriere né di popolo, né di lingua, né di territorio, né di razza. All'opposto, è piuttosto chiaro che gli eroi nazionali vogliono il riscatto di una comunità che implica - per definizione - l'esistenza e l'esaltazione proprio di quelle barriere. L'opera di Cristo è un'opera di pace; gli eroi della nazione sono - chi piú chi meno - dei soldati, per i quali il ricorso alla violenza, fosse anche sotto l'etichetta della guerra santa, è questione vitale.
Tra gli intellettuali cattolici, Manzoni è uno dei primi a cogliere la contraddizione tra le figure della nazione e gli ideali del cattolicesimo, cui esse sembrano rimandare. Il coro del “Carmagnola” - amato in ambiti patriottici, poiché stigmatizzala follia delle divisioni all'interno di una stessa nazione - pure si conclude con un messaggio che lo stesso Manzoni, altrove, definisce «cosmopolitico». Ecco arrivare lo straniero, e cogliere il frutto delle guerre fratricide:

Stolto anch'esso! Beata fu mai Gente alcuna per sangue ed oltraggio ?
Solo al vinto non toccano i guai; Torna in pianto dell'empio il gioir.
Ben talor nel superbo viaggio Non l'abbatte l'eterna vendetta;
Ma lo segna; ma veglia ed aspetta; Ma lo coglie all'estremo sospir.
Tutti fatti a sembianza d'un Solo; Figli tutti d'un solo Riscatto,
In qual'ora, in qual parte del suolo Trascorriamo quest'aura vital,
Siam fratelli; siam stretti ad un patto: Maladetto colui che lo infrange,
Che s'innalza sul fiacco che piange, Che contrista uno spirto immortal !
(53).

Ecco che qui la fratellanza viene ricondotta all'interno della dimensione universalistica del messaggio cristiano, sottraendola al carattere particolaristico che una rilettura in senso nazionale le stava imprimendo. E se è vero che in un capitolo inedito delle “Osservazioni sulla morale cattolica”, redatto nello stesso anno del Carmagnola (54), e poi due anni dopo nell' ”Adelchi” e nel “Discorso sur alcuni punti della storia longobardica in Italia”, e, ancora, piú tardi, e piú chiaramente, nel “Marzo 1821”, Manzoni risolveva questo contrasto a favore delle ragioni delle nazioni oppresse, altri percorrevano la strada inversa, muovendo da una valorizzazione delle ragioni della nazione per ritornare a una concezione universalistico-cattolica dei rapporti tra gruppi sociali e nazionali. E il caso, questo, di Silvio Pellico. L'esperienza della prigione è -per lui - l'occasione di una vera e propria conversione religiosa, di cui “ Le mie prigioni” sono fedele testimonianza (ancor prima di essere una descrizione del martirio di un patriota, secondo un'interpretazione assai diffusa in questo periodo). Pur senza rinnegare mai i suoi sentimenti patriottici (55) passando attraverso l'esperienza dello Spielberg, Pellico li immerge in una concezione irenica, nella quale - alla fine - le differenze nazionali non sono che dati accidentali, superati - o superabili - in nome della comune fratellanza in Cristo:

Gesù Cristo lo dichiarò: tutta la legge ed i Profeti, tutta questa collezione di libri sacri, si riduce al precetto d'amar Dio e gli uomini. E tali scritture non sarebbero verità adatta a tutti i secoli? non sarebbero la parola sempre viva dello Spirito Santo? Ridestate in me queste riflessioni, rinnovai il proponimento di coordinare alla religione tutti i miei pensieri sulle cose umane, tutte le mie opinioni sui progressi dell'incivilimento, la mia filantropia, il mio amor patrio, tutti gli affetti dell'anima mia (56).

Animato da questo spirito di riconciliazione, tosi ricorda i suoi sentimenti nel viaggio verso lo Spielberg:


Essere costretto da sventura ad abbandonare la patria è sempre doloroso, ma abbandonarla incatenato, condotto in climi orrendi, destinato a languire per anni fra sgherri, è cosa sí straziante che non v'ha termini per accennarla! Prima di varcare le Alpi, vieppiú mi si faceva cara d'ora in ora la mia nazione, stante la pietà che dappertutto ci dimostravano quelli che incontravamo. In ogni città, in ogni villaggio, per ogni sparso casolare, la notizia della nostra condanna essendo già pubblica da qualche settimana, eravamo aspettati. In parecchi luoghi, i commissaria e le guardie stentavano a dissipare la folla che ne circondava. Era mirabile il benevolo sentimento che veniva palesato a nostro riguardo. [Ma] m'ingannava, stimando che quella compassione che trovavamo in Italia, dovesse cessare, laddove fossimo in terra straniera. Ah il buono è sempre compatriota degl'infelici! Quando fummo in paesi illirici, e tedeschi, avveniva lo stesso che ne' nostri. Questo gemito era universale: arme Herren! (poveri signori!) Talvolta entrando in qualche paese le nostre carrozze erano obbligate di fermarsi, avanti di decidere dove s'andasse ad alloggiare. Allora la popolazione si serrava intorno a noi, ed udivamo parole di compianto che veramente prorompevano dal cuore. La bontà di quella gente mi commoveva piú ancora di quella de' miei connazionali. Oh come io era riconoscente a tutti! Oh quanto è soave 'la pietà de' nostri simili! Quanto è soave l'amarli! (57).

Non è un caso, credo, che la virata spirituale di Pellico si sia perfezionata, dopo la sua liberazione e il suo ritorno a Torino, sotto la guida spirituale e l'influenza anche di padri gesuiti. Sono, infatti, proprio gesuiti coloro che con maggior lucidità avvertono i pericoli comportati dall'operazione di calco che gli intellettuali romantici hanno operato per costruire l'immagine della nazione italiana e dei suoi diritti, diritti che, qualunque cosa si potesse dire in contrario, apparivano minacciosi sia per l'autorità spirituale del pontefice, sia per la sua autorità temporale. Questi dubbi vennero espressi nel corso di una dura polemica suscitata dalla pubblicazione dei “Prolegomeni al Primato” e del “Gesuita moderno” di Gioberti, cui risposero, in occasioni diverse, padre Carlo Maria Curci e padre Luigi Taparelli d'Azeglio (fratello di Massimo e di Roberto). Dei due gesuiti, il primo, con un saggio edito nel 1845, pose l'accento sul contrasto fondamentale tra messaggio nazionale e missione cattolica, che Gioberti aveva invece voluto fondere indissolubilmente, osservando «che "la redenzione di Cristo non è la redenzione d'Italia", mentre da parte dei giobertiani "a nome dell'Evangelo si pretende il Parlamento, a nome del Papa la confederazione italica, e a nome della morale cristiana lo scacciamento del Tedesco dal Lombardo-Veneto"» ( 58 ). Padre Taparelli intervenne l'anno successivo con un testo teorico — “Della nazionalità” -, concepito originariamente come appendice al suo “Saggio teoretico di diritto naturale appoggiato sul fatto”, pubblicato già nel 1840. Pur riconoscendo l'esistenza del fenomeno nazionale, Taparelli negava che esso potesse essere considerato come il principio costitutivo degli stati, la cui legittimità riposava invece sui diritti preesistenti dei sovrani (59). A partire da questa scansione gerarchica che poneva al vertice dei sistemi politici il diritto dei sovrani legittimi, Taparelli affrontava la questione dell'indipendenza nazionale:

... essendo il diritto dell'umana società motore supremo, ei si fa evidente dover la risposta [al quesito sull'indipendenza] distinguere le varie condizioni dei popoli ... Certamente se un popolo vien tenuto in soggezione indebita, la nazionalità avrà diritto all'indipendenza; ma se un diritto riconosciuto ab antico dalla nazione, autenticato dalle transazioni internazionali, usato giustamente da chi n'è investito, tenga da lungo tempo una nazione o qualche sua parte sotto la dipendenza d'un'altra; allora il voler ad un tratto sprigionarla da tal soggezione, gridando che ogni nazione debb'essere indipendente, egli è un volere che il diritto ceda alla geografia, alla lingua, al commercio e ad altrettanti motivi d'importanza materiale (60).

Se il principio nazionale non era fondativo dei sistemi politici, non era nemmeno il mezzo per giungere a un piú alto affratellamento dell'umanità, come aveva sostenuto Gioberti (e prima di lui, e con forza anche maggiore Mazzini). Infatti, osservava Taparelli in un'ulteriore replica a Gioberti, i fondamenti per un'umanità affratellata erano già perfettamente attivi attraverso l'opera di apostolato della Chiesa, nei cui confronti i sentimenti nazionali non potevano che avere una funzione sussidiaria e non certo sostitutiva (61). Fin qui si era rimasti nell'ambito degli scontri dialettici tra intellettuali gesuiti e uno dei piú autorevoli portavoce del discorso nazionale, che, tuttavia, erano stati messi in secondo piano dalla cronaca politica della metà degli anni '40, e soprattutto dall'elezione al pontificato di Pio IX e dai suoi primi atti di governo. Per quasi due anni, dal 1846 al 1848, il nuovo papa era potuto apparire nelle vesti del leader politico e spirituale del risorgimento nazionale, di quell'autorità a cui Gioberti, nel “Primato”, aveva riservato la presidenza della possibile confederazione italica. Nei primi mesi del 1848, tale impressione era stata confermata dalla decisione presa dal pontefice di autorizzare l'invio di un corpo di spedizione pontificio, che prendesse parte alle operazioni della guerra contro l'Austria al fianco dell'esercito sardo, dei volontari toscani e del corpo di spedizione napoletano. Tale decisione era stata presa con molte incertezze e sottili distinguo, ed era il punto estremo di un'impossibile illusione, la cui fine era prossima. Di li a poco, infatti, nella sua Allocuzione al Concistoro del 29 aprile, Pio IX ritirò il suo appoggio alla guerra nazionale, motivandolo con entrambi gli argomenti elaborati negli anni precedenti da Curci e da Taparelli. Da un lato, infatti, invitava «i popoli d'Italia» a «restar attaccati fermamente ai loro principi», la cui benevolenza avevano già avuto modo di sperimentare. Dall'altro chiariva che il suo compito di guida spirituale di tutta la Chiesa gli imponeva il perseguimento di obiettivi universali, che, per natura, non potevano essere legati agli interessi dell'una o dell'altra nazione: «Noi, - diceva Pio IX, - sebbene indegni, facciamo in terra le veci di Colui che è autore di pace e amatore di carità, e secondo l'ufficio del supremo nostro apostolato proseguiamo ed abbracciamo tutte le genti, popoli e nazioni con pari studio di paternale amore » (62).
Una presa di posizione di questo tipo generò una profonda frattura nell'opinione pubblica cattolica, tra coloro che ritennero di dover continuare ad ascoltare il pontefice nella sua veste di autorità spirituale e temporale, e coloro che invece ritennero di dover riservare fedeltà solo alle indicazioni di carattere spirituale, restando fedeli agli ideali nazionali maturati negli anni precedenti. Non c'è dubbio che, in quel momento, la presa del discorso nazionale veniva messa a dura prova. Tuttavia occorre di nuovo sottolineare che si trattava di un discorso che non dipendeva in toto dalla tradizione etica e narrativa cristiana: infatti se la morfologia della narrazione nazionale derivava alcuni dei suoi aspetti e delle sue figure piú importanti dalla cristologia, i tratti etici delle singole figure se ne allontanavano abbastanza sensibilmente: se da un lato c'era amore universale e rifiuto di ogni violenza, dall'altro - bene o male che fosse - c'era particolarismo e sete di sangue straniero. Quella nazionale era, dunque, una formazione discorsiva la cui costruzione retorica poteva essere svelata e duramente criticata da una prospettiva cattolica ortodossa, cosí come avevano fatto padre Curci, padre Taparelli o Pio IX. Ma, al tempo stesso, essa si basava anche su un rapporto intertestuale con la cristologia (calco morfologico, ma differenziazione semantica), che produceva moltissime assonanze tra di loro, ma che, di fatto, ne faceva due dimensioni spirituali profondamente diverse. L'efficacia del discorso nazionale stava anche in questa ambivalenza, mi pare.


NOTE

23 Gioberti invece sottolinea le analogie tra la storia del popolo di Israele e quella della nazione italiana (cfr. F. TRANIELLO, La polemica Gioberti-Taparelli sull'idea di nazione cit., pp. 53-54).
24 «La rivoluzione italiana, - ha scritto Simonetta Soldani, - è piena di preti e frati pronti a celebrare messe e funzioni sacre a scopo "patriottico" e civile; a benedire guardie civiche e tricolori, volontarie reduci; a predicare la santità della cacciata degli austriaci dall'Italia, "nazione redentrice"; a esaltare quell'entità collettiva tanto cara alla cultura e alla mentalità romantica e tanto intrinseca alla "rinascita cattolica" della Restaurazione che è il "popolo", voce di Dio» (s. SOLDANI, Donne e nazione nella rivoluzione italiana del 1848, in «Passato e Presente», 1999, n. 46, p. 81).
25 P. BROWN, Il culto dei santi. L'origine e la diffusione di una nuova religiosità, Einaudi, Torino 1983, P. 45
26 Sull'importanza della messa nella cultura religiosa italiana di inizio Ottocento cfr. P. STELLA, Prassi religiosa, spiritualità e mistica nell'Ottocento, in Storia dell'Italia religiosa, III: L'età contemporanea, a cura di G. De Rosa, T. Gregory e A. Vauchez, Laterza, Roma-Bari 1995, PP. 123 sgg.
27 Derivata, secondo James Billington, da una originaria matrice misterico massonica ( J. H. BILLINGTON, Con il fuoco nella mente. Le origini della fede rivoluzionaria, il Mulino, Bologna 1986).
28 G. MAZZINI, Dei doveri dell'uomo, ed. cit., pp. i o6-7. Il brano è tratto da un capitolo originariamente pubblicato in «Pensiero e Azione», 1860.
29 Ibid., pp. 108 - 9.
30. STELLA, Prassi religiosa cit., pp. 124-25.
31 R. HERTZ, Introduzione. Il peccato e l'espiazione nelle società primitive, in ID., La preminenza della destra e altri saggi, a cura di A. Prosperi, Einaudi, Torino 1994, P. 10.
32 Ibid., p. 21.
33 Cfr., per esempio, A. CESARI, Gesú Cristo redentore. Sermoni inediti o sparsi, Tipografia Editrice Guidetti, Reggio Emilia 1918; e m., Maria, i Santi e Benefattori insigni. Sermoni inediti o sparsi, Tipografia Editrice Guidetti, Reggio Emilia 1930. Nato a Verona nel 1760, Antonio Cesari è una figura di spicco sia del dibattito linguistico-letterario che dell'elaborazione cattolica della Restaurazione. Dopo aver vestito l'abito di chierico ed essere stato ordinato sacerdote, dedicò buona parte della sua vita agli studi di carattere linguistico-letterario; tra i suoi lavori principali, in questo ambito, il Vocabolario degli Accademici della Crusca. Oltre le giunte fatteci finora, cresciuto d'assai migliaia di voci e modi de' Classici, le piú trovate da' Veronesi. Dedicato a Sua Altezza Imperiale il Principe Eugenio Vice-Re d'Italia, 1806-11, e la Dissertazione sopra lo stato presente della lingua italiana, 181o. Ma fu attivissimo anche come divulgatore dei fondamenti della tradizione sacra, attraverso la pubblicazione di numerosi libri di soggetto sacro (tra cui La vita di Gesú Cristo, del 1817 o I Fatti degli Apostoli, del 1821), attraverso la traduzione di importanti opere, tra cui fondamentale la traduzione dal latino all'italiano dell'Imitazione di Cristo, 1785, e attraverso la sua opera di predicatore, che - tra il 1821 e il 1828 - gli fece percorrere buona parte dell'Italia centro settentrionale, destando ammirazione e riscuotendo grandissimo successo (cfr. S. TIMPANARO,Cesari, Antonio, in Dizionario Biografico degli Italiani, Istituto della Enciclopedia Italiana, Roma 1980, XXIV).
34 Si tratta di una guida al perfezionamento spirituale, scritta - con tutta probabilità - da Tommaso da Kempis nel XV secolo, e ancora popolarissima nell'Ottocento, tanto da avere, tra 1800 e 1860, 90 edizioni (Clio).E' anche ricordato esplicitamente come uno dei libri preferiti dei prigionieri dello Spielberg, o di Olimpia Savio, o di Quintino Sella, o dei giovani Emilio ed Enrico Dandolo, alla meditazione del quale furono incessantemente invitati dal loro padre, Tullio (cfr. s. PELLICO, Le mie prigioni, in m., Opere scelte cit., pp. 550-5 1; R. RICCI, Memorie della baronessa Olimpia Savio cit., I, p. 15; Museo Nazionale del Risorgimento Italiano, Torino, Sala 22; T. DANDOLO, Ricordi biografici dell'adolescenza d'Enrico e d'Emilio Dandolo. Lo spirito della Imitazione di Gesú Cristo esposto e raccomandato da un padre ai suoi figli adolescenti (corrispondenza e lettere famigliari2 voll., Francesco Sanvito, Milano 1861). Riferimenti diretti all'interpretazione sacrificale-testimoniale dell'esperienza del Cristo e dei santi martiri possono essere trovati in L. MARTINI, Il Confortatorio di Mantova negli anni 1851, 52,53 e 55, 2 voll., Tip. Balbiani, Mantova 1870-71; L. SETTEMBRINI, Ricordanze cit.; N. TOMMASEO, Memorie poetiche cit.; G. GIUSTI, Vita scritta da lui medesimo, Le Monnier, Firenze 1937; e E. TOSCANELLI PERUZZI, Vita di me, raccolta dalla nipote Angiolina Toscanelli Altoviti Avila, Vallecchi, Firenze 1934.
35 Luca, XXIV.46.26.
36 Imitazione di Cristo, Rizzoli, Milano 1998, p. 141.
37 «Odiare la propria anima nel linguaggio biblico, significa il disprezzo della vita terrena che giunge fino ad affrontare la morte per motivi spirituali» (ibid.).
38 Ibid., P. 55
39 Ibid., P. 145.
40 E di altri ancora: cfr., per esempio, l'invocazione di Leopardi in “All'Italia” («nessun pugna per te? non ti difende nessun de' tuoi? L'armi, qua l'armi: io solo combatterò, procomberò sol io. Dammi, o ciel, che sia foco Agl'italici petti il sangue mio »).
41 P. GIANNONE, L'esule cit., p. 197.
42 Ibid., p. 212.
43 G.MAMELI, Allarmi! cit. La musica per il testo di Mameli era stata chiesta a Verdi da Mazzini, nel 1848; nella lettera a Mazzini, che conteneva lo spartito, Verdi scriveva, fra l'altro: «Possa quest'inno, fra la musica del cannone, essere presto cantato nelle pianure lombarde. Ricevete un cordiale saluto da chi ha per voi tutta la venerazione» (cit. da S. Ragni, in G. MAZZINI, Filosofia della musica, Offset Grafica, Pisa 1996, P. 48 ). Sui rapporti, in realtà non troppo buoni, tra Mazzini e Verdi, cfr. ibid., pp. 47-49 Cfr. anche R. MONTEROSSO La musica nel Risorgimento, Arte Lito-Tipografica, Milano 1948, pp. 188-89
44 E.BIDERA ], Marino Faliero cit., pp. 46-47. Questa era l'aria che uno dei giustiziati di Belfiore, Angelo Scarsellini, cantava in carcere nel 1852 (L. MARTINI, Il Confortatorio di Mantova cit., I, pp. 116-17).
45 G.MAZZINI, Della Giovine Italia [in «Giovine Italia», Marsiglia 1832, fasc. IJ, in ID., Scritti politici cit., I, pp. 81-83.
46 Questo è poi il significato originario della parola «risorgimento», attestata dai maggiori vocabolari primo-ottocenteschi: «RISORGIMENTO. Il risorgere. Risurrezione. Lat. resurrectio. Gr. anasasis [sic.] (Vocabolario degli Accademici della Crusca. Oltre le giunte fatteci finora, cresciuto d'assai migliaia di voci e modi de' Classici, le piú trovate da' Veronesi. Dedicato a Sua Altezza Imperiale il Principe Eugenio Vice-Re d'Italia, Dionigi Ramanzina, Verona 1806, V, P. 436); «RISORGIMENTO. Il risorgere. Risurrezione. Lat. resurrectio. Gr. anastasis » (Vocabolario della lingua italiana già compilato dagli Accademici della Crusca ed ora novamente corretto ed accresciuto dall'abate Giuseppe Manuzzi, David Passagli e Soci, Firenze 1838, p. 916); «RISORGIMENTO. Il risorgere. (V. Risurrezione). […] 2 - Detto Di città vale del suo rialzarsi e tornare in buono stato» (Vocabolario Universale della lingua italiana. Edizione eseguita su quella del Tramater di Napoli con giunte e correzioni per cura del Professore Bernardo Bellini, Prof. Don Gaetano Codogni, Antonio Mainardi ecc. ecc., Editori Fratelli Negretti, Mantova 1852, V, p. 900). Solo con il Dizionario di Tommaseo e Bellini viene attestato il significato di «risorgimento della nazione a vita civile migliore» (Dizionario della lingua italiana nuovamente compilato dai Signori Niccolò Tommaseo e Cav. Professore Bernardo Bellini, Utet, Torino-Napoli 1872, IV, P. 369).
47 G. MAZZINI, Anatema! , vv. 17-48, in I poeti minori dell'Ottocento cit., II. Mazzini ricorre anche altrove alla figura di Giuda per indicare i traditori, per esempio quando parla del trattamento riservato a costoro dalla prima Giovine Italia: «A chi ci proponeva di spegnerei traditori e spie, rispondevamo: Additate i Giuda a tutti e basti per essi l'infamia» (ID., Note autobiografiche cit., p. 129).
48 M. D'AZEGLIO, Niccolò de' Lapi ovvero i Palleschi e i Piagnoni, ed. cit., P. 447
49 G.MAZZINI, Ninnarella di una balia ad una bambina, vv. 1-32, in I poeti minori dell'Ottocento cit., Il.
50 P. AZZOLINI, Postfazione, in A. MANZONI, Adelchi, ed. cit., P. 271.
51 A. CESARI, Vergini cristiane salvate da Cristo, in ID., Maria, i Santi e Benefattori insigni cit., PP. 327-29.
52 Ibid., P. 327.
53 A. MANZONI, Il conte di Carmagnola, ed. cit., vv. 113-28.
54 Nella seconda parte delle Osservazioni sulla morale cattolica, rimasta inedita, in un capitolo sugli odi nazionali, dopo aver riaffermato la sua fede nella fratellanza in Cristo, e la necessità di abbandonare ogni tipo di ostilità tra nazioni, Manzoni concedeva, tuttavia, che la reazione violenta di una nazione alle ingiuste prepotenze di un'altra avesse una sua legittimità etica, poiché se ciò era un male in sé era purtuttavia un male provocato da un altro male ancora maggiore (A. MANZONI, Abbozzi da riferire alla parte prima della «Morale cattolica», in m., Tutte le opere cit., III: Opere morali e filosofiche, a cura di F. Ghisalberti, Mondadori, Verona 1963, P.
55 Per i quali cfr. - oltre ai riferimenti testuali piú sotto citati - anche s. PELLICO, Le mie prigioni. Capitoli aggiunti [1843-56], e Dei doveri degli uomini. Discorso ad un giovane [1834], in ID., Opere scelte cit., pp. 598-99, 634-37
56 ID., Le mie prigioni di Silvio Pellico da Saluzzo [1832], ibid., p. 437
57 Ibid., PP. 500-2.
58 C. M.CURCI , Fatti ed argomenti in risposta alle molte parole di V. Gioberti intorno ai Gesuiti nei Prolegomeni al Primato, Napoli 1845, cit. in F. TRANIELLO, Religione, nazione e sovranità nel Risorgimento italiano, in «Rivista di Storia e Letteratura Religiosa», 1992, n. 2, P. 336.
59 Taparelli, inoltre, sminuiva molto la portata del fenomeno nazionale,insistendo sui suoi
caratteri contingenti e transeunti: «Contingente si è nella sua applicazione il vocabolo Nazione, giacché chi non vede esser oggidì la Nazioni tutt’altre da quelle che furono? E chi assicura che
non saranno fra un secolo tutt'altre da quello che or sono? Si parla di confini naturali; ma la terra, poco piú poco meno, è sempre la stessa: e i confini naturali quante volte mutaronsi! [...] e chi sa dirmi quali mutazioni avranno prodotte fra un secolo le locomotive e i telegrafi, le associazioni e la libertà politica? [...] Tutto è contingenza, tutto eventualità nell'applicazione concreta dell'ideale Nazione: toglietene la costante, l'invariabile norma del diritto, e ridurrete ogni ordine pubblico a barcollare perpetuamente sopra l'onde burrascose delle vicende» (cit. in F. TRANIELLO, La polemica Gioberti-Taparelli sull'idea di nazione cit., pp. 48-49)
60 Ibid., PP. 47-48
61 Ibid., pp. 58-59
62 Allocuzione di Pio IX (29 aprile 1848), in D. MACK SMITH, Il Risorgimento italiano. Storia e testi, Laterza, Roma-Bari 1968, p. 276. Il corsivo è mio.

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MessaggioInviato: Lun Apr 23, 2012 5:48 pm    Oggetto:  
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Interessante disamina di argomenti a noi molto familiari, già affrontati a vario titolo.

Vorrei focalizzare il succo di questo estratto nel seguente concetto:

Secondo Mazzini, dunque, collocata su un piano gerarchicamente superiore alle altre forme associative, in virtú della natura collettiva delle sue finalità, la nazione si propone, in continuità con l'esperienza cristiana, come una comunità di fratelli dotata di un respiro etico che la trasforma in qualcosa di sacro. Cosí, a fianco di una declinazione biologico-naturale della metafora parentale, se ne fa strada un'altra che pone l'accento sulla natura santa e spirituale dei legami cui tale metafora allude. Ma ancor piú diretta e piú cogente è la simmetria che collega la triade figurale della narrazione nazionale (gli eroi; i traditori; le vergini), a quella che struttura la storia della redenzione (Gesú Cristo e, con lui, i suoi seguaci, apostoli e martiri; Giuda; la vergine e, con lei, le sue imitatrici, sante e martiri). Quali sono gli elementi del nesso analogico ? Cominciamo ad esplorarli osservando la relazione intertestuale tra la figura del Cristo e dei santi martiri da un lato, e quella degli eroi nazionali dall'altro. In forme rituali diverse, le principali pratiche cultuali dell'Italia di inizio Ottocento - la messa e la recita del rosario - rinnovavano ogni volta la storia del Cristo, con una particolare enfasi mistica sul suo momento culminante, ovvero il sacrificio compiuto da Lui sulla croce per la riconciliazione di Dio con l'intera umanità (30)

Come anche nel seguente brano:

"..Il coro del “Carmagnola” - amato in ambiti patriottici, poiché stigmatizzala follia delle divisioni all'interno di una stessa nazione - pure si conclude con un messaggio che lo stesso Manzoni, altrove, definisce «cosmopolitico»...Ecco che qui la fratellanza viene ricondotta all'interno della dimensione universalistica del messaggio cristiano, sottraendola al carattere particolaristico che una rilettura in senso nazionale le stava imprimendo. E se è vero che in un capitolo inedito delle “Osservazioni sulla morale cattolica”, redatto nello stesso anno del Carmagnola (54), e poi due anni dopo nell' ”Adelchi” e nel “Discorso sur alcuni punti della storia longobardica in Italia”, e, ancora, piú tardi, e piú chiaramente, nel “Marzo 1821”, Manzoni risolveva questo contrasto a favore delle ragioni delle nazioni oppresse, altri percorrevano la strada inversa, muovendo da una valorizzazione delle ragioni della nazione per ritornare a una concezione universalistico-cattolica dei rapporti tra gruppi sociali e nazionali"

E' infatti questa "ispirazione Spiritualistica" ad essere ripresa e sviluppata dal Fascismo, che aveva ben compreso l'assoluta "inadempienza" dei cosiddetti "moti risorgimentali", che avevano lasciato intatti tutti i problemi della Nazionalità e dell'Indipendenza, a causa della "rinuncia" (voluta o meno che fosse stata, dovuta o meno a contingenze storiche) all'adempimento della vera e Indipendente Costituzione Nazionale.

E' anche chiaro cosa questo processo di "osmosi" del Simbolismo Cristiano Cattolico negli Ideali di QUESTO tipo di Risorgimento avesse portato: alla "Santificazione della Patria", ovvero all' "inserimento" di essa nella "Volontà di Dio", che così la "Benediceva", dandole Martiri, Giusti ed Eroi che pativano per Essa, sull'Esempio dei Santi!

Infatti non v'è il minimo dubbio che i pensatori del "Risorgimento mancato", pensatori Spiritualisti, tra cui annoveriamo il MAzzini, il Gioberti, il Pellico, prima ancora il Manzoni, avevano sintetizzato un'Idea di Patria e di COMUNITA' NAZIONALE, tale da renderla espressione diretta della stessa Volontà Divina, e tale da renderla potratrice di quella Giustizia, Politica e Sociale, che non si fermava solo all'Immediato, ma voleva elevarsi a modello "perenne" che avrebbe identificato quella data Nazione nei secoli.

Ebbene, ciò che mancava alla visione "particolaristica" di taluni pensatori risorgimentali di questo tipo era l'Universalismo della Patria. Ovvero, quella convinzione che credesse il modello di cittadinanza che si stava elaborando come un modello non solo inseribile dentro confini fisici ben precisi, ma estendibile ai popoli che lo voloevano condividere!

In nuce, questo anelito è presente già ne I Doveri dell'Uomo del Mazzini, il quale considerava ROMA come il modello politico idoneo per l'Italia, da sviluppare per il domani. Ma il Manzoni, come ricorda la citazione qui sopra, proprio a causa della formazione Spirituale che lo animava, aveva subito evidenziato il respiro "Universale" della lotta delle Nazioni, che non poteva fermarsi ai semplici confini interni!

E' qui che la mediazione CULTURALE del Cattolicesimo diventa evidente, e lo sarà anche per il Fascismo, che ne farà proprio il concetto fondante: l'Universalismo Romano viene mediato dal Cattolicesimo, che lo esprime con l'Etica Romana Cristiana. Etica che è il sostrato in cui maturano i concetti di Sacrificio e Martirio propri della visione Nazionale e Universale Fascista.

Chiaramente questi orientamente lungi dal voler "sostituire" il concetto di "Dio" della Religione, davano invece alla Causa Patria il crisma della "Santità", e usavano linguaggi che il "collante culturale" del Popolo, il Cattolicesimo, aveva inculcato profondamente nelle masse.

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"La mistica appunto precisa questi valori...nella loro attualità politica...e dimostra l'universalità di luogo e di tempo del Fascismo"(Giani)
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Marcus
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MessaggioInviato: Lun Apr 23, 2012 7:43 pm    Oggetto:  
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Prendendo atto della citazione del testo di cui sopra, nell'attesa di una eventuale confutazione documentata rispetto a quanto esso riporta, mi permetto a questo punto di domandare a tutti gli utenti se in coscienza, con assoluta onestà intellettuale, sia possibile dubitare da un punto di vista culturale in merito alla "universalita' della cultura Cattolica come modellatrice dell' identita' italiana" e dunque, viceversa, se affermandone l'importanza ciò può costituire una qualche sorta di mancanza di rispetto nei confronti di chiunque. Vediamo quanti sono in grado di rispondere chiaramente ad una domanda semplice come questa Exclamation
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Marcus ha scritto:
Prendendo atto della citazione del testo di cui sopra, nell'attesa di una eventuale confutazione documentata rispetto a quanto esso riporta, mi permetto a questo punto di domandare a tutti gli utenti se in coscienza, con assoluta onestà intellettuale, sia possibile dubitare da un punto di vista culturale in merito alla "universalita' della cultura Cattolica come modellatrice dell' identita' italiana"

Mi pare che sul fatto indiscutibile che l'influenza cattolica nei confronti della cultura italiana e nello specifico dell'etica fascista si fosse d'accordo. Nessuno ha affermato che il cattolicesimo non ha influenzato oppure ha avuto solo un ruolo marginale nella creazione della cultura e dell'identità italiana, così come analogo discorso si potrebbe fare per la Spagna, per l'Austria, per la Polonia...

Marcus ha scritto:
e dunque, viceversa, se affermandone l'importanza ciò può costituire una qualche sorta di mancanza di rispetto nei confronti di chiunque.

in Italia si può benissimo, ed è giusto, difendere le proprie origini cattoliche e romane e rivendicarle quando si vuole. Questo in base al principio che ogni popolo, se vuole mantenere la propria autocoscienza, deve ricordarsi da dove viene, altrimenti finirà per smarrire sé stesso.

Tuttavia, ricordare le proprie origini non significa comportarsi come se queste fossero in ogni istante la realtà attuale: una qualche forma di evoluzione nella società c'è per forza di cose. Il Fascismo, al momento della sua creazione, attinse a piene mani da ciò che aveva a disposizione, ovvero il patrimonio culturale e di valori a cui il cattolicesimo, lo ricordiamo ancora, aveva sempre contribuito da protagonista. Questo ha portato ad una certa sovrapponibilità dei valori cattolici e di quelli fascisti.
Valori che, in un'ottica universale, sono ancora validi ma non in quanto cattolici, bensì in quanto fascisti.

E tutto il discorso sull'importanza delle origini vale anche per i popoli innumerevoli che vivono fuori dall'Italia, ma di volta in volta con le peculiarità loro. Per cui un turco, un russo o un coreano non si riconosceranno in quelle origini, tuttavia potranno condividere i valori fascisti, universali. Che, dal loro punto di vista, saranno "incidentalmente" coincidenti con quelli cattolici.

Ricapitolando, rispondo in maniera "secca" alla domanda da te posta:
No, in Italia affermare l'importanza della cultura cattolica non è una mancanza di rispetto nei confronti di chiunque. Potrebbe invece esserlo in un'ottica estera, laddove le peculiarità dei singoli popoli non la condividano.

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MessaggioInviato: Sab Mag 05, 2012 3:18 pm    Oggetto:  
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Citazione:

Tuttavia, ricordare le proprie origini non significa comportarsi come se queste fossero in ogni istante la realtà attuale: una qualche forma di evoluzione nella società c'è per forza di cose


Bisogna vedere queste "evoluzioni" cosa evolvono. Non è detto che per il fatto stesso che ci siano "evoluzioni" esse siano buone e giuste. Se uno dovesse prendere per assoluto questo concetto, allora, lo ripeto, dovremmo accettare l'evoluzione Sociale e (in)civile in cui siamo. Anche questa è una "evoluzione".

Il nostro concetto di "evoluzione" non si stacca dalle BASI Civili, che dal nostro punto di vista dovrebbe svilupparsi SENZA NEGARSI. Altrimenti non si è più in presenza di una Civiltà, ma di un'altra. Ci va bene quest'altra?

Citazione:

Il Fascismo, al momento della sua creazione, attinse a piene mani da ciò che aveva a disposizione, ovvero il patrimonio culturale e di valori a cui il cattolicesimo, lo ricordiamo ancora, aveva sempre contribuito da protagonista. Questo ha portato ad una certa sovrapponibilità dei valori cattolici e di quelli fascisti.
Valori che, in un'ottica universale, sono ancora validi ma non in quanto cattolici, bensì in quanto fascisti


E su questo siamo d'accordo. Ma correggo l'ultima parte. Sono validi dal nostro punto di vista politico in quanto FASCISTI. Ma dal punto di vista religioso, civile e culturale anche in quanto i valori Greco-Romani,Cattolici , Italiani che hanno contribuito alla formazione del Fascismo, insieme a TUTTI GLI ALTRI, sono vitali. La vitalità dei valori , che componevano i vari "affluenti" che hanno formato il fiume fascista, non è esaurita. Altrimenti sarebbe esaurita la vitalità Fascista, che sviluppa e da forma compiuta ed originale, nella sua ottica (il che significa che non nega), ai valori che lo hanno costituito. Guardando avanti.

Citazione:

Per cui un turco, un russo o un coreano non si riconosceranno in quelle origini, tuttavia potranno condividere i valori fascisti, universali. Che, dal loro punto di vista, saranno "incidentalmente" coincidenti con quelli cattolici.


Certo. Un valore diventa Universale nel momento in cui è conciliabile con chiunque, a prescindere da quella che è l'origine del valore stesso.
Più che "incidentalmente" dovrà essere riconosciuto il valore storico e civile di certi principi, che lo ripeto non sono legati esclusivamente al Cattolicesimo Romano, ma A TUTTA LA CIVILTA' LATINA IN SVILUPPO.

Citazione:

Potrebbe invece esserlo in un'ottica estera, laddove le peculiarità dei singoli popoli non la condividano.


Anche Roma aveva il problema della mancata condivisione del suo modello da parte di altri popoli. Ma questo rientra nella scelta di staccarsi dalla Civiltà che il Fascismo rappresenta. E va oltre la semplice opposizione ad una affermazione storica e acquisita rispetto all'origine della Civiltà fascista

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"La mistica appunto precisa questi valori...nella loro attualità politica...e dimostra l'universalità di luogo e di tempo del Fascismo"(Giani)


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MessaggioInviato: Lun Mag 07, 2012 5:08 pm    Oggetto:  
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Ho diviso il Topic in modo da non andare fuori tema.

Il discorso prosegue qui:
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