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L'umanità di Giovanni Gentile

 
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tribvnvs
Cittadino Fascista-Gruppo ADMIN
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Registrato: 04/04/06 23:22
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MessaggioInviato: Sab Apr 28, 2012 2:00 am    Oggetto:  L'umanità di Giovanni Gentile
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Questo aneddoto è molto simpatico, per due motivi. Innanzitutto perchè mostra la grande umanità di Giovanni Gentile, insigne figura lontanissima da arie cattedratiche, specie al confronto dei nostri miseri tempi; poi perchè indirittamente vi sono coinvolti diversi grandi intellettuali: lo stesso Gentile, Pirandello e un futuro grande giornalista ancora da farsi, Orio Vergani.

Orio Vergani (Milano, 1899 - 1960) racconta il suo primo incontro con Giovanni Gentile. Siamo a Roma, nel 1917, presso la sede del "Messaggero della Domenica", di cui Pirandello "è l'eminenza grigia". Vergani è, a suo dire, un "cattivo scolaro, ragazzo balbuziente, diciottenne timido e pronto a passare dalle vampe del rossore a tremanti pallori", mentre Gentile è già il filosofo affermato e venerato come maestro. L'articolo è datato 6 marzo 1956 e costituisce un affettuoso ricordo a dodici anni dalla morte del filosofo.

Il fattorino e il filosofo

"Un giorno, davanti alla bozza che "cresceva" di cento righe, Pirandello disse: "Non possiamo tagliare noi, cento righe ad un articolo di Giovanni Gentile. Bisogna che Vergani vada a casa sua, che gli spieghi, che preghi, con un po' di tatto... Come si fa a chiedere un taglio di queste proporzioni? Non possiamo mica farglielo dire da un fattorino! Vergani gli spiega: va e viene...".
In tram, con la fronte imperlata di sudore, immaginai tutte le possibili domande di una specie di interrogatorio, da parte del filosofo, al ragazzo che al primo esame di filosofia era stato bocciato e aveva interrotto gli studi: "Bravo! Mi avrebbe detto. Così giovane e già redattore di un settimanale letterario!...". Un uomo simile, il Grande Saggio, aveva certamente passato la sua vita fra i "primi della classe". Come avrei potuto nascondere che io ero stato l'ultimo, forse l'ultimissimo? Mi pareva di andare a un terribile esame: e dietro all'uscio, forse, origliava Benedetto Croce. E se, a bruciapelo, avesse detto: "Caro ragazzo, parliamo un po' di Kant e di Fiche"? La gente che era con me in tram non capiva certamente perché quel ragazzo era così pallido.
Mi ricordai del consiglio di Pirandello: "Recita. Le tue parole non riesci a spiccicarle? Di' quelle di un altro...". Il miglior partito era proprio quello di recitare la parte del fattorino. A un fattorino non si parla di Kant. Un fattorino lo si fa accomodare in anticamera. Mi sentii come liberato da una grossa pietra.
Era estate. Era passato di qualche minuto il tocco. Pensavo: Magari starà mangiando, Giovanni Gentile... Mi farà aspettare. Anche i filosofo hanno diritto di mangiare in pace...". Via Palestro era una brutta strada, una delle strade "torinesi" di Roma: casoni dalle facciate giallicce, immensi, squallidamente austeri e anonimi come ministeri. Trovato il numero, presi fiato, guardai nell'atro buio, mi volsi verso il gabbiotto vetrato della portiera, dissi a me stesso: "Non tartagliare! Fai subito la voce del fattorino...". Cominciava la povera recita del ragazzo timido. Dovevo prendere a modello una voce. Pensai alle grosse voci romanesche dei postini, dei garzoni panettieri, dei lattai, dei ragazzi di macelleria per i quali i nomi anche più illustri sono come un numero anonimo.
Domandai:
"Gentile?"
Senza alzar gli occhi dal suo lavoro la portiera rispose:
"Terzo!"
Ecco la scala, e con la scala il batticuore aumenta, il batticuore del timido che recita la parte del fattorino e che, ad ogni gradino, sente avvicinarsi l'istante in cui entrerà in scena. Ecco la scala vasta, sparsa qua e là di lievi ragnatele, le porte chiuse come ostilmente, i gradini grigi, le ringhiere di ghisa, un lucernario livido e un odor di minestra di verdura che filtra sotto gli usci: "Fantasia, - dice una voce - l'avevi immaginata così, Fantasia di ragazzo, la scala di un grande filosofo?".
Di là dall'uscio del terzo piano - non si può sbagliare: sulla targhetta di ferro smaltato è scritto: "Gentile" - non si udivano, in verità, filosofici silenzi: ma uno strano tramestio, un rimescolio indistinto di voci e di rumori, una specie di infantile cagnara, come si diceva allora a Roma: voci un po' grosse di ragazzi e più acute di ragazzini: una specie di scuoletta durante la ricreazione. Al tocco del campanello ogni voce si spense: ogni segno di vita si incenerì. Quel silenzio faceva pensare ad un coro di sguardi che si domandavano: "Chi sarà mai a quest'ora?". Dietro all'uscio un orologio a pendolo suonò il tocco e mezzo, come per dire: "Importuno!". Una donnetta aprì, e dietro a lei, nell'anticamera buia, mi sembrò di intravedere su una soglia un ragazzetto curioso.
"Bozze del "Messaggero", dissi con la voce dell'immaginario fattorino.
"Il professore sta mangiando."
"Gli dica che c'è da tagliare cento righe."
"Cento righe?"
"Sì, cento righe."
In quel silenzio le parole di questo modestissimo dialogo suonavano come in un teatro.
"Il professore è a colazione..."
"Cento righe... Stanno impaginando."
Dalla porta a vetri del fondo, socchiusa, che custodiva quel silenzio sepolcrale, una voce disse: "Fai venire avanti!". Era una stanza da pranzo, dai mobili assai modesti: e, nel controluce che veniva dalla finestra aperta sull'estate romana, io non avevo mai veduti tanti ragazzi seduti a tavola, né mai tanti occhi curiosi e sospettosi: una specie di collegio che dice: "Chi è costui?". A capotavola stava il professore, alto e massiccio, che andava scodellando la minestra per i suoi figlioli. I più grandi passavano le fondine ai più piccoli e, inserendo il suo gesto in un tutto quel girotondo di piatti, la madre di quei ragazzi, in pari tempo, compiva la prima distribuzione del pane. Al mio apparire, quella giostra - scodelle, fette di pane, cucchiai già branditi - si fermò. Io mostrai da lontano i fogli delle bozza. Li prese il primo ragazzo: li passò ad un secondo, e questi al terzo, e il terzo al quarto: e intanto quelli dall'altro lato della tavola guardavano con nerissimi occhi un po' le bozze, un po' me, un po' la zuppiera della minestra.
"Ci sarebbe", dissi, "da tagliare cento righe."
"Mi dispiace che devi aspettare. Anche per te deve essere l'ora di mangiare. Vuoi andare a casa e tornare? Abiti lontano?"
"In Prati."
"In Prati? Attraversare due volte tutta Roma... Quanti anni hai?"
"Diciotto."
"Beh! A diciotto anni non si può stare a stomaco vuoto. Vuoi mangiare qui?"
Pensai: "Adesso finisco in cucina con al serva...". Dissi: "Grazie, non voglio disturbare".
"Lo vuoi o non lo vuoi un piatto di minestra? Non farai complimenti", continuò Gentile. "Ragazzi, stringetevi un po', e uno vada a cercare una sedia. Come sei venuto? In bicicletta?"
"No. In tram."
"Il giornale non vi passa la bicicletta?"
"No. Così risparmiamo che ce la rubino."
Mi pareva un miracolo. Non tartagliavo. Il "fattorino" se la cavava benissimo, come aveva detto Pirandello. Parlavo tranquillo davanti a quell'uomo che aspettava di scodellare un piatto di minestra. La sedia arrivò portata in aria dal ragazzo più piccino. I posti si strinsero, e a me toccò quello in fondo, accanto alla madre di tutti quei ragazzi, che mi passò subito il pane. Arrivò poi laggiù, sbrodolando un po', una fondina troppo colma, e mi sembrò che i ragazzi, mentre la passavano, la guardassero e la misurassero perché ero stato servito meglio di tutti. Era una minestra paesana, un po' brodosa: i ragazzi la "rinforzavano" con il pane. E così feci anch'io, perché, insomma, era proprio vero ch'io ero di poco, di poco più grande di quei ragazzi. Il professore, laggiù, non parlava più: su un angolo della tovaglia s'era già messo a lavorare alle bozze, prendendo ogni tanto un cucchiaio di minestra, e guardando un po' verso noi ragazzi, verso i figli e verso il fattorino ch'ero io, ma, evidentemente, pensando a cose lontanissime, dalle quali ogni tanto "riapprodava" con un sorriso alla nostra realtà di ragazzi famelici. Venne la carne, e poi venne la frutta, e intanto il taglio delle cento righe era finito, e mi ero pulito la bocca col tovagliolo e avevo prese le bozze, e non toccavo la frutta. Erano delle pesche: contate, giuste per quanti erano a tavola prima di me.
"Non prendi la frutta?"
Indovinò forse il mio imbarazzo. Dal suo posto contò le pesche. Disse: "Per mia moglie e per me basta una. Non far complimenti".
"Devo correre al giornale."
"Te la mangerai per le scale."
Quando seppi come era stato ucciso, ricordai quella lontana giornata d'estate, il branco dei ragazzi, la minestra brodosa, rinforzata di tanto pane. Ricordai quando ero stato "fattorino" alla sua tavola familiare: la mano che, assieme alle bozze, metteva quasi con forza affettuosa, nella mia, la pesca. Non avrei mai più potuto ringraziarlo di quel piatto di minestra, di quel frutto, di quel posto dato a tavola ad uno sconosciuto: di quella lezione di umanità più chiara di ogni filosofia. Ma ogni volta che mi tocca di tagliare una bozza, dico, fra me: "Grazie, Gentile...".
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MessaggioInviato: Sab Apr 28, 2012 10:08 am    Oggetto:  
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Perchè non ci sono più questi italiani? Perchè?
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"La mistica appunto precisa questi valori...nella loro attualità politica...e dimostra l'universalità di luogo e di tempo del Fascismo"(Giani)
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Maurizio83
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MessaggioInviato: Sab Apr 28, 2012 6:37 pm    Oggetto:  
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Uomini d'altri tempi....Uomini Veri
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"O si riesce a dare una unità alla politica e alla vita europea o l'asse della storia mondiale si sposterà definitivamente oltre Atlantico e l'Europa non avrà che una parte secondaria nella storia umana! B. Mussolini
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Marcus
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MessaggioInviato: Sab Apr 28, 2012 6:39 pm    Oggetto:  
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...semplicemente perché c'é pseudo-italia, che sforna solo pseudo-italiani italy-oti!
Italiani veri siamo rimasti davvero in pochi.
Ma quella di Gentile descritta nell'aricolo da Vergani è parte integrante dell'autentica morale italica. Semplicità, generosità, disinteresse, sono solo alcuni dei valori dell'etica Fascista.

_________________
" Forse che non conoscendo a fondo il pensiero del Duce si può affermare di essere fascisti? Noi diciamo di no! Che il fascismo non è istinto ma educazione e perciò è conoscenza della sua mistica,che è conoscenza di Mussolini" (N. Giani)
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Legionarivs




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MessaggioInviato: Sab Apr 28, 2012 8:16 pm    Oggetto:  
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Semplice aneddoto sulla personalità di un grande filosofo.
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"Il Fascista... comprende la vita come dovere, elevazione, conquista; la vita deve essere alta e piena: vissuta per se, ma soprattutto per gli altri vicini e lontani, presenti e futuri." Mussolini, La Dottrina del Fascismo
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Settimio Severo



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MessaggioInviato: Dom Mag 06, 2012 4:53 pm    Oggetto:  
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Senza dubbio alcuno un grande esempio da imitare Rolling Eyes
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Aiuta chi ha bisogno: con la mente chi vuole apprendere, col cuore chi manca di affetti, con le sostanze chi ha fame, con la vita chi sta per perderla. BM
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antimodes
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Registrato: 29/01/09 16:32
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MessaggioInviato: Lun Mag 07, 2012 3:23 pm    Oggetto:  
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E' anche vero che gli atteggiamenti delle persone oggi è cambiato: siamo più individualisti e guardinghi nell'aiutare o nel dimostrare un certo tipo di mentalità altruista.

Mentre una volta si parlava l'italiano oggi ti arriva uno che esordirebbe così:
"Dottò, ce 'sta da tajà cento righe su'a'bbozza"

_________________
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