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Filosofia-Materialismo

 
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MessaggioInviato: Gio Apr 06, 2006 6:09 pm    Oggetto:  Filosofia-Materialismo
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La prima e principale filosofia di vita, origine di dottrine poltiche a noi antitetiche, è il Materialismo. In vari modi usato sia da dottrine di "destra" che di "sinistra".

Proprio contro questa filosofia si erige il Principio etico fascista, per rendere il viver civile più umano... Vediamo di conoscere questa filosofia. I brani che inserisco sono presi liberamente dall'enciclopedia Virtualis.

Materialismo
Il materialismo è la teoria filosofica secondo cui tutti gli eventi, le azioni e le condizioni delle cose sono subordinati, e possono essere totalmente ridotti, agli oggetti materiali e alle loro interrelazioni. In quanto tale, il materialismo è una dottrina metafisica e ha solo un vago rapporto con l'uso del linguaggio comune, in cui si allude ai desideri personali e fisici, la cui soddisfazione è detta materialistica (v. edonismo). Come esistono svariate aree della filosofia, così ci sono state diverse accezioni del materialismo. Se una filosofia si concentra sulla natura dell'universo (cosmologia; metafisica), allora l'orientamento materialista è quello che asserisce l'inesistenza di sostanze diverse dalla materia. La materia, poi, può venire interpretata in senso dinamico - e in tal caso include anche l'energia, accanto alla massa - o in senso statico - e allora può venir intesa come qualcosa che possiede l'energia, ma non è identificabile con essa. Quando una filosofia si occupa in primo luogo della natura dell'esperire umano, si può avere la formulazione di un materialismo psicologico, dove la mente è ridotta nei termini del funzionamento del sistema nervoso. Se poi si ha un accento sulla storia umana, piuttosto che sul cosmo o sulla psiche, il materialismo va a spiegare, secondo parametri propri, natura e funzionamento della società. La spiegazione atomistica del cosmo data nel sistema di Democrito è la prima dottrina materialistica in senso proprio della storia della filosofia: la riduzione alle porzioni indivisibili di materia in movimento (atomi) consente di costruire un modello di tutti i fenomeni fisici, psichici, etici, estetici, che vengono ridotti a quantità e moto, e di cui si distingue l'apparenza - che è soggettiva e dipende dagli organi percettivi - e l'intrinseca costituzione - che risponde alle leggi del moto e dell'aggregazione e dissociazione degli atomi nel vuoto. Questo modello viene raccolto da Epicuro - che ne estende la potenza argomentativa contro i fantasmi immaginari di religione e superstizione, e contro ogni tentativo di fissare e assolutizzare regole morali - e poi da Lucrezio - che ne diffonde nel mondo latino, con il suo poema, la complessità strutturale, esaltando la grandezza dei suoi primi autori; proprio con il nome di epicureismo sarà richiamato come punto d'origine, quando nella storia della filosofia occidentale si ripresenta un sistema materialistico. Nel Medioevo il pensiero cristiano, come quello musulmano, preferisce in generale elaborare sistemi intellettuali fondati sulla tradizione aristotelica o platonica, che appaiono più coerenti con gli assunti della religione monoteista fondata sulla rivelazione. Posizioni panteiste (v. panteismo), che sembravano riferire al solo corpo i significati del sacro di norma attribuiti allo spirito (come quelle dei seguaci di Amalrico di Béne), non sembrano avere rapporti con il materialismo in senso filosofico o con la tradizione epicurea. In numerose dottrine, fino al Rinascimento, emerge però il tema della "mortalità" dell'anima, ovvero di una sua riducibilità al corpo vivente, che ha origine nell'averroismo (v. Averroè) e trova sostenitori agguerriti (p. es. Pomponazzi), ma anche dura opposizione da parte della cultura dominante. Il problema storiografico della diffusione e delle influenze del poema di Lucrezio nel Medioevo è ancora oggetto di chiarimenti: le diffidenze e le condanne ne impedirono infatti un'esplicita presenza come fonte di pensiero. Nell'età moderna, nell'Europa agitata dai conflitti anche armati intorno ai temi della Riforma, posizioni materialistiche si manifestano all'interno del dibattito teologico e politico (in particolare negli eretici italiani, che giungono in qualche caso a formulazioni ateistiche, pagate in genere col rogo), e in filosofi "naturalisti", che guardano alla natura come corpo vivente, capace di dar luogo a ogni forma o manifestazione vitale, anche a quelle "spirituali". La ripresa dell'atomismo in fisica e il rifiuto argomentato dell'aristotelismo, che accompagnano la rivoluzione scientifica del sec. XVI (con Galilei e Francis Bacon), portano all'elaborazione di una spiegazione meccanicistica (v. meccanicismo) del mondo e ne ripropongono il materialismo come fondamento metafisico, in alcuni pensatori del sec. XVII (particolarmente in Hobbes): a Descartes, che propone il dualismo per consentire l'autonomia metafisica e la discussione separata di materia e spirito, Hobbes contesta l'inconsequenzialità del ragionamento, e propone la "dimostrazione" meccanicistica che tutto, anche il pensiero e il linguaggio, sono riducibili a materia e movimento, mentre le idee astratte, come sostanza e spirito, sono soltanto nomi che ci illudono di realtà inesistenti (v. nominalismo), non corrispondendo a nessun dato sensoriale. Un pensatore come Boyle, il fondatore della nuova chimica scientifica, appoggiata alla fisica atomistica, si difende consapevolmente dall'accusa di ateismo e lavora all'operazione di distinguere il modello atomistico della fisica e i contenuti spirituali della fede religiosa. Ma intanto il pensiero scettico (v. scetticismo) e libertino riprende in varie guise l'insegnamento della tradizione lucreziana, e Pierre Bayle consegna al suo Dictionnaire il primo profilo storico del materialismo. Nel sec. XVIII la riaffermazione del materialismo viene dalla ricerca in biologia, sostenuta dalla scoperta del microscopio, che consente lo studio del molto piccolo, e dalle scoperte geologiche che richiamano al concetto di "storia" della natura; Diderot argomenta a partire dalle ricerche di Buffon un materialismo energetistico che riprende l'idea di una natura tutta animata, dove la materia possiede la vita (una sensibilità diffusa), e Lamettrie profitta della sua esperienza di chirurgo sui campi di battaglia per contestare l'idea dell'anima distinta dal corpo, riprendendo con vivacità dissacratrice l'edonismo conseguente. Helvetius e d'Holbach articolano la filosofia materialistica secondo i diversi ambiti del sapere, e ne argomentano la produttività per il pensiero pedagogico (Helvetius) e politico (d'Holbach), insistendo, con gli altri autori della "chiesa degli atei" riunitasi intorno a d'Holbach, sulla sua funzione di contestazione dell'autorità della religione costituita (l'"infame"), di cui dissolve i fondamenti: esistenza dello spirito, dell'anima immortale, di Dio. Una linea di ricerca, originatasi dall'empirismo inglese già nel sec. XVII, lavora con i princìpi del materialismo sulla psiche e sulle conoscenze umane fino alle ricerche biologiche di Erasmus Darwin e a quelle psicologiche di James Mill, nel primo Ottocento. Una parte in questa direzione aveva avuto il Trattato sulle sensazioni di Condillac, che costituirà il fondamento delle osservazioni di alcuni degli ideologi francesi di fine secolo. Nel sec. XIX diverse accezioni del materialismo si trovano argomentate in diversi settori della filosofia e della scienza, in particolare con lo sviluppo delle scienze umane; sia con la ripresa di una "filosofia naturale" (nei materialisti psicofisici come Moleschott), sia nella nuova biologia evoluzionistica (dai positivisti a Charles Darwin), e fino alle ipotesi olistiche di Haeckel; ma emergono le elaborazioni teoriche di Marx ed Engels, che danno luogo alla teoria del materialismo dialettico, modello di spiegazione della natura in analogia al materialismo storico che dà conto dello sviluppo della società umana. La fisica del Novecento, come già quella di Newton alla fine del Seicento, pone in secondo piano la ipotesi materialista in favore di connessioni con i concetti di probabile, indeterminato ecc. (v. Heisenberg, Werner Karl). Mentre nelle scienze storiche e politiche il materialismo storico continua a fecondare ricerche in ambito marxista, un nuovo materialismo come fondamento epistemologico della scienza e in particolare della biologia viene proposto con efficacia da uno degli scopritori del DNA, Jacques Monod, che già nel titolo del suo celebre saggio, Il caso e la necessità (1964), si richiama a Democrito ("tutto ciò che esiste nell'universo è frutto del caso e della necessità") e sollecita un ampio dibattito tuttora in atto. Nel panorama degli studi di epistemologia contemporanea il tema del materialismo (e del determinismo) trova sostenitori (p. es. Bunge), mentre sembra cadere l'interesse metafisico.
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MessaggioInviato: Gio Apr 06, 2006 6:11 pm    Oggetto:  
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Vi sono varie forme di materialismo. Alcune delle quali, come detto, metafisiche.. Vediamo:

edonismo

Edonismo, dal termine greco edoné, piacere, indica le dottrine filosofiche che pongono al centro della riflessione il tema del piacere. E' possibile distinguere almeno due orientamenti, uno prevalentemente psicologico, che fa risalire ogni comportamento e scelta umana alla ricerca attuale del piacere, e uno con accentuazione etica, che si presenta come una dottrina normativa del bene, dove il piacere è identificato come la sola cosa intrinsecamente buona; le scelte verranno dunque orientate dalla ricerca del maggior piacere possibile. Pensatori antichi come Aristippo e la scuola dei cirenaici, o Epicuro sono esponenti dell'edonismo come dottrina etica; tali appaiono anche taluni utilitaristi inglesi (v. utilitarismo) come Jeremy Bentham, John Stuart Mill e Henry Sidgwick. Gli edonisti si distinguono nella diversa definizione e valutazione di ciò che è il piacere e sul problema se siano identificabili differenze qualitative irriducibili fra i diversi piaceri. La dottrina, dell'edonismo ha in tempi diversi offerto una soluzione pratica al problema della scelta, motivando con il ricorso al principio della ricerca del piacere comportamenti apparentemente dissonanti. Si è avuto fra l'altro, in questa prospettiva, una serie di tentativi di misurazione del piacere (come in Maupertuis o in Bentham).
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utilitarismo
Si è dato il nome di utilitarismo (da J. S. Mill, nel sec. XIX) alla dottrina morale che misura il comportamento umano nell'esito di utilità o vantaggio ottenibile. Nell'Ottocento la dottrina utilitarista è strettamente connessa all'esigenza di costruire, a partire dal principio dell'utile, una normativa generale che abbia in vista l'utile sociale. Il riferimento è a teorie come quella di Mandeville, che già nel sec. XVIII avevano messo in rapporto l'utilitarismo individuale - unico fondamento riconoscibile, nell'orizzonte di una filosofia empirista (v. empirismo), dei moventi del comportamento morale - con l'utile sociale, che appariva come una risultante sommatoria degli utili individuali. In una tale impostazione restano esclusi e negati, sia a livello morale che di etica sociale, valori trascendenti, universali, suscettibili di autonoma definizione. In questo senso generale - di contrapposizione fra una dottrina morale riferita a valori essenziali, e la formulazione di regole di comportamento a partire dall'unico principio della soddisfazione di esigenze soggettive - l'utilitarismo è dottrina molto antica: se ne hanno esempi già presso i sofisti greci, che escludevano la conoscibilità e l'esistenza stessa di valori morali trascendenti, ideali, e misuravano secondo il celebre detto di Protagora - tutte le cose in base all'uomo, ovvero al piacere e al successo di ogni comportamento. Anche l'edonismo epicureo appare come una forma di utilitarismo, nella stessa prospettiva di inconoscibilità di essenze, ma con una profonda sfiducia nel significato sociale e di comunità di ogni etica. In generale, ogni filosofia materialistica ha elaborato una nozione utilitaristica di etica (v. materialismo): la riduzione alla sola materia dotata di movimento di ogni fenomeno della natura, compreso l'uomo e la sua vita sociale, porta infatti a ricavare dalle pulsioni originarie di piacere e di dolore le norme cui si ispira, con lo sviluppo della ragione, il comportamento dell'uomo. Così nel Rinascimento, da Bernardino Telesio a Michel de Montaigne; nei sistemi materialistici del sec. XVII, da Hobbes a Spinoza, l'etica è l'insieme di regole, avallate da una data società, che sono di volta in volta orientate alla soddisfazione individuale di esigenze fondamentali (i bisogni vitali) e dei desideri che sono il portato dello sviluppo civile e della cultura, compresi quei desideri "altruistici" di benessere e successo per coloro che ci sono a vario titolo cari. Nel passaggio dall'analisi alla formulazione di normative, di discorsi progettuali, i pensatori del sec. XVIII - in particolare gli empiristi inglesi - costruiscono sul criterio della ricerca della felicità per il maggior numero modelli argomentati di società e di morale. In Francia, Maupertuis susciterà con il suo Saggio sulla filosofia morale (1749) un ampio dibattito, con risonanze interessanti in Italia, fra moralisti ed economisti (Zanotti, Ortes, De Soria): il "calcolo" degli esiti di piacere e di dolore, cui confrontare i principi e gli orientamenti della morale, appare a molti eversivo di ogni concezione della morale che aspiri all'universalità e alla dignità di dottrina esclusiva, fondata su nozioni trascendenti del giusto e dell'ingiusto. Helvetius è tra i philosophes quello che più si impegna nell'elaborazione di una teoria utilitaristica della morale, che tenga conto, come non aveva saputo fare un edonista come La Mettrie, delle mediazioni che la civiltà e il progresso hanno saputo creare fra il puro egoismo individuale e un più accorto calcolo dell'utile comune, cui quello di ciascuno inevitabilmente si riconduce. Con Jeremy Bentham, i temi che in Beccaria come in Adam Smith avevano fatto da orizzonte di riferimento per originali dottrine dell'economia e del diritto diventano i protagonisti di una nuova scienza della morale (con la Tavola dei motivi dell'azione, 1815, con Deontologia o scienza della moralità); la sua dottrina si fonda sull'osservazione che i motivi dell'azione individuale, tutta tesa alla ricerca del vantaggio, sono storicamente e localmente determinati; che nella società questo deve essere interpretato come "maggiore felicità per il maggior numero", cui si commisurano diritti e doveri dei singoli, libertà e costrizioni sociali; che il fine dell'utile - e non il riferimento a valori astratti - deve essere tenuto presente nell'azione, e che tale fine richiede, per essere correttamente identificato, ricerca e formazione pedagogica dei cittadini. Si formulava così uno dei fondamenti del liberalesimo progressivo, che nell'Utilitarismo (1863) di John Stuart Mill avrà il suo capolavoro. Mill indaga sui meccanismi associativi che presiedono alle idee di giusto e di ingiusto, connettendo a questa ricerca l'impostazione, in economia e in politica, del progetto di riforme sociali nella direzione dell'imperativo benthamiano. Una rivista, "Westminster Review", ospitò i maggiori autori dell'orientamento utilitarista, che influenzò la ricerca in filosofia della politica come in sociologia e antropologia, in un periodo che vedeva nascere e imporsi le scienze sociali. Marx critica nell'orientamento utilitarista (specie in Bentham), l' "armonia prestabilita" che sembra presiedere al principio per cui "l'utile personale, il particolare vantaggio, l'interesse privato" compiono l'opera del "vantaggio reciproco, dell'utile comune, dell'interesse generale" (Capitale); la stessa sociologia rinuncerà a connettere in una struttura rigorosa moventi utilitari e norme, in una visione più complessa della natura umana da un lato, dell'autonomia dei meccanismi sociali dall'altro. Dopo il periodo di egemonia del positivismo in Europa, l'utilitarismo sembra aver perduto la sua capacità esplicativa dei fenomeni morali e la sua potenza predittiva, ma resta il rilevante esito di una ricerca diffusa, su principi che sottraevano al mondo delle essenze e delle categorie e immettevano nella visione dinamica della natura e delle società propria dell'età moderna l'area della morale, della politica, dell'economia.
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empirismo

Empirismo indica una tradizione di pensiero che affonda le sue radici nella filosofia occidentale. Il termine viene dal greco empeiria, che significa "esperienza"; la tesi di fondo dell'empirismo è che la vera conoscenza umana viene dal materiale che alla mente dell'uomo è fornito dai sensi e dall'attenzione introspettiva, attraverso l'esperienza. Molti empiristi non considerano la conoscenza che deriva dall'immaginazione, dalla autorità, dalla tradizione o dal ragionamento puramente teorico una conoscenza a pieno titolo. Tendono quindi a sottolineare il carattere di inverificabilità del sapere di ambiti come l'arte, la morale, la religione o la metafisica. L'empirismo si distingue dalla tradizione del razionalismo, che ritiene base per un certo tipo di conoscenza la ragione umana fuori dall'esperienza. La conoscenza che si ottiene con la sola ragione, priva dell'esperienza, viene chiamata conoscenza a priori; quella invece che si fonda sull'esperienza è conoscenza a posteriori. I razionalisti ritengono che si può derivare per deduzione la conoscenza da certune verità a priori della ragione. Gli empiristi preferiscono in genere negare la stessa possibilità di una pura ragione nell'essere umano, e asseriscono che ogni conoscenza che sia tale è un sapere a posteriori e derivato dall'esperienza sensibile per via di induzione. I razionalisti accentuano la funzione della matematica, e delle discipline correlate, nella ricerca e identificazione di verità a priori. Ma molti empiristi, da Hume a John Stuart Mill, hanno suggerito che anche le verità matematiche non sono che generalizzazioni di esperienze. La storia dell'empirismo occidentale comprende pensatori che coltivarono dottrine anche profondamente diverse. Fra i filosofi antichi, i sofisti furono empiristi, ma Aristotele viene talvolta indicato come il fondatore della tradizione empirista, con la sua asserzione che "non c'è niente nell'intelletto che prima non sia stato nel senso", sebbene importanti elementi razionalisti siano presenti nel suo sistema. Nel Medioevo, Tommaso d'Aquino si richiamò alla dottrina aristotelica, e dunque anche alla origine sensibile di ogni sapere; se pur indicò poi la natura spirituale e il carattere indotto dall'intelletto universale di ogni vero sapere. Nell'età moderna, l'empirismo è una dottrina gnoseologica di grande rilievo, e trova interpreti come Francis Bacon, John Locke, George Berkeley, e David Hume, la scuola o serie degli "empiristi inglesi". Il positivismo ottocentesco, l'empirismo logico o neopositivismo di questo secolo, con il pragmatismo americano, sono anch'esse dottrine empiriste.
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MessaggioInviato: Gio Apr 06, 2006 6:13 pm    Oggetto:  
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panteismo

Il panteismo è quella concezione secondo la quale ogni cosa ha in sé una scintilla divina; inoltre, Dio non può essere separato, ma identificato con il mondo e non possiede né personalità né trascendenza. Generalmente si individuano due diverse forme di panteismo: una di origine orientale, e l'altra occidentale. La prima risale alla tradizione vedica, secondo la quale il principio divino, attraverso il quale ogni cosa si manifesta, è un principio unitario e la percezione della molteplicità è illusoria e irreale. Nel Vedanta Brahma è l'infinita realtà, che si nasconde dietro l'illusorio e imperfetto mondo della percezione. La nostra conoscenza è imperfetta perché noi facciamo esperienza del soggetto e dell'oggetto come di due distinti; ma quando oggetto e soggetto vengono identificati, ogni distinzione viene eliminata e noi conosciamo Brahma. Nella tradizione occidentale la cosmologia degli stoici (v. stoicismo), l'emanazionismo gerarchico del neoplatonismo sono forme di panteismo. Nel pensiero ebraico, musulmano e cristiano il panteismo non ha trovato modo di affermarsi per l'esasperata affermazione e valorizzazione che in essi si dà alla trascendenza. Nondimeno, una forma di panteismo si può ritrovare nel pensiero del filosofo medievale Scoto Eriugena, che ebbe una visione dell'universo come unità: un sistema onnicomprensivo con diversi, molteplici livelli. La più importante versione moderna del panteismo è quella di Spinoza, per il quale la natura infinita si identifica con l'essenza divina. Nei secc. XVIII e XIX alcune forme di idealismo (p. es., quella di Schelling) sembrano riproporre il panteismo.
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meccanicismo

Il termine meccanicismo indica una teoria della natura - in fisica, in biologia e in generale in filosofia - che fa ricorso a un modello meccanico, ovvero spiega i fenomeni naturali come risultanti da rapporti fra corpi simili a quelli che si verificano in una macchina, determinati dalle leggi della meccanica, necessari e autonomi da ogni apparente finalismo. Il meccanicismo, in filosofia e in fisica, è la dottrina che si rifà all'antico atomismo di Democrito ed Epicuro e che domina la speculazione sulla natura e sulla fisica fra Sei e Ottocento: sia che venga usato limitatamente al mondo dell'estensione, da Descartes, per spiegare le forme complesse assunte dalla sostanza corporea mentre la sostanza pensante, o spirituale, segue sue proprie leggi; sia che si trovi subordinato, come modello del cosmo, alla razionalità e alla libera scelta divina, come nell'interpretazione di Marin Mersenne; sia che assuma, come nel pensiero di Thomas Hobbes, la dimensione di un'ipotesi onnicomprensiva, capace di spiegare tutti i fenomeni, dissipando le nebbie provocate dall'astrazione che attribuisce realtà a puri nomi e consentendo di ridurre alle leggi della meccanica galileiana (v. Galilei) il mondo organico e inorganico, sì da fare a meno di interventi della trascendenza e di ipotesi finalistiche. Già Francis Bacon aveva scritto che "la causa finale è una vergine sterile", indicando la nuova via della scienza nell'individuazione delle cause efficienti; e se da un lato i filosofi del materialismo (p. es. i francesi illuministi del gruppo che si riunisce intorno a d'Holbach) insistono sul determinismo implicato nell'ipotesi meccanicistica, lavorano a rifondare un concetto di libertà come agio di fare ciò che si è "determinati" a fare dalla propria natura e indicano nella politica della democrazia e della tolleranza la via migliore per inserirsi proficuamente nella catena delle cause; la scienza, quella fisica di Newton e quella biologica, da Harvey a Buffon, concilia modello meccanicistico e orizzonte religioso nel deismo come nelle teorie della religione naturale, e assume in ogni caso a fondamento della ricerca l'analogia fra macchina (l'orologio, il mulino, la macchina tessitrice della Rivoluzione industriale che avanza in Europa) e natura, che si rivela molto fruttuosa. Newton, se da un lato, con la scoperta della legge di gravitazione universale, aveva riconosciuto e formalizzato una relazione fra corpi di tipo non meccanico (poiché avveniva nel vuoto, fra corpi distanti), dall'altro ne aveva negato la natura di "causa occulta" e aveva riproposto con molta chiarezza il modello meccanicistico per la ricerca scientifica: "Il compito principale della filosofia della natura è quello di argomentare a partire dai fenomeni senza immaginare ipotesi, e di dedurre cause a partire da effetti, fino a che giungiamo alla Causa prima (Dio), che certamente non è meccanica". Un punto fondamentale nella dottrina meccanicistica è l'assunzione del principio della conservazione della materia ("nulla si crea e nulla si distrugge") nella scienza moderna, che si amplierà, a metà del sec. XIX, nel principio di conservazione dell'energia (Helmholtz) acquisendo la cinetica. Si suole citare come punto di massimo successo del meccanicismo la visione fisica di Laplace, che nel suo Sistema del mondo propone l'immagine dell'"universo infinito della nuova cosmologia, infinito in durata come in estensione, in cui la materia eterna, in accordo con leggi eterne e necessarie, si muove senza fini e senza scopo nello spazio eterno" (Koyré). In seguito elementi di dinamismo, già presenti in concezioni come quelle di d'Alembert, modificano il modello del cosmo, e la fisica, attraverso una pluridecennale revisione e spostamento dei suoi princìpi fondanti, approda al relativismo e ai quanti.
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MessaggioInviato: Gio Apr 06, 2006 6:16 pm    Oggetto:  
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nominalismo

La teoria del nominalismo nasce nella logica medievale come una delle risposte al quesito formulato da Porfirio sulla natura degli universali, i predicati attribuibili a soggetti individuali nella proposizione. Contro il realismo, che ritiene i predicati riferiti a essenze, realtà dotate della caratteristica di essere generali, immutabili, solo intelligibili e dunque norma e garanzia dell'esistente; il nominalismo caratterizza i predicati generali come "nomi", riferendoli così al solo piano del linguaggio umano, capace di costituire la definizione di un esistente attraverso la sua collocazione entro insiemi riconoscibili da un attributo (buono, bello, umano ecc.). Sebbene già Porfirio accennasse a questa possibilità, si suole riferire a Roscellino (secc. XI-XII) la prima formulazione lucida quanto radicale del nominalismo: i nomi universali hanno una sola "realtà", quella che deriva loro dall'essere flatus vocis, fiato emesso quando li si pronuncia. La dottrina di Roscellino, che fu maestro celebre quanto perseguitato, ci è solo riferita dai suoi oppositori; ma anche il suo allievo Abelardo, che disponeva dell'Organon aristotelico nelle nuove traduzioni latine, approfondì la teoria nominalistica, indicando nel rapporto con il concetto che nella nostra mente corrisponde all'universale, dunque nel significato intenzionale attribuitogli, la "realtà" dei nomi astratti, mentre a realtà in senso proprio alludono solo i nomi di individui. E' presente, come si è rilevato in tempi recenti, nel nominalismo di questo secolo, la traccia - mediata nelle traduzioni e nei commenti di Boezio agli scritti logici di Aristotele - della logica degli stoici, che proprio nel discutere un'originale teoria del significato aveva distinto nella parola l'aspetto di "suono" (il flatus vocis di Roscellino) materiale e la concezione, il significato attribuitole nel pronunciarla. Le illazioni teologiche che Roscellino e Abelardo credettero di poter trarre dalla concezione logica nominalistica - soprattutto a proposito della Trinità - procurarono ad ambedue condanne per eresia e contribuirono a tenere il nominalismo in una posizione sospetta alle autorità ecclesiastiche. Con Guglielmo di Occam il nominalismo assume, nella sua Summa logicae, tutta l'estensione di significato che avrà ogni volta che venga richiamato nella storia della logica. Nel definire i "termini" della proposizione (donde l'attributo di terminismo - v. terministica, logica - a questo peculiare sviluppo del nominalismo), Occam nota come essi siano "o scritti, o pronunciati, o concepiti", "parole mentali", come le aveva chiamate Agostino, che restano nella mente e di cui le voces (parole pronunciate) sono i "segni" che noi vi abbiamo apposti, destinati a significarle. C'è dunque per il logico il compito di indagare e descrivere il complesso rapporto fra le parole (p. es. i termini universali), e i concetti della mente di cui sono segni: infatti le parole, o termini, hanno natura storica, dipendono dall'evoluzione della lingua, hanno una vita propria che può staccarsi dai concetti di cui erano segno quando sono state istituite. E tutto ciò rende evidente il carattere convenzionale (v. convenzionalismo) dei nomi e porta a riconoscere nei nomi astratti semplicemente i segni di collezioni di concetti, e non di "realtà". Emerge il gruppo dei "nomi di seconda imposizione", come li definisce Occam, ovvero i "nomi di nomi" (p. es. "pronome", "aggettivo" ecc.), che hanno una parte di tutto rilievo nel discorso e che rendono ancor più complessa e peculiare la natura del linguaggio in generale. L'universale viene conseguentemente e rigorosamente definito da Occam come "istituito per volontà nostra [...] segno che significa molteplici oggetti e che può essere chiamato comune, o anche universale; e possiede tale universalità non per la natura della cosa ma solo per il consenso di chi l'ha istituito", sicché non è una cosa reale (res extra). Alla tradizione occamista si richiama, alle origini della logica moderna, Thomas Hobbes, che imposta secondo un radicale convenzionalismo nominalista la sua dottrina del linguaggio nel I libro del De corpore (Logica, ovvero il calcolo) e nel Leviatano, suscitando l'interesse di colui che sarà il fondatore della logica formale, Leibniz. "Il nome - definisce Hobbes, rifiutando la distinzione tra nomi individuali e nomi universali - è una voce umana usata ad arbitrio dell'uomo, perché sia una nota dalla quale possa suscitarsi nella mente un pensiero simile a un pensiero passato e che, disposta nel discorso, e profferita ad altri, sia per essi segno di quale pensiero si sia avuto [...] da colui che parla". Immaginare che i nomi astratti, i predicati universali, corrispondano a una qualche realtà intelligibile, significa non capire la natura stessa del linguaggio e distaccarsi dall'unica fonte della conoscenza, la realtà empirica, per attribuire consistenza di fantasmi privi di evidenza scientifica a nomi che hanno una funzione semplicemente strumentale, un'origine storica, creando così confusione nella lingua e lasciando spazio a discorsi retorici, costruiti per persuadere del falso a fini di interesse e di potere, e non a conoscere il vero secondo la scienza. Negli sviluppi successivi, da Locke al sensismo settecentesco, il tema del linguaggio e della logica si complica e si articola, e perde significato la contrapposizione tra realismo e nominalismo, così legata alla discussione medievale sugli universali. Ma ancora è stata riconosciuta, nelle assunzioni antimetafisiche - dunque antirealistiche - del neopositivismo logico, una versione moderna del nominalismo (da Quine e Carnap e fino al filosofo della scienza Van Fraassen, che dalla cattedra di Princeton insiste sulle regole che da Occam a Hume hanno caratterizzato una corrente della logica).
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MessaggioInviato: Gio Apr 06, 2006 6:17 pm    Oggetto:  
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scetticismo

Termine di origine greca (da scheptiché agoné, o schepsis, la ricerca), lo scetticismo è l'atteggiamento dottrinale che mette sistematicamente in dubbio la possibilità di decidere la verità o falsità di un'asserzione. E' dunque la dottrina che argomenta l'impossibilità di trovare la verità in un dato ambito del sapere. Il termine è stato usato, soprattutto nel sec. XVII, per indicare la diffidenza nei confronti dei dogmi della fede religiosa, in un significato estensivo e polemico, che non coincide con l'agnosticismo. La scuola scettica antica è quella fondata da Pirrone di Elide dal cui nome è ricavato il termine "pirronismo", a indicare uno scetticismo radicale, estremo. Si colloca nel sec. IV a.C. e ne dà un'articolata relazione un medico del sec. III d.C., Sesto Empirico. E' importante sottolineare come la critica degli scettici antichi si riferisca al livello del linguaggio, dove si determina la ricerca di un metodo per indicare il vero e il falso, e il suo scacco: argomentazioni parallele e convincenti possono essere costruite pro e contro una tesi, e frustrano ogni tentativo di fondare una preferenza sicura. Il procedimento aveva avuto nei sofisti efficaci precursori (tra essi Protagora, con le sue Antilogie, per l'appunto ragionamenti a partire da tesi contrapposte; e Gorgia, che aveva dato dimensione teorica all'assunto scettico, sostenendo non solo che era impossibile raggiungere una verità, ma l'inesistenza della verità, un relativismo rigoroso). L'aspetto etico dello scetticismo era l'atarassia, la presa di distanza da passioni e certezze, l'imperturbabilità del saggio. Membri dell'Accademia media, come Arcesilao, elaborano in un orizzonte scettico una dottrina del verosimile e del pratico, da costruire oltre la messa in parentesi dell'impossibile indagine sulla verità. Con Enesidemo, nel sec. I a.C., la critica scettica si volge contro il concetto di certezza dell'esperienza sensibile, il concetto di causalità come esplicativo dei rapporti fra le cose, e ogni dottrina della dimostrazione che pretenda di trarre dall'ignoto al noto una cosa per mezzo del raffronto con un'altra. Impermeabilità, irrazionalità di ogni oggetto in natura, fissità incomprensibile del mondo, mettono in rapporto questa versione dello scetticismo con la tradizione filosofica della scuola eleatica. Ancora alla critica della dimostrazione logica (il sillogismo aristotelico) si applica Agrippa, scettico del sec. I d.C. Uno scetticismo che sostiene la forte dimensione empirista (v. empirismo) di sviluppi del sapere nella direzione di filosofia pratica e medicina si ha presso i Latini e fino a Sesto Empirico. Contro tali atteggiamenti si appunterà la critica del primo grande filosofo cristiano, Agostino di Ippona, che tende a ricostruire, in un richiamo al platonismo, fondamenti certi del conoscere oltre la sfera del sensibile e precario. La filosofia medievale, una speculazione che ha al suo culmine la teologia, rifugge dallo scetticismo e quasi lo ignora, anche quando elabora il tema dell'impossibilità del conoscere, sempre in direzione ascetica e mistica: la Verità c'è, e se è sottratta momentaneamente al singolo peccatore, può essere raggiunta per le vie dell'annullamento e identificazione in Dio, o supposta come l'inarrivabile orizzonte in cui si colloca la limitata sfera della nostra esperienza e conoscenza. In età moderna lo scetticismo ha una sua nuova, fertilissima stagione. Al centro di una ripresa dei suoi temi stanno i Saggi di Michel de Montaigne: senso del limite dell'uomo, della sua dipendenza dai sensi, dal finito di un'esperienza sempre determinata, nell'unica consapevolezza che si ottiene pienamente, quella della nostra pervicace ignoranza, criterio sapiente di ogni giudizio, opinione. Il ritorno al pensiero degli antichi si congiunge, nello scetticismo moderno, con la discussione sulla scienza e la conoscenza (v. epistemologia;gnoseologia), e ha nel sec. XVII elaborazioni su due versanti, quello dell'insicurezza e dei limiti - oggetto di indagine e di precisazione - del conoscere (Gassendi), e della contraddittorietà e pericolosità di ogni dogmatismo, che porta, in autori come La Mothe le Vayer, alla critica di ogni religione positiva e al libertinismo (v. Bayle, Pierre). Una diversa portata ha la critica scettica di David Hume delle categorie della ragione, che mette in discussione gli strumenti del razionalismo seicentesco, negli anni stessi in cui la fisica di Newton indica nella rinuncia a "ipotesi" metafisiche, accompagnata dall'applicazione della matematica alla spiegazione dell'esperienza, il metodo della scienza. Hume mostra con penetrante rigore l'origine psicologica delle certezze "razionali"; l'impossibilità di trarre conclusioni generali oggettive sulla natura a partire dagli strumenti conoscitivi di cui disponiamo (il senso, l'abitudine, la credenza); ne induce l'importanza - carica di futuro per la scienza - di metodi probabilistici, approssimati; condanna le scienze astratte (la matematica) alla sterilità doella tautologia; mostra come il fenomeno sia l'impenetrabile barriera oltre la quale non può andare la nostra indagine. Infine Hume pone l'accento sulla natura angosciosa della scelta del pirronismo filosofico, che ci mette in continua contraddizione con la rivalsa, realistica e fiduciosa, del senso comune. Sono tutti temi che vengono consegnati alla riflessione dell'età moderna e che danno luogo a grandiose ricomposizioni gnoseologiche, come quella di Kant, a ramificazioni singolari come lo scetticismo spiritualista o materialista (Rensi) e alle discussioni contemporanee dell'empirismo logico.
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MessaggioInviato: Gio Apr 06, 2006 7:20 pm    Oggetto:  
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positivismo

Con il termine positivismo si intende designare un indirizzo filosofico che si affermò, fino a divenirne egemone, nella cultura europea del sec. XIX. Il positivismo assunse connotati assai diversi nei vari paesi in cui si sviluppò, ma pur nelle diverse manifestazioni riconobbe alcuni assunti comuni, quali l'esaltazione della scienza come unica forma valida di conoscenza, l'identificazione della conoscenza scientifica con l'osservazione/descrizione dei fatti e dei loro rapporti esprimibili in leggi (esse stesse fatti, ma a un livello più generale), il rifiuto di qualsiasi metafisica perché fondata su princìpi non verificabili, la traduzione del sapere teorico in sapere pratico, cioè della scienza in tecnica e quindi l'utilizzazione pratico-sociale della conoscenza, l'estensione dei metodi delle scienze naturali alle scienze umane (per Comte alla sociologia, per Mill e Spencer anche all'etica e alla psicologia) per impadronirsi delle leggi che regolano la vita dell'umanità e orientarle al suo progressivo miglioramento, il nuovo ruolo assegnato alla filosofia, non più scienza dell'assoluto, ma metodologia della conoscenza scientifica volta a cogliere gli effettivi procedimenti impiegati nella ricerca scientifica e comuni alle diverse scienze. Senza dubbio l'imponente sviluppo delle scienze della natura verificatosi nella prima metà dell'Ottocento e il graduale affermarsi della Rivoluzione industriale nei paesi più avanzati dell'Occidente europeo, conseguente all'applicazione di sempre più perfezionate tecnologie, favorì la nascita e l'affermazione di questo indirizzo di pensiero, del quale è stato detto che, grazie al suo ottimismo fiducioso in una progressiva conquista di poteri sulla realtà fisica e umana, rappresentò l'ideologia della borghesia ottocentesca in trionfale ascesa.
Il positivismo fece seguito all'idealismo romantico e senza dubbio instaurò l'egemonia di una nuova filosofia. Questo non significa però che il positivismo si sostituì del tutto all'idealismo, né tanto meno che esso fu immune da profonde influenze di tipo romantico, quali per esempio la visione unitaria del reale espressa da un progressivo dinamismo storico, l'assolutizzazione del valore della scienza che si sostituisce alla filosofia come conoscenza totalizzante, la fede nel progresso. Contatti e analogie il positivismo ebbe con l'illuminismo, quali per esempio la risoluzione in termini scientifici della realtà, il rifiuto delle astrazioni metafisiche, l'applicazione delle scienze ai fini dell'utile sociale.
Gli sviluppi più fecondi del positivismo si ebbero in Francia con A. Comte (1798-1857), E. Littré (1801-1881) e H. Taine (1828-1893), e in Inghilterra con J. S. Mill (1806-1873) e H. Spencer (1820-1903). Di minor rilievo il positivismo tedesco tendente a posizioni decisamente materialistiche, e il positivismo italiano che ebbe i suoi principali rappresentanti in C. Cattaneo (1801-1869) e R. Ardigò (1828-1920).

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MessaggioInviato: Dom Feb 12, 2012 9:43 am    Oggetto:  
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Edonismo
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Dal greco piacere, godimento, è, in senso generico, ogni dottrina che pone il piacere, comunque inteso, a norma e fine ultimo dell'attività umana, facendo in esso consistere il valore stesso del bene morale. L'edonismo è un derivato nel campo etico dell'empirismo gnoseologico: negata infatti alla conoscenza umana la possibilità di raggiungere, oltre i fatti d'esperienza, valori d'ordine spirituale assoluto (Dio, anima, bene, ecc.), ne consegue logicamente l'impossibilità, o, quanto meno, l'inopportunità di porre questi supposti valori a fondamento e norma della vita morale e della felicità; ed è facile sostituire ad essi il criterio immediato e concreto della soddisfazione, piacere, godimento che le singole azioni sono in grado di procurare all'individuo. Edonismo, questo, in senso proprio, distinto da altri sistemi etici affini come l'eudemonismo e l'utilitarismo.

L'edonismo compare sistematicamente nella filosofia occidentale con Aristippo (435-360), il fondatore della scuola cirenaica. Concretando il concetto del bene rimasto alquanto indeterminato in Socrate, Aristippo lo polarizzò verso il godimento individuale, inteso ancora in senso abbastanza largo, come l'appagamento di ogni desiderio o tensione dell'animo: tutti i piaceri sono buoni, qualunque ne sia la fonte e l'oggetto; criterio di preferenza è solo il loro maggior grado di raffinatezza e intensità, quale è proprio, secondo Aristippo, dei piaceri del senso, nella immediata concretezza del momento presente. La virtù del sapiente non è che arte del godere, ossia di procurarsi il maggior godimento possibile, padroneggiando il piacere e pur seguendolo come unica e suprema norma dell'agire (cf. Diog. Laert., II, 86 sgg); il piacere è desiderabile e bene per se stesso. I principi di Aristippo, svolti in vario senso dalla sua scuola, ricompaiono più tardi nell'epicureismo. Anche per Epicuro, vale l'equazione bene = piacere, male = dolore: nella ricerca quindi del godimento e nella fuga del dolore consiste il fine supremo della vita e la norma della felicità (Diogene Laerzio, X, 128). Ma Epicuro fra i piaceri stima in sé migliori quelli d'ordine spirituale; comunque, nella ricerca di essi occorre procedere con discernimento, preferendo quelli che, anche in rapporto alle prossime e lontane conseguenze, sono atti a procurarci maggior somma di godimento (cf. Epist. A Meneceo, §§ 128-30). Anche un dolore va ricercato quando sia mezzo a un piacere maggiore. Il sistema etico di Epicuro appare così un'anticipazione dell'aritmetica morale del Bentham.

L'indirizzo edonistico, ripreso da alcune tendenze del Rinascimento (Valla), rivive, seppure in forme diverse, nei sistemi empirico-materialistici della filosofia moderna. Principali rappresentanti: Gassendi, Helvétius, Diderot, Holbach, Feuerbach, e, con piega utilitaristica, Bentham, James e John Stuart Mill, Spencer. In queste ultime correnti sono talora introdotti (Stuart Mill), in disaccordo con i principi generali del sistema, criteri di discriminazione qualitativa fra le varie classi di piaceri (Utilitarism, cap. 2: 3a ed., Londra 1867, pp. 11 sgg.). Da notare che l'edonismo è alla base del sistema sociale marxista, e, come metodo pratico di vita, largamente diffuso nella odierna società, in dipendenza anche dalla cultura filosofica moderna in gran parte orientata verso lo scetticismo metafisico e la negazione del trascendente.

L'etica edonistica, essenzialmente negativa, ha il torto fondamentale di misconoscere i valori più alti della vita umana che rappresentano la base insostituibile di una morale oggettiva. La totale riduzione del bene etico al piacere è in contrasto con le più immanenti esigenze dello spirito umano cui legge e norma, anteriormente all'utile e godimento immediato, è anzitutto il dovere, espressione dell'ordine etico assoluto, entro cui la sua azione, appunto perché personale e spirituale, deve inserirsi. Il piacere e l'utile, intesi nel loro senso più comprensivo, e che l'etica cristiana non intende rinnegare, rappresentano bensì un elemento concomitante e conseguente dell'azione morale, ma non ne costituiscono l'essenza, salvo a negare la moralità in quanto tale. Di fatto l'edonismo, con la sua sostanziale negazione dei valori di onestà, obbligazione, legge, virtù, rende impossibile ogni norma oggettivamente valida del bene e del male, risolvendosi così in negazione della stessa moralità. Questa vien ridotta a puro calcolo d'egoismo in cui tutto è giudicato e accolto secondo l'immediato tornaconto, e anche le più nobili azioni imposte dal dovere, o suggerite da una volontà di bene e di perfezione, perdono, in quanto tali, ogni loro significato e valore.

Ugo Viglino

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"La mistica appunto precisa questi valori...nella loro attualità politica...e dimostra l'universalità di luogo e di tempo del Fascismo"(Giani)
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