Indice del forum

Associazione Culturale Apartitica-"IlCovo"
Studio Del Fascismo Mussoliniano
Menu
Indice del forumHome
FAQFAQ
Lista degli utentiLista degli utenti
Gruppi utentiGruppi utenti
CalendarioCalendario
RegistratiRegistrati
Pannello UtentePannello Utente
LoginLogin

Quick Search

Advanced Search

Links
Biblioteca Fascista del Covo
Canale YouTube del Covo
IlCovo su Twitter

Who's Online
[ Amministratore ]
[ Moderatore ]

Utenti registrati: Nessuno

Google Search
Google

http://www.phpbb.com http://www.phpbb.com
Fascismo e rivoluzioni del XX sec. di A.J.Gregor

 
Questo forum è chiuso. Non puoi inserire, rispondere o modificare i Topics   Topic chiuso    Indice del forum -> Approfondimenti e Studi
Precedente :: Successivo  
Autore Messaggio
Marcus
Cittadino Fascista-Gruppo ADMIN
Cittadino Fascista-Gruppo ADMIN


Età: 43
Registrato: 02/04/06 11:27
Messaggi: 2589
Località: Palermo

MessaggioInviato: Mar Mag 31, 2011 10:01 am    Oggetto:  Fascismo e rivoluzioni del XX sec. di A.J.Gregor
Descrizione:
Rispondi citando

Il Fascismo e le rivoluzioni del XX secolo

Di A. James Gregor ( in “Che cos’è il fascismo” a cura di A.Campi , Roma, 2003, pp.67 – 93)

Più di tre quarti di secolo dopo il suo avvento e cinquant'anni dopo il suo tramonto, forse capiamo meno, sotto alcuni aspetti, del Fascismo mussoliniano che in qualsiasi altro periodo. Conosciamo una gran quantità di dettagli sulla sua ascesa e sul suo declino, ma a quanto sembra comprendiamo davvero poco circa la sua reale natura. Con la scomparsa dei sistemi marxisti-leninisti le nostre difficoltà sono aumentate. Oggi, molti sono pronti a riconoscere che i sistemi elitari e monopartitici del comunismo contemporaneo avevano con il Fascismo classico più affinità di quante in precedenza fossero disposti ad ammettere. Per complicare ulteriormente le cose, si è parlato persino, a proposito dell'Europa dell'Est e dei Balcani, di «fascismo staliniano» 1. Come se ciò non bastasse, oggi ci viene detto che il marxismo-leninismo è sempre stato più nazionalista che internazionalista, più elitario che democratico, più bellicista che accomodante, e che se fossero stati i fascisti, invece dei bolscevichi, a prendere il potere in Russia nel 1917, il risultato finale non sarebbe stato molto diverso 2. Pochi hanno cercato di indicare, e ancora meno di risolvere, tutti i paradossi generati da simili punti di vista. Troppi sono semplicemente ricaduti nei luoghi comuni che per molto tempo hanno costituito la vulgata della scienza politica e della ricerca storica.

Curiosità di fine secolo

Abbiamo letto, sul finire del Ventesimo secolo, che «il fascismo è stato, nella storia moderna, uno degli esempi più lampanti di male politico» 3. Non è chiaro, tuttavia, quanto quest'affermazione possa esserci d'aiuto per comprenderlo. Nel corso dell'ultimo secolo sono accadute molte cose terribili: apprendere che il fascismo fu malvagio non sembra essere particolarmente illuminante. Il fascismo è stato semplicemente una delle manifestazioni del male in un secolo senza riscatto. L'idea che il fascismo sia stato un fenomeno politico «patologico», capace soltanto di scatenare «odio e distruttività», così «sadico» e «necrofilo» da sfuggire persino alla nostra capacità di descrizione 4, ci aiuta davvero poco. Non è chiaro come attribuire al fascismo simili mali possa accrescere la nostra comprensione del fenomeno. A quanto pare, alcuni accademici hanno pensato che non fosse sufficiente sentirsi dire che il fascismo era un male complesso. Essi ci hanno dunque offerto l'esempio del suo contrario, affinché riuscissimo meglio a imprimerci in mente la sua cattiveria ed a fare le distinzioni appropriate. Così, ci viene detto che mentre il fascismo cercava di promuovere «la guerra permanente e la distruzione della ragione», esso si definiva in opposizione al «comunismo e al socialismo», che perseguivano invece «l'emancipazione dell'uomo» attraverso «una ragionevole coscienza umana» 5. Proprio sul finire del Ventesimo secolo si è sostenuto che, per comprendere meglio le rivoluzioni del nostro tempo, dovremmo distinguere chiaramente quelle "cattive" da quelle "buone". Il Ventesimo secolo è stato una grandiosa rappresentazione morale. La chiave che ci viene offerta per comprenderla consiste, a quanto pare, nel coglierne il bene e il male. Veniamo informati che anche se Mussolini è stato un marxista eretico e il Fascismo ha perseguito la crescita economica e lo sviluppo industriale dell'arretrata penisola italiana 6, il fatto che Mussolini rifiutasse «l'esigenza illuministica di usare la ragione come base dell'ordine morale» rende lui e il Fascismo «un affronto all'umanità» 7. Simili opinioni dovrebbero farci capire qualcosa di significativo sul Fascismo e sulla dinamica delle rivoluzioni del XX secolo. Il che, francamente, è davvero curioso. È difficile immaginare come uno storico o uno scienziato sociale contemporaneo possa essere soddisfatto da questo modo di vedere le cose, nelle sue diverse varianti. Ci si chiede, alla fine del Ventesimo secolo, di identificare i fascisti, che hanno rifiutato «i valori dell'illuminismo», come creature dell'oscurità, e di considerare comunisti e socialisti come portatori della bontà e della luce. Ma dopo tutto ciò che proprio sul finire del secolo abbiamo appreso dei sistemi socialisti e comunisti è davvero difficile immaginare Stalin, Mao Zedong, i khmer rossi cambogiani, o anche il relativamente benevolo Fidel Castro, come fautori dell'emancipazione umana e come difensori della giusta ragione. Sostenere che i marxisti, i comunisti e i socialisti sono uniformemente propugnatori della pace e della giusta ragione appare francamente poco plausibile. Mao Zedong, tanto per fare un esempio, non ha mai nascosto la sua concezione positiva della guerra. «Qualcuno» – ha detto una volta ai suoi sostenitori – «si fa beffe di noi perché propugniamo "l'onnipotenza della guerra rivoluzionaria". Ebbene sì» – continuava – «noi sosteniamo l'onnipotenza della guerra rivoluzionaria; questo è un bene, non un male, è marxista Solo con le armi si può cambiare il mondo intero» 8. Per Mao non solo «tutte le cose nascono dalla canna di un fucile», ma «la guerra rivoluzionaria è l'antidoto che oltre ad eliminare il veleno del nemico, ci purifica dalla nostra stessa sporcizia» 9. Mao identificava la guerra con la "lotta di classe": finché ci sarebbe stata la lotta di classe, ci sarebbe stata la guerra 10. Mao e i suoi seguaci pensavano inoltre che gli elementi borghesi «si sarebbero ricreati giorno dopo giorno» anche dopo l'instaurazione del socialismo, e che le guerre rivoluzionarie fra le classi sarebbero durate per forse «cento milioni di anni» 11. La guerra sarebbe dunque eterna e fonte di trasformazioni. Da essa, infatti, nascerebbe "l'uomo nuovo". E tutto ciò sarebbe una cosa "buona", sarebbe "marxista". Il fatto è che «il linguaggio della guerra, della forza e del coraggio scorre come un filo rosso per tutta l'opera di Mao. Non si tratta soltanto di una delle tendenze rilevanti del suo pensiero; [...] è piuttosto la tendenza centrale» 12. Ciò era evidente, negli anni Sessanta e Settanta, ai critici sovietici del maoismo. Per i marxisti sovietici, il maoismo era semplicemente l'espressione di una filosofia primitiva violenta e brutale13. Essi sostenevano che la crudeltà di Mao «era una crudeltà specificatamente imperiale, la crudeltà del fúhrerismo, pronta a sacrificare la vita di milioni di persone» al servizio delle guerre di aggressione scatenate dallo «chauvinismo del grande timoniere» 14 . Non si può che essere confusi. Sembrerebbe che la netta distinzione fra bene e male che spiega la natura dell'universo politico, e che stabilisce il posto del fascismo all'interno di quest'ultimo, non era poi così utile come alcuni pensavano che fosse. Sembrerebbe che Mao Zedong, in quanto marxista-leninista, abbia coltivato tutti i caratteri che hanno reso il fascismo "cattivo" 15. Non solo Mao era chiaramente un propugnatore della "guerra permanente", ma sembra anche aver avuto scarsa considerazione della "ragione". Mao, per esempio, era pressoché convinto che «nella storia sono sempre gli ignoranti a rovesciare i colti». Piuttosto che un sostenitore del "ragionamento" come s'intende normalmente, Mao sembra essere stato un sostenitore dei «risultati veloci, del disprezzo per il passato e della cieca fiducia nel futuro» 16. Egli insisteva sul fatto che nella Cina socialista «si studiava troppo». Riteneva che tutto quello studiare fosse «eccessivamente dannoso». Per Mao, evidentemente, «leggere troppi libri era dannoso»: «se si leggono troppi libri, si finisce per pietrificare la mente. Più libri si leggono, più si diventa stupidi» 17. È difficile pensare che tutto ciò faccia parte della "tradizione illuminista". La nostra concezione della distinzione fra le tradizioni "illuminista" e "non illuminista" è seriamente compromessa. Così come, di conseguenza, la distinzione che dovrebbe aiutarci a comprendere il fascismo. Ciò che appare evidente, in quest'inizio di secolo, è che possiamo fidarci poco di distinzioni come quelle offerte da chi sostiene che le virtù appartengono alla sinistra ed i vizi alla destra. Questa pantomima è particolarmente priva di valore dal punto di vista delle interpretazioni del fascismo. Essa rappresenta nulla più che l'ennesimo sottoprodotto della rinuncia tipicamente "postmoderna" ad un criterio attraverso il quale assegnare valore e status ad una qualunque affermazione. All'inizio degli anni Settanta, alcuni sociologi e storici "radicali" hanno rigettato «qualsiasi aspirazione all'oggettività in quanto mistificazione e inganno» ed hanno sostenuto con forza «che la vera questione non è se gli storici possono essere oggettivi, ma a quale causa essi sono, per così dire, soggettivi» 18. Fra alcuni intellettuali "postmodernisti" si tende oggi a non misurare le conclusioni degli storici e dei sociologi secondo uno standard di obiettività; l'aspirazione alla verità viene vista invece come il riflesso, in prevalenza, di pregiudizi o di interessi particolari. Veniamo informati, così, che alla verità storica o sociologica non si arriva sulla base di una prova intersoggettiva di qualche tipo. L'interpretazione storica e sociologica non si ricava dalle testimonianze oggettive; ogni tentativo di ricercare la verità deve essere piuttosto considerato in funzione dei «cambiamenti nella politica e nella società contemporanee». Un caso esemplare: uno studioso come Renzo De Felice può aver pensato di perseguire la verità scrivendo la sua monumentale biografia di Mussolini, ma in realtà i suoi sforzi non erano altro che una risposta ai suoi «suggeritori americani [...] e a quegli elementi politici in Italia» che semplicemente hanno usato lui e la sua opera per i loro scopi 19. Secondo questa peculiare convinzione, gli studiosi non perseguono la "verità", esprimono invece i loro pregiudizi, le loro inclinazioni politiche o danno prova di subordinazione. Non tentano di ricostruire o di interpretare il passato, rispondono invece ad un occulto impulso soggettivo e alle inclinazioni politiche e/o sono creature nelle mani di "suggeritori politici". Secondo questa tesi, Roger Griffin scrive quello che scrive del fascismo perché è un "liberai". Stanley G. Payne scrive quello che scrive del fascismo perché è un "conservatore". Questi studiosi non scrivono quello che scrivono perché convinti dalla preponderanza delle prove disponibili, ma perché appartengono ad una "scuola accademica" o perché credono in una "causa politica" 20. Sulla base di questa visione non c'è davvero nulla che si possa qualificare come verità. Tutto è frutto di pregiudizi e i pregiudizi, come si sa, sono irrimediabili. Questo tipo d'oscurantismo ha goduto di un certo successo fra gli accademici, ma non è chiaramente d'alcun aiuto se si vuole cercare di capire, con una qualche obiettività, un qualsiasi fenomeno storico complesso. Recentemente Thomas Nagel ha chiarito ancora una volta quale sia la base di questa confusione metodologica: «La negazione della verità obiettiva basata sull'idea che tutti i sistemi di credenza siano determinati da forze sociali, se presa seriamente, si confuta da sé, poiché fa appello ad una tesi sociologica e storica che, se non fosse essa stessa oggettivamente valida, difficilmente potrebbe condurre ad una qualche conclusione» 21. Niente di tutto ciò può interessare chiunque sia seriamente interessato a capire il Fascismo di Mussolini e il fascismo "generico" originato da quest'ultimo. Sforzi fortunatamente più credibili sono stati compiuti nel corso degli anni, sforzi che hanno fornito, quantomeno, i contorni di un'interpretazione plausibile.

L'odierna interpretazione del Fascismo

Nell'ultimo decennio sono stati pubblicati importanti studi sia sul Fascismo paradigmatico – quello italiano – sia sul "fascismo generico" 22. Particolarmente importante è stata, probabilmente, la prontezza con cui gli studiosi hanno riconosciuto l'integrità e la coerenza del Fascismo come movimento e regime rivoluzionario. Che il Fascismo abbia posseduto un'ideologia articolata e compiuta viene oggi generalmente accettato. La tendenza a trattare il movimento, i suoi seguaci, il suo leader e il regime creato dalla rivoluzione, come semplicemente "patologici" e privi di contenuto intellettuale è stata largamente abbandonata 23 . Degno di nota è che, dalla fine degli anni Novanta, alcuni dei più competenti pensatori del nostro tempo abbiano prontamente riconosciuto i tratti familiari comuni al Fascismo paradigmatico e ai regimi marxisti-leninisti 24. Tale riconoscimento si è basato in gran parte sulla ripresa e sullo sviluppo del concetto di "totalitarismo", già entrato nell'uso comune negli anni Cinquanta e Sessanta 25. "Totalitarismo" è un concetto che include, alla stregua di casi esemplari, il bolscevismo staliniano, il comunismo maoista, il nazionalsocialismo e il Fascismo 26. Sotto molti aspetti, questi regimi non solo non sono «identici, ma nemmeno paragonabili; tanto meno i loro caratteri peculiari hanno presentato, nel corso della storia, la stessa rilevanza». Ciò nonostante si tende ad accettare l'idea secondo la quale per tutta una serie di elementi c'è stato tra di essi uno stretto legame di parentela 27. Per cominciare, sono stati tutti caratterizzati da leader infallibili e "carismatici", posti alla guida di partiti unici, armati e "d'avanguardia" attivi all'interno di sistemi essenzialmente plebiscitari, antidemocratici e "antiborghesi". Quali che siano state le caratteristiche specifiche delle rispettive ideologie – nazionaliste, razziste o classiste -, i loro comportamenti esteriori hanno sempre tradito un nucleo sostanzialmente nazionalista 28. Forse sarebbe più giusto parlare di "patriottismo" invece che di "nazionalismo", ma le conseguenze delle loro azioni sono state, e sono, com'è facile dimostrare, essenzialmente di tipo nazionalista. L'irredentismo, nelle sue molteplici espressioni, è comparso in tutti i diversi tipi di regimi totalitari. In tutti i casi, quale che sia stata la spinta ideale iniziale, il regime rivoluzionario si è sempre votato alla difesa dello status della comunità politica, della sovranità, della sicurezza e dell'integrità territoriale contro i pericoli provenienti da un ambiente esterno che, nel corso del Ventesimo secolo, è stato, in effetti, particolarmente turbolento. La missione rivoluzionaria si è risolta, in modo sempre più evidente, nella restaurazione delle glorie smarrite della comunità politica e dei territori "perduti" tracciati sulle mappe di imperi morti, nel recupero di antiche dinastie e di storie tutt'altro che dimenticate. Fondamentale, nell'ambito di questa missione restauratrice, è sempre stato lo sviluppo economico, intensivo ed esteso, della comunità, che in molti casi si presentava come industrialmente arretrata 29. Nel caso di realtà sviluppate, le condizioni ambientali rivoluzionarie sono state il prodotto di una contrazione industriale ed economica che minacciava non solo lo status, ma la stessa sopravvivenza della comunità storica e politica. L'armamento ed il programma politico necessari alla lotta contro la "borghesia" o contro i nemici imperialisti "demoplutocratici" potevano essere solo il prodotto di una solida base industriale, relativamente sofisticata e tecnologicamente avanzata. In mancanza di tale base, la rivoluzione era costretta ad impegnarsi in un massiccio programma di sviluppo che richiedeva il coinvolgimento di tutte le risorse umane in un regime di lavoro, sacrificio e obbedienza. Un'etica di questo tipo ha contraddistinto tutti i regimi rivoluzionari — di "destra" o di "sinistra" — che nel corso del Novecento hanno dimostrato un carattere totalitario. Nella storia di questi regimi una tale realtà è stata riconosciuta molto presto. Già negli anni Trenta 30 i marxisti non sovietici avevano individuato i tratti comuni esistenti fra l'Unione Sovietica e le altre potenze totalitarie. Gli stessi fascisti italiani avevano chiare le similitudini esistenti tra il loro regime ed i sistemi marxisti-leninisti 31. Tra i fattori empirici che hanno contribuito a tale vicinanza tra i regimi fascista e bolscevico, il più importante è stato l'essere entrambi un prodotto, più o meno diretto, del socialismo rivoluzionario. Lenin e Mussolini, tanto per fare un esempio, sono usciti «dalla stessa famiglia politica, quella del socialismo rivoluzionario » 32. In entrambi i casi, il socialismo al quale essi si appellarono nel tentativo di legittimare il loro governo rivoluzionario fu un socialismo magicamente trasformato, che poco aveva a che vedere con quello di Karl Marx e di Friedrich Engels. Il peculiare socialismo che emerse da questo processo di trasformazione fu rappresentato da un socialismo nazionale di tipo reattivo ed improntato allo sviluppo, teso all'edificazione della nazione ed alla restaurazione del suo "posto al sole" a spese dei suoi nemici "capitalisti", "razzialmente inferiori" e/o "demoplutocratici". Di tutto ciò il Fascismo di Mussolini ha rappresentato il caso esemplare. Il Fascismo italiano è stato l'archetipo dei sistemi rivoluzionari, reattivi, di massa, evolutivi, nazionalisti, dominati da un partito unico, carismatici, antidemocratici, populisti, elitari, ideocratici e militaristi che hanno caratterizzato il Ventesimo secolo 33. Il fatto che non sia stato riconosciuto come tale è dipeso da un certo numero di fattori, il principale dei quali è stato l'irrefrenabile convinzione di molti intellettuali secondo la quale, in età contemporanea, la rivoluzione deve necessariamente essere o di "sinistra" oppure di "destra": nel primo caso, è umana e razionale, nel secondo è invece omicida e psicopatica. Oltre a ciò, e forse come conseguenza di questo radicato pregiudizio, molto ha contato la riluttanza con la quale ci si è dedicati alla lettura della produzione dottrinaria fascista. Basta sfogliare i numerosi volumi scritti dagli accademici che si sono occupati del fascismo, per scoprire come siano stati davvero pochi quelli che si sono presi la briga di leggere o di citare fonti fasciste di prima mano. Ancora minori sono stati i riferimenti diretti alla letteratura ideologica fascista. Si è quasi sempre escluso che i fascisti dicessero quello che pensavano o pensassero quello che dicevano. Qualunque cosa essi abbiano detto o fatto doveva essere "interpretato". In realtà, è stato vero il contrario. I fascisti italiani sono stati straordinariamente candidi e diretti nell'esprimere i loro obiettivi dottrinari; e molto spesso i loro comportamenti sono stati strumentali al raggiungimento degli obiettivi dichiarati. Giungere ad una comprensione preliminare del fascismo è in realtà piuttosto semplice: basta leggere la sua letteratura dottrinaria con un certo distacco ed una certa obiettività.

Sulla comprensione del Fascismo

Il Fascismo è stato l'erede del nazionalismo italiano e del sindacalismo nazionale rivoluzionario. Entrambi i movimenti ambivano a soddisfare le speranze dell'Italia in un mondo di competizione darwiniana, dominato dalle potenze industrialmente avanzate 34. Dopo la conclusione della prima guerra mondiale, i fascisti, molti dei quali avevano combattuto nelle trincee, hanno cercato di creare un'Italia che ripagasse il loro sacrificio e quello delle decine di migliaia di persone morte nella Grande Guerra. L'Italia non doveva più subire l'umiliazione di essere una potenza minore. Non doveva più essere lo spaccalegna e il portatore d'acqua delle nazioni industrializzate 35. Il 28 dicembre 1919, pochi mesi dopo la nascita del movimento fascista, Mussolini invitò gli italiani a «liberare [se stessi] dal giogo della plutocrazia internazionale». Due giorni più tardi, come per non lasciare dubbi sulla natura della sua convinzione, riaffermò la propria determinazione a liberare l'Italia dalla «oppressione della plutocrazia occidentale» 36. A giudizio del futuro dittatore, una «coalizione di stati plutocratico-capitalisti» cercava di perpetuare l'inferiorità dell'Italia – e di «tutte le altre nazioni proletarie» – al fine di garantire l'egemonia delle potenze industrialmente avanzate 37. In un ambiente internazionale dominato da quest'ultima, all'Italia non sarebbe mai stato permesso di riscattarsi da «secoli di servitù» 38. Le potenze plutocratiche avrebbero opposto resistenza a tutti gli sforzi tesi a cambiare la distribuzione mondiale dello status, del potere, della ricchezza e delle risorse. Il Fascismo, sosteneva Mussolini, rifiutava di subordinare i suoi interessi o di abbandonare le proprie aspirazioni nazionali a causa del potere predominante delle plutocrazie, cioè delle nazioni già industrializzate. Alle nazioni più potenti il Fascismo avrebbe strappato il rispetto che esso esigeva possibilmente con la diplomazia e con la legge, ma se necessario con il ricorso alle armi 39. Per ottenere il prestigio internazionale ed al fine di dispiegare tutte le capacità necessarie a tale programma di redenzione, Mussolini associò la rivoluzione fascista ad una politica generale d'intensa crescita economica e di disciplinata espansione industriale 40. Il Fascismo intendeva uscire dallo stadio di sottosviluppo economico. Solo con un'ampia e forte base industriale l'Italia poteva sviluppare tutte le sue potenzialità e conseguire i suoi obiettivi di grande potenza 41. Preoccupata di rimanere per sempre marginale nella storia del XX secolo, l'Italia non poteva più patire l'umiliazione dell'arretratezza 42. A giudizio di Mussolini, l'Italia si sarebbe dovuta incamminare verso «un'era di sviluppo» 43. La tesi fascista era che una nazione desiderosa di una rapida crescita economica e di un veloce sviluppo industriale — ma priva di risorse economiche e naturali, afflitta dalla sovrappopolazione, confinata nel Mediterraneo dalla forza militare e dai vantaggi strategici delle nazioni più industrializzate — necessitava assolutamente di un'unità nazionale monolitica e di una forte disciplina militare. Le esigenze di una crescita economica e di uno sviluppo industriale particolarmente rapidi avrebbero creato un'atmosfera di forte tensione emotiva e ideale, enfatizzando così la lotta, la lealtà e l'impegno. Il governo rivoluzionario che si assumeva le responsabilità implicite in tale programma, avrebbe così mostrato tutte le caratteristiche che sono poi diventate consuete nel corso del secolo 44. Sarebbe stato un governo rivoluzionario né di destra né di sinistra 45. Si sarebbe comportato alla stregua di uno stato interventista che avrebbe controllato sia l'economia sia la proprietà privata consentita dal sistema 46. Sarebbe stato il prodotto di una "rivoluzione di sviluppo" in una comunità priva di status ed economicamente arretrata. I fascisti riconoscevano che in comunità così caratterizzate le rivoluzioni erano destinate a produrre regimi con caratteristiche per molti versi comuni. Nel dicembre del 1933, in un discorso rivolto a degli studenti asiatici, Mussolini disse di apprezzare la loro giusta reazione contro lo sfruttamento operato dalle nazioni industrialmente avanzate. Sostenne che le rivendicazioni degli sfruttati dell'Asia avevano la stessa natura di quelle dell'Italia fascista. Nella reazione degli asiatici, continuò, i fascisti riconoscevano una risposta rivoluzionaria dello stesso segno. Vi erano differenze di dettagli fra le due reazioni, ma la sostanza era la stessa 47. Così dicendo, Mussolini non faceva che riprendere e sviluppare i giudizi elaborati dai teorici fascisti nel periodo in cui il Fascismo cominciava a prendere forma a partire da elementi derivanti dal nazionalismo e dal sindacalismo rivoluzionario. Fra il 1914 e il 1920, Dino Grandi parlò delle guerre del nuovo secolo come di "guerre di classe", che avrebbero opposto nazioni "proletarie" e "plutocratiche". Parlò anche di guerre fra le potenze meno sviluppate e quelle industrialmente avanzate 48. La rivoluzione in Russia fu vista come il primo di questi conflitti. A giudizio di Grandi e dei primi fascisti, i bolscevichi si erano ingannati sia a proposito delle loro reali intenzioni sia con riferimento al mondo nel quale avevano fatto la loro rivoluzione. La guerra che si erano impegnati a combattere non era infatti una "lotta di classe" interna: era la prima delle guerre rivoluzionarie tra le nazioni povere e le potenze capitaliste egemoniche 49, era la prima rivoluzione condotta da una nazione proletaria nel tentativo di guadagnarsi un posto ed una posizione in un mondo dominato dalle nazioni ricche e industrialmente avanzate. Fin dal primo momento, i teorici fascisti hanno dunque riconosciuto le affinità fondamentali esistenti fra tutte le rivoluzioni che, nel corso del Ventesimo secolo, sono state intraprese dalle nazioni prive di status ed economicamente meno sviluppate. Tali nazioni hanno fatto parte di una classe di potenze rivoluzionarie scarsamente definita. Sul piano dell'elaborazione dottrinaria, quegli stessi teorici hanno compreso come le rivoluzioni avviate dalle nazioni proletarie, dell'Est come dell'Ovest, erano destinate a produrre sistemi che, nel corso degli anni, sarebbero divenuti sempre più simili tra di loro. È il caso di Sergio Panunzio, che nella sua opera principale, Teoria generale dello stato fascista 50, ha tracciato lo sviluppo delle rivoluzioni antiplutocratiche in Europa, in America Latina e in Asia, descrivendo altresì le somiglianze fra i partiti armati rivoluzionari, le dottrine, i leader carismatici e i governi monopartitici in Russia, in Germania, in Spagna e in Cina. Molto di ciò è stato anticipato dai teorici fascisti, che fin dall'inizio hanno mostrato di credere nella possibilità che il bolscevismo evolvesse, a velocità indeterminata, verso una qualche variante di Fascismo. I marxisti più rivoluzionari dell'Italia prefascista, avevano presto compreso che i veri nemici della nazione e dello stato rivoluzionario non erano le classi interne ma le nazioni straniere. Si aspettavano che quando i marxisti delle altre nazioni rivoluzionarie proletarie si fossero resi conto di una simile realtà, la maggior parte dei loro atteggiamenti politici e delle loro istituzioni politiche si sarebbero avvicinate a quelle del Fascismo. Così, già negli anni Trenta, i bolscevichi sostenevano senza imbarazzo il "patriottismo sovietico" e la lealtà verso la "patria proletaria". Avevano abbandonato tutti i pretesti democratici e non prestarono attenzione al rapido emergere di una dittatura monopartitica. Videro in anticipo lo stato politico riemergere sotto il dominio di una leadership carismatica e la scomparsa graduale dell'internazionalismo marxista in una confusione di bandiere sovietiche e in una nebbia di appelli patriottici 51.I principali teorici fascisti non ebbero difficoltà ad identificare come "totalitario" una famiglia o un genere di movimenti e regimi rivoluzionari, che finiva per includere tutti quelli che si autodefinivano come marxisti-leninisti, come nazionalsocialisti e come fascisti. Quali che fossero le differenze fra loro, talune proprietà comuni li rendevano membri di una classe ben identificabile 52. Fin dagli anni fra le due guerre, tutti gli studiosi occidentali intellettualmente indipendenti hanno riconosciuto l'esistenza di tali proprietà comuni. Indifferenti alla classica distinzione tra destra e sinistra coltivata da molti altri, costoro hanno cercato di dare un senso alle rivoluzioni, ai leader carismatici, ai regimi rivoluzionari e alla violenza di massa che hanno dato forma al XX secolo. Retrospettivamente, i teorici fascisti ci hanno lasciato elementi interpretativi che, adottati in maniera selettiva, offrono l'abbozzo di una descrizione intellettualmente soddisfacente.

L'interpretazione

Fra i complessi elementi costitutivi di quella che sarebbe diventata un'ideologia matura, i teorici fascisti distinsero quelli che rivestivano un'importanza cruciale ai fini della loro impresa. In questa categoria essi inclusero il senso di rifiuto all'oltraggio che derivava dalla passività e dal servilismo italiano di fronte alla dominazione straniera. La letteratura del nazionalismo italiano era piena di riferimenti all'umiliazione della "Italietta" operata dalle "Grandi Potenze" 53. La prima guerra mondiale e le sue conseguenze inculcarono ulteriormente in molti intellettuali l'inferiorità oppressiva dell'Italia in un mondo di "competizione darwiniana". Poiché riconoscevano nell'inferiorità italiana un'espressione del sottosviluppo in un mondo dominato dall'industria pesante e dalla forza militare che derivava da quella base materiale, i nazionalisti italiani e i sindacalisti rivoluzionari propugnarono la rapida espansione economica e l'industrializzazione intensiva del paese54. Come fautori di un programma tanto esigente, i sindacalisti rivoluzionari compresero la necessità di promuovere le condizioni che avrebbero consentito di sostenere tale impresa. Chiesero perciò un governo forte, permeato da un senso di missione, capace di mobilitare le masse in un ambiente scarsamente attrezzato in vista di un rapido sviluppo economico ed industriale. A questo fine, era necessario, per persone che solo di recente avevano acquisito cittadinanza e per di più provenienti da zone prevalentemente agricole, disporsi al sacrificio, lavorare e obbedire. Chi si opponeva a questo programma veniva considerato un controrivoluzionario nel migliore dei casi, un traditore della nazione nel peggiore. E diventava in questo modo oggetto di violenza. Veniva incarcerato o mandato in esilio. Il rinnovamento rivoluzionario perseguito dai fascisti non poteva che essere armato e risoluto. Una volta organizzatisi nel movimento fascista, essi compresero la necessità di uno stato egemonico dominato dal partito, caratterizzato da una leadership carismatica, dalla regola plebiscitaria e dall'unità totalitaria. I fascisti si vedevano alla guida di una "nazione proletaria" in lotta contro la forza terrificante delle potenze egemoni straniere. Per predisporsi ad un conflitto così duro sarebbe stato necessario inculcare nelle masse un'etica del sacrificio, del coraggio e dell'impegno. Ciò avrebbe costituito la preparazione essenziale in vista della battaglia. La necessità di soldati avrebbe reso quello militare il modello normativo della vita e del vivere. Tutti avrebbero indossato un'uniforme ed avrebbero preso confidenza con le armi. Lo stato sarebbe stato completamente militarizzato. Tutti sarebbero stati coinvolti in un vasto e complesso sistema gerarchico che avrebbe formato "l'uomo nuovo" per la nascente "società nuova". Un sistema uniforme di convinzioni politiche avrebbe sostenuto ognuno nei momenti di difficoltà, e la fiducia in un capo infallibile avrebbe costituito una protezione emotiva contro la delusione e una corazza contro ogni minaccia. Lo scopo era la creazione di una nuova nazione che si sarebbe assunta la responsabilità storica di edificare una nuova civiltà e una nuova cultura, che a loro volta avrebbero immunizzato l'umanità contro la decadenza narcisistica e spiritualmente auto-indulgente che accompagnava il declino del capitalismo avanzato. I fascisti sostenevano tutto ciò con la sublime certezza della loro assoluta superiorità morale. Quest'insieme di elementi è consueto nella letteratura rivoluzionaria novecentesca, sia in quella di sinistra che in quella di destra. Si ritrova, ad esempio, nella letteratura "comunista" dell'Unione Sovietica e della Cina maoista. Ai giorni nostri, si ritrova negli scritti dell` opposizione nazionale" al governo russo post-sovietico. I portavoce del partito comunista della Federazione russa ripetono tutte le tesi articolate per primi dai marxisti radicali e dal sindacalismo rivoluzionario italiano. Fanno le stesse allusioni alla necessità di sviluppare rapidamente la retrograda base industriale della Russia. Si dedicano all'espansione della sua produttività economica. Parlano della necessità di acquisire armi e di difendere la loro antica cultura. Caldeggiano la necessità di una mobilitazione generale per restituire alla "Madre Russia" il suo "posto al sole". Sostengono la disciplina ed il sacrificio. Sono favorevoli allo "stato forte" ed alla riconquista dei territori perduti. Discutono sulla decadenza dell'Occidente e sulla rinascita spirituale della Russia. Richiamano immagini di potenze egemoniche che condannano le nazioni più povere ad una perpetua inferiorità. Evocano un conflitto fra "due mondi moralmente agli antipodi", dal quale emergerà una nuova civiltà 55. Tutto ciò suona altrettanto familiare a coloro che hanno seguito l'involuzione del marxismo-leninismo nella Repubblica popolare cinese, ora impegnata nelle "quattro modernizzazioni" che dovrebbero rendere la retrograda Cina una grande potenza industriale. Essi riconosceranno l'appello di Pechino alle -nazioni proletarie" del Terzo mondo a ribellarsi agli inganni delle potenze industriali avanzate. L'invito al lavoro e al sacrificio, attraverso lo stato monopartitico, sotto la guida di un "leader supremo", al servizio di una futura Grande Cina con un adeguato "spazio vitale", riecheggia formule e parole già dette, in un altro periodo e in un diverso luogo. Altrettanto familiari suonano il "patriottismo" che anima il sistema e il moralismo che lo pervade56. Per quanto ogni singolo caso sia diverso ed unico, esiste un'innegabile somiglianza in tutto ciò. È la somiglianza di un sogno ricorrente. È come se le nazioni meno sviluppate si trovassero afflitte, in un universo di comunità in rapida espansione e tecnologicamente sofisticate, da un profondo e costante senso di umiliazione, di impotenza e di inferiorità, che porta una minoranza di intellettuali a mobilitare i gruppi contro le ingiustizie e gli inganni degli "egemoni" industrialmente avanzati, ad organizzare una rivoluzione nazionale che dovrebbe ovviare alle disparità e trasformare una nazione minore in una più importante. Nell'intensità della battaglia, nella ricerca furiosa dell'unanimità, nascono impulsi all'aggressione politica, a sopprimere il dissenso interno, ad isolare le popolazioni "indigeribili", a riannettere sotto il proprio controllo territori persi e popolazioni alienate, a scavare nel mondo ostile uno "spazio vitale" che assicuri la sopravvivenza ed il predominio. Agli estremi si trovano l'assassinio di massa, la "pulizia etnica" e il genocidio. Da tutto ciò, risulta spazzata via ogni speculazione sulla presunta tradizione "umanistica" che sarebbe tipica delle rivoluzioni di sinistra. Ciò che rimane è solo un'indefinita classe di rivoluzioni antidemocratiche, alcune delle quali pretendono di essere "marxiste" o "marxiste-leniniste"; ma siano essi "fascisti" o "antifascisti", tutti questi movimenti rivoluzionari, così come i regimi che essi hanno edificato, presentano inconfondibili tratti comuni. Sono antidemocratici, frutto di nazionalismi reattivi ed evolutivi , caratterizzati da un governo elitario composto da leader carismatici o pseudocarismatici e da un partito unico armato. L'Italia fascista ha rappresentato un caso paradigmatico. Per più di mezzo secolo i suoi pensatori hanno anticipato gli sviluppi di cui siamo stati testimoni. Ciò che non avevano realmente anticipato era il fatto che alcuni di questi sistemi, confusi ideologicamente e travolti dalle circostanze, avrebbero ucciso milioni d'innocenti nella loro veemente ricerca di redenzione nazionale. Armati della saggezza del senno di poi, comprendiamo finalmente alcune cose di un secolo nel quale la rivoluzione ha giocato un ruolo decisivo. Attraverso il Fascismo di Mussolini ci è più chiaro il tipo di rivoluzioni che ha permeato il nostro tempo. Riconoscendo alcuni aspetti della natura delle rivoluzioni novecentesche, possiamo iniziare ad intravedere la forma del futuro. Quali che siano gli esiti della "globalizzazione" in corso, sembra molto probabile che nel secolo che si è appena aperto avremo, fra le "nazioni proletarie" del mondo, approssimazioni e caricature del Fascismo. Ciò che non possiamo assolutamente prevedere, è se esse assumeranno forme relativamente benevole o meno.

NOTE

1. V. Tismaneanu, The Leninist Debris or Waiting for Peron, in «Fast European Politics and Societies», X, n. 3, autunno 1996, p. 507.
2. Cfr. W. Laqueur, The Dream That Failed: Reflections on the Soviet Union, Oxford University Press, New York, 1994, p. 184
3. R. Soucy, French Fascism: The First Wave, 1924-1933, Yale University Press, New Haven, 1986, p. XI.
4. Cfr. R. Griffin, The Nature of Fascism, Routledge, New York, 1993, pp. XII, 183, 225-235.
5. M. Neocleous, Fascism, University of Minnesota Press, Minneapolis, 1997, pp. X, XI, 4, 9, 10, 11, 17, 38.
6. Ivi, pp. 6, 60, 62-63.
7. Ivi, pp. X, 2.
8. Mao Zedong, Problems of War and Strategy, in Idem, Selected Works, Foreign Languages Press, Beijing, 1965, vol. 11, p. 225. 1 maoisti era così innamorati della "onnipotenza della guerra" da aver incluso l'ingiunzione di Mao nel Libretto rosso: cfr. Quotations from Chairman Mao Tse-tung, a cura di S. R. Schram, Bantam Books, New York, 1967, p. 34.
9. Mao, On Protracted War, in Selected Works, cit., p. 131. Questa nozione fu considerata dai maoisti sufficientemente decisiva da essere compresa anch'essa nel Libretto rosso: cfr. Quotations, cit., p. 33.
10. Mao, On Contradiction, in Selected Works, cit., vol. 1, p. 133.
11. Cfr. la discussione in A Great Revolution that Touches Peoples to their Very Souls, in «People's Daily», 2 giugno 1966, ristampato in The Great Socialist Cultural Revolution in China, Foreign Languages Press, Beijing, 1966, vol. III, p. 8.
12. S. R. Schram (a cura di), The Political Thought of Mao Tse-tung, Frederick A. Praeger, New York, 1963, p. 125.
13. V. A. Krivtsov, V. Y. Sidikhmenov, A Critique of Mao Tse-tung's Theoretical Conceptions, Progress, Moscow, 1972, pp. 144-145.
14. F. Burlatsky, Mao Tse-tung: An Ideological and Psychological Portrait, Progress, Moscow, 1980, pp. 257; Idem, A Destructive Policy, Novosti, Moscow, 1972, p. 30.
15. Circa venticinque anni fa ho indicato alcuni dei caratteri "fascisti" che facilmente si sarebbero potuti individuare nel pensiero di Mao Zedong. Cfr. A. James Gregor, The Fascist Persuasion in Radical Politics, Princeton University Press, Princeton, 1974, cap. VI.
16. Mao Zedong, Chairman Mao Talks to the People: Talks and Letters 1956-1971, Pantheon, New York, 1974, pp. 118, 120, 121.
17. Ivi, pp. 118-120,203-205,211,232,250.
18. D. H. Fischer, Historians' Fallacies: Toward a Logic of Historical Thought, Harper Torchbooks, New York, 1970, p. 314.
19. R. J. B. Bosworth, The Italian Dictatorship: Problems and Perspectives in the Interpretations of Mussolini and Fascism, Arnold, London, 1998, pp. 130, 236, 237.
20. Ivi, pp. 226-227.
21. T. Nagel, The Sleep of Reason, in «The New Republic», XII, ottobre 1998, p. 36.
22. Tra i più significativi si segnalano i lavori di Z. Sternhell, The Birth of Fascist Ideology, Princeton University Press, Princeton, 1994 (ed. it. Nascita dell'ideologia fascista, Baldini & Castoldi, Milano, 1993) e di S. G. Payne, A History of Fascism, 1914-1945, University of Wisconsin Press, Madison, 1995 (trad. it. Il fascismo. 1914/1945, Newton & Compton, Roma, 1999).
23. Lo storico francese Francois Furet ci ricorda che per lungo tempo numerosi «autori candidi o perversi [hanno usato] un double standard, accettando più o meno l'idea che i bolscevichi si facevano di se stessi e sottoponendo invece i fascisti a un'interpretazione senza alcun rapporto con ciò che essi avevano detto»: The Passing of an Illusion: The Idea of Communism in the Twentieth Century, University of Chicago Press, Chicago, 1995, p. 165 (ed. it. Il passato di un'illusione. L'idea comunista nel XX secolo, Mondadori, Milano, 1995).
24. Cfr. per esempio R. Pipes, Russia under the Bolshevik Regime, Vintage, New York, 1995, cap. V (trad. it. Il regime bolscevico, Mondadori, Milano, 1999).
25. Cfr. A. James Gregor, Interpretations of Fascism, Transaction, New Brunswick, NJ, 1997, cap. VII (trad. it. Il fascismo. Interpretazioni e giudizi, Antonio Pellicani Editore, Roma, 1997).
26. Cfr. la discussione in ivi, cap. VII.
27. Cfr. Laqueur, The Dream That Failed, cit., cap. IV.
28. Questo aspetto è ormai generalmente accettato dagli specialisti. Una delle migliori descrizioni relativa al nazionalismo nella vecchia Unione Sovietica si trova in M. Agursky, The Third Rome: National Bolshevism in the Ussr, Westview Press, Boulder, Co, 1987 (trad. it. La Terza Roma. Il nazionalbolscevismo in Unione Sovietica, il Mulino, Bologna, 1989). Ho tentato qualcosa di analogo per il marxismo-leninismo nella Cina comunista: cfr. A. James Gregor, A Place in the Sun: Marxism and Fascism in China's Long Revolution, Westview Press, Boulder, CO, 2000.
29. Cfr. la discussione in A. James Gregor, Italian Fascism and Developmental Dictatorship, Princeton University Press, Princeton, 1979, cap. IX; Idem, Phoenix: Fascism in Our Time, Transaction, New Brunswick, NJ, 1999, cap. II.
30. Si veda la descrizione in Furet, The Passing of an Illusion, cit.,capp. V e VI.
31. Cfr. la discussione in Gregor, Phoenix, cit., cap. VI.
32. Furet, Tbc Passing of an Illusion, cit., pp. 166, 180.
33. Nel testo non si trova alcuna definizione lessicale del Fascismo. In discipline informali quali la scienza politica e la storia, le definizioni hanno infatti poco più che una finalità didattica. Al di fuori delle discipline rigorosamente formalizzate, qualsiasi definizione deve tenere conto di una varietà di significati e di sfumature, che finisce per renderla permeabile e scarsamente utile dal punto di vista teoretico. Generalmente, nelle scienze politiche e sociali i termini più importanti vengono definiti contestualmente, cioè nel corso dell'esposizione.
34. Cfr. la discussione in A. James Gregor, The Ideology of Fascism: The Rationale of Totalitarism, Free Press, New York, 1969, cap. 2.
35. Cfr. il commento di B. Mussolini, La politica estera al Senato, in Opera omnia, La Fenice, Firenze, 1952-1963, vol. XXII, p. 151.
36. Mussolini, Il nostro dovere è quello di liberarci del giogo della plutocrazia internazionale e I diritti della vittoria, in Opera omnia, cit., vol. XIV, pp. 50-55, 223.
37. Mussolini, Gesto di rivolta, in Opera Omnia, cit., vol. XIV, p. 5.
38. Mussolini, Italia e oriente: libertà alla Siria, in Opera omnia, cit., vol. XVIII, pp. 244-246. Alla fine della sua vita ed a conclusione di una guerra perduta, Mussolini alluse, parlando dell'Italia, ai «diciotto secoli di invasioni e di miseria» che il suo regime aveva cercato di compensare. Cfr. Testamento politico di Mussolini, Pedanesi, Roma, 1948, p. 33.
39. Cfr. la discussione in Mussolini, Il bavaglio, Fatto deciviso!, Decidersi o perire! e La stolta vociferazione, in Opera omnia, cit., vol. XIV, pp. 13, 19, 28-29, 32-33; e Il programma di Mussolini, in Opera omnia, cit., vol. XVIII, p. 466.
40. Mussolini insisteva sull'idea secondo cui per liberarsi dal controllo delle nazioni plutocratiche l'Italia «doveva sviluppare le sue forze produttive interne»: Il Fascismo e i problemi della politica estera italiana, in Opera omnia, cit., vol. XVI, p. 159; cfr. Chi possiede, paghi!, Per l'intesa e per l'azione fra gli interventisti di sinistra, Cifre da meditare, in Opera omnia, cit., vol. XIII, pp. 234, 254, 284.
41. Cfr. la discussione in S. Panunzio, Che cos'è il fascismo, Alpes, Milano, 1924, pp. 23-29 e in E. Rosoni, Le idee della ricostruzione: discorsi sul sindacalismo fascista, Bemporad, Firenze, 1923, pp. 5, 9, 17-18, 30-31, 41-42, 63, 91.
42. Mussolini, Ai metallurgici lombardi, in Opera omnia, cit., vol. XIX, p. 58.
43. Mussolini, L'Italia e le grandi potenze, in Opera omnia, cit., vol. XIX, p. 3.
44. Su tali questioni esiste un'abbondante letteratura teorica fascista. Cfr. a titolo illustrativo S. Panunzio, Lo stato fascista, Cappelli, Bologna, 1925 e Che cos'è il fascismo, cit. Con riferimento agli aspetti economici del programma di industrializzazione, cfr. C. Arena, L'espansione economica in regime corporativo, Diritto del lavoro, Roma, 1929, prima parte.
45. Cfr. Mussolini, Programma, in Opera omnia, cit., vol. XVII, p. 322.
46. Cfr. la discussione contenuta nel volume collettivo La concezione fascista della proprietà privata, Confederazione fascista dei lavoratori dell'agricoltura, Roma, 1939.
47. Mussolini, Oriente e occidente, in Opera omnia, cit., vol. XXVI, pp. 127-128.
48. D. Grandi, La guerra non risolverà nulla, in «L'Azione», 6 dicembre 1914, ripreso in Idem, Giovani, Zanichelli, Bologna, 1941, pp. 37-43.
49. D. Grandi, Lettera a un socialista, in «Il Resto del Carlino», il settembre 1919, ripreso in Idem, Giovani, cit., pp. 224-25. Roberto Michels fu tra i primi a suggerire tale «nazionalismo rivoluzionario delle nazioni povere»: cfr. R. Michels, L'imperialismo italiano, Libraria, Roma, 1914, p. VIII.
50. Cedam, Padova, 1939.
51. Cfr. per esempio il commento di Mussolini in Ritorno all'antico, in Opera omnia, cit., vol. XVII, pp. 199-200 e in Fascismo e sindacalismo, Timori infondati, in Opera omnia, cit., vol. XVIII, pp. 225-227, 371-373. Cfr. anche V. Zangara, Rivoluzione sindacale: lo stato corporativo, Littorio, Roma, 1927, cap. III; e A. Soffici, Battaglia fra due vittorie, La Voce, Firenze, 1923, pp. 126-137. La letteratura fascista degli anni Trenta dedicata a questi sviluppi è particolarmente abbondante: cfr. la discussione in Gregor, The Fascist Persuasion, cit., pp. 183-188.
52. L'esposizione più dettagliata si trova in S. Panunzio, Teoria generale dello stato fascista, Cedam, Padova, 1939 e in Idem, Teoria generale della dittatura, in «Gerarchia», n. 4, aprile 1936, pp. 228-236 e n. 5, maggio 1936, pp. 303-316; cfr. Gregor, Phoenix, cit., cap. VI.
53. Le espressioni maggiormente istruttive di questo tipo di reazione si possono trovare nei lavori di E. Corradini, in particolare nei Discorsi politici (1902-1923), Vallecchi, Firenze, 1923 e in La rinascita nazionale. Scritti raccolti e ordinati, Le Monnier, Firenze, 1929.
54. Alfredo Rocco, che ha svolto un ruolo decisivo nell'articolazione dell'ideologia fascista, è stato un convinto sostenitore dello sviluppo economico ed industriale della penisola. Cfr. A. Rocco, Scritti e discorsi politici, Giuffrè, Milano, 1938, in particolare il primo volume.
55. Cfr. la discussione in A. James Gregor, Fascism and the new Russian Nationalism, in «Communist and Post-Cómmunist Studies», XXXI, n. 1, pp. 1-15; Idem, Phoenix, cit., cap. VII; Idem, The Faces of Janus: Marxism and Fascism in the Twen¬tieth Century, Yale University Press, New Haven, 1999, capp. V e VI.
56. Cfr. Gregor, A Place in the Sun, cit.

_________________
" Forse che non conoscendo a fondo il pensiero del Duce si può affermare di essere fascisti? Noi diciamo di no! Che il fascismo non è istinto ma educazione e perciò è conoscenza della sua mistica,che è conoscenza di Mussolini" (N. Giani)
Torna in cima
Profilo Messaggio privato
RomaInvictaAeterna
Site Admin
Site Admin


Età: 39
Registrato: 30/11/04 13:52
Messaggi: 3235
Località: Roma

MessaggioInviato: Mar Mag 31, 2011 7:26 pm    Oggetto:  
Descrizione:
Rispondi citando

Professor Gentile? Legga, legga...!
_________________
Solo gli utenti registrati possono vedere le immagini!
Registrati o Entra nel forum!

"La mistica appunto precisa questi valori...nella loro attualità politica...e dimostra l'universalità di luogo e di tempo del Fascismo"(Giani)
Torna in cima
Profilo Messaggio privato Invia email MSN Messenger
Safra




Registrato: 02/09/11 07:55
Messaggi: 570
Località: Venezia

MessaggioInviato: Gio Gen 26, 2012 8:33 am    Oggetto:  
Descrizione:
Rispondi citando

Citazione:
L'interpretazione storica e sociologica non si ricava dalle testimonianze oggettive; ogni tentativo di ricercare la verità deve essere piuttosto considerato in funzione dei «cambiamenti nella politica e nella società contemporanee». Un caso esemplare: uno studioso come Renzo De Felice può aver pensato di perseguire la verità scrivendo la sua monumentale biografia di Mussolini, ma in realtà i suoi sforzi non erano altro che una risposta ai suoi «suggeritori americani [...] e a quegli elementi politici in Italia» che semplicemente hanno usato lui e la sua opera per i loro scopi


Inizio a credere che nessuno possa dirsi completamente indipendente e libero da "influenze politiche"...

Per quanto condivida molte parti del suo scritto, mi sembra comunque di capire che anche qui, seppur meno vistosamente, riprende la teoria secondo cui il Fascismo possa esser ripreso solo nelle "nazioni proletarie"...perche' vogliose di riscatto sulle potenze "demoplutocratiche"....

Citazione:
È come se le nazioni meno sviluppate si trovassero afflitte, in un universo di comunità in rapida espansione e tecnologicamente sofisticate, da un profondo e costante senso di umiliazione, di impotenza e di inferiorità, che porta una minoranza di intellettuali a mobilitare i gruppi contro le ingiustizie e gli inganni degli "egemoni" industrialmente avanzati, ad organizzare una rivoluzione nazionale che dovrebbe ovviare alle disparità e trasformare una nazione minore in una più importante


Non a caso accosta il Fascismo alla

Citazione:
letteratura "comunista" dell'Unione Sovietica e della Cina maoista. Ai giorni nostri, si ritrova negli scritti dell` opposizione nazionale" al governo russo post-sovietico


anche se con le dovute differenziazioni,infatti ricorda che il Fascismo aveva comunque un'ideologia compiuta e non priva di contenuti intellettuali,mi sembra che anche qui non colga affatto l'essenza vera del Fascismo.

_________________

"Ho tolto la libertà. Si, ho tolto quel veleno che i popoli poveri ingoiano stupidamente con entusiasmo. Ho fatto versare il sangue del mio popolo. Sì, ogni conquista ha il suo prezzo." Mussolini si confessa alle stelle.
Torna in cima
Profilo Messaggio privato HomePage
RomaInvictaAeterna
Site Admin
Site Admin


Età: 39
Registrato: 30/11/04 13:52
Messaggi: 3235
Località: Roma

MessaggioInviato: Gio Gen 26, 2012 9:49 am    Oggetto:  
Descrizione:
Rispondi citando

Citazione:

Per quanto condivida molte parti del suo scritto, mi sembra comunque di capire che anche qui, seppur meno vistosamente, riprende la teoria secondo cui il Fascismo possa esser ripreso solo nelle "nazioni proletarie"...perche' vogliose di riscatto sulle potenze "demoplutocratiche"....



In realtà Gregor non "assolutizza" questo concetto, come invece fa E. Gentile.
Lo contestualizza. Infatti il concetto di "proletario" e di "riscatto contro la demo-pltocrazia" non può essere connesso esclusivamente al fattore economico, come il fascismo insegna.

Citazione:

anche se con le dovute differenziazioni,infatti ricorda che il Fascismo aveva comunque un'ideologia compiuta e non priva di contenuti intellettuali,mi sembra che anche qui non colga affatto l'essenza vera del Fascismo.


Safra, l'essenza vera del Fascismo la cogliamo solo noi Smile

_________________
Solo gli utenti registrati possono vedere le immagini!
Registrati o Entra nel forum!

"La mistica appunto precisa questi valori...nella loro attualità politica...e dimostra l'universalità di luogo e di tempo del Fascismo"(Giani)
Torna in cima
Profilo Messaggio privato Invia email MSN Messenger
Marcus
Cittadino Fascista-Gruppo ADMIN
Cittadino Fascista-Gruppo ADMIN


Età: 43
Registrato: 02/04/06 11:27
Messaggi: 2589
Località: Palermo

MessaggioInviato: Gio Gen 26, 2012 10:42 am    Oggetto:  
Descrizione:
Rispondi citando

...ATTENZIONE, Gregor sottolinea che UNA delle caratteristiche peculiari del Fascismo è quella del riscatto politico economico della Nazione e della mobilitazione totale di tutte le sue energie per conseguire la modernizzazione dello Stato e questo aspetto è stato effettivamente quello che hanno imitato i vari socialismi nazionali pan arabi e per certi versi anche l'URSS o la Cina di Mao. Ma il Fascismo mussoliniano non si esaurisce qua,come invece fanno gli altri movimenti suoi pseudo-emuli più o meno consapevoli. Questo Gregor lo aveva scritto trattando del concetto dello Stato Etico di matrice gentiliana presente nella Dottrina Fascista,
Solo gli utenti registrati possono vedere i link!
Registrati o Entra nel forum!

un aspetto che nonostante la sua riconosciuta centralità secondo Gregor non è affatto presente nei movimenti politici che imitavano il modello mussoliniano, che infatti scadevano perciò nella perenne contraddizione materialista tipica dei cosiddetti "socialismi reali".

_________________
" Forse che non conoscendo a fondo il pensiero del Duce si può affermare di essere fascisti? Noi diciamo di no! Che il fascismo non è istinto ma educazione e perciò è conoscenza della sua mistica,che è conoscenza di Mussolini" (N. Giani)
Torna in cima
Profilo Messaggio privato
Safra




Registrato: 02/09/11 07:55
Messaggi: 570
Località: Venezia

MessaggioInviato: Gio Gen 26, 2012 11:07 am    Oggetto:  
Descrizione:
Rispondi citando

Grazie, ho capito il mio errore. Ho mal interpretato le parole, collegandole al solo aspetto economico. E proprio perche' so' che il Fascismo va' ben oltre che avevo dei dubbi.

Dopo leggero' anche lo scritto sul concetto dello Stato Etico. Sicuramente a mano a mano che approfondiro' la conoscenza dei suoi scritti, capiro' anche meglio la sua linea di pensiero.

Citazione:

Safra, l'essenza vera del Fascismo la cogliamo solo noi


Si hai ragione

_________________

"Ho tolto la libertà. Si, ho tolto quel veleno che i popoli poveri ingoiano stupidamente con entusiasmo. Ho fatto versare il sangue del mio popolo. Sì, ogni conquista ha il suo prezzo." Mussolini si confessa alle stelle.
Torna in cima
Profilo Messaggio privato HomePage
Mostra prima i messaggi di:   
Questo forum è chiuso. Non puoi inserire, rispondere o modificare i Topics   Topic chiuso    Indice del forum -> Approfondimenti e Studi Tutti i fusi orari sono GMT + 1 ore
Pagina 1 di 1

 
Vai a:  
Non puoi inserire nuovi Topic in questo forum
Non puoi rispondere ai Topic in questo forum
Non puoi modificare i tuoi messaggi in questo forum
Non puoi cancellare i tuoi messaggi in questo forum
Non puoi votare nei sondaggi in questo forum
Non puoi allegare files in questo forum
Non puoi downloadare files da questo forum





Associazione Culturale Apartitica- 
Powered by MasterTopForum.com with phpBB © 2003 - 2006