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Fascismo, nazionalismi e reazioni

 
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AquilaLatina




Registrato: 07/05/07 21:34
Messaggi: 1482
Località: Stato Nazionale Fascista

MessaggioInviato: Sab Lug 16, 2011 4:17 pm    Oggetto:  Fascismo, nazionalismi e reazioni
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Inserisco questo magistrale articolo di Delio Cantimori, apparso sul giornale «Vita nova», nel gennaio e settembre 1931. Dedicato a tutti coloro che, sulla scia dei lavori dell'antifascista Adriano Romualdi, blaterano di concezioni razionarie europeiste accomunando in un unico calderone i vari regimi autoritari e le varie dittature militari sorti nell'Europa tra le due guerre.

«Fascismo, nazionalismi e reazioni»
«Fascismo, rivoluzione e non reazione europea»


La rivista «Critica Fascista» ha notato saggiamente e seriamente, nel suo acuto commento al discorso di Palazzo Venezia: «Se ieri si esagerò (e noi non fummo tra quelli) nell'affermare la particolarità nazionalistica del Fascismo, oggi bisogna andar cauti nell'applicarne l'universalità. Nessuno, crediamo, si illuderà di vedere spuntare un movimento rivoluzionario di marca fascista in ogni paese minacciato dalla crisi che noi superammo dal '19 al '22, perché le condizioni d'ambiente non si riproducono, e la storia non ritorna ogni giorno». (I Nov. u. s.).
Non crediamo che si trovino ancora fra di noi politici o politicizzanti, cosi grossolani da cadere in quella illusione, quando si presenti sotto l'aspetto preciso e concreto che prospetta «Critica Fascista». Ci pare invece che tale illusione possa assumere un aspetto molto pericoloso e suscettibile di molti equivoci, non tanto nel campo degli avvenimenti politici veri e propri quanto nel campo delle idee e delle ideologie politiche. Infatti succede molto spesso che veri e propri reazionari, o nazionalisti sciovinisti dei vari paesi si appellino al Fascismo e si chiamino da se stessi fascisti solo per il concetto di Fascismo-reazione diffuso dalla propaganda antifascista. Ora, non tocca a noi discutere la politica estera del nostro governo: ma non è affatto necessario mutare una unione politica in una comunanza di idee, un appoggio diplomatico dato per ragioni politiche dal nostro governo, in una simpatia o affinità ideale di tutta la popolazione. Non necessario: anzi, dannoso, perché poco fascista, cioè poco serio, equivoco e demagogico. Ed in questo errore si cadrebbe, qualora si accettassero senz'altro come buone le proteste d'entusiasmo di movimenti o di gruppi non ben conosciuti od irresponsabili, unicamente fiduciosi di trovare in noi l'appoggio alle loro malinconie ancien regime. Autorità, Ordine, Giustizia, non vogliono dire Reazione o Restaurazione; lo Stato corporativo non è uno Stato medievale né assolutistico né capitalistico, ed in esso è espressamente riconosciuta la iniziativa privata, libera. E la iniziativa individuale, per quanto, naturalmente, condizionata dallo Stato e dalla Nazione, non può essere iniziativa se non è libera, perché, ed è facilissima logica, altrimenti non sarebbe più tale. Lo Stato corporativo non è uno stato di funzionari o di impiegati, se non li vuoi attribuire alla parola funzionario un senso tanto vasto da identificarla con la parola cittadino! L'ordine fascista non è l'ordine di Varsavia: può sembrare costrizione a chi fosse abituato al disordine, o portato per temperamento alla ribellione: in fondo, chi per l'età comincia ora ad interessarsi sul serio della vita politica e dei suoi problemi, non si sente affatto limitato nelle sue discussioni e nell'approfondimento delle sue indagini, chi vuol lavorare in qualsiasi senso lo fa, perché ormai quelle che per gli altri sono o sono state limitazioni, per loro sono presupposti, dati di fatto ormai, condizioni sulle quali ci si basa per proseguire. L'autorità è riconosciuta in quanto tale, cioè in quanto cosciente di sé e della propria responsabilità, ed in quanto attua ed instaura prima per conto proprio quella morale che vuole imporre agli altri, in quanto i gerarchi sono continuamente ammoniti dai migliori nostri pubblicisti, primi fra i quali gli scrittori di «Critica Fascista», di compiere con modestia e serietà quei doveri che è loro compito imporre agli altri. Il fatto stesso che il Partito è concepito come aristocrazia, che si distingue e prevale per maggiori sacrifici e per maggior lavoro come per migliore e più rigido adempimento del dovere, mostra il carattere nuovo dell'Autorità instaurata dal Fascismo, per cui la libertà non è astratto diritto, ma conquista di ogni momento, miglioramento di sé continuamente vigile. È inutile sperare o temere che si torni indietro: ciò è semplicemente, come è noto ormai anche ai ragazzini, impossibile: la vitalità si mi del Fascismo prova che esso non è ritorno al passato, affermazione di idee o i posizioni tanto più sorpassate, quanto più lontane nella storia ed idoleggiabili romanticamente dai vari gruppi reazionari, cattolicizzanti, vagheggiatori di nuove nobiltà, e di rinnovati assolutismi, e che pigliano i loro nomi dalle caratteristiche della negatività (si pongono come «antimoderni» interpretando apocalitticamente come moderno tutto ciò che è o sembra loro corrotto), o dal rinnovamento di morte istituzioni.
Ma una causa più pericolosa di quell'illusione, che occorre evitare in ogni modo, per non creare ostacoli alla stessa azione del Governo, peccando per troppo zelo, è nell'autodefinizione di quei gruppi come rivoluzionari. La definizione e l'atteggiamento rivoluzionari dei vari gruppi cattolicizzanti e sciovinistici in Europa è basata su una falsa e diremmo schermistica interpretazione della dialettica storica, tutta improntata di terminologia tolta alle vecchie teorie dei partiti e della lotta di classe. Si ragiona infatti così: i partiti che hanno il potere, debbono, per ciò stesso, conservarlo con tutte le forze, essendo questo il loro interesse (il che presuppone una concezione puramente classistica della lotta politica, ed una concezione puramente economico-materialistica della politica). Se vogliono conservare il potere, diventano conservatori, sia pure sotto la loro ideologia liberale: se sono conservatori, sono in posizione difensiva, e si sa che chi si pone sulla difensiva è destinato a perdere alla scherma come al parlamento! I vincitori saremo noi, rivoluzionari perché quelli sono conservatori e vincitori perché all'opposizione, quindi attaccanti. Essi poi sono costretti a lasciarci la libertà, perché altrimenti agirebbero contro il loro programma: noi però non lasceremo loro la libertà di opporsi a noi, il ciclo opposizione-conservazione si chiuderà, e verrà la nuova era. Se tatticamente il ragionamento è ottimo, si capisce che esso però non ha alcun valore ideale, e neppure ideologico: lo potremmo ridurre alla razionalizzazione tattica della vecchia massima delle opposizioni, che si avvantaggiano degli scontenti. Si capisce del resto come le posizioni di «beati possidenti» assunte dai vecchi partiti e dalle vecchie classi dirigenti finiscano per dare apparentemente ragione alle velleità di quei circoli reazionari.
Ora, è chiaro che questi assumono la veste rivoluzionaria per pura demagogia, o, se vogliamo, per ragione didattica o propagandistica, ben consapevoli del loro vero carattere e dei loro veri intenti. Se noi li avviciniamo un po', troviamo che i loro propositi vanno dalla repressione pura e semplice di quanto le vere rivoluzioni hanno acquistato faticosamente, alla restaurazione o della monarchia assoluta dei gigli d'oro, o della tradizione del Sacro Romano Impero di Nazione germanica, o della Europa cattolica di quei bei tempi sognati dal Novalis, e via dicendo: leggasi borbonismo ed austriacantismo. Si dicono realisti perché sono scettici ed estetici, si dicono aristocratici perché credono di seguire le ultime mode del pensiero dei nobili.
Ora, tutto questo non ha, come è chiaro, nulla a che fare con il Fascismo, che non è il Comunismo e che quindi ha, nella sua fondamentale unità, grande varietà di atteggiamenti nei suoi uomini, fra i quali, troviamo anche i reazionari: ma voler fare il Fascismo reazionario perché ci sono dei fascisti reazionari, sarebbe come volerlo fare, poniamo, einsteniano perché ci saranno dei fascisti einsteiniani e via dicendo. Su questo è inutile insistere: ogni fascista fedele al suo giuramento di fedeltà, e pronto ad ubbidire agli ordini dei capi, può svolgere ed affermare le proprie idee e discutere quelle degli altri. Affermazione quasi superflua, del resto: mentre per lo meno errata è la pretesa di identificare le proprie idee con quelle del Governo e del Capo del Governo fascista. Ora, certi gruppi reazionari, specialmente quelli a carattere sciovinistico, hanno tutta l'aria di considerare il Fascismo, umanissimo, storicissimo movimentoo e partito, come qualcosa di provvidenzialmente loro inviato dalle loro sopraumane e soprannaturali potenze, per liberarli finalmente da quei fastidiosissimi uomini moderni che hanno ancora la perversa idea di essere uomini e non servi, di pensare e non di ripetere i loro dogmi, di avere una dignità come lavoratori e come cittadini, e non di accontentarsi delle elargizioni e dei permessi paternamente accordati da loro, sublimi privilegiati per diritto di nascita o di autosuggestione, di denaro o di posizione acquisita. Pronti a rinnegarlo o a sorriderne o a combatterlo, in altri casi. Si pensi, per non insistere oltre, alla posizione dei nazionalisti francesi verso l'Italia.
Il Nazionalismo dei gruppi esteri reazionari, pseudo-fascisti: ecco un altro elemento che potrebbe contribuire molto all'equivoco: poiché la creazione di una coscienza nazionale è uno degli scopi principali dell'azione fascista. Ma, anche qui, non occorre ricordare che fra Nazionalismo, come movimento ideale e come movimento politico, e Fascismo, c'è differenza, e che la coscienza nazionale del fascista non ha nulla che fare con l'esaltazione del «Camelot du roi», precisamente come il senso fascista dello Stato non ha nulla in comune con la devozione collettivistica del Comunismo. Ci possiamo richiamare direttamente alle parole di «Critica Fascista»: poiché qui non si vuole affermare una tendenza, ma si cerca solo di rilevare alcuni fatti, per maggiore chiarezza.
«L'Italia fascista non dev'essere confusa con la Germania guerrafondaia di Guglielmo II, perché noi non cercheremo mai la guerra per la guerra, cosi come non potremo chiudere mai il nostro spirito nei ristretti confini della nazione. Per noi la nazione è la premessa necessaria, il punto di partenza per l'espansione, ed espansione significa non tanto conquista territoriale, quanto e sopratutto conquista spirituale e politica». Si capisce come da questo punto di vista si possa riconoscere nettamente: «In realtà, mai come oggi la necessità di una unione europea è stata tanto sentita, e tuttavia così difficile ad attuarsi». («Critica Fascista», 15 ag., 1930: Verso l'Europa). Più chiare ancora sono le parole di Camillo Pellizzi, il quale si compiace di esprimere importanti verità in forma paradossale e stravagante (come quel suo concetto della civiltà e della barbarie, che si può ridurre in fondo ad un motto di spirito): «Se noi ci fermiamo a guardare la carta geografica (l'Italia è dipinta in verde) e ci perdiamo a far calcoli intorno all'inverdimento futuro di questo e quest'altro pezzetto di geografia, allora non siamo diversi dai civili e protestanti mercanti del Nord, che hanno inventato e fabbricato il Nazionalismo (i Latini lo hanno teorizzato) ». («L'Italiano», 15 ag, 1930). Sembra che il Pellizzi insolentisca gli altri per farsi perdonare la sua condanna del Nazionalismo, o per castigarne ridendo i cattivi costumi. Ma egli stesso scriveva anni fa più nettamente ancora in questa stessa rivista: « Si tratta di stabilire se e come il principio nazionale debba costituire uno dei principi ispiratori e motori del Fascismo. Io dico di no... La mia tesi è che il principio nazionale si fonda su un mito o pseudo-concetto empirico, di valore occasionale... Dal Fascismo in poi non più ci si deve muovere per la nazione, bensì dalla nazione verso l'ideale fascista di stato e d'impero». («Vita Nova», 1927), Non c'è dunque nessun legame necessario fra i nazionalismi sciovinistici, di origine razzistica e di prassi demagogica fuori d'Italia, con le loro idee reazionarie, ed il Fascismo, con le sue finalità rivoluzionarie sul serio, con il suo stato corporativo, con la sua opera per eliminare ogni avanzo del passato, dal borbonismo al duetto clericale-anticlericale. Il Fascismo non è chiuso in sé stesso, ma è europeo e si pone come europeo: ed in verità, non come paladino di una nuova Santa Alleanza e di una nuova Restaurazione, ma di una nuova rivoluzione, che ponga fine al plutocratismo materialistico moderno.
Ora, non si tratta solo di far differenza fra Nazionalismo e Fascismo: tutti sanno quanti elementi nazionalistici il Fascismo ha raccolti in sé, e come questo stesso fatto mostri come il Fascismo non si riduca solo a Nazionalismo, né viceversa. Occorre piuttosto fare avvertiti che gli altri movimenti “soi disants” fascisti sono anche fascisti, ma prima di tutto nazionalisti, e senza ambizioni universali, se non quelle reazionarie, che noi abbiamo già scartato. Onde ci può essere un'utilità politica, tattica, nella nostra unione con questi movimenti, dati gli avversari spesso comuni: ma occorre mantenere tutta la nostra freddezza riguardo alle comunanze ideali. Bisogna credere che nessuno abbia, ormai, la bonomia di credere alle belle parole degli altri, anche se ci dobbiamo trovare accanto ad essi, per lotte comuni; ma certo, l'unione contro un avversario unico può dare molte illusioni, le quali a lor volta possono portare gravi disinganni. Non è il loro Stato, il centro ideale della nuova, diciamo pure, della Giovine Europa: è il nostro.
Bisogna dunque guardarsi dal concedere la propria amicizia e la difesa della propria bandiera anche agli eventuali alleati.
Ora ci si potrebbe chiedere: ma allora, l'universalità del Fascismo?
Questa domanda presupporrebbe un interrogatore reazionario, o democratico, il che in questo caso è lo stesso: poiché il concetto di Fascismo come reazione è di puro conio antifascista, ed ha acquistato significato concreto solo per le simpatie dimostrate al Fascismo da autentici reazionari, come per es. da Guglielmo II e dai loro partiti. Onde le accuse di prussianesimo, di austriacantismo, e via dicendo: tutte astrattezze senza significato, accettabili soltanto per paradosso o per espediente polemico, e che possono persuadere solo qualche romantico in ritardo, tanto come lodi, che come biasimi. Infatti per costoro l'antitesi Fascismo-Comunismo vale non come antitesi fra due movimenti nuovi, che si contendono in vario modo la conquista di un mondo vecchio, ma fra il nuovo (equivalente per loro a rivoluzione, disordine, mala libertà, corruzione, come ogni dinamismo, del resto) che sarebbe il Comunismo, ultima conseguenza della Riforma e del Rinascimento, dell'Illuminismo e del Romanticismo (con lo stesso diritto pel quale la Rivoluzione Francese era per Mazzini conseguenza del Cristianesimo, così come per Hegel) ed il vecchio (l'antico, il civile, l'ordinato, la Kultur contro la Civilisation, lo statico, perfetto perché immobile, immobile perché non bisognoso di cambiamento, essendo opera sopranaturale etc.), che sarebbe il Fascismo. Pura antitesi quindi della tesi comunista, invece che sintesi di tutti gli elementi vitali del mondo moderno; conservazione di dogmi astratti, od al massimo, adattamento ed aggiustamento o travestimento esteriore di una tradizione presentantesi come fatto e come dato sopraumano ed intoccabile, invece che viva prosecuzione storica della tradizione del nostro Risorgimento, ed affermazione di vita davvero nuova. Conservazione, difesa, non assalto e conquista; spirito estetistico romantico idoleggiatore di frammenti del passato, non spirito razionale latino e fascista, se vogliamo usare la loro terminologia.
È chiaro che si potrebbe essere universali anche a questo modo: ma questa universalità sarebbe solo un riflesso della universalità dell'azione «progressista» o comunista, della quale noi saremmo la pura reazione. Chiaro è invece che il Fascismo è azione e non reazione, e che la sua universalità non ha avuto nulla a che fare con Primo de Rivera, né avrà nulla a che fare con movimenti simili. Sintomi di universalità fascista non sono i successi del nostro Governo - essi son segno della genialità dell'Uomo che lo guida -, né le sconfitte democratiche: esse sono indizio della debolezza democratica. Queste sono condizioni che facilitano il riconoscimento della universalità vera del Fascismo, che preludono ad essa, che dimostrano la debolezza avversaria e la potenza nostra: ma non sono altro al di fuori di questo.
Abbiamo già detto più volte come la vera universalità del Fascismo sta nello Stato corporativo e nella concezione generale della vita economica che sta a fondamento di esso. Ci piace terminare come abbiamo cominciato, confortando le nostre asserzioni con parole più autorevoli delle nostre.
«La nostra esperienza corporativa da al mondo che si dibatte nella rete delle interferenze fra Stato, gruppi ed individui, norme chiare e precise sul mutuo comportamento di questi fattori. Lo Stato forte, l'organizzazione di tutti i cittadini nell'ordinamento corporativo, la ricostituita unità familiare e sopratutto una nuova morale eroica e virile, fatta di volontarismo e di spirito di solidarietà: ecco altrettanti punti che potranno sanare la crisi europea». («Critica Fascista»).
Questo ha veramente valore immediatamente europeo e perciò universale, non quello che vogliono o vorrebbero coloro che hanno per ideali «gli Stati che esistevano prima del 1789 e che si formarono dopo», dai quali lo Stato fascista - è parola di Mussolini - è «ben diverso».
Per questo occorre lavorare, con chiarezza e freddezza, soprattutto.

II

Da alcun tempo la propaganda ufficiosa del Partito è volta a porre in rilievo il carattere rivoluzionario del Fascismo: ed è un gran bene, che a tale rilievo sia data l'autorità di altissimi nomi, e di organizzazioni insospettabili. Perché si veniva facendo strada una concezione odiosa del Fascismo come reazione, come restaurazione di un passato che non tornerà mai pili, nonostante l'eleganza delle sue dame, lo splendore delle sue corti, la solennità dei suoi porporati dominatori delle anime e delle sostanze.
Può essere opportuno spiegare nettamente e freddamente il significato di queste parole, ad evitare il perpetuarsi di equivoci, utilissimi alle varie propagande politico-ideologiche, ma dannosissimi al rapido procedere del Fascismo nel mondo moderno. Si trasportano critiche e concetti validi in sede teorica, nella pratica attuale del commento e dell'esposizione dell'azione del nostro Governo e del Regime, disordinando e confondendo l'opinione pubblica, la mente dei lettori che desiderano acquistare consapevolezza della vita italiana, nella sua azione sulla vita internazionale, europea sopratutto.
L'equivoco maggiore è quello che riguarda la tanto abusata parola «rivoluzione». Per alcuni, spiriti romantici, essa è una specie di spauracchio: in essi opera pur sempre la vecchia idea che la Rivoluzione per eccellenza sia quella francese dell'89, con relativo seguito di stragi, ghigliottine etc. Per altri, spiriti romantici pur essi, la parola «rivoluzione» è eccitante ed entusiasmante proprio per la stessa ragione: mutamento violento, possibilità di menar le mani, di sfogare le proprie forze esuberanti, distruzione giacobina del passato, negazione di ogni valore tradizionale, in nome di un ideale affermato puramente e semplicemente, ma vago ed astratto.
Nelle polemiche per l'Azione Cattolica e l'enciclica papale sul Fascismo si sono visti scrittori che si erano fieramente schierati fra i difensori dell'«Altare», con la più rigida professione di cattolicesimo autoritario controriformistico e demaistriano, proclamare solennemente che il Fascismo è rivoluzione per rifriggerci i motivi giansenistici della Chiesa che deve essere solo spirituale, povera, francescana e via dicendo. E questi bravi signori hanno dimenticato che una rivoluzione che faccia consistere la sua essenza in queste cose è una ben misera rivoluzione.
Ma sono pochi oramai a concepire la «Rivoluzione», come un rivolgimento totale e violento, tipo francese-russo. L'equivoco maggiore è derivato dalla concezione astratta ed estetizzante della parola rivoluzione: si dice: rivoluzione è sconvolgimento di ideali e di stati di fatto stabiliti e comunemente accettati. Cioè, questo non si dice apertamente: ma si sottintende, e così si fa a meno di pensare che cosa debba succedere dopo lo sconvolgimento e la distruzione. E questo può passare per il marxismo comunistico, che prevede la fatale e necessaria, meccanica vittoria del proletariato, affermantesi per ragion dialettica sul capitalismo, ma non ha niente che fare col Fascismo. Ma, come i vari sciovinismi hanno approfittato del collettivismo socialistico in nome dei loro miti, così essi ed i vari reazionari approfittano della concezione comune di rivoluzione, romantico-estetica, per far valere le proprie invecchiate e marce ideologie sotto la veste rivoluzionaria. Infatti, per molti, il carattere rivoluzionario del Fascismo è dimostrato unicamente o principalmente dalla negazione - assurda ed infame negazione! - degli ideali del nostro Risorgimento nazionale.
La posizione psicologica è chiara: il culto ed il rispetto per gli ideali del Risorgimento sono stati e sono patrimonio morale e culturale comune ed accettato da tutti gli italiani, che abbiano sentimento di patria e di civiltà. Rispetto ed ammirazione, culto civile e morale: forme conservatrici, secondo le mentalità astratte e superficiali. Quindi per essere rivoluzionari, neghiamo questo passato, distruggiamo gli idoli che ci impediscono nel nostro cammino! Ed ecco la mania iconoclasta contro il Risorgimento ed i suoi ideali ed i suoi uomini: già, l'Italia è quella della Controriforma, tutta la grandezza è lì, ed invece Mazzini era protestante o giù di lì - tale è il senso storico-critico di certe persone - Cavour aveva parenti calvinisti e mentalità anglicizzante, e via di questo passo. Insomma, come poteva riuscir bene l'Italia, se l'avevan fatta gli eretici e gli scomunicati? Par che ci dica questa gente. Invece gli esempi di fierezza nazionale bisogna prenderli dai Borboni, che volevan sfruttare da soli lo zolfo siciliano!
Nessuno si sente di negare giustizia storica e comprensione critica né alla dinastia borbonica né ai vari separatisti e particolaristi dell'epoca del Risorgimento, come nessuno si sentirebbe di ripetere tali e quali le idee e le ideologie del Risorgimento. Ma far passare il Fascismo come negazione del Risorgimento (o come superamento, ma allora c'è solo differenza di parole, o se s'intende il superamento come conservazione e trasformazione vitale degli elementi fondamentali, si intendono come fondamentali nel Risorgimento lati accessorii, come il misticismo mazziniano della Terza Italia o come il neo-guelfismo giobertiano, così clamorosamente sconfitto di recente!) e come restaurazione dell'«ancien regime», è un pericolosissimo e vano equivoco. Noi riscontriamo, a volta a volta, l'astio antiitaliano e clericale o socialistico dei giornalisti della vecchia Austria, contro l'irredentismo mazziniano e non mazziniano, ma legato alla tradizione del Risorgimento, e l'untuosità cortigiana dei fedeli servitori, dei quali nessuno ha mai saputo che farsi, in quei giornalisti che si affannano per gli Asburgo e per la buona fama dei Borboni, pace all'anima loro!
Il Fascismo va oltre il Risorgimento, ma nella sua stessa via, seguendo fondamentalmente gli stessi ideali, e non contro di esso. L'Italia nel millenovecentotrenta potrà non avere, sia dato e non concesso, bisogno di ricordarsi né di Garibaldi, né di Mazzini, né di Cavour: ma tanto meno del conte Solare della Margherita, dal quale tanti insegnamenti errati e falsamente attuali si possono trarre! Il conte Solare è stato citato, anche di recente, nella polemica per l'Azione Cattolica. E la citazione era giusta, e bene assestata, contro la polemica clericale che vede sempre in pericolo l'altare ed ammonisce che chi tocca l'autorità ecclesiastica distrugge quella statale. Ma dimenticava che lo stato moderno non ha niente di cattolico in sé col suo totalitarismo assoluto, e compiva un grave errore: riprendeva quella posizione giurisdizionalistica che il Duce del Fascismo aveva nettamente e chiaramente eliminata una volta per sempre. Alla citazione poi veniva aggiunto da altri un esempio quanto mai errato: quello dei Borboni e della loro politica ecclesiastica. Esempio che non dice nulla; quali Borboni? del settecento? ed eccoci nella più netta lotta giurisdizionalistica, illuministico-liberale, giansenistica. Quelli della restaurazione italiana? E chi non ha sentito parlare del disastroso (per lo stato) concordato del 1818? Ed allora? Lasciamo in pace i morti, specie quando sono tanto pericolosi! Non cerchiamo di sostituire un'adorazione ed un culto, che, speriamo ci sia concesso, si rivolgono ad uomini grandissimi, e che in fin fine hanno fatto il nostro Risorgimento, con uno snobismo estetizzante ed iconoclasta, pseudo-rivoluzionario. Le forme antipatiche di quel culto e di quella ammirazione; cioè il settarismo mazziniano od il moralismo, liberalistico pseudo-cavourriano, sono completamente scomparse: perché dobbiamo far risorgere inutilmente forme reazionarie, ridicole e puramente astratte, insignificanti nel mondo moderno?
Né la Rivoluzione francese è stata veramente rivoluzione per aver portato il fanatismo, l'intolleranza, l'oppressione, al posto della tolleranza, dello spirito critico, dell'agio individualistico che pur dominavano nella Francia di Voltaire, né la Rivoluzione russa è grande rivoluzione perché risuscita idee panslave o ha superato con la G. P. U. la polizia zarista, o perché ironizza facilmente contro il progressismo della «intelligenza», - né la Rivoluzione fascista è vera e grande Rivoluzione perché si esaltano i Borboni, perché si ripubblica Solaro della Margherita, perché i papiniani ripetono il De Maistre, e via dicendo. Molti sono tentati a identificare la durezza e l'intransigenza della Rivoluzione con i principi reazionari: è una identificazione puramente esteriore, che può compromettere grandemente l'efficacia della nostra propaganda e della educazione nazionale fascista.
Voler creare una tale artificiosa tradizione alla intransigenza e giusto rigore del Fascismo significherebbe ammantarlo di ammuffito vecchiume, togliergli ogni slancio giovanile e veramente rivoluzionario. Per il legalismo ed il lealismo, per l'autoritarismo astratto tipo Solaro della Margherita, che conosce il suddito ma non il cittadino, per l'affermazione astratta dello stato, Oberdan era un traditore, Nazario Sauro e Cesare Battisti erano disertori, come disertori i legionari fiumani, come un ribelle condannato a morte Mazzini, come un irregolare da tener lontano il più possibile, con le sue bande, Garibaldi. Il Fascismo è andato e va sempre più avanti, non può trascinar con sé tali storture mentali, tali aberrazioni.
Il Fascismo non è rivoluzionario giacobinamente, e neppure perché la reazione ai principi che hanno guidato la storia europea nell'ultimo secolo può apparire rivoluzionaria a coloro che per essere antiprogressisti finiscono per essere retrogradi, ma non torna neppure indietro! E restaurare un astratto autoritarismo, uno stolto spirito di intolleranza, un giustificare le proprie dure azioni in nome delle tirannidi del medioevo e del seicento, significa soltanto mancare di coraggio e di fede in se stessi, sostituire alla intransigenza, alla rigida durezza, alla sicura fede nei propri ideali, una giustificazione esterna, un richiamarsi ad ipotetiche leggi storiche, ad ipotetici principi, che somiglian molto alla voce grossa di chi non è sicuro di sé.
Una certa ammirazione e stima che alcuni fra i più intelligenti e vivaci scrittori del Fascismo dimostrano per i modi e lo svolgimento della Rivoluzione russa, derivano proprio da una noia estetica per la pacchianeria di certi atteggiamenti nostrani, e dalla ammirazione per la sicurezza con la quale i comunisti russi si proclamano e si mostrano rivoluzionariamente intransigenti, senza richiamarsi a principi più o meno immortali nel passato.
Rivoluzione, e rivoluzione di popolo, ha detto e ripetuto da tempo il Duce, e non di pseudoaristocratici o di cavalieri di cappa e spada; rivoluzione, cioè azione profondamente incisa nel presente, viva di tutte le esigenze del momento attuale, e non richiamo alla vita dei residui d'un passato lontanissimo.
E rivoluzione moderna, rivoluzione di popolo, rivoluzione vera significa rivoluzione a carattere europeo e universale. Anche qui l'equivoco che vorrebbe fare del Fascismo una reazione, e vorrebbe rinnegare il Risorgimento italiano, che fu veramente e profondamente europeo, ritorna, è pericolissimo. Molto pericoloso, in quanto investe tutta l'azione propagandistica degli ideali fascisti all'estero. Intanto c'è da diffidare, perché in nome degli stessi principi che spingevano non molto tempo fa ad irridere la Società delle Nazioni, gli ideali di collaborazione europea, il concetto d'una unità morale europea, ora tutte queste concezioni sono esaltate e proclamate ai quattro venti. Si capisce bene che, per molti, si tratta solo di espressioni ideologiche, da adoprare volta per volta a seconda del bisogno tattico del momento. Ora molti parlano di Europa per accusare altre nazioni di scarso senso di solidarietà, per l'appunto, europea. E si dimentica che questo giocare con le ideologie, anche se vogliamo ritenerle puramente ideologiche, è pericoloso, ingenera confusione e scetticismo, incertezza grave sopratutto nei giovani, che osservano molto, non leggono un solo giornale, e ricordano molto, traendo conclusioni spesso semplicistiche, ma non meno giuste fondamentalmente. Per l'azione propagandistica internazionale, poi, tale incertezza e mutabilità nell'uso delle ideologie e delle idee politiche, si riduce ad un danno gravissimo: si perpetua l'idea di una stampa italiano tutta ufficiosa, che prenda sempre ed in tutto la imbeccata dall'alto, e si finisce così per fare attribuire al Governo fascista tutto quello che un articolista più o meno irresponsabile crede di potere affermare. Il che porta ad un irrigidimento della nostra azione propagandista: ed i responsabili di questo sono coloro che nelle affermazioni sottintendono chiaramente, con grande sufficienza: chi non la pensa così, non è fascista. Sistema comodissimo per gli sfacciati, e prepotente, che corrisponde al noto sistema polemico consistente nell'intimidire l'avversario con le più forti insolenze, e con le peggiori anticipate accuse, partendo dalla ipotesi che la propria posizione sia la sola morale, giusta, vera, ed alzando gravi grida di scandalo per la (supposta) immoralità, antinazionalità, etc., dell'avversario.
Il carattere europeo del Fascismo infatti può essere inteso in molte maniere, totalmente differenti fra loro. Può essere inteso come una semplice convenienza del Governo fascista ad interessarsi dei piani di unione europea, per non rimanere sorpreso ad una eventuale azione diplomatica: ma questo è un fatto naturale, che riguarda l'azione ideale ed ideologica, il campo della cultura politica che noi dobbiamo trattare. E passato il tempo nel quale si presumeva fare, da chi ne è fuori, osservazioni incompetenti della azione diplomatica del Governo. Il carattere europeo del Fascismo può essere inteso poi nel senso, ovvio, ed al quale oggi molti lo riducono, al fatto che l'Italia è in Europa, e nel mondo: e si parla, si parla, ed in sostanza non si dice nulla. Molti poi partono dall'assioma che una rivoluzione non è veramente tale se non ha valore ideale universale, e cercano di determinare questo valore. Qui gli atteggiamenti principali sono due: quello reazionario-conservatore, e quello rivoluzionario. L'atteggiamento reazionario si proclama naturalmente rivoluzionario ad oltranza, per il medesimo astratto motivo estetizzante che abbiamo sopra notato: sembra «rivoluzionario» parlare nell'Europa moderna di spirito della controriforma, di unità «cattolica» europea, dare una grande importanza ai discendenti del Duca d'Alba, «dir bene di Metternich», e via dicendo. L'equivoco, anche qui, è favorito dal carattere di opposizione contro concetti ormai stabiliti nell'opinione pubblica europea, dagli snobismi pseudoaristocratici, e dal carattere di minoranza irrequieta e giovanilmente romantica dei gruppi che propugnano queste idee. La futura Europa unita sarebbe per loro una specie di rinnovata Europa della Santa Alleanza: sudditi calmi, ben trattati dai paterni governi, sotto il punto di vista sociale, e la bella vita dei monarchi assoluti, imparentati fra di loro in qualche rinnovato patto di famiglia... Viene in mente la frase che i giornali riportarono quando l'ex-Re di Spagna venne in Italia a visitare il nostro Sovrano; presentando Primo de Rivera, scrissero i giornali ch'egli aveva detto: «Ecco il mio Mussolini». Ecco come considerano il Fascismo molti «simpatizzanti» stranieri, reazionari ed assolutisti!
S'è visto come è finito Primo de Rivera col suo Re. Il Duce del Fascismo e Capo del Governo italiano, però, non è un generale reazionario spagnolo, dittatore militare, ma il capo di una grande Rivoluzione, che va compiendo la Rivoluzione nazionale italiana cominciata col Risorgimento, dalla monarchia dei Savoia, italiana e seguita dal popolo italiano, contro la Santa Alleanza e contro la Restaurazione. La Rivoluzione fascista non è sorta per servire alla mistica medievalistica e reazionaria, per sostituire all'Europa parigina un'Europa romana, dove Roma sia una imitazione della Vienna metternichiana e della Berlino guglielmina: e neppure della Parigi «ancien regime». È storicamente comprensibile, che un tale movimento si svolga nel momento attuale, che molti giovani siano attirati dal dolce profumo di queste belle vecchie cose: ma il carattere rivoluzionario del Fascismo non sta qui. Certo, di fronte al mondo «borghese» paneuropeo, questi atteggiamenti possono essere preferiti per la «linea» netta e precisa che essi offrono, per la loro apparenza di logica coerente fino all'estremo. Ma questo non significa nulla. Viene in mente il comunista amico del principe Bulow, il quale non voleva riconoscere ai socialdemocratici tedeschi alcun valore, mentre riconosceva nel principe uno degli ultimi veri «grands seigneurs», con massima soddisfazione del maligno Bulow. Questa soddisfazione, noi non la desideriamo, perché non siamo gli epigoni di un bel mondo sorpassato, ma apparteniamo al Fascismo, movimento rivoluzionario europeo. L'azione del Governo fascista non deve essere svisata dalla propaganda di idee che non hanno alcun significato per il Fascismo stesso.
Il Risorgimento ebbe nei suoi uomini migliori coscienza della sua portata europea, si riallacciò al movimento rivoluzionario dei comuni, culminato nella cultura del Rinascimento, iniziatrice della moderna civiltà europea: il Fascismo è il proseguimento ed il rinnovamento di questa azione, ed è per questo rivoluzionario. Se altrimenti fosse, avrebbe avuto ragione un'articolista dell'Osservatore Romano, che a proposito di alcuni piani di unione europea tipo «ancien regime», con matrimonii fra famiglie principesche e congiure diplomatiche, insinuava che questi sarebbero forse riusciti, se non fosse intervenuto il Risorgimento italiano, a completare quel moto di spezzettamento nazionale, che ha portato all'odierna «anarchia europea». Ma, mentre l'articolista del giornale vaticano è perfettamente coerente, tale coerenza non si trova nei reazionari, i quali fanno leva invece sui miti nazionalistici (N.B. sentimento nazionale, coscienza nazionale e statale sono una cosa; mito nazionalistico, un'altra), contraddizione in termini con la sopranazionalità dinastico-aristocratica.
La rivoluzione corporativa fascista non ha nulla a che fare con queste malinconie. Da anni abbiamo su queste colonne parlato del problema europeo del Fascismo, della necessità di acquistare coscienza europea, cioè consapevolezza dei problemi politici e culturali europei, per potere far valere la nostra rivoluzione nel campo che le è proprio, e per distruggere il mito di un'Italia chiusa nella propria autoammirazione, e quello, anche più pericoloso, che, mentre il nostro Governo persegue un'alta opera di risanamento e di solidarietà, si mantenga la nostra propaganda nei limiti di una autoesaltazione non nazionale, ma sciovinistica, e che la gioventù italiana si disinteressi dell'ampia vita del mondo e dell'Europa. Il Fascismo deve rappresentare la sintesi dialettica dell'esigenze rappresentate dall'estremo rivoluzionarismo come dall'estremo reazionarismo: questa sintesi il Fascismo l'ha trovata, e di portata europea reale, e non solo propagandistica, nel sistema corporativo, per il problema sociale. Il problema diplomatico internazionale si va avviando verso le soluzioni indicate dal Duce, già da molto tempo. Non dobbiamo svalutare queste nostre grandi affermazioni col rinchiudere la rivoluzione economico-sociale ed i successi diplomatici del nostro Governo e del nostro Regime in una veste reazionaria e pseudoconservativa, variegata di ricorsi storici sgangherati, di miti razzisti, gnostico-eretici, pseudo-storici alla Gobineau, alla De Lagarde, alla Rosengarten, o alla Guglielmo II o alla Federico Schlegel: altrimenti sarà sempre prestato un fianco alle armi dell'ipocrisia borghese antirivoluzionaria. Non dobbiamo semplicemente irridere e negare la vita politica delle nazioni europee, anche se differente da quella che la Rivoluzione fascista ci ha dato, a noi, in Italia, per particolari ragioni storielle e politiche: dobbiamo cogliere le loro esigenze e saperle soddisfare come altri non sa, e come abbiamo cominciato per alcuni problemi, dobbiamo ampliare il nostro respiro, sentire europeamente perché fascisticamente, non credere di poter negare il patrimonio di altri popoli per idee che non sono mai state degli italiani vivi.

Estratto da “Autobiografia del fascismo”, di Renzo De Felice, pag. 297-308
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