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Corporativismo e princípi dell'ottantanove

 
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MessaggioInviato: Dom Mag 22, 2011 1:45 pm    Oggetto:  Corporativismo e princípi dell'ottantanove
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Corporativismo e princípi dell'ottantanove 1930
(conferenza pronunciata a Pisa da Giuseppe Bottai il 10 novembre 1930, in R. De Felice, "Autobiografia del fascismo",Torino, 2001, Einaudi, pp. 286-294)


Le teorizzazioni dello Stato Corporativo e del corporativismo, le indagini sul processo storico di cui il corporativismo è l'attuale espressione, le sistemazioni dottrinali di istituti e di concetti, non sono - mi sia concesso di ripeterlo ancora una volta - superfetazioni e inutili perdite di tempo, come pretendono alcuni i quali si ritengano interpreti di un'asserita realtà, pratica, materiale, corposa, in confronto della quale le discussioni dottrinali avrebbero quasi vaneggiamento di perdigiorno. Chiunque abbia una certa consuetudine di vita spirituale è in grado di fare - ed ha già fatto - giustizia sommaria di una tale ingenua e grossolana opinione, che è figlia legittima di menti superficiali e incapaci di elevarsi a una considerazione, veramente realistica e aderente, della realtà storica. Ma voglio dire di piú. L'elaborazione dottrinale del corporativismo, se non come esegesi o sistemazione degli istituti giuridici del nostro ordinamento corporativo, certo come teorizzazione del principio politico e della concezione dello Stato che nell'ordinamento si attuano, è stata l'occasione di un'elaborazione dottrinale del Fascismo. Di un'elaborazione, difatti, che, abbandonate le prime formule ideali, piú intuitive che logiche, piú asserite che dimostrate alla luce della storia - e sia pure partendo da esse - ha appunto dato a noi stessi e al mondo, che guardava incuriosito la nostra Rivoluzione, le dimostrazioni e le sistemazioni minute e precise dei nostri presupposti ideali, delle nostre ragioni storiche, della nostra costruzione, politica e giuridica . Poiché «lo Stato Fascista è Stato Corporativo o non è Fascista»; poiché l'ordinamento corporativo è l'organizzazione costituzionale dello Stato Fascista, poiché il principio corporativo è il principio politico dello Stato Fascista; l'elaborazione dottrinale del corporativismo è, naturalmente, l'elaborazione dottrinale del Fascismo. Ma, insomma, bisognerà decidersi una volta a riconoscere quest'opera compiuta dagli studiosi del corporativismo, e invece di ricompensarli con sorrisi ironici e con infastidita sopportazione, riconoscere che proprio e soltanto mercè l'opera che essi hanno compiuta, la Rivoluzione ha dato la propria giustificazione dottrinale, cioè ha delineato di fronte a tutti la propria figurazione e significazione dottrinale. Sono stati gli studiosi corporativisti ad affrontare i problemi del movimento operaio, del socialismo, della crisi dello Stato moderno, della democrazia, della vita economica e produttiva, del marxismo, dell'interesse nazionale, dell'espansionismo, degli aspetti concreti dello sviluppo demografico, del potenziamento di tutta la vita nazionale; ad affrontare cioè i problemi del pensiero fascista, forse piú spinosi, nel campo dottrinale e nel campo dell'azione politica. Ma gli studiosi corporativisti, che sono ormai gli studiosi politici del Fascismo - e io vedo le scuole di studi corporativi appunto come fucine per la chiarificazione e la diffusione del pensiero fascista - come sono stati utili alla Rivoluzione perché hanno affrontato e divulgato una minuta considerazione teorica dei principi politici e sociali del Fascismo, compiendo preliminarmente una seria critica, sul terreno dottrinale, delle concezioni prima prevalenti e in nome delle quali si voleva respingere il pensiero fascista dalla dottrina; cosí devono e possono cominciare a sottoporre a critica e a formulazione piú precisa anche qualcuna delle affermazioni fatte da noi nei primi tempi, che, per avventura, risultasse ora, alla luce del nostro stesso pensiero tutto dispiegato consapevole, bisognosa di approfondimento e di chiarificazione. Voglio sperare che questo proponimento di autocritica non sia per sembrare a nessuno un pervertimento dell'intelligenza, quasi un sadismo culturale o per lo meno una fredda pedanteria di intellettuali. Non si tratta, non dico di distruggere, ma nemmeno di mettere in dubbio quelli che sono i problemi fondamentali della nostra costruzione ideale. Si tratta, soltanto, di un assestamento o di un approfondimento, si tratta di quell'acquisto di consapevolezza, che è un'inevitabile esigenza spirituale. Chi abbia amore e consuetudine alla vita dello spirito conosce quest'ansia di ricerca e di penetrazione, questo anelito inesauribile alla verità, che spinge e spinge a cercare, ad approfondire, a perfezionare, e si pone gli ostacoli e li supera, e vede da un problema uscire una soluzione e dalla soluzione sbocciare un altro problema, e sente il pensare come un dovere da attuare, come la conquista e l'affermazione della nostra umana spiritualità. Uno dei fondamentali problemi, di vivo e vasto interesse, è senza dubbio quello della posizione della nostra Rivoluzione di fronte alla Rivoluzione francese. Problema molto discusso nei primi tempi della Rivoluzione, con appassionate, violente o ironiche, affermazioni generali e generiche. Si è detto e ripetuto che la Rivoluzione fascista è la negazione, l'antitesi della Rivoluzione francese; si è irriso agli immortali principi e alle infatuazioni dei diritti dell'uomo. Noi avevamo serie e fondate ragioni per attaccare tutta l'impalcatura ideologica del liberalismo e della democrazia, anzitutto perché il nostro pensiero è precisamente il superamento dialettico di essa, e poi anche perché essa veniva sbandierata dai nostri nemici, non tanto come una ragione ideale, quanto come un mezzo della lotta politica, giacché essendo l'ideologia democratica ancora dominante generalmente, farci apparire nemici di essa doveva servire a coalizzare tutti i benpensanti contro di noi. E noi con giovanile e guerriera baldanza abbiamo assunto, senza preoccuparci, la parte degli iconoclasti, senza preoccuparci del fatto che a superamento dialettico, che nel nostro pensiero si affermava, potesse apparire un'ingenua, empirica, materiale negazione, derivante da un misconoscimento dei valori ideali, espressi dalla Rivoluzione francese. Specialmente fuori d'Italia, questo equivoco è stato sfruttato al massimo, al fine di farci passare per retrivi e tardigradi, non ancora giunti allo stadio spirituale e storico della Rivoluzione francese e dello Stato moderno. Una specie di disistima internazionale ci ha colpiti, e si crede comunemente e si afferma, con sprezzante ironia, che né un uomo inglese, né un uomo francese potrebbero essere sottoposti a un regime, come il nostro, che misconosca le conquiste dello spirito moderno, consacrate dallo Stato moderno. Nonostante tutti gli equivoci in buona o in mala fede, la Rivoluzione fascista ha vinto e ha potuto mostrare con la realtà dei fatti, con gli ordinamenti giuridicamente istituiti, quale fosse il suo intimo contenuto ideale. Ma non è senza una certa eleganza spirituale che noi ora, dopo aver vinto, dichiariamo quale sia il nostro vero pensiero sulla Rivoluzione francese. I problemi presentatici dalle nostre concezioni critiche e costruttive hanno portato alla nostra attenzione quelli delle basi ideali dello Stato moderno, nelle quali si riflettono i principi della Rivoluzione francese. E noi abbiamo dovuto vagliare seriamente tali problemi; domandandoci spesso se qualcuno di quei tali principi fosse sempre vivo nello spirito contemporaneo o fosse esaurito, se avesse già dato tutti i frutti storici che poteva, consumando tutta l'energia spirituale di cui era pieno, o se fosse ancora in sviluppo, ancora luce di vita e lievito di storia. Ci siamo così trovati più d'una volta dinanzi al problema complessivo ed essenziale: il nucleo ideale della Rivoluzione francese è già dispiegato e realizzato nella storia, è consumato ed esaurito oppure è vivo e fertile? Quanto si è costruito finora negli Stati moderni è davvero l'attuazione di quel nucleo ideale, ovvero questo attende ancora la sua completa realizzazione? Quel che si è affermato e si è fatto in nome dei principi della Rivoluzione francese ha davvero interpretato questi principi, o vi è stata una deviazione o un arresto, che debba essere superato, dopo una rinnovata valutazione che di quel grande avvenimento oggi si può fare? E i principi fascisti corporativi sono proprio una semplice negazione e una definitiva condanna degli immortali principi?
Per noi, niente, di questi principi, è ormai piú vero? Io oso credere che le nostre posizioni a questo proposito vadano attentamente riguardate, e, se occorre, rettificate. Tanto piú lo credo, in quanto una serena considerazione del problema mi ha convinto che da un simile attento esame i nostri principi escono riconfermati completamente, ma piú in alto e piú luminosi, perché appariscono completamente saldati alla storia moderna, e assumono chiaramente quel valore universale, del quale ha parlato recentemente il Duce, e per il quale non si potrà piú dire fuori d'Italia che il Fascismo pretende porsi fuori della storia moderna e dell'Europa moderna. Se noi rileggiamo i 17 articoli della «Dichiarazione dei diritti dell'uomo», non possiamo fare a meno di scorgervi, sotto una forma ingenua o magniloquente, una sostanza di innegabile valore, aderente allo spirito dell'uomo moderno. Basta pensare, per un momento, che cosa sentiremmo, ciascuno di noi, se dovessimo vivere in una situazione, che fosse la negazione di questi principi. La nostra coscienza non può concepire una condizione, che non sia di autonomia e di criticismo nel campo spirituale, e di definizione e delimitazione giuridica di rapporti, nella vita della comunità statale. Vedremo, subito, in che senso noi possiamo ora considerare ingenua la formulazione di questi principi, in che senso noi possiamo considerarli inattuali; ma è certo che non possiamo negare il valore della sostanza in essi racchiusa. Nessuno di noi potrebbe misconoscere il valore che nella storia umana assume l'affermazione dell'eguaglianza dei cittadini dinanzi alla legge, la quale, soltanto come espressione della volontà generale, può, consentendo e proibendo, regolare il comportamento dei cittadini. E fondamentale importanza per la storia umana ha, anche, l'affermazione che la sovranità risiede nella Nazione; quella delle garanzie relative alle leggi penali; quella della libertà di opinione e della comunicazione dei pensieri e delle opinioni, (libertà per il cui abuso la dichiarazione undicesima prevede la punizione della legge) quella del diritto della società di controllare l'esplicazione delle funzioni dei pubblici ufficiali; quella del rispetto, in genere, della personalità e dei beni di ogni cittadino. Per misurare il valore di queste affermazioni bisogna pensare che esse sono la negazione del privilegio, forma giuridica che vigeva da secoli e che aveva accompagnato dal Medio Evo la vita sociale. Il privilegio delle franchigie, delle immunità, del dominio territoriale, era, in origine, quasi il corrispettivo di una funzione pubblica esercitata dalla nobiltà, di una funzione di governo esplicantesi in pro della comunità, come direzione politica, come difesa militare, e simili. Ma mentre i privilegi della nobiltà, insieme con quelli dei comuni e delle corporazioni, costituiscono una rete che impaccia lo sviluppo della vita sociale, la politica della monarchia assoluta accentratrice e livellatrice, che spoglia la nobiltà delle sue attribuzioni, rende ingiustificabili e insopportabili i privilegi stessi. Questo venir meno alla giustificazione dei privilegi della nobiltà, che li rendeva insopportabili a chi doveva subirli, confluisce colla necessità per la borghesia della soppressione della rete di vincoli e argini che pure le erano stati concessi come privilegi e che l'avevano rafforzata e potenziata, ma che ora erano un ostacolo allo sviluppo che urgeva. Ognuno sente il valore della propria personalità, che si riflette sui propri beni, e ne rivendica l'autonomia e l'indipendenza. La bandiera della libertà e della lotta contro i privilegi è innalzata dalle classi borghesi. In Francia s'inizia l'attacco al regime feudale della proprietà fondiaria, che immiserisce l'agricoltura, e contro il quale i fisiocratici bandiscono la loro teoria antivincolistica. In Inghilterra, la rivoluzione industriale fa cadere rapidamente le regolamentazioni dell'industria, le restrizioni. La rivoluzione sopprime le corporazioni. Le classi borghesi beneficiano dell'instaurazione dell'uguaglianza e della libertà. Tutto ciò, però, non giustifica l'interpretazione secondo la quale i principi della Rivoluzione francese sarebbero soltanto il riflesso ideologico dei bisogni concreti delle classi borghesi. Questa aderenza degli aspetti della situazione storica della borghesia alle costruzioni teoriche del tempo è molto significativa ai fini della comprensione dell'aderenza, sempre osservabile nella storia, delle teorizzazioni all'indole, alla mentalità, al carattere del tempo in cui vengono formulate; ma non può giustificare una concezione deterministica, che si crederebbe acuta e astuta, ma sarebbe invece insufficiente. In realtà, tanto la mentalità della borghesia, che mette in discussione la propria situazione sociale e pretende autonomia e potere, e non soffre piú una posizione subordinata nella vita politica e una posizione impacciata da regole costrittive e limitatrici nella vita economica, quanto le concezioni teoriche le quali vogliono lasciare a ciascuno la possibilità di giudicare il proprio interesse e di regolarsi autonomamente, rispecchiano strettamente il carattere decisamente criticista del pensiero del tempo, che vuole tutto riesaminare e non riconosce autorità che non sia lo stesso pensiero autonomo e porta il centro e la ragione della vita sociale nell'individuo. Comunque, questa corrispondenza degli ideali principi a bisogni concreti di una categoria sociale, non toglie niente al valore ideale dei principi stessi. Sempre, nella storia, che è storia degli uomini, i principi sono affermati da uomini e fatalmente, per l'unità viva e concreta della vita umana sociale, i principi diventano anche interessi di chi li bandisce ed afferma. Nel caso della Rivoluzione francese, quando di essa si colga il vero valore, che non sta negli episodi insurrezionali e nelle stragi e nemmeno nell'enfasi dei suoi banditori, i principi affermati sono di un così profondo significato e di una cosí vasta portata da non poter essere diminuiti nella loro universalità, per il fatto che essi abbiano accompagnato l'ascensione sociale e politica di una categoria di cittadini. E, del resto, questa universalità è apparsa viva e operante in tutta la storia moderna indipendentemente dalla borghesia. La quale in nome degli stessi principi, anche se in opposizione ai suoi interessi, ha veduto ascendere e affermarsi nuove categorie di cittadini, le categorie del quarto Stato. I principi della Rivoluzione francese - ho detto - hanno avuto una formulazione che noi non possiamo accettare. E difatti in questa formulazione è l'origine e la causa dell'aspetto, che noi consideriamo errato anche se storicamente necessario e inevitabile, preso nella storia moderna dal principio bandito dalla Rivoluzione dell'89. La formulazione della «Dichiarazione dei diritti dell'uomo» rispecchia, insieme, le ragioni storiche della Rivoluzione e le concezioni del giusnaturalismo allora imperanti nella dottrina e nella cultura. Le libertà rivendicate dalle coscienze del tempo e consacrate nella «Dichiarazione dei diritti» rivelano un movente e una ragione polemica di contrapposizione, di ribellione, di affrancamento dalla tirannia, che lo Stato esercitava allora sugli individui. La libertà di pensiero, che si rivendica, vuole garantire l'inviolabilità del nuovo spirito, formatosi in contrapposizione all'ordinamento sociale e alle concezioni fino allora vigenti. Di fronte a quell'ordinamento e a quelle concezioni, l'individuo si richiama alla propria natura che respinge una costituzione sociale non piú sentita, anzi contrastante con la sua nuova vita. E in questa natura crede di vedere l'origine e la base dei diritti che rivendica. La natura è assunta come una realtà assoluta, originaria, inviolabile; il diritto naturale diventa la leva, che scardina e frantuma l'ordinamento feudale del privilegio e l'ordinamento assolutistico. Il diritto naturale, la libertà naturale, richiamati dalla «Dichiarazione dei diritti», vogliono affermare che i diritti dell'individuo sono indipendenti dallo Stato, non derivano dallo Stato; il quale non li pone in essere, ma li riconosce soltanto. L'art. 1 della Dichiarazione dice infatti: «Gli uomini nascono e vivono liberi ed uguali nei diritti»; e l'art. 2: «Il fine di ogni associazione politica è la conservazione dei diritti naturali e imprescrittibili dell'uomo. Questi diritti sono: la libertà, la proprietà, la sicurezza e la resistenza all'oppressione». Si afferma, dunque, la priorità del cittadino di fronte allo Stato; si affermano diritti del cittadino anteriori, idealmente e storicamente, allo Stato. Le libertà rivendicate dai principi dell'89 sono libertà dallo Stato, hanno - e noi ne comprendiamo la ragione - un valore polemico e negativo nei confronti dello Stato assoluto. Il pensiero scientifico del secolo diciannovesimo ha poi fatto ragione di questa concezione astratta e razionalista dell'individuo e del diritto, chiarendo come non sia concepibile un individuo prima dello Stato e un diritto senza un'organizzazione sociale, cioè senza un ordinamento giuridico, cioè senza uno Stato. Ma intanto dilagavano nell'Europa e nel mondo i principi dell’89, determinando un periodo di storia fra i piú vivi e importanti dell'umanità, ma anche dando a quel periodo, nel tono della politica e degli ordinamenti costituzionali, lo stesso colore, facendo concepire a tutti quella libertà che tiene conto soltanto dei cittadini e non anche dello Stato, facendo, anzi, concepire la libertà dei cittadini come un'ostilità verso lo Stato, una gelosa difesa e affermazione dell'indipendenza dallo Stato. E' il colore di tutti gli ordinamenti costituzionali moderni, modellati sulle primissime costituzioni statuite sotto la diretta influenza della «Dichiarazione dei diritti», e strappate dai popoli ai monarchi appunto per la diffusione dei principi dell’89.
E ne è conseguito il feticismo per le carte costituzionali, che ancora recentemente ha costituito un elemento di resistenza per le statuizioni che il Fascismo ha voluto fare in nome del suo spirito; il feticismo per le guarentigie della libertà, per la divisione dei poteri. Istituzioni tutte giustificate, allora, quando si dovevano porre limiti materiali e difficoltà pratiche al prepotere e all'arbitrio dell'autorità, ma che erano superflue, quando poi erano diventate coscienza giuridica universalmente sentita e costume politico che nessuno piú avrebbe ostacolato, diventati presupposto comune di tutti i partiti.
Tutte le organizzazioni politiche, tutti gli ordinamenti statali di tipo liberale hanno questo vizio d'origine: di presupporre allo Stato l'individuo, e di considerare l'ordine giuridico non come la forma in cui si realizza la vita dell'uomo sociale, la forma nella quale l'individuo celebra la sua essenza di uomo sociale, ma come il sistema dei limiti che difendono il cittadino dallo Stato. E’ perciò che lo Stato liberale è andato degenerando in una atomistica astratta democrazia, astratta perché poggiante su astratti individui; è perciò che, non ostante l'arricchimento e il complicarsi della vita sociale, sempre piú piena e complessa, lo Stato restava immobile e lontano, per non invadere la vita dei singoli. Ma il semplicismo delle concezioni dell'89, come non impedì affatto che queste concezioni si affermassero nella vita storica e costituissero il lievito di tanta storia, pur avendo provocato un'organizzazione politica e giuridica fatalmente destinata ad essere corretta e richiamata ai principi, così non deve farci misconoscere le intuizioni ben diversamente fondate e realistiche che venivano alla luce sotto quella formulazione ingenua e scientificamente inadeguata. Noi non possiamo fare a meno di riconoscere che la Rivoluzione francese è veramente uno dei massimi avvenimenti della storia dell'umanità, perché è il riversarsi nella storia dello spirito moderno che conquista la propria autonomia e l’afferma dinanzi al mondo. Lo spirito moderno, che acquista consapevolezza della propria potenza creatrice, della propria assoluta libertà, del proprio assoluto valore, e si vuole rendere ragione criticamente di tutto e vuole costruire da sé la propria storia, non poteva tardare ad abbattere le vecchie impalcature e ordinare la società secondo i nuovi valori.
La Rivoluzione francese è tutto questo, e negare o irridere è vano
. La retorica libertaria, i feticismi democratici, le bravate giacobine, le fissazioni liberali, le noiose prediche e le infantili dichiarazioni di fede agli immortali principi, che hanno aduggiato la storia moderna, ci hanno fatto ridere; ma in sede di storia e di critica, senza retorica ma anche senza inutili furori iconoclasti o propositi di ritorsioni o di dispetti, noi possiamo riconoscere il grande valore ideale che nella storia moderna ha la Rivoluzione francese. Riconoscerlo per domandare poi subito allo Stato liberale come ha amministrato questo patrimonio ideale, come ha attuato il principio del quale si attribuiva la potenza distruttrice. Noi sappiamo già che lo Stato liberale ha lasciato disperdere il vigore costruttivo della concezione fondamentale della Rivoluzione, secondo la quale il cittadino è padrone del proprio destino e costruisce la propria vita sociale, cioè la propria organizzazione statale. Evidentemente lo Stato liberale - democratico della storia moderna ha rappresentato uno stadio per il quale doveva necessariamente passare la concezione politico-giuridica della Rivoluzione. Ma noi possiamo affermare che codesto Stato liberale - democratico è una deviazione, non è ancora l'attuazione di questa concezione; è una deviazione causata dal modo in cui sono apparsi e hanno valso nella storia i principi nuovi, dall'impronta giusnaturalistica astratta che essi hanno avuta. Ma quella che è stata detta la «conquista» della coscienza moderna, è davvero una conquista, se consiste nella costruzione che l'individuo fa nella propria coscienza ponendo in essere lo Stato. Il significato storico della Rivoluzione francese è proprio la costituzione dello Stato che larghi strati di cittadini sentivano nella propria coscienza. La libertà che i rivoluzionari rivendicavano non voleva essere un mero punto d'arrivo nel quale fermarsi per godere una nullistica facoltà di agire a proprio piacere, ma proprio la conquista della possibilità di darsi una forma, di darsi una legge, di farsi il proprio Stato, di farsi Stato. E il profondo significato della Rivoluzione è proprio questo: l'individuo vuole diventare Stato, afferma la propria capacità a costituirsi come Stato. Ma questo non significa, certo, accamparsi ai margini di un ente isolato e impotente, secondo l'aspetto che il liberalismo dà al suo Stato, ma significa anzi per l'individuo darsi tutto per quest'opera, realizzarsi nella forma statale, identificarsi con lo Stato, esistere nello Stato, con lo Stato, per lo Stato. Il liberalísmo è, dunque, uno stadio forse necessario e inevitabile, ma certo non può essere lo stadio d'arrivo, di completa realizzazione dei principi dell'89. La strada che lo spirito moderno ha iniziata affermando questi principi deve essere percorsa fino in fondo, per attuare tutto il loro vigore e realizzare tutto il loro significato. L'individuo è padrone della sua storia e autore dello Stato, e deve coincidere completamente con esso: non piú sottoposto ad un potere eteronomo, non piú soggetto passivo di uno stato estraneo e perciò despota, deve, una volta costituito il proprio Stato, realizzarsi tutto in esso e coincidere come con la sua forma. La conclusione e la soluzione esauriente dei principi dell'89 è dunque uno Stato in cui si realizzi davvero e completamente tutta la vita del cittadino, in cui il cittadino trovi e componga davvero la sua personalità morale, in cui trovi una regolamentazione effettiva e totale della sua vita. Lo Stato liberale è una forma vuota che non serve al cittadino. Questo ha affermato, invece, come proiezione della sua coscienza autonoma e padrona di sé, uno Stato che sia la sua forma sostanziale, uno Stato che sia lo strumento e la mèta, al tempo stesso, della sua vita storica. Ma questo è lo Stato che il Fascismo ha concepito e attuato; lo Stato Corporativo, che è, dunque, davvero, lo sbocco fatale della storia moderna, la forma che, sola, possa racchiudere la vita moderna. Non sembri paradossale o sforzata la conclusione a cui un sereno esame della storia moderna ci conduce. Lo Stato Corporativo, lo abbiamo dichiarato piú volte, è la sola soluzione dei problemi della vita contemporanea, e la forma verso cui anela la sostanza sociale del mondo moderno: esso deve, dunque, fatalmente essere l'erede e l'assuntore di tutta la storia moderna che nel suo tono politico e negli ordinamenti giuridici è una conseguenza della Rivoluzione francese.

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"La mistica appunto precisa questi valori...nella loro attualità politica...e dimostra l'universalità di luogo e di tempo del Fascismo"(Giani)
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MessaggioInviato: Dom Mag 22, 2011 2:08 pm    Oggetto:  
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Sebbene sia presente nella sezione "Approfondimenti", credo sia più opportuno metterlo qui. Ed in evidenza, visti i problemi recenti.
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