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Levis Sullam:MAZZINI E L'IDEALE FASCISTA

 
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Marcus
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MessaggioInviato: Lun Apr 11, 2011 1:02 pm    Oggetto:  Levis Sullam:MAZZINI E L'IDEALE FASCISTA
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Il testo che segue è tratto dal lavoro del docente universitario Simon Levis Sullam, “L’apostolo a brandelli – L’eredità di Mazzini tra Risorgimento e Fascismo”, ( Roma – Bari, 2010, Laterza, pp. 57- 62 / 75 – 81 / 124 – 126 / 131 – 133 ) . L’autore, che certamente non può essere tacciato di simpatie per il fascismo, traccia una sintesi abbastanza chiara ed obbiettiva dei punti di contatto tra il pensiero mazziniano ed il fascismo, rispettivamente nelle posizioni espresse da Mussolini e Gentile.

Simon Levis Sullam è attualmente visiting research fellow all'Università di Oxford. Ha insegnato a Venezia, Berkeley, Oxford. Tra i curatori della Storia della Shoah (Torino 2005-2006), su Mazzini ha pubblicato tra l'altro nel volume Il Risorgimento (a cura di A.M. Banti e P. Ginsborg, Torino 2007) e in Giuseppe Mazzini and the Globalisation of Democratic Nationalism (a cura di C.A. Bayly ed E.F. Biagini, Oxford 2008).

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MUSSOLINI E MAZZINI

Tra i lettori e ammiratori di Mazzini nella guerra vi fu il soldato Benito Mussolini: non era stato sempre così. Nei primi anni del secolo, da socialista, Mussolini si era scontrato nella sua Romagna con il Mazzini dei repubblicani. Allora egli prediligeva Marx: «Mazzini e Marx», scriveva nel 1910, «sono due tipi che non si possono paragonare». E aggiungeva: «Quando mi vogliate [...] elogiar[e] Mazzini economista e socialista io vi dico: no. Il socialismo non ha preso nulla da Mazzini» (1). Mussolini si opponeva soprattutto alla «santificazione» di Mazzini e a proposito dei repubblicani scriveva: «Essi adorano il loro santo e ingiuriano gli eretici. Precisamente come facevano i preti» (2); o ancora: «Oggi è lecito discutere su Cristo, su Maometto, su S. Agostino, su Dante e su Tasso, su Foscolo e su Carducci e per noi socialisti su Marx, ma non è lecito toccare Mazzini» (3). Era innanzitutto il Mazzini religioso che Mussolini prendeva di mira, ad esempio in un comizio in cui ricordava l'opuscolo di Bakounin (La teologia politica di Mazzini) e, secondo una cronaca: «di [ceva] che la religione [era] l'oppio dei popoli e che la formula socialista voleva] 'Né Dio, né padrone' » (4) . Formula da contrapporre, evidentemente, al mazziniano «Dio e Popolo». Divenuto interventista e arruolatosi (5) , Mussolini si trovò infine immerso in un atmosfera patriottica in cui il riferimento a Mazzini tornava insistente; egli stesso era nel frattempo passato, uscendo dal partito socialista, dalla rivoluzione sociale alla rivoluzione nazionale: un passaggio in cui Mazzini lo avrebbe, se non guidato, almeno accompagnato (6). Nel suo diario di guerra registrava al principio dell'esperienza in trincea gli accenti mazziniani della retorica di guerra. Il comandante della sua compagnia esortava i soldati dicendo: «Voi siete qui a compiere il più sacro ed il più aspro dei doveri che un cittadino ha verso la patria». E il capitano di un'altra compagnia, incontrandolo, si rivolgeva a lui e ai commilitoni: «Questa, caro Mussolini, è una guerra terribile. [ ... ] Ma — e si volge anche agli altri — coraggio e, soprattutto, religione del dovere! » (7). Mesi più tardi un sol- dato gli dava da leggere un volume degli scritti di Mazzini e Mussolini ne trascriveva alcuni brani: «Ho divorato la Lettera a Carlo Alberto. L'avevo letta da studente. C'è in questo scritto di Mazzini qualche cosa di profetico ( 8 ). Ho trascritto nel mio taccuino: 'Non v'è guerra possibile per la Francia ove non sia nazionale; ove non s'appoggi sulle passioni delle moltitudini, ove non s'alimenti d'uno slancio comunicato ai 32 milioni che la compongono'». Leggeva e trascriveva poi dallo scritto “Di alcune cause che impedirono lo sviluppo della libertà in Italia” :

Mancarono i capi; mancarono i pochi a dirigere i molti, mancarono gli uomini forti di fede e di sacrificio, che afferrassero intero il concetto fremente delle moltitudini – che ne intendessero ad un tratto le conseguenze – che, bollenti di tutte le generose passioni, le concentrassero in una sola, quella della vittoria — che calcolassero tutti gli elementi diffusi, trovassero la parola di vita e di ordine per tutti — che guardassero innanzi, non addietro — che si cacciassero tra il popolo e gli ostacoli con la rassegnazione di uomini condannati ad essere vittime dell'uno o degli altri; che scrivessero sulla loro bandiera riuscire o morire, e mantenessero la promessa.

Il Mazzini di Mussolini era qui, dunque, quello che invocava la funzione dei capi nell'orientare le masse con la propria «fede» verso il «sacrificio» e la «vittoria»; in grado con «la parola» di infondere «vita» e «ordine». La pagina del diario di Mussolini si concludeva così: «Non c'è — in questi brani — la divinazione degli eventi odierni? Quale meraviglioso `viatico', per un soldato, gli scritti di Mazzini! » (9). Ma fin da prima dell'intervento, quando Mussolini aveva scelto di schierarsi a favore della guerra, era nel nome di Mazzini che egli criticava l'«egoismo neutrale», il «sacro egoismo di Salandra», dicendo: «Anche Mazzíni, quando sospingeva le generazioni italiane alla guerra, ben sapeva che essa era sacrificio, sangue, rovina, distruzione. Ma sapeva pure che ogni generazione ha i suoi ineluttabili doveri da compiere» (10). Mazzini sembra aver svolto un ruolo importante nella ridefinizione ideologica del futuro dittatore: dal distacco dal socialismo, attraverso la fase interventista e la guerra, grazie anche ad influenze come quella di Alceste De Ambris. In un articolo del «Popolo d'Italia», Mussolini citava l'intervento di De Ambris al primo congresso dei Fasci a Bologna, proprio per la sintesi che proponeva tra marxismo e mazzinianesimo: «[De Ambris] ha detto che un Vangelo solo può bastare a una chiesa di credenti, non ad una collettività di liberi pensatori. C'è molta verità nella critica `marxista', ma ve n'è anche nella ideologia mazziniana». E sempre con De Ambris (di cui vedremo il ruolo nella rinascita del mazzinianesimo nel dopoguerra, a partire da Fiume), Mussolini invocava quindi la «libertà di ripudiare Marx, se Marx è invecchiato e finito; libertà di tornare a Mazzini se Mazzini dice alle nostre anime aspettanti la parola che ci esalta in un senso superiore dell'umanità nostra» (11). Altro mediatore del messaggio mazziniano fu, per Mussolini, Alfredo Oriani: ne riprendeva da La lotta politica in Italia il Mazzini che assegnava una «missione» ed un «fine» al popolo italiano e ne ricordava le posizioni anti-Triplíciste e la ripresa del «monito mazziniano: secondare lo sviluppo delle nazionalità slave». Nei prodromi dell'intervento, Mussolini si chiedeva dunque: «Ha seguito l'Italia il vaticinio di Mazzini e di Oriani?» (12), e ricordava infine il Mazzini carducciano che «non lasciò 'mai in pace' – a poltrire, cioè, nell'ignavia – il popolo italiano», di cui il poeta diceva (e Mussolini citava): «E un popol morto dietro a lui si mise» (13). Gli ultimi mesi di guerra furono ancora segnati da diversi riferimenti al genovese: «Noi sentiamo onnipossente in questi giorni lo spirito di Mazzini. Una politica che trae la sua ispirazione dal Profeta del diritto dei popoli non può fallire» (14). Così fino alle celebrazioni per la vittoria, che smenti- vano il carducciano «popol morto»: allora «Mazzini si sarebbe riconosciuto in questo che pareva 'popolo di morti', mentre aveva nel segreto, le sorgenti di una inestinguibile vitalità» (15). Secondo una testimonianza, aveva origini mazziniane lo stesso titolo del giornale fondato da Mussolini nel 1914. Nel ricordo di un collaboratore si leggeva: «Passammo in rivista tutti i nomi degli antichi giornali che erano stati fondati in Italia in periodi di passione politica, perché dovevamo scegliere un titolo che ricordasse l'atmosfera gloriosa e idealistica del Risorgimento» (16). Lo stesso collaboratore aveva proposto, pensando al periodico di Mazzini, «L'Italia del Popolo»: Mussolini aveva accolto il suggerimento, scegliendo solo di invertire i termini nella formula «Il Popolo d'Italia». Nella primavera del 1918, inoltre, tornato a dirigere il giornale, Mussolini ne mutò il sottotitolo da «quotidiano socialista», a «quotidiano dei combattenti e dei produttori» (17): formula che si riferiva anche agli ideali economici mazziniani resuscitati dal sindacalismo. Tra guerra e dopoguerra, Mussolini si appropriò dunque del pensiero simbolico di Mazzini e alcuni elementi della religione della nazione mazziniana – dai «doveri», alla «missione», al «sacrificio» – ne facilitarono la transizione dal socialismo all'interventismo, contribuendo al contesto ideologico della genesi del fascismo. Alla fine del 1920 Mussolini scriveva, ad esempio, nel «Popolo d'Italia»: «Noi lavoriamo alacremente per tradurre nei fatti quella che fu l'aspirazione di Giuseppe Mazzini: dare agli italiani il 'concetto religioso della propria nazione'» ( 18 ). Si è registrata una certa persistenza di Mazzini nella retorica mussoliniana almeno degli anni Venti (19), soprattutto a proposito della tematica dei «doveri» contrapposti o prevalenti sui «diritti» (20); ma anche nei momenti in cui Mussolini tentò di definire, ancora prima dell'avvento al potere, il fascismo stesso (21). In una nota aggiunta alla voce “Fascismo” dell'Enciclopedia Italiana (stesa com'è noto da Giovanni Gentile e riveduta e firmata da Mussolini), quando essa apparve in volume autonomo nel 1933, si citava ad esempio una lettera di Mussolini a Michele Bianchi del 27 agosto 1921, in cui si poteva leggere:

Il fascismo italiano, pena la morte o, peggio, il suicidio, deve darsi un "corpo di dottrine' [...] Attrezzare il cervello di dottrine e di solidi convincimenti non significa disarmare, ma irrobustire, rendere sempre più cosciente l'azione. [...] Il fascismo può e deve prendere a divisa il binomio mazziniano: Pensiero e Azione (22).

La necessità di una dottrina del fascismo era quindi ricollegata all'eredità dell'idealismo mazziniano: aspetto, questo, che fu poi fortemente enfatizzato dal ruolo intellettuale e ideologico di Giovanni Gentile nel fascismo (23). Sempre nel 1921, Mussolini dichiarava: «È necessaria [...] una predicazione e una pratica, che io chiamerei mazziniana, la quale concilii e debba conciliare il diritto col dovere». Il 20 settembre 1922, in un importante discorso a Udine che preludeva all'atmosfera e agli ideali della prossima «marcia», Mussolini si riferì ripetutamente a Mazzini come a uno degli ispiratori, assieme a Garibaldi, del mito risorgimentale di Roma che anche il fascismo intendeva far assurgere a «città del nostro spirito», ma rievocandolo anche per la sua supposta accettazione del «patto monarchico della unità italiana» (24). Nel 1924 il richiamo era al Mazzini che «non distingueva diritti da doveri: li considerava come termini di un binomio assoluto: il diritto è la risultante del dovere compiuto». E nel 1926, di nuovo (con un esplicito riferimento al linguaggio simbolico mazziniano resuscitato dal fascismo): «La grande parola che il fascismo ha detto agli italiani è questa: non v'è diritto senza che prima si sia compiuto un dovere» (25). Il tema dei doveri mazziniani si riproponeva quindi anche al principio della dittatura (26), rappresentando sempre più un richiamo all'ordine e alla disciplina. Il mazzinianesimo economico fungeva inoltre, ora, da elemento di contrasto radicale anche della democrazia liberale. Al congresso del Partito fascista, nel giugno 1925, Mussolini aveva detto (e convergevano qui Mazzini e l'ormai antica influenza del sindacalismo rivoluzionario di Sorel, che già nella recensione del giovane Benito alle “Considerazioni sulla violenza” abbiamo visto intrecciarsi):


Io sono un vecchio sindacalista. Io ritengo che il fascismo debba applicare gran parte delle sue energie all'organizzazione e all'inquadramento delle masse lavoratrici, anche perché ci vuole qualcuno che seppellisca il liberalismo. Il sindacalismo è l'affossatore del liberalismo.
[ ... ] Bisogna fare del sindacalismo senza demagogia, del sindacalismo selettivo ed educativo, del sindacalismo, se volete, mazziniano, che non prescinda mai, parlando dei diritti, dai doveri, che bisogna necessariamente compiere (27).

Con il sindacalismo mazziniano – e soreliano – Mussolini inquadrava quindi le masse e seppelliva il liberalismo.

GENTILE E MAZZINI: dalla filosofia del Risorgimento alla religione fascista

L'incontro storico e filosofico di Giovanni Gentile con il Risorgimento risaliva alla fine del XIX secolo: da Gioberti e poi da Mazzini il filosofo aveva mosso i primi passi della sua indagine sulla storia del pensiero italiano del XIX secolo. Nel primo dopoguerra, i due pensatori risorgimentali avranno un ruolo centrale nel percorso intellettuale e politico che avrebbe condotto infine Gentile, tra gli anni Venti e Trenta, a contribuire in modo decisivo alla definizione dell'ideologia e della religione politica del fascismo. Fin dalla sua tesi di laurea alla Normale di Pisa, pubblicata nel 1898 con il titolo “Rosmini e Gioberti. Saggio storico sulla filosofia italiana del Risorgimento”, Gentile si dedicò alla tradizione di pensiero del cattolicesimo liberale, rappresentato in politica da Gioberti: di li la filosofia italiana doveva riprendere il suo cammino ( 28 ). L'interesse di Gentile andava in particolare alla rinascita del sentimento religioso nel XIX secolo, che si faceva coscienza nazionale, e alle diverse figure che vi contribuivano, cioè:

Mazzini [che] è dei pensatori più religiosi che abbia l'Italia, ed è il grande profeta della nuova Italia. Con lui Gioberti, pur negli ondeggiamenti giovanili del suo pensiero. E sopra tutti Manzoni, che non fu uomo d'azione, ma fu tra i più ardenti caldeggiatoci dell'unità e indipendenza della patria; e lo stesso Rosmini, spirito di grandissima moderazione, e moderato anche nelle sue aspirazioni liberali; ma collaboratore anche lui nel '48 alla grande opera nazionale. E con questi i minori numerosi: Balbo, Tommaseo, Lambruschini e la folta schiera dei neoguelfi [ ... ] (29).

Gentile guardava allora soprattutto alla rinascita cattolica che si intrecciava con i nuovi sentimenti e progetti nazionali. Unitosi quindi a Benedetto Croce nell'impegno di formare una nuova cultura e una rinnovata coscienza italiane attraverso la rivista «La Critica», uno dei suoi primi impegni accanto al filosofo napoletano fu proprio la ricostruzione dei movimenti, delle figure e delle opere che avevano caratterizzato la più recente storia intellettuale dell'Italia, la sua tradizione culturale, il percorso verso l'unificazione spirituale e politica della nazione. Allo stesso tempo Gentile veniva sviluppando la propria riflessione filosofica fondata su una nuova interpretazione del pensiero idealistico, che egli ricollegava alla tradizione italiana risalente a Vico e in cui giocavano un ruolo di primo piano la religione e la pedagogia. Questi elementi avrebbero trovato dai primi anni Venti – dopo il passaggio epocale della guerra mondiale, che fece di Gentile un intellettuale militante – una concreta traduzione politica innanzitutto nel campo dell'educazione, coll'impegno del filosofo nel primo governo Mussolini come ministro dell'Istruzione pubblica. Al principio del secolo era ancora Gioberti ad attrarre le attenzioni di Gentile. In uno scritto nel primo centenario della nascita, egli studiava la complessa posizione del pensatore piemontese come, almeno in principio, una sorta di paradossale «giacobino della reazione». Ma il percorso di Gioberti veniva seguito attraverso i suoi rapporti con Mazzini e la Giovine Italia, l'adesione alla filosofia cattolica di Rosmini, e infine l'approdo alla filosofia ontologica da un lato, e dall'altro alla teoria del «primato» italiano. L'abate torinese continuava a parere a Gentile un filosofo militante, tanto che egli poteva alludere a un sorprendente parallelo: «Come pochi anni più tardi, accennando a un'altra utopia, un altro filosofo metterà il grido famoso “Proletari del mondo unitevi!”, così [Gioberti] grida agli Italiani tutti di unirsi, o principi fra loro con la federazione, e i principi coi loro popoli mediante le riforme» (30). Fortemente coinvolto dal fervore politico e dall'atmosfera patriottica della Prima guerra mondiale, Giovanni Gentile avrebbe assunto anch'egli e mai più abbandonato, dalla fine del conflitto, un ruolo attivo nella vita politica della nazione, e all'esempio del marxismo si sarebbe rifatto esplicitamente, in un'importante riflessione del 1918 su Filosofia e politica, come a una «filosofia avente una grandissima importanza storica proprio perché fu anche politica» (31). Ma la discesa in politica sarebbe stata segnata per Gentile innanzitutto da un ritorno alla tradizione del Risorgimento italiano e da una riscoperta dei suoi «profeti». Nelle pagine del periodico nazionalista «Politica» il filosofo pubblicava, nel 1919, un nuovo studio su Gioberti e due saggi su Mazzini: sarebbero presto stati raccolti nel volume I profeti del Risorgimento italiano, uscito nel 1923 quando Gentile era già ministro del governo Mussolini. Le figure dei due patrioti erano viste qui in parallelo, sebbene il ruolo preminente spettasse – e definitivamente – a Mazzini. Se il pensiero di Gioberti rappresentava ancora un grado superiore da un punto di vista filosofico e storico rispetto alle concezioni di Mazzini, le loro origini intellettuali e spirituali erano affini e le loro finalità simili. Secondo Gentile, Gioberti era «un'anima profondamente religiosa, d'ispirazione ed educazione mistico-giansenistíca», anch'egli come Mazzini era stato «nei primi anni sotto l'influsso del Rousseau e del sansimonismo» e aveva «simpatizz[ato] più tardi vivamente col Lamennais». Inoltre «andava in traccia d'una sorta di Cristianesimo» e «sent[iva] al pari del Mazzini, il bisogno di allargare questa concezione cristianamente spiritualistica [ ... ] alla vita sociale e politica, per promuovere un rinnovamento della società nella concretezza delle sue forze spirituali» (32). Quella di Gioberti era «la stessa religione di Mazzini», ma «promossa al grado di filosofia», soprattutto di una «filosofia cattolica» (33). Tornare al pensiero del Risorgimento significava d'altra parte per Gentile – a questo punto – ripensarne alcune categorie politiche di fondo che avevano assunto significati nuovi nel dibattito politico e culturale seguito al conflitto mondiale e che egli rileggeva ora sotto una diversa luce, cioè anche attraverso il sistema filosofico del suo idealismo attuale (compiutamente definito almeno dal 1912). Nel corso della guerra Gentile si era però avvicinato soprattutto a Mazzini e, inizialmente attraverso una serie di recensioni ad alcuni volumi dell'edizione nazionale degli scritti e allo studio di Gaetano Salvemini, ne aveva riscoperto la dimensione religiosa, individuando nell'«apostolo della fede dell'unità d'Italia» l'origine della «forza attuale» che aveva unificato l'Italia (34). Alla fine del conflitto, Mazzini sarebbe divenuto per Gentile la figura centrale della sua interpretazione sempre più politica e attualizzante del Risorgimento come anticipazione delle forze e degli ideali che ispiravano allora il nuovo corso politico dell'Italia. Ripercorrendo e criticando le interpretazioni democratiche di Mazzini proposte da Gaetano Salvemini e da Alessandro Levi (di cui ci siamo già occupati), Gentile mostrava come la nazione mazziniana fosse «azione, creazione di realtà storica», «milizia, sacrificio». Essa era «lontanissima dalla utopistica e giusnaturalistica dottrina democratica» (35), così come «la nazionalità del Mazzini non [era] propriamente né quella elettiva dei francesi né quella naturale (o di razza) dei tedeschi» (il filosofo sottolineava dunque la peculiare posizione della nazione mazziniana nel liberalismo europeo) (36). Ciò che animava la politica e la vita stessa di Mazzini era la «fede religiosa»: «La vita, [Mazzini] dice anche, è apostolato ed è sacrificio. Apostolato come fede (affermazione d'un valore divino), che non è semplice pensiero, ma azione» (37). Alla luce dell'attualismo gentiliano, il binomio mazziniano «pensiero e azione» poteva assumere il significato di una spiritualizzazione dell'azione: «Onde quelle idee o principi, che debbono tradursi in fatti, non possono non essere già azione, atto di fede, affermazione della nostra morale personalità» ( 38 ). E il principio supremo tradotto in fatti era or- mai, nella concezione di Gentile, il suo stesso «Stato etico»: anche la visione di Mazzini trovava la sua realizzazione – secondo l'interpretazione gentiliana e sebbene Mazzini avesse dedicato scarsissimo spazio a una riflessione sullo Stato – nello Stato «inteso rigidamente come potere delle collettività sull'individuo» (39). Mazzini stesso diveniva, ora, «uno dei più strenui assertori del valore immanente dello Stato, concepito come legge e come libertà» (40). Quando i saggi su Gioberti e Mazzini furono pubblicati assieme, nel febbraio 1923, ne “I profeti del Risorgimento”, il volume si apriva con una dedica a Benito Mussolini, «italiano di razza, degno di ascoltare la voce dei profeti della nuova Italia». Pochi mesi più tardi, Gentile accettava l'iscrizione ad honorem al partito fascista, scrivendo a Mussolini che «il liberalismo della libertà nella legge, e perciò nello stato forte e nello stato concepito come una realtà etica, non è oggi rappresentato in Italia dai liberali che sono più o meno apertamente contro di lei, ma, per l'appunto, da lei» (41). Due interventi del filosofo nel fascismo ormai divenuto dittatura, sancirono il ruolo di Mazzini nella definizione ideologica e politica che Gentile formulò del movimento politico fattosi regime. Si tratta della conferenza “Che cosa è il fascismo” dell'8 marzo 1925 e del saggio e del 1927, “L'essenza del fascismo”, poi riedito e largamente diffuso dall'Istituto Nazionale Fascista di Cultura con il titolo “Origini e dottrina del fascismo”, a partire dal 1929. Nel primo discorso, Gentile ripercorreva la storia italiana contrapponendo l'Italia individualistica e scettica del Rinascimento a quella militante e religiosa del Risorgimento, che già si profilava in Vico, aveva un precursore in Alfieri ed emergeva in Cuoco col risveglio della coscienza nazionale, realizzandosi infine pienamente in Mazzini. Mazzini era ora per Gentile «il profeta più alto e più vero del Risorgimento, l'Ezecchiello della nuova Italia». Soprattutto il «vangelo mazziniano» era «il vangelo fascista», «la fede della gioventù del 1919, del '22, d'oggi». E fascismo ritornava così, secondo il filosofo, allo spirito del Risorgimento, recuperando il concetto mazziniano di nazione come «realtà morale», «missione, sacrificio». Dopo aver giustificata anche la violenza dello squadrismo in nome della «ricorrente barbarie» di Vico, il discorso di Gentile raggiungeva il suo culmine nella celebrazione fascista dello Stato: «Dalla nostra mazziniana coscienza della santità della nazione, come realtà che si attua nello Stato, noi traiamo i motivi di quella esaltazione che siamo soliti fare dello Stato» (42). In “Origini e dottrina del fascismo”, Mazzini, sempre più trasfigurato da un'interpretazione fortemente ideologizzata, diveniva principio positivo soggiacente a tutte le più recenti fasi della storia d'Italia, fino al fascismo visto come trionfo dei «mazziniani». Mussolini stesso era visto qui come un «mazziniano di quella tempra schietta che il mazzinianismo trovò sempre nella sua Romagna» (43) e la visione mazziniana informava, nell'interpretazione di Gentile, lo stesso «carattere totalitario della dottrina fascista». «La concezione [di Mazzini] è sì una concezione politica – scriveva il filosofo – ma di quella politica integrale, la quale non si distingue così dalla morale, dalla religione e da ogni concezione della vita, da potersi fissare come per sé stante» (44). «Nel fascismo – sosteneva Gentile – si trae al più rigoroso significato la verità mazziniana pensiero e azione, immedesimando così i due termini da farli coincidere perfettamente, e non attribuire più nessun valore a nessun pensiero che non sia già tradotto od espresso in azione» (45). Il Mazzini di Gentile informava e sosteneva, quindi, a questo punto, la concezione integrale e totalitaria dell'ideologia fascista e persino l'attivismo – l'esaltazione dell'azione attraverso la sua spiritualizzazione – che caratterizzava la politica fascista fin nei suoi risvolti violenti. Nel corso del 1925, al Convegno di cultura fascista di Bologna, Gentile aveva sostenuto: «Noi fascisti, rivolgendoci indietro a cercare nella storia di questa Italia, che è la nostra ardente passione, il nostro modello, sentiamo di incontrare nell'austera figura di Giuseppe Mazzini la forma più pura e più luminosa della nostra fede e del nostro ideale» (46). E nel Manifesto degli intellettuali italiani fascisti, steso dal filosofo alla fine del Convegno e revisionato dallo stesso Mussolini, laddove si sottolineava il «carattere religioso del fascismo», si proponeva anche un parallelo tra mazzinianesimo e fascismo e addirittura tra Giovine Italia e squadrismo:

Il Fascismo si accampò anch'esso con la forza della sua idea, la quale, grazie al fascino che esercita sempre ogni idea religiosa che inviti al sacrificio, attrasse intorno a sé un numero rapidamente crescente di giovani e fu il partito dei giovani (come dopo i moti del '31, da un analogo bisogno politico e morale, era sorta la «Gíovine Italia» di Giuseppe Mazzini). Questo partito ebbe anche il suo Inno della Giovinezza che venne cantato dai fascisti con gioia di cuore esultante! E cominciò ad essere, come la Giovine Italia mazziniana, la fede di tutti gl'italiani sdegnosi del passato e bramosi del rinnovamento (47).

Concetti analoghi Gentile aveva proposto nel suo articolo dello stesso periodo “Caratteri religiosi della presente lotta politica”, dove sottolineava il «carattere schiettamente religioso dello spirito fascista» e il «lato mistico» espresso da Mussolini, notando di nuovo:

In questo punto il temperamento di Mussolini coincide con quello di Mazzini, e nella gioventù fascista che accorre nei fasci e soprattutto nella milizia, spira un sentimento religioso analogo a quello che animava gli adepti della Giovine Italia e che fu il lievito più potente della rivoluzione italiana per l'indipendenza e per l'unità ( 48 ).

Gentile sosteneva, d'altra parte, che il concetto mazziniano della nazione «è nel fascismo diventato molto più concreto e aderente allo sviluppo storico». Tornava così al cuore del pensiero di Mazzini, proponendone una lettura ideologica autoritaria che reinterpretava il binomio «Dío e Popolo»:

Come la formula della Giovine Italia “Dio e Popolo” faceva dipendere il valore imperativo ed assoluto dei diritti ideali o delle esigenze del popolo da un concetto religioso, ossia dal vedere nel popolo la rivelazione vivente di Dio, così il concetto fascista dello Stato nazionale o della Patria superiore a tutte le classi, ai gruppi e agl'individui [ ... ] è appunto il concetto di un che di assoluto che ha il fine in se stesso e perciò è divino (49) .

La religione della nazione mazziniana era divenuta, attraverso l'appropriazione e rilettura propostane da Giovanni Gentile, religione fascista (50). Ma molte anime e figure del fascismo si sarebbero rifatte a Mazzini attraverso tutto il ventennio (51), per giustificare e avvalorare il proprio sostegno o per legittimare la «rivoluzione fascista» (52), e il fascismo avrebbe mobilitato il Risorgimento e i suoi miti nella definizione del senso storico del movimento e del regime e nella costruzione del consenso (53).


NOTE

1 Benito Mussolini, Marx, Mazzini e... Paoloni. Dedicato al «Pensiero romagnolo», «La lotta di classe», 9 aprile 1910, in Id., Opera omnia, vol. III, La Fenice, Firenze 1952, p. 67.
2 Id., In tema di santità, «La lotta di classe», 24 settembre 1910, in Id., Opera omnia cit., p. 297.
3 Id., Note polemiche, «La lotta di classe», 20 agosto 1910, in Id., Opera omnia cit., p. 167.
4 La cronaca è citata dallo stesso Mussolini, Il contraddittorio di Voltre, «La lotta di classe» 2 luglio 1910, in Id., Opera omnia cit., p. 137
5 Sulla transizione verso l'interventismo, seppur democratico, di un altro socialista, anche attraverso la rilettura di Mazzini, vedi Claudia Baldoli, La classe e la nazione. La «guerra democratica» di Leonida Bissolati, in Gli italiani in guerra, vol. III, tomo I, La Grande Guerra: dall'intervento alla «vittoria mutilata», a cura di M. Isnenghi e D. Ceschin, Utet, Torino 2008, pp. 395-396.
6 Hanno insistito sull'influenza di Mazzini in questo passaggio anche Gianni Belardelli, Il fantasma di Rousseau: il fascismo come democrazia totalitaria, in Id., Il Ventennio degli intellettuali. Cultura politica, ideologia nell'Italia fascista, Laterza, Roma-Bari 2005, pp. 254-255, seguito da Paolo Benedetti, Mazzini in "camicia nera", «Annali della Fondazione Ugo La Malfa», vol. XII, 2007, in particolare pp. 174-175, dove si sottolinea come, prima ancora di giungere all'interventismo, l'influenza mazziniana su Mussolini iniziasse a fare capolino già nella sua fase vociana e venisse poi segnata dal contatto con il sindacalismo rivoluzionario.
7 Cfr. Benito Mussolini, Il mio diario di guerra. MCMXV- MCXVII, Libreria del Littorio, Roma [19301, pp. 29 e 33 (19 settembre 1915). Queste frasi sono parzialmente citate in Paul O'Brien, Mussolini in the First World War. The Journalist, the Soldier, the Fascist, Berg, Oxford-New York 2005, p. 70, cui si deve la prima individuazione del Mussolini «mazziniano» nella guerra mondiale.
8 Un riferimento a questo scritto di Mazzini torna anche nel 1932, nei colloqui di Mussolini con Ludwig: «Quella lettera è uno dei più bei documenti che siano mai stati scritti». Cfr. Emil Ludwig, Colloqui con Mussolini (1932), trad. di T. Gnoli, Mondadori, Milano 1970, pp. 70-71.
9 Mussolini, Il mio diario di guerra cit., p. 170-171 (3 maggio 1916, corsivi nell'originale), parzialmente citato in O'Brien, Mussolini in the First World War cit., p. 95, che insiste sul fatto che il Mazzini di Mussolini sia filtrato anche attraverso la lettura di Nietzsche e del suo superomismo (vedi anche ivi, pp. 44 e 185). Abbiamo richiamato il duplice riferimento a Mazzini e a Nietzsche in un articolo di Mussolini del 1930, sopra, Introduzione, nota 24.
10 Benito Mussolini, Il dovere d'Italia, conferenza pronuciata a Genova, il 28 dicembre 1914, in Id., Opera Omnia, a cura di E. e D. Susmel, vol. VII, La Fenice, Firenze 1951, p. 102 (parzialmente citato in O'Brien, Mussolini and the First World War cit., p. 37).
11 Benito Mussolini, Dopo l'adunata, «Il Popolo d'Italia», 28 gennaio 1915, in Id., Opera Omnia, vol. VII cit., pp. 152-153 (cfr. O'Brien, Mussolini and the First World War cit., p. 44, che si sofferma solo su quest'ultima citazione e trascura il riferimento a De Ambris e l'importanza della nuova sintesi ideologica. Mentre Mussolini sottolinea di seguito «la necessità di questa demolizione e ricostruzione di dottrine» come il «compito arduo e preliminare della nuova critica socialista»).
12 Cfr. Benito Mussolini, Il monito di Oriani, «Il Popolo d'Italia», 14 marzo 1915, in Id., Opera Omnia cit., vol. VII, pp. 253 -255.
13 Id., L'ideale di Marcora, «Il Popolo d'Italia», 24 marzo 1915, ivi, p. 275 (cfr. O'Brien, Mussolini and the First World War cit., p. 72).
14 Benito Mussolini, L'adunata di Roma, «Il Popolo d'Italia», 7 aprile 1918, in Id., Opera Omnia cit., vol. X, p. 435. Vedi anche Id., Politica estera. O con Metternich o con Mazzini, «Il Popolo d'Italia», 17 agosto 1918, in Id., Opera Omnia, cit., vol. XI, p. 281.
15 Id., Osanna! È la grande ora!, «Il Popolo d'Italia», 4 novembre 1918, in Id., Opera omnia, cit., vol. XI, p. 458.
16 Cfr. Mario Girardon, La chiave del segreto di Mussolini (1937), trad. di L. De Ruggiero, in Benito Mussolini. Quattro testimonianze, a cura di R. De Felice, La Nuova Italia, Firenze 1976, pp. 168-169. Allude all'episodio anche Renzo De Felice, Mussolini il rivoluzionario (1883-1920), Einaudi, Torino 19952, p. 276, nota 1.
17 Augusto Simonini, Il linguaggio di Mussolini, Bompiani, Milano 20042, p. 89.
18 Paolo Benedetti, Mazzini in "camicia nera" «Annali della Fondazione Ugo La Malfa», voll. XXII, 2007, p. 185, che rinvia a Benito Mussolini, Il Popolo d'Italia nel 1921, «Il Popolo d'Italia», 7 dicembre 1920, poi in Id., Opera Omnia cit., vol. XVI, pp. 44-46. Il brano è citato anche da Belardelli, Il fantasma di Rousseau cit., p. 255.
19 Simonini, Il linguaggio di Mussolini cit., pp. 88-99.
20 Come ha ricostruito Benedetti, Mazzini in "camicia nera" cit., in particolare pp. 202-203, il tema dei «doveri» mazziniani venne appropriato anche dallo squadrismo: nei giornali e nella pubblicistica di quest'area del fascismo si trovano ripetuti riferimenti al genovese e ai «doveri dell'uomo». Un mito dello squadrismo e poi del fascismo in genere che aveva remote radici mazziniane fu quello della giovinezza: Michael Arthur Ledeen, L'internazionale fascista, trad. di J. Bertolazzi, Laterza, Roma-Bari 1973 (ed. orig. New York 1972), pp. 15-16 e 32.
21 Anche dopo la svolta dittatoriale e di nuovo nel decennale della marcia su Roma, Mussolini alludeva a Mazzini in importanti interventi sulla genesi del fascismo come movimento rivoluzionario: vedi Maurizio Degl'Innocenti, L'epoca giovane. Generazioni, fascismo e antifascismo, Lacaita, Manduria-Bari-Roma 2002, p. 130, nota, che rinvia a Benito Mussolini, Il primo tempo della rivoluzione, «Gerarchia», giugno 1925 e a Id., Primo discorso per il decennale, in Id., Scritti e discorsi, vol. VIII, Hoepli, Milano 1934, p. 119.
22 Cfr. Benito Mussolini, La dottrina del fascismo (1933), in Id., Scritti e discorsi cit., p. 89, nota 1.
23 Vedi infra, cap. V, par. 1.
24 Ampi stralci del discorso sono riportati in appendice ad Antonino Répaci, La Marcia su Roma, Rizzoli, Milano 19722, pp. 689-690. Per il contesto vedi Giulia Albanese, La marcia su Roma, Laterza, Roma-Bari 2006.
25 Simonini, Il linguaggio di Mussolini cit., par. Ideologia sacrificale, pp. 92-93. Le citazioni (a parte quella del 1922) sono tratte da Benito Mussolini, Discorso a Bologna, 3 aprile 1921, in Id., Opera Omnia cit., vol. XVI, p. 243; Agli operai di Dalmine, 27 ottobre 1924, ivi, vol. XXI, p. 125; Al popolo di Reggio Emilia, 30 ottobre 1926, ivi, vol. XXII, p. 246.
26 Benedetti, Mazzini in "camicia nera" cit., p. 203, ne ha registrato la ripresa ad esempio da parte di Alfredo Rocco nel 1925 e di Giuseppe Bottai nel 1930.
27 Benito Mussolini, «Intransigenza assoluta», discorso riportato in «Il Popolo d'Italia», 23 giugno 1925, in Id., Opera Omnia cit., vol. XXI, p. 359.
28 Per l'itinerario intellettuale e politico di Gentile, vedi Gabriele Turi, Giovanni Gentile, Giunti, Firenze 1995.
29 Cfr. Giovanni Gentile, Rosmini e Gioberti (1898), Sansoni, Firenze 19552, P. 26. Per l'atteggiamento di Gentile nei confronti del Risorgimento, vedi Augusto Del Noce, L'idea di Risorgimento come categoria filosofica in Giovanni Gentile (1968), ora in Id., Giovanni Gentile. Per un'interpretazione filosofica della storia contemporanea, Il Mulino, Bologna 1990, pp. 123-194; e più di recente Gennaro Sasso, Le due Italie di Giovanni Gentile, Il Mulino, Bologna 1998, in particolare pp. 505-564. Sulla questione specifica del rapporto con Mazzini, vedi Roberto Pertici, Il Mazzini di Giovanni Gentile, «Giornale critico della filosofia italiana», LXXVII, 1999, pp. 117-180, ora in Id., Storici italiani del Novecento, Istituti editoriali e poligrafici internazionali, Pisa-Roma 2000, pp. 105-158. Dei rapporti tra l'interpretazione gentiliana di Mazzini e la successiva adesione del filosofo al fascismo mi sono occupato in «Pensiero e Azione»: Giovanni Gentile e il fascismo tra Mazzini, Vico (e Sorel), «Annali della Fondazione Luigi Einaudi», vol. XXXV, 2001, pp. 193¬217, che riprendo qui in alcuni punti.
30 Giovanni Gentile, Vincenzo Gioberti nel primo centenario della sua nascita (1901), in Id., Albori della nuova Italia. Varietà e documenti (1923), Parte seconda, Sansoni, Firenze 19692, p. 37.
31 Cfr. Id., Politica e filosofia, «Politica», agosto 1918, poi raccolto in Id., Dopo la vittoria (1920), a cura di H.A. Cavallera, Le Lettere, Firenze 1989, p. 154. Gentile si era occupato molto precocemente de La filosofia di Marx. Studi critici (1899), a cura di V.A. Bellezza, Sansoni, Firenze 19745. L'importanza degli articoli di Gentile nella rivista «Politica» è stata indicata per primo da Del Noce, Giovanni Gentile cit., pp. 358-367.
32 Cfr. Id., Gioberti, «Politica», 1919, poi in Id., I profeti del Risorgimento italiano (1923), Sansoni, Firenze 1944, pp. 70-72.
33 Ivi, pp. 75-76 e 83.
34 Cfr. Giovanni Gentile, recensione a Gaetano Salvemini, Mazzini, Catania 1915, «La Critica», 1915, poi in Id., Albori della nuova Italia. Varietà e documenti (1923), Parte prima, Sansoni, Firenze 19682, pp. 215-218. E volume raccoglieva anche una coeva recensione ad alcuni volumi degli Scritti editi e inediti di Mazzini, e la prima, piuttosto distaccata e critica, recensione mazziniana di Gentile, sempre nella «Crítica», dedicata nel 1903 alla biografia di Bolton King (cfr. ivi, pp. 195-214 e pp. 223-229).
35 Cfr. Giovanni Gentile, Mazzini «Politica», 1919, poi in Id., I profeti del Risorgimento cit., pp. 25-26.
36 Ivi, p. 30.
37 Ivi, p. 57.
38 Ivi, p. 56.
39 Ivi, p. 49.
40 Ivi, p. 55.
41 La lettera è pubblicata in Giovanni Gentile, Il fascismo al governo della scuola (novembre '22-aprile '24). Discorsi e interviste, Sandron, Palermo 1924, p. 143. E vedi le ulteriori precisazioni di questo concetto in un articolo in occasione del primo anniversario della marcia su Roma: Id., Il mio liberalismo, «Nuova politica liberale», 28 ottobre 1923, poi in Id., Che cos'è il fascismo, Vallecchi, Firenze 1925, ora ricompreso in Id., Politica e cultura, a cura di H.A. Cavallera, Le Lettere, Firenze 1990, vol. 1, pp. 113-116.
42 Gentile, Che cosa è il fascismo cit.
43 Cfr. Giovanni Gentile, Origini e dottrina del fascismo (1927), ora in Id., Politica e cultura cit., vol. I, p. 391.
44 Ivi, p. 395.
45 Ivi, p. 397.
46 Cfr. Giovanni Gentile, Il fascismo nella cultura (1925), ora in Id., Politica e cultura cit., vol. I, pp. 102-104.
47 Cfr. Id., Manifesto degli intellettuali italiani fascisti agli intellettuali di tutte le nazioni (1925), in Id., Politica e cultura cit., vol. II, p. 7.
48 Cfr. Id., Caratteri religiosi della presente lotta politica, «Educazione politica», marzo 1925, ora in Id., Politica e cultura cit., vol. I, pp. 136-137.
49 Ivi, pp. 137-138.
50 Il primo a indicare la funzione di Mazzini nelle origini della religione politica del fascismo è stato Emilio Gentile, Il culto del littorio. La sacralizzazione della politica nell'Italia fascista, Laterza, Roma-Bari 1995, pp. 8-12.
51 Nella sua interpretazione di Mazzini, era Giuseppe Bottai a parlare esplicitamente di «religione politica e civile» del fascismo («che non esclude», aggiungeva però, «anzi integra, quella ecclesiastica, conferendole profonda sostanza di vita»). Bottai criticava l'interpretazione statolatríca di Mazzini proposta da Gentile, elogiava la democrazia mazziniana anti-francese (riletta però in chiave d'«autorità» e d'«ordine»), non escludeva la possibilità di un Mazzini conciliatorista nei rapporti con la Chiesa. Faceva infine di Mazzini un precursore sia dell'imperialismo fascista, che soprattutto del corporativismo: vedi Giuseppe Bottai, Il pensiero e l'azione di Giuseppe Mazzini, discorso pronunciato a Genova nel Teatro Politeama il giorno 4 maggio 1930, in Id., Incontri, Libreria del Littorio, Roma 1930, pp. 41-96. Per l'interpretazione bottaiana del fascismo come religione politica e per il rapporto che egli vi stabiliva con il cattolicesimo, vedi Gentile, Il culto del littorio cit., pp. 43 e 141-142.
52 Vedi ora l'ampia ricognizione di Paolo Benedetti, Mazzini in "camicia nera", «Annali della Fondazione Ugo La Malfa», voll. XXII, 2007, pp. 163-206, e XXIII, 2008, pp. 159-184.
53 Vedi Massimo Baioni, Risorgimento in camicia nera. Studi, istituzioni, musei nell'Italia fascista, Comitato dell'Istituto per la storia del Risorgimento italiano di Torino, Carocci, Roma 2006.

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" Forse che non conoscendo a fondo il pensiero del Duce si può affermare di essere fascisti? Noi diciamo di no! Che il fascismo non è istinto ma educazione e perciò è conoscenza della sua mistica,che è conoscenza di Mussolini" (N. Giani)


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MessaggioInviato: Mar Apr 12, 2011 9:14 am    Oggetto:  
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Splendida sintesi!

Mi vengono in mente due persone che la dovrebbero meditare profondamente: una se n'è andata di recente da qua, la seconda è il Prof. "primadonna" Emilio Gentile Very Happy

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