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E.Gentile:interpretazione DeFelice su Fascismo e Mussolini

 
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Marcus
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MessaggioInviato: Gio Gen 13, 2011 11:46 am    Oggetto:  E.Gentile:interpretazione DeFelice su Fascismo e Mussolini
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Lo scritto che segue è un estratto dei capitoli 5 – 6 – 7 – 8 dal libro di Emilio Gentile dedicato al suo professore e mentore Renzo DeFelice che si intitola per l’appunto “Renzo DeFelice – lo storico e il personaggio” ( Roma-Bari 2003, pp. 73 – 121).
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La parte che riprendiamo dal testo si occupa di analizzare nel dettaglio la parabola evolutiva dell’interpretazione che lo storico reatino fece del fascismo e di Mussolini e che rappresentò una novità nel panorama storiografico dedicato a tale tema, destinata a lasciare il segno anche nei lavori successivi degli specialisti sul tema, essa a nostro giudizio dunque merita di essere ben compresa sebbene in alcune parti non necessariamente condivisa, anche al fine di sfatare il mito fasullo di un De Felice giustificatore del fascismo e del suo capo o comunque bendisposto nei confronti della ideologia fascista.

Capitolo quinto

Il fenomeno fascista

Interpretazione su due vie

Studiare e interpretare il fascismo è stato per De Felice un impegno intellettuale di continua revisione non solo dei giudizi storici tradizionali, ma anche delle interpretazioni che egli stesso veniva proponendo, mano a mano che queste non gli apparivano più adeguate all'ampliamento e all'approfondimento della conoscenza storica o gli apparivano insufficienti a far comprendere razionalmente la realtà storica del fascismo in tutti i suoi molteplici e spesso contraddittori aspetti. Allo studio del fascismo De Felice ha dedicato oltre tre decenni della sua esistenza. In questo lungo periodo di ricerca e di riflessione, egli ha prodotto numerose opere, fra le quali emerge, naturalmente, con tutta la sua voluminosa mole, la biografia di Mussolini. Attorno ad essa si collocano, da una parte, libri e articoli che trattano figure, aspetti e momenti diversi della storia del fascismo italiano, e dall'altra si collocano libri e articoli che trattano del problema del fenomeno fascista, inteso come il complesso dei movimenti e dei regimi che nel corso del XX secolo, a partire dall'avvento del fascismo al potere in Italia nel 1922, sono stati definiti "fascisti", espressioni nazionali di un unico fenomeno, europeo se non addirittura universale. Poiché non è possibile, nei limiti e per gli scopi di questo libro, analizzare in modo dettagliato l'opera defeliciana, per la vastità della trattazione e la molteplicità dei temi e dei giudizi che riguardano tutti gli aspetti del fascismo, mi limiterò, anche in questo caso, a seguire per grandi linee l'evoluzione dell'interpretazione, seguendola nelle sue diverse fasi, sia attraverso i numerosi interventi nel dibattito sulla definizione del fenomeno fascista sia attraverso la biografia di Mussolini. Nel corso di un trentennio, mentre veniva trovando e accumulando una mole sempre più considerevole di nuovi documenti, che gli consentivano di ricostruire su nuove e più solide basi le vicende del fascismo e del suo capo, De Felice s'impegnò anche nell'elaborazione di una propria interpretazione del fenomeno fascista. In quest'elaborazione a me pare che egli abbia percorso due vie distinte, che ora seguiremo, precisando che si tratta, ovviamente, di una distinzione analitica che non va intesa in modo rigido: l'una, volta a definire l'individualità storica del fascismo come fenomeno sopra-nazionale; l'altra, mirante a definire i caratteri specifici del fascismo come movimento e regime propriamente italiani. I due percorsi di riflessione si svilupparono contemporaneamente, talvolta intersecandosi ma senza mai fondersi, risultando tendenzialmente divergenti. Le due interpretazioni, infatti, non hanno avuto lo stesso ritmo e la stessa ampiezza di elaborazione e di approfondimento, né vi è stata una concordanza, per cosi dire simmetrica e sincronica, fra l'interpretazione del fenomeno fascista e l'interpretazione del fascismo italiano, sicché, considerati alla luce di una valutazione retrospettiva, questi due percorsi non appaiono sempre coerenti l'uno con l'altro. In via preliminare, bisogna aver presente che De Felice non sembrava molto interessato a formulare una teoria generale del fascismo, anche se, inizialmente, abbozzò provvisoriamente una tipologia, che abbandonò molto presto. Egli era poco incline all'analisi teorica e si definiva uno storico «più portato verso indagini di tipo verticale che di tipo orizzontale, meno rivolte, dunque, a privilegiare gli elementi generali rispetto ai particolari», convinto della necessità di «tenere sempre in primo piano il contesto storico nazionale in cui agiscono le ideologie e le forze politiche» ( 1 ). A questa convinzione va collegata la sua critica delle interpretazioni prevalenti negli anni sessanta, troppo generalizzanti e condizionate da schematismi teorici o ideologici, perché non costituivano «un punto di partenza per ogni ulteriore approfondimento del fascismo, ma la conclusione di ogni discorso su di esso» ( 2 ). Lo scopo della sua ricerca mirava invece ad affrancare la storiografia dall'immagine del fascismo come un blocco unitario e monolitico, che poteva essere racchiuso in un'unica formula interpretativa. Pur non negando che il fascismo fosse stato un fenomeno epocale, «atto cioè a caratterizzare l'epoca tra le due guerre mondiali», De Felice dubitava della validità delle «interpretazioni-caratterizzazioni», le quali non solo attribuivano al fenomeno fascista una dimensione che andava oltre il territorio europeo e i confini cronologici del periodo compreso fra le due guerre mondiali, ma pretendevano di spiegare la genesi e la natura del fascismo con una formula unica: la reazione di classe, la malattia morale, la personalità autoritaria ecc. ( 3 ) Le riflessioni sul fenomeno fascista furono esposte per la prima volta in un'ampia rassegna dedicata alle interpretazioni delle origini del fascismo italiano, pubblicata nel 1968 ma scritta almeno due anni prima, come si desume dai riferimenti bibliografici, che non vanno oltre il 1966 ( 4 ). Questa rassegna conteneva il nucleo del libro “Le interpretazioni del fascismo”, ed è particolarmente importante perché vi appare già definita, in modo netto e chiaro, la posizione di De Felice nei confronti di alcune questioni fondamentali riguardanti la delimitazione del fenomeno fascista nel tempo e nello spazio.

Una tipologia provvisoria

De Felice, innanzitutto, rifiutava «la tesi estrema di un unico fascismo, sia pure con differenziazioni di tipo nazionale più o meno necessariamente secondarie», ma ammetteva che un «minimo comune denominatore tra alcune manifestazioni fasciste esiste e può essere riscontrato in più d'uno dei vari fascismi tra le due guerre», ma ribadiva la sua opposizione alla tendenza che dilata «tale minimo comune denominatore sino a farlo prevalere sulle concrete e specifiche realtà storiche, economiche, psicologiche dei vari popoli e delle varie nazioni».Come punto di partenza per individuare i caratteri generali del fascismo, De Felice indicava la trasformazione della società europea determinata dalla prima guerra mondiale e la «crisi di trapasso — morale e materiale — ad una società di lavoro funzionalizzata con nuove forme di integrazione statale, politica e sociale verificatasi nei paesi che affrontarono tale trasformazione in particolari condizioni di ritardo, di debolezza e di anormalità economica e politica». Quindi, sulla base di queste premesse, De Felice propose una «tipologia di paesi» e una «tipologia delle forme di potere» per definire i caratteri specifici del fenomeno fascista:

Tipologia dei paesi. Il fascismo si affermò laddove: era più rapido ed intenso il processo della mobilità sociale (verticale soprattutto); era predominante una economia agrario-latifondistica o ve ne erano massicci residui sostanzialmente non integrati nel complesso economico nazionale; era in atto una crisi economica (inflazione, disoccupazione, carovita, ecc.) o non ne era ancora avvenuto il superamento; era in atto una crisi (di crescenza o di senilità) del sistema parlamentare che metteva in causa la legittimità stessa del sistema (sia da parte socialista e comunista sia da parte di alcuni settori della borghesia) e accreditava l'idea di una mancanza di valide alternative di governo; la guerra non aveva risolto o aveva aggravato alcuni problemi nazionali (irredentismo e presenza di forti minoranze d'altra nazionalità soprattutto) e coloniali, provocando una tensione nazionalistica e il sorgere di tendenze revisionistiche rispetto all'assetto europeo stabilito con i trattati di Versailles, Trianon, Saint Germain ecc.

Tipologia delle forme di potere. E fascismo si affermò attraverso: una concezione della politica e più in genere della vita di tipo mistico, fondata sul primato dell'attivismo irrazionale (fiducia nell'azione diretta e risolutrice) e sul disprezzo dell'individuo ordinario a cui era contrapposta l'esaltazione della collettività nazionale e delle personalità straordinarie (élites e superuomo), dalla quale discendeva il mito – essenziale nel fascismo – del capo; un regime politico di massa (nel senso di una mobilitazione continua delle masse e di un rapporto diretto capo-massa, senza intermediari) fondato sul sistema del partito unico e della milizia di partito e realizzato attraverso un regime di polizia e un controllo di tutte le fonti di informazione e di propaganda; un rivoluzionarismo verbale e un conservatorismo sostanziale, mitigato da una serie di concessioni sociali di tipo assistenziale; il tentativo di creare una nuova classe dirigente, espressione del partito e, attraverso di esso, soprattutto della piccola e media borghesia; la creazione e la valorizzazione di un forte apparato militare; un regime economico privatistico, caratterizzato da una tendenza all'espansione dell'iniziativa pubblica, al passaggio della direzione economica dai capitalisti e dagli imprenditori agli alti funzionari dello Stato e al controllo delle grandi linee della politica economica, nonché dall'assunzione da parte dello Stato del ruolo di mediatore nelle controversie di lavoro (corporativismo) e da un indirizzo autarchico.

La formulazione di questa tipologia era integrata da alcune precisazioni particolarmente rilevanti per individuare i caratteri specifici del fenomeno fascista. La prima era un'avvertenza a non considerare come propriamente "fascisti" aspetti della trasformazione dello Stato che erano propri dell'epoca fra le due guerre mondiali e che riguardavano pertanto anche i paesi democratici. La seconda precisazione, più significativa per gli sviluppi che avrà nella storiografia defeliciana, riguardava l'importanza degli aspetti culturali per la definizione della natura del fascismo. Facendo proprie le tesi sulla cultura fascista formulate da George L. Mosse nel saggio The Genesis of Fascism, pubblicato nel 1966, De Felice sosteneva che il fascismo non si riduceva all'autoritarismo e all'antibolscevismo, perché, almeno alle origini, esso aveva interpretato «sia pure in modo confuso e contraddittorio e scarsamente autonomo, una diffusa esigenza a ricostruire l'interezza dell'uomo messa in crisi dalle trasformazioni economiche e sociali esasperate dalla guerra». Questa tipologia è rimasta l'unico tentativo propriamente teorico fatto da De Felice per racchiudere in una visione concettualmente unitaria sia la definizione del fenomeno fascista che la definizione del fascismo italiano. Egli la ripropose nel libro sulle interpretazioni del fascismo presentandola tuttavia come una contingente ipotesi di lavoro, proposta in «via puramente di prima approssimazione»: le due tipologie, spiegava, avevano per lui «solo un valore negativo» (5), cioè dovevano servire principalmente ad «escludere una dilatazione quasi all'infinito del modello fascista a realtà storiche che non hanno nulla in comune con esso», e, in questo senso, erano tipologie che «acquistano significato solo nella verifica storica, nella misura e nel modo cioè che si adattano alle singole concrete estrinsecazioni nazionali del fascismo». In effetti, pur dedicando sempre attenzione alle teorie del fascismo proposte dalle scienze sociali, anche per la ricerca di un comune denominatore nella interpretazione del fenomeno fascista, De Felice privilegiava lo sviluppo delle «ricerche concrete, attraverso le quali solo è possibile cercare una risposta esauriente ai molti interrogativi, che ancora assillano chi voglia veramente capire il fenomeno fascista», ritenendo che questa fosse la via principale per arrivare a un «ripensamento della storia del fascismo fuori da ogni schema prefigurato» (6) . La funzione preminente assegnata alla ricerca storica non escludeva tuttavia l'utilità di altri approcci. In una voce enciclopedica pubblicata nel 1971, ma scritta probabilmente almeno un paio di anni prima, De Felice dava molta attenzione all'analisi del fascismo fatta da sociologi e politologi. Alle scienze sociali, anzi, egli attribuiva il merito di avere «notevolmente contribuito a mettere in luce la complessità del fenomeno fascista e a permetterne una spiegazione in termini storici» (7) perché, mettendo in relazione il fascismo con la società di massa, la mobilitazione sociale e lo sviluppo economico, avevano portato all'«acquisizione della radicale differenza che distingue il fascismo dai precedenti movimenti e regimi di tipo conservatore e reazionario», i quali «mancavano della partecipazione delle masse, ne scoraggiavano l'attivismo e tendevano al mantenimento dello status quo». Nello sviluppo della riflessione di De Felice su questi problemi ebbe un'importanza decisiva l'incontro con il sociologo Gino Germani e con lo storico della cultura George L. Mosse, con i quali De Felice prese parte, nell'aprile 1967, ad un seminario sul fascismo organizzato dall'Università di Reading ( 8 ). In quell'occasione De Felice non svolse alcuna relazione ma intervenne solo su quella di Mosse, che riguardava i rapporti tra fascismo e cultura. E tuttavia significativo che, a partire da quella data, i riferimenti agli studi di Germani e di Mosse divennero sempre più frequenti nella storiografia defeliciana, tanto che nel 1983 egli senti il dovere di riconoscere apertamente il suo debito intellettuale verso i due studiosi che avevano «maggiormente influito sulla [sua] visione del fascismo» (9).

Autoritarismo e fascismo

L'individuazione della specificità del fascismo, nell'ambito delle diverse forme di autoritarismo moderno, acquistò un posto centrale nella riflessione di De Felice. Come scriveva nella citata voce enciclopedica, egli rifiutava la tendenza a «ridurre tutti i caratteri dei loro regimi al momento autoritario e repressivo in senso lato», mentre insisteva sulla necessità di dare un più «ampio spazio ad altri aspetti peculiari di questi regimi». Fra questi aspetti peculiari, De Felice menzionava, richiamandosi alle tesi di Mosse, l'«addomesticamento» e l'«incanalamento della rivolta fascista nelle strutture di massa del totalitarismo»; i mezzi e le tecniche adoperate «per creare attorno ai vari regimi fascisti e soprattutto ai loro capi carismatici un consenso e un'adesione effettive»; il «progressivo rendersi autonomo delle forme di potere fascista dalle forze (sociali, economiche ecc.) che in varia misura e con propri obbiettivi avevano contribuito all'affermazione e al successo fascisti». Solo tenendo presenti tutti questi aspetti peculiari, sarebbe stato possibile cogliere «il vero significato del fascismo e la sua profonda differenza sia da ogni altra forma politica del passato, sia dalle altre espressioni della moderna società di massa». A queste componenti De Felice ne aggiungeva un'altra, che considerava altrettanto decisiva per la definizione del fascismo, cioè l'adesione dei ceti medi, che furono determinanti non solo nella nascita e nel successo del movimento fascista, ma «anche nella fase del regime rimasero il punto di forza del fascismo» (10). Queste prime riflessioni furono sviluppate nel libro sulle interpretazioni del fascismo pubblicato nel 1969, che tuttavia non presentava alcuna sostanziale novità rispetto al saggio edito l'anno precedente. Pur mettendo in rilievo gli spunti tuttora validi delle principali interpretazioni fino ad allora formulate, De Felice insisteva maggiormente sui loro limiti, mettendo in guardia contro gli effetti dannosi che esse producevano, incoraggiando la tendenza ad «una utilizzazione [...] ampia, indiscriminata e distorcente» del termine fascismo. La conoscenza del fascismo, a suo parere, avrebbe potuto progredire solo abbandonando questa tendenza, con il lavoro di una storiografia «estremamente aperta a tutte le più varie suggestioni interpretative e pronta a non scartare aprioristicamente nessuna ipotesi e a servirsi di ogni possibilità di approfondimento del problema offerta dalle cosiddette scienze sociali, ma, al tempo stesso, caratterizzata soprattutto da un sostanziale sforzo di riportare gli studi sul fascismo ad una misura esclusivamente storica, sottraendoli ad ogni preoccupazione di altro genere e ad ogni suggestione di sistematicità e di generalizzazione» (11). Di maggior interesse, per la nostra analisi, è l'introduzione all'antologia del 1970, “Il fascismo. L'interpretazione dei contemporanei e degli storici”, che contiene la prima esposizione organica delle idee defeliciane sul fenomeno fascista, maturate nel corso di un decennio. È significativo che questa stessa introduzione sia stata poi riutilizzata da De Felice come conclusione per una nuova edizione del libro sulle interpretazioni (1971). In essa erano fissati con maggior precisione e decisione alcuni punti fondamentali della sua visione del fascismo: la delimitazione del fenomeno fascista nell'ambito geografico dell'Europa fra le due guerre mondiali; il ruolo determinante della grande guerra come condizione per la nascita del fascismo; la differenza fra il sistema di potere fascista e i regimi conservatori e autoritari tradizionali. Nell'introduzione all'antologia appaiono tuttavia nuovi temi, ai quali De Felice dedica una maggiore attenzione, collocandoli ora al centro della sua interpretazione del fenomeno fascista: il rapporto con i ceti medi e il suo carattere rivoluzionario e totalitario.

La novità del fascismo

Per la prima questione, De Felice utilizzò la teoria della mobilitazione di Gino Germani, definendo il fascismo un fenomeno politico che s'iscrive in un processo di mobilitazione "secondaria", che ha come protagonisti i ceti medi. In tal modo, il rapporto tra fascismo e ceti medi acquistava un ruolo centrale, divenne anzi un elemento fondamentale per l'individuazione «di quel famoso minimo comune denominatore», che secondo De Felice avrebbe consentito di parlare storicamente di un fenomeno fascista sovranazionale, e altresì per comprendere «,la vera origine, i caratteri e i limiti del consenso che per anni il fascismo seppe realizzare sia in Italia sia in Germania attorno a sé in vari settori dei due paesi e che sarebbe troppo semplicistico ed errato spiegare solo con il regime di polizia, il terrore, il monopolio della propaganda di massa» (12). Tuttavia, è importante notare che De Felice, pur dando rilievo al nesso ceti medi-fascismo, ne delimitava chiaramente la validità analitica, evitando così di presentarlo come una nuova interpretazione unica e unitaria del fenomeno fascista: «se le si vuol dare – come qualcuno pretende – il valore di una interpretazione complessiva del fenomeno fascista, questa analisi del rapporto ceti medi-fascismo – precisava De Felice – è a nostro avviso, troppo unilaterale e, quindi, inaccettabile» perché non tiene conto della diversa condizione sociale, economica e psicologica dei ceti medi nei diversi contesti storici, e quindi del diverso tipo di mobilitazione sociale, presente nei vari paesi. Inoltre, aggiungeva De Felice, un'interpretazione limitata unicamente al rapporto sociale tra fascismo e ceti medi non dava adeguata importanza al ruolo che la gioventù aveva avuto nel fascismo, solo parzialmente spiegabile con l'appartenenza sociale, mentre sminuiva l'importanza della formazione politica originaria dell'élite fascista, proveniente dalla sinistra rivoluzionaria, nel favorire il successo del movimento, rendendolo capace di affrontare situazioni nuove con audacia e spregiudicatezza, e soprattutto di «elaborare una "ideologia" rivoluzionaria e nazionalista corrispondente alla psicologia, ai risentimenti, alle velleità e alle aspirazioni delle masse sulle quali essa doveva contare se voleva arrivare al potere» (13). Infine, quest'interpretazione metteva in ombra quel che De Felice considerava l'aspetto più importante – «decisivo addirittura» – per capire la natura del fascismo al potere – cioè la «progressiva autonomizzazione [...] del meccanismo totalitario dalle forze che, in varia misura e con diversi intenti, avevano concorso a far affermare il fascismo e a farlo diventare, appunto, regime» (14). Il problema del "regime", connesso al tema dell'ideologia, assumeva ora, nell'interpretazione defeliciana, un ruolo cruciale per individuare la specificità del fascismo come sistema di potere, distinguendolo dai regimi conservatori e autoritari, con i quali era spesso identificato o confuso. Per DeFelice il fascismo non poteva essere iscritto fra le forme tradizionali dell'autoritarismo, specialmente considerando il suo rapporto con le masse (15) :

I regimi conservatorie autoritari classici hanno sempre teso a demobilitare le masse e ad escluderle dalla partecipazione attiva alla vita politica offrendo loro dei valori e un modello già sperimentati nel passato e ai quali viene attribuita la capacità di impedire gli inconvenienti e gli errori di qualche recente parentesi rivoluzionaria. Al contrario, il fascismo ha sempre teso (e da ciò ha tratto a lungo la sua forza) a creare nelle masse la sensazione di essere sempre mobilitate, di avere un rapporto diretto col capo (tale perché capace di farsi interprete e traduttore in atto delle loro aspirazioni) e di partecipare e contribuire non ad una mera restaurazione di un ordine sociale di cui sentivano tutti i limiti e l'inadeguatezza storica, bensì ad una rivoluzione dalla quale sarebbe gradualmente nato un nuovo ordine sociale migliore e più giusto di quello preesistente. Da qui il consenso goduto dal fascismo. Un consenso che, per altro, può essere veramente capito e valutato solo se si mettono in luce i valori (morali e culturali) che lo alimentavano e l'ordine sociale ipotizzato che lo sosteneva: gli uni e l'altro tipici dei ceti medi e di quei limitati settori del resto della società sui quali l'egemonia dei ceti medi riusciva in qualche misura ad operare. Un consenso dunque vasto ma non vastissimo, facile ad infrangersi sulle secche di una troppo prolungata stasi del progresso sociale e anche – in mancanza di questo – poteva essere alimentato solo con il ricorso a succedanei irrazionali e proiettati al di fuori della società nazionale, quali, in Germania, il mito della superiorità della razza ariana e, in Italia, quello dei diritti della nazione "proletaria" e "giovane" da far valere contro le nazioni "plutocratiche" e ormai "vecchie": non a caso, tutti e due miti tipicamente piccolo-borghesi.

La netta distinzione tra fascismo e autoritarismo tradizionale divenne così uno dei punti fermi dell'interpretazione defeliciana del fenomeno fascista, anche se non rappresentava di per sé un motivo originale perché da tempo era stato acquisito dalle scienze sociali e soprattutto dalle teorie del totalitarismo, come del resto lo stesso De Felice riconosceva. Per comprendere la realtà storica dei «veri fascismi e in particolare quello italiano e quello tedesco» (16), concludeva, non si poteva «prescindere dalla loro forma totalitaria» e dal «carattere indubbiamente rivoluzionario che il fascismo ebbe» (17).

In cerca di un minimo comune denominatore

Definite in tal senso le caratteristiche peculiari del fenomeno fascista, le conclusioni cui De Felice era giunto all'inizio degli anni settanta lo portavano a ritenere che fosse ormai «pacifico» che «tra i vari fenomeni fascisti o parafascisti sia un minimo comune denominatore che permette di parlare di essi come di qualcosa di comune e di nuovo (in quanto connesso alla nuova situazione economica, sociale e morale determinata dalla prima guerra mondiale e dalla trasformazione e massificazione della società europea nel primo Novecento)». Ma l'individuazione di questo minimo comune denominatore doveva costituire soltanto un'ipotesi di lavoro per la ricerca storica sui singoli "fascismi" perché solo seguendo questa via, solo «dopo questo lavoro preparatorio – forse – si potrà arrivare ad una interpretazione complessiva del fenomeno» ( 18 ). Nel 1975 egli si dichiarava ancora «fermissimo» nel «circoscrivere rigidamente» il fenomeno fascista all'Europa occidentale nel periodo fra le due guerre: in realtà, dopo aver rilevato che vi erano sostanziali differenze anche fra quelli che egli aveva precedentemente definito come «veri fascismi», cioè il fascismo e il nazismo, De Felice riduceva il minimo comune denominatore a un generico «stato d'animo critico nei confronti di una serie di cose» (19) :

La strada su cui si deve procedere – affermava nel 1979 (20) – è a mio avviso la seguente. Per individuare il minimo comune denominatore che costituisce il problema storico del fascismo, è necessario prendere le mosse dalla realtà della società di massa, senza però trascurare il suo diverso grado di realizzazione nei vari paesi (a cui corrispondeva un diverso grado di «nazionalizzazione» delle masse, che si tradusse a sua volta nella maggiore o minore possibilità dei vari fascismi di assurgere a movimenti di massa e, giunti al potere, di integrare o no le masse); di conseguenza è necessario prendere le mosse dall'esistenza di un più o meno diffuso stato di alienazione delle masse stesse e, quindi, di uno stato d'animo di disagio e di reazione contro di essa. Questo stato d'animo (in alcuni paesi già riscontrabile sin dalla fine dell'Ottocento) si estrinsecava sostanzialmente in due modi o, se si preferisce, a due livelli. Il primo, nel rifiutare la società esistente, considerata nel suo complesso un prodotto tutto razionale e, quindi, artificiale, falso e disumanizzante, di una oligarchia, e nel contrapporre alla società la comunità, frutto della tradizione, del sentimento, della spontaneità, della volontà, del "cameratismo" degli uomini (ovvero della razza, nel caso della Germania) e alla gerarchia dello status sociale, posta a fondamento della società, la gerarchia delle funzioni, che negava ogni altra gerarchia, compresa quella del numero e cioè la democrazia. E con questo siamo al secondo livello di estrinsecazione di questo stato d'animo, a quello del rifiuto dell'assetto politico democratico e delle sue correzioni socialistiche. A essere messo in discussione era così. l'intero «sistema liberale».

Negli anni successivi, De Felice accentuò la tendenza a rendere sempre più problematica la sua visione del fascismo come fenomeno unitario sovranazionale. A ciò contribuì probabilmente il maggior travaglio col quale egli procedette a elaborare gli elementi essenziali dell'interpretazione del fascismo italiano. Esaminata retrospettivamente, anche l'elaborazione di quest'interpretazione rivela uno svolgimento tutt'altro che lineare e risulta composta da una successione di interpretazioni differenti, e persino contrastanti, che paiono talvolta essere lo sviluppo logico di nuovi elementi emersi dalla ricerca storica, e talvolta sembrano invece scaturire da intuizioni immediate, che modificano sostanzialmente l'immagine precedente con bruschi o imprevisti mutamenti di prospettiva e di giudizio. Per questo motivo, fra l'interpretazione del fenomeno fascista e l'interpretazione del fascismo italiano si notano in De Felice alcune significative divergenze di valutazione e di rappresentazione. Queste divergenze possono essere attribuite, in gran parte, al fatto che l'interpretazione del fascismo italiano, essendo intrecciata strettamente con la biografia del duce, era condizionata dal lento e graduale ritmo di svolgimento di questa ricerca e dai suoi risultati, ed era condizionata anche dalla prospettiva biografica, che inevitabilmente portava a concentrare l'attenzione sulla figura del duce. Penso, infatti, che la vicenda politica di Mussolini, così come veniva ricostruita e interpretata da De Felice, abbia influito decisivamente sul modo in cui egli interpretò gli aspetti essenziali del fascismo italiano. Ma proprio da ciò derivarono, secondo me, alcune delle più significative divergenze fra l'interpretazione del fenomeno fascista e l'interpretazione del fascismo italiano. Mi riferisco, in particolare, al rapporto tra il fascismo e Mussolini, sia prima che dopo la conquista del potere; alla relazione fra partito e Stato nel regime fascista; alla natura stessa di questo regime, e al problema del totalitarismo fascista. Si tratta di aspetti fondamentali per la definizione del fascismo italiano: ma lo sono altrettanto per il confronto tra i vari fascismi e per la definizione del fenomeno fascista.

Capitolo sesto

Mussolini e il fascismo

Fascismi nel fascismo

La ricerca storica sul fascismo italiano rimase sempre prioritaria e fondamentale, per De Felice, rispetto all'elaborazione di un'interpretazione generale del fascismo. Tale priorità va attribuita non soltanto alla sua poca propensione e attitudine all'analisi teorica, ma anche, e credo soprattutto, alla sua formazione storicistica, che lo portò a privilegiare la ricostruzione documentata della specifica individualità storica del fascismo, essendo sempre viva in lui la diffidenza per le schematizzazioni e le generalizzazioni, che le interpretazioni complessive di un fenomeno possono generare quando perdono un solido attaccamento alla concretezza storica, rarefacendosi in astratte definizioni. La formula concisa ed emblematica per sintetizzare la sua metodologia nell'approccio alla storia del fascismo, De Felice la trovò nell'opera di Angelo Tasca Nascita e avvento del fascismo, uscita per la prima volta in Francia nel 1938, pubblicata in traduzione italiana nel 1950, ma rimasta pressoché ignorata (probabilmente per le vicende politiche dall'autore, passato dal comunismo all'anticomunismo) nonostante fosse una delle migliori analisi storiche sulle origini del fascismo allora disponibili. Di questo libro De Felice stesso sollecitò e curò una nuova edizione nel 1965, per la quale scrisse una premessa in cui sottolineava la novità dell'opera nell'approccio metodologico:

per noi – scriveva Tasca – definire il fascismo è anzitutto scriverne la storia [...] Una teoria del fascismo non potrebbe quindi emergere che dallo studio di tutte le forme di fascismo, larvate o aperte, represse o trionfanti; giacché vi sono più specie di fascismo, ciascuna delle quali implica tendenze molteplici e talora contraddittorie, che possono evolvere sino a mutare alcuni dei loro tratti fondamentali. Definire il fascismo significa sorprenderlo in questo divenire, cogliere la sua «differenza specifica» in un paese dato e a un'epoca data. Il fascismo non è un soggetto di cui basti ricercare gli attributi, ma la risultante di tutta una situazione dalla quale non può essere disgiunto (21).

La visione della realtà unitaria, ma nello stesso tempo composita ed eterogenea, del fascismo italiano fu, dunque, sin dal- l'inizio, uno dei presupposti e uno dei capisaldi fondamentali dell'interpretazione di De Felice. Sul piano della ricerca concreta questa sua tesi era stata già esposta nella storia degli ebrei nel periodo fascista:

Il fascismo delle «origini» come della «maturità» e della «fine», è stato indubbiamente un fatto unitario quanto alla sua esteriorità (non per nulla i fascisti ebbero il mito della monoliticità) e soprattutto quanto alle sue tragiche conseguenze per l'Italia e gli italiani. Altrettanto indubbiamente però il fascismo fu sempre qualcosa di estremamente complesso e composito rispetto alla sua intima realtà e alla sua dialettica interna. Se dall'esterno era il fascismo, all'interno erano i fascismi o – se si preferisce – erano i fascisti, con le loro personalità, le loro origini e soprattutto con le loro posizioni personali, i loro interessi, le loro alleanze, i loro punti di forza, le loro politiche, i loro legami e le loro simpatie rispetto alle varie realtà politiche, economiche, spirituali italiane ed internazionali; la forza di questi fascismi, la loro dialettica, fu sempre notevolissima, come nessuno allora dal di fuori neppure poteva supporre e come tutt'ora neppure gli storici più seri del fascismo – ancora troppo portati a giudicarlo solo dalle sue conseguenze per l'Italia e per il mondo e a sottovalutare la sua intima realtà, che pure per tanti aspetti è la realtà italiana di quegli anni – hanno realizzato e studiato; lo stesso Mussolini, solo apparentemente «duce» incontrastato, dovette continuamente farei conti con queste forze e con la loro dialettica, alle «origini» (si pensi al «patto di pacificazione» e al congresso dell'Augusteo), al «potere», alla «fine» (sia essa quella del 25 luglio o quella della RSI), talvolta contenendole e talvolta condizionandole, ma talvolta rimanendone lui stesso contenuto e condizionato. Si può dire anzi che nessun aspetto della politica e, ancora più latamente, della realtà fascista andò esente dalla dialettica di queste forze (22).

Della natura unitaria, ma insieme composita e variegata del fascismo, come dato necessario da aver presente per avviare una seria indagine storiografica, parlerà nel 1962 anche Delio Cantimori, il quale, commentando il libro di Ruggero Zangrandi, Lungo viaggio attraverso il fascismo, propose una lezione metodologica allo studio del fascismo e dell'antifascismo, che appare come un'integrazione e uno sviluppo della tesi defeliciana:

non si può parlare storicamente, cioè criticamente, di «fascismo» come se il fascismo fosse stato una specie di balena che tutto inghiottì indiscriminatamente, o che tutti satanicamente portò alla perdizione, come Moby Dick: ma occorre discernere la varietà di correnti, movimenti, tendenze, persone, interessi economici e finanziari, ecc. ecc., e anche illusioni, fantasie, incoscienza, ecc. ecc., che permisero a Mussolini e ai suoi di conquistare in quel tale mo- do il potere, di tenerlo, di conservarlo; come anche occorre discernere la varietà e differenziazione di idee, concezioni politiche, interessi, personalità, ecc. ecc., che ci furono nell'«antifascismo»: tanto nelle linee generali di quel periodo quanto negli svolgimenti cronologici. Se non si comincia a guardare le cose in questo senso, e se si tiene fermo a quegli schemi generali, si corre il rischio di perdere il senso delle proporzioni e delle prospettive, tanto di quelle vicine che di quelle lontane, e di cadere nel più repellente dei moralismi: quello storico-politico. Un fascismo preso in blocco, un antifascismo preso in blocco, indifferenziato quello, indifferenziato questo; non si potrà ricordare la storia politica italiana di quegli anni fino, poniamo, al 1926 parlando, poniamo, della simpatia dei liberali (costituiti in partito o indipendenti) per Mussolini, senza essere accusati di voler far ricadere su costoro la responsabilità del «fascismo»; non si potrà cercare di indicare le differenze che c'erano, e funzionavano, almeno fino a un certo livello, per es. fra un Grandi, un Arpinati, un Bottai, e un Mussolini o un Farinacei; oppure, non ci si potrà rifiutare di considerare aprioristicamente tutto e unicamente negativo quel periodo, senza essere accusati di nostalgie (23).

A questo avvertimento metodologico, De Felice fece esplicito riferimento nel suo libro sulle interpretazioni del fascismo, ponendolo accanto a quello di Tasca e aggiungendo che scrivere la storia del fascismo significava «ricercarne le tessere anche le più minute, particolari, apparentemente fuori tono», e quindi fondarne la ricerca «su indagini archivisti- che [...] il più possibile vaste e approfondite», compiendo «un duplice sforzo»: «da un lato evitare ogni avulsione del fascismo dal contesto della realtà italiana e, al contrario, uno sforzo di vederlo in tutti i suoi rapporti con essa; da un altro lato, di non fermarsi ad una visione esteriore del fascismo, superficialmente unitaria, mettendone in luce le componenti e la loro dialettica» (24).

Il fascismo non è mussolinismo

Da queste premesse, scaturiva necessariamente una prima, fondamentale distinzione, quella fra Mussolini e il fascismo, un altro dei capisaldi della storiografia defeliciana, che troviamo chiaramente affermata nell'introduzione al primo volume della biografia mussoliniana:

una storia del fascismo non è a nostro avviso affrontabile dall'angolo visuale di una biografia di Mussolini. Del fascismo Mussolini fu indubbiamente una componente importantissima; esaurire A fascismo in Mussolini sarebbe però assurdo, sarebbe una schematizzazione che falserebbe tutte le prospettive. Il fascismo – cioè i fascismi ché, nonostante la sua apparente monoliticità e il suo spirito totalitario, il fascismo fu una serie di stratificazioni e nel suo seno, come Gramsci aveva chiaramente intuito, i conflitti di fondo della società italiana, che non potevano più manifestarsi per altre vie, tesero sempre a risorgere il fascismo, dicevamo, fu molto più che il suo «duce», il quale, anzi, ne fu molto spesso determinato e costretto in posizioni che forse non sarebbero state le sue. Per conoscere il fascismo, per capirlo, non basta pertanto conoscere Mussolini. E fascismo non fu «mussolinismo», come in ultima analisi non fu niente di tutto ciò che si è detto fosse – tutte le «interpretazioni» che di esso sono state date, contengono indiscutibilmente un fondo di verità, esso fu però molto di più, soprattutto non fu un fenomeno organico dai caratteri ben definiti, ma una realtà in continua trasformazione, tant'è che Angelo Tasca – sviluppando quanto Gramsci aveva già detto nel 1926, cioè che il fascismo non era soltanto «un organo di combattimento della borghesia» ma anche «un movimento sociale» – ha potuto giustamente affermare che «il fascismo non è un soggetto di cui basti ricercare gli attributi, ma la risultante di tutta una situazione dalla quale non può essere disgiunto» e ha dovuto concludere che «per noi definire il fascismo è anzitutto scriverne la storia», cioè ricostruirne la realtà e la dialettica nel tempo e nello spazio (25).

Da questi presupposti ne derivava un altro, - altrettanto fondamentale nella sua analisi del fascismo italiano, cioè l'inserimento della biografia di Mussolini nel fenomeno della crisi dello Stato liberale e dell'ascesa della società di massa. Tale collegamento, secondo De Felice, era indispensabile per capire «il vero significato degli avvenimenti attraverso i quali egli pervenne al successo», ed evitare di «ridurre tutte le altre figure ad un ruolo subalterno, a manichini messi nel sacco da un mago istrione e non piuttosto a considerarle più correttamente come altrettanti protagonisti di una vicenda che – bene o male – ha corrisposto al momento di crisi della società liberale postunitaria e al realizzarsi (tra incertezze, sbandamenti ed errori, dovuti appunto alla grandiosità e alla novità di questa trasformazione e all'imponenza della posta in gioco) di una nuova società politica di massa» (26). Un ultimo presupposto dell'approccio defeliciano alla storia del fascismo, ultimo non certo in ordine di importanza, ché anzi la sua importanza è stata costantemente richiamata da De Felice nella ricostruzione della vita politica di Mussolini, riguarda l'atteggiamento dello storico verso quello che potremmo definire il problema della "logica delle intenzioni e delle scelte" nell'azione politica di un individuo che è a capo di un movimento e di un regime. Si tratta di un problema che è cruciale per l'interpretazione defeliciana della figura di Mussolini, del suo rapporto con il fascismo e, di conseguenza, per l'interpretazione del fascismo stesso. A questo proposito, De Felice era solito citare alcune affermazioni dello storico AJ.P. Taylor. Attivo militante della sinistra laburista, Taylor fu uno dei primi storici "revisionisti" nel senso di una «revisione per la verità storica», come egli stesso definiva la sua opera più provocatoria, “Le origini della seconda guerra mondiale”, pubblicata nel 1961, dove negava che Hitler avesse avuto fin dall'inizio un piano precostituito di conquista del potere per scatenare una guerra di conquista mondiale. Nella già citata conferenza a Roma, nel 1965, Taylor aveva ammonito gli storici a non «attribuire agli statisti piani e intenti consapevoli» ma invitandoli nello stesso tempo a non spingersi troppo in là, «fino a fare l'affermazione opposta che gli statisti non hanno mai piani precostituiti. Tuttavia – precisava Taylor –, anche quando hanno dei piani, questi raramente si attuano nella maniera che essi intendevano che si attuassero, così che si giunge circa allo stesso risultato. La sola regola sicura per lo storico è quella di dubitare di tutto: di dubitare che gli statisti avessero piani e di dubitare pure che non li avessero» (27). De Felice condivideva queste idee e ne fece il presupposto metodologico per interpretare la personalità di Mussolini e la sua politica.

Da sinistra a destra

Una delle principali novità dell'interpretazione defeliciana della figura di Mussolini e del fascismo delle origini (nonché principale motivo delle prime polemiche contro la sua storiografia) fu la definizione del carattere genuinamente rivoluzionario sia del Mussolini socialista sia del fascismo delle origini fino al 1920: una tesi che De Felice volle rendere evidente fin dal titolo del primo volume della biografia – Mussolini il rivoluzionario. De Felice, infatti, non soltanto affermava che Mussolini era stato un autentico rivoluzionario nel periodo della sua militanza nel Partito socialista, ma sosteneva che nello schieramento di sinistra egli sarebbe rimasto anche dopo la sua conversione all'interventismo e persino nel primo periodo di vita dei Fasci di combattimento. E di tale collocazione a sinistra, secondo De Felice, partecipava anche il fascismo del 1919, che la derivò soprattutto dal sindacalismo rivoluzionario, come scriveva nell'introduzione, richiamandosi esplicitamente ad una tesi proposta dal filosofo Augusto Del Noce sull'importanza del «momento di origine socialista rivoluzionaria» nel fascismo:

Che il fascismo sia stato un fenomeno con precise caratteristiche di classe non vi è dubbio; in esso vi furono però anche una serie di istanze moralistiche e culturali che preesistevano ad esso (soprattutto nel sindacalismo rivoluzionario), che si giustapposero ad altre (di tipo soprattutto nazionalistico) in un equilibrio estrema- mente instabile che fu una delle maggiori cause di debolezza del fascismo stesso. Di queste istanze di origine sindacalista rivoluzionaria Mussolini fu in realtà un tipico rappresentante durante tutta la sua vita ( 28 ).

Tuttavia, volgendosi a definire la natura del fascismo dopo il 1920, De Felice ridusse notevolmente l'importanza della matrice sindacalista-rivoluzionaria quando affermò, nel secondo volume della biografia pubblicato nel 1966, che «il momento di origine sindacalista-rivoluzionaria nel fascismo ha un valore più di critica al socialismo che non di vero e proprio punto di partenza per l'elaborazione di una propria ideologia» (29), mentre un'importanza decisiva egli attribuiva ora alle «componenti psicologica e patriottico-nazionalistica». Queste componenti rimasero e si irrobustirono in senso reazionario quando, dopo la svolta a destra nel 1920, il fascismo divenne un movimento di massa antiproletario. In effetti, pur rifiutando di accettare la «schematizzazione marxista del fascismo "reazione di classe del capitalismo"», perché «insufficiente a spiegare il fascismo», l'interpretazione complessiva che De Felice dava del «vero fascismo», come egli lo chiama, cioè il movimento di massa che ha origine dalla reazione agraria dopo 91920, appare ancora largamente concorde con una definizione genericamente, anche se non rigidamente, "classista". Alla fine del volume Mussolini il rivoluzionario, che terminava con l'accordo fra Giolitti e Mussolini e l'epilogo dell'avventura dannunziana a Fiume nel dicembre 1920, De Felice concludeva:

Mentre Mussolini realizzava attorno all'epilogo dell'avventura dannunziana il suo inserimento nel gioco politico-parlamentare a livello nazionale, i primi colpi del fascismo agrario emiliano provocavano così la costituzione di un fronte unico conservatore-reazionario della borghesia agricola, di quella commerciale e di quella industriale. Trionfava così, dopo il «biennio rosso», la reazione e nasceva il vero fascismo (30).

All'inizio del secondo volume della biografia mussoliniana, De Felice ribadiva questo giudizio: «Storicamente non vi è dubbio – oggi – che il fascismo fu soprattutto reazione borghese-capitalistica contro le classi lavoratrici», anche se, per capire le ragioni del suo successo, bisognava aver presente che esso «esteriormente fu un'altra cosa», perché apparve come un movimento innovatore e rivoluzionario, che aveva un'«individualità sociale e si collegava così intimamente con la crisi di trasformazione di tutta la società moderna determinata dalla guerra che non poteva essere assorbito ed integrato in un sistema che con questa realtà non aveva più nessun rapporto reale» (31). L’" esteriorità rivoluzionaria" del fascismo, secondo De Felice, derivava dal retaggio ideologico del confuso «sinistrismo» programmatico del fascismo del 1919, e dall'adesione della piccola e media borghesia, che diede la base di massa al fascismo portandovi la sua «velleità di una rivoluzione autonoma e radicale». Tuttavia, precisava De Felice sulla scia dell'interpretazione di Luigi Salvatorelli, l'azione dei ceti medi fascisti «non aveva un carattere di rivoluzione», ma era una «rivolta anarcoide dal basso». In ciò soltanto consisteva la novità del fascismo «rispetto alle tradizionali forme di reazione», perché mentre «queste avevano proceduto dall'alto», la reazione fascista «procedeva dal basso» (32).

La facciata e l'interno

Quest'interpretazione del fascismo, come fenomeno sostanzialmente reazionario ma con un'esteriorità rivoluzionaria, veniva confermata nel volume della biografia dedicato all'organizzazione dello Stato fascista, pubblicato nel 1968. Anche se era sorto come «un fenomeno squisitamente piccolo-borghese e in questo senso con una sua propria carica rivoluzionaria», dopo la "marcia su Roma", spiegava De Felice, le vel¬leità rivoluzionarie della piccola e media borghesia fascista, impersonate da Roberto Farinacci, furono liquidate insieme con l'autonomia politica del Partito fascista, che fu subordinato allo Stato, diventando un passivo strumento nelle mani del duce, in un sistema di potere che, secondo De Felice, aveva mutato soltanto la facciata del regime, che rimaneva sostanzialmente controllato dalle forze del vecchio sistema. La realtà del regime fascista consistette pertanto in una «fascistizzazione di parata» della burocrazia e della vita pubblica, «apparentemente in forme totalitarie, che già in questi anni [1926-29] non mancavano in svariati casi di toccare il limite del ridicolo, ma sostanzialmente con il ricorso ad espedienti tutt'altro che rivoluzionari e che molto spesso non incidevano che superficialmente la realtà che si diceva di voler mutare radicalmente» (33). Anche la mobilitazione delle masse, secondo l'interpretazione defeliciana, era ridotta a mera esteriorità, a un semplice espediente di dominio per creare un consenso attorno al capo carismatico, unico pilastro sul quale si reggeva il precario equilibrio che teneva unite le eterogenee forze del regime. Senza Mussolini «lo stesso regime fascista non sarebbe stato possibile e esso fu sempre strettamente legato alla vita fisica di Mussolini e al suo permanere alla testa del regime» (34). A coronamento di questa interpretazione del fascismo al potere, De Felice affermava che il «superficiale cemento che teneva insieme tutto il laborioso ma vieppiù debole edificio del "regime fascista"» era «il mito-abitudine del capo e la fiducia (alla quale contribuiva largamente l'ancor viva tradizione patriottica-risorgimentale) nella capacità del "duce" a conseguire la "grandezza" dell'Italia sicché tutto l'equilibrio era destinato a rompersi alla prima crisi di questa "grandezza"» (35), come accadde il 25 luglio 1943. La novità del fascismo come sistema politico si risolveva, dunque, per De Felice, nel mito del duce e nella fascistizzazione di facciata di uno Stato, che rimaneva sotto il controllo delle vecchie classi dirigenti:

Nella forma – insomma – il fascismo fascistizzò i "fiancheggiatori", nella sostanza questi riuscirono a derivoluzionarizzate il fascismo, a renderlo in buona parte il loro strumento e a farlo rientrare in larga misura nell'alveo della tradizione conservatrice. Nel «regime fascista» che andò progressivamente prendendo forma dopo il 3 gennaio la sostanza fu così il regime, che in effetti rimase anche nelle ipocrisie e nei formalismi costituzionali – il vecchio regime tradizionale, sia pure in camicia nera e con tutta una serie di trasformazioni in senso autoritario (ma di un autoritarismo ancora sostanzialmente «classico», nel quale gli innesti demagogico- sociali più tipicamente moderni sarebbero stati a lungo insufficienti a caratterizzarlo come un vero totalitarismo, come, invece, sarebbe stato in Germania il regime nazista); mentre il fascismo non fu in buona parte che la forma, una forma oppressiva, avvilente, spesso pesante anche per i fiancheggiatori, ma che solo tardi e sempre in misura relativamente modesta sarebbe riuscita a incidere sulla sostanza (36).


Di conseguenza, avendo così definito la natura del regime fascista, De Felice escludeva la possibilità di considerare il fascismo una forma di totalitarismo, al pari del nazionalsocialismo e dello stalinismo, perché mentre in questi regimi «il partito era stato e sarebbe stato la pietra angolare del regime e la conquista totalitaria del potere non avrebbe mai sminuito il ruolo decisivo del partito e, anzi, lo avrebbe rafforzato, subordinando ad esso completamente sia l'apparato dello Stato sia la sua stessa idea, sicché questo sarebbe stato inconcepibile senza quello», la strada seguita nel regime fascista fu «quella contraria: fulcro, sostanza, guida del regime doveva essere solo ed esclusivamente lo Stato», mentre il partito «doveva essere completamente subordinato allo Stato ed integrato nel regime con funzioni sostanzialmente secondarie e burocratiche e, al limite, forse anche transeunti» (37). La tesi della "liquidazione politica" del partito nel regime fascista, già avanzata da De Felice in un saggio del 1962 ( 38 ) e poi ripresa da AlbertoAquarone nel suo volume sul regime fascista(39), divenne il fulcro dell'interpretazione defeliciana dei rapporti fra Mussolini e il fascismo e della sua definizione del regime fascista.

CONTINUA...

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" Forse che non conoscendo a fondo il pensiero del Duce si può affermare di essere fascisti? Noi diciamo di no! Che il fascismo non è istinto ma educazione e perciò è conoscenza della sua mistica,che è conoscenza di Mussolini" (N. Giani)


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Capitolo settimo

Totalitarismo fascista

Un fascismo ai margini del fenomeno fascista?

Entro la visione del regime fascista delineata da De Felice, la figura di Mussolini finiva, in realtà, col fagocitare il fascismo, portando, di fatto, a quell'identificazione o sovrapposizione del mussolinismo al fascismo, che pure De Felice aveva giudicato storicamente non valida e fuorviante. Inoltre, il Mussolini al potere viene rappresentato come un uomo politico certamente dotato di notevoli capacità, ma che viveva politicamente alla giornata e che, al di là della genialità demagogica nel suscitare il consenso delle masse, non aveva in realtà alcun disegno o progetto politico. Mussolini era «un egocentrico, animato da una grande ambizione e da un'altrettanto grande volontà di potenza [...] una persona priva di una idea moralmente precisa degli obiettivi finali ai quali tende la sua azione», pago di gestire, sia pure a modo suo, un potere dittatoriale per conto delle vecchie classi dirigenti. Tuttavia, precisava De Felice, il duce era «incapace a concepire e a ridurre tutta la sua azione solo nei limiti del suo personale successo e, quindi, della sua vita fisica» (40), ed era altrettanto smanioso di proiettare la sua azione verso la creazione di qualcosa di nuovo e di duraturo nella realtà politica italiana e forse europea, vagheggiando, in modo contraddittorio e confuso, un'impresa di grandezza che avrebbe dovuto portare a compimento con l'ausilio di una nuova classe dirigente e di nuove generazioni di italiani, forgiati dalla sua volontà e dal suo genio.
Attribuite queste caratteristiche al regime fascista, De Felice era conseguente nel negargli carattere totalitario, aderendo esplicitamente alla tesi di Hannah Arendt, la quale aveva sostenuto che il regime fascista era stato «una comune dittatura nazionalistica, nata dalle difficoltà di una democrazia multipartitica» (41) . Ma tosi facendo De Felice non soltanto riduceva a mera apparenza il carattere rivoluzionario del fascismo italiano, ma, ridimensionando nettamente anche la sua novità rispetto ai regimi autoritari tradizionali, riduceva l'originalità del fascismo ad un fatto di esteriorità, all'espediente demagogico della propaganda e dell'organizzazione delle masse, al mito e al culto del duce. In tal modo, il fascismo italiano veniva privato dei due caratteri, quello rivoluzionario e quello totalitario, che De Felice stesso aveva indicato come elementi essenziali dei "veri fascismi". Di conseguenza, il fascismo italiano, per un'aporia interpretativa di cui De Felice non sembrava avvedersi, veniva di fatto a trovarsi collocato ai margini, se non addirittura al di fuori del fenomeno fascista. Sulla natura non totalitaria del fascismo italiano, De Felice tornò ad insistere nel volume della biografia mussoliniana relativo agli anni fra il 1929 e il 1936, pubblicato alla fine del 1974, dove, fra l'altro, sosteneva che proprio nel periodo del maggior consenso, fra il 1932 e il 1934, il regime fascista aveva cominciato «la sua parabola discendente». Tuttavia, in questo volume, egli introduceva alcune considerazioni sulla dinamica interna del sistema politico fascista, che mi pare rappresentino l'inizio di un cambiamento nella sua interpretazione della natura del regime. Per esempio, appare mutato il giudizio sulla «fascistizzazione di parata», perché De Felice riconosceva ora che il fascismo, dopo sette anni di potere, aveva «profondamente mutato» l'assetto politico del paese; che il regime era «una realtà con caratteri e contorni ben precisi e, per più di un aspetto, definitivi», con un «consenso di massa vasto e che non si sarebbe a lungo incrinato e sul quale per ogni evenienza, vigilavano costantemente sia il PNF sia la polizia», e con una sua «indiscutibile solidità», nonostante la tensione di «latenti contraddizioni che caratterizzavano l'equilibrio fra le sue componenti» (42). Questa tendenziale revisione di giudizi derivava, secondo me, da una diversa valutazione della situazione interna del fascismo stesso. Fino all'inizio degli anni trenta, spiegava De Felice, il fascismo aveva fatto solo un'opera di demolizione, cioè «aveva distrutto il vecchio Stato liberai-democratico e aveva cercato di spiantarne le radici nel paese» e per fare ciò «aveva dato vita ad un regime d'eccezione, in forza del quale se molto del vecchio era scomparso, poco di nuovo era però nato». Di ciò erano insoddisfatti sia Mussolini che i fascisti, i quali credevano nella missione rivoluzionaria del fascismo ed erano pertanto convinti che, chiusa la fase di demolizione del vecchio Stato liberale, fosse necessario iniziare una nuova fase che «avrebbe dovuto essere caratterizzata da qualche importante novità», tale da legittimare la pretesa del fascismo di essere una «vera rivoluzione» (43). Notevolmente modificata appare anche l'immagine del duce che De Felice proponeva in questo nuovo volume della biografia. Infatti, anche se ribadiva il suo giudizio sulla condotta politica mussoliniana, in cui solo «raramente è documentabile uno sforzo di elaborazione di una linea politica proiettata sui tempi lunghi e con finalità non meramente contingenti», De Felice riteneva tuttavia che, fra il 1927 e il 1928, «l'ottica politica di Mussolini aveva subito una profonda trasformazione», passando «da una concezione tattica estremamente dinamica sui tempi brevi, brevissimi, a una strategia sui tempi lunghi, lunghissimi» (44), proiettata verso la creazione di una nuova classe dirigente di giovani interamente fascisti, verso la trasformazione del carattere degli italiani, verso una politica di potenza e di espansione imperiale. Il Mussolini "duce" degli anni trenta non era più descritto come un tattico opportunista, privo di forti e genuine convinzioni ideali, che fossero motivi ispiratori della sua "moralità" e di una politica di lungo periodo, ma come un uomo politico che una «sua moralità [...] l'aveva – anche se noi la giudichiamo negativamente – e, anzi, essa era in lui molto forte ed operante. Si può addirittura dire che se non ci si rende conto di ciò e se non lo si tiene nella dovuta considerazione non è possibile né capire veramente l'uomo Mussolini né – quel che più conta – la sua politica» (45). Al duce il biografo attribuiva ora un più deciso e consapevole proposito di fascistizzazione totalitaria della società italiana, anche se, aggiungeva De Felice, i risultati furono «non solo meno totalitari di quanto a prima vista sembrava che il fascismo fosse riuscito a realizzare», perché furono risultati «epidermici e condizionati da tutta una serie di motivazioni contingenti e pratiche, che, alla prova dei fatti, si dimostrarono in larga misura solo provvisori e transitori» (46).

La svolta del 1975

In questa prospettiva, l'atteggiamento di De Felice di fronte al problema del totalitarismo rivela, dopo il 1974, un sensibile cambiamento. Un primo segno di ciò lo troviamo nell'Intervista sul fascismo, in cui vi sono esposte per la prima volta alcune rilevanti novità nell'interpretazione del fascismo italiano, che solo in parte risultano essere lo sviluppo di sue precedenti riflessioni, anche rispetto al volume della biografia apparso quasi contemporaneamente. Infatti, nell'intervista, come abbiamo già visto, De Felice definisce decisamente il fascismo italiano come un fenomeno rivoluzionario e totalitario, e lo colloca, avvalendosi della distinzione proposta dallo storico Jacob Talmon, nella tradizione del "totalitarismo di sinistra" derivata dall'illuminismo e dal giacobinismo, differenziandolo così sostanzialmente dal nazismo, incluso da De Felice nella tradizione del "totalitarismo di destra". Il contrasto fra la nuova definizione del fascismo italiano e quella che fino ad allora aveva proposto nella biografia del duce, era in parte sanato con la distinzione tra il "fascismo-movimento",espressione dell'anima rivoluzionaria, e il "fascismo-regime", espressione del compromesso col vecchio regime e della dittatura personale di Mussolini (47). L'intervista mostra chiaramente che De Felice aveva compiuto una svolta nella sua interpretazione del fascismo italiano e si stava incamminando, alla metà degli anni settanta, verso una revisione delle sue idee precedenti. Su questa svolta influì probabilmente il libro di Mosse, La nazionalizzazione delle masse, pubblicato prima dell'intervista, con un'introduzione di De Felice, nella quale questi anticipava alcune delle tesi principali esposte poi,nell'intervista, soprattutto l'insistenza sulle differenze profonde tra fascismo e nazionalsocialismo ( 48 ). Ma il documento della svolta, secondo me, non è tanto l'intervista quanto piuttosto la voce sul fascismo pubblicata nell'Enciclopedia del Novecento (1977) ma in realtà scritta qualche tempo prima dell'intervista (49). In essa, infatti, si può leggere una sorta di indiretta autocritica del proprio precedente giudizio sul regime fascista, là dove De Felice, citando quasi letteralmente l'interpretazione del regime fascista come fascistizzazione di parata del vecchio regime tradizionale, la definiva ora «superficiale», «fattuale» e «parziale», perché non teneva conto della progressiva totalitarizzazione del sistema politico fascista. De Felice, tuttavia, attribuiva il nuovo corso totalitario della politica fascista negli anni trenta ad una logica di sopravvivenza imposta dalle circostanze piuttosto che allo sviluppo di una tendenza inerente al fascismo stesso, come fenomeno rivoluzionario e totalitario; si trattava di una svolta, secondo il biografo, decisa da Mussolini per rendere il regime sempre più autonomo nei confronti delle vecchie classi dirigenti, intensificando la fascistizzazione della società e imboccando la via della politica estera di potenza e dell'allineamento con il nazismo.

Quale totalitarismo?

In effetti, sulla definizione del fascismo come totalitarismo, il giudizio di De Felice continuò ad oscillare per qualche tempo ancora. Per esempio, nel già citato articolo del 1979 sul fenomeno fascista, De Felice spiegò che, secondo lui, il regime fascista «di totalitario ebbe soltanto alcuni aspetti, per un verso mai completamente realizzati, e, per un altro verso, improntati ad una concezione del totalitarismo tutta diversa da quella del nazismo (e da quella costruita in vitro dai sostenitori della teoria del totalitarismo)» (50). Due anni dopo, tuttavia, egli appariva più propenso ad accentuare il carattere totalitario del fascismo. Per esempio, nella Storia fotografica del fascismo, pubblicata nel 1981, De Felice dichiarava di condividere la definizione del totalitarismo che avevo proposto nel 1975 nel mio libro sulle origini dell'ideologia fascista:

In una prospettiva più lunga, organizzazione, inquadramento, politica di massa (e a livello ideologico l'affermazione del primato della politica) [i fascisti] avevano un obiettivo ben preciso: la risoluzione del privato nel pubblico e la subordinazione di tutti i valori della sfera privata allo Stato. Emilio Gentile ha scritto a questo proposito pagine definitive, che servono altresì a spiegare bene anche l'essenza del totalitarismo fascista e la sua profonda differenza rispetto a quelli nazista e stalinista: «L'elemento essenziale che caratterizzò l'ideologia del fascismo italiano fu l'affermazione del primato dell'azione politica, cioè il totalitarismo, inteso come risoluzione totale del privato nel pubblico, come subordinazione dei valori attinenti alla vita privata (religione, cultura, morale, affetti, ecc.) al valore politico per eccellenza, lo Stato. Il nucleo centrale e costante dell'ideologia fascista fu la concezione dello Stato come attuazione della volontà di potenza da parte di una minoranza attivista che era rivolta alla realizzazione del suo mito e tendeva a costituire, nella società, un gruppo politico autonomo nelle sue scelte e indipendente da tutte le forze che lo avevano appoggiato e condizionato nella sua ascesa al potere [ ... ] Il fascismo riassumeva nel mito dello Stato e nell'attivismo come ideale di vita i caratteri essenziali della sua ideologia, che lo distinsero dalle altre ideologie politiche del nostro, tempo. Il fascismo fu soprattutto un'ideologia dello Stato, di cui affermava la realtà insopprimibile e totalitaria, necessario per imporre un ordine alle masse ed impedire la degenerazione della società nel caos [...] Il fascismo, perciò, non fu un'ideologia di masse ma per le masse, perché, se comprese l'importanza delle masse nella società contemporanea, non riconobbe ad esse il diritto e la capacità, in quanto "massa", di esprimere un'idea politica e di autogovernarsi […] ». E la sostanza del discorso non cambia se, dal livello più propriamente ideologico, intellettualmente elaborato e in qualche modo collegantesi ad una certa tradizione politico-culturale italiana precedente, si passa ad indagare quello, certo meno limpido e assai più vago ed approssimativo, ma non per questo per noi meno significativo, dell'atteggiamento mentale, della "cultura" di base del fascismo (51).

Nel 1981 usciva anche un altro volume della biografia mussoliniana, che aveva come sottotitolo Lo Stato totalitario, relativo al periodo fra il 1936 e il 1940. Nel primo capitolo, intitolato Il regime di fronte al proprio futuro: il «totalitarismo» fascista, De Felice affrontava direttamente questo problema, attraverso una complessa argomentazione, non sempre chiara, coerente e convincente, con cui tendeva a individuare i motivi, i caratteri e gli scopi del totalitarismo fascista. Nella seconda metà degli anni trenta, sosteneva De Felice, si determinò in Italia una nuova situazione, che era «soprattutto la conseguenza di un processo in atto già da tempo, che la vicenda etiopica contribuì a portare più rapidamente e facilmente ad uno stadio più avanzato, ma che era nella logica del regime stesso e di come esso si era venuto sviluppando negli ultimi dieci anni. Ci riferiamo al processo di progressiva totalitarizzazione del regime», che «compiutamente il regime fascista non portò mai a termine, ma che ciò nonostante ne caratterizzò certamente gli ultimi anni». Alla origine di questa «progressiva accentuazione della totalitarizzazione del regime», secondo De Felice, vi era, soprattutto, la volontà mussoliniana di rafforzare il potere fascista nella prospettiva del «dopo Mussolini», estendendo il «carattere totalitario del regime, valorizzando la sua natura più propriamente fascista e dilatandone direttamente o indirettamente il potere reale a danno della componente tradizionale e fedele all'istituto, alle prerogative e agli effettivi poteri della monarchia». Fra gli aspetti principali della «progressiva totalitarizzazione» del regime fascista, De Felice indicava la maggiore concentrazione del potere istituzionale nella figura del duce, l'intensificazione della fascistizzazione della società, l'educazione totalitaria delle nuove generazioni, la campagna antiborghese, l'adozione della legislazione razzista e antisemita: tutte queste iniziative convergevano infine verso l'attuazione del proposito, che De Felice definiva «moralmente ripugnante», di trasformazione del carattere italiano per la creazione di un "uomo nuovo". Secondo De Felice, tuttavia, Mussolini, pur operando «nel senso di una compiuta concentrazione del potere nello Stato e di una totale politicizzazione della società sino a tendere alla eliminazione della distinzione tra Stato e società civile, ma anche qui in una prospettiva che poco o nulla aveva a che fare con quella del nazismo o con quella dello stalinismo», non mirò mai, o comunque non riuscì «a realizzare compiutamente nessuno degli aspetti caratterizzanti un regime totalitario vero e proprio», come, per esempio, il dualismo fra Stato e partito unico, l'affermazione del primato del partito nei confronti dello Stato, la pratica del terrore di massa e l'universo concentrazionario. Nel 1981, dunque, modificando sostanzialmente il suo precedente giudizio sul regime fascista, De Felice era giunto a riconoscere l'esistenza del totalitarismo fascista, e insisteva sulla necessità di individuarne storicamente la peculiarità. Ma, nello stesso tempo, tornava a ribadire le sue riserve sulla possibilità di includere il regime fascista nella categoria del «vero totalitarismo», da lui identificato con lo stalinismo e con il nazismo (52).

Il regime fascista fu totalitario

Tutte queste riserve – con il corredo di aporie che avevano lasciato insolute nel confronto fra interpretazione del fenomeno fascista e interpretazione del fascismo italiano – sembrano però essere state superate allorché De Felice, in un convegno organizzato dall'Associazione Mediterranea Latino Americana e dalla facoltà di Scienze politiche dell'Università di Firenze, svoltosi a Firenze nel novembre 1982, commentando la relazione di Juan Linz, disse:

non mi trova concorde la sua definizione del caso italiano come totalitarismo mancato. Pienamente giustificata alla luce di modelli teorici come quelli Arendt, di Friedrích e di Brzezínski, essa risulta meno opportuna in questa sede, dovendo qui fare riferimento non tanto ad un astratto modello di totalitarismo, quanto ai casi di totalitarismo esistenti nella realtà, in rapporto alle diverse circostanze storiche e al processo di nazionalizzazione dei vari paesi. Non possiamo limitarci ad affermare che il totalitarismo italiano non è tale in quanto non è uguale a quello nazista o a quello stalinista e non ha conosciuto né il terrore di massa né il ricorso sistematico al sistema concentrazionale. Si tratta, piuttosto, di elaborare un concetto di totalitarismo che corrisponda alla realtà del fascismo, anche assumendo l'ipotesi di un regime uscito indenne dalla guerra e analizzandone, da questo punto di vista, le probabili linee evolutive. Il fascismo, come ha ammesso lo stesso Linz, avrebbe, ad esempio, usato la mano pesante nei confronti del cattolicesimo. Se, dunque, in una prima generalissima istanza definiamo il totalitarismo come l'identificazione della Società con lo Stato (senza entrare, per il momento, nei modi di questa identificazione), allora il fascismo è senz'altro un regime a indirizzo totalitario, anche se la guerra non gli ha permesso di sviluppare pienamente tale tendenza [ ... ]. Non credo, insomma, che si possa negare al regime fascista la qualifica di totalitario, soprattutto se lo si considera in prospettiva. Il problema è quello di individuare le caratteristiche del totalitarismo fascista, rifacendoci non a dei modelli più o meno teorici e generici, ma alla concreta evoluzione politica del fascismo italiano e alla sua cultura di base (53).

Da allora, per alcuni anni, De Felice sembrò accantonare A problema del totalitarismo fascista, ma nel 1988, scrivendo l'introduzione per una traduzione francese del capitolo sul totalitarismo estrapolato dalla biografia mussoliniana, egli tornò sull'argomento sviluppando quanto aveva detto al convegno fiorentino, non senza un'indiretta autocritica del modo in cui egli aveva affrontato questo problema nella sua opera. Il concetto di totalitarismo, scriveva De Felice, così com'era stato definito nel corso dell'ultimo mezzo secolo, non serviva né a far progredire gli studi sul fascismo né a far comprendere meglio i diversi fascismi; e non serviva a nulla definire le forme di potere caratteristiche del totalitarismo per poi constatarne l'assenza o la presenza limitata nei regimi indiscutibilmente fascisti o, viceversa, constatarne la piena presenza in regimi completamente differenti gli uni dagli altri. Tutto ciò, aggiungeva De Felice, era un lavoro inutile se non si spiegavano interamente le ragioni di tale presenza o assenza, spiegazioni che non erano state fornite neppure da studiosi della statura di un Bracher o di un Linz. Di conseguenza, il dibattito era giunto ad un punto di stallo dal quale non si sarebbe usciti seguendo la vecchia via. Passando quindi a parlare del caso italiano, De Felice osservava:

dire che il fascismo italiano non fu affatto totalitario, che fu un totalitarismo mancato, che cominciò a diventare totalitario soltanto dopo il 1938, non si giustifica che alla luce di modelli teorici astratti che definiscono il totalitarismo col metro del nazismo o dello stalinismo. Storicamente, è però impossibile contentarsi di affermare che il totalitarismo italiano non fu eguale a quello nazionalsocialista o stalinista, o di assegnargli un piccolo posto accanto a loro solo a partire dal 1938 perché allora il razzismo entra a far parte del "patrimonio" fascista. Altra è la strada che conviene seguire: e cioè costruire un concetto di totalitarismo che corrisponda al fascismo italiano, alla sua storia, alla sua ideologia, alla sua cultura; tentando anche di immaginare come avrebbe potuto evolversi un regime uscito indenne dalla guerra, senza dimenticare che il fattore tempo è decisivo in un processo di totalitarizzazione, che si misura in anni, in decenni o in generazioni. [...] Pertanto, è solo analizzando la realtà italiana, in funzione della sua storia, della sua cultura, dell'itinerario personale del capo e del gruppo dirigente, che si potrà ricostruire la dialettica interna che ha permesso al totalitarismo di prendere corpo in modo specifico e originale.

De Felice avvertiva il lettore francese che nella sua opera non avrebbe trovato una compiuta ricostruzione del concetto di totalitarismo caratteristico del fascismo, perché per conseguire questo scopo erano necessari studi in grado di chiarire e precisare tutta una serie di questioni fino ad allora poco esplorate. E, facendo riferimento a recenti ricerche sul totalitarismo fascista, De Felice concludeva:

regime totalitario e negare questa realtà sarebbe non solo moralmente e politicamente errato, ma la renderebbe storicamente incomprensibile; ed inoltre impedirebbe di mettere in evidenza quel "minimo comune denominatore" che, a nostro avviso, costituisce l'elemento unificatore dei differenti fascismi e permette di collocarli storicamente e di comprenderli nella realtà del nostro secolo (54).

Negli anni successivi, De Felice non ebbe più occasione di tornare a discutere esplicitamente della questione del totalitarismo fascista se non per accenni, come nel penultimo volume della biografia pubblicato nel 1990, dove lo storico faceva risalire alla «svolta totalitaria» del 1937-38 una delle cause principali dell'inizio della crisi del regime:

Che tutti i totalitarismi, pur avendo un fondo, una sostanza comune, siano stati per molti aspetti diversi, tant'è che in ciascuno è facile individuare peculiarità sue proprie, è un'affermazione quasi banale. Così come pressoché scontata ci pare quella che il totalitarismo fascista, per le caratteristiche storico-culturali dell'Italia,per il modo con cui il fascismo giunse al potere, per gli equilibri e i compromessi che ciò impose al regime e per la particolare visione che ne ebbe Mussolini, fu, per così dire, il meno totalitario o, se si preferisce, era quello che al momento dello scoppio della seconda guerra mondiale meno aveva proceduto sulla strada di una compiuta totalitarizzazione dello Stato e della società. Se, infine, questo è vero, è anche vero però – come abbiamo mostrato nel precedente volume – che negli anni immediatamente precedenti lo scoppio della guerra e in particolare nel 1937-38 Mussolini si era posto, per tutta una serie di considerazioni che non stiamo qui a ripetere, il problema di rende- re effettivamente totalitario il regime e aveva mosso vari passi sulla strada di quella che considerava, diciamo così, la via fascista al totalitarismo, una via diversa da quelle nazista e bolscevica, ma che avrebbe dovuto produrre effetti in buona parte analoghi, anche se gli strumenti per ottenerli sarebbero stati in buona parte diversi e il risultato finale consono – a suo dire – all'altezza della civiltà e della «missione» dell'Italia. È in questo momento che, per noi, va posto l'inizio della crisi del regime (55).

L'adesione di De Felice alla definizione del fascismo come totalitarismo, nel senso da lui stesso precisato, rappresentava, secondo me, una possibile ricongiunzione dei due percorsi della sua interpretazione del fascismo italiano e del fenomeno fascista.


Capitolo ottavo

Il duce e il suo biografo

«L‘Homme qui cherche»

Dopo la delineazione delle fasi, dei caratteri e dei temi essenziali dell'interpretazione defeliciana del fascismo, e l'indicazione di alcuni dei problemi e delle aporie che essa, a mio parere, ha lasciato insoluti o aperti a soluzioni diverse da quelle proposte da De Felice, credo opportuno verificare se nei suoi studi sia rinvenibile un'intenzione o un'intonazione apologetica, volta ad attenuare la condanna etica e politica del fascismo e del suo capo. È evidente che a tale verifica si possono dare risposte diverse e contrapposte, a seconda del punto di vista di chi risponde. Mi pare tuttavia che nessuno oggi sostenga, come avveniva nei momenti delle più violente polemiche, che De Felice sia stato un'apologeta di Mussolini: e se qualcuno ancora ripete questa accusa, fa un po' la figura patetica del soldato giapponese sperduto in una giungla asiatica, che anni dopo il 1945 credeva di essere ancora in combattimento perché non gli era giunta la notizia che la guerra era finita. Del resto, se ci atteniamo al giudizio storico su Mussolini, così come emerge dall'opera defelícíana, mi pare che l'accusa di apologia risulti del tutto infondata. Fin dall'introduzione al primo volume della biografia mussoliniana, De Felice dava una valutazione storica e psicologica molto critica della personalità mussoliniana, e distruggeva alla base qualsiasi mito del "grande uomo". De Felice definì Mussolini l'«homme qui cherche» , cioè un politico che «trovò la sua via giorno per giorno, senza avere un'idea di dove sarebbe arrivato, ma "sentendo" da vero politico quale fosse la propria direzione». Da qui, un giudizio definitivo sulla figura storica di Mussolini come «notevole uomo politico», che «ebbe ben poco del vero uomo di Stato» perché «in tutti i momenti nodali della sua vita gli mancò la capacità di decidere, tanto che si potrebbe dire che tutte le decisioni più importanti o gli furono praticamente imposte dalle circostanze o le prese tatticamente, per gradi, adeguandosi alla realtà esterna» (56). Privo di principi morali, senza una idea precisa da realizzare, assolutamente spregiudicato, Mussolini, secondo De Felice, agiva seguendo «una direzione sostanzialmente univoca, ma altrettanto sostanzialmente tracciata giorno per giorno, frutto non già di un piano e di una consapevolezza precisi, ma – al contrario – determinati da un successivo adeguamento e inserimento nella situazione in atto» (57).

Non fu un "capo"

Il tatticismo mussoliniano, aggiungeva il biografo nel 1966, era la conseguenza di un «miscuglio di personalismo, di scetticismo, di diffidenza, di sicurezza in se stesso e al tempo stesso di sfiducia nell'intrinseco valore di ogni atto e, quindi, nella possibilità di dare all'azione un significato morale, un valore che non fosse provvisorio, strumentale, tattico» ( 58 ), sicché Mussolini, anche dopo essere giunto al potere, rimase sostanzialmente un homme qui cherche, «l'uomo delle soluzioni "nei fatti" e a breve termine» e «non ebbe mai la tempra del realizzatore, non diciamo di una nuova società, ma neppure di un nuovo Stato» (59), perché «più che un grande politico creatore, Mussolini era stato un distruttore» (60). Di conseguenza, con «ferma convinzione», De Felice negava a Mussolini la qualità del «capo», perché «non aveva una idea precisa, che gli fosse meramente di sostegno e di guida nell'azione, degli obbiettivi finali alla realizzazione dei quali doveva tendere questa sua azione; mancandogli questa idea precisa, questa intima moralità, la "grandezza" e il "bene" dell'Italia finivano per ridursi all'esercizio del potere, inevitabilmente inteso come potere personale; sicché il proprio successo personale finiva necessariamente per diventare per lui il successo della nazione». E ancora nel 1974, pur riconoscendo ora a Mussolini, come abbiamo visto, una "sua" moralità (attribuendola però a una "svolta" nella personalità e nella politica mussoliniana avvenuta fra il 1927 e il 1928), De Felice confermava sostanzialmente il giudizio negativo: quando, valutando complessivamente l'attività mussoliniana nel periodo fra il 1929 e il 1936, scriveva:

raramente è documentabile uno sforzo di elaborazione di una linea politica proiettata sui tempi lunghi e con finalità non meramente contingenti; che qualche raro caso in cui è evidente l'intenzione di giungere ad un'effettiva riforma non sotto lo stimolo di esigenze contingenti ma in funzione di un preciso obbiettivo politico risulta quasi sempre lasciato ad un certo momento cadere, senza che sia possibile coglierne appieno le ragioni; e che, infine, quasi tutte le iniziative politiche di qualche importanza appaiono prese quasi all'improvviso, senza un'adeguata preparazione, quasi frutto di decisioni repentine, spesso rese possibili da circostanze contingenti (61).

Da qui, secondo De Felice, 9 continuo oscillare del duce fra un tatticismo realistico, tutto condizionato dalla logica del "durare", e un attivismo ambizioso e smanioso di "osare" vagheggiando la realizzazione di imprese grandiose ed epocali, che caratterizza il Mussolini defeliciano nel secondo decennio del regime fascista; un'oscillazione che il biografo riscontra soprattutto nella conduzione della politica estera e nel ruolo decisivo che questa venne progressivamente assumendo nell'attività mussoliniana, specialmente dopo il 1932.

Non fu un «grande»

De Felice riteneva che Mussolini era giunto al potere senza un vero e proprio programma di politica estera, e si era mosso all'inizio con cauto e spregiudicato realismo nello scacchiere europeo, cercando di sfruttare il «peso determinante» dell'Italia nel confronto fra le maggiori potenze europee, avendo però sempre di mira una futura espansione imperiale e l'affermazione dell'Italia come grande potenza, finché poté appagare la sua ambizione con la guerra d'Etiopia, che fu, secondo De Felice, «il capolavoro politico di Mussolini e il suo maggior successo»:

perché egli credette in essa profondamente, come probabilmente in nessun'altra sua iniziativa politica. E vi credette non solo strumentalmente, in funzione del suo prestigio personale o, se si preferisce, della logica della sua visione dei rapporti internazionali e della politica estera italiana, ma intimamente, come qualche cosa che corrispondeva alla ragion d'essere della sua figura storica; sicché essa assunse per lui il valore di una missione che doveva far si che la Nazione (presente e futura) riconoscesse nella sua la propria vocazione, il proprio dovere assoluto, e si realizzasse quindi quella identificazione tra vox ducis e vox populi che sino allora il fascismo era stato incapace di realizzare veramente (62). Nello stesso tempo, però, De Felice affermava che la guerra d'Etiopia rappresentò anche l'inizio di un processo di «grave involuzione» (63) nella personalità del duce, per conseguenza del successo stesso, che accentuò progressivamente l'infatuazione di Mussolini per il proprio genio politico e per la propria infallibilità, dopo «il salto di qualità rappresentato dal passaggio dalla logica del "durare" a quella dell`osa¬re». Questo passaggio, osservava De Felice, era carico di una «drammatica potenzialità», che «in gran parte doveva sfuggire allo stesso Mussolini» e che, facendogli perdere la percezione della realtà, «nonostante le sue indubbie capacità politiche e il realismo del suo buon senso contadino – si trasformava inevitabilmente nella premessa della catastrofe», allorché l’homme qui cherche divenne prigioniero del proprio mito. Da tutte queste considerazioni sulla politica del duce e sugli effetti dell'esperienza fascista, giudicati ancor prima della catastrofe della guerra, De Felice giungeva nel 1981 a formulare un giudizio definitivo sulla figura storica di Mussolini; negandogli in modo inequivocabile la qualifica di grande:

Anche se fu mosso da «grandi» ideali, anche se occupò un grande posto ed ebbe grandi responsabilità nelle vicende che portarono alla seconda guerra mondiale, Mussolini non fu un grande, neppure «un grande distruttore puro». Un uomo come lui, che conosceva benissimo e teorizzava ad ogni occasione cosa fosse un mito e come «vero» uomo politico se ne dovesse servire, per essere grande avrebbe dovuto innanzitutto non rimanere vittima proprio del mito. Qualcuno potrà dire che anche Hitler inseguiva un mito. È vero, m lo aveva sempre inseguito. Mussolini no. Per anni egli era stato realista, spesso terra terra. E in buona parte lo rimase anche quando restò vittima del mito (64).

Nei volumi successivi della biografia, riguardanti gli anni dopo il 1940, questo giudizio ebbe più gravi conferme dalla ricostruzione defeliciana della politica di Mussolini. D guerra d'Etiopia alla seconda guerra mondiale e fino al crollo finale, la politica mussoliniana fu una sequela di errori compiuti da un uomo che viene descritto da De Felice come dotato, talvolta, di un «lucido realismo» ancorato al suo innato tatticismo, ma che si mostrava ogni giorno sempre più imprigionato dal groviglio delle proprie velleitarie ambizioni e dalla mole crescente dei risultati fallimentari che la sua politica produceva. Anche se possono apparire non del tutto convincenti le argomentazioni con le quali De Felice ha interpretato i moventi delle più importanti decisioni mussoliniane nella seconda metà degli anni trenta, come l'adozione della legislazione razzista e antisemita, l'alleanza con la Germania nazista, e infine l'entrata in guerra dell'Italia, il suo giudizio non concede al duce alcuna attenuante. Per esempio, a proposito delle leggi antisemite, dopo aver osservato che «le cause della persecuzione furono molte e cospiranti» e «molte furono le responsabilità individuali – di coloro che lavorarono per realizzarla e di coloro che vilmente la lasciarono realizzare pur disapprovandola», De Felice affermava decisamente che «la responsabilità maggiore però fu certamente di Mussolini, della sua incosciente megalomania di trasformare gli italiani e, con i tedeschi, di trasformare il mondo, in nome di principi e ideali che, pur non essendo quelli dei tedeschi e spesso contrapponendosi ad essi, erano la negazione di ogni principio e di ogni ideale» (65). Quanto all'entrata in guerra, pur dopo aver insistito sulle incertezze e le ambiguità del dittatore prima della decisione finale, nella valutazione conclusiva De Felice faceva proprio sia il giudizio della "pugnalata alla schiena" inferta a un paese già a terra, formulato dall'ambasciatore francese al momento della dichiarazione di guerra, sia il giudizio pronunciato da Winston Churchill alla fine del 1940, che faceva ricadere la responsabilità di aver condotto l'Italia in guerra interamente su Mussolini, «il criminale che ha tessuto questa gesta di follia e di vergogna» (66). De Felice confermava la validità di questi giudizi che «tutt'oggi sono alla base del giudizio storico-morale collettivo sull'intervento italiano»: un giudizio, aggiungeva, «che il tempo e gli storici possono modificare, ma non cancellare o ribaltare, ché, in ultima analisi, il fatto di aver trovato così vasta eco nella coscienza collettiva dei contemporanei sta a significare che al fondo di esso vi è qualcosa che va oltre le passioni e gli intenti polemico-propagandistici del momento, che ha una oggettiva validità, che può, appunto, essere precisato e corretto in una prospettiva più propriamente storica, ma non disatteso» (67).

I guasti del regime

Se nettamente negativo, dal punto di vista storico e dal punto di vista etico-politico, è il giudizio complessivo di De Felice su Mussolini, altrettanto nettamente negativo mi pare sia A giudizio complessivo sull'esperienza fascista così come emerge dall'opera defeliciana, quale che sia poi la valutazione critica che di essa può essere data, dal punto di vista storiografico, e il dissenso nei confronti del giudizio che egli ha dato su aspetti, momenti, episodi e figure del fascismo, o anche nei confronti dell'interpretazione di problemi più ampi. E non mi pare che tale giudizio negativo sia contraddetto o attenuato allorché De Felice afferma, per esempio, che il regime ebbe, per un certo periodo, il consenso della maggioranza degli italiani o ebbe aspetti ed effetti modernizzatori sulla trasformazione della società e dello Stato italiano. Le due affermazioni infatti sono constatazioni piuttosto che giudizi etico-politici, e non contengono di per sé un'intonazione apologetica. Maggiore importanza invece hanno, per il giudizio etico-politico, le riflessioni di De Felice sul significato dell'esperienza fascista nella storia degli italiani, sul «guasto morale» prodotto nella società italiana dalla dittatura fascista: «la smoralizzazione della vita»; «una sempre più marcata ed effettiva spoliticizzazione della società» sotto «la parvenza di una estrema politicizzazione di massa»; un'«altrettanto marcata parcellizzazione e dispersione delle forze sociali (e dunque della loro potenzialità di agire politicamente entro il regime) in tante realtà particolari ognuna chiusa in se stessa» ( 68 ). Del resto, neppure l'analisi del consenso al fascismo proposta da De Felice consente di trarne elementi per accusarlo di apologia del regime. Lo storico precisa, infatti, che l'area del «consenso attivo» era limitata nell'ambito delle principali organizzazioni del regime, mentre per la maggior parte degli italiani il consenso fu «largamente superficiale, passivo», e non si trasformò mai, neppure quando si estese nei momenti di maggior successo per il regime, in «consenso attivo», il quale «per essere veramente tale, ha bisogno di partecipazione politica, di effettivo spirito critico, di vera informazione. Tutte cose che a questo consenso — nonostante il mito del "duce" — mancavano o erano surrogate dal mero inquadramento nel PNF c/o nelle organizzazioni di massa fasciste e della partecipazione — talvolta spontanea e sentita, ma spesso solo dovuta — alle manifestazioni, alle iniziative del regime» (69). Questi «guasti morali» ebbero effetti immediati durante la seconda guerra mondiale, che fece precipitare la crisi interna del regime:

già dopo i primi mesi di guerra, il regime fascista [...] mostrò, proprio in quanto regime, me, gravi segni di scollamento, di degenerazione e di sclerosi che — pur attraverso accelerate e frenate connesse all'andamento delle vicende belliche — andarono via via aumentando e influenzando tutto il clima del paese e il suo atteggiamento verso il regime stesso, sicché si può dire che questo al momento della crisi finale esisteva ormai quasi solo nominalmente e che lo sbarco alleato in Sicilia fu molto più l'occasione che la causa del crollo (70).

Anche se talvolta lo sforzo fatto da De Felice per capire fino in fondo le motivazioni, la psicologia e i comportamenti di Mussolini, specialmente negli anni della seconda guerra mondiale, sembra rendere la sua valutazione meno severa che nei degli confronti degli altri esponenti principali regime, dello Stato e delle Forze armate, nel complesso la figura del duce, così come emerge dalla ricostruzione defelicíana, neanche in quest'ultima fase mi pare presenti toni apologetici. Né penso che si possa riscontrare un tono siffatto nella tesi defelícíana, secondo la quale la decisione di Mussolini, ormai ridotto a cadavere politico dopo il 25 luglio 1943, di assumere la guida di un nuovo Stato fascista, come Hitler gli imponeva, sarebbe stata dettata principalmente da sentimento patriottico per sottrarre l'Italia alla minacciata vendetta del Fúhrer. Il movente patriottico, infatti, non viene addotto dal biografo per attenuare la gravità delle conseguenze che la nascita della Repubblica sociale produsse:

Posta la questione sul piano dei costi e delle conseguenze — scrive De Felice nell'ultimo volume della biografia —, è fuor di dubbi che storicamente la bilancia si squilibri irrimediabilmente a tutto svantaggio della decisione mussoliniana. La costituzione della Rsi fu infatti all'origine della guerra civile [...] che, nel 1943 -45, insanguinò le regioni occupate dai tedeschi, divise profondamente gli italiani scavò solchi d'odio tra loro e condizionò poi massicciamente per decenni la vita italiana, dandole un carattere diverso da quello di altri paesi occidentali, quali la Francia, o Belgio e, in qualche misura, la stessa Germania (71).

In conclusione, non mi pare che la valutazione storica di; Mussolini e del fascismo espressa dall'opera di De Felice possa configurarsi come apologetica, a meno di non sovvertire radicalmente il significato di questa parola. Anche se, come tutte le valutazioni storiche, essa può essere discussa, criticata e respinta, in tutto o in parte, con documenti nuovi e, con argomenti che si dimostrino razionalmente e storicamente più convincenti, mi pare che dalla sua biografia mussoliniana risulti confermato ciò che De Felice aveva detto nel 1975, rispondendo a quanti lo accusavano di voler riabilitare Mussolini:

Io sono convinto invece che se da tutta la mia opera un personaggio esce intimamente criticato a fondo e per molti aspetti distrutto, quello è Mussolini. Distrutto al di là della sua capacità tattica, della sua capacità politica — che credo nessuno in buona fede gli possa contestare [...] La mia è la critica dall'interno più profonda di Mussolini, al di là delle frasi roboanti, delle accuse vere e qualche volta false che gli sono state mosse, per distruggerlo sommariamente, ma che non distruggono niente. Io credo che questo sia il lavoro concreto da fare: i fatti sono assai più eloquenti e persuasivi delle filippiche di certo antifascismo da comizio e di tante schematizzazioni che fanno acqua da tutte le parti (72).



NOTE

1 Introduzione a E. Nolte, La crisi dei regimi liberali e i movimenti fasci¬sti, trad. it., Bologna 1970, p. XII.
2 Il fascismo. Antologia di scritti critici, a cura di C. Casucci, in «Il nuovo osservatore», giugno 1962, p. 312.
3 R. De Felice, Il problema storiografico del fascismo. Interpretazioni e ricerche, in «Cultura e scuola», gennaio-marzo 1966, pp. 92-97.
4 Id., Le origini del fascismo, in Nuove questioni di storia contemporanea, vol. II, Milano 1968, pp. 729-97.
5 Id., Le interpretazioni del fascismo, Roma-Bari 1969, pp. 23-25.
6 Id., Le origini del fascismo, cit., p. 783.
7 Fascismo, in Lessico universale italiano, Roma 1971, p. 494.
8 The Nature of Fascism, a cura di S.J. Woolf, London 1968.
9 R. De Felice, Le interpretazioni del fascismo, Roma-Bari 19839, p. 3.
10 Id., Le interpretazioni delfenomeno, in AA.VV., Il problema storico del fascismo, Firenze 1970, p. 58.
11 Id., Le interpretazioni del fascismo, cit., p. 19.
12 Introduzione a R. De Felice, Il fascismo Le interpretazioni dei contemporanei e degli storici, Bari 1970, p. XIV.
13 Ivi, pp. X-XII,
14 Ivi, p. XIII.
15 Ivi, pp. XIV-XVI.
16 Ivi, p. XIII.
17 Ivi, p. XXVIII.
18 Id., Le interpretazioni del fenomeno, cit., p. 59.
19 Id., Intervista sul fascismo, cit., p. 87.
20 Id., Il fenomeno fascista, in «Storia contemporanea», 4, 1979, p. 628.
21 A. Tasca, Nascita e avvento del fascismo. L'Italia dal 1918 al 1922, Bari 1965, pp. 553-54.
22 R De Felice, Storia degli ebrei italiani sotto il fascismo, Torino 1961, pp. 64-65.
23 D. Cantimori, Conversando di storia, Bari 1967, pp. 134-35.
24 R. De Felice, Le interpretazioni del fascismo, Bari 1969, p. 210.
25 Id., Mussolini il rivoluzionario 1883-1920, Torino 1965, p. XXII.
26 Ivi, p. XXVI.
27 AJP Taylor, Gli storici e le origini della seconda guerra mondiale, in «Storia e politica», I, 1965, p. 11.
28 De Felice, Mussolini il rivoluzionario, cit., p. XXV.
29 Id., Mussolini il fascista. La conquista del potere 1921-1925, Torino 1966, p. 117.
30 Id., Mussolini il rivoluzionario, cit., p. 662.
31 Id., Mussolini il fascista. La conquista del potere, cit., pp. 4-12.
32 Ivi, p. 119.
33 Id., Mussolini il fascista. L'organizzazione dello Stato fascista 1925¬1929, Torino 1968, pp. 345-47.
34 Ivi, p. 73.
35 Ivi, pp. 9-10.
36 Ivi, p. 9. Quest'interpretazione del fascismo e del regime fascista era ribadita nel libro Le interpretazioni del fascismo, cit., pp. 136-37, e nella voce Fascismo del Lessico universale italiano, Roma 1971, p. 495.
37 Id., Mussolini il fascista. La conquista del potere, cit., p. 298.
38 Id., Giovanni Preziosi e le origini del fascismo (1917-1931), in Id., Intellettuali di fronte al fascismo, Roma 1985, pp. 179-80.
39 Cfr. A. Aquarone, L'organizzazione dello Stato totalitario, Torino 1965.
40 R. De Felice, Mussolini il fascista. La conquista del potere 1921-1925, Torino 1966, p. 364.
41 H. Arendt, Le origini del totalitarismo, trad. it., Milano 1967, pp. 357 sgg. Il riferimento alla tesi della Arendt è in R. De Felice, Mussolini il fascista. L'organizzazione dello Stato fascista 1925-1929, Torino 1968, p. 9n.
42 R. De Felice, Mussolini il duce. Gli anni del consenso 1929-1936, Torino 1974, pp. 300 sgg.
43 Ivi, p. 5.
44 Ivi, pp. 25-26.
45 Ivi, p. 25. Sull'«idea morale» di Mussolini, cfr. ivi, pp. 47 sgg.
46 Ivi, p. 180.
47 Ivi, pp. 27 -3 L
48 G.L. Mosse, La nazionalizzazione delle masse. Simbolismo politico e movimenti menti di massa in Germania dalle guerre napoleoniche al Terzo Reicb, trad. it., Bologna 1975.
49 Cfr. R. De Felice, Intervista sul fascismo, a cura di M.A. Ledeen, Roma-Bari 1975, p. 26. Per una riflessione critica sulla distinzione defeliciana fra "movimento" e "regime" e una differente interpretazione di queste categorie, mi permetto di rinviare a E. Gentile, Il mito dello Stato nuovo (1982), Roma-Bari 20022, pp. 237-44.
50 R. De Felice, Il fenotneno fascista, in «Storia contemporanea», ottobre 1979, p. 627.
51 R. De Felice, L. Goglia, Storia fotografica del fascismo, Roma-Bari, 1981, pp. XIX – XX.
52 R. De Felice, Mussolini il duce. Lo Stato totalitario 1936-1940, Torino 1981, pp. 8 sgg. Per una più approfondita valutazione critica dell'interpreta- zone defeliciana del totalitarismo fascista, specialmente per quanto riguarda il problema del dualismo fra Stato e partito e il ruolo del partito nel regime fascista, mi permetto di rinviare a E. Gentile, La via italiana al totalitarismo. Il partito e lo Stato nel regime fascista (1995), Roma 2002, pp. 113 sgg.
53 Gli atti del convegno sono rimasti inediti. Parte della relazione di De Felice, tratta dalla registrazione, è stata pubblicata in «Ideazione», luglio-agosto 2000, pp. 192-203.
54 R. De Felice, Le fascismo. Un totalitarismo à l'italienne?, Paris 1988, p. 32. Le ricerche alle quali De Felice faceva riferimento erano E. Gentile, Il mito dello Stato nuovo, cit., e Id., La natura e la storia del partito fascista nel giudizio dei contemporanei e degli storici, in «Storia contemporanea», giugno 1985.
55 R. De Felice, Mussolini l'alleato. L'Italia in guerra 1940-1943. Crisi e agonia del regime, Torino 1990, p. 973.
56R. De Felice, Mussolini il rivoluzionario 1883-1920, Torino 1965, p. XXIII
57 M, p. 460.
58 Id., Mussolini il fascista. La conquista del potere 1921-1925, Torino 1966, p. 472.
59 Ivi, p. 537.
60 Ivi, pp. 462-65.
61 Id., Mussolini il duce. Gli anni del consenso 1929-1936, Torino 1974, pp. 23-24.
62 Ivi, p. 642.
63 Id., Mussolini il duce. Lo Stato totalitario 1936-1940, Torino 1981, p. 301.
64 Ivi, p. 330.
65 R. De Felice, Storia degli ebrei italiani sotto il fascismo,Torino 1961, p. 254.
66 Id., Mussolini il duce. Lo Stato totalitario, cit., pp. 843-44.
67 Ivi, pp. 842-43.
68 Ivi, pp. 219-21.
69Ivi, pp. 215-17.
70 Id., Mussolini l'alleato. L'Italia in guerra 1940-1943. Crisi e agonia del regime, Torino 1990, p. 972.
71 Id., Mussolini l'alleato. La guerra civile 1943-1945, Torino 1997, p. 69.
72 Id., Intervista sul fascismo, a cura di M.A. Ledeen, Roma-Bari 1975, p.

FINE

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" Forse che non conoscendo a fondo il pensiero del Duce si può affermare di essere fascisti? Noi diciamo di no! Che il fascismo non è istinto ma educazione e perciò è conoscenza della sua mistica,che è conoscenza di Mussolini" (N. Giani)
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MessaggioInviato: Ven Gen 14, 2011 9:57 am    Oggetto:  
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Conocordo con l'antefatto di questo articolo. Quese pagine mostrano tutti i limiti politologici delle analisi gentiliane-defeliciane
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"La mistica appunto precisa questi valori...nella loro attualità politica...e dimostra l'universalità di luogo e di tempo del Fascismo"(Giani)
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