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Scuola di Mistica Fascista
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AquilaLatina




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MessaggioInviato: Mar Ago 31, 2010 2:07 pm    Oggetto:  
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Niccolò Giani

Il 14 marzo 1941, Niccolò Giani — il battagliero direttore della «Cronaca Prealpina» di Varese, l'ascetico direttore della Scuola di Mistica fascista, l'appassionato docente di storia e dottrina del Fascismo nell'ateneo di Pavia e nel Centro di preparazione politica per i giovani — cadde da leggendario eroe sulla cima di una montagna in Albania per consacrare col proprio sacrificio quella che egli stesso aveva definito la consegna dei mistici: l'immediata consequenzialità tra il pensiero e l'azione. Di tutte le definizioni che Mussolini ha dato del Fascismo nei suoi scritti e discorsi, via via che la dottrina fascista si andava sviluppando e maturando, una Niccolò Giani ne assunse quale insegna della sua vita: «Il Fascismo è una mistica che agisce». Credere e agire fu infatti il suo motto, la sua parola d'ordine. L'ansia del combattimento era stato l'assillo degli ultimi anni della sua esistenza. E ogni volta che tornò dai fronti di guerra, gli sembrò di non aver dato abbastanza in coraggio e in abnegazione. Così fu dopo la guerra per la conquista dell'Impero. Nel suo aureo diario africano, dal titolo: «128º Battaglione Camicie nere», la sua più bella giornata — come egli la chiamò — porta la data del 22 febbraio 1936, e cioè la data del giorno in cui, iniziandosi l'azione contro il nemico, gli fu dato in consegna il gagliardetto del battaglione. Più tardi, salpando vittoriosamente verso l'Italia, colmi gli occhi della superba immagine della Patria che Mussolini aveva fatto potente e temuta, così manifestava la sua soddisfazione: «Noi ti abbiamo servito, Duce. Ci basta. Ti ringraziamo. E oggi una cosa sola ti chiediamo: anche domani riservaci il privilegio di servire, di imbracciare nuovamente il moschetto». Fu durante quel medesimo anno — che doveva vedere Roma ritornata alle glorie dell'Impero —, ed esattamente il 1º marzo 1936, ch'egli, ricevendo la commovente notizia della nascita del suo primo figlio, vergò orgogliosamente, sospinto da un'irresistibile intima forza, un documento di profonda spiritualità che doveva divenire non soltanto il suo testamento per il figlio Romolo Vittorio Africano, bensì un testamento di alte virtù morali per le future generazioni italiane.

«Solo per questa Italia — così si esprimeva rivolgendosi al suo primo nato — dovrai saper morire col corpo e con l'anima. E mai, mai, dovrai dimenticare che per questo nome sacro madri hanno salutato col sorriso i figli che andavano a morire, mariti abbandonarono in fiera letizia le giovani spose, padri hanno orgogliosamente baciato per l'ultima volta i loro bimbi. Che per questa Italia si son fatti di sangue i fiumi, le montagne hanno tremato, i morti sono usciti dalla terra. E che per Essa io oggi non ti conosco e potrei non conoscerti mai. Ma, se così fosse, tu amala anche per me, sacrificati anche per me, muori anche per me».

E più oltre: «Quando sarai adulto, alla mutilata corona che vedrai sul capo della tua Patria, ti sarà facile riconoscere le gemme di cui il volger del tempo e l'ignavia degli uomini l'hanno fatta priva. Riconoscerai la culla dei tuoi avi, quella sacra terra di Dalmazia dove ogni sasso impreca al tradimento e dove ogni pino sale al cielo come una preghiera a Dio per il ritorno della Madre. Riconoscerai Corsica e Malta, Canton Ticino e Grigioni. Ritroverai le gemme perdute di quest'Africa dove ora s'è accesa la grande favilla della nostalgia e di quell'Asia che già vide i miracoli dei grandi figli di Roma. Riconoscerai tutte, tutte le gemme che a lei devono ritornare e tu vedrai restituirgliele, ché a una a una ritorneranno; e tu insegnerai a tuo figlio le mancanti perché non una sola, fra cento, fra mille anni, le manchi».

Con queste parole egli concludeva: «Che i tuoi occhi non vedano che grandezza e potenza, gloria e vittoria. Figlio, nel nome che porti c'è l'auspicio del tuo tempo e della tua generazione; l'Africa dovrà essere il tuo segno e la tua via, il tuo destino e il tuo dovere, dovrà essere la tua speranza e il tuo diritto. Ora cresci: la camicia nera e la divisa kaki, che con la pietà di Cristo tua madre ti ha fatto trovare nella culla, ti dovranno essere compagne di tutta la vita. Sappile portare con onore e con fierezza. E poiché Iddio ti ha fatto nascere nel tempo di Mussolini, sii sempre degno di appartenervi: ricordati che questo è l'unico orgoglio che t'insegna tuo padre».

A rileggere queste nobilissime pagine un nodo sale alla gola e il cuore accelera i suoi battiti, per l'urto di due opposti sentimenti: la fierezza per tanta purità d'intendimenti e di aspirazioni, che hanno di Niccolò Giani un modello perfetto di fascista, e cioè d'Italiano; lo sdegno per l'aberrazione in cui sono caduti altri italiani indegni di questo nome, i quali hanno oltraggiato il sacrificio dei morti e il diritto dei vivi, hanno impedito che divenisse realtà il luminoso sogno di Guido Pallotta, di Berto Ricci, di tutti gli allievi della Scuola di Mistica caduti, come Giani, per la vera libertà della Patria, di tutti coloro che sono tornati coi segni del valore e l'insuperabile gioia del dovere compiuto fino all'ultimo, di tutti i soldati rimasti sui campi di battaglia di Russia, di Grecia, d'Africa e di Spagna, con una visione di grandezza e di potenza, di gloria e di vittoria, suggestiva e splendente come quella che Niccolò Giani aveva auspicato per il suo Romolo Vittorio Africano e ch'egli stesso serrò nelle sue pupille, distaccandosi eroicamente dalla vita terrena.

Grande fortuna per lui fu quella di non conoscere l'infamia della congiura giudaico-massonica del 25 luglio, la vergogna della capitolazione dell'8 settembre.

Tornato dall'impresa etiopica aveva ripreso il suo posto di lavoro, al giornale, alla Scuola di Mistica, all'Università di Pavia. E si prodigò durante quattro anni, prima dell'ingresso dell'Italia nell'attuale conflitto, attraverso articoli, pubblicazioni e discorsi per infondere nei giovani le sue virtù che caratterizzarono la sua anima e ispirarono ogni sua azione: la fedeltà e l'intransigenza. La fedeltà incorruttibile al Capo e all'Idea e cioè il diritto a essere un “disperato” del Fascismo — così come egli si vantava di essere —, il diritto a combattere senza tregua e in prima linea contro i nemici di fuori e di dentro, contro gli attentatori della nostra integrità territoriale, contro gli attentatori della nostra integrità spirituale. L'intransigenza più assoluta e cioè il dovere di chi veramente e fermamente crede di non accettare compromessi, di non ammettere transazioni, di non tollerare giochi politici, di respingere decisamente ibridismi di qualsiasi genere.

Una rivoluzione che è nata dal sangue e si è alimentata col sangue deve essere difesa a oltranza, con tutti gli inevitabili errori attraverso i quali fu necessario passare per realizzare tutte le sue indistruttibili conquiste.

«Noi non siamo disposti — affermò Niccolò Giani nel memorabile convegno di Milano del febbraio 1940 —, in nome di più o meno accomodanti compromessi, a tradire l'Idea e il Duce. Preferiremmo lasciarci le penne».

A questo modo egli si sentiva fascista. A questo modo egli volle e seppe essere fascista. Non al modo di coloro che in gran parte abbiamo perduto, per nostra fortuna, lungo il cammino, poiché erano abbarbicati molto di più alla loro pelle che non alla nostra causa. Non al modo di coloro che oggi vanno invocando ibridi abbracciamenti in nome di un'Italia generica, di un'Italia senza aggettivi per timore di compromissioni, di un'Italia buona per tutti i partiti e per tutte le idee, buona anche per coloro che l'hanno tradita e stanno fornicando col nemico; come se fosse possibile concepire un'Italia che non sia quella fascista, che non sia quella a cui Mussolini diede benessere e rinomanza; la stessa Italia a cui Mussolini e gli uomini migliori cercano oggi di restituire dignità e prestigio.

In quel convegno Niccolò Giani precisò il significato di Mistica: «Essere dei mistici del Fascismo significa essere i portatori esaltati e intransigenti di questo credo politico. Delle virtù fasciste — egli aggiunse — i mistici vogliono mettere in atto la fede operante, l'intransigenza costruttiva, la virtù eroica del credere. Noi siamo per le conversioni — disse ancora —; ci sono però due inderogabili gradi iniziativi: anzitutto la buona fede più certa, più indiscutibile, più ampia; in secondo luogo nessuna riserva, di alcun genere».

È questa — e non altra — l'intransigenza che noi, che avemmo il privilegio d'essere accanto a Giani, per lunghi anni, suoi compagni di lavoro e di lotta, intendiamo difendere e affermare.

Se per avventura fossero ancora nelle nostre file — che il rischio ha assottigliato ma ha reso più agili e ferree — animule incerte e tremolanti, nulla vieta loro di liberarsi dal peso di un giuramento che non hanno la forza di sostenere. I veri fascisti, soprattutto in questo duro momento, che esige da ognuno l'esatta misura della fede e del coraggio, non si accontentano di essere semplicemente dei “tesserati”, ma vogliono essere, come Niccolò Giani, disperatamente fascisti, gelosi custodi del loro passato, fanatici seguaci di Mussolini nelle nuove conquiste della sua trentennale rivoluzione.

Poco dopo il convegno di Milano, Niccolò Giani partì per la nuova guerra. Fu tra i primissimi ad arruolarsi. E con lui quasi tutti i dirigenti e gli allievi della Scuola di Mistica furono sul fronte occidentale, in Africa, in Grecia; e dopo ch'egli diede l'esempio, anche nel sacrificio, molti altri lo imitarono in Africa, in Grecia, in Russia. Quattordici Caduti vanta la Scuola, cinque Medaglie d'oro: da Niccolò Giani, che aveva chiesto al Duce come premio al combattimento il ritorno al combattimento, a Guido Pallotta, il cui sferzante decalogo, dettato per la Scuola di Mistica, merita di essere ricordato, quale monito agli immemori, quale conforto ai fedelissimi di tutte le ore:

1 ) obbedire al Duce;
2 ) odiare sino all'ultimo respiro i nemici del Duce, cioè della Patria;
3 ) smascherare i traditori della Rivoluzione, senza sbigottire per la loro eventuale potenza;
4 ) non aver paura d'aver coraggio;
5 ) non venir mai a compromessi col proprio dovere di fascisti, dovessero andarne perduti il grado, lo stipendio, la vita;
6 ) meglio morire orgogliosamente affamati che vivere pinguemente avviliti;
7 ) spregiare il cadreghino;
8 ) odiare il vile denaro;
9 ) preferire la guerra alla pace, la morte alla resa;
10 ) non mollare mai.

Ecco i postulati dell'intransigenza che noi vogliamo professare. In questo senso ci sentiamo dei settari, dei faziosi, dei fanatici. E abbiamo il diritto di esserlo perché per questa nostra fede siamo pronti, come Giani, come tanti altri, a dare ogni nostra energia, la nostra stessa vita.

È questa nostra incrollabile fedeltà al Duce e all'Idea, alla parola che abbiamo data, al giuramento che prestammo, all'alleanza che abbiamo scelta, che ci rende orgogliosi e ci fa guardare al futuro con fermezza e con fiducia.

È questa nostra intransigenza nei confronti della dottrina che abbiamo sposata, delle battaglie che combattemmo, delle realizzazioni che abbiamo attuate, che, se ci consente di accettare la collaborazione di qualsiasi Italiano in buona fede e di buona volontà che voglia aiutare la titanica fatica del Duce, ci obbliga tuttavia a respingere sdegnosamente qualunque patteggiamento con coloro che agiscono al servizio del nemico, uccidendo a tradimento i nostri migliori compagni di marcia e di battaglia, con coloro che nell'Italia invasa perseguitano i fascisti che a migliaia risorgono e insorgono per rendere dura la vita agli invasori e aprire la strada al nostro ritorno.

Questa deve essere oggi la nostra missione di fascisti. Questo è il comandamento di Niccolò Giani. Questo è il suo insegnamento. Nel suo nome, e nel nome degli altri Caduti, i superstiti della Scuola di Mistica fascista chiamano a raccolta l'autentica gioventù italiana.

La Rivoluzione fascista continua la sua marcia. Essa non può morire e non morrà. Non v'è angolo di questa nostra adorabile terra in cui il Fascismo non abbia posto radici che nessuna forza umana potrà estirpare e che dal nuovo sangue versato traggono alimento e vigore.

È compito soprattutto dei giovani salvare, con l'esistenza dell'Italia, il loro stesso domani.


MEZZASOMA FERNANDO
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MessaggioInviato: Sab Set 11, 2010 9:38 am    Oggetto:  
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"Solo per questa Italia dovrai saper morire col corpo e con l'anima."

Questa frase se la dovrebbero scolpire in caratteri di fuoco le cucuzze di tanti "attivisti", che vanno blaterando di "patria", di "irredentismo", di "sacri confini", a prescindere da chi li occupi, questi "confini"!

SOLO PER UNA ITALIA, si dà il sangue: quella fascista.

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"La mistica appunto precisa questi valori...nella loro attualità politica...e dimostra l'universalità di luogo e di tempo del Fascismo"(Giani)
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Il Littore



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MessaggioInviato: Ven Set 17, 2010 3:12 pm    Oggetto:  
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Scommetto che quest'articolo è del periodo della RSI.

Comunque, questo pezzo è il migliore tra tutti:
Citazione:

A questo modo egli si sentiva fascista. A questo modo egli volle e seppe essere fascista. Non al modo di coloro che in gran parte abbiamo perduto, per nostra fortuna, lungo il cammino, poiché erano abbarbicati molto di più alla loro pelle che non alla nostra causa. Non al modo di coloro che oggi vanno invocando ibridi abbracciamenti in nome di un'Italia generica, di un'Italia senza aggettivi per timore di compromissioni, di un'Italia buona per tutti i partiti e per tutte le idee, buona anche per coloro che l'hanno tradita e stanno fornicando col nemico; come se fosse possibile concepire un'Italia che non sia quella fascista, che non sia quella a cui Mussolini diede benessere e rinomanza; la stessa Italia a cui Mussolini e gli uomini migliori cercano oggi di restituire dignità e prestigio.

In quel convegno Niccolò Giani precisò il significato di Mistica: «Essere dei mistici del Fascismo significa essere i portatori esaltati e intransigenti di questo credo politico. Delle virtù fasciste — egli aggiunse — i mistici vogliono mettere in atto la fede operante, l'intransigenza costruttiva, la virtù eroica del credere. Noi siamo per le conversioni — disse ancora —; ci sono però due inderogabili gradi iniziativi: anzitutto la buona fede più certa, più indiscutibile, più ampia; in secondo luogo nessuna riserva, di alcun genere».

È questa — e non altra — l'intransigenza che noi, che avemmo il privilegio d'essere accanto a Giani, per lunghi anni, suoi compagni di lavoro e di lotta, intendiamo difendere e affermare.

Se per avventura fossero ancora nelle nostre file — che il rischio ha assottigliato ma ha reso più agili e ferree — animule incerte e tremolanti, nulla vieta loro di liberarsi dal peso di un giuramento che non hanno la forza di sostenere. I veri fascisti, soprattutto in questo duro momento, che esige da ognuno l'esatta misura della fede e del coraggio, non si accontentano di essere semplicemente dei “tesserati”, ma vogliono essere, come Niccolò Giani, disperatamente fascisti, gelosi custodi del loro passato, fanatici seguaci di Mussolini nelle nuove conquiste della sua trentennale rivoluzione.
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Marcus
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MessaggioInviato: Lun Gen 30, 2012 3:35 pm    Oggetto:  
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...ecco di seguito alcuni degli articoli scritti da Niccolò Giani:

Civiltà fascista civiltà dello spirito (in Gerarchia, luglio 1937)

Salutiamo con riconoscenza l'intelligente fatica di G. S. Spinetti, che in trecento e più pagine ha raccolto, seguendo un criterio sistematico il Pensiero di Mussolini e ha saputo mettere in chiara e accessibile evidenza, anche per i miopi e per i sordi, gli aspetti essenziali della Civiltà fascista. E da questa antologia (1) emergono precisamente quegli aspetti che fissano in maniera definitiva la natura e la portata della Rivoluzione di ottobre. Ecco perché il volume così opportunamente s'intitola “Spirito della Rivoluzione fascista”. E cosa è, infatti, questo «spirito» se non l'insieme di quei principi che, nella storia del mondo civile, configurano in maniera inequivocabile la nostra Rivoluzione? Mussolini non aveva affermato sin dal 1924 (2) che «il Fascismo non ha mai avuto tendenze né mai le avrà. Ognuno di noi ha il suo temperamento, ognuno ha le sue suscettibilità, ognuno ha la sua individuale psicologia, ma c'è un fondo comune sul quale tutto ciò viene livellato»? E cos'è questo «fondo comune» se non l'insieme di alcuni principi fondamentali, assiomatici e dogmatici? Un anno dopo (3) il Duce non aveva ammonito ancora che non si deve «credere che tutto ciò sia effetto di considerazioni di ordine contingente. No! Al fondo c'è un sistema, c'è una dottrina, c'è un'idea»? Ma questo sistema, questa dottrina che riesce a «livellare» i diversi «temperamenti», le varie «suscettibilità» e le svariate «psicologie», in forza di quale verità raggiunge tutto questo? Se di tanto è capace quest'«idea», se essa riesce a portare a unità le diverse coscienze è solo perché essa ha la forza delle verità assiomatiche, dei dogmi, è solo perché essa è una mistica. Ecco il punto. S'è discusso molto su questa «mistica» del Fascismo e, purtroppo, quasi sempre a vanvera. I più, anzi, l'hanno confusa col misticismo: in ciò anche fuorviati dalle lacune o dalle imprecisioni dei nostri dizionari e delle nostre enciclopedie. Altri vi hanno visto addirittura una religione o qualcosa di simile. Solo pochi, per non dire pochissimi, hanno capito che la «mistica» è quel complesso di principi indiscutibili che costituiscono il «fondo comune» di un'Idea e di una civiltà nuova, quel fondo di fronte al quale ogni giudizio personale si tace, al cui paragone tutte le voci si perdono e scompaiono, dinanzi al quale ogni dissonanza cessa e ogni diversità sparisce. Ogni idea universale, ogni vera Rivoluzione mondiale ha la sua mistica, che è appunto la sua arca santa, cioè quel complesso di idee-forza che sono destinate ad irradiarsi e ad agire sul subcosciente degli uomini. Otto anni fa la Scuola di Mistica Fascista «Sandro Mussolini» è sorta appunto per enucleare dal Pensiero e dall'Azione del Duce queste idee-forza. La fonte, la sola, l'unica fonte della mistica è infatti Mussolini, esclusivamente Mussolini. E questo esclusivamente è il punto fermo, è la fondamentale caratteristica della mistica. Ecco anche perché quest'anno la Scuola ha svolto tutta una serie di pubblici convegni sulla «Civiltà dei Fasci e delle Corporazioni desunta esclusivamente dal Pensiero e dall'Azione del Duce». Noi non crediamo invero alla lunga serie dei padri putativi, dei padri spirituali, dei filosofi, degli ispiratori del Fascismo. No. Il Fascismo per noi mistici è Mussolini, soltanto, esclusivamente Mussolini. E ciò anche se noi sappiamo e ricordiamo esattamente quanto Egli disse nel 1921 (4) quando si chiedeva: «Come è nato questo Fascismo, attorno al quale è così vasto strepito di passioni, di simpatie, di odi, di rancori e di incomprensione? Non è nato soltanto dalla mia mente o dal mio cuore: non è nato soltanto da quella riunione che nel marzo 1919 noi tenemmo in una piccola sala di Milano. È nato da un profondo, perenne bisogno di questa nostra stirpe ariana e mediterranea che ad un dato momento si è sentita minacciata nelle ragioni essenziali della esistenza da una tragica follia e da una favola mitica che oggi crolla a pezzi nel luogo stesso ove è nata». E ciò perché se è vero che il Fascismo è figlio di Roma, non è cioè che una forma, un ricorso, direbbe Vico, della civiltà mediterranea e latina, è altrettanto vero che di questo ritorno Mussolini è l'Eroe, secondo l'accezione e la concezione più tradizionale di questa parola. (5) Ché Egli ne è allo stesso tempo il riesumatone e il portatore, l'interprete e il trasformatore, il campione e l'affermatore ed è perciò che Egli solo è la Fonte della Mistica del Fascismo. Ecco perché lo Spinetti, raccogliendo gli aspetti essenziali del Pensiero mussoliniano, ha portato un contributo importante all'opera di enucleazione della Mistica. E quest'opera è, oggi, non dimentichiamolo, più che mai necessaria. Nella lotta di idee che imperversa sul mondo bisogna infatti che l'Idea del Littorio si configuri senza equivoci e senza dubbi. Mussolini stesso ha detto più volte che il problema dell'espansione della nostra Idea è un problema di conoscenza. Quanti infatti ci negano e ci combattono solo perché non ci conoscono? E quanti ci conoscono male? Ma noi cosa abbiamo fatto e cosa facciamo perché ci conoscano meglio e appieno? Io credo che il più non l'abbiamo fatto: cioè l'esposizione, esclusivamente attraverso il Pensiero e l'Azione del Duce, della Civiltà dei Fasci e delle Corporazioni. I tentativi in proposito — è vero — non sono stati pochi, ma è ora di coordinare i vari sforzi e di concludere. Lo esige non solo la necessità della nostra espansione ed affermazione all'estero, ma anche e soprattutto la continuità e la linearità della Rivoluzione all'interno. Perché, o camerati giovani e anziani, guardiamoci negli occhi, diciamolo francamente: quante nostre giornate non si sono chiuse con un tramonto senza speranza, quante notti non hanno colmato di pessimismo il nostro orizzonte, quanti dubbi e quanti interrogativi la vita di ogni giorno non ha posto alle nostre coscienze? Ebbene, dubbi e pessimismo, incertezze e indecisioni sono scomparsi appena noi abbiamo aperto la pagina giusta e abbiamo letto il pensiero preciso del Capo. Questa gioia e questa fortuna devono essere di tutti: questo è la mistica, questo noi vogliamo e per questo dobbiamo arrivare all'esposizione organica di tutto il Suo pensiero e di tutta la Sua azione. Forse che ignorando o non conoscendo a fondo il Suo pensiero si può affermare di essere fascisti? Noi diciamo di no. Ché il Fascismo non è istinto ma è educazione, è perciò conoscenza della sua mistica, che è conoscenza di Mussolini. Guardate, ad esempio, la definizione che Egli ha dato della Rivoluzione. Così la determina in Dottrina del Fascismo: (6) «... quando un filosofo finlandese mi pregò recentemente di dargli il senso del Fascismo in una frase, io scrissi in lingua tedesca: "noi siamo contro la vita comoda!"». E non è qui veramente l'essenza della Rivoluzione? Non è questo il nocciolo della filosofia fascista? La vita comoda non è forse stata l'ideale del materialismo? Liberismo, socialismo e comunismo non sono sorti e non hanno combattuto in nome dell'edonismo individuale? Il pacifismo e la politica del piede di casa non erano in funzione di questo ideale dell'uomo in pantofole e papalina, con una macchina e un autista compassato e cauto al portone? Quel cosiddetto ideale cioè che si riassume e sintetizza in una sola parola, il tanto decantato «progresso»? La scomodità non è invece il simbolo dell'irrequietezza dello spirito? Della ricerca del nuovo e del meglio, della volontà del domani, del desiderio della lotta, cioè del vero progresso? E perciò che con questa definizione Mussolini ha fissato la caratteristica più importante e maggiormente differenziatrice del Fascismo, come Civiltà dello Spirito. Perché, invero, un giorno (7) Egli ha potuto dire «noi rappresentiamo l'antitesi netta, categorica, definitiva di tutto il mondo della democrazia, della plutocrazia, della massoneria, di tutto il mondo, per dirla in una parola, degli immortali principi dell'89»? Non forse perché Rousseau, Marx e Engels, nei loro pur diversi atteggiamenti, sono stati i rappresentanti e i portatori del materialismo? Ed è proprio per questo che Mussolini, dando il giusto nome al secolo scorso, nel 1922 poteva scrivere ( 8 ) «se è vero che la materia è rimasta per un secolo sugli altari, oggi è lo spirito che ne prende il posto... Tutte le creazioni dello spirito — a cominciare da quelle religiose — vengono al primo piano, mentre nessuno osa più attardarsi nelle posizioni di quell'anticlericalismo che fu per molti decenni, nel mondo occidentale, l'occupazione preferita della democrazia. Quando si dice che Dio ritorna, s'intende affermare che i valori dello spirito ritornano». E proprio perché il Fascismo è il ritorno dello spirito in Occidente, perché è il ritorno dei valori della «civiltà ariana e mediterranea», perché è il ritorno della vera Europa cattolica e romana, Mussolini ha potuto affermare che (9) «in quanto idea, dottrina, realizzazione il Fascismo è universale; italiano nei suoi particolari istituti, esso è universale nello spirito, né potrebbe essere altrimenti». E poteva dichiarare anche (10) che «il Fascismo ha ormai nel mondo l'universalità di tutte le dottrine che, realizzandosi, rappresentano un momento nella storia dello spirito umano». La convinzione che «il Fascismo sarà il tipo della civiltà europea e italiana di questo secolo» (11) non è forse fondata su questa realtà? Non si basa proprio sul fatto che il Fascismo rappresenta la realizzazione di quanto filosofi e artisti, nello scorso e in questo secolo, in ogni parte del mondo, hanno auspicato? La Rivoluzione delle Camicie nere non è forse la nemesi storica tanto attesa? Non è il trionfo di tutte quelle scuole, di tutte quelle correnti, di tutti coloro che, nel secolo del materialismo, hanno saputo mantenere accesa la fiaccola dello spirito e l'hanno ininterrottamente tramandata (12) a una minoranza sparuta ma decisa, piccola ma volitiva, che oggi nel mondo è diventata la grande maggioranza del Fascismo, del Nazismo, del Rexismo, dell'Austria cattolica e corporativa, del Portogallo di Salazar e della Spagna di Franco? Non voleva forse questo il Gioberti, per ricordare uno solo di quanti in Italia hanno auspicato il ritorno e il nuovo trionfo dello spirito, quando in pieno materialismo scriveva: (13) «L'Italia, appoggiandosi all'Idea parlante, seco unita e connaturata, è come la leva di Archimede, che, non ostante la sua parvità e debolezza intrinseca, può sollevare il mondo e mutar gli ordini dell'Universo». E più oltre non auspicava questo quando aggiungeva (14) «sotto l'Italia reale, l'etnografo filosofo sa scorgere un'Italia ideale, che è tanto più sustanziale e consistente dell'altra, quanto che la prima varia del continuo di anno in anno e di secolo in secolo, laddove la seconda dura immutabile. Similmente egli vede da questa uscire una Europa spirituale, e l'idealità che l'informa diffondersi di mano in mano sul resto del globo, finché abbia animata di nuovo e conglutinata indissolubilmente tutta la nostra specie». E, fuori d'Italia, in un Paese giovanissimo e perciò senza vincoli di tradizione e di passato, più tardi, Emerson, quegli che è stato definito da Bliss Perry un filosofo «yankee», un «prodotto di circostanze puramente americane», non testimoniava ancora questa grande attesa quando diceva (15) «da che deriva la saggezza? Quale è l'origine della forza? È attraverso il Pensiero degli uomini che l'anima di Dio si diffonde nel mondo. E il mondo riposa sulle idee e non sul ferro o sul cotone, ma, anzi, l'essenza del ferro così come quella del fuoco, l'etere e l'origine di tutti gli elementi è la forza dello spirito. Perciò, come l'uccello in aria e i pianeti nello spazio, così le Nazioni umane e i loro istituti riposano sullo spirito e sulle idee degli uomini». E quello che il Gioberti in Europa e il filosofo di Boston in America scrivevano nell'Ottocento non era invero che la sottile ma persistente vena sotterranea che, quando maggiore sembrava il trionfo del materialismo, quando pareva che le forze dello spirito stessero per essere sopraffatte per sempre, in Italia come negli Stati Uniti, in Francia come in Inghilterra, preparava il ritorno e la rivincita dello spirito. Più tardi, poi, quanto più ci avviciniamo ai nostri giorni, queste voci si sono fatte più numerose, l'attesa è diventata più consapevole, la speranza ha assunto il tono della certezza e i portatori dello spirito hanno combattuto ancora duramente ma ormai vittoriosamente la grande battaglia. E così siamo arrivati all'ora della crisi, quella che Mussolini ha definito, «la crisi del sistema». (16) Al momento in cui i sistemi della materia si sono incontrati con quelli dello spirito, la civiltà materialista è in lotta per la vita e per la morte contro la civiltà spiritualista. Siamo cioè a questi ultimi anni. Siamo al Mosca contro Roma. Siamo alla lotta cruenta della Spagna rossa contro la Spagna di Franco. È perciò che possiamo dire che oggi nel Fascismo riecheggiano tutte le speranze e tutti i pronostici, tutte le tendenze e tutti i movimenti, tutte le scuole e tutti i partiti che per un secolo e mezzo, nel nostro vecchio mondo e nella nuovissima America, hanno mantenuta accesa la fiaccola dello spirito e hanno combattuto per il suo trionfo. E così in Mussolini, campione non solo italico ma umano e mondiale delle Forze eterne dello spirito, riecheggiano gli anticipatori di ieri e i combattitori che oggi sotto tutte le latitudini sono impegnati perché la Vittoria diventi generale. Per Orestano come per Dainelli, per Charles Petrie come Christopher Danyson, per De Reynold come per Taddeo Zielinski, come per Weber, per Grzybowski come per Manoilesco, per Karl Anton Rohan come per Garcia Morente, per Francesco Coppola come per Alfredo Rosenberg, per Gimenez Caballero come per Bodrero, per J. Rennell, Pierre Gaxotte, Tucci, Daniel Halévy, Vitetti, Orario, von Beckerath, Apponyi, (17) per André Gervais come per Georges Valois, ( 18 ) ecc., la Civiltà del Littorio non è invero — e qualche volta nonostante tutto — l'inizio della realizzazione delle loro visioni e dei loro sogni, delle loro anticipazioni e delle loro meditazioni? E la Rivoluzione di ottobre realizza le aspettative e le profezie non solo di questi, ma anche di coloro che la fraintendono perché non la conoscono, (19) ma anche di coloro che la ignorano perché ad essa mai si sono avvicinati. (20) Ecco perché oggi nel mondo si parla di due mistiche. Da una parte la mistica di Roma che è la mistica dello spirito, dietro la quale si allineano le forze che credono e combattono in nome della tradizione europea, in nome della civiltà «ariana e mediterranea» e sono Cattolicesimo e Fascismo, Nazismo e Rexismo, sono l'Austria di Dollfuss e di Schuschnigg, il Portogallo di Salazar e la Spagna di Franco. Dall'altra è la mistica del materialismo, è la cosiddetta civiltà dell'oro, quella che ha rinverdito il mito del toro (21), che ripete il destino della fenicia e mercante Cartagine, che continua l'89 e il 1917, che dietro la propria bandiera, rossa di sangue e di sacrifici, accomuna la Russia comunista e satrapessa di Stalin alla Francia di Blum e all'Inghilterra dei massoni e degli ebrei. Civiltà Fascista = Civiltà dello spirito: ecco la grande equazione del secolo. Quell'equazione che gli stranieri, quelli che non ci conoscono o ci combattono in buona fede non hanno ancora capito. Per costoro infatti noi siamo stati e siamo ancora violenza e reazione, dittatura e destra, e non hanno saputo comprendere che il manganello e l'olio di ricino sono sacrosanti come le Crociate, che la reazione non era involuzione e regresso ma ritorno ai valori eterni della tradizione mediterranea, che la dittatura non era satrapismo ma restaurazione dello Stato, che la destra non era negazione e vessazione del proletariato ma invece esaltazione del lavoro che è gerarchia, disciplina, ingegno, tecnica, tenacia. Ed è dallo spirito, da questa fondamentale e iniziale posizione della Rivoluzione che scendono, in perfetta coerenza, tutti gli altri principi del Fascismo, tutti quegli indiscutibili punti fermi che nel loro insieme costituiscono la «mistica fascista». Lo spirito non è fede, volontà, azione? Ed è perciò che Mussolini, contro l'ateismo, il fatalismo morale e il determinismo storico, l'irresponsabilità e la viltà del materialismo ha lanciato il trinomio «credere, obbedire e combattere». Lo spirito non è armonia, gerarchia di valori ed equità? Ed è in suo nome che il Duce ha proclamato «ordine, autorità, giustizia» contro il caos dell'egualitarismo, l'anarchia degli abbracciamenti universali e il tallonamento del più forte sul più debole, osannati dal materialismo. Lo spirito, infine, non è superamento del contingente e del mortale, non è differenziazione e organizzazione, tradizione e coordinazione ad un fine, coesistenza ed educazione? Ed ecco che Mussolini ha detto che lo «Stato è un assoluto davanti al quale individui e gruppi sono il relativo», (22) e ancora «tutto nello Stato, niente al di fuori dello Stato, nulla contro lo Stato». (23) Ma non siamo alla statolatria perché il Duce ha anche affermato: «Valorizzare l'individuo», (24) non l'individualismo però. Conoscendo il Pensiero di Mussolini l'equazione Fascismo-spirito risulta indiscutibile, ma dall'antologia che Spinetti ha curato con intelligenza amorosa essa balza evidentissima e precisa. Ecco perché le sue pagine serviranno a molti stranieri e anche a non pochi italiani che, nell'Anno XV e II dell'Impero, credono ancora che il Fascismo sia solo un buon regime politico e niente di più. Nei simboli della Croce, dell'Aquila e dei Fasci invece – e la gioventù del mondo lo sa o lo saprà – s'è reincarnata quella civiltà mediterranea che, nel nome di Roma latina e cattolica, ieri ha creato l'Europa e oggi, nel nome del Littorio, deve ridare il nostro continente alla sua tradizione e al compito che gli è assegnato nella vita di questa nostra piccola Terra. Ma – ricordiamocelo – solo nel Pensiero e nell'Azione del Duce è la Dottrina del Fascismo, e in essa è compiutamente sintetizzata ed espressa la Civiltà dello spirito: conoscere e far conoscere questo Pensiero e questa Azione è perciò la parola d'ordine dei giovani della Mistica e, ne siamo certi, non solo di essi.

NOTE

1 BENITO MUSSOLINI, Spirito della Rivoluzione fascista, antologia degli Scritti e discorsi, a cura di G. S. SPINETTI, U. Hoepli editore, Milano 1937.
2 BENITO MUSSOLINI, Scritti e discorsi, vol. IV, Sintesi della lotta politica, 7 agosto 1924, p. 236.
3 BENITO MUSSOLINI, op. cit., vol. V, Per il terzo anniversario della Marcia su Roma, 28 ottobre 1925, pp. 160-161.
4 BENITO MUSSOLINI, Scritti e discorsi, vol. II, Discorso di Bologna, 3 aprile
1921, p. 156.
5 Cfr. FRIEDRICH PFISTER, Reliquienkult im Altertum, Giessen 1909 e 1912, vol. 2; STEFAN CZARNOWSKI, Le culte des héros et ses conditions sociales, Paris
1914.
6 BENITO MUSSOLINI, op. cit., t, vol. VIII, La Dottrina del Fascismo, pp. 77-79
e 91 in nota.
7 BENITO MUSSOLINI, Scritti e discorsi, vol. V, Se avanzo, seguitemi, 7 aprile
1926,p.311.
8 BENITO MUSSOLINI op. cit. vol. II, Da che parte va il mondo, in Gerarchia, 1922, p. 264
9 BENITO MUSSOLINI op. cit. vol. VII, messaggio per l’anno IX, 27 ottobre 1930, pp. 230 - 231
10 BENITO MUSSOLINI op. cit. vol. VIII, la Dottrina del Fascismo, p. 88
11 BENITO MUSSOLINI op. cit. vol. IX, discorso agli operai di Milano, 6 ottobre 1934, p. 133
13 Cfr. Julius Evola, Rivolta contro il mondo moderno, Hoepli, Milano 1934. " VINCENZO GIOBERTI, Del primato morale e civile degli italiani, UTET, Torino, vol. III, vedi p. 152.
14 VINCENZO GIOBERTI, Del primato morale e civile degli italiani, UTET, Tori
no, vol. III, vedi pp. 157-158.
15 RALPH WALDO EMERSOLA, Les Forces èternelles et autres essays, Mercure de
France, Paris 1912, vedi p. 56.
16 BENITO MUSSOLINI, op. cit., vol. VIII, Per lo Stato corporativo, 17 novembre
1933, pp. 258-259.
17 Cfr. per i citati autori le relazioni del Convegno 'Volta sull'Europa', 14-20 novembre 1932, R. Accademia d'Italia, Roma 1933.
18 Cfr. per A. GERVAIS, Les combattants à l'ombre du Faisceau, Ed. Baudinière, Paris 1934; per G. VALOIS, Le Fascism, Nouv. Libr. Nat., Paris 1927.
19 Cfr., ad esempio, il HERMANN DE KEYSERLING, del Mode qui nait, Librairie Stock, Paris 1927; e della Rèvolution mondiale et la responsabilitè de Esprit, Libraire Stock, Paris 1934.
20 Vedere a proposito lo SPENGLER di Anni decisivi, V. Bompiani, Milano
1934.
21 Cfr. EDOUARD SCHURÉ, I grandi iniziati, C. Laterza, Bari 1925, p. 36.
22 BENITO MUSSOLINI, op. cit., vol. VIII, La Dottrina del Fascismo, p. 84.
23 BENITO MUSSOLINI, op. cit., vol. V, Terzo anniversario della Marcia su Roma, 28 ottobre 1925, p. 162.
24 BENITO MUSSOLINI, op. cit., vol. I, Osare, da Il Popolo d'Italia, 13 giugno 1918, p. 326.



La Mistica come Dottrina del Fascismo (in Dottrina Fascista, Aprile 1938.)


Si può parlare di un dottrinarismo «Fascista» nel significato che per noi contemporanei ha questa parola? No certamente. Non è, infatti, proprio il Fascismo che ha bandito dal suo dizionario politico ogni qualsiasi dottrinarismo? Non è proprio il Fascismo che per bocca di Mussolini, ha ripetutamente affermato di essere antidottrinario? E antidottrinario — perché antintellettualistico — lo è stato sin dalle origini il nostro movimento e tale rimane tuttora, checché si dica o comunque possa essere interpretata qualche apparenza in contrario.

Il nuovo metodo

Ma, se così è, non si può non chiederci come mai Mussolini nel suo fondamentale scritto per l'Enciclopedia, parla di dottrina del Fascismo. Sì, Mussolini parla di dottrina, ma questa parola —dottrina — Egli dice, «va interpretata nel senso che oggi il Fascismo, esercitando la sua critica su se stesso e sugli altri, ha un suo proprio inconfondibile punto di vista, di riferimento — e quindi, di direzione — dinnanzi a tutti i problemi che angustiano nelle cose o nelle intelligenze, i popoli del mondo» (1). La definizione è precisa e l'interpretazione evidentemente autentica. E con essa – occorre ripeterlo – non siamo in nessun modo allo schema, al sistema, alla teoria di marca intellettualistica cioè alla dottrina intesa nel suo significato tradizionale e corrente. E se di dottrina si parla è una dottrina alla quale Mussolini presta tutto un diverso e nuovo contenuto: essa è solo il punto di vista: o, se si vuole, la bussola che dà la direzione di marcia: cioè siamo esattamente al concetto di «mistica». Ma chi mai potrebbe definire dottrinario, secondo il tradizionale, significato di questa parola, quel vivo rampollare di idee-forza che costituiscono la «dottrina politica e sociale del Fascismo»? Quale dottrinario del passato, anche a prescindere dalla loro sostanza, si sentirebbe di sottoscriverle? Anzi, in questo senso, Mussolini non è forse il Machiavelli del nostro secolo? Anch'Egli – come già il Segretario fiorentino – non ha, prima di tutto, rivoluzionato il metodo? Al di là degli schemi, al di fuori di ogni teoria, non è, anch'Egli, partito dalla «realtà effettuale»? E, a questo proposito, non è significativo e non merita attenta meditazione, ancor prima della trattazione, la «scelta» per la quale Mussolini, quando Gli fu conferita la laurea honoris causa, discusse la tesi proprio sul «Principe» del Machiavelli?

Dottrinarismo e tradizione politica italiana

Quando, del resto, si abbia presente il significato che ha per noi contemporanei la parola dottrina – e qualsiasi dizionario politico può soccorrere, come egualmente allo scopo possono considerarsi indicativi centinaia di volumi di teorici – non si può non ammettere la sua essenziale e insopprimibile contraddizione con lo spirito e la natura della Rivoluzione di ottobre. Vico ha scritto «natura di cose è loro nascimento» e allorché il Duce afferma «quando, nell'ormai lontano marzo del 1919, dalle colonne del "Popolo d'Italia”, io convocai a Milano i superstiti interventisti-intervenuti..., non c'era nessun specifico piano dottrinale nel mio spirito» (2) e, successivamente, quando ribadisce «il Fascismo non fu tenuto a balia da una dottrina elaborata in precedenza, a tavolino... chi rilegga, nei fogli ormai gualciti dell'epoca, il resoconto dell'adunata costitutiva dei Fasci italiani di combattimento, non troverà una dottrina, ma una serie di spunti, di anticipazioni, di accenni ... », (3) riprova, evidentemente a usura, la natura antidottrinaria del Fascismo. Ma v'ha di più, ché il concetto di dottrina urta non solo con la natura del Fascismo ma è anche contraddittorio con tutta la tradizione del nostro pensiero politico. Non è un paradosso: è una precisa verità che un esame attento e approfondito può facilmente dimostrare. Mai i pensatori politici nostri, da Polibio a Cicerone, da Machiavelli a Vico, hanno costruito o hanno inteso costruire delle dottrine politiche. Chi ben conosce le «Storie» o lo «Stato», «Il Principe» o la «Scienza Nuova», può forse essere di parere diverso? Polibio non sostiene, forse, in più punti che la grandezza di Roma è nel suo realismo e Cicerone, per quanto ammiratore dei Greci, forse non si guarda bene dall'arrivare alle costruzioni dottrinarie di Platone? E forse Machiavelli può essere definito dottrinario nel suo Commento o nell'aureo breviario politico del Principe? O il Vico che combatte il logico Cartesio, quasi divinando tutte le dannose conseguenze del suo pensiero? E, se vogliamo arrivare più vicino ai nostri giorni, il Mosca con la sua teoria delle classi politiche non conferma d'altra parte, sotto un altro aspetto, questa ininterrotta nostra tradizione? Non è forse vero che la dottrina, per la sua stessa natura, non ammette, o tende a non ammettere, limiti di spazio e di luogo al suo inverarsi e perciò è generale se non addirittura universale? Così, egualmente, essa non ammette, almeno concettualmente, limiti di tempo al suo esistere e quindi postula la propria eternità. E tutto ciò può, forse, coesistere col Fascismo? No: e tale concezione non solo è lontana ma è addirittura antitetica alla visione che la nostra Rivoluzione ha della vita e dei problemi politici. Ecco perché 9 Fascismo è stato e non può non rimanere antidottrinario. Il cosiddetto dottrinarismo politico è stato, come tanti altri, un frutto di importazione che noi abbiamo subìto e anche imparato ma che, per nostra fortuna, non siamo mai riusciti ad assimilare al punto da fare nostro. Ed esso è stato, come lo Statuto, come il parlamentarismo, figlio dello stesso padre: il razionalismo. Una riprova, del resto, della eterogeneità al genius della nostra stirpe, la si ha nel fatto che nell'ottocento o tra i contemporanei noi non abbiamo avuto dei dottrinari quali li hanno avuti Francia, o Germania o Inghilterra. E i nostri grandi politici, pensatori e pratici, anche se sono stati uomini di statura immensa, si sono rivelati sempre profondamente diversi dai massicci campioni delle dottrine politiche d'oltr'Alpe. Solo più recentemente, come – del resto – nella prassi politica, anche nel pensiero alcuni italiani sono arrivati a mimetizzare il dottrinarismo intellettualistico d'oltr'Alpe. Episodi, eccezioni, comunque. Ma, se il dottrinarismo é rimasto sempre epidermico e se non è riuscito mai a incidere profondamente il filone più vero della nostra tradizione politica c'è voluto il Fascismo per farci accorgere della sua estraneità al nostro spirito e al nostro temperamento. Il genio del Capo infatti indicò sin dalle origini chiaramente la strada. E questa scelta, che già allora Gli fece innalzare la bandiera antintelletulistica, «situa» nello sviluppo del pensiero umano la posizione della Rivoluzione.

Dal tramonto del razionalismo alla mistica

Di fronte alla cosiddetta civiltà razionalistica che ci era venuta d'oltr'Alpe e che aveva trionfato coi principi politici dell'89; di fronte alle scuole positiviste di Francia e d'Inghilterra dei Comte, Mill e Spencer, riecheggiate da noi dal Cattaneo, dal Vinari e dall'Ardigò, e che si erano realizzate nella demagogica e miope politica del giorno per giorno; di fronte alle fatali illazioni materialistiche e scientiste di questi indirizzi che nell'intellettualismo colto e raffinato delle università o dei salotti avevano il loro dio supremo e il loro mezzo insuperabile; la Rivoluzione nel motto innalzato dal Duce aveva deciso. la sua scelta. Sulla via di questa reazione antiscientista e antintellettualistica – che in Italia aveva avuto la sua prima e più alta espressione nella nota polemica che mise il Vico contro il Cartesio e che, dopo oltre un secolo, ripresa in modi diversi ma egualmente sintomatici e determinanti, allineò su un fronte unico Mach e Avenarius accanto a Boutroux e a Bergson, Cuoco, Gioberti e Mazzini accanto a Meyerson e all'Aliotta, ecc. – a questo fiume dalle acque torbide e nel quale, in torrenti e in rigagnoli, confluiva il pensiero innovatore e revisionista di quasi un secolo, Mussolini ha saputo dare sin dalle origini un contenuto limpidamente cristallino e, colla sintesi del Genio e la chiaroveggenza di una Mente veramente superiore, gli ha dato sostanza e forma inconfondibilmente nuove. Ma se di dottrina, nel significato tradizionale, oggi non si può e non si deve parlare, si deve per questo affermare che il Fascismo è soltanto ed esclusivamente azione? E che questa azione non ha un prius e non risponde a una preordinata concezione della vita e del mondo? No. Non questo certamente significa l'opposizione del Fascismo al dottrinarismo. Negare questo dottrinarismo, combatterlo non vuol dire per nulla negare la spiritualità dell'azione fascista. Se così fosse si cadrebbe nel più volgare e contingente pragmatismo. Ma allora? Il problema è un altro: si tratta cioè di individuare i caratteri e l'essenza di quella che impropriamente si chiama dottrina ma che più propriamente si dovrebbe chiamare mistica. E perché mai mistica, si chiederà? Diciamolo subito: non si tratta di una mistica religiosa, di quella che più propriamente si dovrebbe chiamare misticismo. No. Siamo e rimaniamo in sede politica e in questa sede la parola mistica ha un suo significato preciso e inequivocabile, benché forse ancora non troppo noto. Ed è ben così che si parla – per quanto non con altrettanta proprietà – di una mistica socialista o democratica, liberale o comunista. Ed è solo in questo senso che si deve parlare di una mistica fascista. Soltanto così la mistica ha una giustificazione e un contenuto, esprime una necessità insopprimibile del nostro spirito di latini come ben disse Arnaldo Mussolini quando affermò che «mistica è un richiamo a una tradizione ideale che rivive trasformata e ricreata» (4). E questa tradizione è la tradizione del pensiero italico, (5) che il Fascismo ha ripreso e rinverdito e ha lanciato al mondo come unico reale centro di gravità intorno al quale si può costruire e dar vita alla società nuova.

Sotto le insegne dello Spirito

E quale è la bandiera di questa tradizione? Sotto quale segno e in nome di quale forza essa ha ieri dominato e vinto e oggi è rinata? Essa è lo Spirito, perché ininterrotta tradizione dello Spirito è la nostra. Il Fascismo – ha scritto Mussolini – «è la negazione recisa della dottrina del materialismo storico secondo la quale la storia delle civiltà umane si spiegherebbe soltanto con la lotta di interessi tra i diversi gruppi sociali e col cambiamento dei mezzi e degli strumenti di produzione». Può sembrare poco e invece è tutto. Perché è proprio in grazia dello spirito che il Fascismo si distingue e si differenzia, è in grazia dello spirito che il Fascismo è antiliberale e antisocialista, è antidemocratico e anticomunista. Perché liberalismo e socialismo, democrazia parlamentare e comunismo, non sono che aspetti contingenti del razionalismo, (6) cioè di quella concezione materialistico-meccanicista della vita che in filosofia ha trionfato con la dea ragione, in politica col cosiddetto stato di diritto, in economia con la formula dell'equilibrio automatico e colla creazione dei falsi miti della felicità e del progresso e nella scienza ha visto l'unica dominatrice della natura e dell'uomo. Se però il razionalismo fatalmente materialistico ha già da tempo ceduto il campo alle verità dello Spirito, si chiamino idealismo e neotomismo in filosofia, nazionalismo e sindacalismo soreliano in politica, guerra o spirito agonistico; i suoi epigoni – e tali sono il socialismo e la democrazia, il liberalismo e il comunismo – non cedono ancora il campo, anche se per indubbi segni dimostrano di essere prossimi alla fine. Bisogna subito aggiungere però che se essi in sede politica ancora durano – ed è un durare a consumazione – in sede teorica sono già finiti. Ché la condanna del razionalismo ha distrutto tutti i sistemi meccanistici e tra questi, fatalmente, ogni dottrinarismo sociale o politico e quindi anche la cosiddetta famosa cultura. Del resto, tutti i movimenti pseudo spirituali d'inizio di secolo non testimoniano altro questa rovina e non dicono chiaramente la necessità di queste nuove esigenze? E se noi li giudichiamo non per quello che sono stati o possono valere, ma semplicemente come sintomi il loro indizio è evidente e inequivocabile.

Significato del Partito unico

Oggi nessuno più crede nei sistemi tirati a lucido del dottrinarismo politico. Caduta la premessa razionalistica, dimostratisi falsi gli assiomi che solo le sue leggi potessero dare le chiavi dei rapporti sociali, sono fatalmente tramontati tutti gli schemi e tutte le illusorie costruzioni create dal razionalismo. E tra le macerie del razionalismo deterministico e materialista, nelle rovine del dottrinarismo, l'uomo è andato a scavare per cercare verità più durature e più feconde e ha trovato solo le forze dello Spirito: la mistica. E proprio in questa tragica crisi, in questo tramonto cruento nel quale tutta una civiltà sta sparendo il Fascismo ha il grande privilegio, largitogli dall'Uomo Provvidenziale, di aver per primo trovato questa solare verità. Ma se noi siamo stati i primi, dietro noi ormai urge tutto un mondo. Ché il mondo dei giovani è tutto un fermento: nuovo, sordo, sotterraneo, che sfugge, che può avere magari segni e simboli apparentemente diversi ma che ha un solo comune denominatore: lo Spirito. E così che si spiegano le ultime rivoluzioni europee. È così che acquista luce nuova il nazionalsocialismo, è così che la Spagna cattolica e tradizionale insorge e si svena. È così che l'asse Roma-Berlino si allunga all'oriente e diventa il triangolo Roma-Berlino-Tokio. E così che il fremito nuovo a poco a poco guadagna nuove terre e prepara nuove rivoluzioni. Gli ideali della dea ragione sono stati infranti, i falsi miti di un mondo illusoriamente dominato da leggi inesorabili sono stati abbattuti e l'uomo, forte della sua volontà, è risorto per scegliersi nel mondo nuovo la sua strada in forza di vecchi-nuovi miti. Così sono rinati vecchi simboli, dal fascio alla croce uncinata. Così gli uomini non credono più nella forza delle cose ma si affidano alla forza delle idee e ciò che sembrava impossibile diventa realtà. La filosofia dell'essere è sostituita dalla filosofia dei valori. E così la cronaca registra ogni giorno miracoli nuovi: la fantasia stessa ogni giorno è vinta dalla realtà. E tutto ciò ha un solo nome: mistica. Ché non certo il dottrinarismo ha dato a questi uomini nuovi la luce e la forza delle nuove creazioni. Non certo in virtù di schemi dottrinari sono sorti i nuovi miracoli sociali e politici. È alla mistica che tutto ciò si deve, alla forza del mito, alla potenza dell'idea che diventa virtus secondo l'accezione romana. E sono proprio queste idee, queste virtutes, questi miti che noi dobbiamo apprendere. L'antichità, colla tradizione esoterica, tramandò lungo secoli e millenni queste forze e da uomo a uomo, attraverso i misteri, esse passarono di generazione in generazione mantenendo accesa perennemente la fiaccola dello Spirito. Noi, se vogliamo essere uomini del «secolo di Mussolini» dobbiamo fare altrettanto e questo è il significato e il fine del Partito unico. Oggi è esso il depositario di queste verità che deve trasferire ai suoi uomini perché ne facciano fermento cotidiano di vita per lo Stato.

Dottrina e Mistica

Ecco cos'è la mistica. E conoscerla significa «partecipare» – e non solo «vedere» – la vita del nostro tempo. Perché è attraverso la mistica fascista che ci si rende veramente conto delle forze che determinano questo nuovo mondo: altrimenti esso rimane sempre un mistero: ché se ne potrà conoscere le parti e i congegni ma ne rimarranno ignote l'origine e la legge di accrescimento. Senza la conoscenza di questa mistica, infatti, come si spiegherebbe l'insorgere apparentemente improvviso di nuove forze, come ci si può rendere conto delle caratteristiche della civiltà che noi andiamo creando? E chi se non la mistica può darci la coscienza dei tempi che viviamo? Chi se non la mistica può darci la certezza delle mete che perseguiamo? Né perciò la mistica va confusa con l'irrazionale. No. Noi possiamo anche credere solo quia absurdum ma non è ciò a insegnarci la mistica. Essa non è né deve essere intesa come giustificazione dell'irrazionale: invece va concepita come potenza suggestiva che scaturisce dal mito, come forza psicologica. Figlia della ragione ad essa dà un cuore, un'anima ed ali per volare. La mistica risolve così il contrasto dell'uomo moderno che non può dimenticarsi di avere scoperto la ragione ma non vuole d'altra parte ignorare la bellezza del sogno. E mistica è perciò ragione che diventa sogno, verità che in forza del mito acquista potenza forgiatrice di eventi e di storia. Ma se mistica é ragione, non è però razionalismo, perché essa non intende imbrigliare la realtà in nessuna camicia di Nesso, non vuole elevare schemi nei quali rinserrare fatti ed eventi secondo un apriori fissato dalla ragione; ma con intelletto d'amore, raziocinante, essa invece si piega sulla realtà alla ricerca delle sue vibrazioni di luce, e delle sue aspirazioni. In questo, vicina al metodo della scuola fenomenologica, la mistica risale dal fatto al principio e alla norma. Mussolini l'ha detto più volte e il gradualismo fascista ha proprio questo significato e trova nella grande massima galileliana del provando e riprovando il suo grande precedente storico e scientifico. Ove si volessero rappresentare plasticamente questi due diversi modi di concepire, in sede teorica, la politica si potrebbe affermare che la dottrina può essere resa architettonicamente da una scala nella quale i gradini figurano la legge consequenziale di un rapporto di derivazione fatale e come tali tesi, secondo la cosiddetta legge del progresso indefinito, verso il meglio. La mistica invece costituirebbe un complesso di pilastri – i suoi principi-forza – sui quali le generazioni, a seconda delle esigenze di tempo e di luogo, getterebbero degli archi, lanciati non in forza del fatale incerarsi di una legge imperscrutabile e irremovibile, ma in conseguenza della volontà eroica e della passione realizzatrice degli uomini. Ecco perché i presupposti della mistica sono l'intuizionismo e il volontarismo eroico ed ecco perché essa non può non essere propria dell'uomo del nostro tempo, di quell'uomo cioè che non vuole essere un fuscello in balia delle leggi cosmiche ma intende essere una volontà capace – anche se col sacrificio e col sangue – di segnare l'orma della propria personalità nel divenire della storia. La mistica del Fascismo, o dottrina se preferite, ma intesa in questo nuovo significato, non dà perciò l'architettura del nuovo ma i principi-forza che devono regolare ogni architettura sociale e politica. Non è quindi un elenco o uno schema di istituzioni o di organi ma un decalogo consegnato alla coscienze, al cuore e al cervello perché grazie ad esso l'uomo di Mussolini si pieghi con volontà forgiatrice sulla realtà e ad essa doni l'afflato della sua passione «educata» e non «coltivata» al nuovo e al meglio. La nostra esperienza millenaria ripugna infatti da ogni altro schema. Troppo quasi tremila anni di vita politica ci hanno insegnato e troppo ci hanno smaliziato perché uno solo di noi possa oggi pensare di affidare all'eternità i frutti delle nostre fatiche. No. Il Fascismo si sente troppo fresco, troppo giovane: sente davanti a sé ancora troppo domani per jugularla questa vita nelle necessità schematiche di un qualsiasi dottrinarismo fatalmente mortifero. «Come ho ripetuto più volte, non è ancora venuto il tempo di scrivere i trattati puri e classici di Diritto, di Politica, come pure di Economia» ha detto il Panunzio. (7) Noi, per conto nostro, aggiungiamo che c'è da augurarsi che questo momento non giunga mai perché il giorno in cui, seguendo gli schemi tradizionali, tali trattati dovessero venire scritti il Fascismo sarà finito.

La politica come arte di governo e non come scienza

Non è forse per questa stessa cosciente aspirazione a proiettarsi nel futuro che Polibio e Cicerone non ci hanno tramandato nessuno schema definitivo di Stato, con grande scandalo dei cosiddetti moderni studiosi di politica, i quali, dopo aver fatto per questo il processo agli avi, ora lo vorrebbero fare a noi. Ma a costoro la risposta non può che essere una: è facile, abbastanza facile per ogni uomo colto e di adeguata fantasia creare una nuova teoria politica, ma il difficile è creare una teoria che non muoia appena nata. Anzi: questo è l'impossibile. Perché «panca rei» diceva il saggio antico e le situazioni non si ripetono. Ed è proprio per questo che a noi latini istintivamente ripugna il sistema: e perciò aborriamo dal dottrinarismo. Il Fascismo, come ha scritto Mussolini per l'Enciclopedia, dà delle direttrici di marcia che il politico deve realizzare: è perciò che la politica è l'arte del governare e non la scienza dell'amministrare. Ecco perché la Rivoluzione ha diffidato e diffida dagli schemi e teme dal dottrinarismo politico. Forse l'inesperienza può sognare e ambire un tutto ordinato, un tutto predisposto anche nei dettagli, ma l'esperienza e la vita insegnano a diffidare da tutto ciò. E questo non è cinismo né scetticismo ma più semplicemente vita, realismo. Ché la vita non è fatta di logica, non è la proiezione di schemi fissi e inamovibili: ecco perché il razionalismo non ha potuto né mai potrà darcene le chiavi. Essa è, invece, contrasto di forze, soprattutto spirituali, nel quale il caso e l'imprevisto hanno un posto non piccolo. E se, nonostante ciò, non può qualificarsi come irrazionale, razionale certamente non è.
Invece la crisi che ancora oggi squassa il mondo è dovuta in gran parte alla illusione razionalistica, perché è stata causata proprio da queste mentalità pseudo politiche che hanno voluto a tutti i costi rinserrare la vita in schemi rigidi, inelastici. E quando la vita, forte del suo istinto, ha rotto i confini troppo ristretti è avvenuta la crisi: s'è aperta la frattura tra l'ieri e il domani. La mistica fascista invece insegna che la forma non deve uccidere la vita; che gli istituti sociali non devono, in nome di un qualsiasi principio teorico, rinnegare o ignorare le esigenze della realtà. Ecco il punto: la realtà è la grande fonte. Quella realtà effettuale cui il politico deve guardare con occhio e con cuore di artista. Non è, invero, ignorando la sua natura e forzandola al di là del limite di malleabilità che egli potrà raggiungere lo scopo e creare. Ecco ciò che non bisogna mai dimenticare e questo invece le teorie e le dottrine politiche hanno spesso, per non dire sempre, dimenticato o ignorato. E così ogni teoria si è ritenuta dispensatrice della «verità» e sistematicamente ogni teoria è stata negata dopo una generazione. E ciò è avvenuto perché tutte le dottrine hanno voluto proiettar sull'orizzonte dell'eterno e dell'immutabile delle verità contingenti, delle soluzioni buone o anche ottime per il momento e per il luogo dove erano nate ma niente di più. Impariamo invece dalla saggezza degli avi. Solo a queste condizioni si può aspirare a diventare, non dico eterni, ma almeno secolari o millenari, non contingenza politica ma un sistema se il principio della Rivoluzione permanente non è retorica.

Attualità della "Scienza Nuova"

Se si dice che è giunta veramente l'ora della scienza nuova non si intende affermare che ciò che prima si chiamava liberale o democratico si chiama oggi fascista. L'innovazione più che esteriore è sostanziale, più che degli istituti è della struttura. Non è solo cambiato il colore ma – ed è quello che più conta – è cambiata la struttura stessa della società e dello Stato. ( 8 ) Siamo perciò in presenza di una scienza nuova perché siamo in presenza di un metodo nuovo. Ecco la più vera e più profonda rivoluzione. Ed ecco anche la modernità, anzi la contemporaneità di Machiavelli e l'attualità di Vico. Se la parola dottrina rispecchia il vecchio metodo di creazione politica, la mistica rappresenta invece quello nuovo. Se infatti il dottrinarismo è caratteristico della concezione razionalistica la mistica invece contraddistingue la concezione volontaristica. Ove infatti la vita e conseguentemente tutti i rapporti sociali siano concepiti secondo la logica deterministica del razionalismo, sul terreno scientifico, non è pensabile che una mastodontica costruzione dottrinaria, ma se, invece, la fatale logica delle leggi stillate dalla ragione è bandita e la vita viene concepita come lotta e conquista, come continuo atto di volontà, ecco allora sorgere la mistica. E non può che essere così se è vero che il gradualismo non è
Contingenza politica ma un sistema e se il principio della rivoluzione permanente non è retorica.

I due momenti della mistica fascista

Ma, si dirà, questa mistica – esattamente – come può essere definita? Rougier ha scritto: «Mistica è un complesso di proposizioni cui si aderisce per tradizione o per sentimento, anche se queste proposizioni non si possono giustificare razionalmente e ciò assai spesso per oblio delle ragioni primitive che hanno indotto ad enunciarle». Per quanto non in tutto, in linea di massima, questa concezione può essere accettata. Si dice non in tutto perché non è vero ché si debba ammettere a priori che tali proposizioni possano non essere giustificate razionalmente. No. Tutte devono poter essere giustificate e dimostrate. C'è sì una limitazione, ma di tutt'altra natura, ed è data dal fatto che non è per nulla necessario che tali proposizioni siano da tutti giustificate o dimostrate. Come per l'esoterismo antico, come per la liturgia, basta che una minoranza – il Partito nel nostro caso – ne conosca la chiave e ne sappia la giustificazione. Per gli altri ciò può anche non occorrere o talvolta non essere utile. L'importante è che gli altri – tutti gli altri – credano e agiscano in conformità, anche – si ripete – se non conoscono l'origine e le cause precise di tale fede. Perciò noi, più esattamente, diremmo «mistica è il credo o se si vuole l'arca santa dei valori e dei principi di un'Idea politica, ai quali si aderisce in conseguenza di una comprensione e giustificazione piena e totale e in nome e in virtù dei quali si agisce per la loro realizzazione integrale». Ecco perché solo la mistica è l'unica possibile dottrina del Fascismo. E perché vi sia mistica sono necessari due momenti: il credere e l'agire; ed ecco il significato del trinomio Mussoliniano «credere, obbedire, combattere». Cioè non basta essere convinti della bellezza di un'Idea e della giustezza della sua causa se di essa non ci si compenetra al punto che questa convinzione diventi forza agente per la realizzazione di tali principi. Ecco perché Mussolini ha specificato che il Fascismo è «una mistica che agisce». Quando uno di questi due momenti manchi del suo necessario complemento non v'ha mistica ma si potrà, volta volta, avere misticismo religioso o ascetismo o pragmatismo politico, cioè concezioni e ideali manchevoli e unilaterali dalle quali il nostro spirito armonico ed equilibrato di mediterranei romani-cattolici ripugna. Il credo, o come noi anche l'abbiamo detto l'arca santa, dei principi di questa mistica il Rougier lo chiama complesso di proposizioni. Noi abbiamo invece parlato di valori e di principi. La nomenclatura conta poco. Quello che importa invece è che si tratti di idee-forza cioè di principi vivi e vitali. Ecco il punto. Che poi si dicano proposizioni, assiomi, valori, principi o norme di condotta è di scarsa rilevanza. C'è invece una pregiudiziale da risolvere. Quale è la natura di questi principi? Filosofica, religiosa, politica? Per noi non v'ha dubbio. Non si può parlare di essenza filosofica né di natura religiosa. Non ne stiamo a dimostrare la ragione perché dopo quanto abbiamo detto sopra ci sembra inutile. Filosofia e religione infatti sono egualmente distanti da questa concezione: e distanti – precisiamolo subito – non significa che siano antitetiche. Anzi si potrebbero dire preliminari o concorrenti o anche, se si vuole, per un certo aspetto complementari. Ma perché si devono definire politici? La ragione è fondamentale: perché al centro della concezione del Fascismo sta lo Stato. Mussolini l'ha ribadito più volte. Ora se lo Stato è il punto di partenza e di arrivo della mistica, i suoi valori non possono essere che politici nel significato etimologico di questa parola. (9)

I valori morali, i principi sociali, le norme politiche e le direttive internazionali della mistica fascista

Ma se politici vanno definiti in senso lato tutti i principi della mistica, per ragioni didattiche è necessario suddividerli. E con quale criterio? Fra le quasi infinite scelte che a noi si presentano – seguendo gli insegnamenti della scuola fenomenologica – si deve dire che il criterio di classificazione non può che essere uno solo: la loro funzionalità. Nella mistica del Fascismo dobbiamo perciò anzitutto distinguere dei valori morali che sono quelli che più direttamente riguardano il cittadino in tale suo generico status. Valori morali sono perciò quelli che in genere determinano la natura e l'orientamento del suo agire in tutte le occasioni e in tutti i momenti, in tutti gli stadi e in tutti i gradi della sua vita. Essi devono cioè determinare l'atmosfera della sua vita, l'ambiente nel quale egli si deve muovere e agire. In secondo luogo ritroviamo dei principi sociali che riguardano il cittadino in quanto produttore e quindi determinano e regolano tale aspetto della sua vita. Come tali, questi principi ineriscono l'ordinamento sociale dello Stato. Quali terze abbiamo le norme politiche che riguardano il cittadino in quanto governante. Non con questo che non interessino il cittadino governato. Ma, logicamente, mentre la posizione di questo è dell'agito, la posizione del primo è dell'agente. Cioè se nel loro aspetto passivo interessano tutti i cittadini, in quello attivo, in modo speciale, i cittadini governanti. Infine la mistica del Fascismo comprende direttive internazionali che riguardano la posizione e l'atteggiamento del cittadino-Stato cioè del cittadino in quanto passato, presente e avvenire, cioè in quanto stirpe, e quindi eterno, di fronte alle altre stirpi politicamente organizzate, e cioè agli altri Stati. La mistica appunto precisa questi valori morali, questi principi sociali, queste norme politiche e queste direttive internazionali, nel loro sorgere storico, nella loro giustificazione ideale e nella loro attualità politica e con ciò fa necessariamente la storia, dice del contenuto e dimostra l'universalità di luogo e di tempo del Fascismo, inteso non più come movimento ma come Rivoluzione che ha portato, più esattamente ha riportato alla ribalta della storia, nel suo più recente modo di essere quella civiltà mediterranea che con il mondo romano e con la Chiesa ha già donato all'umanità due fioriture luminosissime.

Gli uomini nuovi

Ma – occorre ancora ripeterlo – la mistica non intende dare delle nozioni, non vuole elargire della cultura, né del dottrinarismo ma essa è e vuole rimanere maestra di vita: ché tutto torna agli uomini, ha detto Mussolini. Ecco la grande verità che il Fascismo ha rimesso – dopo secoli di aberrazione – sugli altari. Sì. Può sembrare un'affermazione paradossale ma la cosiddetta civiltà dell'89 aveva ucciso l'uomo come stile, come responsabilità, come volontà e al suo posto aveva messo dei fantasmi: l'uomo economico, l'elettore, il parlamentare, ecc. Ma l'uomo che creda e agisca consapevolmente responsabile, l'uomo che senta di essere una forza attiva e volitiva della vita e non un automa del materialismo storico l'ha riscoperto solo il Fascismo. (10) Ecco perché la mistica fascista intende insegnare non la scienza ma l'arte di guidare gli uomini a sempre più alto destino di civiltà. E la sapienza, questo lievito non misurabile di cui l'umanità ha perso da secoli la semente, deve rifiorire proprio nelle nuove generazioni del Fascismo. E ciò avverrà se i giovani sapranno diventare degli uomini, non perché tali definiti allo stato civile, ma perché consapevoli portatori delle tipiche virtù di volontà e di sintesi. (11) È così che vanno compresi e giustificati i continui richiami del Partito allo «stile». Fare gli italiani, si disse un giorno. La formula oggi è un'altra. Fare gli uomini nuovi: gli italiani di Mussolini. Lo stile è l'uomo, già si disse, ed è una verità che il Fascismo non ha scoperto ma, in un mondo senza orientamento, ha rivalutato. Perché solo quando un valore o un principio si connatura al punto da diventare esigenza inderogabile, cioè stile, esso è storicamente operante. E lo «stile», soltanto lo «stile» è il rivelatore della compiutezza degli uomini nuovi e lo «stile» distingue realmente il fascista. Ed è questa la ragione per la quale tanto sovente il Partito, il quale secondo l'articolo 2 dello Statuto ha connessi la difesa e il potenziamento della Rivoluzione, richiama l'attenzione degli italiani sui problemi dello «stile». (12) E uomini nuovi vuol dire istituti nuovi perché uomini e istituzioni reagiscono reciprocamente tra loro. Ecco perché lo Stato nuovo è uno stato etico, ecco perché si sente tanto parlare di educazione – ripeto educazione – non cultura. L'affermazione, tanto ribadita, può sembrare paradossale e invece è, soltanto e semplicemente, ortodossamente rivoluzionaria. Ed essere rivoluzionari vuol dire credere nel nuovo con intransigenza, con spregiudicatezza, anche con violenza, se occorre. (13) E così noi crediamo. Non fonte di nozioni e di cultura è perciò la mistica – o, se più piace, la dottrina fascista ove venga intesa in questo suo nuovo significato – ma da essa le nuove generazioni devono trarre ispirazione di vita e necessità di opere. Perché, come la civiltà razionalista espresse nel sistema delle dottrine politiche – sia che si chiamassero liberalismo o socialismo, democrazia o comunismo – la concezione meccanico-deterministica della vita, così la civiltà spirituale del Fascismo esprime nella mistica la concezione volontaristica ed eroica di quel nuovo tipo di vita di cui Mussolini è stato il rivelatore ed è l'Alto Esponente.


NOTE

1 Cfr. La Dottrina del Fascismo in Scritti e Discorsi, vol. VIII, Hoepli, Milano.
2 Cfr. ibidem.
3 Cfr. ibidem.
4 Cfr. Coscienza e Dovere, ed. Scuola Mistica Fascista SIM, Milano 1938.
5 Cfr. ARRIGO SOLMI, Discorsi sulla Storia d'Italia, ed. La nuova Italia, Firenze 1935; GIOCACCHINO VOLPE, Momenti di storia italiana, ed. Vallecchi, Firenze 1925.
6 Cfr. P. D'AMBROSIO, Il principio di nazionalità e il Fascismo, fasc. 1-2 del Giornale di Politica e Letteratura, Roma.
7 Cfr. Teoria generale dello Stato fascista, Cedam, Padova 1937.
8 Cfr. CARLO COSTAMAGNA, Storia e dottrina del Fascismo, UTET, Torino 1938.
9 Cfr. SERGIO PANUNZIO, Il sentimento dello Stato, ed. Libreria del Littorio, Roma 1927.
10 Cfr. PAOLO ORANO, L'educazione fascista, Pinciana, Roma 1933; PIETRO DE FRANCISCI, Continuità di Roma, "Gerarchia", gennaio 1935; MAURIZIO MARAVIGLIA, Il nuovo valore spirituale ed internazionale dell'Italia, PNF, Roma.
11 Cfr. JULIUS EVOLA, Rivolta contro il mondo moderno, Hoepli, Milano 1934.
12 Cfr. VINCENZO ZANGARA, Il Partito e lo Stato, Studio editore moderno, Catania, 1935.



Mistica del Fascismo, Corporativismo e Autarchia ( in Dottrina Fascista, Marzo-Maggio 1939. )

Per centrare il tema occorre fissare subito un'identità: mistica eguale a sentimento dell'assoluto statuale. Noi infatti siamo dei mistici, dei mistici fascisti perché –secondo il monito mussoliniano che lo Stato è un assoluto di fronte al quale gli individui sono il contingente – siamo degli esaltatori dello Stato, degli "arrabbiati" – per dirla con una parola molta espressiva – di quello Stato fascista che, se non è più il vaso liberale, non torna, d'altra parte – precisiamolo a scanso di possibili equivoci – ad essere né Stato assoluto né tampoco Stato teocratico. L'identità infatti non è nella coincidenza Stato-persona o Stato-religione. Né – e anche questo occorre dirlo –la nostra è una statolatria, esaltata ed esaltatrice della materiale organizzazione o potenza statuale. L'equivalenza che abbiamo fissato sta invece nello Stato eguale concezione di vita. E ciò è vero se – come è vero – ogni razza si esprime storicamente nello Stato, che di quella non è che il riflesso: fotografia e misura ad un tempo dei suoi valori fondamentali, cioè della sua mistica. Ci sono, in altre parole, tanti tipi di Stato quante sono le razze. L'affermazione può, forse, sembrare paradossale, ma se ben si individuano le razze, quali espressioni di un dato biopsicologico nettamente differenziato e differenziatore, non si può non constatare l'esistenza di altrettanti modi di essere e di porsi dell'uomo, di altrettante concezioni di vita o, per altrimenti dire, di altrettante civiltà, cioè di altrettanti sistemi storicamente concretati nell'ambito geografico di ciascuna razza organizzata politicamente, sia che si chiami la Polis greca o la prima Civitas, come la Res Publica di Cicerone o lo Stato di Machiavelli. L'assunzione di questa identità Stato eguale concezione di vita pone, come conseguenza logica e necessaria, l'abbandono e l'assoluta eliminazione e negazione, in questa vita – sottolineo: su questa terra – di qualsiasi valore o principio che sia non solo al di sopra, ma anche semplicemente al di fuori dello Stato. Ecco perchè il Duce, nel suo ormai storico assioma, non si è limitato ad affermare tutto nello Stato, ma ha posto il dogma: niente al di fuori e nulla contro lo Stato. Ora, se lo Stato puntualizza ed assorbe tutta la vita terrena, sia spirituale che organizzativa, della razza – se si tratta di uno Stato-nazione – o della razza dirigente – se si tratta di uno Stato-impero – non può rimanere dubbio o riserva sulla assoluta e totale dipendenza della economia dalla politica, che dello Stato, cioè della realizzata concezione di vita tipica di ogni razza, rappresenta il sistema dei principi di reggimento. Questa subordinazione rappresenta indubbiamente il punto rivoluzionario d'origine del pensiero fascista nel campo economico. E che fondamentalmente rivoluzionaria essa sia lo prova il fatto che, solo ove questa subordinazione sia ammessa, il corporativismo, che si individua – si noti – nella politica economica corporativa – costituisce e rappresenta antitesi alle dottrine del liberismo economico; in caso diverso invece – come lo hanno dimostrato alcune più o meno recenti esperienze di presunti corporativisti – fatalmente non si può non ricadere nelle teorie dell'economia classica. Del resto, se – come è vero – non esiste l'uomo economico perchè non si deve, se non altro per coerenza, nettamente confutare l'esistenza di una scienza economica autonoma? Non per nulla il Duce ha detto che l'uomo è politico, è santo, è guerriero nello stesso tempo, intendendo evidentemente dire che l'uomo è un'unità essenzialmente politica, come del resto già l'aveva definito Aristotele. Ed è tale sua essenziale qualità di animale politico che fissa in modo non equivocabile i rapporti tra politica e fatto o azione economica e determina quella derivazione che la nostra Rivoluzione, dopo la parentesi liberale dell'ottocento – come ben ha scritto l'Orestano – ha posto nuovamente a base dei rapporti tra politica ed economia. Questo assioma della subordinazione dell'economia alla politica – dobbiamo riconoscerlo – ha avuto in questi ultimi tempi, degli affermatori consapevoli e convinti, e questo fatto non può non essere preso a indice della maturità politica della più giovane scienza economica italiana, la quale sa ormai che solo a siffatta condizione può aspirare a costruire solidamente e a predisporre le direttive necessarie all'azione di ogni giorno. Nessuno può invero negare che solo partendo da questa base si può arrivare al corporativismo e all'autarchia. È pacifico infatti che il problema fondamentale di ogni Stato, se nei suoi aspetti interni è un problema di giustizia – che noi fascisti chiamiamo giustizia sociale volendo dire che deve risolversi nella reale ed equa ripartizione, in funzione delle singole personalità, degli oneri e degli onori dei cittadini che formano lo Stato – nei rapporti con gli altri Stati si pone come un problema di potenza. Ora, se il corporativismo ha indiscutibilmente risolto il problema della giustizia sociale e se ha creato con ciò le condizioni necessarie ma non sufficienti per la soluzione del problema della potenza, per raggiungere questo secondo obiettivo lo Stato deve ricorrere all'autarchia. Corporativismo e autarchia — come è stato autorevolmente ricordato durante i lavori del primo Convegno sull'autarchia dell'ISCA sia da Dino Gardini che da C. E. Ferri — perciò rappresentano la successione logica e storica dell'affermarsi dei principi politici del Fascismo, prima nell'ambito statuale e poi nei rapporti internazionali. Solo i superficiali, pertanto, possono aver pensato, ieri al corporativismo, e possono oggi pensare all'autarchia come a un sistema eccezionale, come a un regime economico di guerra destinato ad essere smobilitato appena le circostanze lo consentiranno. Chi poi ancora oggi ritenesse ciò come probabile o addirittura auspicabile, non solo dimostrerebbe — come è stato detto nella prima giornata del citato Convegno dal rappresentante del Partito — una molto epidermica mentalità fascista ma darebbe evidente prova della sua organica incapacità di valutare nel loro esatto contenuto i fatti economici. Né, d'altra parte, tale errore di prospettiva deve soverchiamente meravigliare — anche se va combattuto con intransigente energia —ove solo si consideri l'eccezionale ritmo novatore dato dal Duce alla vita italiana. Che perciò qualcuno perda il passo o si metta ai margini della strada per riposare, e magari guardi con nostalgia qualche poltrona intellettuale del passato non può sorprendere nessuno. Ma la Rivoluzione non può consentire in modo alcuno che questi ritardatari o che questi superati pretendano di fermare o attardare il nostro ritmo di marcia. Ecco perché si deve parlare di un'intransigenza corporativa e autarchica ed ecco perchè il Duce ha parlato di una mistica dell'autarchia. Nell'autarchia infatti bisogna credere, e credere ciecamente, e in essa debbono credere soprattutto quelli che non la capiscono. Perchè se a costoro manca il fosforo sufficiente per capire e giustificare la sua esigenza, debbono avere almeno la modesta virtù di affidarsi al genio mussoliniano il quale da oltre 25 anni ha dimostrato di saper vedere e prevedere per tutti gli italiani. Anzi: non solo per gli italiani. Ai tepidi, poi, oltre al consuntivo indiscutibile dei fatti sottoposti alla loro meditazione, è bene ricordare che analogo dibattito sulla contingenza o meno fu fatto diversi anni fa per il Partito. Chi non ricorda infatti la tesi di coloro che sostenevano la caducità del Partito come istituzione dello Stato totalitario? E chi di costoro oggi, quando semplicemente abbia presente il comma secondo dell'articolo 3 dello statuto, potrebbe ancora sostenere tale punto di vista? E come allora l'errore di prospettiva era dovuto al fatto di misurare l'organo massimo della Rivoluzione col metro col quale venivano valutati i vecchi partiti di governo, così oggi l'errore di coloro che parlano del corporativismo e dell'autarchia come di sistemi eccezionali e quindi contingenti sta nel non aver ancora compreso la natura volitiva, profondamente spiritualistica della nostra Rivoluzione. Lo sbaglio di tutti costoro sta quindi nel non essersi ancora reso conto che la Rivoluzione ha un suo linguaggio — ecco anche perchè si parla tanto di stile — così come ha un suo tipo di uomo, come quella cioè che della vita e del mondo ha una sua particolare concezione. Ora, è col linguaggio della Rivoluzione che vanno definiti e descritti i suoi valori, i suoi principi e i suoi istituti. L'assurdo è, invece, che la gran parte s'intesta ancora a voler costruire o giustificare il Fascismo col linguaggio del materialismo storico. Invece, come analogamente avviene per le lingue stranie

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" Forse che non conoscendo a fondo il pensiero del Duce si può affermare di essere fascisti? Noi diciamo di no! Che il fascismo non è istinto ma educazione e perciò è conoscenza della sua mistica,che è conoscenza di Mussolini" (N. Giani)


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MessaggioInviato: Lun Gen 30, 2012 3:39 pm    Oggetto:  
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Il Centro di preparazione politica per i giovani. Fucina di campioni della Rivoluzione (dottrina fascista, agosto 1939.)


Il Foglio di Disposizioni n. 1369 del Segretario del Partito ha consegnato alla storia della Rivoluzione una nuova istituzione della più alta importanza: il Centro di preparazione politica per i giovani che rappresenta il coronamento dell'edificio educativo creato dal Fascismo per la piena formazione rivoluzionaria delle nuove generazioni. Se coll'Opera Balilla e i Giovani Fascisti prima e ora colla Gioventù Italiana del Littorio e coi Gruppi Fascisti Universitari il Regime inquadra ed educa ai nuovi ideali tutti i giovani; se colla Accademia della GiL, coi Ludi, coi Littoriali della cultura e dell'arte e dello sport e coi Corsi provinciali di preparazione politica il Fascismo ha da tempo cominciato a selezionare le migliori energie delle nuove generazioni, mancava sino ad oggi un'istituzione nella quale sfociasse tutta questa originale opera di potenziamento e di enucleazione. La grande piramide che ha per base l'innumere esercito dei Figli della lupa raggiunge così il suo culmine cogli allievi del Centro: dalla grande massa delle nuove generazioni in tal modo attraverso vagli successivi — che sono appunto e l'Accademia e i Ludi e i Littoriali e i Corsi provinciali — emergono gli elementi migliori, quelli cioè che, forti di una fede incrollabile e di una volontà indomabile, arriveranno al centro nazionale avendo già «rivelato le proprie attitudini al comando». Ed è su questo "humus" che lavorerà il Centro di Roma per «fortificare il carattere», «sviluppare l'intelligenza», «orientare e specificare le capacità», «rafforzare le energie fisiche» di questi giovani; non al fine – come già ebbe ad ammonire il 9 febbraio dell'Anno XIII col Foglio di Disposizione n. 356 il Segretario del Partito – di creare «una sorta di professionismo politico», ma per mettere a punto la capacità costruttiva dei migliori delle nuove generazioni onde abbiano «a servire, agli ordini del Duce, la Rivoluzione delle Camicie Nere». Troppo spesso noi dimentichiamo che sulla bandiera che Mussolini innalzò 20 anni or sono e intorno alla quale chiamò a raccolta le forze che dovevano aprire la porta alla nuova Civiltà del Littorio c'era scritta anche la parola anti-intellettualismo. Il genio del Duce aveva sin dalle origini chiaramente scelto la strada. E questa scelta "situava" nello sviluppo del pensiero umano la posizione della Rivoluzione. Di fronte alla cosiddetta civiltà razionalistica che, ci era venuta d'oltr'Alpe e che aveva trionfato coi principi politici dell'89; di fronte alle scuole positiviste di Francia e d'Inghilterra dei Comte, Mill e Spencer, riecheggiate da noi dal Cattaneo, dal Villari e dall'Ardigò, e che si erano realizzate nella demagogica e miope politica del giorno per giorno; di fronte alle fatali illazioni materialistiche e scientiste di questi indirizzi che nell'intellettualismo colto e raffinato delle università o dei salotti avevano il loro dio supremo e il loro mezzo insuperabile; la Rivoluzione nel motto innalzato dal Duce aveva deciso la sua scelta. Sulla via di questa reazione antiscientista e antintellettualistica – che in Italia ebbe la sua prima e più alta espressione nella nota polemica che mise il Vico contro il Cartesio e che, dopo oltre un secolo, ripresa in modi diversi ma egualmente sintomatici e determinanti, allineò su un fronte unico Mach e Avenarius accanto a Boutroux e a Bergson, Cuoco, Gioberti e Mazzini accanto a Meyerson e all'Aliotta, ecc. - a questo fiume dalle acque torbide e nel quale, in torrenti e in rigagnoli, confluisce il pensiero innovatore e revisionista di quasi un secolo, Mussolini ha dato un contenuto limpidamente cristallino e, colla sintesi del Genio e la chiaroveggenza di una Mente veramente superiore, sostanza e forma inconfondibilmente nuove. Su questa strada il Partito, con la sensibilità rivoluzionaria che lo caratterizza, ha inflessibilmente camminato e, prima coi Littoriali, poi più chiaramente coi Corsi provinciali di preparazione politica per i giovani e ora col Centro nazionale che, come è stato pubblicato, verrà inaugurato per ordine del Duce, il 3 gennaio dell'Anno XVIII, ha affermato la necessità rivoluzionaria di una pedagogia antiscientista (anche se non antiscientifica) e antintelletualistica. Perciò dal Centro, dopo il biennio che avrà atmosfera e ordinamento militare, usciranno non dei "dotti", non degli "uomini colti", non dei più o meno profondi "conoscitori" delle origini o degli istituti della Rivoluzione e del Regime, non degli uomini che della storia vogliono e intendono essere degli spettatori più o meno intelligenti, degli archivisti più o meno geniali; ma da esso usciranno degli uomini per i quali la storia sarà soprattutto futuro, cioè volontà di azione; che di essa vorranno essere sempre, non importa il posto e il gradino della gerarchia, degli attori; degli uomini cioè che vorranno "vivere" e non "vedere" la storia del proprio tempo e perciò saranno dei gerarchi non conta di quale grado. Questa posizione rivoluzionaria della pedagogia fascista –precisiamolo – non va in nessun modo identificata col pragmatismo di un Pevice, di un James e, tantomeno di un Dewey, né va intesa come esasperazione dell'azione o, come qualche miope potrebbe pensare, coll'oscurantismo di buona memoria. No, niente di tutto ciò. In questa posizione antiscientista e antintellettualistica, e quindi antidottrinaria, non v'à né reazionismo né quelle esagerazioni filosofiche che la nostra equilibrata e armonica tradizione mediterranea e latina non può che respingere. No, dopo secoli di aberrazioni e di esaltazioni isteriche per il pensiero d'oltre'Alpe, ritorniamo, finalmente, alla tradizione politica nostra, a quella tradizione che al più alto posto nella gerarchia dello spirito pone il "Maestro" e non il "professore", cioè l'uomo che coll'esempio e colla parola forma e plasma, crea veramente coscienze e stati d'animo, e quindi fa, attraverso gli uomini, della storia. Quella tradizione in cui il "pensare" e l`agire" sono due aspetti necessari di uno stesso principio. Quella tradizione in cui questi Maestri di nostra gente e della umanità furono nel contempo statisti e poeti, condottieri e mecenati, filosofi e uomini di governo, furono cioè uomini veri, uomini completi, come disse il Duce. Più che scuola, quindi, e anche più che università, sarà il Centro di Roma. Infatti dall'ammissione che, previo l'accertamento di alcuni requisiti, avverrà in seguito a delle prove scritte, orali, militari e sportive svolte davanti a una Commissione presieduta dallo stesso Segretario del Partito quale Comandante del Centro; dal modo con cui saranno impartiti gli insegnamenti, dalla attiva partecipazione degli allievi alla vita reale dello Stato appare evidente che siamo di fronte a un'istituzione assolutamente originale, che non ha precedenti e della quale non è possibile trovare alcun esempio né da noi né altrove: una istituzione cioè che è veramente nata dalla necessità di garantire la continuità della Rivoluzione attraverso il permanere, negli uomini che ne formeranno i quadri, di quelle virtù costruttive che caratterizzano gli uomini del Fascismo e costituiscono il "tipo" della nostra Rivoluzione. E proprio questo sarà il compito del Centro di Roma. Da esso usciranno quelli che contermine sportivo potremmo chiamare i "campioni" del Fascismo, cioè degli uomini non solo integralmente nuovi, ma portatori di un eccezionale potenziale costruttivo; dei rivoluzionari non solo veramente autentici ma degli animatori e trasfonditori della fede. In sostanza quindi dei gerarchi in potenza a cui mancherà solo il crisma del comando. Ecco perché il Centro, come già i Corsi provinciali, non assumerà aspetto e andamento scolastico; in esso non si "insegnerà` ma si l'educherà", non "si dirà ma si 'Formerà`: coll'esperienza della storia e colla conoscenza del presente, colle necessità ferree della realtà e colle esigenze dello spirito. Attraverso l'esempio dei maestri, in una scuola di disciplina consapevolmente voluta e osservata e di coraggio inteso come trionfo dello spirituale sul materiale, del generale sul particolare, della Patria sull'individuo, i giovani acquisiranno quei valori morali, quell'equilibrio, quella serenità di giudizio, quella reale superiorità che li farà capi naturali e quindi, domani, se investiti, gerarchi. E tali essi diventeranno e rimarranno se quei valori e quei principi per i quali la Rivoluzione ha vinto e si affida alla storia della civiltà saranno diventati in essi non una sovrastruttura intellettuale ma la loro reale forma mentis, il loro sistema cotidiano di vita, cioè "stile". Lo stile è l'uomo, già si disse, ed è una verità che il Fascismo non ha scoperto ma, in un mondo senza orientamento, ha rivalutato. Perché solo quando un valore o un principio si connatura al punto da diventare esigenza inderogabile, cioè stile, esso è storicamente operante. E lo "stile" sarà rivelatore della compiutezza di questi giovani così come oggi lo "stile" distingue realmente il fascista. Ed è questa la ragione per la quale tanto sovente il Partito il quale, secondo l'articolo 3 dello Statuto, ha commessa l'educazione politica degli italiani sui problemi dello "stile". Col Centro di preparazione politica, così come il Segretario del Partito l'ha annunciato, la Rivoluzione perciò fa un deciso passo in avanti verso la realizzazione di quell`italiano di Mussolini" che più che gli istituti, sarà il vero e reale garante della continuità della Rivoluzione e dell'infuturamento del Fascismo. Ma col Centro anche il Partito ha avviato, con benemerenza di cui domani la storia dovrà dargli atto, la definitiva e integrale soluzione del problema della classe dirigente. Superata definitivamente ogni soluzione di casta chiusa individuata o per il titolo gentilizio o per il censo, il Partito, fermo al principio che lo Stato fascista è Stato popolare in quanto nel suo ambito il Popolo circola liberamente e costruttivamente, ha adottato la soluzione veramente rivoluzionaria di una selezione totale e progressiva. E che si tratti di una soluzione rivoluzionaria è comprovato dal fatto che la selezione riguarda l'uomo nella sua totalità, in tutte le sue doti e capacità: morali, intellettuali e fisiche. Non è perciò una caccia al più erudito o al più forte, al più colto o al più disciplinato. Si tratta invece di ricercare e scoprire coloro nella cui personalità tutte queste doti e qualità, egualmente necessarie, si fondono armonicamente onde si possano domani estrinsecare con utilità superiore alla normale. Il Centro — ha scritto il Segretario del Partito ai Federali — deve essere soprattutto «una fucina di uomini integralmente educati nel clima rivoluzionario». E che del clima rivoluzionario debbono essere i portatori, i continuatori, e i custodi intelligenti e intransigenti. È per questo che grazie anche al Centro — come nell'antichità per le "scuole" e per i "misteri" della tradizione esoterica — il Foro Mussolini diventerà il Centro ideale della terza Roma. Ché il Centro, attraverso gli elementi migliori di ogni generazione, continuamente rinverdirà e farà diventare "vita" la dottrina mussoliniana e così trasmetterà nel tempo quell'immortale civiltà di Roma che il Duce ha rivelato nuovamente agli italiani e al mondo.



Valore primordiale del "Covo" (Dottrina Fascista, Novembre 1939.)

«Si può passare dalla tenda al palazzo a condizione che si sia
pronti a passare dal palazzo alla tenda. Altrimenti avremmo
ricchezza di mezzi e povertà di spirito. Bisogna avere la
massima ricchezza di spirito, cioè essere ricchi del nostro
coraggio nel senso della fedeltà, del dispregio dei luoghi comuni
e di tutte le scempiaggini ideologiche di un mondo che noi
abbiamo irreparabilmente disfatto».


Benito Mussolini

Quando, nell'estate dell'anno IX, Arnaldo Mussolini accettò di parlare ai giovani della Scuola di Mistica, io non sapevo né potevo immaginare il tema che Egli avrebbe scelto. Fu solo qualche mese dopo, nell'autunno, che Egli mi chiamò e mi disse che intendeva parlare su: "coscienza e dovere". Fu, per me, una rivelazione. Lo avevo ammirato giornalista di grande razza e, come ha scritto il Duce, non superato. Avevo più volte ascoltato nella stanza di lavoro di via Lovanio la Sua parola meditata ed attenta, l'avevo anche conosciuto parlatore austero in non pochi discorsi politici, ma fu allora appena che mi si rivelò, in tutta la sua statura, il Maestro. E quando, il 29 novembre, nel teatro Odeon, fra il silenzio attento di mille e mille giovani che gremivano la sala, i corridoi e facevano ressa sotto gli altoparlanti posti nella strada, Egli incise nel nostro spirito le parole sapienti di quel suo testamento spirituale, tutti comprendemmo che il Suo era un invito ed un monito. Un invito a ripiegarci su noi stessi, a scavare nel nostro io per purgarlo di tutte le scorie che il tempo e le vicende umane vi avessero accumulato, per esaltarlo nella ricerca dell'ideale che mosse al dono della vita i martiri della Rivoluzione. Un invito, soprattutto, a non dimenticare l'inciso mussoliniano: «tutto torna agli uomini», cioè alla loro coscienza che è e deve essere piena consapevolezza della missione che a ciascuno di noi è affidata. Ma perciò la sua parola suonava anche monito a non ignorare le origini, a non dimenticare i principi dai quali era scaturita la Rivoluzione. La coscienza ha infatti bisogno di un metro cui misurarsi, di un valore cui paragonarsi ed al quale potersi saldamente ancorare, di un ideale cui tentare di avvicinarsi. Ma questo metro, questo valore, questo ideale, quali potevano essere?

Il metro dei valori della Rivoluzione

Quasi un anno dopo, la Scuola di Mistica rispondeva a questo interrogativo chiedendo al Duce il privilegio che venisse affidato al suo amore geloso la prima sede del "Popolo d'Italia", onde farne il Pantheon dei valori della Rivoluzione. Fra tutte le testimonianze ed i ricordi della eroica e gloriosa vigilia, l'unica infatti ad essere degna di assurgere a Sacrario della Rivoluzione era proprio la stamberga che s'alza al numero 35 di via Paolo da Cannobio, in quella casa stanca di anni e di umidità che dal centro di Milano occhieggia di azzurro per tre cortili, e che i nemici d'Italia chiamarono "Covo" perché dal 15 novembre 1914 al 15 novembre 1920 fu la tana del Leone donde ogni giorno il "fondo" del Duce zampò negli impoltriti e pettinati giardini degli avversari. Che fu "Covo" perché da lì uscì l'Idea e l'Azione, perché da lì, nel cielo d'ogni parte grigio d'ignavia e di frollezza, si aprirono squarci di ardimento e di fede. Che fu "Covo" perché da lì sorsero i Fasci d'azione rivoluzionaria, da lì si fomentò la speranza e l'attesa della guerra e da quelle mura, fatte grigie dal tempo, si organizzò la resistenza nel '17 e dopo il `19 si iniziò la riscossa e si esaltò l'epopea di Fiume. Che fu "Covo" perché durante i sei anni dell'attesa e della Preparazione, dalla stanzetta del primo piano il figlio del Fabbro di Dovia martellò l'Idea sino a farne fiamma ardentissima cui si accesero i migliori.

Potenza dell'intuizione

Quella trincea tra mura che, dal '14 al '20 conobbe il tormento del grande Agitatore e irradiò la luce del Condottiero inimitabile, era l'unica che potesse dar valore perenne al monito di Arnaldo Mussolini, era la sola che potesse diventare il valore base, il valore primordiale. Era l'unico vero Pantheon del Fascismo. E come tempio degli ideali e dei valori della civiltà del Littorio il "Covo" in questi anni è stato ripristinato per essere ricordato nei secoli dalle generazioni che verranno. Perché è lì, in quella casa che nella pianta porta il destino dei Fasci, che si ritrova l'Italia schietta e forte, semplice e sana della casa di Dovia, l'Italia della Verna e di San Francesco, l'Italia che crede, obbedisce e combatte e che perciò ha ritrovato il segreto della vittoria e della potenza. Questo è il significato ed il valore più veri del "Covo". Perciò esso è il sancta sanctorum della Rivoluzione. E ad esso i giovani devono guardare come al Sacrario del Fascismo. Ma no, ed in nessun modo,ad un museo. Immaginerebbe infatti la cosa più assurda e più contraddittoria chi pensasse il "Covo" come una esposizione arida e fredda, come una riesumazione sotto vetro. Del resto il Fascismo non ama i musei, dove la vita viene notomizzata come se la storia potesse essere messa sul tavolo operatorio di un qualsiasi archeologo. Direi anzi di più: il Fascismo è refrattario al museo così come lo è al materialismo storico. Tanto quello che questo, infatti, non hanno in comune la concezione della vita e della storia come fatto? Mentre vita e storia, per il Fascismo, sono soprattutto, per non dire quasi esclusivamente, idea e passione. Per noi è l'animo, è lo spirito dei fatti quello che conta. Il Fascismo non è — per nostra fortuna — archivista ma costruttore. L'invito che col binomio coscienza e dovere Arnaldo lanciò il 29 novembre dell'anno X ha avuto così consacrazione per volontà del Duce il 15 novembre. È nel suo nome che il 27 ottobre il "Covo" fu consegnato, nella persona del presidente Vito Mussolini, alla Scuola di Mistica Fascista ed è per Suo ordine che, nell'anniversario della fondazione del "Popolo d'Italia" — come è stato disposto dal Segretario del Partito — esso è stato aperto al culto degli italiani.
Celebrazione più degna del suo venticinquennio di vita il Giornale del Duce — che dall'intervento all'Impero è stato la bandiera di tutti gli ardimenti e di tutti gli slanci — non poteva avere e il popolo di Milano e di molti paesi d'Italia, che da settimane ormai corre compatto in pellegrinaggio di fede al n. 35 di via Paolo da Cannobio, non poteva dare testimonianza più alta che lo spirito della vigilia è intatto. Sin dal primo giorno, abbiamo visto squadristi ed arditi ripassare con gli occhi lucenti tra quelle mura che essi difesero e dove nel '19 e nel '20 montarono la guardia; vi abbiamo incontrato donne e bimbi, ma soprattutto abbiamo visto giovani guardare pensosi, meditare quasi allucinati la povertà dei locali e la crudezza dell'ambiente. Non è diversa l'impressione di chi dall'alto di una vetta si affacci per la prima volta su un panorama impensato, saturo di suggestioni strane, rivoluzionarie. Sì: questa è l'impressione che nasce dal primo contatto col "Covo". È tutto un mondo che, improvviso, si apre dinnanzi al visitatore. E di colpo, per intuizione, il pensiero comprende, la mente abbraccia orizzonti rimasti fino allora ignoti. È la folgore della fede che, come nell'iniziazione antica, scende nel pellegrino, lo scalda e lo accende.

Mantener fede alle origini

Questo è il mistero dei locali, questo è il valore di quella modesta casa. E lì anche, finalmente, si afferra il contenuto ultimo della nostra Rivoluzione. Si comprende in tutta chiarità che la vita moderna ci aveva disabituati a pensare. Già la Enciclopedia — è vero — aveva confuso la cultura con l'intelligenza, ma più tardi il meccanicismo addirittura ridusse il pensiero a un semplice sillogismo. Ebbene, se in taluno tutto ciò ancora oggi avesse un valore ed un significato, questo taluno vada al "Covo" a disincantarsi. Lì apprenderà che con la meditazione è tornata la saggezza e con questa — per fortuna della nostra civiltà — lo slancio e la fede, e quindi l'Intuizione e l'Azione. Machiavelli ha scritto che le rivoluzioni per durare devono mantenere fede alle origini. E questo ritorno alla vita vissuta e non ripensata, questo riaccostarsi alla vita patita e conquistata tappa per tappa è il più alto insegnamento del "Covo". Mussolini nel 1922 nel discorso del 4 ottobre alla "Sciesá' di Milano non aveva forse detto: «la democrazia ha tolto lo stile alla vita del popolo, il Fascismo riporta lo stile nella vita del popolo, cioè una linea di condotta, cioè il colore, la forza, il pittoresco, l'inaspettato, il mistico».

Attualità del "Covo"

Ecco, anche, perché oggi non sono più di moda i salotti, ma le strade. In quelli la vita è rivissuta allo specchio, in queste invece la vita è patita nel suo dramma di tutti i giorni, nel contrasto delle sue forze, nell'urto delle sue tendenze. Lì si ragiona soltanto, qui si spera, si crede, si costruisce, si combatte, si muore. Salotto e strada del resto possono essere assunti, in sintesi, ad esponenti di due civiltà. Razionalistica, utilitaristica, democratica e libertaria quella; intuizionistica, antiutilitaristica, mistica, fascista questa. Qui è tutta l'attualità e la contemporaneità del "Covo". Attualità e contemporaneità che non dovranno mai tramontare. Non solo per noi, infatti, ma per i nostri figli e per i figli dei nostri figli il "Covo" deve e dovrà essere l'Arca dei valori della Rivoluzione, la bussola cui guardare nei momenti di indecisione, la guida cui ispirarsi, la stella polare che il navigante dello spirito deve vedere sempre alta e lucente davanti a se. E ad esso oggi, domani, sempre gli italiani dovranno salire in pellegrinaggio, per meditare, per ispirarsi. Ad esso le generazioni si accosteranno sempre con stupore religioso per imparare che nulla allo spirito è impossibile. Quando fra dieci, fra cento, fra diecimila anni il pellegrino —chiunque esso sarà: giovane o anziano, vergine di studi o smaliziato dalla cultura — dal cortiletto umido e scalcinato, traverso i locali dell'amministrazione, salirà la stretta scaletta che porta alla redazione e arriverà in quella che fu la stanza di lavoro del Duce, ed il cui orizzonte è costituito da uno squarcio di tetti trarotti e da un fondale di ballatoi, allora sentirà, come noi oggi sentiamo, che l'Uomo che da lì ha saputo pensare e volere la più grande Rivoluzione del secolo, che l'uomo che da lì ha lanciato l'Italia sulla via della riscossa e della grandezza, ha veramente diritto ad essere ascoltato come Colui che ha sempre ragione, come Colui che è veramente Duce e guida, cui tutti, oggi e domani, ci sentiamo di dedicare non solo la nostra vita ma anche la nostra morte. Per questo spirito, per questa certezza che da lì nasce, si può, si deve dire che finché dureranno il culto ed il mito del "Covo" durerà la Rivoluzione delle Camicie Nere.



L'equivoco (Dottrina Fascista, Maggio 1939.)

Abbiamo cominciato con apprensione ma — e sia grazie a Dio —abbiamo terminato di leggere in letizia. Mi spiego subito. Qualcuno in questi ultimi tempi si era dimenticato o voleva far dimenticare che l'Italia fascista e cattolica vive nel clima della Conciliazione. E’ solo così che si spiega certo arzigogolamento. È solo così che si comprendono certi affioramenti più o meno popolari. E perciò la chiarificazione dell'Italia giunge opportuna. Opportunissima anzi. Era tempo che da parte dei confratelli della Chiesa si facesse il punto. E speriamo che basti: non solo per gli stranieri, per tutti quegli stranieri, più o meno in buona fede, che non hanno capito nulla di queste ultime intense settimane, ma anche per certa ferraglia di marca o di derivazione più o meno popolare. A dieci anni dalla Conciliazione occorre infatti che qualche "cosiddetto cattolico" — e dico cosiddetto perché non è così che il buon Pastore ci ha insegnato ad essere figli di Madre Chiesa — ricordi che l'l 1 febbraio del 1929 il Santo Padre e il Duce ridiedero, nel segno della Croce e del Littorio, l'Italia a Dio e Dio agli italiani. E fu Conciliazione, assoluta e definitiva, perché Chiesa e Stato misero il "basta" della storia alla assurda velleità di coloro che volevano vedere un "trionfatore" e pretendevano che dalla lotta, o l'uno o l'altro, uscisse col ginocchio a terra. Il '70 non era sorto proprio da ciò? Perché ripetere, nella sua essenza, la lotta delle investiture? Se Cristo disse date a Cesare quel che è di Cesare, se San Paolo ribatté a caratteri aurei il monito del Maestro, se Agostino parlò di una città terrena e di una città divina, perché voler confondere i termini, perché voler ritornare alla lotta, al caos? Ecco il nodo gordiano che tagliarono "definitivamente" –lo ricordi qualche "cosiddetto cattolico" – Pio XI e Mussolini. Ora tutto ciò non bisogna dimenticarlo e l'Italia l'ha ricordato opportunamente: Conciliazione è separazione; né la Chiesa deve fare della politica, né lo Stato della religione; la Chiesa spezzi il pane della carità e della bontà, allo Stato il fare la politica, quella con la P maiuscola però, quella cioè che - come ha detto Mussolini – è educazione e formazione di caratteri e di uomini. L'equivoco è tutto qui: i fascisti cattolici lo sentono e alzano a Dio la loro preghiera perché su certi cattolici, che non sentono il privilegio e l'altissimo onore di essere fascisti, scenda la Grazia a illuminare e a ricordare loro che è Dio che ha mandato Mussolini all'Italia e al mondo perché la Chiesa non subisse l'estremo affronto di essere infangata da quel bolscevismo che – grazie anche a questi "cosiddetti cattolici" – ha potuto annegare nel sangue la cattolicissima terra del Cid. E che perciò essere cattolici fascisti oggi, in questo secolo XX, vuol dire essere veramente fratelli in Cristo, vuol dire essere veramente figli della Chiesa. Fascisti cattolici, perciò, o cattolici fascisti, se più piace, ma fascisti: ricordiamocelo.



Perché siamo mistici (Libro e Moschetto, 24 Febbraio 1940.)

Le rivoluzioni per durare devono mantenersi fedeli alle origini. Perché sono proprio le origini quelle che nella storia caratterizzano uomini e popoli. «Natura delle cose, ha detto con grande sapienza Vico, è loro nascimento». Ora, all'origine della nostra Rivoluzione cosa sta? Forse il sistema geometrico di Danton? No. Alla origine sta la fede. Anche noi possiamo dire: prima era il Verbo. Perché è stato lo slancio della fede quella che ha stretto in piazza S. Sepolcro, un pugno d'uomini intorno ad un Capo, quello che ha fatto di un'idea una Rivoluzione, un Regime, un Impero. Chi di voi ha visto il Covo, chi di voi in quelle stanzette che per povertà e suggestione ricordano la Verna del Santo d'Assisi, ha meditato, ha soprattutto appreso che solo una grande, accesissima fede ha potuto trasformare lo sgabuzzino di via Paolo da Cannobio, dove una fuga di tetti chiudeva ogni orizzonte, nella sala del Mappamondo, aperta sull'Urbe eterna e universale. Credere, quindi, anzitutto credere, e poi ancora credere. Cioè guardare con simpatia e con ottimismo la vita e gli uomini, credere nel bene e nell'onestà, nella santità e nella virtù, come ci ha detto Arnaldo. E siamo dei mistici anche perché siamo degli esuberanti, ma siamo mistici soprattutto perché siamo degli entusiasti, dei credenti. Ecco perché il Duce il 20 novembre ci ha detto t la fede che muove le montagne. Questa può essere la vostra parola d'ordine». E proprio questa è stata la parola d'ordine della vigilia. Non per niente, sansepolcristi e squadristi, che sono stati i primi mistici del Fascismo, hanno chiesto, nel rosso della fede, il segno che tra i fascisti li distingue: come coloro che, di fronte al Capo e all'Idea, hanno preteso e pretendono il diritto della prima linea, non occorre dirlo di borghesi poltrone, ma di combattimento. E questo diritto alla prima linea, ad essere i disperati del Fascismo, è l'unica pretesa che, oggi, domani, sempre, i mistici del Fascismo accamperanno di fronte alla Rivoluzione, come, con vena veramente squadrista ha detto Guido Pallotta nella sua relazione che ha avuto lo spirito e la mordenza del «menefreghismo» più autenticamente fascista. Prima linea, sul fronte esterno ed interno, contro il nemico di fuori e di dentro. Contro gli attentatori della nostra integrità territoriale, ma anche, e con ugual decisione e durezza, contro gli attentatori della nostra integrità spirituale. Contro tutti gli internazionalisti e contro i portatori di tutte le esterofilia: da quelle della moda a quelle del pensiero, da quelle della politica a quelle dell'economia. Intransigenti quindi, perché chi fermamente crede non ha altra alternativa. Intransigenti perché questo è il dovere dell'ora. Intransigenti perché solo l'intransigenza ci può mantenere, anche nel campo del pensiero, così come ci tiene nel campo della politica, al di là di quella crisi di cui il 12 gennaio 1932 Mussolini scriveva sul "Popolo d'Italia”.

Dopo aver dimostrato come alla base della crisi contemporanea sta il razionalismo cartesiano, comune denominatore del liberalismo, del comunismo, della democrazia, del socialismo, del materialismo e aver rilevato come sia stato proprio un italiano a reagire contro la dottrina del dubbio metodico, il relatore ha chiaramente illustrato i motivi per cui il convegno, che intendeva dare ragione dell'esistenza di una mistica fascista, s'è iniziato con due temi dedicati alla tradizione. Ha affermato quindi come su questo punto il risultato del convegno può riassumersi – come è dimostrato dalla relazione di Padellaro – nel riconoscimento dell'esistenza di una unitaria tradizione, attraverso oltre 25 secoli di storia, di un pensiero proprio degli italici, individuato negativamente da un espresso atteggiamento antintellettualistico e antirazionalistico, ma non antirazionale o irrazionale, e positivamente espresso da una accesa concezione super-individualistica della vita – che si chiami dea Roma, cattolicesimo o Patria – realizzata politicamente, e il termine qui va inteso nel suo significato più lato di organizzazione della vita collettiva, da un sistema che senza essere soprannaturale, è nettamente soprarazionale. Dopo aver individuato – in base alla relazione di De Marzio –quali sono le caratteristiche e i momenti mistici della storia d'Italia il relatore continua:

Giunti a questo punto non possiamo non fare una constatazione. Questa: che i valori che caratterizzano la nostra tradizione rappresentano l'attesa del mondo contemporaneo. Filosofi, storici, economisti, politici infatti – l'abbiamo visti prima e lo potremmo documentare nel modo più ampio – son tutti d'accordo sull'esistenza della crisi che sconvolge il mondo contemporaneo. E la gran parte, anche se non tutti, ammettono che questa che noi viviamo è una crisi dovuta al razionalismo ed all'intellettualismo – come ha detto il Maggiore – intesi sia nelle loro forme storiche e tradizionali, sia nelle loro illazioni più disparate. Da più parti, pure, si riconosce che il mondo contemporaneo ha bisogno di salde verità cui ancorarsi e di reali valori cui commisurarsi, ha cioè necessità di riconoscersi e di credere in qualche cosa di meno effimero delle meteore che il pensiero così detto moderno ha fatto balenare dinanzi alla fantasia sconvolta dei nostri contemporanei. Infine nessuno nega l'esistenza di un problema morale. E non è proprio a questi tre problemi che risponde la nostra tradizione? Nell'attuale ricorso storico – come direbbe Vico – il mondo, per sciogliere il nodo della crisi, deve perciò rifarsi a Roma, deve rivolgersi alla nostra razza, deve abbeverarsi al nostro pensiero, deve apprendere da noi la via dalla quale scampare la tempesta che lo sconvolge. Nel movimento pendolare della storia, l'accento è oggi messo sulla parola sintesi e perciò esso non può suonare che Roma. Ecco perché si riparla di un'universalità italiana, ecco perché – quasi a nostra insaputa – dai lidi più lontani si guarda alla Città eterna e nel mondo corre l'ansia e la paura ad un tempo del ritorno di Roma. E perciò il Duce già nel 1930 ha potuto dire «Il Fascismo, in quanto idea, dottrina, realizzazione, è universale; italiano nei suoi particolari istituti, esso è universale nello spirito». Ed è per questo che più recentemente ha potuto ribadire «L'Europa sarà fascista o fascistizzata» volendo con questo dire che la accettazione del Fascismo è, ormai, per il mondo contemporaneo nella necessità delle cose. Tutto ciò però ci dice che, contrariamente ai vecchi luoghi comuni tanto cari agli internazionalisti, di fuori e di dentro, per essere universali dobbiamo essere sempre più noi, cioè sempre più italiani. Né questo deve sembrare paradossale. Perché quanto più noi approfondiremo la nostra natura, quanto più individueremo le nostre caratteristiche, tanto più originale e quindi indispensabile sarà il nostro apporto alla Civiltà degli altri popoli ed alla soluzione della attuale crisi. E proprio questo è il compito storico della Rivoluzione Fascista. Compito interno ed esterno ad un tempo, nazionale ed universale. Né ci si fraintenda. Il Fascismo è un richiamo violento alla tradizione, non un ritorno o una ripetizione. Per noi fascisti la tradizione come lo dice il significato etimologico del termine e come Evola ha documentato, è e non può essere che dinamica. Altrimenti si parlerebbe di conservatorismo o di reazione. Invece la tradizione è continua coniugazione, attraverso il presente, del passato e dell'avvenire; è processo inesausto di superamento, è una fiaccola accesa con la quale ogni popolo illumina la propria strada e corre nel tempo verso l'avvenire. Ecco perché, oggi, rivoluzione e tradizione non si escludono, ma anzi si identificano e questo spiega il culto che noi abbiamo pel passato e dice ai soliti uomini dai paraocchi che l'italiano del secolo XX non può che essere fascista. I non pochi miopi, che ancora pontificano da tante cattedre, dalle quali credono di conservare alla gratitudine dei nipoti i relitti del naufragato e ormai definitivamente sotterrato nel mondo demo-social-liberale, si persuadano. I moderni, i contemporanei, siamo noi, ai quali Mussolini ha insegnato a gridare «Tutto nello Stato, niente al di fuori, nulla contro lo Stato», perché il ciclo individualista della storia è chiuso: senza speranze. E come è scritto nella Dottrina politica e sociale, il XX e gli altri saranno secoli di "destra". Imparino che i moderni siamo noi, anche se esaltatori della violenza chirurgica perché dovrebbero capire, se ancora rimane loro un po' di cervello, che è solo attraverso l'azione che si attua il secondo momento dell'ideale tradizionale e moderno dell'eroe. Sappiano poi che i moderni siamo noi, anche se portatori dall'intransigenza più assoluta perché il volere fermamente la realizzazione dell'ideale è atto della più alta moralità. Apprendano infine che i più umani, nel significato più elevato della parola, siamo proprio noi fascisti perché alle concezioni deterministiche, materialistiche, sensiste del razionalismo o del liberalismo, della democrazia o dell'intellettualismo, noi abbiamo sostituito l'uomo, non più elemento tra gli elementi, non più forza tra forze della natura, non più fuscello in balia delle così dette fatali leggi naturali, ma uomo morale e volitivo, che la natura domina e plasma secondo l'ideale del proprio spirito. Intendere così la missione della nostra razza nel mondo contemporaneo, concepire in modo così acceso il Fascismo vuol dire sentirsi vicini ai valori superiori dello spirito, significa partecipare, attraverso il contributo anche abnegante del proprio io, alle realtà nuove che si stanno creando. Questo si chiama "mistica”. Questo significa essere dei mistici del Fascismo. Essere cioè portatori esaltati e intransigenti di questo credo politico. La «mistica» è un ordine, ha detto il Duce il 20 novembre. Non fuori ma dentro il Fascismo. Un ordine politico, libero, senza distinzioni e senza tessere perché il distintivo dei mistici è quello eroico e glorioso del Partito e la tessera dei mistici è quella nella quale noi tutti abbiamo giurato di servire il Duce e la Rivoluzione, anche col nostro sangue. Essere mistici significa perciò essere fascisti, né più né meno degli altri, così come essere francescano o gesuita significa né più né meno cattolici degli altri credenti. Ma si deve mettere in opera una preferenza delle altre virtù teologali. E delle virtù del Fascismo, dei valori della tradizione i mistici vogliono mettere in atto la fede operante, intransigenza costruttiva, la virtù eroica del credere. «Siate intransigenti, domenicani», ci disse Arnaldo quando, nel binomio "coscienza e dovere", esaltò la dote tradizionale del nuovo italiano di Mussolini. Nel problema morale del conoscere e dell'operare in conformità,il Maestro allora individuò la virtù tipica del nostro genio. Essere intransigenti su questo principio, volere sempre, in qualunque circostanza, questa perfetta coerenza, questa immediata consequenzialità tra il pensiero e l'azione deve essere la conseguenza dei mistici. «La fede muove le montagne» ammonì il Duce il 20 novembre. «Questa — Egli aggiunge — può essere la vostra parola d'ordine». Lo è. Perché la fede è tutto. Nulla se non si crede si fa, nulla se non si ha fede si vuole, nessuna difficoltà, se non si è fermamente convinti, si vince. Come, chirurgicamente storica è stata la violenza del Fascismo, altrettanto sanamente costruttiva deve essere la nostra intransigenza. Nessuna acidità perciò e nessuna reazione. Padellaro e Manacorda hanno parlato di un'Italia piena e priva di peccati. Sì: C'è l'Italia dei grandi, c'è l'Italia della vera tradizione che è un'Italia senza peccato, ma c'è anche un'Italia contingente, del giorno per giorno che ne è piena. Bisogna che questa Italia attinga le vette immacolate di quella. E quest'opera di epurazione non si può ottenere che con l'intransigenza più rigida. E’ per questo che anche recentemente il Segretario del Partito ha messo l'accento su questa necessità. Ma da questa nostra intransigenza, uscirà il capolavoro del nostro tempo. Un'Italia più bella e più grande, più forte e più sicura del proprio destino, più nostra e più santa. Uscirà soprattutto un'Italia giovane, non per privilegio di età — come ha detto il grande mutilato Lepore — ma per la forza dello spirito. E non è questa la vera giovinezza del Fascismo? Giovane per generosità ed audacia, per abnegazione e baldanza, per coraggio e spensieratezza, non è stata la Rivoluzione? E non è questo il significato della nostra canzone? Se c'è stata una cosa altamente, commovente in questo convegno è proprio questo incontro, tra anziani e giovani e tra giovani e meno giovani. Incontro nel nome della giovinezza dello spirito e della comune fede nell'idea comune. Soprattutto incontro nel nome di Colui che quest'Italia ci ha largito perché ce l'ha rivelata. Ecco perché il nostro amore per Mussolini ha la temperatura di quello dei primi 149 di S. Sepolcro e di quello ha l'entusiasmo raccolto e la dedizione operosa: ecco perché siamo spiritualmente vicini ai sansepolcristi ed agli squadristi da fratelli a fratelli. Meglio: da commilitoni a commilitoni. Il fiduciario nazionale dell'Associazione fascista della Scuola, Guido Mancini è stato felice quando ha detto «qui tutto il Fascismo si trova unito dietro Mussolini». Preciserei tutta l'intelligenza, e la vera intelligenza italiana è oggi dietro Mussolini, ma non solo dietro il Capo del Governo, dietro lo Statista, ma soprattutto dietro il Duce cioè dietro il Fondatore di quella nuova dottrina civile che è il Fascismo. Qualcuno ha chiesto: ma, infine, cos'è questa mistica? E nella sua domanda c'era l'attesa di sentirsi rispondere, come il dizionario o una enciclopedia rispondono quando noi loro chiediamo il significato della parola legno o gelato, o ferro ecc. No. Nessuna definizione scolastica. La mistica non è, né può essere una nozione di cultura da esprimere in quattro parole. Essa è uno stato d'animo, un grado di perfezione dello spirito. Dalla precisa, felicissima interpretazione data da Fernando Mezzasoma, alle relazioni di Padellaro, di Di Marzio e Pallotta, in queste due giornate di lavori il problema è stato messo a fuoco. Noi siamo mistici perché siamo degli arrabbiati, cioè dei faziosi, se così si può dire del Fascismo, uomini — come ha scritto bene Rivoire nella sua relazione — partigiani per eccellenza e quindi anche assurdi. Sì, assurdi. Del resto, nell'impossibile e nell'assurdo non credono solo i loici e gli spiriti mediocri. Ma quando c'è la fede e la volontà niente è assurdo. Non era assurdo, per i tiepidi e per i pavidi la Marcia su Roma? Per i pessimisti e per i ragionatori non sono state egualmente assurde la vittoria contro i 52 Stati sanzionisti e la conquista dell'Etiopia? Non era egualmente assurdo per i miopi il trionfo della nuova Spagna? Non sarà domani assurdo il trionfo nel mondo dei principi che sono a fondamento della nostra Rivoluzione? A questi assurdi Mussolini ci ha abituati da vent'anni; di questi assurdi, oggi, è imbevuta l'anima di noi tutti: l'Italia nuova in essi più che sperare ha riposto la sua certezza: di essi vive. Ecco perché è mistica. La storia, quella con l'esse maiuscola, è stata, è e sarà sempre un assurdo: l'assurdo dello spirito e della volontà che piega e vince la materia: cioè mistica. Fascismo = Spirito = Mistica = Combattimento = Vittoria perché credere non si può se non si è mistici, combattere non si può se non si crede, marciare e vincere non si può se non si combatte. Come Mussolini ha dimostrato il 24 maggio 1915, il 23 marzo 1919, il 28 ottobre 1922, il 2 ottobre 1935. Come domani. Come sempre.

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" Forse che non conoscendo a fondo il pensiero del Duce si può affermare di essere fascisti? Noi diciamo di no! Che il fascismo non è istinto ma educazione e perciò è conoscenza della sua mistica,che è conoscenza di Mussolini" (N. Giani)
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MessaggioInviato: Mar Gen 31, 2012 8:22 am    Oggetto:  
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Come si puo' non essere romantici con il Fascismo?
Condivido ogni singola parola degli articoli scritti da Giani.

Non ci puo' essere rivoluzione che non parta dal cuore, un sentimento, che vive ed accende l'anima di pura passione.

Ed essere rivoluzionari vuol dire credere nel nuovo con intransigenza, con spregiudicatezza, anche con violenza, se occorre.E così noi crediamo

Non ci possono essere vie di mezzo. Scherzando mi sono sempre autodefinita "estremista", ed e' forse proprio grazie a questo mio aspetto che non ho avuto nessuna difficolta' ad abbracciare totalmente il Fascismo.Sono convinta che ci vuole carattere. Un carattere solido, fermo. Non si e' mai arrivati da nessuna parte con i se e con i ma. E' necessario, e' un dovere morale essere intransigenti. Ma proprio perche' questione di carattere secondo me non e' alla portata di tutti, ed e' proprio per questo che nell'articolo si ribadisce un concetto a mio parere importantissimo...la Mistica va' giustificata e compresa ma..

..non è per nulla necessario che tali proposizioni siano da tutti giustificate o dimostrate [..]basta che una minoranza – il Partito nel nostro caso – ne conosca la chiave e ne sappia la giustificazione. Per gli altri ciò può anche non occorrere o talvolta non essere utile. L'importante è che gli altri – tutti gli altri – credano e agiscano in conformità.

..e chi non capisce e preferisce fermarsi, che lo faccia. Ma noi andiamo avanti. Non si puo' scendere a patti. Credere di poter mantenere ferma e solida la fede senza una piena consapevolezza e' impossibile. Estremista quindi? forse. Orgogliosamente ferma nelle mie convinzioni.

Perché solo quando un valore o un principio si connatura al punto da diventare esigenza inderogabile, cioè stile, esso è storicamente operante

Intransigenza dunque.Fermezza del pensiero e delle azioni. La rivoluzione ha bisogno di questo. Il Fascismo ha bisogno di questo.

Lo sbaglio di tutti costoro sta quindi nel non essersi ancora reso conto che la Rivoluzione ha un suo linguaggio — ecco anche perchè si parla tanto di stile — così come ha un suo tipo di uomo, come quella cioè che della vita e del mondo ha una sua particolare concezione.

La Fede smuove le montagne. Ma cos'e' la fede se non cieca ed assoluta dedizione e certezza nel proprio ideale? Si puo' aver fede per meta'? si puo' credere di aver fede quando nel cuore si nutrono dubbi? Io dico di NO. Soprattutto in un mondo cosi' ambiguo.


Ebbene, se in taluno tutto ciò ancora oggi avesse un valore ed un significato, questo taluno vada al"Covo" a disincantarsi. Lì apprenderà che con la meditazione è tornata la saggezza e con questa — per fortuna della nostra civiltà — lo slancio e la fede, e quindi l'Intuizione e l'Azione.

Grazie Marcus

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"Ho tolto la libertà. Si, ho tolto quel veleno che i popoli poveri ingoiano stupidamente con entusiasmo. Ho fatto versare il sangue del mio popolo. Sì, ogni conquista ha il suo prezzo." Mussolini si confessa alle stelle.
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MessaggioInviato: Mar Gen 31, 2012 10:26 am    Oggetto:  
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Più che di estremismo io parlo di consapevolezza e convinzione, ecco perché in quest'ottica è naturale,come ebbi già a scriverti, che il trinomio CREDERE, OBBEDIRE, COMBATTERE sia la formula più puntuale che rispecchia le virtù migliori del Fascista... e le tue giuste considerazioni sono degne di un vero Fascista cara Safra, dunque degne di Uomini come Giani, è lui che devi ringraziare non me. Wink
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" Forse che non conoscendo a fondo il pensiero del Duce si può affermare di essere fascisti? Noi diciamo di no! Che il fascismo non è istinto ma educazione e perciò è conoscenza della sua mistica,che è conoscenza di Mussolini" (N. Giani)
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MessaggioInviato: Mar Gen 31, 2012 12:57 pm    Oggetto:  
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Hai assolutamente ragione sulla consapevolezza,io per estremismo intendevo "un modo di pensare e di agire che propugna obiettivi radicali e metodi di lotta intransigenti" Very Happy
E comunque devo ringraziare Giani hai ragione, ma anche te, RomaInvicta e quanti hanno reso possibile tutto questo. Quindi Grazie Wink

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MessaggioInviato: Sab Set 22, 2012 7:14 pm    Oggetto:  
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Lo scritto seguente riporta la conferenza tenuta da Carlo Biggini presso la Scuola di Mistica Fascista in un periodo compreso presumibilmente tra il 1942 ed il 1943, datazione che possiamo evincere approssimativamente da alcuni elementi presenti nel testo stesso, nel quale non è però riportata alcuna data precisa al riguardo. Articolo molto importante poiché si tratta del commento ad uno scritto mussoliniano del 1922 riguardante lo Stato ( già inserito a suo tempo nel nostro forum
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) analizzato alla luce degli sviluppi politico-sociali ventennali del Regime che confermano la lungimiranza delle analisi del Duce, mostrando la reale capacità del Fascismo di saper coerentemente realizzare secondo le sue proprie modalità la sua rivoluzione.


STATO, ANTISTATO, FASCISMO

Biggini Carlo Alberto


Camerati, è la prima, volta che ho il grande onore di parlare da questa mistica cattedra, dalla quale Arnaldo additò ai giovani le più pure e le più alte idealità, che del binomio coscienza e dovere fece il fondamento della nostra vita, per degnamente vivere e per degnamente morire, e sento tutta la responsabilità di parlare dalla cattedra del nostro Maestro per illustrare, con le mie modeste parole, uno degli scritti storici del Duce. Ecco perché desidero devotamente inchinarmi davanti alla Sua memoria con spirito di credente e con quei sentimenti che animano l'eroico misticismo della nostra Rivoluzione, dedicare umilmente a Lui il pensiero contenuto in questo commento, a Lui che dello Stato Mussoliniano ebbe chiari il fine e la struttura, che di questo secolo comprese i vitali motivi storici suscitati dal pensiero e dall'azione del Duce, che visse e lottò, insegnando il dolore come necessità, il sacrificio come dovere, l'obbedienza come gioia, la bontà come forza, la verità come arma, la coscienza come giudice, il dovere come legge, che visse e lottò per una maggiore giustizia, per una nuova cultura, per un più alto diritto nel santo nome della Sua, della nostra, Italia immortale. Il Duce pubblicò il 25 giugno 1922 nella rivista Gerarchia un articolo dal suggestivo titolo “Stato, Antistato, Fascismo”, col quale intendeva precisare " il punto di vista del Fascismo di fronte al concetto di Stato, in astratto, e di fronte a quella incarnazione speciale e individuata dell'idea di Stato che è lo Stato italiano." Da quali precisi fatti politici prendeva spunto l'articolo? Il quale non si può intendere se non ricollegandolo, nel suo aspetto concreto, agli sviluppi che il movimento fascista era andato assumendo tra il luglio 1921 e i primi mesi del 1922. Che cosa fu "l'occupazione fascista di Ferrara" e, soprattutto, "l'occupazione a carattere militare di Bologna" per usare le precise parole del Duce? Ai primi del 1922 il Partito fascista è già la maggior forza organizzata della Nazione. Gli avversari dei numerosi e vari partiti dai programmi ben definiti continuavano a dire che il programma fascista, così indeterminato, non' era un programma; i soliti costruttori di schemi ideologici, confondendo filosofia e vita, dimenticavano, e ne avranno poi la più tremenda smentita dalla realtà, che sentimenti e passioni sono anch'essi pensieri in formazione, che hanno la mirabile capacità di creare fatti, nei quali è sempre qualche pensiero, di creare la storia. Gli uni e gli altri condannavano il fascismo come estraneo alla nazione, come estraneo alla cultura politica. Ed invece il Partito fascista cresceva, cresceva il Fascismo, che, anche allora, non si esauriva tutto nel partito: il Fascismo diventava veramente la Nazione, con essa sempre più tendeva ad identificarsi, mentre il Duce affermava che il movimento dei Fasci non aveva soltanto scopi da raggiungere, ma una missione da compiere. Ed insieme a tale missione il Fascismo cominciava ad avere i suoi miti: già nel 1922 era titolo di gloria aver appartenuto ai fondatori, al primigenio fascio di Milano, un alone luminoso già circondava il 23 marzo 1919. Quanto cammino in due anni! E quanti camerati caduti nella battaglia di ogni giorno in ogni parte d'Italia! Vi era una tradizione fondata dal sangue, cementata dai morti: tradizione che è la gloria più alta e più pura della Rivoluzione delle Camicie Nere, perché fondata sull'eroismo e sul martirio, mistica dei popoli farti, tradizione continuata da quella gioventù che ha saputo esprimere in tre guerre tutta la propria ansia di sacrificio e di dedizione, offrendo così testimonianza che l'idea mistica è destinata a rifiorire perennemente in tutti coloro che sanno portare alta la bandiera della fede. Ed intanto Mussolini impersonava sempre più e meglio il movimento, da lui creato, nei suoi elementi essenziali: mentre lo definiva e lo differenziava, lo dilatava spiritualmente, lo portava ad Identificarsi con la secolare gloriosa storia italiana. Ogni giorno parlava dal Popolo d'Italia, senza indugiarsi nei dettagli, senza perdersi nella cronaca quotidiana, ma suscitando visioni, segnando vie, additando mete: e nelle grandi occasioni la sua presenza viva, la sua parola viva, la sua parola che non è un parlare, ma un operare, incidendo nell'animo delle folle, mettendole in quello stato di emozione tanto vicino all'azione, sinonimo di azione, con una eloquenza che ripudiava quella “verbosa prolissa inconcludente" dei democratici, sono sue parole, per affermare una "squisitamente fascista, cioè scheletrica aspra schietta e dura". E mentre le sue parole e i suoi scritti destavano nelle adunate, nelle assemblee, nel paese fremiti d'entusiasmo e commozione profonda, precisava ed approfondiva, con mirabile vigore polemico, il suo pensiero e rettificava, con chiarezza e necessaria crudezza, arbitrarie interpretazioni e superate mentalità, impedendo deviazioni e sbandamenti, resistendo alle correnti troppo destre e troppo sinistre. Egli trovò sempre, di fronte a tanto fermento di passioni e di idee, in mezzo alla dura sanguinosa lotta, ispirazioni così profonde ed accenti così alti che, anche oggi, alla calma lettura, quei discorsi, quegli scritti suscitano intima commozione. Non una parola superflua o fuori posto, ma rigore logico nella coordinazione di elementi storici, filosofici, politici: il grande corso della storia italiana ed europea riassunto, interpretato, svolto, dominato, come una forma plastica. Alla grandezza e alla gravità degli argomenti fanno riscontro, come nello scritto del quale parliamo, la moderazione e la precisione del linguaggio; alla necessità di dissipare errori e false interpretazioni, il vigore polemico, spesso pervaso di sarcasmo e di ironia, che demolisce arbitrarie costruzioni degli avversari, chiarisce equivoci e delinea con la forza delle argomentazioni, i reali contorni degli avvenimenti ,il carattere e la portata della grande lotta antibolscevica, antisocialista, antidemocratica. Il 22 novembre 1921 in un articolo su "relativismo e fascismo" nel Popolo d'Italia, a proposito di una definizione di Adriano Tilgher, per il quale il fascismo era "l'assoluto attivismo trapiantato sul terreno della politica", affermava che il fascismo è la più formidabile creazione di una volontà di potenza individuale e nazionale. E mentre disdegnava certi intellettuali, che nella presunzione e nella supervalutazione della loro cultura o scienza, erano incapaci d'imprimere un qualsiasi impulso alle cose, aspirava ad un profondo rinnovamento della cultura, sì che alla fine del 1921 si parlava già di un fascismo avente pur esso un suo ideale di cultura, di una cultura fascista, come cultura viva, mobile, capace d'identificarsi con la vita, di un'arte fascista, di uno stile, di un modo di vivere fascista. E nel Marzo 1922 Mussolini affermava che il fascismo doveva darsi una sua filosofia, doveva cioè acquistare, con la riflessione, piena consapevolezza di sé. Tre anni d'intensa lotta, dal 23 marzo 1919 al 25 giugno 1922, data di questo scritto del Duce, avevano arricchito il fascismo di un proprio contenuto positivo: non che i suoi compiti contingenti, rivendicazione dell'intervento, esaltazione della vittoria, argine insuperabile al dilagante bolscevismo, diminuissero d'importanza, ma, elevandosi come pensiero politico, affermandosi come movimento nazionale, non più legato a circostanze o esigenze mutevoli, aveva davanti agli occhi un orizzonte più largo, scopi più lontani. Dimostrazioni popolari in molte città italiane, specie a Firenze e a Bologna, sotto le prefetture e i comandi militari, al grido di "viva la dittatura" facevano scrivere a Mussolini il 12 febbraio 1922 sul Popolo d'Italia: “la parte migliore della Nazione non va a sinistra, ma a destra, verso l'ordine, le gerarchie, la disciplina. Da tre anni chiede de un governo e non lo ha. Il governo non c'è. La crisi attuale mostra l'incapacità della Camera a dar un governo alla nazione. Può essere che il grido di Bologna diventi, domani, il coro formidabile di tutta la Nazione." Nella incapacità e bassezza parlamentare di tutti i vecchi partiti, il commento mussoliniano al grido delle moltitudini dava nuovi motivi alla fase romantica eroica della insurrezione armata contro una classe politica inetta e corrotta. "Non un ministero, ma un governo", dirà poi il Duce assumendo il potere, mentre si apprestava a dare fondamento, vita, struttura a una nuova concezione e realtà dello Stato. Sempre nel febbraio 1922 si ebbe un convegno a Roma fra la direzione del Partito e il comitato centrale provvisorio delle corporazioni sindacali e nell'aprile 1922 nacque il Lavoro d'Italia, diretto da Rossoni, il quale, nell'appello ai lavoratori italiani scriveva: "il sindacalismo nazionale ricomincia daccapo la riorganizzazione degli italiani di tutte le professioni e d'una sola fede in un quadro grandioso di educazione politica, di capacità produttiva, di coscienza e disciplina nazionale". E Mussolini salutava il nuovo giornale affermando che il Popolo d'Italia e Lavoro d'Italia vivranno fusi insieme “contro tutti i parassitismi della politica e dell'economia" e che il fascismo si rivolgeva "alle nuove masse dei lavoratori del braccio e del pensiero per elevarne le condizioni e legarli sempre più intimamente alla vita ed alla storia della nazione." Difatti mentre nuove e vaste categorie di popolo accorrevano al fascismo, alle organizzazioni sindacali nazionali, il movimento rivoluzionario cercava, desiderava le occasioni per sostituirsi al governo, quasi essere governo, per sostituirsi allo Stato, quasi essere Stato, specie dove le conseguenze della debolezza, della assenza, della precarietà dello Stato liberale-socialista potevano essere più gravi. Nella primavera avevano avuto luogo alcune grandi adunate fasciste: il 26 marzo, a Milano, per il terzo anniversario della fondazione dei Fasci, una imponente adunata di operai, lavoratori dei campi, piccoli borghesi, combattenti e squadre d'azione. il 21 aprile, festa del lavoro e Natale di Roma, ebbe la sua prima celebrazione con adunate e cortei in tutta Italia. E Mussolini sul suo giornale scriveva: "In Roma noi vediamo la preparazione dell'avvenire. Roma è il nostro mito. Sogniamo un'Italia romana cioè saggia e forte, disciplinata e imperiale. Molto dello spirito immortale di Roma risorge nel Fascismo: romano è littorio, romana la nostra organizzazione di con-battimento, romano il nostro orgoglio e coraggio." Il 12 maggio cinquantamila fascisti delle organizzazioni di combattimento e quelle sindacali, affluendo da tutte le strade, a piedi, in bicicletta, su autocarri, entro barconi fluviali, occupavano militarmente, offrendo un nuovo e stupendo esempio di disciplina, di organizzazione di capacità rivoluzionaria, la città di Ferrara: l'occupazione durò sino al 14 maggio. E' un nuovo tipo di sciopero, uno sciopero fascista: non cercano, sussidi, ma lavoro, vogliono l' esecuzione di opere già deliberate, si sostituiscono alla lentezza, alla incapacità del governo. E sul Popolo d' Italia Mussolini scriveva, in proposito, che la manifestazione non aveva scopo sovversivo, ma si prefiggeva un obbiettivo di ordine immediato, la sollecita esecuzione di un piano di opere pubbliche, già deciso ed approvato dalle competenti autorità, allo scopo di alleviare la grave disoccupazione, che tormentava le masse del ferrarese. Due settimane dopo, dal 31 raggio al 2 giugno, avviene l'occupazione militare di Bologna: in seguito ad atti di sangue contro fascisti, in Bologna e in provincia, in seguito ad atti di repressione contro fascisti da parte delle autorità locali, si ha il sospetto che il governo, d'accordo con gli stessi partiti sovversivi, voglia abbatter l'organizzazione politica e sindacale fascista, quel fascismo padano che faceva paura perché finemente politico ed audacemente combattivo. I fasci sono nobilitati, tutti i poteri dei direttori passano ai comitati d'azione, Michele Bianchi, segretario del Partito, trasferisce la sua sede a Bologna, giungono squadre dal ferrarese, dal modenese, dal veneto. Sono oltre diecimila uomini che si concentrano in Bologna: bivacchi sotto i portici, ronde notturne, sveglia, rancio, nuovo esempio della forza rivoluzionaria della organizzazione politico militare fascista, pronta, audace, disciplinata. E quando il prefetto Mori fu destituito e i servizi di polizia passarono al comandante del corpo d'armata generale Sani, le squadre partirono, l'occupazione fascista della città cessò. Quasi negli stessi giorni aveva luogo la prima adunata nazionale delle corporazioni sindacali, come allora si chiamavano: era una nuova grande battaglia vinta per strappare le masse al socialismo e Mussolini il 20 maggio scriveva :"il tricolore, ignorato per lo innanzi, sventola ora nei più oscuri villaggi. E' grande merito del Fascismo essere riuscito a inserire vaste masse operaie e rurali nel corpo vivente della nostra storia." Di fronte a tale complessa situazione politica, che, insieme ad una lotta sempre più aperta, decisa e spesso sanguinosa, offriva il nuovo spettacolo di masse, mobilitate e smobilitate a un cenno, che mentre fiancheggiavano lo Stato, quello Stato sempre più impotente ed inesistente nella instabilità parlamentare dei suoi governi e privo di forza morale, operavano fuori o contro lo Stato, molta gente si domandava: ma il Fascismo vuole restaurare o sovvertire lo Stato? Interrogativi che raccoglieva, appunto, Mussolini in Gerarchia, precisandoli: è ordine o disordine? Si può essere e non essere? Si può essere conservatori e sovversivi al tempo stesso? Come intende uscire il Fascismo dal circolo vizioso di questa sua paradossale contraddizione? E rispondeva: il Fascismo è già uscito da questa contraddizione perché la contraddizione che gli viene imputata non esiste, è semplicemente apparente, non sostanziale. E così rispondendo aveva modo di precisare, per la prima volta, la concezione fascista dello Stato nel suo significato universale e rivoluzionario e nel suo aspetto particolare come Stato italiano. Quella concezione che avrà poi da Lui ampi profondi originali sviluppi in tutti i suoi scritti e discorsi e, in modo speciale, nella sua dottrina fascista. Ma per compiutamente intendere il pensiero di Mussolini è necessario chiarire questa posizione di Stato e anti-Stato, nella quale è racchiuso gran parte del travaglio storico della Rivoluzione delle Camicie Nere: senza tale intelligenza non è possibile avvicinarci alla realtà dello Stato fascista, alla concezione mussoliniana dello Stato. Mussolini chiarendo tale antitesi, apparente e non sostanziale, si poneva sul terreno della teoria generale dello Stato, portava un contributo originale ad uno dei più ardui problemi della scienza politica e giuridica. Senza entrare nelle controversie sul cosiddetto governo legittimo, sul diritto alla resistenza collettiva o alla rivoluzione, su l'origine e la giustificazione della sovranità, argomenti che non sono indifferenti, ma che includeremo da un punto di vista più profondo e sostanziale, è certo che la trasformazione fascista, dal vecchio al nuovo ordinamento dello Stato, è avvenuta rivoluzionariamente, anche se gradualmente, perché tale trasformazione ha investito l'ordinamento liberale democratico nel suo fondamento e nella sua struttura, ossia nei suoi principi e in molti dei suoi istituti costituzionali, perché tale trasformazione è congiunta alla vita e alla attività di organismi di fatto divenuti poi organismi di diritto, perché tutta una nuova concezione etico-storico-politica dello Stato è venuta affermandosi e traducendosi in forme giuridiche, perché, infine, tale trasformazione riposa sul principio della "rivoluzione continua", che ha, non solo dal punto di vista politico, ma anche da quello giuridico, un particolare e rilevante significato da non potersi trascurare assolutamente per la retta interpretazione e ricostruzione del sistema statuale fascista. Si usa dire che se un movimento politico, se una rivoluzione riesce al suo scopo e dà vita ad un nuovo ordinamento statuale, essendosi estinto l'ordinamento secondo le cui norme si poteva giudicare, manca un ordinamento positivo, dato che il nuovo ordinamento instauratosi non può essere assunto per risolvere il problema, alla cui stregua valutare i fatti e gli atti nei quali si è realizzato il procedimento dell'instaurazione. Ma l'affermazione di Mussolini contiene implicitamente il concetto che il diritto è un elemento così essenziale dello Stato, che l'uno non può concepirsi senza l'altro. Ecco perché, chiedendosi in questo scritto, che cosa è lo Stato, non lo soddisfa pienamente uno degli stessi postulati programmatici del Fascismo, in cui lo Stato veniva definito "come l'incarnazione giuridica della Nazione" La formula è vaga, Egli scriveva. Lo Stato, soprattutto lo Stato moderno, è anche questo, ma non è soltanto questo. Ora questa affermazione importa che si debba riconoscere qualità ed efficacia di diritto al diritto positivo non solo quando l'instaurazione del nuovo ordinamento è avvenuta con procedimento giuridico, ma anche quando ha avuto luogo con procedimento di fatto. Il diritto difatti può evolversi per via di successive estrinsecazioni, ma può anche formarsi originariamente, ossia scaturire da esigenze e da necessità sociali, prima non esistenti. Se si concepisce lo Stato come l’istituzione che è la espressione sovrana unitaria di tutte le forze sociali e che risolve un aggregato di uomini in un ordinamento politico, non può neppure astrattamente pensarsi uno Stato che non sia simultaneamente e sempre un ordinamento giuridico e che nella sua esistenza storica possa vivere, anche per un fuggevole istante, fuori del diritto o senza diritto. Il concetto di Stato, già così chiaro nella mente di Mussolini anche negli scritti anteriori al 1922, è quello di una viva ed unitaria realtà che non si esaurisce nelle norme poste e nell'ordinamento giuridico esistente, è quello di uno Stato che, nella sua natura etica, anima e muove il diritto positivo. Ecco perché spesso non ci s'intende, specie tra giuristi, sui concetti fra di loro concatenati di Stato, di partito rivoluzionario e di rivoluzione, se non si distingue la persona formale da quella sostanziale o ideale dello Stato, se personalità dello Stato vuol dire non solo unità, ma anche continuità dell'unità di esso. Le forme temporali dello Stato mutano e cambiano: lo Stato nella sua sostanza ideale (la contraddizione tra Stato e anti-Stato, richiamiamo ancora la frase mussoliniana, è semplicemente apparente, non sostanziale) lo Stato in sé è continuo ed eterno. La stessa rivoluzione lungi dall'essere un fenomeno fuori o contro lo Stato, è un fenomeno dello Stato e nello Stato, un episodio della eterna ed immanente fenomenologia dello Stato. E lo Stato, che Mussolini intende prendere in considerazione, non è quello formato, cioè considerato nella sua astrattezza, nel momento della sua saldezza e perfezione giuridica, ma lo Stato in quanto prodotto vivo ed immediato della rivoluzione in corso. Ossia di quel movimento politico che cessa di essere soltanto sentimento o stato d’animo e dai programmi ideali passa a realizzarsi in azione, ossia di quel movimento politico rivoluzionario che vuole raggiungere il suo scopo, attuare il trasferimento dell'esercizio del potere sovrano. E la rivoluzione può giudicarsi soltanto alla stregua di questo più ampio ordinamento giuridico, di un ordinamento che rifletta lo Stato nella sua interezza e nella sua unità storica, sostanziata dalle norme di un diritto che contiene e supera la successione dei vari, continuamente nuovi, i diritti positivi. La personalità dello Stato è l’autonomo prodotto della superiore mediazione continua delle singole personalità che costituiscono il popolo, come elemento dello Stato o corpo dello Stato, al quale la sovranità può essere riferita, senza eliminare il processo di unificazione delle molteplici volontà individuali attuato soltanto dal soggetto Stato, in quanto esso è lo spirito del popolo, secondo la nota definizione di Mussolini. Profonda era la crisi dello Stato italiano; e poiché vi sono due distinte non confondibili specie di crisi, le crisi materiali e le crisi ideali o rivoluzionarie dello Stato, la nostra crisi del 1919-22 era ideale, morale, spirituale, prodotta da cause ideali, ossia da nuove idee politiche e sociali, ove l'agente perturbatore era ancora, e sempre lo spirito, l'insofferente ed insaziato spirito sociale dell'uomo. Nelle crisi ideali le nuove idee, specie se agitate, interpretate, riassunte da una grande personalità individuale, spostano i rapporti, cambiano la faccia delle cose, trasformano lo Stato: abbiamo le rivoluzioni, e quindi le dittature rivoluzionarie, ch'è da ciechi confondere e paragonare con le dittature restauratrici dell'ordine provocate e necessitate dalle crisi materiali dello Stato. La rivoluzione, come quella delle Camicie Nere, è un'idea potente, impetuosa, gagliarda, che urta, rompe, scompone, vince, che vuol vincere, che si afferma, che si impone, che si incorpora con la realtà con cui fa storia: essa è, in una parola, una nuova concezione dello Stato, lo Stato nuovo che si forma. Del resto, quando si dice che la rivoluzione cammina, procede, ha i suoi doveri e i suoi diritti, non si dicono delle frasi, non si formano delle metafore, ma si pone in essere un vero e proprio soggetto morale e giuridico operante. In altri termini, come è una persona morale e giuridica lo Stato, titolare della sovranità, così è una persona morale e giuridica la rivoluzione, titolare della nuova sovranità, la sovranità appunto rivoluzionaria. La rivoluzione fascista, tra il 1919 e il 1922, era un'idea che aveva bisogno di entificarsi e si entificava in effetti in quello ch'era il movimento, il partito rivoluzionario, soggettivazione e personificazione morale e giuridica della rivoluzione, titolare della sovranità e legalità rivoluzionarie, l'idea divenuta soggetto, ossia il soggetto o la persona morale e giuridica della rivoluzione. Eppure quanto si è poi errato nella valutazione della posizione del partito nello Stato e, dello stesso Stato fascista da parte di non pochi giuristi: tema questo che ci porterebbe lontano. Vogliamo solo osservare che coloro che hanno compiuto il faticoso ma inutile tentativo di esaurire, costringere, incasellare i nuovi istituti entro gli schemi del vecchio ordinamento, li hanno svuotati del loro spirito e del loro valore. Mentre per determinare le nuove forme che, in corrispondenza agli ideali della rivoluzione fascista, si sono andate nel tempo disegnando, per intendere e cogliere la nuova realtà, per tradurre in termini riflessi e logici le linee di tale realtà, bisognava sentire i nuovi ideali, viverli, farli propri, sangue del proprio sangue, sentire la grandezza e l'originalità del processo creativo della Rivoluzione. Cambiando i principi fondamentali, espressione della nuova realtà storico-politica, cambiano necessariamente tutti gli istituti dello Stato. E lo Stato per il Fascismo è potenza politica, è volontà di potenza: se muta il contenuto del suo volere sovrano, la sua volontà non può non dirigersi verso altri fini. "Quando la gerarchia dei politici vive giorno per giorno, scrive Mussolini in questo suo scritto, e non ha più la forza morale di perseguire scopi lontani, ne di piegare le masse al raggiungimento di questi scopi, lo Stato viene a trovarsi di fronte a questo dilemma: o si dissolve dietro l'urto di un altro Stato o attraverso la rivoluzione sostituisce o rinsangua le gerarchie decadenti o insufficienti." Anche qui Mussolini coglie l'aspetto essenziale, il nucleo segreto della forza e della potenza dello Stato: quando uno Stato non sovranamente vuole e nega quindi la propria intima ed eterna natura, quando non sente la propria volontà di potenza, è uno Stato che rinunzia a vivere e si avvia a morire, mentre muta ordinamenti ed organi e rinsangua le proprie gerarchie, quando la volontà rivoluzionaria fa ritrovare allo Stato tutta la propria volontà di potenza. L'errore della scuola storica, che generò poi ed alimentò la scuola organica ed evoluzionistica, fu di aver posto in circolazione l'idea che le trasformazioni del diritto e dello Stato fossero soltanto continue, graduali, pacifiche, senza urti, senza rotture, ossia pure e semplici modificazioni. Come quegli uomini che vogliono il fine, ma non le conseguenze: guerra senza morti e senza sacrifici, amore senza figli, rivoluzione senza rotture di teste. Come quegli ammalati d'individualismo, che vorrebbero sempre vivere di notte, perché la notte con le stelle è individualista e il giorno con il sole è monarchico. In verità abbiamo processi modificativi ed evolutivi delle istituzioni preesistenti, come abbiamo anche processi involutivi del diritto, ma abbiamo, e sono i più notevoli e caratteristici, perché veri artefici di storia, processi rivoluzionari di mutazione, di trasformazione e di creazione di nuove istituzioni. Mussolini, in questo suo scritto, non poneva soltanto il problema rivoluzionario del Fascismo di fronte allo Stato, ma afferrava con originalità e chiarezza quella concezione fascista dello Stato, che avrà poi, in numerosi suoi scritti e discorsi, che non possiamo certamente qui ricordare tutti, sviluppi ed approfondimenti tali da imprimere a tale concezione il carattere della universalità. La decadenza delle gerarchie significa la decadenza degli Stati, scriveva in questo scritto del 1922: quindi necessità di nuove gerarchie. E il Fascismo, precisava Mussolini, non nega lo Stato, ma afferma che una società civica nazionale o imperiale non può essere pensata che sotto la specie di Stato. L'esito della lotta tra Stato formato, decadente e in crisi, e Stato in formazione, tra Stato e anti-Stato, tra Stato socialista (poiché secondo Mussolini, lo Stato in Italia era liberale soltanto nel nome) e Stato fascista, non può essere dubbio, date le forze e l'organizzazione di cui dispone il Fascismo. E' il grande condottiero politico, sicuro della potenza morale delle nuove idee, è Mussolini con il suo intuito profetico, che mai ha errato e che sempre ha avuto ragione. Difatti, certo della Vittoria, scriveva quattro mesi prima della Marcia su Roma, che non c'era dubbio che Fascismo e Stato erano destinati, forse in un tempo relativamente vicino, a diventare una identità. E in quale modo? Forse in modo legale. Il Fascismo può aprire la porta con la chiave della legalità, ma può anche essere costretto a sfondare la porta con il colpo di spalla dell'insurrezione. Nel 1927, in uno dei più vasti e complessi suoi discorsi, in quel discorso passato alla storia col nome di "discorso dell'Ascensione", si chiedeva "che cosa abbiamo fatto, o fascisti, in questi cinque anni? Abbiamo fatto una cosa enorme, secolare, monumentale. Abbiamo creato lo Stato unitario italiano". E riaffermava, non meno energicamente, la sua formula del discorso alla Scala di Milano, "tutto nello Stato, niente contro lo Stato, nulla al di fuori dello Stato". Che cosa era quello Stato ch'Egli prese boccheggiante, avvilito dalla sua impotenza organica? Che cosa era lo Stato conquistato all'indomani della Marcia su Roma? Non era uno Stato, Mussolini disse, ma un sistema di prefetture, malamente organizzate, nel quale il Prefetto non aveva che una preoccupazione, di essere un efficace galoppino elettorale, uno Stato in cui il popolo intero era assente, refrattario, ostile. E poteva così con giusto orgoglio preannunciare al mondo "la creazione del potente Stato unitario italiano, dall'Alpi alla Sicilia", e subito dopo, con spirito profetico, siamo nel 1927, "io vi dico che, tra dieci anni, l'Italia, la nostra Italia, sarà irriconoscibile a se stessa ed agli stranieri, perché noi l'avremo trasformata radicalmente nel suo volto, ma sopra tutto nella sua anima". Nel 1929, nel discorso sulla Conciliazione alla Camera :“Che cosa sarebbe lo Stato se non avesse un suo spirito, una sua morale, che è quella che dà la forza alle sue leggi, e per la quale esso riesce a farsi ubbidire dai cittadini? Che cosa sarebbe lo Stato? Una cosa miserevole, davanti alla quale i cittadini avrebbero il diritto della rivolta o del disprezzo." E dopo aver rivendicato l'eticità dello Stato fascista, precisava: “Ognuno pensi che non ha di fronte a sé lo Stato agnostico demoliberale, una specie di materasso sul quale tutti passavano a vicenda; ma ha dinanzi a sé uno Stato che è conscio della sua missione e che rappresenta un popolo che cammina, uno Stato che trasforma questo popolo continuamente, anche nel suo aspetto fisico. A questo popolo lo Stato deve dire delle grandi parole, agitare delle grandi idee e dei grandi problemi, non fare soltanto dell'ordinaria amministrazione”. E sempre nel 1929, nel discorso pronunciato alla grande Assemblea del Fascismo :"reazionari noi? No: precursori, anticipatori, realizzatori di quelle nuove forme di vita politica e sociale che appaiono talvolta tentate, sotto altre forme anche nei paesi che rappresentano gli ideali, ormai sopraffatti, dello scorso secolo." Nel suo mirabile saggio su la "dottrina del Fascismo, nel 1932, citiamo soltanto alcune affermazioni: "Per il fascista tutto è nello Stato, e nulla di umano o spirituale esiste, e tanto meno ha valore, fuori dello Stato. In tal senso il Fascismo è totalitario e lo Stato fascista, sintesi e unità di ogni valore, interpreta, sviluppa e potenzia tutta la vita del popolo. […] Nell'orbita dello Stato ordinatore le reali esigenze da cui trasse origine il movimento socialista e sindacalista, il Fascismo le vuole riconosciute e le fa valere nel sistema corporativo degli interessi conciliati nell'unità dello Stato. […] La Nazione è creata dallo Stato, che dà al popolo, consapevole della propria unità morale, una volontà, e quindi un'effettiva esistenza. […] Caposaldo della dottrina fascista è la concezione dello Stato, della sua essenza dei suoi compiti, delle sue finalità." Nella sua dottrina riporta poi le parole pronunciate nel 1929 alla prima assemblea quinquennale del Regime, parole che riassumono vera-mente tutta la sua concezione dello Stato: è, da Platone ad oggi, la più bella pagina di letteratura politica intorno al concetto di Stato. Merita sempre rileggerla per la gioia dello spirito e per le grandi universali verità che contiene. "Per il Fascismo lo Stato non è il guardiano notturno che si occupa soltanto della sicurezza personale dei cittadini: non è nemmeno una organizzazione a fini puramente materiali, come quella di garantire un certo benessere e una relativa pacifica convivenza sociale, nel qual caso a realizzarlo basterebbe un consiglio di amministrazione; ma non è nemmeno una creazione di politica pura, senza aderenze con la realtà materiale e complessa della vita dei singoli e di quella dei popoli. Lo Stato così come il Fascismo lo concepisce e attua è un fatto spirituale e morale, perché concreta l'organizzazione politica, giuridica, economica della Nazione, e tale organizzazione è, nel suo sorgere e nel suo sviluppo, una manifestazione dello spirito. Lo Stato è garante della sicurezza interna ed esterna, ma è anche il custode e il trasmettitore dello spirito del popolo così come fu nei secoli elaborato nella lingua, nel costume, nella fede. Lo Stato non è soltanto presente, ma è anche passato e soprattutto futuro. E' lo Stato che, trascendendo il limite breve delle vite individuali, rappresenta la coscienza immanente della Nazione . Le forme in cui gli Stati si esprimono, mutano, ma la necessità rimane. E' lo Stato che educa i cittadini alla virtù civile, li rende consapevoli della loro missione, li sollecita all'unità, armonizza i loro interessi nella giustizia; tramanda le conquiste del pensiero nelle scienze, nelle arti, nel diritto, nell'umana solidarietà; porta gli uomini dalla vita elementare della tribù alla più alta espressione umana di potenza che è l'impero; affida ai secoli i nomi di coloro che morirono per la sua integrità o per ubbidire alle sue leggi; addita come esempio e raccomanda alle generazioni che verranno i capitani che lo accrebbero di territorio e i geni che lo illuminarono di gloria. Quando declina il senso dello Stato e prevalgono le tendenze dissociatrici e centrifughe degli individui o dei gruppi, le società nazionali volgono al tramonto." E sempre nella dottrina fascista ritornato sul concetto di Stato fascista come volontà di potenza e d'impero e precisato che la tradizione romana è un'idea di forza, afferma: l'impero chiede disciplina, coordinazione degli sforzi, dovere e sacrificio: questo spiega molti aspetti dell'azione pratica del regime e l'indirizzo di molte forze dello Stato e la severità necessaria contro coloro che vorrebbero opporsi a questo moto spontaneo e fatale dell'Italia nel secolo XX e opporsi agitando le ideologie superate del secolo XIX, ripudiate dovunque si siano osati grandi esperimenti di trasformazioni politiche e sociali." E subito dopo: "Se ogni secolo ha una sua dottrina, da mille indizi appare che quella del secolo attuale è il Fascismo.” Si pensi allo scritto che commentiamo, 25 giugno 1922, lo si colleghi a questi passi, ora rievocati, intorno alla concezione dello Stato e a tutti quegli altri innumerevoli che ciascuno di noi può ritrovare con una attenta ed intelligente lettura dei Suoi scritti e discorsi: si avrà di fronte la personalità morale intellettuale politica di Benito Mussolini in tutta la sua mirabile profetica coerenza, in tutta la grandezza del Suo genio. Mentre poneva i dilemmi "saremo con lo Stato e per lo Stato","ci sostituiremo allo Stato","ci schiereremo contro lo Stato", contro uno Stato che non era neppur più garante della sicurezza dei cittadini, mentre ferveva la lotta di Stato, anti-Stato, mentre l'anti-Stato era già Stato in tutta la sua potenza etica, la mente di Mussolini aveva maturato il grande disegno; dal Covo all'Impero. La crisi dello Stato italiano apre alla sua mente (e in questo senso la crisi 1919-1922 fu veramente benefica) il grande tormentoso problema di una Italia che doveva ritornare Impero, di una Roma che doveva nuovamente esercitare nel mondo la sua funzione di universalità politica. La più alta delle sue idealità, la più profonda e drammatica delle sue passioni: idealità e passione che hanno fatto a lui trovare la forza e la saggezza necessarie per interpretare, orientare e dominare il corso della storia di questo titanico secolo, che porterà il Suo nome. Alla base dell'Impero, alla base del futuro ordine europeo e mondiale, c'è la Sua concezione dello Stato, c'è la Rivoluzione fascista: rivoluzione nell'ordine dello spirito come in quello del diritto, nell’ordine economico come in quello sociale. Pochi movimenti politici possono essere designati, nella storia, con la suggestiva parola di "rivoluzione" come il movimento fascista. E difatti una rivoluzione non è tanto un moto violento di popolo che, mediante la forza, conquista il potere, ma bensì un movimento politico-sociale, un processo storico che tende a dar vita, che vuole dar vita, che riesce a dar vita ad un nuovo ordinamento della società e dello Stato. Ossia la rivoluzione-mezzo per trasformare lo spirito del popolo e per instaurare un nuovo ordire: la rivoluzione non fine a sé stessa, ma mezzo per realizzare la nuova concezione politica attraverso un lavoro lungo e duro. Ed il Fascismo realizza la sua concezione politico-rivoluzionaria nell'ordine spirituale, risvegliando nel popolo il sentimento del dovere, della lotta, del sacrificio, l'abitudine della disciplina, il senso dell'obbedienza, l'idea della subordinazione dell'individuo allo Stato, della solidarietà, della collaborazione: nell'ordine politico e giuridico creando, sulle rovine dello Stato individualista liberale e democratico; sulle rovine dello Stato collettivista socialista e comunista, lo Stato Corporativo Fascista. L’originario dissidio tra Fascismo e vecchio mondo politico (n'è prova questo scritto del Duce) non risiedeva solo nei mezzi, come avviene tra liberalismo, democrazia e socialismo, bensì nel concetto stesso di Stato: dissidio insanabile profondo nei fini e quindi poi nei mezzi. La Rivoluzione delle Camicie Nere, fondata sull'eroismo e sul martirio, scese in campo per salvare i principi, le forze, le tradizioni, l'avvenire dello Stato, per salvare l'idea dello Stato, onde crearne uno nuovo: e ciò perché Mussolini, fin dalle origini del movimento, ha valutato il problema dello Stato come premessa fondamentale di ogni processo di civiltà, come condizione essenziale nella vita dei popoli, come punto di partenza verso l'organizzazione di un nuovo ordine internazionale. Quelli che ci apparvero come due momenti distinti, tutto volto all'interno l'uno, tutto volto all'esterno l'altro, non sono nella mente di Benito Mussolini che un solo momento della posizione rivoluzionaria del Fascismo. Venti anni di lotte e di esperienze, interne ed internazionali, ci fanno apparire chiari tutti i motivi mussoliniani. Ricordate quella proposizione mussoliniana: “il revisionismo sta alle nazioni, considerate nei loro rapporti, come il corporativismo sta alle classi, considerate nei loro rapporti"? Tutta l'azione di Mussolini, dalla sua lotta per l'intervento alla costituzione dei fasci, alla Marcia su Roma, allo Stato Corporativo, alla guerra etiopica, all'accettazione della sfida inglese, alle sanzioni, alla guerra di Spagna, alla guerra antiplutocratica ed antibolscevica, è profetica: l'esigenza di nuovi ordinamenti interni ed internazionali vi è profondamente ampiamente dispiegata in tutta l'intensità dei suoi motivi. Oggi nessun popolo, anche se nemico, può sottrarsi all'influenza dei principi rivoluzionari fascisti: i principi fondamentali, che vanno oggi universalmente affermandosi, sono i medesimi che hanno presieduto alla formazione dello Stato Corporativo Fascista. Le idee e le istituzioni costitutive della vita politica, giuridica, economica, sociale, sulle quali ed intorno alle quali lavorarono i giuristi, i filosofi, gli economisti, i sociologi dalla seconda metà del secolo XIX all'avvento del Fascismo, sono tutte profondamente alterate nella sostanza. Il Fascismo ha aperto nuovamente il problema dello Stato in tutti i suoi aspetti fondamentali. Oggi è dall'Italia, dall'Italia Mussoliniana, che il problema dello Stato e del diritto s'impone al mondo e con esso problema quello della organizzazione sociale ed economica. La guerra non è che la continuazione di questo processo storico rivoluzionario: ciò che caratterizza l'attuale conflitto è proprio la consapevolezza della crisi del sistema democratico non solo come ordinamento interno, ma anche come ordinamento internazionale, consapevolezza che Benito Mussolini per primo intese ed espresse in forme mirabili di pensiero e di azione. Consapevolezza che si è espressa, appunto, nel sorgere di un sistema politico, che nei suoi principi, nei suoi metodi, nella sua pratica istituzionale è perfetta antitesi della democrazia e barriera insuperabile al bolscevismo. La portata internazionale del Fascismo e del Nazionalsocialismo dipende appunto dalla superiorità delle loro istituzioni e dalla loro maggiore aderenza alla concretezza dell'esperienza politica, come esperienza storica. Ecco perché l'Europa si trova di fronte al più complesso processo del suo sviluppo storico, cui risponde un processo altrettanto complesso non soltanto politico sociale, ma di civiltà, nel senso più lato e profondo della parola. Questa posizione è la sola capace di rompere il cerchio inesorabile, plutocrazia-bolscevismo, che incatena i popoli: la plutocrazia, ch'è lo sviluppo estremo del capitalismo e del liberismo economico, il bolscevismo, ch'è lo sviluppo estremo del socialismo prequarantottesco. L'alleanza tra bolscevismo e plutocrazia era comandata dalla legge stessa di vita di queste due ideologie politiche: la vide Mussolini sin dal lontano 1919. Hanno un bel essersi combattute sordamente per venti anni: nell'ora della crisi suprema si sono trovate, e si dovevano trovare, alleate contro il comune nemico, che nega non solo ciò che è proprio di ognuna delle due, ma ciò che è comune ad entrambe. La lotta è tra due filosofie, tra due sistemi della vita, tra due concezioni dell'uomo. Da Stato-Antistato del 1922 al Codice Mussoliniano del 1941 è contenuto il grande apporto dell'Italia Fascista al nuovo ordine: e la storia, tra conservazione e rivoluzione, ha già scelto, ha scelto col diritto, nel nome del diritto, segreta potenza ideale dei popoli, con gli istituti e le forme del nuovo ordine.

(la versione dattiloscritta della conferenza è scaricabile sul sito dell’Istituto Biggini
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" Forse che non conoscendo a fondo il pensiero del Duce si può affermare di essere fascisti? Noi diciamo di no! Che il fascismo non è istinto ma educazione e perciò è conoscenza della sua mistica,che è conoscenza di Mussolini" (N. Giani)
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MessaggioInviato: Dom Set 23, 2012 8:56 am    Oggetto:  
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"...Si pensi allo scritto che commentiamo, 25 giugno 1922, lo si colleghi a questi passi, ora rievocati, intorno alla concezione dello Stato e a tutti quegli altri innumerevoli che ciascuno di noi può ritrovare con una attenta ed intelligente lettura dei Suoi scritti e discorsi: si avrà di fronte la personalità morale intellettuale politica di Benito Mussolini in tutta la sua mirabile profetica coerenza, in tutta la grandezza del Suo genio. Mentre poneva i dilemmi "saremo con lo Stato e per lo Stato","ci sostituiremo allo Stato","ci schiereremo contro lo Stato", contro uno Stato che non era neppur più garante della sicurezza dei cittadini, mentre ferveva la lotta di Stato, anti-Stato, mentre l'anti-Stato era già Stato in tutta la sua potenza etica, la mente di Mussolini aveva maturato il grande disegno; dal Covo all'Impero..."

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"La mistica appunto precisa questi valori...nella loro attualità politica...e dimostra l'universalità di luogo e di tempo del Fascismo"(Giani)
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MessaggioInviato: Ven Gen 11, 2013 1:08 pm    Oggetto:  
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...quello che segue potremmo certamente definirlo il documento ufficiale "CONCLUSIVO" in merito alla sola possibile corretta interpretazione, ovviamente corretta in senso fascista, inerente lo Spirito non solo della Mistica Fascista ma dell'intera concezione spirituale propria del Fascismo e della sua originalissima Rivoluzione.
Da leggere, rileggere e su cui meditare lungamente!


MISTICA FASCISTA (1).

Estratto da: Armando Carlini, “Saggio sul pensiero filosofico e religioso del fascismo”, a cura dell’ ISTITUTO NAZIONALE DI CULTURA FASCISTA, Roma, 1942, pp. 243 – 256



I. Il Convegno. Pensieri del Duce. — Si tenne nel febbraio scorso, a Milano, il Convegno di Mistica fascista, alla scuola intitolata al nome di Sandro Italico Mussolini, la quale fu presieduta già dal padre stesso di Sandro, da Arnaldo (ed è presieduta oggi dal figlio Vito). Il tema posto in discussione era questo : Perché siamo dei mistici. Tema molto attraente, come si vede bene, e non privo di oscurità, meritevoli di chiarimento. Bisogna dire sùbito che fu lasciata ai convenuti piena libertà di discussione, col solo sottinteso che ci si moveva dentro l'àmbito di una fede politica comune, della quale ognuno poteva tentare, a suo rischio e pericolo, l'interpretazione più conforme alla sua cultura e al suo senso religioso della vita (2). Il direttore della Scuola (3) lesse, prima della discussione, alcuni ben noti pensieri del Duce: che « il Fascismo non è soltanto azione, ma anche pensiero », per cui « pena la morte o, peggio, il suicidio, deve darsi un corpo di dottrine... (le quali) devono costituire una norma orientatrice »; che oggi « tutte le creazioni dello spirito, a cominciare da quelle religiose, vengono in primo piano »; ed il suo parere su i limiti del sapere scientifico: « Non ritengo che la scienza possa arrivare a spiegare il perché del mondo dei fenomeni, e quindi rimarrà sempre una zona di mistero, una parete chiusa: lo spirito umano deve scrivere su questa parete una sola parola: Dio ». C'è « una Provvidenza che dirige tutto ». Ed esistono, secondo il Duce, delle « verità eterne, senza di che la lotta dell'uomo contro l'uomo, di tutti contro tutti, finirebbe nel caos selvaggio e nel tramonto di ogni civiltà »; e dava lode ad Arnaldo di aver scritto di lui: « Egli ha saputo ricondursi alle grandi verità divine che resistono all'urto dei secoli », e commentava: « Con queste parole, Arnaldo dimostrava di conoscere le intime e tormentate battaglie del mio spirito ». Per non cadere « nelle secche dello scetticismo e della negazione », ci vuole una fede, perché, solo chi possiede la fede, ha « una sicura bussola per ogni viaggio ideale ». Quella fede ch'è anche poesia: « Poesia dell'amore e della morte, della speranza e della rassegnazione, della vita terrena e del di là seducente e consolatore ». Poesia, ch'è, anche, bontà: come fu in Arnaldo : « Essa è il risultato di una visione del mondo, nella quale gli elementi ottimistici superano i pessimistici, poiché la bontà non può essere scettica, ma deve essere credente ». In fine: « Se il Fascismo non fosse una fede, come darebbe lo stoicismo e il coraggio ai suoi gregari? Solo una fede che ha raggiunto le altitudini religiose può suggerire le parole uscite dalle labbra ormai esangui di Federico Florio ». « Non si può compiere nulla di grande se non si è in istato di amorosa passione, in stato dimisticismo religioso ».

2. In quali termini si pone il Problema. — Dicevo che questi pensieri del Duce, espressi in altre e varie circostanze, possono considerarsi un'indicazione del pensiero generale che dovrebbe orientare chi si accinge a dare una risposta al quesito: « Perché siamo dei mistici ». Ma non che, così, ogni dubbio e difficoltà siano dissipati. Vediamo. Ci sono, secondo il Duce, alcune verità, le quali, mentre, da un lato, formano il fondamento più saldo e perentorio alla vita morale così degli individui come dei popoli, dall'altro fanno appello a un principio schiettamente religioso. Questo principio è — detto in parole schiette — la fede in Dio. E questo Dio — per lo meno se vogliamo stare con la fede di Arnaldo, la quale sembra condivisa dal grande Fratello — è il Dio del Cristianesimo, anzi del Cristianesimo cattolico. Questa fede, per sé puramente religiosa o, meglio, etico-religiosa, non è concepita qui come un motivo che alieni l'uomo dalla vita; anzi è concepita come una fede ch'è, insieme, poesia e motivo di vita profonda, intensa, sì da investire tutta la personalità, anche la fede politica, la quale si colora, per riflesso, dello stesso senso religioso, e può assurgere al grado sublime di quasi « amorosa passione per l'ideale », come nel Florio. Questo il Duce definì uno stato di « misticismo religioso », il quale, qui, va inteso, evidentemente, in riferimento all'ideale politico, ossia come anticipazione dell'idea di una « Mistica fascista ».
Il problema si pone, allora, in questi termini. Se (come non par dubbio) una fede religiosa può esistere indipendentemente dalla fede politica, anche questa deve poter esistere indipendentemente da ogni fede religiosa. Ora, intendendo (come abitualmente s'intende) per « misticismo » il grado più elevato e ardente di una fede, pare che, allo stesso modo in cui si parla di misticismo religioso, si possa e debba parlare di un misticismo meramente politico, quando la fede, poniamo, nell'Idea fascista raggiunge il livello più alto: quando diventa, cioè, — come la definisce il Duce — l’« amorosa passione » dei Martiri e degli eroi della Rivoluzione. D'altra parte, sembra che parlare di « fede politica », se per fede s'intende, non la mera opinione o un semplice sentimento (stati d'animo, per sé, passeggeri, superficiali, e, in ogni modo, non tali da prendere e investire la personalità tutt'intera); se per fede, dunque, s'intende questo, sembra che parlare di « fede politica », senza nessun presupposto propriamente religioso, sia far uso, al più, di una metafora. E sia, anzi, alquanto strano e bizzarro rubare allo spirito religioso l'idea di « mistica » per regalarla a un mondo profano dove il misticismo non ha nessun interesse, col pericolo di avvilire questo concetto, riserbato alle manifestazioni più alte e pure dell'umanità pensante e credente, sino a predicarlo di certi stati d'animo esaltato per cause che non sono sempre le più degne dell'uomo.

3. In qual senso esiste una laicità religiosa nella nostra tradizione. Caratteri propri del misticismo cristiano. — Al Convegno furono presentate due relazioni a stampa: l'una, del Padellaro, su La tradizione antirazionalistica del pensiero italiano; l'altra, del Di Marzio, su le Caratteristiche e momenti mistici della storia italiana: entrambe pensate a fondo dai loro autori e ricche di spunti per ulteriori ricerche e meditazioni. Per la prima relazione, invitato a parlare, io trovai qualcosa a ridire su l'idea di anticipare, in certo modo, e far presente sin dall'antichità un problema venuto in chiaro soltanto nell'età moderna e presentato per la prima volta dal Fascismo in una soluzione integrale. Si poteva, secondo il Relatore, affermare che « quella medesima cosa che ora chiamiamo mistica fascista esisteva già nella romanità, reggeva la tradizione del nostro pensiero, si innalzava a coscienza eroica nel Vico e diveniva germe di risurrezione dell'Italia, » (p. 23). Mi trovai, invece, del tutto concorde con il Relatore, in quello che più importava: su la necessità di non prescindere dal presupposto religioso pur restando in una concezione del tutto laica della vita politica. « La tentazione perenne del pensiero, di laicizzarsi negando il divino, solo con coraggio eroico si vince. Si può affermare che il pensiero italiano non fu mai laico, perché ebbe insopprimibile l'aspirazione, incrollabile la certezza, che i due ordini, l'umano e il divino, dovessero coesistere, affinché quell'essere paradossale ch'è l'uomo potesse avere integra vita spirituale, la vita dei due ordini. Persino la collisione tra i due ordini, episodica nella nostra storia, rende testimonianza che la mente italiana non si acqueta nel monologo, ma alimenta e attira il dialogo, talvolta tragico, tra il verbo dell'uomo e il verbo sovrumano » (p. 22). Della laicità — è chiaro — si parla qui in altro senso da quello della mia affermazione, ma con identica intenzione. E però viene riconosciuta la natura puramente umana della mistica fascista, ma, insieme, se ne istituisce il confronto con quella propriamente religiosa : « La mistica fascista, adunque, è mistica umana, e come tale è in rapporto analogico con la mistica religiosa » (ivi). Questo « rapporto analogico », in verità, può lasciare qualche dubbiezza : forse che la Mistica fascista è mistica soltanto per analogia? Ma, allora, potremmo dar ragione al Di Marzio, che tale analogia, nella sua Relazione, ritiene superflua : « Dobbiamo, per chiarezza d'impostazione, definire subito il problema come un problema politico, e cercare di non servirci, neppure sotto forma di analogia o di paragone, di riferimenti o parallelismi di carattere religioso » (p. 3). I due Relatori, evidentemente, non andavano d'accordo in quel Convegno. Si noti, tuttavia, che il Di Marzio pensava a un misticismo religioso molto lontano da quello di cui facciamo gran conto : « Anacoreti e contemplativi non possono essere oggetto del nostro esame neppure dal punto di vista storico... lasceremo, perciò, da parte forme mistiche che possono avere un richiamo ad estasi o a magia, a dissolvimento o a beatitudine » (ivi). E’ ben strano che proprio noi, nati e cresciuti dentro una millenaria tradizione di civiltà cristiana, anzi cattolica, ignoriamo talvolta i caratteri e principii fondamentali di questa civiltà. Alcuni di noi hanno inarcato le ciglia, or sono pochi anni, nell'apprendere su un libro del Bergson, filosofo ebreo e francese, come soltanto il misticismo cristiano meriti questa denominazione, perché esso soltanto, mentre eleva la personalità umana a principio e fondamento della vita morale e di quella etico-sociale, fa di Dio una fonte di vita puramente spirituale e della fede in Lui una forza creatrice di sempre nuovi valori nel mondo della storia umana (4). Sì che anche questo mondo storico-sociale non s'intende nel suo dinamismo etico senza il presupposto di una fede, come quella cristiana, che vuol essere portata e vissuta fra gli uomini, dove il Figlio stesso di Dio volle intervenire personalmente. Il Cristianesimo è la religione propria dell'uomo, incardinato com'è, infatti, nel dogma dell'Uomo-Dio (non più di un Dio-Natura). E l'uomo del Cristianesimo è, anzitutto, un « crociato » : un milite della sua fede, che per la sua fede deve combattere e dare la vita. La fede cristiana è una fede combattiva. Che alcuni l'abbiano intesa e vissuta, e l'intendano e vivano ancor oggi, in forme di vita contemplativa e solitaria, non è argomento da addurre in contrario. Anche nel Fascismo non tutti furono, a lor tempo, squadristi, e ancor oggi non tutti preferiscono — quando non è necessaria —l'azione al pensiero riflesso e meditativo. E se per « misticismo » s'intendesse quell'insieme di pratiche e credenze, più o meno oscure e malsane, a cui anche il Di Marzio sembra accennare, allora ripeteremo ancora una volta (ma non siamo noi i soli ad affermarlo) che nessuna fede religiosa è meno incline del Cristianesimo, così come è inteso nella Chiesa cattolica, a un tal misticismo (5).

4. L'originalità del Fascismo, suo presupposto religioso, anzi cattolico. — S'è detto ora che non tutti —nel Cristianesimo come nel Fascismo — sentono e intendono identicamente, pur vivendo e pensando dentro la stessa sfera di fede politica o religiosa. In altri termini: la questione se il Fascismo abbia, o no, un presupposto religioso, non riguarda gli individui praticamente (quasi si trattasse d'un obbligo di credere: cosa assurda), ma riguarda la concezione ch'è a base della dottrina e l'orientamento generale della sua azione politica (6). La questione, allora, è quest'altra: se il Fascismo è — come è — un nuovo tipo di civiltà (così l'ha definito il Duce), e se di questa nuova civiltà dovrà essere improntato il secolo (anche questo è suo vaticinio), si chiede quale sia la nota più originale che distingue il Fascismo dalle concezioni passate e da quelle contemporanee (oltrepassate, anche queste, rispetto a esso). La concezione forse economico-sociale? Certo, qui il Fascismo ha portato, nel mondo sconvolto dalle lotte economiche, una parola di straordinaria importanza e di decisiva novità: l'idea corporativa. Ma questa idea, presa fuori del principio politico che la ispira e regge tutta quanta, può abbassarsi al livello d'una questione soltanto di giustizia sociale, importante e originale quanto si vuole, ma non tale, poi, da non poter essere accettata anche in regimi molto lontani dal Fascismo. Diremo, allora, ch'è la concezione strettamente politica quella che costituisce l'originalità e importanza fondamentale del Fascismo? Intendo per « concezione strettamente politica » ciò che suol definirsi anche il nuovo senso dello Stato, di cui è stato ed è, indubbiamente, creatore il Fascismo. Ma, anche qui, vogliamo restringere questa novità al carattere « autoritario » e « totalitario », che lo Stato ha acquistato per merito del Fascismo? C'è rischio — di nuovo — che questa concezione dello Stato ci porti su la stessa linea di regimi molto lontani dal nostro. Mi sembra che dobbiamo, allora, per sfuggire a questi rischi, dichiarare che, sia la questione sociale e sia quella politica, vanno vedute da un punto di vista ulteriore, più alto e comprensivo, il quale solo, finalmente, dà il senso e il tono generale di quella concezione che noi consideriamo esclusiva del Fascismo. Questo punto di vista ulteriore, più alto e comprensivo, è, a mio avviso, la concezione totale del mondo storico e della funzione che uno Stato deve in esso esplicare al lume di un'idea ch'è politica, certamente, ma ha, insieme, un presupposto religioso, anzi cristiano, anzi cattolico (7). In altri termini: il Fascismo è una concezione politica sorta nella mente di un Genio tipicamente italiano, ossia sorta dentro una tradizione di idee e di sentimenti dominata dal senso realistico della storia e — insieme — da una intuizione generale della vita ch'è propria del Cristianesimo cattolico. Si vorrebbe forse rinunciare a questa tradizione per la parte religiosa, e mettersi per la via di un laicismo che faccia a meno di ogni dogma, o di un nazionalismo che non riconosca altro « corpo mistico » se non quello della comunanza di razza e di sentimenti? Sarebbe una laicità stile secolo dei lumi, ossia massonica; sarebbe un misticismo che aspirerebbe a una nuova forma di paganesimo. E sarebbe questo un andar innanzi, un promuovere un nuovo tipo di civiltà nel mondo, una indicazione dell'unica tavola di salvezza che ancora rimane nell'urto e sconvolgimento e disorientamento da cui sono presi tutti gli altri paesi? Non credo che sia stata questa l'intenzione di chi fondò la Scuola di Mistica fascista dedicata al nome di Sandro Italico, e nella quale oggi è più vivo che mai il ricordo di Arnaldo Mussolini.

5. Il Fascismo è una rivoluzione nella tradizione Politica e anche in quella religiosa. Fascismo e Cattolicismo. — Pure, coloro che recalcitrano a questa conchiusione, forse vorrebbero dir qualcosa che non si può trascurare. Lo notammo già a proposito della Relazione del Padellaro: la verità tutt'intera non è ancora quella che spiega il Fascismo inserendolo dentro la continuità della nostra tradizione. L'altra metà è questa: che dentro la tradizione del pensiero politico e religioso del nostro Paese il Fascismo rappresenta una vera rivoluzione: una rivoluzione nella tradizione. Il Fascismo integra gli ideali e l'opera del Risorgimento, e li porta su un piano nuovo che nessuno avrebbe potuto prevedere prima che l'opera geniale del Duce desse forma ed espressione ad alcune idee giacenti come germi nascosti nell'anima dei migliori Italiani prima e dopo la Grande Guerra. Per la parte politica, lo Stato nazionale è stato portato, anzitutto, sul terreno concreto degli interessi, non solo per una maggiore giustizia sociale, ma anche per la fondazione della sua autonomia e della sua potenza. Insieme a questa concretezza materiale, quella spirituale: lo Stato ha assorbito tutte le migliori energie e manifestazioni del suo popolo, dell'arte e della cultura, e si è fatto promotore di una riforma del carattere, dello stile, dell'educazione tutt'intera, per creare un nuovo tipo d'Italiano. In fine, ha presentato questa nuova Italia al mondo delle Nazioni perché le sia fatta giustizia e le siano riconosciuti i diritti a una funzione imperiale in ragione della sua potenza e della civiltà ch'essa rappresenta in seno al mondo e alla storia contemporanea. Precursore, sì, il Mazzini, ma quanto già lontano ! Ma anche nella tradizione del nostro pensiero religioso la Rivoluzione fascista ha portato, e sta ancora portando, una trasformazione radicale: non, certamente, per il lato dogmatico, che questo non è affar suo; ma per tutto il lato in cui la religione si attua storicamente, per noi Italiani, in quell'Istituto, il quale, divino per la sua prima fondazione, è pur umano nella sua esplicazione mondana, e come tale entra in necessario rapporto con lo Stato. Non soltanto la vecchia mentalità massonica, ma anche la non meno vecchia mentalità del Cattolicismo politicante, sono state soppresse dalla Rivoluzione fascista. Soppresse in via di diritto, anche se non ancora del tutto in via di fatto: che le vecchie abitudini mentali persistono da una parte e dall'altra. Tutto allo Stato, dunque, di quanto riguarda gli interessi materiali e spirituali dell'uomo nel mondo della contingenza storica; tutto alla Chiesa e alla fede religiosa di quanto riguarda l'uomo al di là della contingenza, l'uomo nella pura interiorità della sua coscienza, dove si fondano i convincimenti più profondi su l'origine dell'esistenza e su la destinazione finale della sua personalità ( 8 ). Soltanto in questo modo è possibile essere « fascisti cattolici » in perfetta e assoluta identità con i « cattolici fascisti ». (Anche qui: precursore, sì, il Gioberti di questa « riforma del Cattolicismo », ma quanto già lontano anche lui!).

6. Le virtù fasciste e quelle teologali. — Che, poi, le radici della fede politica siano vivificate da quella fresca ed inesauribile sorgente di vita e di energia spirituale ch'è la fede religiosa in generale, e in particolare la fede cristiana cattolica, intesa come or ora s'è chiarito, è interesse evidente e fondamentale dello Stato. Dello Stato italiano in prima linea, il quale contiene in sé la sede della Chiesa cattolica, e però ha permanente e vivo il problema nel proprio seno (9). Ma anche la Chiesa ha evidente e fondamentale interesse che lo Stato prenda e assorba in sé l'uomo tutt'intero, corpo e anima, per la parte che riguarda la vita nel mondo: non solo perché, così, la missione puramente spirituale della Chiesa emerga in maggiore chiarezza, ma anche perché lo Stato, assumendosi intera la responsabilità dell'esistenza dell'uomo nel mondo, divenga meglio consapevole della necessità di quei principii, di quelle « verità eterne », senza di cui neppure i civili reggimenti possono durare, né possono i popoli rappresentare qualche grande idea nel mondo della storia. Credere, ad esempio, perché? ... La ragione, dunque, e il pensiero soltanto critico non bastano, da sé, a dar un senso e un orientamento alla vita. — Perché obbedire? L'autorità, infatti, alla quale ci inchiniamo, non è una volontà arbitraria, ma luminosa, previdente e provvidente: noi sappiamo con certezza ch'essa vede il nostro bene (nostro, ossia di ognuno e di tutti insieme) meglio che non vediamo noi. — Perché combattere? Perché la vita è, appunto, milizia, e si salva soltanto chi è pronto, ogni momento a far sacrificio della sua esistenza. — Trasferite su un piano puramente laico e mondano, dentro queste « virtù fasciste », hanno lasciato la loro eco le tre « virtù teologali » cristiane : fede, speranza, carità. Per quanto il loro interesse sia inverso, l'uno di mondanizzare l'uomo, l'altra di spiritualizzarlo, pure lo Stato e la Chiesa hanno fini convergenti e costituiscono una sintesi, non statica ma sempre nuova, imperniata nella personalità dell'uomo. Lo Stato mondanizza l'uomo sino al limite estremo dell'esistenza, ma a quel limite lo accoglie la Chiesa con i problemi dell'oltretomba. La Chiesa spiritualizza l'uomo per un Regno che non è di questo mondo, ma lo Stato proprio su questo uomo deve fare il maggiore assegnamento per il suo regno nel mondo.

7. Il paradosso umano: misticismo e mondanità. —Il Padellaro disse giusto: l'uomo è un paradosso, e paradossale è la posizione dell'uomo nel mondo. Egli è posto, infatti, in mezzo fra il mondo e Dio. L'uno e l'altro vogliono l'uomo tutto intero, ed egli deve tutt'intero darsi a entrambi, insieme, se vuol vivere la sua vera vita, ch'è nel mondo, ma non del mondo. Qualora, infatti, manchi il distacco, neppure è possibile comprendere, valutare, amare (10). L'uomo è uomo per questo: perché — mentre il bruto è ermeticamente chiuso nel mondo — egli questo mondo mette fra parentesi e si raccoglie nella pura interiorità della sua coscienza: solo, ossia in compagnia e in colloquio, come nella preghiera, col suo Dio. Ma, se egli s'indugiasse nel colloquio a tal punto da scordare il mondo, neppure obbedirebbe al comandamento del suo Dio. Egli deve portare nel mondo, ossia nel mondo suo, ch'è quello storicamente determinato dal popolo e dallo Stato a cui appartiene, la sua fede nei valori eterni dello spirito, la certezza che l'opera sua non sarà vana in niun caso, l'ardore di chi ama sino al sacrificio estremo. Così, posto in quel punto preciso dello spazio e del tempo, adempirà il comandamento a lui affidato. Portando tutta l'anima sua, misticamente, per il trionfo di una più grande civiltà nel mondo della storia, egli ritorna ingrandito a se stesso: la sua vita può chiudersi in ogni istante come una totalità perfettamente conchiusa. Egli ha realizzato, infatti, la sua personalità tutt'intera, in se stesso, innanzi agli uomini e innanzi a Dio.


NOTE


1) E' uscito nell'« Archivio di studi corporativi », fasc. II del 1940 - XVIII.
2) Il dott. F. Mezzasoma, che presiedeva il Convegno, previde subito una probabile divergenza di vedute, e tuttavia esordi nel suo discorso introduttivo con queste parole: « A me non sembra che la disparità delle opinioni su l'argomento possa costituire un giusto motivo per sconsigliarne l'esame e la discussione. Se mai, il contrario. Il tema è arduo e complesso non c'è dubbio: ma è di quelli che tormentano ed appassionano, di quelli che trovano, proprio nel contrasto delle concezioni, la ragione prima della loro sempre palpitante attualità ».
3) Il GIANI, caduto eroicamente sul fronte greco, a testimonianza della fede che animava la sua vibrante e pensosa giovinezza.
4) Cfr. A. PAGANO, Origini e fattori della Rivoluzione fascista, nel volume Dottrina e Politica fascista (La Nuova Italia, Firenze, 1930): « L'idea cristiana, togliendo lo spirito umano alla soggezione del mondo esterno, e facendo anzi del mondo esterno uno strumento dello spirito, dà a tutta la vita morale e civile, e quindi alla funzione e ai diritti dello Stato, ben più solidi fondamenti e più alte giustificazioni che non il vecchio cosmologismo e il nuovo invecchiatissimo positivismo » (p. 23).
5) Misticismo, dunque, latino, in cui si è consolidato il senso realistico, storico, proprio di Roma antica e del Cattolicismo insieme, del tutto alieno dalle forme di misticismo nordico o orientale. Cfr. GIULIANO B., Misticismo e cultura fascista (quad. della Scuola di Mistica fascista, 1932), P. 14.
6) Per l'individuo, in quanto tale, si può dir questo: che nel momento dell'azione, se questa viene sentita e vissuta eroicamente, di necessità affiora nell'anima il pensiero, fondamentalmente religioso, di un valore dell'esistenza che va oltre quello della sua storica manifestazione. Dal punto di vista pratico non è necessario che quella religiosità, nell'individuo, venga ulteriormente precisata: essa resta, quindi, in quella indeterminatezza che si definisce, per l'appunto, « mistica ». Ma questa « misticità » non impedisce, anzi esige, che, poi, il senso della religiosità venga meglio determinato nei suoi presupposti dottrinari. Se no, si avrebbe soltanto una « mistica dell'azione », buona per ogni scopo politico, anche contrario al Fascismo: non, una « mistica fascista ».
7) Cfr. B. GIULIANO, La formazione storica del Fascismo, nel volume Mussolini e il suo fascismo, a cura di CURI GUTKIND (ed. italiana, Firenze, 1927): « E' un fatto innegabile che il Fascismo ha ridato al popolo italiano il sentimento di Dio. L'Italia si avvia verso una restaurazione religiosa » (pp. 142 ss.). Per le difficoltà, invece, in cui si trova il Nazismo in Germania per questo lato, v. F. FEDERICI, Nazionalsocialismo (Treves, 1937), PP. 137 ss., e M. BENDISCIOLI, La Germania religiosa del terzo Reich (Morcelliana, Brescia, 1941).
8 ) Il vecchio contrasto, dunque, fra il « temporale » e lo « spirituale » va inteso in questo nuovo significato, per cui nel temporale è incluso anche lo spirituale, limitatamente all'esistenza storica, o mondana che dir si voglia; e per spirituale si ha da intendere la spiritualità pura, ossia la coscienza nella sua pura interiorità. Non si tratta più, semplicemente, di una dipendenza del temporale dallo spirituale (il che è pur giusto): c'è una dipendenza, benché limitata, anche della spiritualità dalla temporalità, in quanto, per l'uomo che vive nel mondo, e finché vive nel mondo, la prima ha l'obbligo di affermarsi nella seconda. — Cfr. R. MURRI, L'idea universale di Roma (Bompiani, 1937): anche i fini dello Stato sono spirituali, ma di una spiritualità che si attua nel tempo e nell'esteriorità, laddove quella propriamente religiosa si attua nell'eternità e nella pura interiorità della persona (pp. 356 ss., 370 ss.). — Né deve fare difficoltà il carattere comune di totalitarietà e universalità dei due punti di vista: quel carattere è comune a tutte le forme della spiritualità. Forse che l'arte, la filosofia, la scienza stessa, non vogliono, in quanto tali, tutto l'uomo, tutta la sua anima? Questi contrasti, anzi, sono proprio essi che dànno il senso vivo, drammatico, dell'esistenza; e si risolvono in un modo solo : non annullandoli, anzi vivendoli e potenziandoli al massimo, nel pensiero e nell'azione, in sé e fuori di sé.
9) Cfr., oltre gli autori già citati, A. SOLMI, Stato e Chiesa (Mondadori, 1939). Si rivela del tutto incapace di una soluzione dialettica, ossia intelligente e storica insieme, il famigerato don L. STURZO nella sua opera [/i]L'Eglise et l'État[/i] (Paris, 1937). Questa è la sorte di quanti non comprendono e non vivono in profondità il complesso dei problemi spirituali suscitati dalla Rivoluzione fascista in seno al mondo contemporaneo.
10) Questo punto è colto bene nel vol. di F. Burzio, Il demiurgo e la crisi occidentale (Bompiani, 1933): « Per sognare e vivere insieme, unica propedeutica è il distacco: esso solo permette alla politica di coesistere con la religione » (pp. 56 s.). Il motto del demiurgo è: possesso con distacco. Ma, poi, si esaurisce in considerazioni estrinseche, verso un dilettantismo o virtuosismo di carattere estetico-edonistico.

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MessaggioInviato: Sab Gen 12, 2013 12:09 pm    Oggetto:  
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quello che segue potremmo certamente definirlo il documento ufficiale "CONCLUSIVO" in merito alla sola possibile corretta interpretazione, ovviamente corretta in senso fascista, inerente lo Spirito non solo della Mistica Fascista ma dell'intera concezione spirituale propria del Fascismo e della sua originalissima Rivoluzione.
Da leggere, rileggere e su cui meditare lungamente!



Caro Marco. In realtà quello che segue (qui sopra) è l'ennesima RIPETIZIONE di concetti espressi un miliardo di volte, chiaramente, in modo più che reiterato e con tutte le evidenziazioni possibili ed immaginabili. Con poche parole; con parole semplici; con concetti più articolati; con articoli lunghi; con alrticoli brevi; con pazienza che andava oltre il concepibile.

La verità è un'altra ed è quella che abbiamo visto. ERANO SOLO PRETESTI! Pretesti che si mostravano nella loro inqualificabilità man mano.

Questi ULTERIORI documenti, aggiunti a tutti quelli già presenti nel forum, sono certamente utili come FONTI PRIMARIE. Che non saranno mai abbastanza. Ma lungi dal "chiudere" discorsi che in realtà erano già abbondantemente CHIUSI, chiariti, spiegati e utilmente diffusi! Il discorso era bello che chiuso già da un pezzo! Possiamo dire che ogni ulteriore fonte PRIMARIA serve a mettere altre PIETRE E MACIGNI in aggiunta alla chiusura già evidente! E a rendere sempre più evidenti gli atti che sono stati perpetrati CONTRO IL FASCISMO!

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"La mistica appunto precisa questi valori...nella loro attualità politica...e dimostra l'universalità di luogo e di tempo del Fascismo"(Giani)
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MessaggioInviato: Sab Gen 12, 2013 1:24 pm    Oggetto:  
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...sicuramente sono concetti che su IlCovo, con l'ausilio delle indispensabili fonti primarie ed a mezzo di logiche deduzioni coerenti con l'impianto dottrinario fascista, sono stati ripetuti a iosa da chi ha l'onore ed il privilegio di amministrare questo forum. Il documento del Carlini però ha in più l'ulteriore pregio di affrontare primariamente ed esclusivamente proprio quei temi che tante polemiche pretestuose hanno spesso sollevato su questo stesso forum (ed anche al di fuori) avvalendosi di tutti i necessari crismi, cioè tanto dell'autorevolezza (l'estensore fu fascista, amico di Gentile, rettore all'Università di Pisa, Accademico d'Italia) quanto dell'ufficialità (parliamo di un documento pubblicato dall' I.N.C.F.). Solo in tal senso parlavo di "documento CONCLUSIVO". Va da sé che, vista la natura "scolastica" della nostra associazione, non sarà certamente l'ultima volta che pubblicheremo documenti attinenti la spiritualità della Dottrina fascista.
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MessaggioInviato: Gio Giu 27, 2013 6:33 pm    Oggetto:  
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Documento che si ricollega direttamente e ufficialmente a tutti quelli precedentemente inseriti nella discussione, a redigerlo fu il Vice Segretario Nazionale del Partito Fascista, Fernando Mezzasoma, che ancora una volta testimonia la comune visione politica ufficiale inerente i principi del Fascismo come Dottrina eminentemente spirituale ed il senso centrale della Mistica nella concezione fascista.

Fernando Mezzasoma, Introduzione al 1°convegno nazionale della Scuola di mistica fascista, Perché siamo mistici, a cura della Scuola di mistica fascista Sandro Italico Mussolini, Milano 1940.

«Camerati, taluno si è domandato se era utile ed opportuno indire un convegno come questo che oggi si riunisce a Milano; talaltro si è perfino chiesto se il tema non fosse errato nella sua stessa formulazione. A me non sembra che la disparità delle opinioni sull'argomento possa costituire un giusto motivo per sconsigliarne l'esame e la discussione. Se mai, il contrario. Il tema è arduo e complesso, non c'è dubbio, ma è di quelli che tormentano ed appassionano, di quelli che trovano, proprio nel contrasto delle concezioni, la ragione prima della loro sempre palpitante attualità. Che importa se tra il clamore del dibattito qualche voce stonata dovesse levarsi a turbarne l'armonia? Scopo di questo come di ogni altro convegno della nostra mistica scuola è anzitutto quello di mettere a nudo le idee di ciascuno, a traverso una ricerca fatta "con intelletto d'amore" e con la segreta speranza che dal nostro inesausto travaglio spirituale nuove fiamme sprigionino ad alimentare la nostra fede di militi ardenti e devoti. Solo i poveri di fede, dunque, non potranno invocare e pretendere in questa sede il diritto alla parola. Non credo che in mezzo a noi ve ne siano. Non farebbero fortuna. Alla base della nostra odierna indagine è la fede: la fede autentica, la nostra bella intransigente fede, la fede che è 'parvenza delle cose sperate e argomento delle non parventi', la fede che è "la verità che ci sublima" e senza la quale ozioso sarebbe il parlar di Mistica. Perché siamo mistici? La domanda appare quasi brutale. Se a noi piacesse fingere di voler giocare con le parole potremmo rispondere che noi siamo mistici perché ci sentiamo tali. Ma la risposta si presterebbe troppo alla facile critica e non darebbe soddisfazione ad alcuno. E pure essa non sarebbe del tutto vuota di senso. Mistica si potrebbe definire uno stato di grazia verso il quale ci sentiamo portati dalle verità eterne ed essenziali che colmano il nostro spirito, "dalle ragioni misteriose, dalle convinzioni politiche e religiose che confortano il cammino della nostra esistenza"». […] «Io non mi addentrerò nel raffronto dei molti misticismi che anticiparono lungo il corso della storia l'avvicendarsi delle dottrine e delle rivoluzioni. A me preme soltanto di tentare una precisazione della nostra mistica, della mistica di noi fascisti, e soprattutto di noi giovani del tempo di Mussolini. Io voglio dunque parlare oggi di mistica politica e non di mistica religiosa, che si chiude tutta in una vita interiore, che si rifugia tutta in una vita contemplativa, attraverso la quale l'anima umana aspira a congiungersi col divino. La prima non può confondersi con l'altra e tanto meno mettersi di fronte. La mistica fascista è un'altra cosa: essa è una mistica dinamica, realizzatrice, costruttiva, capace di abbeverarsi e di nutrirsi perennemente alle fonti cristalline della nostra stessa fede politica. La mistica fascista agisce sul piano delle realtà e della storia, cioè su di un piano umano, avente per mèta non l'infinito ma il futuro. Nella mistica fascista la forza preminente è la volontà, la volontà disciplinata ma cosciente, che è la più grande forza così nella vita degli individui come nella vita dei popoli. Mistica per noi fascisti è anelito verso una "vita alta e piena, vissuta per sé ma soprattutto per gli altri, vicini e lontani presenti e futuri". Mistica per gli individui è aspirazione a migliorarsi, a progredire, ad avanzare; e per i popoli è ambizione di martellare i segni inconfondibili della propria civiltà sulle tavole immortali della storia. Mistica fascista vuol dire creazione di nuove forme di vita, di nuovi contenuti spirituali, di nuovi concetti e mezzi d'espressione, nel pensiero e nell'azione, nello spirito e nell'intelletto, nella cultura e nell'arte. Mistica è la sostanza ideale su cui poggia e da cui deriva il suo contenuto profondo l'unità sociale del fascismo, il quale non esalta l'individuo ma lo valorizza, e mentre ne potenzia e ne affina la personalità non lo astrae dall'umanità in mezzo alla quale vive e per la quale opera. E nella conquistata coscienza della partecipazione attiva e responsabile dell'individuo alla vita della Nazione, l'aspetto mistico dei rapporti tra l'individuo e lo stato fascista. Mistica è la concezione universale del fascismo, che è una nuova nascita dell'itala gente dalle molte vite, e che riafferma nel mondo il primato di Roma, regina di tutte le genti. Mistica è la stessa forza della giovinezza fascista, espressione di vita in cammino, ansia di rinnovamento, febbre delle altezze spirituali, impazienza di seminare per raccogliere, gioia di vivere e, quando sarà necessario, gioia di morire. Per noi fascisti quello che importa non è di vivere a lungo, ma di vivere degnamente. Questa è la mistica fascista. Ma allora — si obietterà — tutto è mistica. Proprio così. Nel fascismo tutto è mistica. Mistica e fascismo sono i termini di un binomio indissolubile. Tutto è inteso dal fascismo in senso mistico, perché mistico è il suo modo di concepire la vita. La sua dottrina infatti trae dalla vita la sua ragion d'essere e come attinge dalla fede che l'originò il suo alimento, trae dall'azione da cui sorse le sue infinite possibilità di sviluppo. "Il fascismo — ha affermato il Duce — è un fenomeno religioso di vaste proporzioni storiche ed è il prodotto di una razza". "Il fascismo — egli aggiunse — è una fede che raggiunge le altitudini religiose". "Il fascismo — egli disse ancora — è forza spirituale e religiosa; potrà errare negli uomini e nei gruppi, ma la fiamma che sorge dal fascismo è immortale". "La vita, quale la concepisce il fascista — è sempre il Duce che parla — è seria, austera, religiosa, tutta librata in un mondo sorretto dalle forze morali e responsabili dello spirito". Noi siamo mistici perché ogni nostro pensiero ed ogni nostra azione, la nostra stessa vita, sono inspirati ad un trinomio che racchiude in sé tutto il nostro programma di giovani rinnovatori: credere, obbedire, combattere; lo stesso trinomio che congiunge idealmente le nuove generazioni del Littorio agli uomini della vecchia guardia, al glorioso squadrismo. E la fede, che ci spinge a camminare, che feconda il nostro operare, che accende la nostra speranza. È l'obbedienza che darà più tardi, a chi se ne mostrerà meritevole, la responsabilità del comando. Èil combattimento il nostro crogiolo indispensabile, la prova ultima, il collaudo definitivo. Per noi giovani, nati e cresciuti nel clima incandescente della Rivoluzione, la guerra più che un dovere è un diritto; un diritto al quale nessuno di noi intende rinunziare. So di poter parlare a nome di tutti i giovani, a nome di coloro che chiesero il privilegio di combattere e l'ottennero e a nome di coloro che invano lo domandarono e sono rimasti ancora con l'ansia inappagata del combattimento. Ho detto che noi siamo mistici perché mistico è il modo in cui il fascismo concepisce la vita. Qual è l'essenza di questa concezione mistica della vita, secondo la dottrina fascista? Possiamo coglierne i caposaldi dalle stesse luminose pagine dettate dal Duce. Il fascista è riconoscente a Dio per averlo fatto nascere italiano crede nella religione dei martiri e degli eroi aspira alla patria come a un premio da meritare ha fede nella universalità dell'idea fascista non ama la felicità del ventre e disdegna la vita comoda sprezza il pericolo e cerca la lotta considera il lavoro un dovere e il dovere una legge ritiene il sacrificio una necessità e l'obbedienza una gioia concepisce la vita soltanto come sforzo continuo di elevazione e di conquista. Ed è pronto a qualunque rinunzia, anche a quella suprema, purché il Duce lo voglia e trionfi il suo ideale. In quest'ultima affermazione a me pare di scorgere l'essenza della nostra mistica: la fede illimitata nell'idea che ci illumina, la dedizione senza riserve all'uomo che ci guida; al condottiero espresso dalle forze inesauribili della razza e che le più alte virtù della razza riassume e sintetizza. È egli "il veltro" dantesco, "lo spirito gentil" del Petrarca, "il redentore" del Machiavelli? Certo egli è l'uomo della Provvidenza. Egli conosce le nostre aspirazioni e le sa realizzare. Egli sa parlare ai popoli un linguaggio di fierezza e di umanità a tutti comprensibile. Egli ci appartiene perché tutti noi gli apparteniamo. Dinanzi a Dio e dinanzi all'Italia, noi abbiamo giurato di seguire i suoi ordini e di servire la causa della nostra rivoluzione con tutte le forze ed anche col sangue, se sarà necessario». […] «Su queste basi il fascista deve innalzare giorno per giorno, pietra su pietra, l'edificio della sua mistica vita, instaurando nel superamento dei propri interessi particolari un'esistenza spirituale in cui il sentimento sia la molla per ogni azione e la fede il lievito di ogni speranza, una vita superiore che è la sola la quale possa dare agli uomini "le ali verso le altitudini". Portare nel proprio spirito un senso di severità assoluta, improntare la propria vita al massimo disinteresse, essere fieri non di quel che si è avuto, ma di quello che si è donato e si è fatto, conoscere bene se stessi per poter giudicare gli altri, considerarsi soldati così in pace come in guerra, significa vivere misticamente, significa, come disse Arnaldo, "saper vivere e saper morire, nel modo più degno". Forse qualcuno cercherà di gabellare per retorica questa nostra mistica. Il tentativo sarebbe vano. Ho già detto all'inizio che i poveri di fede non possono restare in mezzo a noi. Essi non sono come noi. Essi non potranno mai seguire una bandiera e indossare una divisa, perché preferiranno sempre assistere al passaggio degli eserciti col risolino incredulo su le labbra e il braccio atteggiato ad un quarto di saluto romano. La nostra mistica è la stessa forza interiore della nostra rivoluzione, la forza che la sorregge e la sospinge assicurandone nel futuro la continuità. Mistica fascista è una mèta ideale alla quale tutti i fascisti possono e debbono aspirare. Essa si riscalda alla luce delle verità eterne che il Duce ci ha rivelate e che Arnaldo, il più mistico dei fascisti, il nostro insuperabile maestro, ha saputo additarci. Compito della nostra Scuola è quello di custodire gelosamente queste verità, di curarne e di perfezionarne la formulazione e di diffonderne la conoscenza a tutti gli italiani.»

(Aldo Grandi “Il gerarca col sorriso – l’archivio segreto di Guido Pallotta, protagonista dimenticato del Fascismo”, Milano, 2010, Mursia, pp. 287 – 292)

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…Il giorno seguente, 20 febbraio, fu la relazione di Guido Pallotta a tenere banco. Il suo intervento, antiretorico per eccellenza, suscitò l'entusiasmo dell'uditorio. Il vicesegretario nazionale dei Guf dette il meglio di sé nell'esporre i concetti e i princìpi a lui cari, distribuendo bacchettate un po' ovunque senza dimenticare di prendersela anche con gli alti papaveri del regime. Il suo inizio fu esemplare e, allo stesso tempo, annunciatore di ciò che avrebbe detto di lì a poco, ma, soprattutto, di come lo avrebbe fatto:

Guido Pallotta, Relazione al I convegno nazionale di Mistica Fascista, 20 febbraio 1940, archivio privato famiglia Pallotta.

«Abbiamo noi tutti la sensazione del destino che ci attende, la coscienza della missione splendida e tremenda che la sorte ci getta sulle spalle, a questa svolta della storia umana? Siamo tutti preparati ai compiti, ai doveri, ai sacrifici delle battaglie di domani? O la lotta per la vita, la necessità miserabile e imperiosa del pane quotidiano, l'affannosa ricerca del lavoro, del posto, dell'impiego non distraggono forse molti, troppi di noi da quello che è il fine ultimo, lo scopo essenziale della nostra esistenza: la dedizione di tutto il nostro essere alla rivoluzione, l'olocausto di domani? Chi intende misticamente la rivoluzione non può non essere preparato a morire per essa, perché vi è un solo modo di essere mistici quando la Patria chiede sangue: offrirlo. Noi sentiamo che la nostra missione è il combattimento: di idee oggi, di baionette domani; noi pensiamo che la vita sia bella soltanto perché possiamo donarla all'idea; noi riteniamo che senza l'azione eroica, senza la possibilità di cingerci la fronte d'un rosso gallone di sacrificio, senza la possibilità di misurare la fede a buon metro d'ardimento, la vita sarebbe una ben misera, una ben triste cosa. Questo misticismo eroico degli interventisti del '15, degli squadristi vigiliari, dei legionari di Fiume e di Valona, d'Africa e di Spagna; questa invincibile volontà di dedizione alla patria fascista fu la forza che mise in movimento la grande ruota della nostra storia. Oggi questa stessa forza alimenta giorno per giorno l'azione della rivoluzione e la spinge sulle vie del futuro. Tutta l'essenza dinamica della nostra mistica è già nell'asserzione di Mussolini al congresso socialista di Zurigo nel 1904: "Noi siamo la buona semente del sacrificio"; è già nella definizione che Mussolini diede dei militi volontari, nel febbraio dell'anno II: "Sono i superfascisti, gli asceti del fascismo, quelli che obbediscono al fascismo-idea, passione, fede, apostolato". I mistici hanno un'impronta inimitabile che Mussolini già nel 1912 così definiva: "È l'ideale che ci dà un inconfondibile sigillo, che ci differenzia da tutti gli altri uomini che si esauriscono nella lotta per il vantaggio immediato. È da costoro che noi dobbiamo scinderci; sarà il primo atto della nostra purificazione". Chi oserà misurare l'apporto formidabile dato alla dinamica del fascismo dal misticismo del suo creatore? Già 15 anni prima della fondazione dei fasci, Mussolini è un mistico, arso dalla fede nell'azione e nel sacrificio. È un mistico quando nel 1909 si scaglia contro "il vasto movimento pietista" del partito socialista, dei suoi rivoluzionari delle tagliatelle e dei vari onorevoli Barbera. È un mistico quando, intransigente odiatore di tutti i compromessi, di tutti i mezzi termini, di tutti gli accomodamenti, già nel 1910 esce in quella minaccia che nove anni dopo sarà posta in azione dalla sacrosanta violenza delle squadre: "Non avremo remissione per ciarlatani a qualunque partito si dichiarino iscritti, tutte le volte che andranno tra le folle operaie a cercare applausi, voti, stipendi e clienti". Ed è proprio allora che emana quelle norme che oggi paiono dettate per i fasci di combattimento. "Il partito non è un campo per gli uomini illustri; gli uomini sono gli strumenti del partito, non il partito degli uomini... Tutti coloro che cercano soddisfazioni personali e materiali, tutti coloro che non sono pronti al sacrificio assiduo, quotidiano, disinteressato, indietro! Nella nostra dura ed aspra milizia non c'è posto per loro". Bellissimo monito che vorremmo vedere inciso sui frontoni di tutte le case littorie. È l'ardimento delle squadre, il misticismo delle spedizioni punitive, il pazzo coraggio delle Disperate che Mussolini così preannunciava. Ma anche allora aveva in uggia soprattutto quelli che egli chiamava "i profeti dell'immobilismo, i pessimisti, gli scettici": gente dura a morire, che ancora oggi ci ritroviamo tra i piedi, ironizzante, diffidente e cretina come quando, nel 1909, Mussolini ne fustigava "le abitudini animali d'esistenza che si traducono — scriveva — in un sorriso di compassione per coloro che vogliono correre il grande pericolo e togliersi, con un atto eroico, dalla mediocrità che li soffoca". Di uno splendente misticismo è l'invettiva mussoliniana del maggio 1914 contro l'oro, dio della borghesia: "Alla religione succede l'affarismo. C'è bisogno di una fede umana cui affidare lo stimolo del progresso storico. Quando ogni fede è morta si cade nel fatalismo... Forze imprevedibili condurranno alla meta". Profezia mirabile della rivoluzione fascista, che doveva restituire agli italiani quella fede e quell'ideale che sin dal 1910 Mussolini aveva invocato con quella prosa amara: "L'Ideale? Al diavolo! Nessuno ci crede più. E se qualche solitario ci crede, viene definito un imbecille che amoreggia con la luna. Noi apparteniamo ancora a questo esiguo manipolo di sognatori". Sin da quell'oscura vigilia tutte le pagine più belle di Mussolini ci gridano i tre verbi della mistica fascista: credere, obbedire, combattere. Scriveva nel novembre 1913: "Le grandi masse chiamate a fondare il nuovo regno, hanno bisogno, non tanto di sapere, quanto di credere". Credere: perché chi non crede è un riformato morale, è un mezzomo, un idoneo ai servizi sedentari; credere, perché senza una fede non c'è forza che valga. E combattere: perché "le idee, finché rimangono nelle biblioteche sono perfettamente innocue". È per questo che, assai prima dell'attentato di Sarajevo, Mussolini già si dichiara per la guerra. "Altro che gridare abbasso la guerra! Chi grida così è il più feroce conservatore". Ma più bella fra tutte è quella profezia che Mussolini ventenne fa in un impeto di sublime misticità, nel suo primo discorso pubblico a Gualtieri Emilia: "L'epopea della camicia rossa, molti dicono, ha fatto il suo tempo. Ma noi vediamo i minatori degli Stati occidentali, degli Stati Uniti e del Canadà, attraverso la loro forza rivoluzionaria, iniziare una nuova epopea: quella della camicia nera che riveste il torso massiccio di tutti i lavoratori di ogni parte del mondo". Così sin dal 1905 un ignoto Maestro di Gualtieri preannunciava al mondo il nostro andare verso il popolo e, insieme, la nostra mistica divisa di sacrificio, e di ardimento. Vestiti di quell'uniforme d'assalto, caddero a migliaia gli apostoli della nostra fede invitta. La Chiesa venera sugli altari i credenti che, rinnegando la loro umanità, assursero all'eroicità della perfezione evangelica. Così noi possiamo innalzare alla venerazione delle generazioni future, senza ombra di profanazione, i martiri della mistica fascista: martiri nel senso greco della parola, cioè testimoni. Armarsi, rispondere alla chiamata è di tutti i credenti; ma rispondere volontaria-mente all'appello della morte è solo degli eroi e dei martiri. Quanti martiri allinea sui suoi altari la mistica fascista, da Maramotti a Pepe, da Lusardi a Mele, da Florio a Foscari, da Padre Giuliani a Ferruccio Squarcia! Mistici della nostra fede sono anche i più puri eroi della grande guerra caduti prima dell'adunata di Piazza San Sepolcro ma presaghi della rivoluzione che il Duce sin da allora aveva affidato alle loro baionette. Mistico è Filippo Corridoni; mistico quello studente non ancora ventenne, Ruggero Timeus, che già nel gennaio del 1915 scriveva: "Senza gerarchia non c'è Stato e senza Stato non c'è libertà; libertà è un vuoto concetto senza l'ordine. Così tra la Russia dove impera la tirannia cieca di pochi padroni su molti bruti e la Francia, dove tutti i bruti comandano e imperversano, il tedesco sente di avere la perfezione, perché ha l'ordine senza la tirannia. Noi non l'abbiamo, questo ordine tradizionale, noi non l'abbiamo una dottrina filosofale degli italiani, noi non l'abbiamo l'idea dello Stato come la chiamano i popoli germanici. Ebbene, per questo non dobbiamo fare la guerra? No, è appunto per ciò che dobbiamo farla. In ogni giovane italiano sta in potenza uno straccione ma anche un gran capitano, un eroe, un profeta, un conquistatore: è un seme che porta tutte le recondite virtù, tutta la forza inespressa che basta per fare crescere un grande popolo. La guerra lo spargerà, questo seme, su un suolo reso ferace dal sacrificio: solo così l'Italia potrà portare per il mondo la sua volontà di dominio, la sua forza, il suo ordine, l'Idea della sua razza e del suo Stato". E il 27 agosto 1914 con commosso anelito incitava: "E suonata l'ora. Oggi al re giovine sta di decidere non più soltanto le sorti della mia Trieste ma il destino d'Europa. Oggi non solo può ingrandire il Regno, ma fondare l'Impero". Cadde con una palla in fronte, sulla via di Trieste, ma del suo mistico ardore già fiammeggiava tutta la giovinezza d'Italia. Mistico Decio Raggi. Mistico quell'altro giovanissimo sottotenente, Mombello, in quel troppo ignorato testamento: "Io muoio felice. Sappiate che in 19 anni — io non li ho ancora compiuti — io non ho mai pianto. Per me la vita fu una gioia continua, un piacere infinito. L'ultima gioia fu quella di morire per la Patria. Voi cantate, gioite e date fiori e canti alla mia memoria. Dite agli studenti d'Italia che continuino sempre a farsi onore". Mistici i legionari di Fiume, da Locatelli a Keller; mistici tutti i caduti della rivoluzione, in testa Amos Maramotti che partendo verso la morte manda alla madre lontana l'incitamento famoso; mistici tutti i nostri apostoli, da Arnaldo a Bonservizi, da Bianchi a Gioda, mistici tutti i caduti d'A-frica, in testa quella pensosa camicia nera scelta della Compagnia Universitaria della Divisione "3 Gennaio", Havis De Giorgio, che alla vigilia della morte commentava nel suo taccuino con impetuosa volontà di sacrificio quell'incitamento di Zarathustra: "Non vi esorto al lavoro, bensì alla lotta; non vi esorto alla pace, bensì alla vittoria. Sia il vostro lavoro una lotta e sia la vostra pace una vittoria". Mistici tutti i suoi camerati della Compagnia Universitaria della "3 Gennaio", che nel giugno dell'anno XIII, lasciando l'Università di Torino pel campo africano, stampavano quello strafottente commiato: "Ci giudicano pazzi, gli incorreggibili borghesi. Vero è che pacifismo, quietismo, egoismo, carrierismo, arrivismo, cumulismo e via dicendo, tutte queste belle virtù in ismo sollevano spesso un tale fetore che le nostre delicatissime nari non sanno più reggervi ed i nostri polmoni reclamano urgentemente un radicale cambiamento d'aria. E il medico ci ha consigliato l'aria di Etiopia". Mistico è Stelio Teselli, che alla vigilia dell'offensiva delle Frecce Nere sul Segre scrive al padre lontano: "Sento che sparirò in quest'ora di epopea e di sangue. Ero nato per la guerra e per la mia guerra morirò. Sono sereno e calmo perché sento che rivivrò nel mondo degli eroi e delle leggende. Io non tremo ma agito sull'orlo apocalittico del baratro la fiaccola della vita eterna. Viva l'Italia". Mistico, infine, è quell'altro grande caduto di Spagna, Vittorino Ceccherelli, che alla vigilia dell'ultimo combattimento aereo scriveva ai suoi: "Libertà, eguaglianza predicano i falsi e bugiardi demagoghi rossi. Io che mi innalzo nel cielo, vicino alle stelle, penso ed osservo che anch'esse non sono uguali; una è più grande, una è più lucente, una è più lontana dell'altra. E nessuna di esse è libera di andare dove voglia, perché una legge eterna, ferrea e immutabile, ne prescrive il corso e la posizione nel firmamento. Anche in cielo dunque c'è disuguaglianza, ma nello stesso tempo disciplina ed armonia: e così deve essere e sarà anche sulla terra". "Utili sono gli esempi, perché con la loro eroica concretezza ci impediranno di smarrirci nell'indefinito e nell'astruso delle formule filosofiche. Questi esempi ci dicono che la mistica fascista è fede ed azione, dedizione assoluta ma nello stesso tempo consapevole. L'offerta non è soltanto istintiva; la illumina sempre una ragionata volontà. I nitidi, ferrei intendimenti di questi morituri che la morte affrontarono con slancio mistico, ma insieme con deliberato e ponderato proposito di sacrificio per il bene comune, ci dimostrano che non è vero che la fede debba essere cieca, che il cuore debba comandare al cervello e che, se si lasciasse fare alla ragione, questa ucciderebbe la fede inaridendo gli slanci dell'entusiasmo. La vita è realtà, non elucubrazione; essa si spiega con la vita, cioè con le leggi che stanno dentro la vita, mentre la pura filosofia, dovendo spiegarsi con proprie leggi, finisce per allontanarsi troppo dalla vita e può quindi diventare incomprensibile o quasi. La nostra fede deve essere ragionata. Non ci si renderà mai conto abbastanza dei motivi ideali che alimentano la nostra mistica. Il luogo comune della "fede pura che sboccia cristallina dal cuore" è un mito deprecabile, oltre che una frase fatta. Quante sorprese si possono avere da certa gente di "pura e cristallina fede" che viceversa non ha mai fatto il minimo sforzo per fare della propria fede il substrato fondamentale e indispensabile di tutta la propria vita, che non ha adeguato i propri convincimenti a ragioni ponderate. Anche la fede assoluta nel Duce, l'amore per il Duce non è autentico, non è completo, non è integralmente sincero se non sia corroborato da una solida e profonda adesione al suo pensiero. Il dogma che il Duce ha sempre ragione diviene parte integrante del nostro spirito quando si è visto, compreso, toccato con mano che egli conosce sempre la strada buona, che egli non sbaglia mai. Allora l'amore per lui, essenza della nostra fede, diventa cieco e assoluto, perché non saremo soltanto dei dogmatici, ma dei convinti, e in lui sentiremo la volontà della razza, della storia, del destino: in lui adoreremo, insomma, l'uomo della Provvidenza e l'unico che è tutti noi. Soltanto così saremo in grado di darci alla causa totalmente, come il ceppo alla fiamma, senza pensare a ricompense, senza sperare a riconoscimenti, senza fantasticare promozioni. Guai a chi si lascerà pungere dall'aspide dell'utile proprio! Chi militi nelle nostre file — e vi la-vori anche molto — per la speranza d'un premio avvenire, non è degno della camicia nera. Torcete il collo a chi vi parla di sistemazioni! E se un giorno vi assalga l'amarezza d'un raffronto, la torbida sensazione di essere sorpassati e irrisi da chi se ne frega degli ideali e corre avanti svelto svelto senza soffermarsi sulle tombe dei martiri, guardando solo alla terra dove arraffa quello che può, allora, camerati, andiamo a inginocchiarci sul tumulo d'un caduto, di uno squadrista adolescente che sotterra si è sposato con la morte. Riacquisteremo tutto il fervore della fede, tutta la certezza della vittoria, tutta la nostra splendida fierezza di gregari che se ne infischiano delle cariche e dei galloni. Occorre spogliarci di ogni egoismo, di ogni debolezza, di ogni grettezza. Occorre dare tutte le proprie energie alla causa, trionfando degli istinti individualistici, imponendoci la volontà di essere più generoso ed eroico di ogni altro: occorre credere nella vita come in un dovere, non come in una lotta a coltello per sopraffare il camerata. Il nostro compagno di battaglia bisogna amarlo, non sopraffarlo, sorreggerlo, non accoltellarlo. Amarsi bisogna: comprendersi, sti-marsi, aiutarsi. Anche in questo campo molto resta da fare alla mistica fascista. Il mistico del fascismo non giudica gli uomini dall'apparenza, dalle commende e dai titoli accademici, ma dalla sostanza: per lui l'uomo in tanto vale in quanto dà. Chi non ha dato nulla non vale nulla. Noi non vogliamo godere la vita: soltanto vogliamo adoperarla, scagliarla verso un obiettivo ben più alto di qualsiasi utile personale: un obiettivo che ci è stato assegnato dal Duce e si chiama: grandezza della nostra razza nel mondo. Questa nostra visione della vita è soprattutto ostica agli apatici, ai sedentari, agli scettici blu, che pur andando adorni del distintivo fascista, ostentano la più strafottente indifferenza verso tutto quanto riguardi la marcia della rivoluzione. Noi dobbiamo sradicarli, stroncarli, farne strame: sono i peggiori nemici della razza. Non sono pochi questi figli spuri della generazione littoria. Nulla è degno di sfiorare il loro elegante scetticismo, la loro ironica sufficienza, la loro olimpica superiorità di menti elette speculanti al di sopra della mischia. Siano essi sempre lo spassoso bersaglio del nostro mistico e concreto manganello. Questi sono i nostri nemici peggiori: colpirli, smascherarli è il nostro più imperioso dovere. Ha detto Ettore Muti ai volontari degli atenei adunati a Padova: "Esiste solo un fascismo rivoluzionario e cioè un fascismo che cammina; un fascismo sedentario non può esistere". Osare, concepire un fascismo che non cammini, una rivoluzione che non combatta sarebbe come immaginare una fiamma che non bruci, una luce che non illumini, un suono che non riecheggi. Ha detto nella stessa adunata il segretario del partito: "La vostra consegna è nel nome stesso dei nostri fasci di combattimento". Combattere. Combattere contro ogni ignavia, ogni viltà, ogni bassezza, ogni sopruso; combattere agli ordini del Duce per il trionfo della rivoluzione: questa la nostra consegna splendente. La rivoluzione è sempre in marcia, ad essa deve essere data ogni nostra energia, ogni pensiero del nostro cer-vello, ogni goccia del nostro sangue. In pace e in guerra l'idea della rivoluzione deve tutti dominarci, illuminando il nostro cammino, il nostro sforzo e la nostra sofferenza di uomini che accettano di soffrire perché sanno che dalla loro sofferenza balzeranno domani una patria più grande ed un mondo migliore. Purtroppo ancora oggi non è sanata la piaga che Mussolini additò nel 1910; ci sono ancora nelle università camerati giovanissimi d'anni e già vecchi di spirito, quasi adolescenti che sognano come massima gloria l'insegna gerarchica e il saluto romano dell'usciere. Per costoro ogni atteggiamento strettamente, intransigentemente fascista appare quasi scandaloso; secondo loro, chi lo assume dovrebbe portare infilato al nastro del cappello la regolare autorizzazione del superiore gerarca, così come i coscritti di una volta vi portavano il numero di matricola. Ricordo uno di questi timoratissimi fascisti che, trovandosi a passare per via durante una dimostrazione improvvisata dagli studenti dopo i fatti di Traù, incitato dai camerati a seguirli, chiese preoccupato se avessero ottenuto il regolare permesso dalla superiore autorità, e rispondendo gli altri che no, si allontanò frettoloso ed indignato, gridando pur tra il concerto dei vindici pernacchi: Non mi associo, con la sdegnosa fierezza di un Pier Capponi. Di questi Capponi giovinetti se ne vedono, ahimè, starnazzare un po' troppi tra le nostre file, inguaribilmente ammalati di paura della responsabilità, di orrore dell'esser primo, di quietismo soprattutto. Nemicissimi dell'iniziativa altrui che non constatino regolarmente vidimata dal superiore capufficio, vi fanno sempre, suppergiù, questo ragionamento: "Vuoi essere più realista del re? Se quel tale è a quel posto è perché vi è stato chiamato; e poiché il regime tutto controlla, vi sta col beneplacito del regime, e opporsi è fare atto di indisciplina verso il regime. E un traditore? Ci penserà il regime. È un antifascista? Provvederanno le autorità competenti. Insegna dalla cattedra il disprezzo della rivoluzione? Si vede che le autorità non ci vedono nulla di male e se per le autorità superiori tutto sta bene non capisco perché dovrei intervenire proprio io, che non sono autorizzato. Come, vuoi intervenire tu? E con quali veste? Si vede che sei un indisciplinato, ecc.". Gente, insomma, c'è da giurarlo che se fosse nata dieci anni prima non avrebbe mai osato fare la marcia su Roma senza avere ottenuto il regolare nulla osta del signor comandante della Regia Guardia. Diciamo subito e ben chiaro che questi giovani troppo docili, troppo ansiosi di un posto, troppo preoccupati del loro avvenire, troppo spaventati da ogni possibilità di grane e obbedienti insomma alla lettera ma non allo spirito della nostra legge, questi giovani in pantofole non potranno mai intendere la mistica della rivoluzione. Faranno forse carriera, saliranno magari ad alti cadreghini, sapranno issarsi — con il loro magnifico saper fare — almeno cento cubiti più in su dei loro scriteriati camerati senza tatto. Ma noi siamo con questi ultimi: con gli scanzonati, gli audaci, i disinteressati, che sanno oggi smascherare un traditore senza chiedergli prima il permesso, così come senza permesso sapranno domani arruolarsi volontari. Sono ancora i pazzi del Guicciardini, i ragazzi che amano il rischio perché esso solo dà diritto alla vita, che sentono nel sangue la bellezza di quel monito del Duce: "Occorre un po' di follia, un grosso grano di raziocinante follia". Non guardano ai cadreghini presenti o futuri, non pendono dalle labbra né dalla aulica scrivania del signor commendatore: guardano agli orizzonti che già si infiammano di nuove splendide aurore, ritengono che il pe-ricolo sia l'asse della vita sublime e che non varrebbe la pena di viverla se non fosse possibile misurarla ogni giorno a buon metro di ardimento. Confessiamolo: ancora oggi è questa una minoranza, contro cui si frange la vasta marea dei quietisti, degli arrivisti, dei pavidi. Potenziare questa minoranza, sostenerla contro gli attacchi degli arrivati e degli arrivandi, trasformarla a poco a poco in maggioranza entusiastica e fattiva: tale lo scopo che deve proporsi la mistica fascista nella dinamica rivoluzionaria. Il mistico del fascismo ama la virtù del silenzio, ma non lo confonde con la pavida deliberazione di tacere ad ogni costo, anche di fronte alle più palesi disfunzioni. Il mistico del fascismo sa che il dovere di ogni sentinella è di imporre l'alt, di gridare l'allarmi e infine di far fuoco se taluno violi la consegna affidata alla sua vigilanza. Sommamente ridicolo sarebbe il ragionamento di chi accusasse la sentinella di indisciplina, per aver messo a rumore il quartiere gridando l'allarmi. Così per il mistico è sommamente colpevole il fascista che tace fingendo di non aver notato l'inconveniente, o peggio ancora, interrogato risponde che tutto va bene, e ciò per la vile preoccupazione di evitare seccature. Si comporta così come un meccanico che, pur accorgendosi che un po' di sabbia è penetrata in un delicato ingranaggio, tacesse per paura di esser chiamato a riparare il malanno: che, così, da lieve diverrà irreparabile. Dire che "tutto va bene", in un clima duro come il nostro, è tanto bugiardo come lo sarebbe il dire che tutto va male. L'ottimismo è una bellissima cosa, ma non deve essere un comodo coperchio da porre sopra le magagne. C'è in tutti noi un profondo bisogno di sincerità, un odio istintivo per tutti gli abituali infingimenti della vita quotidiana, bisogno di sincerità che il Duce sintetizzò nella frase famosa: "Non amo coloro che imitando Pangloss trovano che tutto va bene". Costoro sono degli affetti da congenita vigliaccheria morale: non potranno mai capire che la rivoluzione è continua. Infatti il concetto di rivoluzione continua è perfettamente all'antitesi con quello del tutto va bene. Per il mistico del fascismo è, per esempio, inammissibile che nell'anno XVIII dell'era fascista vi sia ancora della gente che, pur credendosi fascista al cento per cento, non si vergogna di percepire stipendi, dividendi, cointeressenze, ecc., assai più alti di quelli dei ministri e dello stesso capo del Governo, né si avvedono che i loro enormi emolumenti costituiscono una prova stridente di ingiustizia sociale, un perenne insulto all'uomo che lavora per il pane e il companatico: cioè per l'enorme maggioranza degli italiani. Per il mistico del fascismo è addirittura nauseante lo spettacolo di dirigenti d'aziende, amministratori, consiglieri delegati e via dicendo che si pappano alla fine dell'anno colossali emolumenti. Affatto sproporzionati, non dico alle loro intelligenze, ma anche a quelle di chiunque non sia un D'Annunzio o un Marconi. Se al mistico del fascismo fosse dato di legiferare in questo scottante settore, egli emetterebbe senz'altro una leggina di due soli articoli: Articolo primo — Nessun stipendio potrà superare le centomila lire annue. Articolo secondo — Chi trasgredirà all'articolo primo sarà inviato senz'altro al confino. Sono esempi pratici, terra terra, ma necessari ad impedire a questa esposizione di sfumare tra le nuvole dell'incerto e le nebbie dell'indefinito. Così, tanto per continuare nei nostri esempi, il mistico non solo si sottopone con consapevole slancio e immediata comprensione ai provvedimenti anche meno comodi del fisco, compresivi quei nuovi bollini: ma sinceramente si augura che per il bene della nazione e per la giustizia sociale vengano imposti sempre più provvidi gravami. Come sarebbe ad esempio una tassa che giungesse finalmente a colpire i sopraprofitti di guerra: sopraprofitti che dal 1935 ad oggi hanno impinguato tante grossissime tasche e che tuttora, dopo quattro anni di guerre e di astronomici guadagni, vanno immuni da ogni adeguato balzello, a differenza dell'ago della sartina e della pennuccia dello scolaretto. Per il mistico del fascismo è immorale concedere al ricco delle evasioni fiscali che non sono invece consentite al povero; così come per lui è immorale che un ente o una cassa di Risparmio versino cinquantamila lire all'anno ad un tale che presenzierà sì e no ad una seduta ogni quattro mesi. Per il mistico del fascismo è soprattutto immorale il fenomeno tuttora sfacciatamente trionfante dell'accumulismo degli incarichi e degli stipendi, evidentissima violazione di quello che è il massimo dogma della nostra fede: "Giungere nudi alla meta". "Giungere nudi alla meta". Tutta la vita, tutta l'opera così profondamente mistiche di Arnaldo possono compendiarsi nel dogma del disinteresse e dell'offerta: lo imponeva a se stesso, lo esigeva anche dai più alti gerarchi del partito. Quanto saldo, splendente e imperioso misticismo in quella sua lettera del 1° settembre 1928 al segretario del partito: "Queste spese iperboliche di automobili, di trasporti, di segreteria, di stampati devono essere ridotte. In un periodo difficile come il nostro, bisogna dare la sensazione del raccoglimento. Non vi è cosa che offenda il popolo italiano come l'ostentazione della ricchezza. Ti ripeto, non è che io creda alla gravità di questo fenomeno. Credo e vedo la gravità delle voci in giro, che non possono venir annullate e smentite che da comunicati di persone superiori, insospettabili, che abbiano compiuto con severità e coscienza fascista il loro compito di indagatori... Questo arrivare sempre in quarta velocità, con un chiasso d'inferno, con aria prepotente da dominatori, secca in modo terribile il prossimo... È necessario che nella tua qualità di segretario, tu arrivi tempestivamente a dare la sensazione che il fascismo non crea prebende e sanatorie a nessuno e che l'obbligo e il dovere sono tanto più grandi quanto più si occupa un posto alto nella gerarchia del partito". Una delle più belle qualità del mistico è il disinteresse, nel senso più lato della parola. Tutti sappiamo che il fascismo non promette onori né ricchezze, ma sacrificio e combattimento: tuttavia confessiamo che ci pare che questa affermazione bellissima e recisa rischi di passare a far parte del bagaglio delle frasi fatte, dell'epigrafia rettorica, buona ad adornare le testate dei giornali e le copertine dei quaderni. Troppa gente sfoggia improvvise ricchezze; troppa gente investita di incarichi direttivi stranissimamente interpreta il monito mussoliniano andare verso il popolo facendo ogni sforzo per non rientrare nelle file del popolo di cui faceva parte dell'investitura gerarchica e si arrabatta per salire a pingui sistemazioni personali, valendosi proprio di quello scalino gerarchico che gli era stato affidato dalla rivoluzione per il bene di tutti e non già per lo sporco utile proprio. Naturalmente il partito interviene col suo coltello sanatore a tagliare il bubbone — ed Ettore Muti ne ha dato recentissimi esempi — ma i mistici del fascismo si augurano che questi provvedimenti esemplari si facciano sempre più frequenti, poiché non v'è disciplina senza sanzione, né v'è maggiore tonico per la fede delle masse e la saldezza degli eserciti quanto vedere un traditore al muro. Il dogma del giungere nudi alla meta è fondamentale per illuminare certe fedi, per vedere bene addentro certe coscienze. Perché per noi la coscienza non è un paio di braghe che si calano quando fa bisogno. Chi si impingua all'ombra dei gagliardetti santificati dal sangue dei martiri, non può essere, non dico un mistico, ma neppure un fascista. Concludo: perché la nostra fede un ritmo sempre più celere alla rivoluzione occorre che il mistico del fascismo non esiti mai a parlare chiaro, anche ai gerarchi, illuminandoli su ciò che fosse sfuggito alla loro attenzione, additando magagne e suggerendo rimedi. Può darsi che le sue parole non vengano ascoltate, che magari gli attirino talvolta punizioni e rimbrotti. Egli non dovrà dolersene; è questo un normale incerto del nostro mestiere. In uno scherzoso articolo pubblicato su la "Difesa" del 18 luglio 1912, col titolo La festa di San Benito nel villaggio socialista, così Ezio Maria Gray tratteggiò la posizione del ferreo, del puro, dell'intransigente Mussolini tra la baraonda del partito socialista a cui invano egli tentava di dare un'anima combattiva: "In mezzo alla rossa geldra degli ambiziosi e degli avidi, il puro ed acceso, il santo e inflessibile Benito Mussolini domina la sagra e passa tra i fedeli vocianti e prostrati. Non si accorge che, come nelle sagre d'Abruzzo, la festa del santo è l'epilogo di annuali rivalità, e che sotto il suo catafalco si bestemmia, e si fa ai pugni per portare sulle spalle il grande crocefisso e il reliquario, con una fatica allegra in cima alla quale vi è il diritto tradizionale ai dieci soldi, il fiasco di vino e il bacio sulla gota della ragazza più bella. La fede, l'ideale, la religione, la vita terrena non passano nemmeno per la mente dei sudati facchini della processione". Oggi che la processione paesana d'un tempo si è trasformata nella marcia di un esercito imperiale è certo diventato assai più raro, difficile e soprattutto pericoloso fare i propri interessi all'ombra immane del condottiero. Ma ancora oggi intorno a noi rimane qualcosa dell'antico leticarsi dei facchini e dei crociferi, che da portatori di reliquari si sono trasformati in vivandieri, magazzinieri e spaccisti del nostro invitto esercito in marcia. Smascherarli, colpirli ad uno ad uno, inchiodarli alla loro vergogna: questo è uno dei tanti compiti del mistico del fascismo».

Guido Pallotta chiuse l'orazione milanese fissando lo schema del suo credo politico in un decalogo poi passato alla storia per la sua straordinaria intransigenza morale:

1 Obbedire al Duce;
2 Odiare sino all'ultimo respiro i nemici del Duce, cioè della patria;
3 Smascherare i traditori della rivoluzione senza sbigottire per la loro eventuale potenza;
4 Non aver paura di aver coraggio;
5 Non venire mai a compromessi con il proprio dovere di fascista, dovessero andarne perduti il grado, lo stipendio, la vita;
6 Meglio vivere orgogliosamente affamato che pinguamente avvilito;
7 Spregiare il cadreghino;
8 Odiare il vil denaro;
9 Preferire la guerra alla pace, la morte alla resa;
10 Non mollare, mai.'


(Aldo Grandi, “Il gerarca con il sorriso – L’archivio segreto di Guido pallotta, protagonista dimenticato del fascismo”, Milano, 2010, Mursia, pp. 292 – 306)

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" Forse che non conoscendo a fondo il pensiero del Duce si può affermare di essere fascisti? Noi diciamo di no! Che il fascismo non è istinto ma educazione e perciò è conoscenza della sua mistica,che è conoscenza di Mussolini" (N. Giani)
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