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Dizionario di Politica del P.N.F.
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MessaggioInviato: Lun Lug 09, 2012 10:03 pm    Oggetto:  Dizionario di Politica del P.N.F.
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Pubblicato in 4 volumi a cura del Partito Nazionale Fascista nel 1940, il “DIZIONARIO DI POLITICA” rappresenta l’opera della “piena maturità dottrinaria del Fascismo”raccogliendo il meglio del pensiero e dell'analisi politico-ideologica elaborati in quasi venti anni di Regime fascista... Uno strumento culturale che nelle intenzioni dei suoi estensori non doveva limitarsi ad una “esposizione di dottrine e di indirizzi teorici” ma che invece doveva costituire una “ opera di politica in atto che comprende tutto quanto possa giovare alla formazione spirituale rigorosamente fascista delle nuove generazioni, liberandole dalle soprastrutture con cui il demoliberalismo si illuse di fissare la vita dei popoli”, un mezzo che “non soltanto desse la misura delle conquiste della Rivoluzione, ma formasse, per così dire una visione panoramica della realtà, come appare sotto l’angolo visuale fascista.” La “Biblioteca del Covo”, per la prima volta dopo più di 70 anni, ripropone la lettura di questo documento storico fondamentale realizzandone un’antologia, rispettivamente in due volumi o nel più pratico volume unico, che include oltre un centinaio di voci.
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Di seguito trascriviamo il contenuto integrale o parziale di alcune voci.


INDICE DELLE VOCI RIPORTATE

    - Democrazia

    - Fascio Littorio

    - Dittatura

    - Disciplina

    - Nazione

    - Individuo

    - Spiritualismo

    - Educazione Fascista

    - Gerarchia

    - Razza

    - Impero

    - Mito

    - Utopia

    - Plutocrazia

    - Rivoluzione Fascista

    - Stato

    - Corporativismo Fascista

    - Ordinamento Sindacale corporativo

    - Regime

    - Giuramento

    - Giustizia

    - Mistica Fascista

    - Appello Fascista

    - Aristocrazia

    - Chiesa e Stato

    - Consenso

    - Trasformazione fascista dello Stato



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"La mistica appunto precisa questi valori...nella loro attualità politica...e dimostra l'universalità di luogo e di tempo del Fascismo"(Giani)


Ultima modifica di RomaInvictaAeterna il Lun Lug 09, 2012 10:32 pm, modificato 2 volte in totale
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MessaggioInviato: Lun Lug 09, 2012 10:04 pm    Oggetto:  
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DEMOCRAZIA

[...]

LA DEMOCRAZIA IN ITALIA.

C' è stata una tendenza nella storiografia italiana del secolo scorso, ed ancora in quella dei primi anni di questo secolo, a considerare 1' Italia come la patria ideale della democrazia. I comuni ed il Rinascimento da un lato, dall'altro Marsilio da Padova e talune correnti dottrinarie in apparenza volte ad esaltare l' individuo ed il popolo sono stati interpretati come gl' indubitabili segni di una tradizione democratica nazionale. Figure di scarso rilievo o addirittura irrilevanti e movimenti aventi tutt'altro sostanziale valore, come quello giurisdizionalista, sono stati messi nell'albo d'oro di una presunta democrazia italiana. La verità è diversa ; e né i comuni né il Rinascimento, come s' è detto più sopra, possono e devono intendersi diversamente da ciò che in realtà furono; e le stesse teorie, che in qualche modo potrebbero essere considerate come le antesignane di una dottrina democratica, vanno intese, nel quadro delle esigenze politiche del loro tempo, in senso non unilaterale, ma comprensivo dei molti elementi e caratteri che effettivamente ebbero. Gli stessi spunti giusnaturalistici, che pure affiorarono nella cultura italiana del secolo XVIII, hanno avuto significato abbastanza diverso dalle correnti illuministiche, ad es., francesi; e, infine, se c' è stato un indirizzo di pensiero e di cultura che abbia, direttamente ed indirettamente, reagito alle teorie rousseauiane, esso è sorto spontaneamente in Italia, ove è stato fortissimo già ai tempi di Rousseau e immediatamente dopo. Le influenze della rivoluzione francese in Italia, così nel '99 come negli anni seguenti, presero piuttosto forma di reazione all'assolutismo; tuttavia ogni tentativo fallì proprio perché, come ammonì Cuoco, s'era voluto imitare ciò che non s'adattava ai nostri bisogni ed al nostro carattere. Qualche elemento che di quei principi sopravvisse, come quelli che più direttamente poterono influire sul riscatto nazionale (ideologia nazionalitaria) e sull'esigenza rivoluzionaria, ben presto perdé la fisionomia originaria ed acquistò aspetti del tutto nuovi: e cioè italiani. Così s'è potuto parlare e si parla di una o più correnti democratiche propulsive del Risorgimento nazionale. Anche il De Sanctis raggruppò sotto il nome di «scuola democratica », oltreché Mazzini, poeti e scrittori che, come il Rossetti, il Berchet, il Niccolini, avevano assai poco, forse nulla, di comune con le correnti ideologiche francesi e, comunque, in senso stretto democratiche. Ma, in realtà, diverso valore ebbe la parola e l' idea stessa di democrazia nel Risorgimento. Ai moderati che pensavano che l' indipendenza si sarebbe conquistata in qualche modo coll'andar del tempo; e ad altre scuole o tendenze, come i neoguelfi che vagheggiavano altri programmi, i democratici opponevano la necessità di agire con la violenza, con l' insurrezione, con la rivoluzione. Ed apparvero insensati, fanatici, per la plebe perfino diabolici; onde il nome di « democratico» poté persino, qualche volta, suonare come offesa o sacrilegio. Senza dubbio taluni nobili ed elevati principi emergevano dall'azione e, più ancora, dai programmi di quegli uomini; e specie di Mazzini, che di quella corrente fu considerato il capo e l' iniziatore. Ma quanto diversi i postulati politici mazziniani da quelli della democrazia degli immortali principi; contro i quali, del resto, lo stesso Mazzini reagì. In Mazzini l' idea di popolo sgorgava da un sentimento morale, quasi mistico, onde la rivoluzione si rivelava come un fatto religioso, come un gesto divino per la redenzione delle masse e dell' Italia soprattutto. Al posto del diritto, il dovere; diversissimo da quello di origine francese il senso della sovranità popolare, intesa da Mazzini come elevazione del popolo, come sovranità del fine nazionale; sovranità, in pratica, non spezzettata ma accentrata e sublimata nell'autorità. Altra, insomma, la democrazia di Mazzini; che è stato, giustamente, definito persino antidemocratico (MUSSOLINI, III, 192), ciò che le sue origini ideologiche, del resto, confermano appieno. Democratici sono stati altresì chiamati il Cattaneo ed il Ferrari; anche costoro per la rivoluzione; soprattutto notevoli per la loro critica all'accentramento e per la loro soluzione federalistica del problema italiano. Ma codesti motivi, che potevano apparire come la quintessenza della democrazia, lo erano in sostanza fino ad un certo punto; e persino negli uomini del 1848, che tentarono forzare il movimento rivoluzionario e parlarono di diritti del popolo, sarebbe difficile trovare elementi compiutamente democratici. Quel che di democratico o quasi affiorò e sopravvisse nel Risorgimento prese ben presto colore nazionale e servì alla causa dell' indipendenza e dell'unità; sicché si poté credere, dopo il 1860, che l' Italia una fosse stata fatta dalla democrazia e per la democrazia; e che non vi fosse altro da fare che sviluppare e perfezionare gli istituti democratici ad imitazione degli altri paesi. Ma, in realtà, la vita politica dell'Italia una fu cosa ben diversa dalla democrazia o di tipo anglo–francese o quarantottesca; ed il « trasformismo » mostrò, in effetti, l'impossibilità di un regime democratico in senso stretto da noi. Rimasero, dei vecchi ideali, tuttavia, i detriti dopo l'unità; i quali s'incarnarono o negli scontenti o in taluni idealisti in buona fede o in alcuni altri che credevano di poter superare la crisi della composizione unitaria con una predicazione democratica, che unisse i popoli non ancora uniti. Ma anche qui la tendenza più notevole era quella che si richiamava alle idee del Cattaneo e del Ferrari; tendenza, del resto, superata dai fatti e non più considerevole agli effetti politici. Si parlò, allora, è vero, da più parti, di libertà, di popolo, di progresso, di democrazia; ma furono parole vuote di senso, o aventi soltanto significato di rigenerazione sociale e di elevazione delle masse, come, ad esempio, nel Negri. Un certo clamore potevano suscitare le roboanti e demagogiche battaglie giornalistiche, parlamentari, letterarie del Bovio e del Cavallotti, « il bardo della democrazia »; ma quella retorica, se commosse alcuni uomini, non influì gran che sull' indirizzo della politica italiana, che non fu sostanzialmente allora democratica; ma ebbe aspetti particolarissimi, in apparenza contraddittori, fors'anche antidemocratici. Democratica la «sinistra» che operò la cosiddetta rivoluzione parlamentare nel 1876? Non democratica, almeno nei programmi; anche se gli uomini che la componevano potevano persino chiamarsi democratici. Tra destra e sinistra non ci fu netto contrasto d'idee, ma divario d'uomini; anzi le idee erano diverse nelle stesse correnti o negli stessi partiti; onde l'espediente del trasformismo. Uomini come Crispi potevano anche provenire dai partiti di sinistra; ma l'azione politica fu diversa. Ciò che, invece, prevalse fu l' indirizzo parlamentaristico della vita politica italiana, indirizzo che con l'elettoralismo, le clientele locali, i particolarismi antinazionali, portò in Italia il peggio dell'esperienza democratica. Ma il grosso del paese non sentì allora e non sentì dopo, se non per l'immediato interesse elettoralistico, l'influenza intrinseca della democrazia. Il suffragio, allargato nel 1882 ed alla vigilia della guerra, se valse ad accentuare il metodo democratico, non portò certo le masse verso i partiti democratici. Giocava, tra l'altro, il fattore religioso; talune accentuate tendenze anticattoliche della democrazia italiana, sempre più imparentatasi con la massoneria, il cosiddetto « libero pensiero» e via via, giovarono meno che mai a render popolare la democrazia, che, tra l'altro, aveva perduto o forse non aveva mai avuto in Italia (a parte le correnti del Risorgimento) motivi veramente energici, dinamici, rivoluzionari. Il programma di quei partiti, che erano vari e spesso contrastanti, si concentrava su alcune idee : nazione armata (e cioè disarmo), soppressione della legge delle guarentigie, autonomie locali, persino, ancora, assemblea costituente per ovviare ai difetti dell'accentramento piemontese; le quali idee avevano scarsa presa sul popolo e, se mai, intorbidavano, anziché chiarire, le acque stesse della democrazia. La quale, come tale e cioè come programma, già alla vigilia della guerra era povera cosa; scissa in tanti partiti o sottopartiti; di fronte allo stesso problema dell' intervento divisa a seconda delle provenienze ideali dei singoli uomini. Peggio che mai taluni accenni moralistici ed internazionalistici che vennero fuori da un gruppo che, prima del 1914, faceva capo al Salvemini. Per costoro la democrazia doveva intendersi ancora come diritto di nazionalità, religione dell'umanità, pace perpetua (onde la guerra era intesa come l'ultima delle guerre): qualche cosa come l'ideologia wilsoniana. A tale frazione della democrazia italiana si devono le «rinunce» adriatiche, dal patto di Roma in poi. Nel dopoguerra, frantumate tutte le ideologie, la stessa democrazia italiana, quando non fu programma astratto di solitari, fu conventicola di pochi uomini, in dissenso tra loro. Infiniti i programmi, ondeggianti i confini tra questi e quelli degli altri partiti. Si parlò, da parte di qualcuno, di una «nuova democrazia»: un misto di vecchia democrazia sociale e di rigurgiti del disfattismo postbellico. Il Fascismo non ebbe fatica a vincere, anzi a stravincere, codeste retroguardie di un esercito già sconvolto. Uno dei sedicenti capi della democrazia italiana, nel 1924, poteva dire che democrazia significava riorganizzare forze « oggi sbandate e disorganizzate ». Un altro scrittore, nella stessa epoca, poteva parlare, a tal riguardo, di « una battaglia perduta » per la democrazia: non solo sul terreno dell'azione politica; ma anche e soprattutto su quello della discussione costruttiva, della polemica teorica, della lotta ideale.

DEMOCRAZIA E FASCISMO.

L' atteggiamento antidemocratico del Fascismo, rivelatosi agli inizi stessi della Rivoluzione, si fonda essenzialmente su una critica, serrata quanto convincente, dei miti democratici. « Il Fascismo — ha scritto MUSSOLINI ne La dottrina politica e sociale del Fascismo — nega che il numero, per il semplice fatto di essere numero, possa dirigere le società umane; nega che questo numero possa governare attraverso una consultazione periodica; afferma la disuguaglianza irrimediabile e feconda e benefica degli uomini che non si possono livellare attraverso un fatto meccanico ed estrinseco com'è il suffragio universale. Regimi democratici possono essere definiti quelli nei quali, di tanto in tanto, si dà al popolo l' illusione di essere sovrano, mentre la vera effettiva sovranità sta in altre forze talora irresponsabili e segrete » (VIII, 79-8o). Nel Preludio al Machiavelli MUSSOLINI sferrava la più decisa critica ai miti della democrazia. Il Fascismo, sorto come reazione anche alla incapacità democratica e conscio della necessità di agire risolutamente, al di sopra di ogni idolo, per dare consistenza e capacità operante allo stato, non poteva, nelle sue origini e nella sua logica, tollerare talune menzogne, divenute dogma della democrazia tradizionale, se non a patto di suicidarsi o di far cadere il paese nell'anarchia. Innanzi tutto il Fascismo ha reagito contro la menzogna (oltreché del suffragio, dell'uguaglianza assoluta, del parlamentarismo) dell'onnipotenza della massa. Alla vigilia della Marcia su Roma MUSSOLINI diceva: « non adoro la nuova divinità, la massa. E' una creazione della democrazia e del socialismo. Soltanto perché sono molti debbono aver ragione. Niente affatto. Si verifica spesso l'opposto, cioè che il numero è contrario alla ragione» (II, 312). Il concetto amorfo, bruto di massa, se è accettabile in fisica non è accettabile in politica. Il Fascismo considera, sì, le masse, ma organizzate, qualificate, ordinate nello stato. Soprattutto il Fascismo, moto creatore ed energetico, non può accettare uno degli aspetti più caratteristici della democrazia razionalista: la mediocrità, che vien dal prevalere del numero, dal preconcetto dell'uguaglianza. Quella democrazia si rivela, per il Fascismo, oltre tutto come un scuola di pigrizia in tempi normali; come il mezzo più sicuro, data la sua debolezza, per lo sferrarsi degli istinti più biechi dell'umanità, in tempi di convulsioni sociali. Quella stessa democrazia, in apparenza creatrice della massa sociale e politica, nella sostanza si rivela incapace alle reazioni ed alle grandi creazioni storiche e politiche, perché essa, in fondo, non ha una vera, intrinseca fede politica, non una meta, non un programma costruttivo. Da taluni si è detto: ma allora il Fascismo nega le lotte combattute dai popoli nell'età moderna per sottrarsi alla tirannide, al dispotismo, ai privilegi? Il Fascismo nega in tutto o in gran parte quel moto di uomini e di idee, che ha mirato ad instaurare la giustizia nella vita civile, a celebrare la volontà del popolo nello stato, a creare, infine, un ordine sociale e politico nel quale tutti gli uomini possano riscattare la loro umanità e la loro vita? Se la democrazia, almeno nell' ideale supremo dei suoi apostoli, vuol dir ciò, si può affermare che il Fascismo ha fatto di più. Il Fascismo va oltre il postulato della giustizia civile proclamato dalla rivoluzione francese e proclama una più alta giustizia sociale per tutti, tenendo conto, s' intende, delle responsabilità e dei valori singoli. Proclama ed attua. Le realizzazioni compiute dal regime sul terreno economico e sociale attestano una tale concretezza, che nessuno stato democratico può vantare. Oltre tutto il resto, l'ordinamento corporativo della produzione esprime questa formidabile angoscia del Fascismo di rendere uguali, per la prima volta nella storia, tutti coloro che partecipano al processo produttivo sul terreno della disciplina della produzione stessa. Le classi lavoratrici sono così immesse direttamente e concretamente nello svolgimento, prima di esclusivo dominio capitalistico, del fatto produttivo. Immesse nella cittadella dello stato, soprattutto. Chi può dire che il popolo è fuori dello stato fascista? La teoria fascista sublima la partecipazione del popolo alla esistenza ed al progresso dello stato, afferma essere il popolo il creatore, l'artefice dello stato. La realtà non smentisce la teoria. Non si tratta di un popolo amorfo ed inqualificato; ma di un popolo organizzato, qualificato, disciplinato; popolo vero e non accolta di masse in rivolta. Lo stato fascista poggia, nella sua struttura organica e nei suoi ordinamenti pubblici, su grandi istituzioni tipicamente popolari: organizzazioni professionali, fasci di combattimento. Il processo istituzionale promana da esse. Sono esse che accolgono ed inquadrano milioni di Italiani. Chi dice che non c'è consenso? Come si potrebbe tenere una massa così formidabile di uomini, forti ed agguerriti, senza consenso? Il Fascismo ha sviluppato e consolidato il senso della solidarietà umana, il sentimento della dignità civile politica dei cittadini; stimola e perfeziona l'elevamento, l'educazione, la coscienza morale degli Italiani. Le grandi istituzioni assistenziali, previdenziali, educative del regime provano questa capacità del Fascismo di portare su un piano superiore gli uomini di tutte le età e di tutte le condizioni. I regimi democratici fanno assai di meno; ma, oltre tutto, non hanno voluto o potuto costituire uno stato forte, pieno di umanità e di vita, come il Fascismo ha saputo creare. Il Fascismo è antidemocratico, nettamente e fermamente, per quanto s'attiene ai miti, alle degenerazioni, alle debolezze della democrazia. « Il Fascismo respinge nella democrazia l'assurda menzogna convenzionale dell'egualitarismo politico e l'abito dell'irresponsabilità collettiva e il mito della felicità e del progresso indefinito. Ma, se la democrazia può essere diversamente intesa, cioè se democrazia significa non respingere il popolo ai margini dello stato» (VIII, 81), il Fascismo ha potuto essere definito da MUSSOLINI « una democrazia accentrata, organizzata, autoritaria, nella quale democrazia il popolo circola a suo agio, perché o voi immettete il popolo nella cittadella dello stato ed egli la difenderà, o sarà al di fuori ed egli l'assalterà» (VI, 77). Nel discorso di Milano (novembre 1936—XV) MUSSOLINI aggiungeva «che se c' è un paese dove la vera democrazia è stata realizzata, questo paese è l' Italia fascista ». In questo senso il Fascismo, negatore ed affossatore di una democrazia vuota, falsa, illusoria e pericolosa per l'esistenza degli stati e per lo sviluppo stesso della civiltà, può considerarsi come la nuova, efficace, concreta democrazia.

C. Curcio

estratto parziale da Dizionario di Politica a cura del P.N.F., Vol. I, Roma, 1940, voce Democrazia, pp. 762 - 764

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MessaggioInviato: Lun Lug 09, 2012 10:07 pm    Oggetto:  
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FASCIO LITTORIO.

Due tradizioni erano diffuse a Roma sull'origine del fascio: una lo riteneva autoctono, un'altra lo ricollegava all'Etruria fissandone poi in età tarda la provenienza da Vetulonia; tale tradizione sarebbe confermata dalla scoperta fatta nella necropoli vetuloniese di una insegna antichissima di ferro formata da una bipenne infissa in un fascio di verghe. Questo cimelio, che è ora nel Museo archeologico di Firenze, deve essere datato nella seconda metà del VII secolo a.C. ed è il più antico fascio che si conosca. Secondo Livio e Dionigi i capi della dodecapoli etrusca avrebbero avuto diritto a 12 fasci corrispondenti alle 12 città federate; però i monumenti che rappresentano magistrati etruschi accompagnati da littori sono tutti di età romana e risalgono al massimo al III secolo a. C. A Roma il fascio sarebbe passato in età assai antica e forse è da accettare la tradizione che ne fissa la venuta durante il periodo di influenza o dominazione etrusca sull'Urbe (Tarquinio Prisco, Servio Tullio, Tarquinio il Superbo). Esso è certamente anteriore alla Repubblica perché le fonti lo considerano come attributo regio passato poi ai magistrati supremi repubblicani. Il fascio romano (fascis) quale è riprodotto in una serie ricchissima di monumenti e quale lo descrivono le fonti, è costituito da un certo numero variabile di verghe (virgae) di olmo o betulla e da una scure (securis) assicurate a un bastone che ne costituisce il nucleo e ne forma l'impugnatura. Esso è alto da un metro a un metro e mezzo. Il numero e la grossezza delle verghe decresce dalla epoca repubblicana alla imperiale in cui esse perdono la loro funzione di strumento di giustizia. La legatura è fatta con una correggia di cuoio rosso per mezzo di avvolgimenti orizzontali alternati da passaggi obliqui o incrociati; essa procede dal basso in alto lasciando in alto un cappio per appendere il fascio. La scure è sempre collocata nella parte inferiore del fascio; il suo manico termina in un pomo a testa umana o di animale; la lama è di forma varia, quasi sempre inguainata in una custodia di pelle che serve a conservarla e a proteggere il littore. I littori sono funzionari subalterni della categoria degli apparitores che rimanevano in carica a vita ed erano riuniti in corporazioni. Essi portavano sempre lo stesso genere di abito indossato dal magistrato; erano vestiti di toga a Roma e indossavano al campo il sagum rosso sopra la tunica. L'etimologia della parola littore è probabilmente da licere, cioè citare, far comparire il reo dinanzi al magistrato. Il fascio era poi usato come strumento di giustizia: le verghe servivano per le pene minori, la scure per la pena capitale. Originariamente il magistrato poteva esercitare la giustizia a discrezione; poi il suo potere fu limitato al territorio fuori della città e solo allora i suoi fasci potevano portare la scure; i fasci con la scure potevano anche essere introdotti in città, in occasione del trionfo e quando occorreva punire un delitto di parricidio; in questo caso l'esecuzione, affidata ai littori, aveva luogo nel Foro. Per i delitti privati il magistrato, e quindi i littori, non intervenivano. Oltre che strumento di giustizia il fascio era l' insegna del magistrato che l'amministrava e poi prese il significato generico di insegna di potere. Accompagnando il magistrato i littori procedevano allineati tenendo il fascio sulla spalla sinistra e un bastone nella destra con cui allontanavano la folla; essi non abbandonavano il magistrato in nessuna circostanza. Il fascio era adorno di alloro in occasione di vittorie e quando il magistrato era proclamato imperator; i fasci dell'imperatore erano sempre laureati; il lauro è però comune anche nei fasci dei magistrati inferiori. Nei funerali il fascio si portava rovesciato. Il littore, oltre che ministro di giustizia, era anche apportatore di libertà: quando uno schiavo era proclamato libero il littore del magistrato che presiedeva la cerimonia lo toccava con una speciale verghetta (vindicta o festuca) alla presenza del magistrato stesso e del padrone, pronunciando una formula rituale. Oltre a quelli dell'imperatore e dei magistrati vi erano altre due categorie di littori: quelli curiatii che pare fossero di spettanza del pontefice massimo e che convocavano il popolo nei comizi e quelli dei vicomagistri che annunziavano le feste religiose da loro indette. Il numero dei fasci spettanti a ciascun magistrato era rigorosamente stabilito: sappiamo dalle fonti che il re ne aveva 24 (le fonti che attestano che i fasci reali erano 12 pare si riferiscano a un periodo più antico); il dittatore 24, i consoli 12, il pretore 6 (nella provincia ove esercitava la pretura). I promagistrati avevano lo stesso numero di fasci dei magistrati corrispondenti se il loro grado era però equivalente (p. es. gli ex–pretori che fungevano da proconsoli non ne avevano 12 ma 6). L'imperatore aveva 12 fasci con l'attributo perenne dell'alloro; Augusto e Domiziano ne ebbero anche 24. I magistrati municipali, gli augustales, i seviri avevano fasci più piccoli e privi di scure. Dopo la caduta dell'impero romano, il fascio sparisce, per risorgere, come tanti ricordi, col rifiorire degli studi umanistici, adorna figure simboliche dell'autorità statale e delle virtù pregiate dei magistrati; compare perfino negli stemmi gentilizi (card. Mazzarino). Nuova voga ebbe nella rivoluzione francese e negli stati italiani da essa sorti, ma era di forma ibrida e la scure divenne un'alabarda nel mezzo delle verghe. Comparve poi talvolta nei fasti del nostro Risorgimento per indicare unità e libertà. Risorse come simbolo augusto nazionale quando BENITO MUSSOLINI lo adottò per insegna del movimento da lui fondato. Il fascio romano ricostituito da Giacomo Boni nella sua forma originaria quale appare in tanti monumenti della antichità, con la particolare caratteristica della scure unita alle verghe all'esterno, verso la estremità inferiore, tenuta da legami di cuoio, è l' insegna del Partito nazionale fascista. Con il trionfo del Fascismo si è associato alla Croce di Savoia ed è divenuto l'impresa dell'Italia imperiale.

G.Q. Giglioli

estratto da Dizionario di Politica a cura del P.N.F., Vol. II, Roma, 1940, p. 130

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MessaggioInviato: Lun Lug 09, 2012 10:07 pm    Oggetto:  
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DITTATURA.

— L'esigenza di concentrare il potere, in casi particolarmente gravi per la vita dello stato, in poche mani o in una sola persona s'è rivelata, probabilmente, ' già in tempi molto antichi. Si sa che a Sparta, come ricorda anche Rousseau (Contrat Social, IV, 6), nei momenti più difficili, si facevano « dormire» le leggi. Ma è a Roma che l'istituto della dittatura ha acquistato un profilo preciso dal punto di vista giuridico e politico. Le origini del dictator sono incerte. Esse risalgono ai primi tempi della repubblica, poiché nel 5oo a. C. il dictator esisteva di già. Si trattava di un magistrato straordinario, fornito del massimo imperio, con poteri civili e militari, nominato dai consoli o dai tribuni militari con potestà consolare, su richiesta del Senato, in ore particolarmente difficili. Non poteva durare in carica più di sei mesi; ma durava anche meno, fino a che, cioè, non fosse esaurita la causa per la quale era stato creato. In seguito il dictator venne nominato dai comizi. Si trattava di un vero e proprio organo costituzionale, predisposto dalla legge per certe speciali circostanze, con i peculiari caratteri della eccezionalità, della provvisorietà, del massimo potere. Il Mommsen ha chiamato la dittatura romana una istituzione monarchica entro la costituzione repubblicana. Bisogna riconoscere che l'istituto ha giovato enormemente allo sviluppo, oltreché alla difesa, dello stato romano; ed è stato, come ha notato Machiavelli, una delle cause « della grandezza di tanto Imperio» (Discorsi, I, 34). L'ultima dittatura ebbe luogo nel 216 a. C. Nell'82 a. C. Silla si fece dare il titolo di “dictator reipublicae constituendae”. Cesare, dopo una breve dittatura nel 49, si fece nominare dittatore a tempo indeterminato nel 48; e nel 46 la durata della sua dittatura fu stabilita in dieci anni. Ma il vecchio istituto dittatoriale era stato sostanzialmente trasformato. La dittatura non era più un istituto provvisorio ed eccezionale, non proveniva da una nomina effettuata secondo certe formalità; soprattutto non mirava, com'era nello spirito dell'antica dittatura, a salvare lo stato dai pericoli esterni o interni estremamente urgenti; ma derivava il suo potere dal popolo; voleva avere un carattere dinamico, costruttivo, in rapporto ad un certo ideale nuovo dello stato, a certe esigenze popolari; insomma secondo una visione più larga di quella che non fosse nell'antico dictator, la cui funzione era “rei publicae servandae”. Non è questo il luogo per giudicare del magnanimo tentativo di Cesare. Sta di fatto che parecchie volte, nella storia, uomini dotati di peculiari virtù, sostenuti da masse popolari o militari più o meno ingenti, hanno preso nelle loro mani tutto il potere per realizzare un certo ordine politico o sociale nuovo: in questa schiera trovano posto forse Pericle e Vercingetorige, certo Cesare, Cola di Rienzo, Cromwell e Napoleone. Una critica demagogica e superficiale ha confuso questo tipo di dittatura con la tirannide; nella migliore delle ipotesi, come è avvenuto a Treitschke, l'ha chiamata tirannide democratica. In realtà la tirannide è ben diversa dalla dittatura, quella non essendo sostenuta dal popolo e comunque, a parte le efferatezze cui ha dato sempre luogo rivestendo fine personale, fondata quasi sempre su di una concezione privatistica del potere. La dittatura di Cesare, di Cromwell, di Napoleone ha avuto scopi di alto valore nazionale; ha mirato a cambiare l'assetto interno dello stato, dando una fisionomia diversa ai rapporti civili politici e sociali dei componenti lo stato. Eguale errore è confondere la dittatura con l'assolutismo dispotico. Anche per le signorie e poi per i principi del Rinascimento si è parlato, indifferentemente, di dittatura e di tirannide, onde il “Principe” di Machiavelli è stato anche chiamato « codice dei tiranni ». Ma sarebbe difficile generalizzare istituti e tipi di monarchi, qualcuno dei quali ha potuto avere i caratteri apparenti o reali del dittatore, del tiranno o niente di ciò. Si potrebbe, forse, a maggior ragione, parlare nel Rinascimento italiano di dittature oligarchiche di famiglie o classi dominanti; anticipando la concezione della dittatura non più personale, ma collettiva, di un partito, di una classe, di un gruppo sociale. E’ stato Marx a dare un profilo teorico al concetto di dittatura di partito o, meglio, di classe. Nel Manifesto dei comunisti è detto: « Il primo passo della rivoluzione operaia è l'erezione del proletariato a classe dominante. Il proletariato adopererà il suo dominio politico per accentrare tutti i mezzi di produzione nelle mani dello stato, cioè il proletariato organizzato in classe dominante ». In realtà prima di tale enunciazione della « dittatura del proletariato» la storia aveva già visto dittature di partiti, di gruppi, di caste. Nei comuni italiani del Rinascimento, prima delle signorie avveniva spesso che il potere si portasse da gruppi di famiglie ad altri; i quali lo esercitavano in maniera dittatoriale, al di fuori di ogni garanzia costituzionale. In certo senso le corporazioni costituivano già una specie di dittatura di alcuni ceti organizzati. Durante la rivoluzione francese si sono altresì avute delle dittature di « clubs», di assemblee, del comitato di salute pubblica. Tuttavia l'idea socialista della « dittatura del proletariato » ha avuto una grande influenza sulla psicologia delle masse contemporanee e sulla vita politica europea specie del dopoguerra. Ma si può parlare davvero, in questo caso, di dittatura » ? Anche ammesso che tutto il potere passi al proletariato, con qual buon senso si può parlare in uno stato di « dittatura» della classe estremamente più numerosa? Del resto, è noto che nell'U.R.S.S., ove la rivoluzione socialista avrebbe attinto, secondo il verbo di Marx, la sua perfezione, se dittatura c'è, è quella di un uomo; o, comunque, in linea di diritto, è quella del partito comunista, che non riunisce più della centesima parte della popolazione russa. Ci si trova, pertanto, di fronte ad un tipo imperfetto di dittatura, il quale difficilmente potrebbe essere considerato come l'erede del vecchio istituto romano. Di contro ai tre tipi storici di dittatura, quello eccezionale o provvisorio, come a Roma, previsto dalla costituzione (ed anche nei regimi moderni in certo modo in atto con l' istituto dei « pieni poteri », onde, ad esempio, durante la grande guerra si è parlato di una dittatura Lloyd George in Inghilterra, di una dittatura Clemanceau, in Francia e così via); quello di uomini eccezionali che in determinati momenti della vita dello stato ne riassumono i poteri per rinnovarlo e portarlo ad un livello più alto, secondo una idea accettata, del resto, da ingenti masse, in seguito quasi sempre ad una rivoluzione o ad un colpo di stato; quello, infine, costituito da « Convenzioni nazionali » o da assemblee costituenti, esercitanti altresì una dittatura assoluta, al di sopra delle leggi; di contro a questi tre tipi storici (ai quali può aggiungersi un tipo minore, di dittatura politico–amministrativa, per determinate competenze e per determinati territori dello stato, come i commissariati straordinari) difficilmente si potrebbe parlare di un'altra forma di dittatura. Il carattere comune delle dittature, dal punto di vista del diritto pubblico, è dato, oltre che dalla eccezionalità, dalla temporaneità e dall'accentramento dei poteri in un solo organo, dalla sospensione, in tutto o in parte, finché dura la dittatura, della legge costituzionale. Non è pertanto esatta l’identificazione della dittatura con l'assolutismo, il reazionarismo, il dispotismo e così via. Vi possono essere dittature democratiche come vi possono essere regimi democratici in sostanza oligarchici o reazionari. I fautori della democrazia e del liberalismo condannano in blocco tutte le dittature. Ci si è mai chiesti come sarebbe sorto il liberalismo moderno senza la dittatura di Cromwell e come sarebbe sorta la democrazia dell'89 senza le varie dittature che si susseguirono durante la rivoluzione francese? Dopo la fine della guerra mondiale si è parlato molto di dittatura. A parte la cosiddetta dittatura del proletariato in Russia ed i tentativi dittatoriali dei capi socialisti nell'immediato dopoguerra in vari paesi, si sono fatti i nomi di Kemal per la Turchia, di Pilsudski per la Polonia, di De Rivera per la Spagna e soprattutto quello di MUSSOLINI e poi di Hitler, per indicare nuovissime dittature del secolo ventesimo. Ma, a parte i diversi modi di essere delle varie politiche di quei capi ed a parte soprattutto la diversa statura storica di essi, è lecito osservare che non si può dare il nome di dittature a regimi che hanno una loro precisa, organica, durevole struttura giuridica e che, pertanto, hanno dato un assetto pienamente valido ai rapporti politici, oltreché privati, nello stato. Può esistere una dittatura permanente? La contraddizione delle due parole è evidente. In realtà esistono soltanto dei regimi che realizzano forme di stati, nei quali il potere non è frantumato, ma gerarchicamente accentrato in organi responsabili, duraturi, poggianti tuttavia su larghe istituzioni popolari. Ma i teorici della democrazia insistono nel dare il nome di dittatura a questi regimi. Si parla, anzi, più genericamente, per tutti, di una dittatura fascista in marcia in Europa. Bisogna a questo punto distinguere. Dal punto di vista tecnico–giuridico si potrebbe anche, quantunque te con una certa imprecisione, parlare di una dittatura, in Italia, fino al 1925; fino a quando sono state create le grandi leggi costituzionali nuove del Capo del governo e della facoltà del potere esecutivo di emanare norme giuridiche. In realtà, mai il Fascismo ha governato al di sopra delle leggi in vigore. E’ esistita, dopo il 1925, una dittatura in Italia? Il popolo italiano è stato retto, da quell'epoca, da un sistema di leggi, che non hanno avuto nulla di eccezionale e di provvisorio. Probabilmente dittatura significa, per gli zelanti della vecchia democrazia, un regime che nega i postulati, dimostratisi perniciosi per la vita dei popoli, dell'89. Ma il Fascismo è « democrazia organizzata », vera democrazia. Il presupposto dei critici democratici è infondato: tutto ciò che non è ispirato ai principi della sovranità popolare, della libertà di cui parlavano i giusnaturalisti, dell' uguaglianza falsa scaturita dalla rivoluzione francese, sarebbe per essi dittatura. Una gran confusione di concetti politici aumenta l'equivoco. Da taluni si è parlato di monocrazia, di autocrazia, di statocrazia e così via. Più ancora si parla di assolutismo. MUSSOLINI tenne già una volta ad avvertire che « il nostro stato non è assoluto e meno ancora assolutista, lontano dagli uomini ed armato soltanto di leggi inflessibili. Il nostro stato è uno stato organico, umano, che vuole aderire alla realtà della vita » (Scritti e discorsi, ed. definitiva, VIII, p. 269). Ma, molto più probabilmente, l'equivoco deriva dal fatto che l'Italia ha avuto la somma ventura di avere un Capo la cui suggestiva potenza spirituale e politica non ha confronti nella storia. MUSSOLINI è un dominatore nel significato più alto, veramente storico, giacché ha dato alla civiltà europea volto e contenuto nuovi. Ciò può dar luogo ad usare, metaforicamente, la parola dittatore: ma non in senso giuridico–politico, sibbene in senso tutto morale, di DUCE destinato a dare all' Italia grandezza ed Impero, ed a tutti i popoli ideali fecondi di vita collettiva, adatti alle aspirazioni delle masse ed alle esigenze supreme dello spirito.

BIBL.
C. Schmitt, Die Diktatur, Monaco e Lipsia 1928; Funck-Brentano, Ce qu'il faut connaitre de la dittature, Parigi 1929; G. Cambo, Les dictatures, Parigi 1930; J. Barthélemy, La crise de la démocratie contemporaine, Parigi 1931; M. Perlot, L'empire fasciste. Les origines, les tendances et les institutions de la dictature et da corporatisme italien, Parigi 1936; S. Panunzio, Teoria generale della dittatura, in Gerarchia, 1936 ed, ora, in Teoria generale dello stato fascista, Padova 1937, P. 225-255; P. Biscaretti di Ruffia, Alcune osservazioni sul concetto politico e sul concetto giuridico della dittatura, in Archivio di diritto pubblico, vol. I, fasc. 3 (1936), P. 483-524. Per la dittatura romana: Bandel, Die romischen Diktaturen, Breslavia 1910.


C. Curcio

(estratto da Dizionario di Politica a cura del P.N.F. , Roma 1940, Vol. I, pp. 808 – 809)

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DISCIPLINA.

- La parola «disciplina» in età romana oltre il significato proprio di applicazione all'«apprendere » e quindi di «insegnamento » e « materia d' insegnamento », ebbe anche quello di « ordine », « norma » o « stile» con riferimento alla vita militare e alla vita civile. Non è escluso in quest'ultimo significato un riferimento allo sforzo che la disciplina importa, alla severità della sua legge, ma è solo, se mai, una costrizione interna, voluta, non l'assoggettazione coatta della propria volontà all'altrui. Questa concezione della disciplina risponde a quell'alta coscienza civile che distingue i Romani da tutti gli altri popoli del mondo antico. A conferma di ciò, basta ricordare che la parola "disciplina" servì ai Romani a indicare il complesso delle istituzioni che regolano la vita dello stato (disciplina civitatis, disciplina reipublicae). Il significato di coazione esterna si è sviluppato, sia dalla disciplina scolastica in cui l'azione autoritaria del maestro si esercitò e forse ancora qualche volta si esercita con l'ausilio di duri mezzi correttivi, sia dalla disciplina militare dove l'atteggiamento spirituale che nel soldato si richiede è preceduto e preparato da un'esigenza di forme esteriori, la quale sì manifesta necessariamente con metodi che a menti poco educate possono apparire pura costrizione. Ma già a partire dal Rinascimento, sia nel dominio militare sia in quello pedagogico, si delinea netta in Italia la tendenza a volere nella disciplina non una sottomissione forzata all'autorità del maestro o del comandante, ma una partecipazione spontanea e volitiva all'azione che essi devono svolgere: soldato e discepolo sono non l'oggetto passivo, ma il completamento attivo e sinergico, di un'azione che in quelli ha inizio ma di fronte a cui la responsabilità è solidale. La storia della disciplina scolastica è parte essenziale della storia della pedagogia. Quella della disciplina militare, poiché l'esercito è manifestazione principalissima della vita storica di un popolo, costituisce un aspetto preminente dello sviluppo della coscienza civile. Nella storia del pensiero politico italiano il motivo della disciplina militare, che è strettamente collegato con il sorgere delle milizie cittadine, ricorre assai spesso. Fra i molti che ne scrissero basterà ricordare G. Botero: « La disciplina è il nervo della milizia, e disciplina chiamo l'arte di far buono il soldato; e buon soldato chiamo colui, che obbedisce cori valore» (Della Ragion di Stato, I. I, P. 246 e sgg., Venezia 1589). Già un poeta, il Tasso, nelle Lettere aveva affermato in forma lapidaria: « So bene io quanto possa la disciplina, e che in virtù di lei, ovunque nasce l'uomo, nasce il soldato ». Nella tradizione militare italiana, a differenza di quel che avviene presso altri eserciti, la disciplina non mira alla pura obbedienza più o meno formale, ma tende a impegnare tutta la personalità del soldato nell'azione comune. Da queste progredite concezioni della disciplina nel dominio scolastico e militare, deriva il posto che ad essa viene da noi fatto nella dottrina politica.La disciplina è condizione dell'azione storica. Questa difatti non può manifestarsi se non attraverso un'organizzazione gerarchica, nella quale ognuno abbia una funzione appropriata alla sua capacità; la disciplina è appunto il frutto del senso preciso della propria responsabilità e dell'altrui nel sistema di cui si è parte. Fondamento essenziale di essa è l'adesione per dir così preliminare a un ordine, a un sistema ed importa l'accoglimento senza riserva di tutto ciò che è imposto dallo sviluppo particolare di quest'ordine. Il giuramento che si richiede, parimente nell'esercito e nella milizia civile di un partito, costituisce l'impegno, d'onore di questa adesione. Come sottomissione nello spirito e nella pratica alla norma di vita che si è scelta, la disciplina è fattore potente di elevamento spirituale. Essa abitua il singolo a dominare le esigenze della sua singolarità per diventare una forza in servizio di una continuità ideale. La disciplina esteriore è il primo passo sulla via di questo dominio. L'ordine esterno non è un fatto puramente fisico, ma richiede sforzo spirituale, costrizione della singolarità; è il primo sforzo che s' impone a chi dovrà attuare dentro di sé una legge superiore di vita. Sul piano della società la disciplina interiore è la manifestazione concreta di quella coscienza civile alla cui realizzazione tende la volontà educatrice dello stato.

A. Pagliaro

Estratto dal Dizionario di Politica, a cura del P.N.F. Roma. 1940, vol. I, pp. 799-800

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NAZIONE.

I. NAZIONE E STATO NAZIONALE.

— Non è agevole fare la storia o fissare il valore scientifico del concetto di nazione. Questo ha avuto ed ha tanti diversi significati quante sono le discipline che ne trattano e le diverse scuole esistenti in tali discipline, ed anzi quante le diverse e mutevoli convenienze politiche dei paesi cui gli scienziati appartengono. Così da un lato il concetto di nazione si è scambiato coi concetti concorrenti di nazionalità, di popolo, di popolazione, di stato come avviene correntemente nelle denominazioni di « Diritto internazionale », di « Società delle nazioni» e nelle formule germaniche di Vólkerrecht e di Volkstum. D'altro lato ha finito col perdere la sua stessa giustificazione etimologica, da nascor, connessa al fatto della generazione, ossia della razza. La parola è di data antica. In un primo tempo, quasi sinonimo di patria, ha designato gli uomini; mentre la patria indicava la terra insieme agli uomini. Nelle formule natio regni e natio comitatus, ecc. si voleva mettere in evidenza la collettività definita dalle rispettive circoscrizioni politiche. La parola nazione si applicava ai gruppi umani di una certa entità che avevano formato e formavano una comunità politica. Già nell'era monarchica il concetto di nazione aveva perduto il suo significato naturale. Come osservò Laveleye (Le gouvernement dans la democratie, Parigi, 1870): « Se il territorio di un paese si considera il dominio di un sovrano poco importa che i suoi abitanti appartengano o meno alla stessa razza. Basta la volontà del re a formare la coesione del corpo ». Ma le idee non si chiarirono meglio con l'avvento dei regimi individualisti. Proclamata dalla rivoluzione francese l' idea della « sovranità nazionale », nel proposito di rivendicare questo attributo dal principe al corpo dei cittadini, la parola « nazione » cessò di indicare la collettività territoriale e passò a designare la comunità politica (Le Fur, Races, nationalités, états, Parigi 1925) . In tal modo il concetto di nazione si venne a confondere con quello politico di popolo, come apparve letteralmente manifesto nella proposizione relativa al « diritto dei popoli a disporre di se medesimi », proposizione valevole così nell'ordine costituzionale come nell'ordine internazionale. In tal senso Tommaseo ha potuto scrivere: « Gente è moltitudine qualsiasi; nazione è popolo formante una sola società in fatto o in idea ». Dalla dottrina rivoluzionaria la nazione era assunta quale persona, secondo la teoria di Rousseau. Costui vedeva nella nazione il risultato del patto collettivo di associazione che creerebbe il gruppo, « nel quale istante la persona particolare di ogni contraente si converte in un corpo collettivo composto di tanti membri quanti voti possiede l'assemblea che riceve da questo medesimo atto la sua unità, il suo io, la sua vita, la sua volontà ». Senonché, una volta ammessa la delegazione dell'esercizio della volontà generale del popolo ai commessi del popolo, vale a dire sistema del governo rappresentativo, risultò patente il contrasto tra il concetto di nazione ridotto a quello di popolo e il concetto di stato, ravvisato come potere politico, contrasto che la teoria della «nazione–persona» avrebbe voluto superare perché in effetto mina la compagine di ogni formazione statale. Il diritto dei popoli a disporre di sé, come osserva Le Fur, riposando in ultima analisi sul primato della volontà individuale, legittima tutte le decisioni, anche le più assurde, per cui qualunque gruppo può proclamarsi nazione e astrarsi dallo stato da cui dipende ». Al concetto filosofico di « nazione–persona » la scuola tecnico–giuridica sostituì quello di « stato–persona » nel proposito, come si espresse Laband (Das Staatsrecht des Deutschen Reiches, 1876), di « riferire la potenza dello stato alla comunità organica ». Ma nello stato non seppe scorgere se non il principe o il parlamento, o l'uno e l'altro insieme, di fronte all'individuo e finì col dover riconoscere inevitabile l'antitesi fra il potere politico e la società. Tuttavia la dottrina ufficiale del diritto pubblico francese si regge ancora sulla teoria della volontà generale (Carré de Malberg, La loi expression de la volonté générale, 1928) travagliata tra l'interpretazione della sovranità nazionale e quella della sovranità popolare. Dalla parola nazione è derivata quella di nazionalità e la definizione di « stato nazionale » (V. NAZIONALITÀ). Quando si parlava di ( stato nazionale » si volevano intendere due cose: che lo stato dovesse identificarsi con la nazione in quanto universalità dei cittadini, come appunto nella teoria della « nazione–persona»; oppure che lo stato dovesse riposare sopra una collettività umana dotata di alcune condizioni o qualità oggettive per cui si distinguerebbe da ogni altra collettività; il che è quanto dire che lo stato fosse l'organizzazione di una determinata nazionalità. La letteratura individualista, anche quando ha cercato di respingere per preoccupazioni di ordine costituzionale, la teoria della « nazione–persona », ha rifiutato ogni valore organico alla base dello stato e ciò sempre in coerenza al presupposto contrattualista, cui aveva legato il valore dei concetti di nazione e di nazionalità. Per le opinioni prevalenti in Inghilterra e in Francia la nazionalità si ridurrebbe al diritto dei singoli di appartenere allo stato e la nazione non sarebbe altro che il risultato della sottomissione di un gruppo di uomini al medesimo potere politico, senza che all'effetto occorra alcuna affinità di religione o di sangue. Nel suo saggio sul governo rappresentativo (1861) Stuart Mill affermava che lo « stato nazionale» sarebbe quello « in cui si trovano uomini uniti da simpatie comuni che non esistano per altri paesi e altri uomini simpatie che li portano ad agire di concerto molto più volentieri che non lo farebbero con altri, a desiderare di vivere sotto il medesimo governo ed a desiderare che questo sia esercitato esclusivamente da essi o da una porzione di essi). Oggi ancora scrive De La Bigne (Traité gén. de l'état,I,1928 P- 232): « Noi arriviamo a questa conclusione, imposta dalla esperienza e dal buon senso, che la condizione indispensabile per l'esistenza dello stato sia l'esistenza di una comunità umana abbastanza differenziata e solidale perché i suoi membri possano acquistare la coscienza di un interesse generale comune e perché apprezzino il vantaggio di una direzione politica e giuridica unitaria, ma non di necessità quella di una collettività propriamente nazionale ». In Italia si era sempre agitata invece la teoria della nazionalità quale legittimità esclusiva dello stato corrispondente ai requisiti di una determinata nazionalità. E si erano a questo titolo ottenuti clamorosi successi politici, ancorché la tesi venisse contaminata col principio dell'autodecisione. Anzi, nell'ordine teorico, Gioberti aveva presentito la realtà organica dello stato «non già costruzione puramente giuridica, o meccanismo parlamentare, ma l'incarnazione della vita stessa dei popoli, che nel perfetto stato nazionale appunto si danno un'organizzazione per realizzare ciascuno la propria missione nel mondo ». Tuttavia, una volta acquistata l'unità, si cadde dalla dottrina politica nella imitazione anglo—francese e, pure insistendo sul concetto dello « stato nazionale », non si seppe liberarlo dalla contraddizione che si dovesse trattare di un aggregato volontario ma, nel medesimo tempo, organico per il possesso dei requisiti inerenti alla nazionalità (Brunialti, Lo stato moderno, in Bibl. di Scienze politiche, vol. VIII, 1891). Più tardi si introdusse fra noi la scuola tecnica giuridica tedesca e da essa si accolse la teoria della « nazione organo » dello stato (Gerber). Da questa teoria si sarebbe voluto eliminare l'antitesi fra stato e popolo in cui era caduta l'interpretazione popolare della sovranità nazionale. E all'effetto si sosteneva non essere la nazione a dare la vita allo stato, ma essere lo stato che con la sua costituzione conferirebbe alla nazione il potere di una volontà giuridica in funzione dello stato medesimo e nella sfera da esso stato determinata. In tali termini nella nazione si ravvisava però il popolo in quanto insieme degli individui che costituiscono la collettività sottoposta alla sovranità dello stato. Vale a dire si ravvisava soltanto la «popolazione» quale collettività distinta dallo stato e allo stato congiunta soltanto attraverso l'artificio delle « rappresentatività » (S. Romano, Corso di diritto costituzionale, 1928). La parola nazione in definitiva fu abbandonata dalla nomenclatura pubblicista e rimase solo quale motivo di un generico sentimento patriottico; di quel sentimento che ha sostituito il lealismo monarchico nella psicologia dei popoli contemporanei e che i regimi della democrazia liberale avrebbero voluto timidamente coltivare quale correttivo delle tesi della democrazia radicale verso l'umanitarismo e il cosmopolitismo.

2. NAZIONE, NAZIONALITÀ E STATO.

- Ma è possibile sostenere una dottrina dello stato, così dal punto di vista morale come dal punto di vista giuridico, sul presupposto di una sovranità formale dello stato—potere e di una considerazione inorganica del popolo—moltitudine quale appunto assumeva la concezione individualista del mondo? Esattamente Bluntschli aveva constatato: «La teoria del diritto naturale non fondava il suo tipo dello stato sopra la comunità nazionale, ma sulla natura umana nelle sue necessità e nella volontà dell'individuo ». Il problema da risolvere per una esauriente dottrina dello stato è pur sempre quello della « volontà generale », inconfondibile con « la volontà di tutti »; perché solo sopra un dato superiore all'individuo si può fondare l'esistenza di un corpo perenne quale è una comunità politicamente organizzata. Per l'appunto, il movimento delle nazionalità durante il secolo scorso espresse lo sforzo diretto a ritrovare un dato superindividuale nell'ordine terreno e temporale della vita. Ancorché sia imperfettamente riuscito, pur nelle sue posizioni più organiche, a liberarsi dei preconcetti consensualisti e non abbia raggiunto costituzionalmente il risultato di identificare il popolo con lo stato secondo il postulato originario della filosofia naturalista, tale movimento coi suoi precetti e coi suoi riflessi è stato una delle passioni più formidabili che abbia registrato la storia; tanto più notevole in quanto si produceva nel corso di una fase critica e negativa, come quella determinata dall'ideologia individualista. E'doveroso ritenere che gli elementi utilizzati per descrivere una nazionalità sono tutt'altro che univoci e concordi. A prescindere dalla indeterminatezza del concetto di razza bisogna riconoscere che una nazionalità non risponde mai ad una « razza » pura. Essa è sempre il risultato della mescolanza di più razze antropologiche che un lavoro intenso e prolungato di assimilazione ha condotto a un notevole grado di omogeneità dimostrato dal sorgere del sentimento patriottico. La "Lingua" a sua volta è un indice incerto; la comunità di favella nasconde spesso profonde incompatibilità di carattere, ad es. Sparta ed Atene un tempo; oggi Inghilterra e Irlanda. Rare volte la qualifica linguistica corrisponde al dato razziale. Vi sono solidissime collettività storiche che parlano lingue diverse, come la Svizzera. La comunanza di linguaggio non ha impedito la secessione degli Stati Uniti d'America dall'Inghilterra; né quella delle nazioni sudamericane dalla Spagna. Il «territorio» ha senza dubbio influenza sullo sviluppo di una nazionalità; ma non è in grado di determinarla. Le isole etniche così frequenti e tenaci in certe regioni dell'Europa stanno ad attestarlo. Esso non è un dato fisso, come lo dimostra il fenomeno delle migrazioni, tutt'altro che esaurito nella trama della storia e l'eterna contesa intorno alle cosiddette « frontiere naturali ». Quanto al « costume » nulla vi è di più vago e di più generico di ciò che si suole indicare con questa parola. Finalmente la « religione », da cui peraltro prescindono generalmente i teorici della nazionalità, è un fenomeno che supera l'ambito di una nazionalità particolare, sebbene abbia spesso costituito il più valido presidio contro l'invasione dello straniero; fra l'altro per i popoli balcanici contro la Turchia, per l' Irlanda contro l' Inghilterra, per la Polonia contro la Russia. Ma non solo l'identificazione concettuale di una nazionalità in una serie di requisiti sociologici secondo il metodo logico—sperimentale è impossibile; ma, storicamente, non è mai apparsa la possibilità di ottenere che una formazione politica risulti del tutto conforme a un preteso tipo di nazionalità. Anzi, si è avuto e si ha l'esempio di formazioni politiche che risultano dalla collaborazione e dalla sovrapposizione di nazionalità profondamente differenziate. Ed è radicale vizio di criterio porre in contrasto, o soltanto se¬parare, il problema della nazionalità da quello dello stato. La nazionalità « susseguente allo stato » non è che la con-seguenza nella morfologia fisiologica dell'azione esercitata dallo stato sui caratteri della massa prima del suo scioglimento. La nazionalità « precedente lo stato » è il punto di partenza di un processo che acquista valore storico soltanto per ciò che conclude allo stato. A ben guardare i pretesi requisiti sociologici della nazionalità, compresi quelli inerenti allo stesso tipo razziale, non sono in definitiva altro che il prodotto della fusione di elementi eterogenei dentro il crogiolo dello stato. Se in alcuni gruppi umani si constatano certi caratteri comuni ciò avviene quasi sempre come risultato di una secolare esperienza storica che gli antenati dei loro componenti hanno compiuto insieme (nazionalità storiche). Il che vale non solo per i caratteri linguistici, ma anche per i caratteri somatici rilevabili nei tratti fisionomici. In tal senso Ranke (in Lanzi, Nationalitat und Religion, 1907) aveva affermato: « Le nazionalità non sono del tutto naturali e sono, meno creazioni della terra o della razza che dei grandi avvenimenti storici ». Di regola le nazioni sorgono dall'amalgama di razze diverse e sul sacrificio di nazioni minori preesistenti. La nobilissima nazione italiana ebbe origine dalla conquista di Roma; la quale unificò le genti della penisola e diede a questa il suo nome. La ancora forte unità della vita francese è il risultato di una metodica e lenta azione dell'antica monarchia, continuata per quasi mille anni dai Capetingi ai Valois e ai Borboni. Non ci sembra che il caso della nazionalità romena, sopravvissuta quasi miracolosamente alle ondate della barbarie, si sottragga alla presente constatazione. Essa è un meraviglioso risultato della potenza forgiatrice della colonizzazione politica romana. Lungi dal potersi giustificare lo stato con la nazionalità è invece nello stato e per lo stato che una nazionalità si determina e si concreta. L'unico elemento sicuro per il quale una nazionalità si può riconoscere è di natura soggettiva, il che è quanto dire è il sentimento stesso della nazionalità, il quale rileva soltanto come aspirazione a realizzarsi in uno stato. Ma tale elemento non è il principio sufficiente di un diritto naturalistico della nazionalità a costituirsi in stato; bensì solo quando la nazionalità è riuscita a creare uno stato essa può prendere consistenza e definizione. E' quello che Vico aveva intuito scrivendo: «Talché popolo o nazione che non ha dentro una podestà sovrana egli propriamente popolo o nazione non è, né può esercitare fuori o contro altri popoli o nazioni il diritto naturale delle genti » (Scienza Nuova, II, sez. V). Si può ammettere che la presenza in un gruppo politico delle condizioni sociologiche indicate quali idonee a individuare una nazionalità favorisce la formazione e lo svolgimento dello stato. Anche Gioberti aveva rilevato che « la convenienza del governo col carattere nazionale è il fondamento principale della sua bontà e durata ». Il sentimento della nazionalità è l'evocazione dello spirito della patria e costituisce una ferma base all'autorità dello stato. L'omogeneità della popolazione giova a tal fine; il quale concetto spiega gli « scambi di popolazione », come quello tra Turchia e Grecia nel 1926-28 » e i «trasferimenti degli allogeni » come quello tra Italia e Germania nel 1939. Ma il patriottismo non è di necessità legato ad una certa struttura sociologica e tanto meno è in funzione di uno o di un altro fra i vari caratteri di essa; bensì si alimenta di forze mistiche e di motivi complessi di tradizione e di interesse, di passione e di ragione, che sono intimamente connessi al processo politico e quindi alla storia e allo stato. Nella maggior parte dei casi il patriottismo è il frutto dell'esperienza compiuta nel tempo e nello spazio da una collettività di uomini riuniti per una lunga serie di generazioni sotto la medesima direzione politica. Non dalla razza, dalla lingua o dal costume scaturisce la solidarietà degli uomini; ma dall'adempimento di una gesta secolare per cui essi uniscono i loro sforzi contro un nemico comune e creano i comuni valori intellettuali e morali in una propria concezione del mondo. E' precisamente lo stato, in quanto promotore della guerra, che genera le nazioni e le nazionalità. « L'epopea ha scritto Proudhon (La guerre et la paix, 1869) è l'ideale popolare; fuori di essa non esiste per un popolo ispirazione, né canti, né drammi, né eloquenza, né arti ». Siffatte considerazioni non sono apprezzabili da chi si ostina a distinguere tra il concetto di società e il concetto di stato e quindi tra il popolo e lo stato stesso, nella considerazione strumentale che di questo ha fatto colla sua costruzione binaria la dottrina della democrazia rappresentativa. Quando non si sappia prescindere da tale contrapposizione e distinguere tra il popolo, considerato nel suo complesso unitario, e la popolazione costituita dalla moltitudine degli appartenenti allo stato, secondo la posizione atomista della democrazia stessa, non è possibile ascendere a una definizione organica e realistica, per cui il concetto di popolo e il concetto di stato vengono a unirsi insieme nell'idea della « nazione ». Tale idea è l'ascensione suprema dello spirito contemporaneo; il quale, avendo abbandonato quasi del tutto i valori religiosi, è costretto alla ricerca in se medesimo di un principio morale e di autorità e non può raggiungerlo se non a condizione di svolgere il concetto di popolo al disopra di ogni elemento razionale e materiale, compresi i fattori sociologici, e a condizione di elevare il popolo stesso al grado di soggetto dello stato per porre questo al vertice della gerarchia dei valori. In linea di dottrina giuridica ciò significa che occorre abbandonare le tesi per le quali il popolo si considera un organo oppure un elemento costitutivo dello stato nella sua rappresentazione inorganica di moltitudine, cioè di popolazione. Sfugge alla scienza del diritto l'ulteriore elaborazione della idea di nazione. L'idea di nazione, infatti, si rivela ad una considerazione metagiuridica quale elemento irrazionale, comunione intellettuale e morale, che si risolve in un ambiente creato dalla forza politica, ma che si svolge in una, suprema affermazione di amore. E' un amore che prende coscienza piena di sé, di fronte alla diversità delle altre nazioni e si pone come un'anima comune della nazione, che è poi la nazione stessa, col valore di una volontà comune e d'un interesse trascendente che è un bene comune. Appunto il risultato della concezione totalitaria è quello per cui il concetto di nazione non solo viene restituito nel quadro dello spirito, ma viene innalzato a tipica espressione dello spirito stesso, in una sintesi fra popolo e stato, definita dalla formula della « comunità nazionale ».

3. IL NAZIONALISMO INTEGRALE.

— Come si dimostra sotto la voce STATO: il significato della concezione totalitaria dello stato è quello per cui all'idea dello « stato nazionale » si sostituisce quella della « nazione—stato» ovverosia della « comunità nazionale ». L' idea della nazione è infatti assunta in un valore organico sotto il profilo della integrale realizzazione del popolo nello stato, nei termini della dichiarazione contenuta dal paragrafo I della Carta del lavoro. Bisogna riconoscere in tali termini che il dato politico dello stato è essenziale alla identificazione della nazione. MUSSOLINI ha scritto: « Non razza, né regione geograficamente individuata; ma schiatta storicamente perpetuantesi, moltitudine unificata da una idea che è volontà di esistenza e di potenza, coscienza, cioè personalità, è nazione che veramente è tale in quanto è stato ». (Scritti e discorsi, vol. IV, p. 81). Così Egli ha opposto alla concezione naturalista, per cui sarebbe la nazione a creare lo stato, quella politica, che è lo stato a dare al popolo quell'esistenza effettiva, mercé la consapevolezza della sua unità morale, per cui il popolo stesso si fonde collo stato nella vita superiore della nazione. Non dunque, come vorrebbe Prélot (L'Empire fasciste, 1936, p. 137) una «statocrazia» e cioè l'esaltazione del potere del governo; ma il potenziamento dell'idea etica della nazione al disopra dei singoli governati o governanti che siano. E’ notevole che il nazionalsocialismo si dibatta ancora nella incertezza tra il concetto di nazione e quello di nazionalità, secondo la formula della Volkgsmeinschatf, dedotta in quelle interpretazioni sociologiche che concludono all’aforisma: « Ein Volk, ein Reich, ein Fúhrer !». Per superare l'antitesi fra popolo e stato la dottrina esposta da C. Schmitt (Principi politici del nazionalsocialismo, ed. it. 1935) è ricorsa a una costruzione ternaria, per cui distingue tra popolo, movimento e stato (Volk, Bewegung, Staat); quando invece il problema è quello di arrivare ad una sintesi. Essa per l'appunto viene raggiunta dalla dottrina fascista, la quale postula l'integrale realizzazione della nazione nello stato e a tale effetto attribuisce allo stato un valore totalitario. Più prossima alla dottrina fascista nella letteratura germanica contemporanea è la teoria del Sombart (Deutscher Sozialismus, 1937). Questi distingue tra nazionalità e nazione ed afferma che bisogna respingere ogni differenza tra « nazione—stato » e « nazione —cultura ». Ogni nazione è nazione—stato e il concetto di nazione si deve scientificamente applicare a tutti gli stati che hanno in un'epoca qualunque adempiuto il loro compito nella storia. Erano delle nazioni i grandi imperi dell'antichità classica, come gli imperi mongoli e la Cina unificata. « Bisogna evitare, egli scrive, di dare al concetto di nazione un senso storico e pertanto relativo e di non veder nascere la nazione se non negli ultimi secoli della storia europea. A questa epoca si è semplicemente sviluppata una forma nuova particolare della nazione ». Più esattamente, diciamo noi, a quest'epoca si è determinata un' idea particolare della nazione, la quale ha la sua origine nei « lumi » del sec. XVIII e negli «antilumi» del romanticismo, ma trova la sua piena esplicazione soltanto nella dottrina totalitaria scaturita dall'esperienza tragica della guerra mondiale. Con qualche pedanteria, seguendo l'esposizione del Sombart, si può rilevare che la parola popolo, tra i numerosi significati che le sono attribuiti nel linguaggio comune, per noi indica non già la nazionalità sociologica ma l'elemento umano dello stato, manifestantesi non nella moltitudine degli individui, ma in una sostanza metafisica, la cui ragione di essere è fondata nella storia e che genera la nazione in quanto si realizza nello stato. La comunità nazionale sorge dalla coscienza di questa realizzazione del popolo nello stato, cui la giovane letteratura spagnola della falange designa col termine: « El sentido unitario del pueblo » (Benéyto Perez, El nuevo Estado espanol, 1938). Dal riconoscimento della quintessenzialità politica della comunità nazionale non risulta, quanto alla dottrina fascista, alcuna menomazione del valore espansivo e dinamico dello stato. Ha detto MUSSOLINI: «Lo stato fascista è una volontà di potenza e di impero ». Anzi, risulta un apprezzamento pieno del valore sociale dello stato che si traduce in un rafforzamento del suo valore politico e quindi della sua potenza soggettiva. Ben scrive l'inglese Laski (Grammaire de la politique, ed. franc.1932, p. 127) che quando un popolo invoca il suo diritto all'autonomia allora affiorano tutte le necessità della civilizzazione, « perché esigere l'autonomia nel mondo significa esigere tutta l'attrezzatura dello stato sovrano e tra l'altro la piena disposizione di tutti i mezzi di vita». Ecco dunque emergere dal quadro della concezione totalitaria una specie di « nazionalismo integrale », il quale deve essere distinto dal nazionalismo politico esistente in certi paesi a regime democratico, come la Francia, nei quali il nazionalismo, secondo quanto osserva Bernoville (in Vaussard: Enquéte sur le nationalisme), non è altro che una opposizione ai metodi politici di quei regimi ed una cura più appassionata degli interessi meramente politici dello stato nel tipo di un «patriottismo riflessivo ». Anche in Italia il nazionalismo, prima dell'avvento del regime fascista, ebbe per molti soltanto questo significato. Invece, il nazionalismo integrale non solo ha un significato sociale, oltreché politico, ma trasferisce anche il motivo sociale nella politica internazionale, appellandosi fondamentalmente alle energie morali della comunità. Più ancora esso conclude ad una concezione del mondo per cui assume che l'individuo non può esistere se non come cittadino dello stato e parte di un tutto alle cui necessità deve obbedire. L'umanità non ha rilievo né significato all'infuori della nazione, ciascuna delle quali è una interpretazione autonoma dei problemi dell'esistenza. La comunità nazionale, in quanto stato-popolo, raggiunge un valore superiore ad ogni altra associazione e costituisce il compendio di ogni valore terrestre e temporale (v. SOVRANITA). Alla concezione nazionalista integrale si oppone la critica che muove sia dalle scuole democratiche sia dalle scuole cattoliche. La prima critica ha per organi i congressi scientifici e si rifà sempre più apertamente al principio cosmopolitico quale corollario del principio individualista, accusando il nazionalismo integrale di segnare un regresso verso la barbarie. Essa rappresenta una forma di internazionalismo intellettuale raziocinante che vorrebbe appoggiarsi alle risorse sentimentali di un « internazionalismo sociale », anche a costo di concludere nelle tesi del comunismo anarchico universale e nel contempo si presta a coprire le operazioni dell' l'imperialismo empirico. Certo è che nel socialismo rivoluzionario della dottrina marxista il motivo internazionale aveva raggiunto il più alto tenore. Il manifesto comunista, pubblicato nel 1848 da Engels e Marx, aveva affermato: « Il proletariato non ha patria ». Quando la « Seconda internazionale », nel 1890, riuscì a far celebrare il primo maggio in tutti i paesi industriali parve imminente il crollo di ogni principio di nazionalità. Quanto meno Melchior de Vogué nel 1901 poteva scrivere: « Nazionalismo e cosmopolitismo, i due principi antagonisti, lottano con forze sensibilmente eguali ». In verità la contraddizione non è insolubile da parte di un onesto sentimento del problema operaio e di un' illuminata concezione della giustizia sociale nel quadro della nazione. Incrinature in senso nazionale nella letteratura socialista si manifestarono anche prima della guerra mondiale, quando apparve manifesto il fallimento della decantata solidarietà dei lavoratori oltre le frontiere. Per loro conto i socialisti inglesi avevano sempre affermato « La nostra esistenza nazionale di uomini liberi dipende dal nostro impero sui mari ». A ben guardare l'atteggiamento antinazionale del proletariato non fu altro che una conseguenza di quel sistema dell'antitesi fra lo stato e il popolo sul quale riposava il governo rappresentativo della borghesia. Superato il parlamentarismo, proprio in base alla concezione nazionale dello stato, si apre la via all'immissione del popolo nello stato, per cui si forma una vera e propria coscienza nazionale delle masse. Quanto alla critica delle scuole cattoliche questa è in genere assai perplessa; sebbene non nasconda la sua diffidenza contro la concezione totalitaria. Anzi, in certi saggi (Leclercq, L' état ou la politique, 1929, p. 107) vuole accomunare le dottrine individualiste e le dottrine stataliste nella responsabilità di esaltare il nazionalismo. « Esse esprimono, si dice, una sfumatura diversa; ma il sentimento che svolgono è lo stesso. Per quelli che si rifanno alla teoria del contratto sociale la nazione è un gruppo di uomini che si unisce nel desiderio di vivere insieme e nessuno può opporsi a questo desiderio. Per i fautori della teoria statalista, poi, la nazione è il gruppo storico, determinato dalla fatalità degli avvenimenti e nessuno può insorgere contro questa fatalità: la nazione è una entità, un organismo superiore all'individuo; essa è in tutta la forza del termine « sovrumana »; ha diritto alla vita come gli individui e il suo diritto è superiore a quello degli individui... Ma poco importa come si concepisce la nazione e poco importa il suo fondamento giuridico: nell' un caso come nell'altro il diritto della nazione trascende ogni altro diritto. La nazione è il fine ultimo dell'uomo » . Una simile critica, però, pecca di eccesso e di confusione. Quando afferma che « il cristianesimo è essenzialmente internazionale » essa scambia la cattolicità, che ci ha data la « patria cristiana », coll'universalismo e finisce col cadere nelle medesime posizioni della ideologia individualista che sono conseguenzialmente cosmopolitiche e non già nazionali. Invece l'esistenza delle nazioni è un presupposto fondamentale della concezione cattolica del mondo che non può essere scambiata colla utopia di un universale cosmico. La stessa rappresentazione biblica della Torre di Babele esprime nella tradizione cristiana la condanna di coloro i quali insorgono contro la realtà delle nazioni, che è una necessità anche dal punto di vista morale. Oggi nella situazione dello spirito contemporaneo non vi è altro modo per richiamare l'individuo al senso di fini trascendenti che quello desumibile dalla concezione totalitaria della comunità nazionale. L'idea della nazione è un'idea forza che oggi sola è in grado di lottare contro le passioni della rivolta sociale. Quello che è accaduto nella Spagna dopo il 1931 dimostra l'impossibilità per un sistema democratico di evitare lo scivolamento verso il bolscevismo. Soltanto bisogna sciogliere il dilemma nel quale si travaglia la civiltà europea, tra le prospettive del comunismo anarchico universale e quelle di guerre di sterminio a serie tra popoli affini, motivate per un titolo di superiorità biologica. Perciò occorre affrontare il problema supremo dei nostri tempi, quello di coordinare le diverse nazioni nel quadro della civiltà europea medesima, mercé l'adozione di un criterio non già «internazionale» e come tale negativo, bensì « supernazionale »; il che è quanto dire positivo. Scriveva Renan nel 1880: « Si vedrà la fine della guerra quando al principio della nazionalità si aggiungerà il principio che ne è il correttivo, quello della federazione europea superiore a tutte le nazionalità ». Proprio oggi le vicende in corso prospettano il problema dell'associazione etnarchica delle nazioni europee quale problema vitale (v. STATO). Se questo problema potrà essere risolto, non sarà certo la fine della guerra nel mondo. Ma sarà l'allontanamento della guerra dal cuore del nostro continente e la salvezza dei centri motori della nostra civiltà. In tal senso varrebbe la previsione di Kant « La pace perpetua non è praticabile; ma è approssimabile all'infinito ». Per raggiungere il risultato, in ogni modo, non si può promuovere la marcia verso la dispersione dei popoli; e per contro occorre assicurare la più energica concentrazione delle energie dei popoli in forme organiche e spirituali di vita. Sulla forza riposano l'ordine e la pace per quanto l'uno e l'altra sono realizzabili nel mondo . Secondo il rilievo di MUSSOLINI è indispensabile, per qualunque risultato costruttivo, sacrificare l'universalismo utopista alle realtà nazionali indistruttibili e profonde ». Ma queste realtà nazionali non possono vivere insieme sulla base di una loro rispettiva sovranità assoluta senza cadere in uno stato di guerra cronico, anche se dissimulato sotto le formule della « pace armata» e della « guerra di tariffe », come per l'appunto da qualche decennio si constata in Europa. D'altronde, nell'ambito di una medesima civiltà, almeno nella cerchia dell'Europa continentale, sembra che la guerra abbia perduto la ragione della sua stessa missione umana, come quella che va contro il fine dei popoli determinato dall'affinità della loro natura e dalle regioni vitali del loro essere.

C. Costamagna

(estratto dal Dizionario di Politica a cura del P.N.F. - Roma, 1940, Vol. III, pp. 262 - 265)

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"La mistica appunto precisa questi valori...nella loro attualità politica...e dimostra l'universalità di luogo e di tempo del Fascismo"(Giani)
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MessaggioInviato: Lun Lug 09, 2012 10:09 pm    Oggetto:  
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INDIVIDUO. — La parola latina individuus agg. «indivisibile» è calco del greco "atomos" che al genere neutro "to atomon" servì a indicare nella speculazione filosofica dei presocratici gli elementi primi e indivisibili della realtà. Il significato di « persona singola », ignoto al latino dell'età classica, si è sviluppato dal linguaggio teologico per il bisogno di definire il concetto di « persona ». « Persona est naturae rationalis individua substantia » (Boezio, De persona et duabus naturis, in Migne, 64, col. 1343 C); Persona vero hominis est substantia rationalis individua suis pro¬prietatibus a consubstantialibus caeteris segregata» (Cassiodoro, Expositio in Psalterium, ps. VII, in Migne, 70, pag. 66). Da quest'uso aggettivale accanto a «persona» si è sviluppato l'uso sostantivale di « individuo» per indicare un essere a sé differenziato da tutti i suoi simili. Mentre la parola «persona» ebbe una sua fortuna particolare nel dominio giuridico e in quello teologico, la parola « individuo » si è affermata nell'uso comune donde, applicata all'uomo, è stata assunta con significato diverso nelle concezioni politiche e religiose dei tempi moderni. La distinzione fra « individuo » e « persona » che per riflesso della terminologia giuridica viene fatta ancora da qualche scrittore politico, è superflua poiché nella realtà politica, come si vedrà, la nozione di « individuo» esaurisce interamente in sé quella che si vuole riservare a « persona ». Si può dire che il concetto d'individuo, nell'accezione moderna di personalità umana con una sua particolare fisionomia e autonomia, è sorto dal Rinascimento che, com'è noto, rappresenta la riscossa del senso terrestre della vita di contro al sentimento religioso che livella l'uomo nella comune dedizione a Dio. Pure è da riconoscere che in realtà lo sforzo di definire la vera autonomia dell'uomo singolo, perseguito con una costanza e una tenacia che hanno del tragico, non è potuto in nessun modo andare oltre quella soluzione affacciata dai Padri della Chiesa dell'individuo, cioè come figura distinta e autonoma di una sostanza comune. Alla ricerca di tale sostanza il pensiero moderno ha dato le sue migliori energie; ma tutte le soluzioni a volta a volta sostenute sono apparse, dopo i primi entusiasmi, ora parziali e unilaterali, ora erronee e tendenziose. Difatti la formula della sostanza comune non è riuscita a risolvere l'antica antinomia della singolarità e dell'universalità, e ora gravitando dall'una parte ora dall'altra, non ha in fondo dato conto né dell'uomo come individuo, né dell'uomo come universale. Vi è in tutta la storia del pensiero occidentale il presentimento oscuro, ma profondo e dominatore, che nella vita umana vi è qualcosa di assoluto, una legge che lega in un'unità essenziale quanto nelle manifestazioni individuali di essa è disparato e molteplice. Il pensiero cattolico si è appagato nella mirabile soluzione del tomismo, secondo la quale ogni creatura è legata a Dio per l'atto della sua creazione, ma ha una realtà propria e non è parte di lui. L'anima individuale nasce e si forma col corpo e da questo connubio trae una figura corporea ideale che al corpo sopravvive ed è eterna. Qui la sostanza è data dall'esistenza di Dio che si rivela nella Sua creazione; il movimento riconduce al Primo motore, l'esperienza del bene al Sommo bene, la causalità alla Causa prima. Quest'alta concezione religiosa non poteva più appagare la risorta coscienza laica, quando si tornò all'esame dei valori umani con la stessa ansia indagatrice portata nello studio dei fenomeni della natura. Le facoltà razionali dell'uomo apparvero allora come l'assoluto della sostanza umana. In Cartesio è l'assolutezza del pensiero che rap-presenta l'unica certezza di essere, per quanto alla base di questa assolutezza ve ne sia un'altra maggiore che è causa efficiente delle due sostanze in cui si manifesta la realtà, pensiero e estensione, e che rappresenta il termine medio per cui dalla soggettività dell'essere si passa alla sua oggettività, cioè Dio. Trasformata in un proprio esclusivo assoluto, la ragione domina la vita spirituale del XVII e del XVIII secolo, non più concepita come unica primigenia sorgente di verità, ma come mezzo per la scoperta di essa, mezzo universale, identico per tutti i tempi e per tutti i luoghi, caratteristica vera ed esclusiva dell'uomo. Com'è noto, su questo culto della ragione come metodo di valore universale è fondata quella dottrina dell' illuminismo (v.) che segna il definitivo tramonto dell'unità etica che il Cristianesimo aveva dato alla coscienza e l'inizio di un'affermazione ingenuamente orgogliosa di altri valori terrestri. Si avverte che la certezza non si può trovare se non nell'uomo, ove la ragione con freddo procedimento si applichi a ricercarla in lui; così l'uomo viene posto di fronte a se stesso, libero da ogni riflesso trascendente. Seguendo a ritroso le vie della storia verso presunte origini, si crea il mito dello stato di natura: il pessimismo di Hobbes aveva elevato a formula di umanità l' istinto della lotta; Rousseau chiude il ciclo della reazione antihobbesiana sostituendovi la formula dell' innocenza e della bontà. Come si vede, c'è in queste concezioni la tendenza a ritrovare un universale umano che sostituisca l'universale della tradizione teologica e l'unità della coscienza etica. Ma lo si ricerca non nelle forme più alte della vita dello spirito, bensì nelle manifestazioni più elementari della vita umana, quelle che appartengono al singolo come singolo e si esauriscono nella sua persona fisica. La conseguenza è che si finisce per non riconoscere altro assoluto che il singolo. Difatti, scoperta l'essenza dell'uomo in quella zona in cui le forze appaiono più affini alle forze che esistono nella natura, l'unica zona dove si poteva in qualche modo soddisfare l'esigenza della legge scientifica, la libertà che in ogni individuo inevitabilmente si manifesta viene ricondotta all'unica sorgente dell'istinto, del piacere, del bisogno e simili. Poiché questi motivi si esauriscono nella vita del singolo, viene meno ogni possibilità di comprensione di tutto ciò che lo trascende e si traduce in forma di esistenza duratura. A spiegare la somma delle creazioni umane che costituiscono la civiltà si dovette uscire dall'uomo e guardare alla natura come a una forza superiore e assoluta che compone il giuoco delle attività individuali nell'armonia di un progresso. Da questa impostazione errata della ricerca di motivi assoluti, hanno origine le dottrine individualiste della fine del XVIII e di tutto il XIX secolo nel campo dell'economia e in quello della politica. Nell'economia l'ipostatizzazione dell' interesse econo-mico creò un uomo irreale privo di ogni altro carattere che non fosse quello legato al rapporto dell'uomo con la sua persona fisica. Ma nell'ambito di questo interesse viene all'individuo conferita la libertà più assoluta, poiché è il libero giuoco delle forze individuali quello che conduce i popoli alle creazioni economiche dalle quali si fa dipen-dere ogni progresso. Lo stesso principio applicato al dominio politico ha condotto, oltre che alle forme estreme dell'anarchismo, a quel liberalismo che pone a suo ideale la manifestazione dell'individuo anche nella sua natura più particolare e riduce lo stato, che rappresenta la creazione duratura della coscienza sociale dei popoli, ad una pura e semplice funzione di tutela dell'ordine pubblico. Non mancarono tuttavia reazioni energiche a questa impostazione materialista della vita umana e si cadde nell'eccesso opposto di considerare come storia lo spirito non nelle sue forme viventi umane individuali, ma in una estrazione teologica che lo stacca nettamente dalla vita. La concezione hegeliana della storia incontrandosi con il materialismo economico ha generato il socialismo, in cui sopravvive sì l' istinto economico come base dello sviluppo storico, ma questa forza è posta non come un denominatore comune di capacità individualmente differenziate, bensì come elemento motore della massa sociale in cui l' individuo viene assorbito come entità senza nome. La riscossa kantiana fondata su una nuova grandiosa concezione dell'assoluto etico non aveva avuto risonanza nelle coscienze, forse perché attraverso essa non veniva ad essere esaudito il bisogno di dare una spiegazione della realtà storica, di fronte alla cui assolutezza la legge morale posta su un piano trascendente veniva a riapparire in funzione di motivo schiettamente individuale. Il bisogno di riporre l' individuo nella storia, sentito ma non soddisfatto in Hegel, trova alcune soluzioni sporadiche che non hanno fatto presa. Perché rispondeva a questo bisogno, già nell' età del Rinascimento aveva avuto una notevole fortuna l'individuo che agisce per l'affermazione della sua personalità, e soprattutto dei suoi gusti e dei suoi immediati interessi mondani. Ora l'eroe di Carlyle e il superuomo di Nietzsche rappresentano la reazione al prevalere delle correnti materialiste che umiliano la natura dell'uomo, ma essi tuttavia non riescono a riaffermarne la sostanziale dignità, poiché non si rifanno ai motivi veraci che agitano la coscienza dell'uomo e lo definiscono nella realtà della storia. Le dottrine finora esposte, dominate tutte, in senso diverso, dal bisogno di ritrovare un assoluto, hanno avuto il merito di chiarire ora questo ora quell'aspetto della natura umana e il demerito di avere voluto costruire su questo esclusivo aspetto una dottrina esclusivista. I ten-tativi di dare una spiegazione dell'assoluto umano impegnandovi tutto l'uomo hanno avuto il grave e sconcer-tante torto di creare un assoluto in cui nulla vi è di umano, perché vi manca la vita che noi conosciamo e viviamo ogni giorno come concreta, individuale dinamica. Per quella dottrina, poi, che risolve nell'assolutezza dello spirito tutto l'uomo concreto, e fa della materia spirito e dello spirito materia, si può facilmente osservare la patente insufficienza di un assoluto che non può essere tale poiché non ha di contro nessun relativo; onde tutta l'esperienza molteplice nel grande flusso dell'assoluto diventa di nuovo per suo conto disperatamente e irrimediabilmente relativa. Da questa mancanza di valori assoluti deriva la profonda deficienza etica di questa dottrina. Il ritorno all'uomo reale non può essere se non un ritorno all'uomo della vita di ogni giorno, cioè uomo che ha una sua fisionomia, un suo pensiero, una sua azione; ritorno all'individuo. E' in questi che bisogna ricercare l'assoluto. Vi è nell'uomo una fondamentale libertà che è costituita dall'attività spirituale sì che egli appare sorgente di libera energia creatrice. Questa energia nella sua essenza di libertà non conosce limiti, tanto che non è possibile fissarne i possibili sviluppi in formule di causalità. Ma se di questa libertà essenziale noi vogliamo conoscere le modalità oltre l'essere, e le scopriamo nel voler essere, nel conoscere, nell'agire, ecco che ci troviamo di fronte ad una libertà che già è determinata, è spirito dell'uomo, è sorgente inesauribile di vita, ma di vita umana. Staccato dall'uomo lo spirito non ci si rivela. Noi possiamo coglierlo per un atto di fede nella sua purezza, ma conoscerlo storicamente possiamo solo in quanto già determinato, umano. Se il nostro sforzo di conoscere razionalmente lo spirito umano vuole aspirare a un minimo di successo, deve dunque esaminarlo negli uomini quali essi sono, cioè come si manifesta nel singolo, nell'individuo che è l'unità irriducibile della vita umana. Noi ci meraviglieremmo assai se l'essenza della materia fosse oggi ricercata in tutt'altra cosa che nell'atomo; per gli stessi motivi l'essenza dell'umanità va ricercata nell'individuo. Ogni individuo è determinato nella sua oggettività, cioè nei rapporti che in lui si annodano, e lo portano a realizzarsi in forme oggettive di realtà. In questi rapporti, mai al di fuori, agisce la libertà dello spirito a noi nota sol perché, come si è detto, non è libertà pura, ma libertà che ha una modalità, un contenuto. La diversità essenziale fra gli uomini dipende dalla diversa potenza che si insedia come libertà nel nucleo di tali rapporti. Se la realtà dell'uomo si manifesta oggettivandosi, è appunto in questa sua oggettivazione che è da riconoscere l'assoluto umano. La storia è questa oggettivazione dell'essenza spirituale dell'uomo, cioè la sua creazione che permane in realtà concreta, lo stato, l'arte, il diritto, la scienza, la civiltà, il mondo morale; questa è l'assolutezza concreta dello spirito. A questo assoluto si oppone il relativo di ciò che muore nella persona singola e non si obiettiva come spirito: gli istinti egoistici della propria ristretta persona fisica, l' inerzia che nulla crea, tutto ciò che non è vita di uomo animata dalla luce dello spirito. Si intende ora bene come errata sia la contrapposizione dell' individuo alla collettività che appare nelle forme concrete di società, nazione, stato. Sono queste in verità l'assoluto dell' individuo, la realtà della sua vera essenza, ciò che lo rivela, lo obiettiva, lo eterna come forza spirituale. Sono, in altre parole, la sua continuità. L' individuo difatti è punto d'incrocio del passato e del presente, nodo di innumerevoli forze che scendono dalla lontananza dei secoli e di altre innumerevoli che si dipartono dall'attuale realtà. Il tempo e Io spazio, il diacronico e il sincronico, diventano in lui un momento unico. La trama che ne risulta ha una sua fisionomia profondamente differenziata come il disegno in un tessuto, è storia nel suo molteplice distinguersi di popoli, lingue, nazioni, idee, istituzioni, stati. Non è possibile identificare l'uomo con una sola delle forme in cui si obiettiva la sua vita, sia essa-stato, sistema economico o chiesa. In essa è non tutto l'uomo, ma solo una parte, poiché tutto l'uomo è nella vita ed è questo l'unico reale divenire per cui l'individuale si universalizza. Da qui l'insufficienza e il pericolo delle concezioni che mutilano l'uomo nella sua complessa natura e nella sua libertà riducendolo alla formula di un solo rapporto. L' impulso che vive nell' anima di ognuno a tradursi in forme di esistenza duratura costituisce l'assolutezza umana. La storia degli uomini come si è svolta e come si svolge è il documento luminoso di questo assoluto che dà all'individuo com'esso è il contrassegno essenziale. Se si guarda la vita di un uomo nella sua realtà quotidiana e nella sua essenza singola, e difatti noi non conosciamo che singoli uomini simili e al tempo stesso diversi, la si vede dominata da un' intima ansia, che solo raramente sa diventare cosciente certezza, di non morire. E' la forza che domina chiunque vive, agisce e crea; forza elementare, istintiva nell'ambito della vita materiale, forza superiore, assoluta nell'ambito della vita interna. L'uomo è mosso in tutti i suoi rapporti da quest'ansia: ma assai rari, e dei privilegiati, sono i momenti del soddisfacimento, della certezza. La continuità materiale della vita ha il suo coronamento istintivo nella gioia dell'amore. Il senso della famiglia è soprattutto senso della propria continuità. Tutti gli affetti che riempiono il cuore dell'uomo sono atteggiamenti diversi di questo bisogno fondamentale istintivo di vivere oltre se stesso negli altri. La stessa pietà umana che è alla base delle religioni più nobili è un associarsi del sentimento della continuità di sé negli uomini al sentimento più alto della continuità di sé in Dio. Forza sempre presente nell'uomo è questo suo voler andare al di là dei limiti segnati alla sua vita fisica. La fede nella continuità di sé nella propria opera è quella che conforta il lavoro, e non solo il soddisfacimento dei bisogni della vita materiale. La volontà che emerge sul rapporto sociale e si concreta nello stato è essa pure una volontà del singolo di durare oltre il limite. Non altrimenti che come certezza di una continuazione della parte migliore di se stesso si può intendere la serena deliberazione di chi si sacrifica per la propria idea. Lo stesso combattente in guerra avverte di essere in funzione di una continuità che oltrepassa la vita ed è ciò che gli dà la serenità necessaria dinanzi alla minaccia della morte; serenità quasi astrale in cui si avverte che tutti i vincoli materiali sono caduti e che si è ormai una forza pura al di sopra di ogni limite. Molti combattenti di fronte all'estremo pericolo hanno vissuto questo momento. Da quanto si è detto appare chiaro come la storia si sviluppi attraverso questo realizzarsi dell' individuo come forza spirituale, e difatti anche gli avvenimenti più grandiosi che sovvertono interi continenti si scompongono all'analisi in infiniti atti individuali diversi per qualità e potenza. Ma non tutta l'azione individuale diventa storia. Se essa non si ingrana in maniera perfetta nel sistema delle altre azioni individuali, non fa presa sugli eventi, cade come una foglia secca che non fa più parte del sistema vitale dell'albero, è dispersione di forze, errore. Questa è la condizione alla quale l'azione dell' individuo deve rispondere per diventare storia. Sin dall'antichità si è sempre discusso della parte che spetti agli individui ed alle collettività nel cammino della storia. Si è detto da un lato che l'individuo non ha alcuna importanza, poiché ogni evento, ogni sviluppo è determinato dalla risultante delle forze naturali che muovono le masse sociali, così che dove emerge l'eroe, il condottiero, egli non è che mito transitorio vuoto di sostanziale contenuto; dal lato opposto si è sostenuto che le masse non hanno possibilità di azione poiché come tali non sanno quello che vogliono e non sono che cieco strumento nelle mani dell' individuo, dell'eroe solo capace di azione storica. Queste due opposte tendenze trovarono una soluzione provvisoria nella dottrina hegeliana e carlyliana dell'eroe ministro inconsapevole dell' idea che in lui s' incarna: Napoleone è l'anima del mondo che s'avanza a cavallo. Ma questa stessa inconsapevolezza è la condanna dell'eroe hegeliano, depositario di un contenuto che non è suo, di lui in quanto individuo storico, ma solo gonfio servitore dell'Idea che vive, prospera e trionfa indipendentemente da lui. Il problema non esiste, poiché, come si è detto, l'opposizione fra individuo e collettività è opposizione fittizia. Nella realtà non esiste l'uomo come contrapposto alla collettività, ma è egli stesso collettività, condizione prima dell'esistere collettivo e d'altra parte egli non è pensabile fuori di questo esistere. L' individualità storica dell'uomo è la sua socialità, la sua nazione, il suo stato. La sua libertà essenziale di uomo è determinata in rapporti che non sono soltanto suoi, ma sono comuni a tutti gli individui di quella collettività. Quando egli agisce ed esprime nell'azione il proprio sentimento e il proprio volere egli dice una parola che tutti intendono perché partecipano della stessa storicità e la sua azione è in sostanza rivelazione. Di contro all'individuo come tale la realtà storica dello stato si pone come manifestazione concreta del rapporto sociale che in lui si attua. L' individuo storicamente determinato ha comune il proprio mondo con gli individui che partecipano della stessa determinazione storica e perciò costituiscono nazione. Nazione è dunque un complesso di individui in cui facilmente si ritrova un carattere unitario non misconoscibile, dovuto al patrimonio comune che si manifesta, nella lingua, nelle creazioni artistiche, nella religione, nella memoria del passato, nella figura particolare degli istituti, nella comune ansia dell'avvenire, nella maniera insomma di sentire, concepire, vivere. La nazione è negli individui ma li trascende nella loro vita mortale, poiché l'azione che da ogni individuo si esplica diventa un momento della storia; pertanto la nazione è continuità che abbraccia i secoli, vivente della vita di innumerevoli generazioni di individui. Lo stato è la nazione in atto di volere; è volontà che emerge sul rapporto sociale e si traduce in organizzazione. Nella storicità dell'azione umana è racchiuso il criterio dell'etica individuale. Quanto nell'azione umana risponde alla continuità della vita della nazione, quanto è universale nell'ambito di questa vita, quanto cioè si identifica con lo stesso stato che è la volontà in atto della nazione, è opera di bene. E in questo il bene e la potenza sono identici. Invece l'egoismo particolare, l'azione che miri al momentaneo benessere dell' individuo, azione indifferente quando non noccia alla forza dello stato, è errore o colpa quando sia causa d'indebolimento, giacché distrae a profitto di un'esistenza caduca quanto è dovuto alla continuità inesausta della vita.

A. Pagliaro

(estratto dal Dizionario di Politica a cura del P.N.F. - Roma, 1940, Vol. II, pp. 518 - 521)


SPIRITUALISMO. — Nel senso lato del vocabolo spiritualismo è ogni dottrina che riconosce l'indipendenza e la preminenza dello spirito sulla materia, sia collocandolo al di sopra della natura, sia cercando in esso, come pensiero cosciente, la spiegazione di questa. Tale dottrina abbraccia perciò ogni sistema di metafisica che affermi l'esistenza di Dio e dell'anima quali sostanze immateriali: Dio è puro spirito, personale, distinto dal mondo, trascendente e causa prima dell'universo; le personalità coscienti sono realtà spirituali individuali e attive; l'anima sopravvive al corpo; tutto esiste in vista di un fine. Sempre nel senso lato del vocabolo si dà talvolta il nome di spiritualismo alle dottrine che accordano maggior valore alla vita dell'anima che a quella del corpo, sì che lo spiritualismo morale non viene quindi punto subordinato all'accettazione dello spiritualismo metafisico. Nel senso più strettamente filosofico, spiritualismo è la dottrina che, fondandosi su argomentazioni ontologiche psicologiche ed etiche, sostiene l'esistenza dello spirito come realtà sostanziale, semplice, attiva, che non cade sotto i sensi, e comunque concepita (come psiche, logo, idea, pensiero, io) sempre si sovrappone alla realtà materiale. Dal punto di vista ontologico essa vuole infatti che esistano due sostanze radicalmente distinte per i loro attributi, di cui l'una, lo spirito, ha per caratteri essenziali il pensiero e la libertà, e di cui l'altra, la materia, ha per carattere essenziale la distesa e la comunicazione meccanica del movimento e dell'energia. Dal punto di vista psicologico sostiene che le rappresentazioni, le operazioni intellettuali e gli atti della volontà non si possono spiegare mediante i fenomeni fisici; dal punto di vista etico sostiene il conflitto dei due sistemi di fini che influiscono sulle azioni: l'uno che rappresenta gli interessi della vita puramente animale, l'altro che rappresenta gli interessi della vita umana. Pur professando l'esistenza dello spirito come realtà sostanziale, questa dottrina permette tuttavia varie soluzioni a seconda che consideri lo spirito come unica realtà, di cui la materia non è che un semplice fenomeno, o che consideri lo spirito e la materia come due sostanze opposte e irriducibili, e dà luogo così ad uno spiritualismo puro o monistico, e ad uno spiritualismo dualistico. Si rivendica, in favore della prima tesi (monistica), il principio che l'universo non ci si rivela che sotto forma spirituale e che non è possibile che il pensiero o lo spirito conosca ciò che gli è del tutto estraneo. In favore della seconda, l'irriducibilità dell'antitesi tra la materia, sostanza estesa e non pensante, e il principio spirituale; tra la materia, che è per sua natura molteplice, composta, inerte, e lo spirito, che è semplice, uno, dotato di- attività spontanea e libera. Opportuno ancora distinguere tra lo spiritualismo che fa capo al più radicale meccanismo biologico e quello animista sostenuto dal Cristianesimo. Facile, di qui, vedere come le concezioni della libertà divina, della libertà umana e dell'esplicazione dei rapporti dell'anima e del corpo differiscano profondamente nei vari sistemi spiritualisti, e perché gli stessi filosofi siano così incerti nell'uso della parola spiritualismo. La concezione filosofica dello spiritualismo quale «psichismo» si introduce con Anassagora. Per lui l'intelligenza non è che una proprietà secondaria del "nous", cioè dell'anima, e l'opposizione dello spirito alla materia si determina così come un'op-posizione di due nature, l'una fluida e mobile, l'altra solida e inerte. Platone è spiritualista nel senso che afferma la personalità di Dio, la spiritualità e l' immortalità dell'anima; e Aristotele perché sostiene la distinzione, anzi la separazione radicale, di Dio e del mondo, e rivendica la natura spirituale, nell'uomo, dell'anima ragionevole. Mentre Platone elevando ad immutabili essenze i concetti dello spirito umano trae dalla propria esperienza il principio del suo spiritualismo, Cartesio afferma un dualismo spiritualista quando oppone alla realtà metafisica una realtà estesa e non pensante, cioè la materia. Ma poiché per lui l'anima è il principio del pensiero e non quello della vita, il suo spiritualismo si trova congiunto al più radicale meccanismo biologico, così che la sua dottrina, quale spiegazione generale della natura e fatta riserva per le coscienze umane, si trasforma in una concezione materialista, differente, è vero, da quella di Epicuro e di Gassendi, ma responsabile, in buona parte, del trionfo del materialismo nel sec. XVIII. Per i cartesiani, per Spinoza, per Malebranche, lo spirito è l'unificazione interna il cui contrario è la molteplicità; lo spirito e coscienza, ma questa none più un soffio o una fiamma rinchiusa nell'organismo, bensì un principio di conoscenza: adeguato, come principio, all'universo intero e che si rende spontaneamente, per la sola espansione dei legami spirituali, testimonio di tutti i luoghi e contemporaneo di tutte le età. Nello spiritualismo di Leibniz la concezione della vita si oppone talvolta alla concezione puramente monodologica di una parte, e alla rappresentazione del mondo attraverso fenomeni meccanici e geometrici; lo spiritualismo di Fichte vede nel processo cosmico lo sforzo perenne dell' «io» morale per rendere efficace la sua libertà; quello di Hegel dà valore di realtà assoluta al movimento dialettico del pensiero; e spiritualisti, in altro senso, sono pure Schopenhauer, che rivendica il dominio della volontà, e Schelling (v.) che contempla nell'eterno divenire del mondo l'opera di una fantasia inesauribile. Ravaisson, che si riallaccia alla tesi tomista più radicalmente avversa al pensiero meccanicista di Cartesio, la tesi per cui è l'anima che anima il corpo, essa che è il principio della vita organica e insieme quella del pensiero, oppone lo spirito alla spontaneità della natura e al meccanismo del regno inorganico. Per Bergson la vita è, nel suo substrato, della stessa natura dello spirito, e non vi si oppone che accidentalmente quando prende il carattere di uno slancio vitale oppresso dal giuoco dei mecca-nismi; egli si riavvicina così, sotto un certo punto, al Descartes, quando trova l'antitesi essenziale dello spirito nella necessità geometrica e nella spazialità. Oltremodo difficile, quindi, l'applicazione del termine ai vari sistemi, per la diversità di valore che il termine assume in ognuno di essi. Nella storia del pensiero lo spiritualismo si esprime in tutte quelle dottrine che difendono, sia pure in senso lato, la preminenza dello spirito; nella storia politica in tutte quelle dottrine che non indulgendo ad alcuna forma di materialismo, di fatalismo (v. DETERMINISMO) o di meccanismo storico, rivendicano il vero posto dell'individuo, persona libera e responsabile, nello stato; visto, questo, come propulsore di vita spirituale e di valore etici. Lo spiritualismo italiano del Risorgimento comprende per es. tutte quelle dottrine che si presentano quali reazioni al razionalismo illuministico e al sensismo, risveglio della tradizione storica dello spirito italiano che si traduce nell'affermarsi della rinascita civile, morale, religiosa, patriottica del nostro popolo. (A a questa corrente spirituale che appartengono, nell' Ottocento, il Manzoni, il Tommaseo, il Mamiani, il Mazzini, ecc.). Spiritualista per eccellenza è la dottrina del Fascismo, sorta anch'essa quale reazione del secolo contro il positivismo dell'Ottocento, che aveva fiaccato le volontà e sopito le coscienze, e quale reazione del più puro spirito italiano contro le assurde ideologie che esprimevano, nel momento culminante della crisi dei valori etici dopo la guerra del 1915, il trionfo di una concezione materialista della vita. Dottrina, quella fascista, che non intende l'esistenza umana se non come lotta in nome di principi etici superiori e per l'affermazione di motivi eminentemente spirituali: il valore della cultura in tutte le sue forme, religiosa, artistica, scientifica; l'importanza dell'educazione e del lavoro; la preminenza delle « forze morali e responsabili dello spirito ». L'uomo vi è considerato nel suo rapporto con una legge superiore e con una volontà che trascende l' individuo particolare per elevarlo « a membro consapevole di una società spirituale ». Il fatto stesso di concepire la vita come dovere, elevazione, conquista, e la dottrina non come una semplice esercitazione di parole ma un principio che deve assolutamente tradursi nell'azione, è già, nel più elevato grado, un'affermazione spiritualista. Lo stato diviene così l'espressione più alta e potente della personalità, la forza che ne promuove tutte le manifestazioni etiche, « perché esso intende di rifare non soltanto le forme della vita umana bensì il suo contenuto », e perché rinnovando le basi della vita della nazione concreta l'organizzazione politica, giuridica ed economica, la quale « è nel suo sorgere e nel suo sviluppo una manifestazione dello spirito ».

B. Magnino

(estratto dal Dizionario di Politica a cura del P.N.F. - Roma, 1940, Vol. IV, pp. 336 - 337)

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"La mistica appunto precisa questi valori...nella loro attualità politica...e dimostra l'universalità di luogo e di tempo del Fascismo"(Giani)
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EDUCAZIONE

1. EDUCAZIONE E POLITICA. — Il compito dell'educazione è lo sviluppo dell'individuo secondo determinate finalità in modo che egli, giunto in possesso della pienezza della sua personalità, dia alla sua libertà un contenuto di pensiero e di azione rispondente a quei fini. Com'è ovvio, tali fini debbono essere particolarmente atti ad attrarre le forze spirituali dell'uomo e a secondarne lo sviluppo, poiché se, all'opposto, essi non fossero rispondenti alla sua spiritualità e parlassero ai suoi istinti inferiori, non educazione si avrebbe, ma corruzione e danneggiamento della natura umana. Analogamente l'educazione fisica mira allo sviluppo della struttura e delle forze fisiche e pone all'esercizio e allo sforzo mete nel cui raggiungimento si potenzia il sistema muscolare e si rinsalda il corpo nel suo complesso; né si pongono come fine di essa virtuosismi contrari alle naturali attitudini, il cui esercizio porterebbe a deformazioni permanenti. L' ideale, pertanto, che presiede all'educazione è quello di un miglioramento spirituale, un ideale di cultura da realizzare nella persona altrui, e presuppone l'esistenza in chi educa di un mondo culturale in senso vasto che esige di essere in quel modo continuato. L'educazione è, quindi, un aspetto di quella tendenza innata nell'uomo che lo porta a non volere esaurita nei limiti della propria vita fisica la propria vita spirituale, ma a continuare oltre di quella come azione e pensiero (v. individuo). Da quest'esigenza sorge il bisogno per ogni società di assicurare la propria continuazione nelle generazioni che vengono, rendendole partecipi del proprio patrimonio di sentimenti e di idee e mettendole in condizione di rafforzarlo e di arricchirlo. L'intensità di questo bisogno è strettamente collegata con la coscienza più o meno viva che ogni società o ogni generazione ha di rappresentare un momento importante nella storia umana, con riferimento a un determinato ideale di vita. L'educazione viene a esplicarsi appunto in funzione di questo stesso ideale e, quanto più grande è la fede in esso, tanto più viva è l'esigenza educativa in una generazione o in una società. Poiché l'ideale di vita che presiede a una società è fondamentalmente una concezione di rapporti umani, ne deriva che il principio e l'essenza dell'educazione sono di natura propriamente politica. Ogni concezione politica che voglia tradursi in realtà duratura non ha altro mezzo se non quello di fissarsi nell'abito di vita dei membri di una comunità e in particolare delle nuove generazioni, la cui coscienza è più facilmente plasmabile. Per questo ogni dottrina politica ha presente a sé un tipo umano e i suoi maggiori sforzi concentra nella formazione di tale tipo, allo scopo ultimo di conseguire nel tempo la realizzazione della società a cui aspira. In tutti i tempi e in tutte le comunità un'azione educativa sulla massa, e in particolare sulle nuove generazioni, è stata in un modo o in un altro esercitata da coloro che per età, autorità e prestigio fossero a ciò qualificati. E' evidente che quanto maggiore è il grado di civiltà raggiunto da un complesso sociale, tanto più grande è lo sforzò affinché l'eredità di tale patrimonio non vada perduta. In seno alla civiltà, che è il complesso del patrimonio materiale e spirituale di un popolo in tutti i suoi aspetti, il fattore che contribuisce a rendere più o meno forte l'esigenza educativa è la cultura di quel periodo o di quella società, cioè l'attività costruttiva di nuovi valori, suscitatrice di nuove energie, presa di posizione cosciente e chiara di fronte ai problemi storici attuali e volontà di risolverli. Se la cultura (v.) è nell'uomo coscienza attiva della sua storicità, l'educazione è il mezzo per metterne altri in possesso. Ogni società ha un più o meno vasto ed elaborato sistema di concetti, di sentimenti, di aspirazioni, di voleri; l'educazione si propone di immettere in questo mondo, non come elemento passivo, bensì attivo e creatore, chi viene a fare parte di essa e a tal fine lo pone in contatto con la realtà culturale, religione, morale, lingua, arte, rapporti sociali, illuminata da un' interpretazione volitiva. L'ingresso del singolo nella vita culturale con la pienezza dei suoi mezzi spirituali affinché collabori con tutte le sue risorse all' incremento di essa, è il fine ultimo di ogni attività educativa. Cultura e educazione sono due termini correlativi nel senso che l'una è condizione dell'altra. Dove la cultura è arretrata, l'educazione si manifesta in forme inerti e poco coscienti. Ma quando una società è in possesso di una chiara nozione della sua vita e dei suoi fini, l'educazione costituisce l'espressione permanente della sua volontà di essere, e, man mano che si avanza verso la conquista della spiritualità, più urgente e viva diviene l'aspirazione a creare un tipo umano rispondente a un sempre più alto ideale. Questa stessa volontà è alla base dello Stato come noi lo concepiamo, ed è in ciò che esso si rivela pienamente con i suoi attributi di Stato etico. Se il fine dell'educazione ha un carattere schiettamente politico poiché risponde a un piano totalitario di vita, anche i mezzi di cui essa si serve debbono essere adeguati a tale ideale. In conseguenza, anche la tecnica dell'educazione, e cioè la pedagogia, non può sottrarsi ai fondementi politici dell'educazione, in quanto essa pure riflette una valutazione della natura umana e dei mezzi atti ad indirizzarla. Come tecnica, ha indubbiamente uno sviluppo, ma è facile, se si guarda alla storia della teoria e della prassi pedagogica, trovare nelle varie fasi un fondo comune con la teoria e con la prassi politica di ciascuna epoca.

2. L'EDUCAZIONE FASCISTA. — Il tipo umano che l'educazione si pone a modello varia da popolo a popolo e nell'ambito della storia di ognuno da epoca ad epoca. Esso è legato con i motivi fondamentali che muovono la coscienza di quel popolo o di quell'epoca e ne costituiscono lo spirito complessivo. Poiché questi motivi hanno il loro fondamento nella natura umana e il predominio or dell'uno or dell'altro importa il chiarimento e il rafforzamento dell'uno o dell'altro aspetto di essa, si può dire che l'azione educativa rappresenta le condizioni e le modalità dell'avanzata incessante, sebbene contrastata dalle forze che lo traggono al basso, dell'uomo verso la conquista della sua spiritualità. Fondamento essenziale della dottrina educativa fascista è il riconoscimento che l' individuo è tanto in sé, quanto vive fuori e oltre di sé come energia creatrice. Ogni concezione filosofico–politica è ricerca di un assoluto nel relativo, di un universale nell'individuale. Già l'antichità scoprì l'uomo non come unità soggettiva, ma come espressione di una sostanza comune e pose come fine dell'educazione non l'individuo come unità atomistica ma l'umanità come natura: l'humanitas è appunto educazione dell'uomo secondo la sua natura, scoperta e applicazione delle leggi in esso immanenti. I traviamenti dell'età positivista sono dovuti al fatto che la natura umana è considerata solo nelle sue esigenze fisiche e se ne ignora il contenuto. Considerato l'uomo nel suo individualismo fisico, esso non appare più nemmeno educabile, per il fatto stesso che si nega il permanere oltre la caducità di ciascuno di un patrimonio da trasmettere o da integrare. La rivendicazione di un'autonomia individuale, senza che un intimo legame connettivo faccia di tutti un complesso partecipe di una medesima vita spirituale da un lato e, dall'altro, l'attribuzione allo Stato di tutto ciò che è socialità e continuità per affermare contro di esso ciò che è individualità e caducità, portano inevitabilmente alla negazione della funzione educativa, non soltanto in quanto esercitata dallo Stato, ma nella sua stessa necessità. Il Fascismo è ritornato all'uomo reale, all'uomo come essere spirituale, quindi non individuo singolo e transeunte, ma forza partecipe di una solidarietà duratura. Dal riconoscimento poi che la natura spirituale dell'uomo si svela nella continuità dell'opera umana, in quel tanto che dell' individuo vive in istituzioni e realtà che oltrepassano la vita del singolo per costituire un'aggiunta perennemente rinnovata allo sviluppo delle società umane, discende che l'educazione fascista si muove trai due poli della natura e della storia; da un lato considera, cioè, l' individuo come energia spirituale che ha in sé le leggi del suo crearsi, ma, dall'altro, feconda ed incanala tale creazione verso quella solidarietà che trova espressione concreta nella nazione, nello Stato non meno che nell'umanità considerata non come valore astratto, ma realtà concreta, complesso di stirpi e nazioni, al tempo stesso identiche e diverse.
In ciò consiste l'originalità della dottrina fascista dell'educazione nei confronti dell'educazione liberale, ferma almeno teoricamente ad una natura dell'uomo che, per esaurirsi nell'individuo, non è nemmeno spirituale. Punti chiari di contatto ha essa invece con le concezioni educative degli antichi, con la paideia greca e soprattutto con l'humanitas romana; più con questa che nella sua prassi fa intervenire più esplicitamente il momento storico della socialità, della famiglia, della civitas, della respublica. Ma di fronte alla stessa posizione educativa degli antichi l'educazione fascista si pone più esplicita e cosciente, la natura dell'uomo essa riconosce non in un ideale prevalentemente estetico com'è in Grecia, non in un ideale prevalentemente civico com'è a Roma, ma in tutte le forme per le quali l'uomo si traduce come creazione nella continuità inesauribile della storia, cioè nell'azione. Date queste premesse, l'educazione fascista non parte da un individuo astratto, cioè da un individuo identico in tutti i tempi e in tutti i luoghi, ma da un uomo determinato, dall'italiano di oggi con le sue caratteristiche, le sue virtù ed i suoi difetti, come si è venuto rivelando e formando attraverso la sua storia bimillenaria. All'italiano di oggi lo Stato fascista si rivolge per dargli non un modo comunque di essere, come faceva lo stato liberale, ma un modo di agire.

3. L'EDUCAZIONE COME PROPEDEUTICA ALL'AZIONE. – All’educazione si possono riconoscere due fini: primo, sviluppo e potenziamento delle facoltà naturali, organizzazione, della vita fantastica, sviluppo delle forze logiche; secondo, indirizzare tali forze verso ideali che rispondano ad una precisa concezione dei valori della vita. Si possono quindi distinguere due aspetti concomitanti dell'attività educativa: l'uno propriamente intellettuale, l'altro morale. Ma nella realtà i due aspetti sono strettamente collegati. L'educazione a fondamento liberale pretende di preoccuparsi soltanto del primo fine; cioè di sviluppare tutte le facoltà native in modo da creare personalità il più possibile ricche e complete, capaci di agire proficuamente per la propria affermazione. Il fine morale non ha nella teoria rilievo alcuno, in quanto esso si limita all'esigenza che la libera manifestazione della personalità dell'uno non danneggi lo sviluppo della personalità altrui. Ma questo fatto di voler mettere in secondo piano i valori morali, che è caratteristica del liberalismo individualista, costituisce in fondo una posizione etica, seppur volutamente negativa. Il sec. XIX nelle sue correnti di pensiero profondamente materialiste ha creato un ideale umano in cui l'interesse economico è l'elemento prevalente. La febbre dell'affermazione economica che, accompagnando e fomentando la formazione dell'economia capitalista invase la società borghese d'Europa e si propagò per circostanze eccezionalmente favorevoli anche in America, ha fatto convergere tutti gli sforzi dell'educazione alla preparazione per la famosa « lotta per la vita», formula trista che costituisce il canone fondamentale della società ottocentesca e delle società arretrate del Novecento. Nel mondo anglosassone in particolare, questa prepotente tendenza all'affermazione individuale nel campo economico ha trovato nel calvinismo una giustificazione morale; ma tuttavia ha avuto dalla forte tradizione umanistica della cultura inglese una mitigazione formale. In Francia l'utilitarismo, inseritosi in una tradizione di cultura intimamente razionalista, ma permeata anche dagli ultimi residui di un ideale cavalleresco e cortigiano, ha dato origine a un tipo di società borghese largamente tollerante, e dotata quindi di capacità assimilatrici da un lato, espansive dall'altro, sino a che la sua insufficienza a rispondere alle esigenze politiche ed etiche delle vaste masse lavoratrici non l'ha avviata ad una fatale decadenza. Altrove, particolarmente in Germania, la tendenza positivista è stata profondamente ravvivata ed elevata da un'alta idealità scientifica, ma, all'infuori di ciò dal vasto rifluire e fermentare di una vita spirituale eccezionalmente ricca non si può dire che emerga un tipo umano alla cui realizzazione tenda con sforzo unanime la volontà educativa del popolo tedesco. L' Italia nel secolo XIX compie la sua unità nazionale e per quanto erede di una tradizione culturale comune, fissata già da molti secoli nella comunione della lingua, risente troppo del lungo periodo di frazionamento e di umiliazione politica per avere chiaro dinanzi a sé un ideale ben definito di umanità. Negli stessi uomini che fecero il Risorgimento si nota una tale varietà di tendenze e di posizioni ideali e morali che l' identico fine della liberazione della Patria riesce appena a temperare. Per trovare un fondamento comune, a parte il patrimonio morale ancora improntato al cattolicesimo, bisognerebbe forse arrivare a quella impostazione generale del pensiero che pone di fronte a sé in netto dualismo la realtà obiettiva; ma questa impostazione rappresenta un tipo generale di atteggiamento dell'uomo di fronte alla realtà, di così larga base che per sé sola è insufficiente a caratterizzare un popolo e tanto meno il tipo umano che esso vuole coscientemente impersonare. Se si guarda alla storia italiana, come motivo che ne accompagna il millenario sviluppo si può considerare il forte individualismo volitivo e creatore che in maniera più o meno accentuata dà impronta alle varie epoche. La sua esigenza si manifesta in maniera esplicita in quell'ideale di « gloria » che è tanta parte dell'uomo del Rinascimento; ideale non ben definito, ma che in ultima analisi determina quasi una mistica dell'azione creatrice particolarmente nei campi dell'arte e della politica. La « gloria » è per l'uomo del Rinascimento, e continua ad esserlo per tutta la tradizione culturale italiana, premio e suggello, della affermazione individuale. Vario nelle varie epoche, il bisogno di affermare sé stessi in una realtà duratura costituisce quel tanto di creativo da un lato, di avventuroso dall'altro che è nella storia italiana: un incoercibile impulso creativo che trova la sua manifestazione nell'arte, nell'azione politica, anche quando diventa faziosità, nei viaggi e nelle esplorazioni di terre ignote, nei commerci, nel fasto e nella ricchezza delle grandi casate. L' ideale educativo, che con la Rivoluzione fascista assume netta determinazione e consistenza, parte dal dato positivo di questa tendenza all'azione che è caratteristica dell' italiano come individuo e da esso ricava la materia per la creazione del tipo ideale che vuole raggiungere. La Grande Guerra ebbe come espressione tipica di questa tendenza l’arditismo, fenomeno specificatamente italiano per il quale veniva a concretizzarsi nell'onore del gagliardetto e persino nel nome del comandante del reparto la propria volontà di dedizione a una continuità ideale. « Meglio vivere un giorno da leone che cento anni da pecora» fu la frase in cui il fante espresse lapidariamente tale stato d'animo. L'impresa fiumana, la riscossa delle Camicie nere, la guerra per l' Impero, la guerra di Spagna, esprimono in pieno un'ansia, che è di individui, ma che diventa ansia di popolo, di dare alla propria personalità la sostanza di un azione costruttiva. Nell'azione lo spirito italiano ritrova i segni di un'eternità che vendica la caducità della persona fisica. In essa c'è la proiezione della volontà individuale che ha bisogno di trovare un'assolutezza e difatti essa la trova pur che tenda a quei valori duraturi che sviluppano e realizzano l'uomo nella concretezza della storia. L'ansia di permanere in valori duraturi costituisce il fondo profondamente umano da cui è scaturita la rivoluzione fascista e su cui la rivoluzione, divenendo sempre più conscia dei suoi ideali, opera incessantemente. Dalla dottrina del Fascismo discende la necessità che ogni tendenza individualistica all'azione, non sia soltanto il soddisfacimento di una esigenza individuale, ma rappresenti invece un momento veramente creativo . E poiché l'uomo non si esaurisce in sé stesso come individuo, ma è tanto in sé per quanto opera e crea, è evidente che nella dottrina fascista l'azione che viene considerata veramente come tale, non è l'azione per l'azione, e non è nemmeno l'azione che miri al puro soddisfacimento di un'esigenza capricciosa o edonistica, ma è l'azione che si aggiunge come apporto costruttivo a quelle forme continue di essere, in cui si traduce il complesso delle vite individuali. L'educazione fascista è precisamente diretta a creare nelle nuove generazioni la coscienza di questa solidarietà ideale, nell'ambito della quale soltanto l'azione può chiamarsi azione e nel cui seno trova piena e completa giustificazione l'affermazione delle forze individuali. La Prassi educativa è diretta precisamente a questo fine, eliminando dalla vita sociale quelle forme individualistiche che furono care alla società liberale, e riducendo alle loro giuste proporzioni quelle solidarietà che, come le economiche, tendono a venire in contrasto con le più alte solidarietà , della nazione e dello Stato. In concreto, l'educazione fascista insegna alle giovani generazioni che l'uomo è nella sua opera e questa vale solo in quanto si aggiunge come costruzione al patrimonio sempre crescente dei beni, materiali e spirituali della nazione. Illuminata e guidata da questa volontà profondamente etica, l'educazione fascista si trova ad operare su un terreno particolarmente favorevole, costituito appunto da quella tendenza all'azione, caratteristica del popolo italiano, che abbiamo sopra illustrato, e la conforma alle esigenze del suo ideale umano eliminando quel tanto di personalismo e di eccesso di individuale orgoglio che è ad essa inerente. Tale fine viene conseguito subordinando tutta l'opera educativa a quelle esigenze largamente politiche ed essenzialmente morali che costituiscono l' impulso e il contenuto dello Stato fascista.. L'educazione fascista è l'opposto della liberale che si interessa il meno possibile dei valori etici e tutto ciò che è 'etico, ciò che tocchi la religione, morale, la vita sociale, non entra nelle aule e, quando vi entra, è sentito superfluo. Tutto ciò è frutto di quel presuntuoso razionalismo internazionale, da cui dovevano uscire i sapientoni della massoneria e della democrazia. La scuola fascista è soprattutto scuola del carattere: « Intendo che la scuola, tutta la scuola, sia soprattutto educativa, formativa e morale. Non è necessario imbibire i cervelli con l'erudizione passata e presente. L'erudizione non può essere che una speciale ginnastica svedese necessaria per educare il cervello e tanto più sarà utile quanto più presto sarà dimenticata nei suoi dettagli inutili e superflui. È necessario invece che la scuola educhi il carattere degli italiani. E allora, o colleghi, ecco che il vostro compito diventa di un'importanza enorme. Voi non siete soltanto coloro che spezzano il pane della piccola scienza o della grande scienza; ma siete anche degli apostoli, siete anche dei sacerdoti, siete degli uomini che hanno delle responsabilità tremende e ineffabili: di lavorare sul cervello, sulla coscienza, sugli animi » (B. MUSSOLINI, Scritti e discorsi, V. p. 220).

4. LO STATO EDUCATORE. - Nell'età nostra la volontà di essere di ogni nazione prende corpo nello Stato che ne costituisce l'organizzazione giuridica. E poiché questo Stato ha una volontà, determinata dalla concezione politica e umana che è alla sua base ed è perciò Stato etico, ad esso incombe il compito precipuo e esclusivo dell'educazione. Esso non respinge naturalmente la cooperazione degli ambienti in cui si svolge la vita dell'individuo; anzi l'educazione non può aversi se non attraverso tali ambienti; ma è appunto necessario che essi si armonizzino pienamente nella loro funzione educativa con le linee fondamentali dell'indirizzo segnato dalla volontà etica dello Stato. Allo Stato va riconosciuto pieno il diritto di intervenire per eliminare eventuali tendenze discordanti, ma, salvo questo, esso lascia quella libertà che è necessaria perché nella diversità dei metodi seguiti ogni temperamento o votazione individuale possa conseguire la sua piena soddisfazione. Lo Stato, difatti, non vuole creare masse in cui ad una impossibile uniformità di livello sia sacrificato il libero e pieno sviluppo delle singole personalità, ma vuole che l'inevitabile varietà delle capacità e attitudini dei singoli prenda sostanza e fisionomia da un fondo comune. Questa intima e profonda comunione è costituita dalla coscienza che ognuno ha, e deve avere, della propria storicità, cioè, in altre parole, dalla propria partecipazione ad una nazione che ha caratteri e compiti suoi nello sviluppo complessivo dell'umanità. Lo Stato è, pertanto, l'educatore per eccellenza, perché esso solo, come espressione della nazione in atto di volere, è in grado di rispondere all'esigenza, più o meno vigorosa, di continuità che in questa si esprime. Lo Stato moderno si è trovato, in molte nazioni, a dovere affermare questo suo diritto, di fronte alla Chiesa, che per secolare tradizione aveva avuto il compito dell'educazione dei giovani; e ciò è stato motivo precipuo dei conflitti che si sono determinati in vari paesi fra la Chiesa e lo Stato. È chiaro che dove lo Stato riconosce, come riconosce in Italia, un valore assolutamente insostituibile al sentimento religioso, e riconosce nella Chiesa l'organizzazione suprema, come si è venuta determinando storicamente, di tale sentimento, il conflitto ha carattere fittizio; ed è immediatamente risolto, non appena siano presenti i compiti precisi che la Chiesa e lo Stato si assumono nella vita dell'uomo. Se difatti lo Stato riconosce il valore del sentimento religioso e ritrova alcuni tratti essenziali della storicità della nazione nella dottrina di cui la Chiesa è custode e nelle sue istituzioni, non può avere motivo alcuno di opposizione alle misure, anche educative, che la Chiesa esige per assicurare la sua secolare continuità; e, d'altra parte, garantita tale continuità, non vi può essere da parte della Chiesa opposizione alcuna a che lo Stato rivendichi a sé pienamente il diritto e il dovere dell'educazione totalitaria delle nuove generazioni. È errato affermare che il contrasto sia inevitabile per il carattere universale della Chiesa, mentre lo Stato è schiettamente nazionale. In realtà la Chiesa è universale nella sua dottrina divina, ma nelle sue istituzioni riflette un mondo ben determinato. D'altra parte, lo Stato, pur tendendo a rafforzare i tratti della fisionomia nazionale, ha nel suo contenuto fondamentale una concezione di vita ed è perciò dominato da un'aspirazione di universalità che lo spinge a irradiarsi come forza viva, umana e terrestre, oltre i confini del proprio territorio. Forza umana e terrestre: in ciò consiste precisamente la vera delimitazione dei compiti dello stato nei confronti della religione. Si tratta di due piani diversi: in uno si esprime il rapporto che l'anima umana ha coni valori trascendenti, quasi la sua aspirazione ad essere un momento dell'universo, nell'altro, cioè nello Stato, si pone invece il rapporto dell'uomo con l'uomo, dei popoli con i popoli, del passato con il presente e il futuro, ma sempre sul piano terreno. L'uomo reale, e non l'individuo astratto del liberalismo e del comunismo, risulta dal complesso di solidarietà e di rapporti che prendono corpo in lui e che dalla sua libera attività creatrice hanno impulso e carattere. Tali solidarietà si manifestano nella formazione di particolari ambienti che hanno una fisionomia a sé, la famiglia, il villaggio, il quartiere cittadino, la categoria di lavoro e persino un'attività o un interesse comune come possono essere quelli dei vari sport, l'organizzazione politica o sindacale, l'esercito. Ognuno di questi ambienti è impegnato in una particolare visione di uomini e cose ed, esigendo che chiunque vi abbia parte la rispetti e vi si adegui, esercita una più o meno esplicita azione formativa. Lo Stato che ha nella scuola il suo più diretto ed immediato organo di educazione, non può ignorare il peso che altri ambienti hanno nella vita particolarmente dei giovani e, poiché l'azione della scuola sarebbe pressoché nulla, se non fosse preceduta, accompagnata ed integrata da tutti gli ambienti attraverso cui essa si svolge, lo Stato è impegnato in una sorveglianza costante e volitiva che investe tutti gli aspetti della vitae tutti gli ambienti della società. Ogni ambiente ha suoi particolari mezzi e sue particolari finalità educative. Nella famiglia, il legame affettivo e la costante convivenza fa sì che l'esempio degli adulti eserciti un'influenza cospicua sull'animo infantile e giovanile; nell'esercito l'educazione alla disciplina e al sacrificio raggiunge forme chiare e categoriche; negli ambienti del lavoro, dove la necessità dello sforzo e della fatica può determinare uno stato d' incomprensione e d' isolamento, urge più che altrove la necessità del richiamo degli animi a motivi che sollevino lo spirito e diano a ciascuno il senso della dignità e del valore della propria fatica; nelle organizzazioni politiche lo Stato esige che il legame fra gli appartenenti ad essi non sia fondato su un sentimento negativo contrario alla sua volontà operante, ma sia invece espressione di tale volontà e strumento di essa. Oltre la scuola, lo Stato moderno ha mezzi assai potenti per arrivare in tutti gli ambienti ed esercitare in essi una diretta azione educativa. La stampa, la radio, il teatro, il cinema, le organizzazioni escursionistiche e sportive, e tutto il complesso delle organizzazioni parascolastiche fanno sì che gli intendimenti etici dello Stato possano essere portati facilmente e costantemente sul piano delle coscienze individuali. E' evidente tuttavia che dove, come avviene negli stati demoliberali, lo Stato manchi di una precisa volontà e manchi di una visione chiara del tipo umano da creare e perfezionare, la sua azione è incerta ed imbarazzata e le masse diventano preda dell'azione disgregatrice ed antieducativa dei nuclei più spregiudicati, i quali fondano il successo delle loro dottrine sull'annientamento della coscienza sociale in zone sempre più vaste della collettività. Lo Stato è educatore in tutta la sua azione. Educa quando premia ed addita all'ammirazione della nazione coloro i quali operano proficuamente e si sacrificano per gli ideali comuni; quando celebra le glorie del passato e ne fa un modello per l'azione che crea l'avvenire; quando punisce chi si renda colpevole contro la legge della continuità e della solidarietà nazionale; quando tende con tutti suoi sforzi a quell' ideale di giustizia sociale che è nella coscienza di tutti gli uomini; quando agisce sia nel rapporto con i cittadini sia nel rapporto con le altre nazioni in perfetta chiarezza e lealtà. Poiché, in conclusione, lo Stato è la forza volitiva e cosciente dei suoi fini che impronta tutta la vita nazionale, la sua azione è perennemente educativa, anche quando non si eserciti attraverso a quei particolari organi che espressamente sono delegati alla formazione culturale e morale delle giovani generazioni.

A. Pagliaro

( estratto da Dizionario di Politica, a cura del P.N.F. , Roma 1940, Vol. 2, pp. 25 – 28 )

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GERARCHIA. - Assunta in origine a significare l'ordinamento ecclesiastico secondo il grado di autorità di cui ciascuna persona era investita, la parola gerarchia oggi serve ad indicare ogni forma di ordinamento in cui esista scala di autorità e di corrispondente subordinazione. Essa è in particolare usata a indicare quegli ordinamenti in cui esista una netta e rigorosa delimitazione di funzioni la quale importi autorità di comando per coloro che sono investiti di grado superiore e subordinazione degli investiti di funzioni di grado inferiore. Pertanto si parla comunemente; di gerarchia soprattutto a proposito dell'ordinamento della Chiesa, dell'esercito, dell'amministrazione statale. Nuovo e più vasto valore ha assunto la nozione di gerarchia nella dottrina e nella prassi del Fascismo. La concezione dell'uomo e della storia, che è alla base della dottrina del Fascismo, riconosce nell' individuo la sorgente inesauribile dell'azione. La storia è di origine schiettamente individuale, poiché anche gli avvenimenti più grandiosi di essa si scompongono all'analisi in una serie di innumerevoli atti individuali; né potrebbe essere altrimenti, poiché, anche se, come oggi avviene, i fattori operanti della storia sono unità nazionali di più o meno grande vastità, esse pure non esistono se non negli individui che le compongono. Ma l'azione individuale diventa azione costruttiva soltanto quando s'ingrani nel sistema delle altre forze individuali che partecipano alla stessa storicità; è necessario pertanto che all'azione di tutte tali forze siano posti funzioni e fini nettamente definiti. La fede nell'azione individuale conduce alla gerarchia, come la concezione meccanica nello sviluppo storico conduce all'azione di massa e al principio ugualitario. La natura umana rifiuta di piegarsi a concezioni di uguaglianza che la violentano. La dinamica della storia a si esprime soprattutto nel fatto che in alcuni uomini la potenza spirituale si afferma in maniera più vigorosa e in altri meno, in alcuni più forte è il sentimento morale che è impulso a manifestarsi in opera di potenza e di bene e in altri dominano interessi egoisti più o meno ristretti, in alcuni più vivo e potente è il richiamo dell'azione creatrice e in altri meno. Partecipi di una stessa storicità, gli Individui di una nazione vivono tale storicità più o meno intensamente, più intensamente coloro che per dote naturale e disciplina interna sono capaci di uscire dal limite angusto della propria vita particolare e rispondono con la propria opera a esigenze di più vasta affermazione umana, meno intensamente quelli che per insufficienza di doti spirituali o per inadeguata educazione tendono ad esaurirsi nell'ambito di un limitato orizzonte. Materia e condizione di ogni ordine storico, la natura umana, varia per capacità e potenza, si sviluppa e si adegua inesauribile all'incessante rinnovarsi delle gerarchie nella vita delle collettività. Per poco che un atto umano esca dal ristretto ambito del bisogno o dell'interesse individuale, si rende necessario che esso si sistemi in una più o meno complessa organizzazione ove l' intervento delle singole forze avvenga secondo il tempo e le necessità. L'errore fondamentale dello stato liberale è quello di ritenere che la libera manifestazione dell'attività individuale sia sempre e in ogni caso da ritenere giustificata come azione costruttiva. Pertanto lo stato liberale non accentua il valore della gerarchia nelle manifestazioni della vita sociale e nazionale, e condanna se stesso ad una situazione di perenne debolezza, che facilmente decade in dissolvimento. Lo stato fascista, il quale per la concezione volitiva che è alla sua base, è in grado di distinguere nettamente il valore dell'azione individuale ai fini della potenza e del bene cui esso tende, riconosce in tutto il suo valore il principio gerarchico, sia in tutte le manifestazioni della vita nazionale, sia nell'ordinamento suo proprio. Nell'organizzazione politica, la gerarchia si determina naturalmente in base al grado di volontà politica aderente ai fini che la coscienza fascista si pone. L'investitura di autorità che ne deriva non è se non il riconoscimento della funzione per la quale ciascuna volontà si rivela adeguata. Nel campo della produzione, la gerarchia si determina in funzione dell'apporto che ciascuno dà ad essa ed il riconoscimento di tale apporto è la condizione essenziale dell'autorità di cui ciascun produttore è investito dallo stato corporativo. In tutta la vita della nazione, il principio gerarchico si manifesta organico e possente nella rafforzata autorità dello stato, che, conscio dei suoi fini, assegna a ciascuno il posto che gli compete, attribuendogli la necessaria autorità e richiedendone in misura corrispondente tributo di responsabilità e di disciplina. La gerarchia si muove infatti fra i poli dell'autorità e della disciplina. La responsabilità, congiunta in misura proporzionale con l'autorità in ogni grado della gerarchia, è condizione indispensabile della vitalità di questa e della sua capacità costruttiva. Il senso di essa, come senso in ciascuno del proprio dovere e della propria missione, è presente solo in quegli ordinamenti sociali che sono animati e mossi da una decisa e sicura volontà morale.

« La decadenza delle gerarchie significa la decadenza degli stati. Quando la gerarchia militare, dal sommo all' infimo grado, ha perduto le sue virtù, è la disfatta. Quando la gerarchia dei tributi rapina e divora l'erario senza scrupoli, lo stato barcolla. Quando la gerarchia dei politici vive giorno per giorno e non ha più la forza morale di perseguire scopi lontani, né di piegare le masse al raggiungimento di questi scopi, lo stato viene a trovarsi di fronte a questo dilemma: o si dissolve dietro l'urto di un altro stato o attraverso la rivoluzione sostituisce o rinsangua le gerarchie cadenti o insufficienti. La storia degli stati, dal tramonto dell' Impero romano al crollo della dinastia Capetingià, al declinare malinconico della Repubblica veneta, è tutta un nascere, crescere, morire di gerarchie"
(MUSSOLINI, Scritti e discorsi, II, p. 292 e segg.).

Come fra gli individui così fra gli stati si determina ineluttabilmente una gerarchia in base al complesso delle forze materiali e spirituali che ciascuno costituisce. Tale complesso è ciò che forma il vario prestigio delle nazioni nel¬l'ambito dei rapporti internazionali, come riconoscimento da parte delle altre del contributo da ciascuna apportato al patrimonio comune della civiltà. A tale riconoscimento aspira, com'è ovvio, lo stato che esprime la volontà di essere della nazione e pertanto esso entra con tutto il suo peso nel giuoco delle forze internazionali, per assumere quel posto e quell'autorità che gli competono in corrispondenza al complesso di forze che rappresenta e per la volontà che lo anima. All'autorità fa riscontro un corrispondente senso di responsabilità rispetto ai fini generali di giustizia e di progresso cui tendono le società organizzate.

(estratto da Dizionario di Politica a cura del P.N.F. , Roma, 1940, Vol. II, p. 252)

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L'IDEA DI RAZZA NEL FASCISMO

Il programma del regime fascista veniva tracciato a sua volta dalle deliberazioni del Gran Consiglio del Fascismo in data del 6 ottobre 1938-XVI. Queste hanno considerato: a) l'argomento della « razza », nel senso lato della parola, cioè dei gruppi umani primari, in rapporto cogli ebrei e cogli indigeni dell'Africa Orientale, con l'intendimento di far luogo per primi a uno speciale statuto personale così da separarli dalla comunità nazionale italiana e di assicurare di fronte ai secondi la difesa del prestigio di razza; b) l'argomento dei rapporti fra le « nazionalità affini », nel quadro di una medesima razza, che, in fatto di matrimonio, viene regolato in linea di polizia per l'esigenza di una preventiva autorizzazione del Ministero dell'interno. Divieto categorico di coniugio è fatto solo ai pubblici impiegati colla sanzione dell'eventuale decadenza dall'impiego. Veniamo così all'esame degli elementi dottrinari dell'idea politica della razza nelle rivoluzioni nazionali e popolari, avvertendo che tale idea si impone ad esse per una duplice esigenza del loro spirito e non per la sola ragione di una difesa contro l'elemento ebraico. La prima è l'esigenza critica, quanto alla revisione delle posizioni proprie al cosiddetto « pensiero moderno » nei problemi costituzionali ed internazionali. Si tratta di confutare le tesi ugualitarie del liberalismo e di impugnare il diritto umanitario della democrazia. E per vero il pensiero delle rivoluzioni nazionali e popolari concepisce la natura umana soltanto nella concretezza delle diverse comunità nazionali che si formano nella storia e alle quali spetta una personalità, qualificata da un determinato spirito. Questo sarebbe l'aspetto interno di tutto ciò che si manifesta nella gesta di quel gruppo (Volkstum): «nazione », « popolo », che è l'incontro di tutti gli elementi della terra, del sangue e della storia. La seconda esigenza è di ordine costruttivo. Infatti occorre svolgere il motivo della comunità nazionale in tutti i suoi attributi per riorganizzare in base al relativo concetto tutte le scienze morali e il'sistema positivo del diritto e per consolidare la coscienza etica della comunità medesima. All'effetto si pone la necessità di rivendicare il valore totalitario del concetto di « comunità nazionale », in cui si incorpora il dato della razza, senza pregiudicarne però il valore storico e spirituale. Anche a proposito del razzismo fascista i soliti detrattori hanno insinuato che, esso si ridurrebbe ad una « imitazione ». Senonché il programma razziale era imposto al Fascismo dal presupposto stesso della « comunità nazionale » che esso condivide col Nazionalsocialismo, anche nei confronti degli elementi ebraici perché refrattari al vincolo della « città » concepita quale persona morale. Rispetto all'esigenza costruttiva conviene soffermarci su un argomento assai delicato che è anche comune al Nazionalsocialismo e al Fascismo. Si tratta del rapporto tra il concetto di razza e quello di « popolo », e quindi del significato dell' idea di « nazione », o « comunità nazionale » che dir si voglia. Sull'argomento il II convegno dei giuristi italo-tedeschi, su relazione Ruttke-Costamagna (Razza e diritto, nella rivista Lo stato, III, 1939) ha fissato, tra l'altro, che l'elaborazione del concetto di « razza » deve essere condotta in funzione del concetto di «popolo». Ha asserito che il popolo è il consapevole complesso dalle famiglie legate da vincoli di sangue delle quali i singoli componenti rappresentano mescolanza di razze affini, mentre la loro totalità si è creata una propria civiltà e una propria lingua. Inoltre ha avvertito che il concetto di razza può essere adoperato soltanto nel senso sistematico, cioè come concetto di classificazione antropologica (ad esempio: razza nordica, divarica, occidentale, orientale, baltica, ecc.), e non già nel senso di razza vitale, col significato di un bene ereditario che si trasmette di generazione in generazione. Non si deve perciò parlare di una « razza tedesca » o di una « razza italiana », ma di un « popolo tedesco» e di un «popolo italiano ». Diciamo dunque che il problema della razza non è, e non può essere, stabilito su elementi di ordine puramente fisiologico o sociologico e che il problema capitale è quello del « popolo », che si realizza nello stato come «nazione ». Il quale è un problema dello spirito, cui si accede soltanto attraverso una interpretazione sintetico-etologica della realtà. Scrive Sombart (Deutscher Sozialismus,1937): « I gruppi umani chiamati razze sono determinati da indici puramente somatici. Ora il processo della civiltà essendo di natura essenzialmente spirituale queste classificazioni non hanno per noi interesse se non dimostrano una corrispondenza trai caratteri fisici e i caratteri psichici. Ma che pensare di tale corrispondenza? Non potremmo rispondere alla domanda senza renderci conto che siffatta corrispondenza rimane in via di principio, e quindi per sempre, chiusa alla nostra mente; perché si tratta di due domini diversi, quello della materia e quello dello spirito, e il rapporto reciproco di tali due serie di caratteri rimane per sempre un mistero » . La impossibilità addotta dallo scrittore tedesco non esiste per il metodo adottato dalla dottrina totalitaria del Fascismo. Come già si è rilevato, i miti della razza posseggono una virtù creativa. Valore sintetico hanno i tre principi che si possono dedurre dalla biosociologia. Il principio della «eredità», considerato rispetto ai gruppi umani, giunge alla sua manifestazione superiore nel fenomeno della «tradizione», per cui le esperienze del passato si trasmettono alle generazioni avvenire che continuano l'impresa del popolo nella storia. Il principio dell' «eterogeneità» convalida il senso dell'orgoglio nazionale. Esso ha il suo indispensabile presidio nella «sanità» di ciascun popolo e può essere coltivato magari mediante la scelta di un tipo razziale convenzionale quale modello etico ed estetico per l'eugenica nazionale. E veramente il principio della «selezione sociale» giustifica la politica quantitativa e la politica qualitativa della popolazione che il potere politico persegue nello stato totalitario per realizzare i valori nazionali, i quali sono così di ordine intellettuale e morale come di ordine fisiologico e fisico. Tanto il «numero» quanto la «sanità» sono attributi di quel «bene comune» che la nostra dottrina identifica nello stato e si spiritualizzano per il loro riferimento all'entità trascendente della comunità nazionale. Ma la difficoltà più grave per la riorganizzazione della civiltà europea è quella di combattere e di reprimere in modo definitivo lo «spirito ebraico». Il quale, come rileva lo stesso Sombart, «non è affatto legato alla persona dell'ebreo» ed anzi potrebbe sussistere anche dopo la scomparsa dell'ultimo rampollo di questa razza. A rigore, l'epoca delle nazionalità nella storia dell'Europa è già chiusa. Oggi siamo nel vivo dell'epoca imperiale. In definitiva la pregiudiziale nazionalista e ancora di più la pregiudiziale razzista, quando siano esagerate fino all'intransigenza, possono risultare in un certo momento pregiudizievoli allo sviluppo dell'idea del popolo in quella sintesi suprema che reclama l'idea civile dell'impero. Il pensiero politico deve oggi elaborare i dati per una degna «dottrina dell'impero». Occorre tra l'altro distinguere il rapporto coloniale dal rapporto internazionale ed essere molto cauti nel dichiarate incompatibilità formali coi popoli di diversa nazionalità. Nella pratica si delinea già, sia pur in modo confuso, il processo di formazione degli «aggregati imperiali» quali nuovissime forme di convivenza tra popoli affini. In realtà il problema che sovrasta al dramma dello spirito e che prorompe nella gara imperiale dei popoli non è quello di una meccanica dominazione di un popolo sugli altri, imposta attraverso «guerre zoologiche »; bensì è quello delle «grandi civiltà», in corrispondenza ai fenomeni delle grandi razze, delle grandi famiglie linguistiche e delle religioni mondiali. Siffatti elementi sfuggono al criterio logico-sperimentale dei dottrinari e alla passionalità dei lottatori politici, ma non perciò cessano dal procedere sempre più avanti dallo sfondo sulla scena della vita. Appunto al problema delle grandi civiltà si innalza il movimento di una rivoluzione nazionale e popolare, che sia sostenuta da una concezione totalitaria, in via di « protesta » contro l'egoismo egemonico delle potenze occidentali. MUSSOLINI aveva presentato il Fascismo sin dal suo primo discorso nel parlamento come « lo spirito che ritorna ». Nella dottrina del Fascismo culmina la visione dell'«impero quale idea», vale a dire quale problema della esistenza e dell'essenza di una civiltà europea. Tale è del resto la tradizione e quindi l'eredità del nostro popolo, il quale non ha mai perduto per questo la sua identità nazionale. Nel 1848 Lamartine dichiarava: «Sebbene questo popolo sia stato devastato ed asservito è accaduto che l'Italia sia sempre rimasta italiana. Se essa non è più la regina delle nazioni continua ad essere la regina delle stirpi e i suoi abitanti mantengono sulla fronte il sigillo del loro diritto e la triste maestà della loro primogenitura». Da allora l'Italia ha riafferrato le redini del suo destino e oggi col Fascismo si è consacrata a quella causa complessa e tremenda dell'impero, che ha costituito sempre la sua missione, nei termini di una missione di civiltà europea. E' nel profondo riconoscimento del suo passato e nella piena coscienza del suo presente e del suo avvenire che l'Italia fascista afferma la sua concezione etica e politica dello stato-popolo «nazione ». Essa da questa muove verso gli obiettivi della «etnarchia imperiale» in nome di un principio di giustizia fra le nazioni affini chiamate all'opera di una impresa comune.

(estratto dal Dizionario di Politica a cura del P.N.F. , 1940, Vol. IV, voce "razza", pp. 26-27)



L'IDEA DELL'IMPERO NELLA DOTTRINA FASCISTA

Dalla concezione fascista della storia come dinamismo in cui opera la disuguaglianza di capacità e potenza fra i popoli al pari che fra gli individui, deriva l'importanza che nella dottrina fascista ha l'idea dell'impero come idea-forza capace di dare tono e valore alle forze e alle aspirazioni politiche ed umane dell' Italia di oggi. Il richiamo a Roma dà carattere e fisionomia propria all'idea imperiale come rinasce nella coscienza italiana. Mentre gli antichi imperi di Oriente conseguivano carattere di assolutezza e di universalità da un'investitura trascendente, l'impero romano riuscì a conseguire tale carattere, a parte alcuni riflessi assolutamente accessori di origine orientale che investono la figura dell' imperatore, attraverso la sua stessa realtà, tanto da sembrare il solo e vero impero possibile. Difatti esso, con l'estensione al mondo allora conosciuto dei beni civili che nell' Urbe avevano avuto sorgente ed elaborazione, gettò le basi di quella coscienza civile di cui tutto il mondo, attraverso oscillazioni e difficoltà senza numero, ha alla fine beneficiato. Senza il fondamento di questa coscienza non si ha, per il mondo moderno, possibilità di intendere o pensare società civile. L'universalità di Roma, quella fede assoluta nella sua unicità che aveva fatto dire a S. Agostino «quando cadet Roma cadet et mundus», ha avuto, dall'oscurità dei tempi che ne seguirono il crollo, piena conferma; difatti, nonostante la Chiesa abbia in gran parte ereditato l'ordine romano, secoli e secoli sono trascorsi prima che si presentasse alla soglia della storia un'organizzazione civile comparabile con quella creata da Roma. Questa nozione dell'assolutezza dei principi, che hanno creato e caratterizzato l' impero romano, è viva nella coscienza dell' Italia fascista e il richiamo ad essi ha valore, da un lato, di affermazione della continuità romana nel proprio ideale umano e nel proprio ordinamento civile, e dall'altro, di una esigenza di universalità che toglie valore alle realtà informate a principi diversi o contrapposti. L'elemento trascendente, che dal Medioevo sino al sorgere degli stati moderni si associò all' idea dell' impero conferendole quasi un valore di mito, col sorgere e rafforzarsi della coscienza laica è stato sostituito da altri fattori, fra cui principalissimi quello dell' utilitarismo, nobilitato più o meno, dal presupposto di una «vocazione », e quello di un diritto all'egemonia in funzione di una superiorità di tradizioni diplomatiche e cortigiane. Ma tali concezioni non possono dare origine al vero impero, perché non forniscono elementi per quella essenza di unicità e di necessità che solo può farlo sentire come universale. Fondamentalmente contrari a una vera concezione imperiale sono i presupposti liberali, in quanto che la concezione individualista ed atomica della società e il carattere abulico dello stato liberale, insieme con la concezione che il libero giuoco delle forze individuali costituisca l'inconscio progresso dell'umanità, precludono la via a quell'azione volitiva e costruttiva che, ispirandosi a un concetto virile della storia come conquista umana, costituisce il presupposto del vero impero. Difatti, come lo stato non esiste in astratto, ma nel suo contenuto concreto, potenza diretta a un fine (stato fascista, stato nazionalsocialista, stato liberale, stato bolscevico e simili), così l'impero non e un concetto che viva una sua presunta autonomia, ma esiste nelle idealità che lo muovono, nelle forze che lo sostengono, nel metodo con cui si attua. L' impero è, in sostanza, la proiezione di uno stato con tutto il suo contenuto sul piano mondiale. Condizione prima dell'impero è anzitutto la coscienza imperiale, cioè la fede assoluta nel valore umano, non contingente e transeunte, dei principi che sono alla base del proprio stato. Condizione non meno importante è l'esistenza di un nucleo compatto di forze capace di dare ai principi una sfera di irradiazione il più possibile vasta. Non si può costituire impero, se non si è in possesso di un'idea universale; anche avendo un' idea universale, non si può costituire impero ove esso non prenda corpo in un nucleo poderoso di forze, capaci di rivelarne la stessa universalità. Solo quando questi due momenti coesistano e si fondano è possibile parlare di impero, cioè di universalità in atto. Quando manchi la prima condizione, uno stato, anche il più vasto e il più accortamente organizzato, non può aspirare ad essere impero, poiché gli fa difetto la coscienza di un suo valore esclusivo, onde esso potrà arrivare ad una egemonia più o meno duratura su altri popoli, ma non alla costituzione di un più alto ordine politico ed umano sentito come tale, in cui essi diventino elementi attivi e partecipi. Se manchi la seconda condizione, cioè il complesso di forze capace di accompagnare nel mondo il cammino dell'idea, l'esigenza alla universalità si esaurirà in un vano cosmopolitismo destinato ad accrescere la violenza e il disordine nel mondo. Nella storia recente di Europa è facile riconoscere due diversi tipi di imperialismo, che, non rispondendo in pari misura alle due condizioni sopra accennate, costituiscono due forme imperfette di impero. Al contenuto universale, alle forze che lo sostengono, l'impero deve aggiungere un metodo proprio di azione che risponda adeguatamente alla natura di quelli. Non è soltanto il valore dell' idea, non è soltanto la massa delle forze che l'appoggiano, o ambedue questi fattori presi insieme, ciò che può creare un'effettiva realtà imperiale, quando manchi il metodo dell'attuazione, faccia cioè difetto la politica. Queste tre forze nel loro complesso si influenzano e si definiscono reciprocamente e costituiscono il centro vitale di quella irresistibile espansione materiale e spirituale per cui si costituisce l'impero. Il Fascismo ebbe, già prima di costituirsi un impero territoriale, una coscienza imperiale, fondata sul suo patrimonio spirituale e sulla sua decisa volontà di renderne partecipi gli altri popoli. Ciò fece dire al Duce: « Nella dottrina del Fascismo l'impero non è soltanto un'espressione territoriale o militare o mercantile, ma spirituale e morale. Si può pensare ad un impero, cioè ad una nazione che direttamente o indirettamente guida altre nazioni, senza bisogno di conquistare un solo chilometro quadrato di territorio » ( Scritti e discorsi, VIII, p. 88 ). La coscienza imperiale era ed è il frutto della incoercibile tendenza a fare del proprio mondo, delle proprie conquiste politiche e sociali un momento della storia del mondo, un bene acquisito da tutti i popoli. La concezione nuova dell'uomo che è alla base della dottrina fascista ed ispira le possenti realizzazioni dell' Italia fascista, costituisce una conquista per tutta l'umanità che non può andare e non andrà perduta. In concreto, la realtà dello stato fascista dimostra come le forme di partecipazione di tutto il popolo alla vita dello stato e le forme di organizzazione della vita economica, instaurate dal Fascismo, costituiscano la soluzione migliore ed unica del travaglio di dissoluzione in cui si trova la società demoliberale e sanciscano pertanto il valore storico assoluto ed universale dei principi che la muovono. Epperò, come si è detto, nella dinamica della storia la volontà ideale che ispira ciascuno stato non può manifestarsi in concreto se non con quelle forze che valgono a creare le gerarchie. La potenza politica e militare che si accompagna con l'allargamento territoriale, diretto al fine di accrescere la massa di potenza di cui lo stato dispone, è fattore determinante nella gerarchia degli stati e diventa condizione indispensabile della dignità dell' impero. Poiché uno stato assurge ad impero solo quando costituisca una forza attiva e costruttiva sul piano mondiale, è evidente che l'espansione territoriale, allargando la base di forze umane e di mezzi su cui si aderge la potenza dello stato, costituisce il mezzo e al tempo stesso il fine di ogni potenza imperiale. Ogni nuova terra che uno stato, conscio del suo contenuto e delle sue finalità, organizza secondo quei principi che presiedono al suo sviluppo interno, costituisce, sì, nuova potenza per esso, ma è anche l'attuazione concreta di quella universalità a cui aspira. Da ciò l'obbligo vivamente sentito dall'Italia fascista di dare al suo impero non il carattere mercantile o egemonico che è caratteristico di altri imperialismi, bensì quel carattere profondamente umano ed umanamente responsabile per cui ogni sforzo viene diretto a rendere i popoli sottomessi, anche se vengono decisamente tenuti fermi i confini etnici, partecipi di forme civili di vita, così che essi possano un giorno collaborare al progresso di una comune civiltà. Tutto ciò spiega la politica coloniale del regime fascista che non respinge i popoli, perché di altra stirpe o di civiltà inferiore, ai margini dell'umanità, ma li educa con ferma tenacia ed addita ad essi nuovi compiti e nuove speranze a cui volgere energie addormentate o disperse. Espressione e al tempo stesso strumento della realtà imperiale è quell'azione politica la quale porta il patrimonio ideale e la potenza di un popolo sul piano mondiale. La politica del « piede di casa », la quale può essere giustificata come momento di raccoglimento nella storia di una nazione, è in generale indizio preciso di scarsa vitalità, sia quanto a capacità espansiva delle idee, sia quanto a risorse di energie materiali e di volontà. L'azione politica di un popolo che, cosciente della propria forza, voglia essere presente in qualsiasi parte del mondo con la sua volontà civile, risponde ad una continuità e chiarezza di sviluppo che vanamente si può cercare nell'azione politica dei po-poli, in cui esistano contrasti di gruppi e di classi. Tale azione, inspirata ad una ristretta visione dell'interesse del gruppo, è vana per la sua stessa caducità, dato che la classe o il gruppo, che, a una distanza di tempo più o meno breve, raccoglierà nelle proprie mani il potere si preoccuperà di dare realtà ai propri piani e ai propri programmi, distruggendo di proposito o lasciando cadere nel vuoto l'azione dei precedenti governi. La politica imperiale è politica che ha il vasto respiro di un organismo vitale e vigoroso, complesso unitario di forze animate da una volontà unica, le quali si proiettano all'intorno quasi per virtù naturale di crescita, onde essa stessa per lo stile con cui si sviluppa appare caratteristica essenza dell'impero. Contro alla politica di egemonia, mediante la quale gli imperialismi del passato sperano di salvarsi dalla decadenza e dal dissolvimento, il Fascismo afferma anche nei rapporti tra le nazioni il principio gerarchico, che è principio, non di oppressioni, bensì di ordine e di autorità. La formazione delle gerarchie degli stati, fondata sulla genuinità delle forze e sulla sincerità delle intenzioni, è una necessità inevitabile della storia contro cui vanamente resistono quelle potenze, le quali aspirano soltanto a mantenere le proprie posizioni più per istintivo egoismo, che per chiara coscienza del proprio valore e della propria missione. Il Fascismo nella volontà morale che mira al migliora-mento degli individui e dei popoli come ad elevamento della dignità umana, ha quel contenuto di universalità che lo pone su un piano mondiale. La forza e la compattezza dell' Italia fascista costituiscono il nucleo da cui tale volontà promana e riceve il suo valore secolare. Lo stile di azione del regime, sia nei rapporti interni sia nei rapporti con gli altri stati, risponde a tale esigenza di universalità, per cui può dirsi che il Fascismo è universalità armata, spirito che si traduce in creazioni durature, poiché non rinnega la realtà, ma trova in essa le forme vive del proprio durare. L'impero, che il 9 maggio 1936 è riapparso dopo quindici secoli « sui colli fatali di Roma », è l'espressione tangibile di una nuova concezione umana e politica che ha trovato in un Capo e in tutto un popolo lo strumento della sua realizzazione e che per la ricchezza, originalità e potenza del suo contenuto si annunzia come l'unica concezione imperiale che i nostri tempi, maturatisi attraverso contrasti lotte senza posa, comportano e da cui l'umanità può attendersi quell'elevamento verso una più alta vita morale ed una più alta giustizia sociale a cui essa più che mai aspira. Difatti l'impero è l'unico superamento possibile della nazione, come la nazione; in quanto realtà spirituale, è l'unico superamento possibile del popolo naturalisticamente inteso. Il Fascismo, contro i vani internazionalismi che si oppongono alla realtà insopprimibile della nazione, afferma che l'impero, volontà di durare di ciascun popolo come nazione e stato nel patrimonio complessivo dell'umanità, è la manifestazione più alta di quella gerarchia di valori spirituali nel cui complesso operare si realizza come progresso la storia degli uomini.

(estratto dal Dizionario di Politica a cura del P.N.F. , 1940, Vol. II, voce "Impero", pp. 483-484)

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MessaggioInviato: Lun Lug 09, 2012 10:12 pm    Oggetto:  
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MITO. — Diversamente interpretato -dagli scrittori moderni (come idea di missione, rappresentazione di una realtà interna della razza in Bachofen, superstizione in Cassirer, « surrogato della verità » in Schopenhauer, realtà alogica che esprime le nostre volontà in Sorel, simbolo in Smend) il mito rivela una sua presenza attiva e formidabile nei grandi movimenti di masse, specie a sfondo politico e sociale. La sua scoperta non è tuttavia recente: prima di Vico, già Bacone parlava degli “idola” come alterazioni della pura esperienza; nel mondo antico gli stoici consideravano il mito come una rappresentazione simbolica della energia molteplice che anima l'universo. Tuttavia noi moderni possiamo meglio valutare, anche alla stregua delle esperienze offerte dalle masse sociali entrate attivamente nella storia, l'importanza decisiva che il mito ha nella vita dei popoli. Il mito è, sotto tale aspetto, una rappresentazione, talvolta plastica talvolta inconscia, del mondo, o per lo meno di alcuni suoi aspetti. Di contenuto vero o falso, utile o dannoso, esso, quando assurge veramente a convinzione di larghi strati sociali, a fede di folle, esprime , un'interpretazione della vita e della storia, incita gli uomini, che credono in esso, ad azioni talvolta eroiche e sovrumane. In nome di un assoluto che non consente dubbi, con un linguaggio facile ma imperativo, il mito diventa una fede, una religione, una forza morale che, finché dura, è capace delle più audaci imprese. Il mito è talvolta creato da un uomo, talvolta da una corrente dottrinaria; in questo caso le masse che lo sentono e che lo vivono finiscono per ignorarne la paternità. Esso, comunque, trae la sua ragione d'essere molti fattori; dall'intrinseca incertezza della scienza pura, onde l'irrazionalismo può essere e dilagare; dalla passionalità degli uomini e delle folle, portate a credere non solo ciò che meglio comprendono, ma ciò che più si adatta, in talune circostanze, alle loro esigenze; dalla necessità, infine, per tutti, di avere un punto stabile di riferimento, uno stimolo all'azione, anche quando quel punto e quello stimolo non siano che una finzione. Il Mito, per essere, deve sempre riferirsi a taluni bisogni, a talune esigenze degli uomini. Esso è intollerante, minaccioso, sicuro di sé; è tuttavia plastico e talvolta anche modificabile nel tempo. Ha una sua durata, che è spesso. relativa all'intrinseca portata del suo valore storico cioè alla sua intransigenza, che non è aliena da adattamenti. I miti sono, per quanto riguarda gli obietti della loro influenza, di diverse specie. A parte quelli puramente religiosi, essi possono distinguersi in miti culturali ed artistici (es. mito della scienza, mito di una forma d'arte) sociali e politici (es. mito dell'umanità, dell'uguaglianza, della libertà, della sovranità popolare, del trionfo del proletariato), i quali, talvolta, si riferiscono ad un mezzo soltanto per il conseguimento di un fine (es. mito della. violenza). Per quanto sorti quasi sempre dal tronco di una esigenza o di un orientamento nazionale, i miti sono portati ad essere universali, a trascendere, pur con alcune modificazioni, la nazione. E, di solito, nonostante le accennate distinzioni, essi, pur nella loro talvolta semplice espressione, abbracciano un complesso sistema d'ideali, sicché racchiudono un mondo ricco di proiezioni molteplici. Molti problemi sgorgano da un esame del mito. Problemi relativi al carattere delle masse, al farsi della storia, al valore della scienza e della ragione. Ci si può porre così la domanda se il mito sia una manifestazione di romanticismo o di puro irrazionalismo; se esso predomini in periodi di decadenza ovvero dì trasformazioni profonde della società; se, infine, esso importi sempre rivoluzioni, buone o cattive che siano, o comunque innovazioni nella vita dei popoli. Naturalmente ciascuna di tali domande si rifà a questioni di vasta portata. Resta da chiedersi: il Fascismo può essere inteso come mito? A tale domanda ha risposto MUSSOLINI sin dalla vigilia della Marcia su Roma: « Il mito è una fede, è una passione. Non è necessario che sia una realtà. È una realtà nel fatto che è un pungolo, che è una speranza, che è fede, che è coraggio. Il mito è la nazione, il nostro mito è la grandezza della nazione ». (Scritti e discorsi, vol. II, p. 145)

S. Malvagna
(Dizionario di Politica, Roma, 1940, Vol. III, p. 186, a cura dell'Istituto dell'Enciclopedia Italiana)



UTOPIA. – Se la parola è relativamente recente, essendo stata usata per la prima volta da Tommaso Moro (De optimo reiublicae statu deque nova insula Utopia, 1516), l'ideale politico che essa esprime è antico, antichissimo; e forse si riallaccia al mito dell'età dell'oro, del quale Esiodo, Ovidio, Cebete Tebano e, più vicino a noi, il Leopardi nella “Storia del genere umano”, hanno discorso, con vari intenti, con così avvincenti descrizioni a mostrare un'epoca della storia umana allorché tutti erano felici « pascendosi di lietissime speranze », « traendo incredibili diletti ». L' utopia, comunque, rappresenta il tentativo estremo del pensiero a costruire modelli di organizzazioni politiche e sociali ove gli uomini vivano in perfetta giustizia ed in piena letizia conseguendo il massimo bene individuale e comune. Sia che essa si proponga di additare quei modelli come regimi da realizzare, come il dover essere della politica, sia che tali modelli voglia indicare soltanto come riferimenti critici alle istituzioni vigenti, l'utopia rivela, nonostante il suo fascino, pur sempre atteggiamenti razionalistici, in quanto prodotto del puro pensiero; e, contemporaneamente, esprime esigenze edonistiche e quasi sempre, in fondo, individualistiche, postulando forme più o meno accentuate di comunismo; nel quale poi si riassume, pur senza identificarvisi, carattere dell'utopia essendo quello della descrizione di un mondo inesistente, ma dato come reale o possibile e nel quale organizzazione politica, rapporti sociali, costumi sono considerati secondo un modello prestabilito. Verissimo, perciò, quel che diceva il Duce nel 1922, stare, cioè, i regimi perfetti soltanto nei libri dei filosofi; soggiungendo, che « un disastro si sarebbe verificato nella città greca, se si fossero applicate esattamente, comma per comma, le teorie di Platone » (Scritti e discorsi, II, p. 317). E' stato nei periodi delle grandi elaborazioni politiche e sociali che l'ideale utopistico s'è più vivacemente espresso, quasi tentativo estremo di soluzione, se non fantastica almeno ideale, dei problemi politici. Dopo l'affascinante teoria platonica della Repubblica, il cui significato, invero, trascende la pura utopia, volendo in quella costruzione ideale Platone porre soprattutto elementi utili per una impostazione teoretica della politica, descrizioni di paesi irreali, retti secondo perfetta giustizia per la uguale felicità di tutti, si sono avute in Grecia, con vari intendimenti ma secondo simili modelli: così in Teopompo, in Zenone, in Evemero, in Ecateo si ritrovano motivi utopistici, ove, tuttavia, il comunismo non appare molto rilevante (così nell'isola descritta da Evemero nella “Sacra Scriptio”, Panchaia, il comunismo è limitato al possesso delle cose ed alla distribuzione del lavoro alle tre classi dei sacerdoti: artigiani, dei coltivatori e dei soldati, escludendosi ogni emancipazione femminile). L'utopia del Rinascimento è stata preceduta dalla forte esigenza espressa dai filosofi italiani del Quattrocento (M. Ficino, C. Landino, E. S. Piccolomini ed altri) di trovare ordinamenti perfetti agli stati che sorgevano dalla crisi del Medioevo; esigenza che, più fortemente, si ritrova nella letteratura politica del secolo seguente, in gran parte volta a ricercare la forma dell'ottima repubblica, tutta pace, tutta felicità, tutta armonia, col conseguente richiamo, talvolta, all'età dell'oro. È stato, tuttavia, con Tommaso Moro che l'utopia ha rivendicato contenuto sociale, carattere di critica alle istituzioni vigenti col prospettare mondi nei quali problemi economici e sociali a quel tempo irresoluti apparivano invece risolti. Nella felice isola Utopia, infatti, la perfetta giustizia era, secondo la descrizione del Moro, realizzata non solo con la abolizione della proprietà privata (la famiglia vi veniva tuttavia conservata) ma con la libertà di coscienza (questione tormentosa ai tempi del Moro), con un moderato lavoro non superiore alle sei ore per tutti, con l'applicazione di pene non eccessivamente severe e così via : tutti motivi codesti, in sostanza, diretti ad ottenere, come in parte s'ottenne, una revisione negli ordinamenti sociali esistenti in Inghilterra (v. More). E sulla scia del Moro l'utopia dilagò nel sec. XVI ed in quello seguente; spesso insistendo sugli accennati motivi sociali, altre volte ripigliando di essa soltanto la parte puramente indicativa di modello perfetto di ordinamento politico (J. Val Andrae, Reipublicae Christianopolitanae descriptio, 1619; R. Bacone, Nova Atlantis, 1626: J. Harrington, The Commonwealth of Oceania, 1656). Anche in Italia l'influenza del Moro fu notevole non solo per la descrizione che s'ebbe di isole e città felici (la città dei Garamanti di M. Roseo, ove perfino l'età di morte era stabilita; l'isola dei Narsi di M. Buonamico, ove tutti gli uomini s'erano liberati dalle passioni e vivevano felici; la repubblica delle api del Bonifacio, la repubblica immaginaria dell'Agostini, la città felice dello Zuccolo e tante altre), ma anche per il rilievo specifico a fatti e problemi sociali (specie nel Doni che “l'Utopia” del Moro ammirò se non tradusse). “La Città del sole” del Campanella (composta nel 1611 e pubblicata nel 1620) costituisce la sintesi più efficace dei due diversi modi di concepire l'utopia; per l'esigenza, di derivazione platonica, di un ordinamento razionale dello stato, ed altresì per il contenuto critico che indubbiamente rivela (v. CAMPANELLA). Una nuova fase la storia dell'utopia ha avuto col secolo XVIII, quando sotto l'influenza di teorie giusnaturalistiche e rivoluzionarie, il comunismo s'affaccia, con evidente letteraria ingenuità, come rivendicazione sociale e politica. “Il Codice della natura” del Morelly (1765) è preceduto dalla descrizione di un'isola Basiliade (1753) che attesta la volontà di un ordine di assoluta uguaglianza secondo natura; e seguono poi le costruzioni del Mably, del Babeuf é di altri, tutte appartenenti però più alla storia del comunismo che a quella dell'utopia. La quale germogliò, tuttavia, sia pure con diverso contenuto, specie in Francia, per tutto il sec. XVIII con una copiosa letteratura (le avventure di Jacques Sadeur descritte dal Foigny, 1692; quelle del principe di Montberaud, dal Lesconvel 17o6; quelle di Mital, dal Bordelon, 1708; quelle di Rosamidor e di Teoglafir, dal de Castera, 1731; quelle di Ransar, dal de Catalde, 1738; quelle di Quarll, dal Dorrington, 1729; quelle di Nicola Klimius, dall'Holberg 1753; e poi la descrizione del paese di Giansenio, fatta dal Fontaines, 166o; quella dell'isola della virtù, dall'Herissant, 1677; quella del paese dei Sevarambi, dal Vairasse, 1715; quella del paese dei Solipsi, dall'Inchofer, 1712, ecc.); letteratura che ebbe assai spesso più del romanzesco che del politico o del sociale; riverberando, comunque, quei caratteristici sentimenti illuministici, tra il libertario ed il romantico, volti a concepire la vita come una liberazione dalla civiltà, una sfrenata ed insieme pacifica espressione dell'individualità naturale. Codesti motivi, uniti ad altri scaturiti dalla situazione economica e sociale, portarono poi alla formulazione, sui primi del sec. XIX, di programmi schiettamente socialistici: il nuovo mondo auspicato da Saint—Simon, il « falansterio » di Fourier, la società del lavoro organizzato di L. Blanc, l' « Icaria » di Cabet, la « Nuova Armonia » di Owen costituiscono, in qualche guisa, il passaggio dall'utopia al socialismo, non tanto per l'aderenza di quei programmi alla vita reale (e Marx infatti vituperò aspramente tale socialismo, che chiamò per l'appunto utopistico), quanto per la fiducia che quei teorici ebbero di poter davvero realizzare, quelle forme di società. E tentativi pratici non mancarono (e « falansteri » si cercò fondare in America, un « familisterio di Guise » fu fondato da A. Godin nel 1859; una « Nuova Armonia » fu fondata nel 1825 da Owen in America, mentre suoi discepoli istituivano colonie in Scozia, in Irlanda, nell'Hampshire); ma tutti destinati al fallimento, al contrario di talune sperimentazioni che s'erano avute, in tempi precedenti, ad opera di comunità religiose (gli anabattisti di Munster, i gesuiti nel Paraguay), che avevano avuto una disciplina più forte (v. SOCIALISMO). Comunque, teoria e pratica dell'utopia, specie sotto i colpi del socialismo, con la seconda metà del sec. XIX erano destinate, se non a scomparire (W. Weitling, Evangelium des armen Siinders, 1884; ipotesi e piani di vita futura del Bellamy, del Wells, ecc), ad esser considerate come pura esercitazione letteraria, prive, tranne qualche immancabile riferimento, di valore politico. L'utopia parrebbe piuttosto, oggi, essersi trasferita su altri campi: il sogno di Paneuropa, quello di una vera Società delle nazioni, quello di una pace eterna, e via, vanno considerati tra le utopie non meno irrealizzabili di quelle precedenti e certamente più pericolose, per le conseguenze che importano nella valutazione e nell'esercizio della vita individuale e nazionale.

C.Curcio
(Dizionario di Politica, Roma, 1940, Vol. IV, pp. 586-587, a cura dell'Istituto dell'Enciclopedia Italiana)



PLUTOCRAZIA. - Letteralmente: potere della ricchezza (da "ploutos" ricchezza e "cratos" potere); predominio cioè di individui, gruppi, nazioni più ricche, per accumulazioni ereditarie o, più spesso, per altri redditi provenienti da imprese economiche. Quantunque nel mondo antico altresì non siano mancati esempi di tale predominio di singoli individui e soprattutto di stati (Babilonia, Cartagine) e che, anzi, contro di essi l'etica cristiana si sia scagliata con violenza talvolta drastica, è tuttavia con i tempi moderni che la plutocrazia s'è rivelata, in tutta la sua estensione, come una forza potentissima nella vita sociale e politica. Effetto in gran parte del sorgere e dello svilupparsi del capitalismo e, soprattutto, dello spirito borghese esaltatore de vangelo della ricchezza, la plutocrazia ha costituito la prova più edificante del tramonto dei valori morali nella coscienza moderna. Le grandi accumulazioni di beni mobili in poche mani, l'organizzazione di gruppi finanziari collegati tra loro da interessi ed intese comuni (trusts, cartelli); la spinta sempre più decisa di gran parte dell'umanità verso l'adorazione del denaro hanno influito a creare nella vita degli stati delle vere potenze economiche e finanziarie, il cui predominio sulla condotta generale anche politica della nazione è apparso evidente. La sottomissione degli interessi nazionali ad individui o gruppi finanziariamente od economicamente prevalenti non è stata rara; d'altro lato nemmeno raro è stato l'aiuto dato, a mezzo di concessioni, prestiti, sovvenzioni a giornali, ai governi da parte di quegli individui e di quei gruppi. Specie nei regimi democratici la plutocrazia ha trovato modo di estendere e consolidare il suo potere: basti pensare all'America ed in special modo agli Stati Uniti, ove, prevalendo proprio la morale del guadagno l'etica della ricchezza, la subordinazione degli interessi morali e politici a quelli economici è assai comune. Il fascino che grandi personalità dell'industria e della finanza americana ed altresì europea suscitano nelle classi medie povere è sintomatico dello stato d'animo che s'è creato nei riguardi dei valori materiali. La denominazione di « re » a talune di quelle personalità è anche caratteristica di tale stato d'animo, che ha sostituito l'ideale del denaro che tutto può agli ideali più nobili della vita, al senso della gloria, del valore morale, della potenza dello spirito. Internazionalista per la tutela e lo sviluppo dei propri affari, la plutocrazia è, di solito, pacifista, filantropa, umanitaria. La critica socialista alla potenza plutocratica è stata senza dubbio efficace; essa, tuttavia, si è mossa sullo stesso piano dei valori materiali. È solo, infatti, alla stregua di una concezione spirituale della vita che la forza del denaro può essere combattuta e superata: come, in realtà, il Fascismo intende ed opera, sul terreno morale, su quello sociale ed altresì su quello economico, mediante istituti che mirano ad instaurare insieme un costume atto a comprendere i grandi ideali ed una più alta giustizia sociale. Non meno efficace la posizione assunta dal Fascismo nei confronti della plutocrazia delle nazioni ricche di materie prime e di capitali, le quali dominano non solo i mercati ma hanno instaurato un regime internazionale di supremazia sulle nazioni povere. Con la medesima logica con la quale è stato affrontato questo problema all'interno, MUSSOLINI ha denunziato ripetutamente l'ingiustizia e l'immoralità del delle grandi potenze arricchite in imprese coloniali o per l'ineguale distribuzione di materie prime a danno dei popoli dotati soltanto di virtù e di coraggio. La lotta tra le nazioni che la storia contemporanea vive e che trova l'Italia protagonista decisa è in pieno svolgimento. Essa ha trovato modo di effettuarsi già con violenza estrema (esempi: le sanzioni applicate all'Italia all'epoca del conflitto etiopico; la guerra « bianca» scatenata dagli stati ricchi europei agli stati poveri dopo il 1938). L'esperienza, però, attesta che i valori dello spirito presto o tardi trionfano; e, come notava Montesquieu (in “Considerazioni sulle cause della grandezza dei Romani”, IV) a proposito della guerra della opulenta Cartagine contro Roma proletaria, « l'oro e l'argento finiscono; ma la virtù, la costanza, la forza e la povertà non s'esauriscono mai ».

C. Curcio
(Dizionario di Politica, Roma, 1940, Vol. III, pp. 438-439, a cura dell'Istituto dell'Enciclopedia Italiana)

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MessaggioInviato: Lun Lug 09, 2012 10:13 pm    Oggetto:  
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RIVOLUZIONE FASCISTA

( Dizionario di Politica, Roma, 1940, vol. IV, pp. 88 – 110 )

I. LE ORIGINI. — L' epoca fascista costituisce l'età recentissima della storia d'Italia. In quanto rivoluzione, s'oppone alle età precedenti, dalle quali è separata da una frattura che segna di essa il sorgere; non si distacca, tuttavia, in una valutazione unitaria e complessiva della storia d'Italia, da questa stessa storia; come è delle varie epoche nelle quali s'è distinta la vita della nazione italiana, caratterizzata, nonostante le diverse sue manifestazioni civili e politiche, da uno spirito saldamente unitario, ch'è lo spirito stesso che fa l'Italia nazione nei secoli e nei millenni. Frattura, dunque, la rivoluzione fascista; ma frattura che, pur distaccando un periodo di storia da un altro precedente è piuttosto una ripresa; reazione a determinate forme di decadenza. La rivoluzione senza dubbio innova, segna l'inizio di un tempo diverso, ma, come sempre è avvenuto, si riporta a taluni caratteri inalterabili della nazione, che proprio per questa sua costante vitalità e perennità è davvero nazione e grande nazione. Così il Risorgimento (v.) è un tempo, un'età precisata nella storia d'Italia; ma le sue radici stanno assai più in là di alcune vicende che parevano dovessero delimitarlo ai primi del secolo scorso; è s'affondano nel Settecento; e forse anche più in là, quasi nelle prime enunciazioni stesse di nazione, patria, Italia. E lo stesso può dirsi per gli altri periodi o tempi della storia italiana; la quale le rivoluzioni, pur essendo tali, e talvolta vigorose ed annunciatrici di vere civiltà nuove, non scolorano, non alterano nella sua unità, anzi questa unità accrescono e perfezionano. Il Risorgimento, s'è detto : grande epoca, nella quale tutto un popolo, nella sua parte migliore, ha strenuamente lottato per l'indipendenza nazionale dallo straniero e per l'unità; tempo non solo di riscossa politica, ma altresì di germoglio di idee, problemi nuovi, sociali, economici, civili nel senso letterale della parola e cioè inerenti alla civiltà stessa d' Italia. Ma lo stato, che si formò nel 1860, che fu proclamato nel 1861, che si completò nel 1866 e nel 1870 rispettivamente col Veneto e con Roma, non fu e non poteva essere, per molte circostanze intrinseche ed estrinseche alle vicende ed agli spiriti del movimento unitario, davvero solido e compatto. L'unità che s'era raggiunta era più formale che sostanziale ; molti ceti sociali specie popolari erano rimasti assenti dalla partecipazione a quel movimento; intere regioni, come quelle meridionali, ebbero l'impressione di essere state, più che annesse, conquistate e Sottomesse al Piemonte; molti i problemi economici, sociali, amministrativi che dovevano essere risoluti; soprattutto la cosiddetta « questione romana» parve e fu una spina conficcata nel corpo non ancora robusto del giovane stato, che n'ebbe una ferita che sanguinò per un pezzo. Le idee-forza che avevano avuto una così notevole efficacia nei decenni precedenti e che furono ancora innalzate come vessilli dopo il '70 ebbero, in realtà, proiezioni diverse, effetti talvolta dannosi : libertà, democrazia, progresso, sovranità della nazione o del popolo e così via costituirono, anziché delle molle di consolidamento nazionale, degli ostacoli al processo di ulteriore unificazione politica economica morale del paese. Sicché l'assetto interno che con sforzi si raggiunse prima della fine del secolo rispondeva ai canoni del liberalismo e della democrazia ed era un ordine più apparente che reale, una cornice che circoscriveva un quadro politicamente e socialmente difforme nelle sue parti. Effetti di quell'ordine furono fenomeni sociali, tra gli altri, di grande portata : il socialismo, che, prima d'essere rivoluzione alla maniera esotica, organizzazione e burocrazia, fu, sotto un certo aspetto, l'erede dello spirito eroico del Risorgimento; segno cioè di rigenerazione, di giustizia per tutti, di vero progresso; e poi l'emigrazione, grande rivoluzione passiva di milioni di uomini che lasciavano il paese per trovar mezzi di esistenza altrove. In effetti il socialismo non dette grandi fastidi, finché fu esercitazione romantica, come altre correnti, repubblicane o d'opposizione; e l'emigrazione parve contribuire ad alleggerire il peso economico e sociale del paese. Ma era la sostanza nazionale stessa che pareva decaduta o intristita; era il tono degli italiani della fine del secolo e dei primissimi anni di questo, che rifletteva ideali non grandi, concezioni mediocri della vita. Gli stessi indirizzi di cultura in qualche modo, a parte le grandi personalità di quel mondo, legittimavano la mentalità media degli italiani: positivismo, naturalismo in arte, in filosofia e nelle scienze; libero pensiero, determinismo, materialismo storico, importato dal socialismo. Attutite parevano le forze dello spirito, dispersi spesso i grandi ideali. Sorsero, è vero, già allora motivi nuovi: reazione al positivismo con l'idealismo, fiammata dannunziana, sindacalismo, futurismo, nazionalismo furono tutte manifestazioni, in gran parte schiettamente italiane, che s'opposero a quel mondo; prepararono un ambiente nuovo, anche se appaiono e sono diverse e talvolta opposte tra loro nei metodi e nelle forme. Esse scossero la mentalità dell'italiano medio, che tentava invano di reagire ; posero almeno dei problemi, se non delle soluzioni, sul terreno morale; politico, sociale, artistico: problemi di lotta, di rivendicazioni spirituali, di affermazioni di valori fin allora sconosciuti o incompresi. Nonostante le sue degenerazioni materialistiche, anche il socialismo scosse quel mondo, incitò a soluzioni energiche. Giolitti, durante il decennio della sua quasi ininterrotta dittatura, tentò la sutura, sul terreno pratico, di quei mondi, di quelle forze. Egli stesso, di temperamento piccolo-borghese, elargì quel che pareva non dovesse compromettere troppo il tono medio della vita italiana alle correnti di sinistra e di destra : a queste l' impresa libica, a quelle talune riforme politiche e sociali e, alla vigilia della guerra, quel suffragio universale che lo rovesciò alla Camera. L'opera di Giolitti parve, dunque, eccellente; taluni la dissero grande : la borghesia compose ed allineò le sue forze, il socialismo fece altrettanto, le correnti innovatrici scavarono un solco nel quale furono gettati molti semi; la piccola borghesia perfino, senza accorgersi di quel che c'era sotto quell'apparente equilibrio, pareva, se non contenta, rassegnata. E venne il 1914. Allora il dramma che aveva covato sotto le ceneri e del quale s'erano intravisti soltanto pochi atteggiamenti, esplose. L'eredità del Risorgimento, che agli occhi dei più si credeva liquidata, si rivelò invece tutta spiegata come un complesso di conti da liquidare, poiché, anzi, s'erano venute ingrossando molte di quelle passività, che il 1870 aveva lasciato e che le generazioni del primo periodo unitario avevano invano tentato di misconoscere o di scordare. Il governo il 31 luglio 1914 dichiarò la neutralità. Parve, per un po' di tempo, che non ci fosse di meglio da fare e la borghesia trasse un gran respiro di sollievo. Poi, in settembre, cominciarono le polemiche : la minoranza degli innovatori, di coloro che credevano in un più luminoso avvenire della Patria, iniziò la campagna per l' intervento accanto all'intesa, contro l'Austria. Ed il cozzo tra la vecchia e la nuova Italia, tra le forze che rappresentavano il piccolo mondo del quieto vivere e quelle che esprimevano l' angoscia della rigenerazione nazionale, ebbe luogo e via via s'ingigantì fino a diventare un urto formidabile tra quei due mondi irriducibilmente opposti e che non erano sorti allora, ma si scontravano per la prima volta, al di fuori ed al di sopra delle vecchie formule e dei vecchi metodi di competizione politica, sul terreno nazionale per una grande causa nazionale. E in quell'urto meglio si rivelò un uomo, MUSSOLINI, che non s'affacciava allora per la prima volta alla vita politica e che, anzi, un fortissimo temperamento politico aveva rivelato già nelle file del partito socialista; ove, però, aveva portato la nota della sua spiccata personalità; a formar la quale, oltre, s'intende, quella predestinata natura che la provvidenza crea e vuole, secondo i disegni che persegue, avevano contribuito elementi diversi, tutti estremamente caratteristici, di luogo, di educazione, di esperienza vissuta.
E poi vennero le giornate decisive, il discorso di d'Annunzio a Quarto, l'insurrezione di maggio, con vere battaglie nelle vie delle città, esplosione di giovinezza ardente ed ardita, esaltazione dei valori della patria. E poi quella vittoria del popolo, quella sconfitta della « mefitica palude parlamentare» come scriveva MUSSOLINI, le quali significavano soprattutto il riscatto all'interno per il riscatto da conseguire all'esterno. E infine la dichiarazione di guerra. Gran commozione, un'altra Italia pareva che fosse sorta ed era in realtà sorta. Il 5 giugno l'esercito passava l'Isonzo; e poi mesi di lotte durissime al fronte, ove un potente esercito s'opponeva all'eroismo italiano ; e sempre più intensa azione di resistenza anche nel paese, che la guerra aveva trasformato con la necessaria disciplina. Sopite parevano, infatti, le discordie, gli attriti, le tensioni ideali e politiche ; i socialisti in apparenza chetati, i cattolici, anche se in parte fecero eco qualche tempo dopo all'appello del pontefice sull' «inutile strage », ai loro posti ; i neutralisti, insomma, sembravano placati di fronte al grande cimento che, per la prima volta, provava nell'urto supremo il popolo italiano tutto dalle Alpi all'estremo lembo delle isole. E mentre i soldati si battevano bene e davano prova al fronte del loro valore e del loro coraggio, il paese, salvo le inevitabili eccezioni costituite dai soliti disfattisti, e salvo lo spettacolo increscioso che offriva una piccola parte della popolazione urbana, quale « imboscata » nelle officine, quale dedita a mungere l'erario con le forniture, il paese tutto, insomma, partecipò col cuore e col lavoro alla lotta. Grande entusiasmo suscitarono le vittoriose, ardue battaglie sull'Isonzo; una scossa, invece, provò la nazione all'annunzio dell'offensiva austriaca della primavera 1916 nel Trentino. L'offensiva comunque fu arrestata vittoriosamente. Nuova lena nei combattenti e nel popolo, entusiasmo per la presa di Gorizia (agosto 1916) nonostante che il logoramento d'uomini che la guerra di trincea provocava si ripercuotesse nervosamente anche negli spiriti. L'inverno del 1917 vide alcuni tentativi isolati, subito repressi, di ribellione in qualche officina : la propaganda socialista lavorava. Nella primavera e nella estate il paese fu tutto raccolto a seguire le fasi delle due ultime battaglie sull' Isonzo, quella del Timavo e della Bainsizza; ma già durante questa si sentì che il peso dell'esercito nemico, liberato del fronte russo, gravava tutto sull'Italia. E venne Caporetto, che se fu immediatamente causato da fattori strategici e militari non fu da meno preparato dalla propaganda sovversiva, che, per altro, tentò largamente di sfruttare quell'insuccesso, al fronte ed all'interno. Ma come sempre nelle grandi ore storiche d'Italia, la nazione nel suo insieme migliore reagì. Cambiato il governo (con l'Orlando presidente ed il Sonnino agli esteri) e sostituito il capo di stato maggiore Cadorna col generale Diaz, il popolo dei combattenti e delle città delle campagne fu degno della ferma deliberazione del Re che, a Peschiera, in un convegno di politici e generali alleati, risolutamente volle che si resistesse sulla linea del Piave. E là si resistette ; si resistette nella gran battaglia del giugno 1918, che segnò la fine delle illusioni nemiche ; e si passò poi all'offensiva vittoriosa dell'ottobre, che condusse alla disfatta dell'esercito avversario, segnando la prima conclusiva vittoria degli alleati. E la guerra parve finita ; tra manifestazioni di giubilo nel paese, che salutava insieme il trionfo delle armi italiane e le fine della cruenta lotta ; parve finita « malgrado la miserabile propaganda di coloro sui quali, scriveva MUSSOLINI il 5 novembre; non vogliamo incrudelire... ma contro í quali ci teniamo prontissimi ». Ma molte cose la guerra aveva trasformato ; nello spirito, negli ideali, nella struttura stessa del paese. La guerra ben presto apparve a molti un errore, oltre ché un orrore, non ancora del tutto scontato. Serpeggiò un po' dovunque l'allucinante idea che di guerra non ve ne dovessero essere mai più. La democrazia ugualitaria, pacifista, livellatrice ebbe su molti spiriti un momento di presa. Fu l'ora di Wilson, al quale si decretò anche in Italia l'onore del trionfo. Il presidente dello stato « associato », gli Stati Uniti d'America, con la sua demagogica tesi della « pace democratica », che fu codificata in quattordici « punti », divenne un idolo e rappresentò il simbolo di questo stato d'animo mediocre e pacifista, razionalista e chimerico. Di esso si avvantaggiarono gli alleati, i quali negarono ogni sorta di rivendicazioni all' Italia. Ma erano pochi, allora in Italia, a volere ed a sentire quelle rivendicazioni. Rinunciatari erano e ostentatamente dichiaravano di essere i socialisti. Essi avversavano ogni tendenza espansionistica o imperialistica, deprecavano anzi quelle che chiamavano manie o megalomanie dei pochi assertori degl' interessi d'Italia e non facevano mistero di voler persino abolire l'esercito, quando, arrivati al potere, avessero avuto modo di realizzare l'ordine nuovo. Per il quale ordine nuovo e cioè socialistico essi lavoravano già da un pezzo, dal tempo della guerra, se lo stesso Orlando poté dichiarare che alcuni capi socialisti avevano rivendicato « l'onore » di essere stati artefici di Caporetto. Per una parte almeno di quei socialisti il nuovo regime avrebbe dovuto sorgere dalla situazione critica del paese, com'era avvenuto in Russia ; nel senso che la rivoluzione proletaria si sarebbe verificata quasi spontaneamente quando malessere, miseria, rilassamento d'ogni freno legale fossero stati acuiti al punto da far rompere l'equilibrio incerto tenuto dal capitalismo. Un'era nuova e meravigliosa si prometteva a tutti coloro che avevano sofferto: un'era di giustizia economica, di benessere, di felicità. E, depresse, le masse incominciarono ad accorrere all'illusorio spaccio della vita felice. Le file del partito socialista s'ingrossarono, le agitazioni s'estesero e già ai primi del 1919 erano minacciose. Proclami incendiari, come quello emanato dalla direzione del partito il 20 marzo avvertivano, che i proletari dovevano esser pronti « per l'abbattimento del regime capitalistico e per la realizzazione del socialismo ». Scioperi di protesta e di intimidazione cominciarono subito, prima ancora che la tormentata vita economica del paese avesse potuto riprendere dopo la gran sosta della guerra. Sconvolti, frazionati, in parte modificati nei loro ideali, i vecchi partiti, liberalismo, democrazia, radicalismo, democrazia sociale ed altri non mostravano avere un peso, una funzione, una direttiva. Essi conservavano dei capi, che occupavano cariche di governo e posti in genere direttivi nel paese ; ma non avevano seguito. La borghesia stessa, che aveva alimentato taluni di quei partiti, pareva disorientata ; in parte gretta, a salvare quello che poteva; in parte per lo stato, perché la proteggesse. Ma che cos'era e dov era lo stato? La piccola borghesia e i ceti medi uscivano dalla guerra striminziti, avviliti, quasi sopraffatti. Erano stati essi in gran parte a volere ed a fare la guerra; ora parevano dover scontare il peccato, che tale si diceva che fosse, che avevano commesso. La profezia di MUSSOLINI si verificava in pieno: non c'era più posto per gli uomini ed i partiti di ieri. La guerra aveva cambiato interessi, ed ideali. Le masse cercavano un punto di convergenza, nel quale potessero riconoscersi. Ma dov'era quel punto? Accanto al partito socialista altri partiti o concentramenti s'iniziarono. Il 18 gennaio un nuovo partito, che si chiamò «popolare» lanciò un manifesto al paese. Il programma di questo partito parlava di riforme sociali, autonomia degli enti locali, dei comuni, delle province e delle regioni. Parlava di libertà di insegnamento, di libertà e di indipendenza della Chiesa, di riforma elettorale con collegio plurinominale e con rappresentanza proporzionale. Da tali postulati e dai nomi dei firmatari del manifesto era facile accorgersi che il nuovo partito, del quale si nominava segretario politico un prete siciliano, il prof. Luigi Sturzo, era una reincarnazione, aggiornata ed adattata alle esigenze politiche e psicologiche degli italiani del dopoguerra, della vecchia democrazia cristiana. Ma la Chiesa, che non aveva tollerato, prima della guerra, i tentativi politici dei democratici cristiani, pareva invece ben disposta a riconoscere il partito popolare, quasi che, come notò allora qualcuno, nella crisi che minacciava di sconvolgere la vita italiana, essa non si sentisse più così sicura, così veramente ultraterrena, secolare, immobile. E per vari motivi, sia questo dell'aiuto della Chiesa, sia il richiamo al sentimento religioso che la guerra aveva insieme acuito e depresso, sia il parlar che si faceva di individui e di enti e poco di stato e di nazione, e soprattutto per quel tono pacifista che il partito rivelava, molti furono ad accorrere a quest'altro spaccio di speranza, nelle campagne, e anche nelle città. Pace, pace, pace : tutti a sospirarne i benefici, tutti a pensarla eterna, da quel momento. Stato d' animo, codesto, anche giustificabile, dopo quasi quattro anni di guerra; ma giustificabile a patto che la pace si pensasse giusta, italiana, pace non eterna perchè mai duratura è stata la pace, e soprattutto decorosa, non dimentica degli interessi della patria. Invece si pensava, tranne poche eccezioni, che valesse dar tutto per assicurarsi la pace ; la quale ancora non era stata né firmata né patteggiata, ma si discuteva in quei mesi a Parigi. Persino una parte di quei reduci che avevano formato o avevano aderito all'Associazione dei combattenti parve invasa dall'ubriacatura pacifista, e non si mostrava aliena dall'aderire a talune correnti, intellettualistiche o pseudo-intellettualistiche, che dalla premessa di una necessaria fratellanza dei popoli, tutti uguali come uguali si pensava che fossero gli individui, arrivavano a conclusioni rinunciatrici : bastavano all'Italia Trento e Trieste: Fiume e la Dalmazia si dessero agli Iugoslavi e si disperdessero tutte le nuove manie imperialistiche, colonie, possedimenti, predomini oltre mare. Era, in sostanza, la stessa mentalità dell'anteguerra, quella che era stata per il piede di casa al tempo del congresso di Berlino, quando le potenze europee si spartirono le zone di influenza in Africa, per la politica delle « mani nette » dopo, e per la neutralità tra il 1914 e il 1915; ma quella neutralità era diventata assai più diffusa, si giustificava con gli orrori della guerra, con la crisi degli spiriti, con la rivolta delle masse. Si credé alla democrazia, anche da coloro che non facevano schietta professione di politica democratica, giacché si deificò la massa; la quale ha le sue esigenze, il suo peso ma guai a farla dominare, specie nei periodi di incertezza o addirittura di rilassatezza dei freni morali e legali i quali sono tanta parte dello stato. E lo stato, ai primi del 1919, in Italia era già poca cosa; si pensava, anziché a riempirlo di contenuto nuovo, spiriti opere ideali, a svuotarlo di quel poco ancora che conservava. Tutti, in vario modo, contro lo stato ; che non era più lo stato accentratore e teso tutto contro il nemico del tempo della guerra, e non era né poteva esser lo stato del 1914, poiché troppe cose erano mutate nella vita e negli animi. Questo vide, con estrema chiarezza, MUSSOLINI già all' indomani di Vittorio Veneto. C'era una logica impeccabile nel pensiero e nell'azione di MUSSOLINI dal tempo che precedé la guerra agli anni della riscossa ; sì che talune manifestazioni di quel pensiero e di quell'azione sono potute apparire come predestinazione o profezia; e non è stata che acutissima osservazione della storia vivente, fatta con animo virile e con coscienza d'italiano nuovo. Non c'è discontinuità ideale tra le parole scritte nel maggio del 1915, quando salutava nell'intervento la vittoria rivoluzionaria del popolo italiano contro i neutralisti che volevano ancora l' Italia attaccata al recente passato e tra le parole scritte sul Popolo d'Italia il 5 novembre del 1918, all'indomani di Vittorio Veneto: la vittoria è vittoria di Popolo ! L' Italia, la nazione dell'avvenire, ha schiantato le forze del passato... La nuova Italia, già apparsa al pensiero di MUSSOLINI nel 1914 e nel 1915 più che come un sogno, come una esigenza storica che gli Italiani dovevano realizzare; la nuova Italia socialmente, rinnovata, politicamente più forte, spiritualmente, all'apice della sua ascesa, si rivelava a MUSSOLINI certa, fatale nel novembre del 1918. L'11 novembre scriveva: « Io ho fede nelle virtù stupende del popolo italiano, e sento che questo possente spirito italico non potrà fallire alla sua missione di umanità»; e soggiungeva che la vittoria doveva realizzare anche i fini interni della guerra e cioè la redenzione del lavoro : « D'ora innanzi il popolo italiano deve essere arbitro dei suoi destini, e il lavoro dev'essere redento dalla speculazione e dalla miseria». Più che un vago programma, era una certezza per MUSSOLINI, questa della trasformazione politica e sociale del popolo italiano. Il 16 gennaio scriveva: «E’ da tre anni che noi andiamo proclamando la necessità di dare un contenuto sociale interno alla guerra, non solo per ricompensare le masse che hanno difeso la nazione, ma per legarle anche nell'avvenire alla nazione e alla sua prosperità». Come gli uomini al governo e le classi dirigenti credevano che l'Italia dovesse tornare al 1914, così per MUSSOLINI la premessa dell'interventismo non doveva e non poteva essere tradita. La storia così era interpretata in modi diversi: per i primi come ristabilimento di antichi ordinamenti, per MUSSOLINI come ascesa del popolo e della nazione. C'erano anche, ed erano i più, coloro che pensavano, come s'è accennato, doversi sì cambiare l'Italia, ma secondo l'esempio sovietico in una maniera più o meno violenta; ma fu questa duplice opposizione, quella dei conservatori e quella dei rivoluzionari socialisti, che suscitò la reazione, e trovò MUSSOLINI più che mai deciso ad affrontare la lotta perché la vittoria desse i suoi frutti al popolo italiano.
MUSSOLINI ebbe immediata la percezione, dall' indomani della vittoria, di quel che stava per verificarsi nella società italiana. Tutto ciò che lo storico ricostruisce oggi, a distanza di anni, di quel mondo e di quelle proiezioni dello spirito italiano, fu subito colto da MUSSOLINI nel suo significato immediato e nel suo valore intimo. Osservatore Prodigioso della realtà e degli uomini, delle azioni e reazioni sociali, MUSSOLINI comprese che la guerra, ancorché vinta, stava per essere perduta; che la nazione correva pericolo. Gli articoli del Popolo d'Italia dal 5 novembre in poi attestano questa sua vigile e lungimirante preoccupazione di difendere, di salvare l'Italia dal baratro che le si preparava. L'11 novembre, una settimana dopo Vittorio Veneto, volgendosi agli arditi diceva: l'Italia « è vostra, voi la difenderete, la difenderemo insieme ». Tre giorni dopo lanciava un appello per creare la costituente dell'interventismo. Il 17 novembre precisava gli scopi dell'azione: «costituiremo l'antipartito dei realizzatori. Questo antipartito dovrà esaminare le soluzioni di tutti i problemi fondamentali della vita nazionale, additarli all'opinione pubblica, imporli alle classi dirigenti o attuarli all'infuori o al di sopra di esse ». Qui c'è già tutto il Fascismo, come programma e come tattica rivoluzionaria. Ma dovevano passare ancora dei mesi di attesa vigile e di preparazione perché quel programma s' iniziasse. Intanto la scissione tra il vecchio ed il nuovo mondo s'acuiva. Giorno per giorno MUSSOLINI notava la deficienza del governo, di fronte alle questioni di politica estera, a quelle di politica interna, specie per quel che riguardava i reduci, abbandonati a loro stessi, per quel che riguardava la vita stessa della nazione, che annaspava tra la guerra e la pace; non più in guerra ma con tutti gli oneri e le sovrastrutture della guerra ; non ancora in pace, anzi avviata ad un'altra guerra, quella civile. E lo stato, se non assente, debole ; ancora esisteva come bardatura, come ordine esterno ; ma si veniva decomponendo a poco a poco, se ne staccavano le parti essenziali ciascuna con un intento di sopraffazione, talvolta di egoismo. Tutto questo MUSSOLINI avvertiva; solo, ma con l'animo pieno di una predestinata volontà d'agire. E quando parve naturale fare il processo alla guerra, ecco MUSSOLINI insorgere. Il 18 febbraio, richiamandosi allo spirito degli eroi morti, esclamava : «non sentite che la muta degli sciacalli è intenta a frugare le vostre ossa? Ma non temete... vi difenderemo!...». Un mese dopo, esattamente il 18 marzo, scriveva : « noi rivendichiamo il diritto e proclamiamo il dovere di trasformare, se sarà inevitabile anche con metodi rivoluzionari, la vita italiana... ». E soggiungeva: « la rivoluzione incominciata nel 1915 e continuata sotto il nome di guerra per quaranta mesi non è finita, continua...». E sorse il Fascismo.

2. LA DIFESA DELLA NAZIONE. — Il 2 marzo del 1919 il giornale di MUSSOLINI pubblicava un invito ai « corrispondenti, collaboratori e seguaci del Popolo d'Italia, combattenti, ex combattenti, cittadini e rappresentanti dei fasci della Nuova Italia e del resto della nazione ad intervenire all'adunata privata » che sarebbe stata tenuta a Milano il 23 marzo. Quattro giorni dopo il giornale dichiarava che da « quella adunata sarebbero usciti « i Fasci di combattimento il cui programma è racchiuso nella parola ». E qualche giorno dopo precisava: « Il 23 marzo sarà creato l'antipartito, sorgeranno cioè i Fasci di combattimento che faranno fronte contro due pericoli: quello misoneista di destra e quello distruttivo di sinistra ». E il 23 marzo, in piazza S. Sepolcro a Milano, nei locali dell'Alleanza industriale e commerciale, attorno a MUSSOLINI si riunirono reduci delle trincee, in prevalenza arditi, giornalisti, professionisti, uomini di fede e di entusiasmo: non molti, forse un centinaio. Adesioni erano pervenute però da ogni parte d'Italia. MUSSOLINI aveva già formulato tre dichiarazioni sulle quali doveva svolgersi la discussione. La prima dichiarazione era un saluto memore e reverente ai caduti nella grande guerra, ai mutilati, ai combattenti; la seconda conteneva una riaffermazione energica dei diritti dell'Italia, contro gl'imperialismi altrui; la terza chiedeva un solenne impegno per salvaguardare contro ogni forma di disfattismo le ragioni della vittoria. Non numerosi i discorsi. MUSSOLINI commentò ciascuna dichiarazione, con parole secche, incisive, il cui significato può esser meglio compreso a distanza di tempo. Parlò dei morti che avevano fatto la patria piú grande, dello imperialismo delle altre nazioni e di quello italiano. Parlò del bolscevismo, fenomeno russo, da combattere, del socialismo che non rappresentava il proletariato; della borghesia che doveva trasformarsi; delle classi lavoratrici delle quali bisognava accettare i postulati. Contro le « battaglie schedaiole », elezionismo, rappresentanza alla maniera democratica, « vogliamo, diceva, una rappresentanza diretta dei singoli interessi... Si potrebbe dire contro questo programma che si ritorna verso le corporazioni, non importa. Si tratta di costituire dei Consigli di categorie che integrino la rappresentanza sinceramente politica ». Esaltazione del lavoro, tenendo conto di due realtà, quella della produzione e quella della nazione; coscienza della crisi che tormentava l'Italia, del nuovo tempo che stava per iniziarsi, che il Fascismo iniziava. « Io ho l'impressione che il regime attuale in Italia abbia aperto la successione... Se il regime sarà superato, saremo noi che dovremo occupare il suo posto ». Qui c'è già tutto il Fascismo, per il lavoro e per la nazione, per la vittoria e per l'impero. Ma occorreva ancora del tempo perché quelle parole potessero essere intese in tutto il loro valore. A parte il giornale dei nazionalisti, L'Idea nazionale, la stampa di ogni tendenza o ignorò il movimento o lo considerò un tentativo guerrafondaio di reazionari... Tuttavia sorsero subito Fasci nelle principali città: a Genova, a Torino, a Verona, a Treviso, a Bergamo, a Pavia, a Cremona, a Napoli. Da Milano MUSSOLINI guidava il movimento, dirigeva l'organizzazione che doveva essere « snodata, libertaria e potente ». A Milano, per molti motivi, più sollecitamente si definì la fisionomia del Fascismo, audace, combattente, risoluto a tutto, come si vide a metà aprile, in occasione di uno sciopero generale organizzato all'Arena dai socialisti,che nelle strade andavano gridando, portando come vessilli i ritratti di Lenin e di Malatesta, « morte ai responsabili della guerra ». I fascisti s'adunarono, fecero blocco con ufficiali, studenti del Politecnico e pochi altri e al grido di « Viva l'Italia » travolgendo ogni resistenza raggiunsero la sede del giornale socialista, l'Avanti!, l'invasero e la incendiarono. Alcuni morti e molti feriti costò la prima audacissima azione fascista. I socialisti, furibondi, a gridare che s'era fatta violenza, che MUSSOLINI era l'espressione dei reazionari, il sicario dei capitalisti... Scioperi di protesta, inchieste del governo. MUSSOLINI rispondeva: altro che borghesi e reazionari! è stato il popolo, l'autentico popolo, quello che difende la vittoria, che vuole la nuova rivoluzione; il popolo dell'interventismo che vuol farla finita coni sabotatoci della pace... Per frenare l'entusiasmo che in molte zone del paese si profilava già a favore del Fascismo si disse anche che MUSSOLINI voleva ostacolare le trattative di Parigi, voleva la guerra ad oltranza. In quei giorni, infatti, Orlando si ritirava dalla conferenza di Parigi (25 aprile) per la negazione che vi si faceva dei nostri diritti. Parte del paese parve svegliarsi dal letargo. S'improvvisarono al presidente del consiglio dimostrazioni di solidarietà, ad attestare la volontà della nazione. Anche la Camera, il 29 aprile, accordò la sua solidarietà ad Orlando; ma era troppo tardi. Gli alleati s'erano già spartiti il bottino della vittoria. Quando la delegazione italiana tornò a Parigi trovò che tutto era stato fissato dagli alleati e dall'associato a danno dell'Italia; e il 2 giugno veniva consegnato agli inviati austriaci, a St. Germain-en-Laye, lo schema del trattato di pace con l'Italia. Poi, il 28 giugno, a Versailles si ponevano le basi di quell’ incerto edificio della cattiva pace europea, costruita su compromessi, equivoci, diffidenze ed anche su utopie. L'Orlando il 19 giugno presentava le dimissioni. Non era stato né un traditore né un vile; era stato un uomo che aveva creduto alla forza della ragione ed alla chimera democratica della pace e della libertà dei popoli. Fu l'ora della delusione per i deboli e della riscossa degli avversari della guerra. E salì al potere quel Nitti, che doveva liquidare la guerra; e che, infatti, accettava subito l'inchiesta su Caporetto, decretata il 19 gennaio dall'Orlando, affrettava la smobilitazione, annunziava provvedimenti fiscali e finanziari, che volevano colpire il capitale ed indebolivano invece il paese. I freni che tenevano il popolo si rilasciarono. Si gridò contro la borghesia, si inscenarono moti contro il carovita, i negozi furono saccheggiati, l'odio esplose da ogni parte. Per 15 giorni (fine giugno metà luglio) la folla eccitata dai demagoghi scassinò, rapinò, devastò negozi. Il governo lasciò fare. Istituì un nuovo corpo di polizia, la guardia regia, che doveva essere esecutrice della complicità governativa con i ribelli e con i sediziosi. Emise carta moneta, credendo con l'aumento della circolazione di dar nuovo sangue alle finanze ed all'economia. E, soprattutto, mise sotto inchiesta la guerra, e con la guerra la vittoria. Fu o almeno parve il trionfo del socialismo. Agitazioni socialiste s'ebbero in molte parti d'Italia, specie in Liguria. Scioperi dovunque. In tutto l'anno si verificarono ben 1526 scioperi con la partecipazione di 1.078.869 operai. La Confederazione del lavoro, filiazione del partito socialista, vedeva ogni giorno ingrandire le sue file. A metà anno inquadrava 1.159.042 lavoratori, quanti una organizzazione italiana aveva mai contato; mentre sotto la benevola protezione di Nitti, i socialisti gettavano le basi dell'assalto allo stato. Qualcuno diceva che il partito doveva far subito la rivoluzione e impossessarsi del potere. Qualche altro parlava di « maturità » del proletariato. Altri pensavano che avrebbe dovuto essere la confederazione del lavoro a sostituirsi ai ministeri e le camere del lavoro a sostituirsi alle camere di commercio ed i comuni alle prefetture... Discussioni sul regime successorio, la proprietà, la scuola, la famiglia. Si parlò di abolizione della proprietà, di confische, di amore naturale... Un medico socialista propose il libero amore « senza l'uggia del matrimonio ». Idee bestiali, come quella delle madri di stato, trovarono credito. Soprattutto ci si scagliò contro la borghesia. In realtà la borghesia meritava ogni biasimo. Aveva approfittato del caos ed aveva dato la scalata alle banche, aveva dilapidato lo stato con le forniture di guerra e le sovvenzioni illecite. Alla Camera dei deputati nel luglio era stata denunciata l'indebita sovvenzione all'Ilva di ben 130 milioni di lire. Avida la borghesia, mentre trafugava all'estero ingenti capitali, guardava con paura le forze vecchie e nuove che potevano abbatterla. Stremata, invece, la piccola borghesia faceva le spese del capitalismo e del socialismo. I Fasci che aumentavano a mano a mano di numero e di iscritti, si organizzavano. Il 18 luglio fu indetto un primo convegno di essi, per opporsi allo sciopero generale decretato dai socialisti per il 21, in vista di un eventuale intervento in Russia. Tuttavia lo sciopero aveva già un carattere « massimalista » di espressione, cioè, della tendenza bolscevizzante del partito: la scissione del quale era già in atto. Comunque le due forze erano ancora imponenti. Il 28 agosto il Comitato centrale dei Fasci pubblicava il suo programma: vi si parlava di costituente, di consigli nazionali del lavoro, dell'industria, e via via, con poteri legislativi, della giornata di otto ore di lavoro, della gestione di industrie e servizi pubblici affidati alle organizzazioni di lavoratori, di una forte imposta straordinaria sul capitale, del sequestro dell'85 % dei profitti di guerra... Non era demagogia, era comprensione dei bisogni delle classi lavoratrici, volontà di portarle sul terreno dello stato, volontà soprattutto di far di esse, in un ordine nazionale, il sostrato della nuova vita politica ed economica. Già MUSSOLINI aveva in più occasioni insistito sul carattere antiborghese della rivoluzione; la quale, avvertiva in un discorso il 19 luglio, « deve trarre la sua linfa dal lavoro ». Il sindacalismo nazionale non sorgeva allora, aveva avuto già in MUSSOLINI ed in Corridoni prima della guerra i suoi apostoli e propagandisti (v. SINDACALISMO, FASCISTA; CORRIDONI). Comunque, codeste idee si maturavano sempre meglio, acquistavano contorni più decisi, a mano a mano che la classe dirigente, la borghesia, i retori e gli avvelenatori del popolo, da ogni parte, contribuivano ad intristire il paese. Il governo del Nitti era il più propenso per una tale opera di avvelenamento e di corrosione. Sotto la pressione dei negatori della guerra e della vittoria, ai primi di settembre emanò i tre decreti con i quali si concedeva l'amnistia ai disertori. Fu un'offesa alla coscienza del paese: la guerra era posta, nello spirito e negli uomini che l'avevano voluta e combattuta, sotto processo. A proposito della pubblicazione fatta ai primi di agosto dall'Avanti! sui risultati della inchiesta su Caporetto, il socialismo ufficiale ebbe un fremito di orgoglio: « bisogna disonorare la guerra » si disse. I fascisti reagirono, con un nobile appello pubblicato il 19 agosto. Ma l'inchiesta fu portata alla Camera dei deputati. Se ne stava discutendo, allorché il Nitti si levò per annunziare, con aria funebre, che d'Annunzio aveva fatto il suo ingresso a Fiume (13 settembre). Momenti di emozione. Il dramma di Fiume non era incominciato allora; era incominciato il 30 ottobre 1918 con l'ingresso nella città di soldati di altra nazione; s'era acuito, successivamente, per la presenza colà di soldati italiani e marinai francesi, giacché la Francia vi aveva creato una base navale; dalla qual presenza erano naturalmente sorti incidenti. (7 luglio), che avevano provocato la nomina di una commissione internazionale d'inchiesta. Il meglio dell'anima italiana stava già sul Carnaro. D’Annunzio il 7 maggio, dall'alto del Campidoglio, aveva rivendicato con parole roventi l'italianità di Fiume. Ma il Nitti il 24 agosto ordinava ai granatieri di lasciare la città. Chi l'avrebbe osato? E non osarono eseguir l'ordine gli stessi ufficiali e soldati italiani; il Poeta soldato, che aveva già scritto durante la guerra la più bella pagina di vivente epopea, riassumendo la volontà della nazione, organizzò l'impresa dell'occupazione di Fiume, partendo da Ronchi con pochi audaci e penetrando nella città, che doveva egli stesso chiamare « olocausta », il 12 settembre. Il governo vide in quell'audacissima occupazione non tanto la ribellione dei migliori italiani, quanto il pericolo di complicazioni internazionali. MUSSOLINI, commentando il discorso di Nitti, lo chiamò «vile». Il 29 il governo chiese un voto alla Camera; ma ottenne appena una debole maggioranza. La Camera venne sciolta, si indissero i comizi elettorali. Tutte le forze del Fascismo, del neutralismo, del disfattismo vennero mobilitate. Forte nella struttura il partito socialista; ma evidenti, come s'è accennato, le crepe, i dissensi, le tendenze; al congresso di Bologna, nell'ottobre, la separazione tra massimalisti e riformisti era già in atto. Forte, nel giro di pochi mesi, il partito popolare, il quale era penetrato nelle campagne, vi si era diffuso grazie non solo al suo colore religioso, ma altresì alle vicende che aveva subito in quegli anni l'economia rurale, trasformatasi, specie nel nord e soprattutto in Lombardia e nel Veneto, nella struttura sociale, giacché la mezzadria ed il piccolo affitto s'erano in gran parte sostituiti alla grande conduzione diretta. Questa società rurale imborghesita, ligia alla Chiesa, interessata alla pace, non restava insensibile alle promesse del partito popolare, riforme sociali, restaurazione dei valori religiosi e della famiglia, autonomia delle regioni, contro il potere centrale, e, soprattutto, odio alla guerra. Gli altri partiti deboli o inesistenti, aggruppamenti, più che intorno a un'idea, ad uomini che rappresentavano o interessi locali o tradizioni dei vecchi tempi. Non mancavano formazioni elettorali nuove, di destra e vieppiù di sinistra, queste ultime spinte a forme di ribellione contro lo stato, contro Roma, monarchia o governo, tanto più notevoli in quanto esprimevano l'ansia di tutte codeste forze a frantumare lo stato, a dissolverlo senza sapere che cosa sostituirvi. Anche i Fasci si prepararono alle elezioni. Il 9 ottobre si convocarono in adunata nazionale a Firenze, proclamando ancora la netta intransigenza contro il socialismo, contro i denigratori della vittoria e riaffermando postulati di ricostruzione nazionale. Ma le elezioni segnarono il trionfo dei partiti di massa, che manifestarono il loro orrore per la guerra. I socialisti ebbero 156 eletti, 100 ne ebbero i popolari, 30 i radicali, 8 i repubblicani. I vari gruppi liberal-democratici ne ebbero 220. Nessuno i fascisti. Quasi la metà degli elettori non aveva votato (il 48 per cento). MUSSOLINI, nell'orgia della vittoria socialista fu arrestato. Scarcerato dopo qualche giorno diceva ai suoi: « Vi assicuro che entro due anni avrò una rivincita formidabile ». In realtà quella fu l'ora dei socialisti e dei popolari. Il Turati, capo della frazione riformista, poteva dire, all'indomani del voto, che quella era la vittoria della rivoluzione proletaria e legalitaria. Per contro l'Avanti! formulava programmi di azione immediata: abolizione dell'esercito, confisca dei beni gestione diretta da parte delle classi lavoratrici, della produzione. All'inaugurazione della legislatura la Camera risuonò d'inni sovversivi... Certo, sul finire del 1919 s'era convinti da molti che il socialismo avesse in mano il potere. Masse di scontenti, di disoccupati, di accecati dalle predicazioni sovversive inscenarono dimostrazioni e provocarono disordini nelle principali città. A Milano a Torino a Bologna a Brescia a Varese ad Alessandria a Mantova a Piacenza furono proclamati scioperi, furono commesse violenze, si tentò l'assalto al potere. La repubblica comunista fu proclamata a Firenze ed a Bologna. Padroni di molti comuni, i sovversivi in qualche posto, come a Cismon del Grappa ed a Sesto Fiorentino, batterono moneta con falce e martello; a Poggibonsi emisero francobolli comunisti. Fu, insomma, l'ora del socialcomunismo. Nel gennaio del 1920 il consiglio nazionale del partito socialista s'adunava a Firenze per proclamare la costituzione dei soviet. L'accordo non fu raggiunto e si propose di iniziare la discussione tra le masse intorno alla socializzazione del paese. Ma il Fascismo non era rimasto assente, non s'era avvilito dopo la sconfitta elettorale. Il 24 novembre, subito dopo le elezioni, il Comitato centrale dei Fasci riassumeva in una parola il programma del movimento: agire! Agire per il popolo, per la nazione. Si maturava sempre più la precisa volontà di salvare il paese dall'anarchia. Aumentavano intanto i Fasci, aumentava il numero delle adesioni. Si organizzarono i volontari del lavoro, che furono soprattutto studenti, a Roma, a Napoli, altrove. I volontari entrarono in funzione in gennaio, durante lo sciopero dei postelegrafonici prima e quello dei ferrovieri dopo, per assicurare un minimo dei servizi, per non paralizzare li vita nazionale. Avessero carattere salariale o di protesta o di provocazione, gli scioperi degli addetti nei pubblici servizi si susseguivano a breve distanza l'uno dall'altro. E lo stato? Lo stato o era assente o interveniva per aiutare le organizzazioni socialiste. La grande macchina dell'organizzazione rossa stritolava tutto. MUSSOLINI scriveva (6 aprile): «Le prospettive del domani sono raccapriccianti... Lo stato socialista vi controllerà in ogni minuto in ogni movimento... Lo stato è la macchina tremenda che ingoia gli uomini vivi e li rivomita cifre morte ». A soffrire degli scioperi però, non erano nemmeno gl'industriali, che, anzi, ne profittavano essi pure, giacché, nella sua impotenza, il governo li compensava delle perdite subite con nuove protezioni doganali. Chi stringeva la cintola era il consumatore, il medio e il piccolo borghese. Apparente paradosso, le agitazioni socialiste giovavano alla plutocrazia, che approfittò del momento ed anch'essa assalì lo stato per suo conto. I titoli di rendita subirono tracolli formidabili. L'aggiotaggio fu una professione, non più un reato. La lira calava. Il costo della vita rincarava. Il prezzo politico del pane, il blocco dei fitti, l'ora legale, tutto portava al rincaro della vita, al parossismo economico, agli sfrenati guadagni della plutocrazia. La circolazione monetaria in continuo aumento: da 5 miliardi che era alla fine del 1915 arrivava a quasi 19 miliardi alla fine del 1919 ed a 21 miliardi a metà del 1920. I numeri indici dei prezzi salivano di pari passo, o, vertiginosamente. Il governo non sapeva nemmeno più che fare. Eppure furono proprio i socialisti ad abbattere il governo di Nitti, che venne costretto a dimettersi il 14 maggio sul problema dei postelegrafonici. Si tentò un ministero Bonomi, che non riuscì. Si riebbe, ma per poco, ancora un ministero Nitti, che il 24 maggio fece sparare contro gli studenti e gli ex combattenti che avevano organizzato una manifestazione per l'annuale dell'intervento. L'indignazione fu enorme. Fascisti, nazionalisti, forze sane protestarono con tutto l'ardore possibile. Il Nitti che aveva mostrato di governare sotto il timor panico delle potenze straniere e dei socialisti, rispose aumentando il prezzo del pane, ma fu rovesciato dagli stessi socialisti e dai popolari. E venne al potere il Giolitti, colui che aveva dominato per un decennio la vita italiana, mascherando la sua dittatura con un abile governo parlamentare e creando un curioso equilibrio tra classi plutocratiche e lavoratrici giacché mentre aveva tentato di incorporare il movimento operaio nel meccanismo statale, aveva contemporaneamente favorito la borghesia industriale del nord. Giolitti, dunque, in quel momento significava l'estremo tentativo per comporre il dissidio interno della nazione. Si pensava che avesse potuto ancora dominare, applicando un'abile forma di neutralismo, che consisteva nel far lottare fascisti e socialisti tra loro. Divide et impera! Intanto, subito il Giolitti pose mano a provvedimenti finanziari, nominatività dei titoli, inchiesta sulle spese di guerra, confisca dei profitti bellici. L'inchiesta sulle responsabilità della guerra, minacciata tante volte, non venne. Ma tutto ciò era sufficiente per stimolare i peggiori istinti delle forze sociali ubriacate dai demagoghi rossi. E furono mesi peggiori dei precedenti. Gravi disordini avvennero nel giugno a Milano, nel Veneto, a Trieste, a Bari, nelle Marche, altrove. Scioperi, conflitti con la forza pubblica, aggressioni a coloro che si recavano al lavoro, assassini nefandi furono perpetrati dai rossi. In quest'atmosfera si verificarono i fatti per l'Albania, ove a metà giugno gli albanesi, sobillati da serbi, greci e francesi, attaccarono i nostri presidi di Valona, occupata nel-1914 dall'Italia. Era il frutto di una politica estera di remissività e di rinunzie. Il 26 giugno, avendo ricevuto 1'11° bersaglieri ad Ancona l'ordine di partir per l'Albania, gli anarchici con l'aiuto dei soldati imprigionarono ufficiali e graduati, seminando il terrore nelle città e proclamando la rivolta. L'ondata sovversiva si estese a tutte le Marche, nelle Romagne, in Puglia. Sangue generoso di tutori dell'ordine fu versato in molte parti del paese. Mentre l'Albania veniva abbandonata, altre offese al prestigio italiano si verificarono nell'Adriatico. Il 12 luglio a Spalato venivano uccisi il comandante Gulli ed un marinaio della regia nave « Puglia ». MUSSOLINI scrisse parole di fuoco sul Popolo d'Italia. Azioni fasciste si svolsero intanto a Trieste, ove vennero incendiati, per rappresaglia dei fatti di Spalato, l'albergo « Balkan » e la sede del giornale sloveno Edinost; ed a Roma, ove il 20 luglio, durante uno sciopero, venne distrutta la sede dell'Avanti! Il Fascismo ormai era una forza operante e presente nel paese. Il socialismo d'estrema se ne avvide: occorreva agire, disse. E passò all'azione. Discussioni ce n'erano state molte in quei mesi tra i socialisti sul modo di realizzare la rivoluzione. Alla Camera dei deputati, ove nel giugno s'erano sentite voci sacrileghe offender la patria, non erano mancate proposte socialisteggianti: abolizione della proprietà terriera, terra ai contadini, industria ai combattenti.... C'era chi diceva che il momento era propizio per instaurare la dittatura del proletariato; altri, che occorreva aspettare. Le due tendenze del socialismo, massimalista e riformista, non trovavano così una linea d'intesa. S'era soltanto d'accordo nel ritenere che la rivoluzione era inevitabile: « la situazione attuale, proclamava solennemente un manifesto lanciato nel giugno dal partito socialista e della confederazione del lavoro, indica che la crisi borghese si accelera nell'approssimarsi dello scontro formidabile tra borghesia e proletariato ». Ma come si sarebbe verificato quello scontro? Nel seno stesso della Confederazione del lavoro v'erano dissensi: i dirigenti erano per l'attesa, per un'opera di educazione, per l'ordine; alcuni gruppi come la Federazione italiana operai metallurgici (F. I. O. M.), più accesi, pronti a tentare l'esperimento della socializzazione. Attriti tra la F. I. O. M. e gl'industriali metallurgici c'erano stati sin dal maggio, per ottenere aumenti di salario. La discussione si fece più tesa nell'agosto. Il 29 agosto l'organizzazione operaia decideva di attuare l'ostruzionismo nelle fabbriche. Il 30 agosto, in seguito alla serrata delle officine Romeo, i dirigenti della F. I. O. M. deliberavano l'occupazione delle fabbriche. E fu l'ora dell'esperienza socialista. Per circa quindici giorni gli operai tennero le fabbriche. Ma con quale risultato? La produzione rimase ferma, qualche comitato di fabbrica vendé le macchine. Si organizzarono persino delle questue nelle città per fornir di danaro gli operai... padroni degli agognati mezzi di produzione! Fu un insuccesso clamoroso. Anche i dirigenti socialisti se ne avvidero. Il 3 settembre il Comitato di concentrazione socialista (ala riformista) esprimeva con un manifesto il suo « vivo disagio » per la situazione. Persino i capi massimalisti erano avviliti. Uno di essi, a Torino, diceva che occorreva trovare «un'uscita onorevole». Il governo estraneo. L'occupazione delle fabbriche finì miseramente. Ma ebbe il suo epilogo di sangue. Indispettiti, i sovversivi a Torino compirono atti di terrorismo brutali. Operai e cittadini ritenuti avversari dell'occupazione vennero sequestrati e talvolta assassinati. Particolare senso di orrore suscitarono il martirio subito da Costantino Scimula e Mario Sonzini, questi fascista e decorato di guerra, trucidati il 22 settembre in un' officina torinese. L'Avanti! faceva l'apologia di questi delitti: i tribunali proletari, scriveva l'organo socialista in quei giorni, mandando a morte i nemici del proletariato, esprimono la coscienza di classe destinata a trionfare... Era troppo ! Il Fascismo non era stato spettatore passivo di tutte quelle vicende. Aveva in quei mesi meglio raccolto le sue energie, aveva collaudato al fuoco dell'esperienza forze attive e negative del sovversivismo, intervenendo spesso (come aveva fatto a Pola a fine di settembre, incendiando quella camera del lavoro) per punire le più gravi offese alla nazione. MUSSOLINI, martellando quotidianamente dalle colonne del Popolo d'Italia gli avversari, aveva contribuito a creare in essi dissensi e disorientamenti; soprattutto aveva sviluppato programmi e metodi di una, politica nazionale del lavoro, che richiamava già molti lavoratori ai sentimenti più alti della patria. Già nel gennaio del 1920 aveva smascherato la crudele utopia delle « droghe miracolose per dare la felicità al genere umano ». Nell'agosto il Popolo d'Italia pubblicava alcuni postulati fondamentali di politica sociale: miglioramento ed estensione della legislazione sociale, rappresentanza dei lavoratori nel funzionamento delle industrie, elevazione del lavoro. A Trieste, il 20 settembre, Egli, tra l'altro, parlava della « rinascita dei valori spirituali e morali ». Il Consiglio nazionale dei Fasci il 12 ottobre faceva voti, oltre che per l'italianità dell'alto Adige, altresì per la costituzione di sindacati nazionali. Fascisti e forze nazionali avevano, intanto, ottenuto qualche successo nelle elezioni amministrative svoltesi in quei giorni. Numerosi comuni e numerose amministrazioni provinciali erano passate nelle mani di quelle forze. Altrove, come a Bologna, la minoranza era costituita da uomini di sicura fede fascista. Gli avversari non tolleravano questo successo fascista, e proprio Bologna dové essere teatro di un efferato delitto. Insediandosi il 21 novembre il Consiglio comunale, la maggioranza socialista, nel Palazzo del comune, premeditatamente aggredì la minoranza; e restò ucciso il consigliere Giulio Giordani. L'eccidio di palazzo d'Accursio segnò l'inizio dell'offensiva fascista non solo a Bologna, ove la camera del lavoro venne assalita, ma nella Valpadana ed altrove. E ad acuire la volontà fascista ad osare ed a vincere concorsero, oltre a motivi già vecchi, avvenimenti nuovi, che ponevano il Fascismo di fronte alla responsabilità di agire risolutamente per difendere l'Italia dai nemici interni ed esterni. Innanzi tutto la situazione derivata dai fatti di Fiume che con la conferenza di Rapallo era stata dichiarata stato libero; onde l'ordine a D'Annunzio di lasciare la città, ed il successivo bombardamento dell'« olocausta » provocato da Giolitti (24-26 dicembre). Il Natale di sangue ebbe nel paese ripercussione immensa. MUSSOLINI in un articolo intitolato “Il delitto” notava la frattura verificatasi nel paese: « Da una parte la fredda ragione di stato decisa sino in fondo; dall'altra la calda ragione dell'ideale pronta ai disperati sacrifici supremi» (27 dicembre 1920). Ma non era tutto. La situazione che s'era creata nella Valpadana, dominata dai rossi, esigeva risoluti rimedi. Infine gli eccidi consumati dai socialcomunisti. L'agguato di Castello Estense, a Ferrara (20 dicembre) nel quale rimasero trucidati numerosi giovani, provocò una gagliarda reazione. E il Fascismo passò alla riscossa.

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3. LA CONQUISTA DELLO STATO. — Formidabile si presentava al sorgere del 1921 l'organizzazione socialista in Italia: 3000sezioni del partito con 250.000 iscritti, 3.000.000 di organizzati, 156 deputati alla camera, 2500 comuni e 36 consigli provinciali in mano dei rossi. Diversità di tendenze anche forti, esistevano trai capi come s'è detto e s'erano anzi acuite. Nel congresso di Firenze (15-21 gennaio 1922) dopo molte discussioni s'era ufficialmente verificata la frattura tra l'ala estremista del partito e le frazioni di centro e di destra; e s'ebbe l'autonomia del gruppo massimalista, che aveva l'occhio fisso a Mosca ed a Lenin. Tuttavia, anche se codesti bolscevichi ebbero, nelle vicende e nelle lotte che seguirono, la parte di maggiore responsabilità, per l'odiosa violenza che dispiegarono, non sarebbe facile sceverare nettamente, nell'azione politica dei mesi successivi, ciò che era di pertinenza dei massimalisti e ciò che si operava dagli altri, socialisti di vario tono, ma accomunati, nonostante i diversi atteggiamenti teorici dei capi, nella volontà di rovesciar l'ordine, già barcollante del resto, di gettare il paese nel caos della dissoluzione totale, di impadronirsi non sapremmo dire se del potere politico o di quello economico o di entrambi. In realtà alcune zone d'Italia ai primi del 1921 erano già sotto il totale dominio socialcomunista. Nell'Emilia e in tutta la Valpadana il controllo dei rossi sulla vita civile ed economica era quasi totale. Lì, per un complesso di fattori derivati dalla trasformazione economico–sociale prodotta dalla guerra nei ceti rurali, in parte arricchiti in parte nullatenenti; la lotta agraria s'era risolta con un completo trionfo socialista. Erano le organizzazioni rosse ad imporre agli agrari i patti colonici, erano esse che avevano l'assoluto controllo della mano d'opera. Il socialismo s'era già in parte realizzato: nel bolognese i prodotti venivano divisi tra proprietari e coloni. In qualche posto il socialismo era diventato feudale, come nel comune di Molinella, in provincia di Bologna, ove un caporione rosso, tal Giuseppe Massarenti, aveva instaurato un sistema collettivistico di tipo mezzo tirannico e mezzo utopistico. Tutto dipendeva da lui: il vescovo per dir messa e l'agricoltore per mietere i campi dovevano fare i patti col « barone di Molinella ». E le masse corsero dietro la fosca utopia, abbagliate dalle promesse dei capi rossi ed accecate dall'odio che, contro « i signori », veniva ad esse opinato dai demagoghi socialcomunisti. Non era difficile sentire nei comizi e nelle riunioni socialiste promesse di un'età di benessere e di ricchezza, a danno della borghesia; e non solo nel nord, ma anche nelle province meridionali, ove il socialismo, se, eccezion fatta per le Puglie ove la situazione era analoga a quella della Valpadana, non aveva assunto il tono prepo¬tente che teneva altrove, non era tuttavia meno impulsivo e demagogico. S'aggiungeva, inoltre, a questo socialismo ingenuo ma non meno pericoloso, il socialismo dei «popolari », aderenti cioè all'organizzazione cattolica i quali, nonostante la disciplina di partito che proclamavano; non erano affatto uniti; ma avevano formato nel loro seno un'ala estremista che conciliava Gesù e Marx, il Vangelo e Lenin. Questo è il quadro che offriva l'Italia socialcomunista del 1920 e del 1921; un'Italia in rovina, senza governo legale, giacché quella parvenza di governo che c'era, molte volte era alleata ai rossi o per timore o per incoscienza. Era in gran parte una Italia senza più ideali e senza più fede alcuna, tranne che in una materialistica visione della vita, ridotta al vino, al piacere, al benessere.
Ma accanto, anzi, dentro questa Italia un'altra ne sorgeva, era già sorta e rapidamente cresceva e dilatava le sue forze, acquistava senso e coscienza di nazione, di stato, di dominio. In meno di due anni il Fascismo aveva fatto molta strada, aveva acquistato una, esperienza calda e diretta dei problemi politici e sociali nazionali, aveva collaudato i postulati iniziali e non mai smentiti del suo programma al fuoco della lotta politica. Le fila del movimento s'erano ingrossate: dai 17.000 iscritti dell'ottobre del 1919 s'era passati a 30.000 iscritti nel maggio del 1920, a 100.000 nel febbraio del 1921. Ma, oltre il numero, che nel corso del 1921 andò di molto ingrossandosi, quel che nel Fascismo acquistava sempre più imponenza era la passione, la fede, la volontà di vincere. Erano giovani e vecchi, piccolo-borghesi e operai, studenti e professionisti, rurali e commercianti ad accorrere nei ranghi fascisti. MUSSOLINI notava questo sorprendente fenomeno di proselitismo: « Nessun altro partito può competere con noi. I vecchi partiti non fanno reclute nuove; stentano a conservare le vecchie, che qua e là accennano a sbandarsi. Il Fascismo, invece, vede sorgere i suoi gruppi a diecine e diecine, per generazione spontanea, tanto che fra qualche mese tutta l' Italia sarà in nostro potere ». Intanto si provvedeva a dare migliore assetto all'organizzazione, slargata nei quadri, nei compiti, nella vita nazionale. Si creava, così, un Comitato centrale e si costituiva un Consiglio nazionale composto dai rappresentanti regionali dei Fasci. L'8 gennaio 1921 si riuniva per la prima. volta il Comitato centrale: si affrettava lo studio dei problemi più urgenti, la situazione economica, quella agraria dell'organizzazione sindacale e dello stato. Punti fermi venivano posti dal programma d'azione e di ricostruzione: si mirava lontano. Seguirono riunioni regionali: il 13 febbraio a Venezia, i1 20 a Milano, poco dopo a Torino. Anche in queste riunioni vennero impostate questioni fondamentali: sindacalismo, politica estera, problema dello stato. A Torino emerse chiara l'idea che lo stato non poteva non essere che unitario ed autoritario, per il popolo, con il popolo: con quello dei lavoratori soprattutto. Il 29 febbraio sorgeva in San Bartolomeo in Bosco (Ferrara) il primo sindacato fascista. Non era senza significato il fatto che il primo sindacato fascista fosse rurale e sorgesse nel ferrarese, feudo rosso, nel cuore di quella Valpadana che era teatro delle esperienze socialiste. E vi sorgeva, insieme a tanti altri che in breve si costituirono, con programmi precisi, scaturiti anche dall'esperimento rosso: nazione e lavoro esaltati; ma non in astratto, non solo come mito. Esigenze formidabili stavano nel fondo della lotta sociale. Il socialismo riduceva tutto ad un problema di distribuzione di ore lavorative. Ma era tutto? Come ricorderà MUSSOLINI più tardi (in Gerarchia, maggio 1925) un vero statuto sindacale fu elaborato in quei tempi, per dar anima e vita ai nuovi organismi che sorgevano e che si chiamarono corporazioni, a rievocare un glorioso istituto associativo italiano. E fu un progredire rapido del sindacalismo nazionale. Nel giugno 1921 si svolgeva a Ferrara il primo congresso dei sindacati della provincia, presenti 400 delegati che rappresentavano 50.000 organizzati.
L'organizzazione operaia rossa e quella aderente al partito popolare, la confederazione italiana dei lavoratori, cominciarono a sentire il peso dell'influenza fascista sulle masse. Del resto il Fascismo, passato più decisamente all’ azione, ad ogni assassinio compiuto dai rossi, puntava sulle camere del lavoro e sulle altre roccaforti avversarie, distruggendole. Così a Modena, a Bologna, a Trieste: era ormai la lotta aperta e virile contro la tirannide rossa ovunque e comunque si manifestasse. In Romagna ed in Toscana, in Lombardia o nel Veneto il Fascismo s'opponeva ormai a tutte le manifestazioni rosse che avevano fini antinazionali. Anche nel Mezzogiorno l'azione fascista stroncò la prepotenza socialbolscevica: notevole la reazione che fu opposta nel febbraio agli scioperi agrari nelle Puglie. Esasperati, i rossi iniziarono quel nefando e triste sistema degli agguati, delle imboscate, degli eccidi: morti fascisti a Firenze nel febbraio, che vide il martirio di Carlo Menabuoni e di Giovanni Berta; il primo marzo l'eccidio di Empoli: due autocarri, provenienti da Livorno recanti 46 macchinisti e meccanici della marina per sostituirei ferrovieri in sciopero, furono assaliti di sorpresa; e ben 35 marinai furono colpiti. Poi l'agguato di Casalmonferrato ove vecchi e giovani caddero trucidati; poi (23 marzo) l'efferato eccidio del teatro « Diana » di Milano: 18 morti e centinaia di feriti fu il consuntivo dell'azione socialcomunista. Mesi duri di lotta, arrossata dal sangue di tanti martiri caduti fieramente, vittime della barbarie rossa. Ma il Fascismo che non aveva mai voluto massacri di vite, che la lotta non intendeva come assassinio (MUSSOLINI dopo l'eccidio del « Diana » aveva invocato la tregua di sistemi nefandi) e che la violenza intendeva come « violenza di guerrieri, non di teppisti », come leale mezzo di lotta politica non come vendetta, il Fascismo, tuttavia, dal sacrificio dei martiri della ferocia rossa traeva alimento rinnovato di fede, di audacia, di volontà. Non era più, il Fascismo, un movimento di minoranze; masse sempre più ingenti si stringevano attorno ai gagliardetti ed alle fiamme della rivoluzione. Maggior ardimento animava i giovani ed anche gli anziani, organizzati in « squadre di azione » che dall’arditismo avevano preso la divisa nera e le insegne, i canti ed il temerario orgoglioso disprezzo del pericolo. Lo squadrismo, ch'era già in atto da un pezzo, che derivava da quella prima « squadra » sorta a Trieste il 20 maggio 1920, aveva una sua etica ed una sua poesia. Voleva punire i nemici della patria, voleva purificare il paese. E Fascismo e squadrismo volevano dire ed erano MUSSOLINI, animatore, capo, guida, Duce. La visione di un'Italia grande e potente era già nel cuore e nella mente di MUSSOLINI: il 6 febbraio a Trieste auspicava 1' Impero; sul Popolo d'Italia, già nel marzo, parlava dì governare la nazione, col programma necessario ad assicurare la grandezza morale e materiale del popolo italiano. Il governo, che aveva creduto possibile di neutralizzare col suo intervento socialismo e Fascismo ponendoli l'uno contro l'altro, s'accorse che la tattica era sbagliata. Il Giolitti, che credeva di poter adoperare metodi altre volte eccellenti per sedare la lotta politica, pensò di « canalizzare le ire nella lotta elettorale » : le parole sono sue. Così il 7 aprile veniva sciolta la Camera dei deputati e venivano convocati i comizi elettorali per il 15 maggio. Lotte più aspre e veementi di idee, di partiti, di uomini seguirono il decreto giolittiano di scioglimento della Camera. In riunioni, comizi, giornali, esplosero contrasti, ire, pentimenti, programmi. Gran tumulto di polemiche, recriminazioni, critiche, passioni. Il Fascismo, che aveva la coscienza della sua forza e dei suoi ideali, scese nella lotta con un programma secco e lineare. Lo enunciava MUSSOLINI, a nome del Consiglio centrale dei Fasci, il 15 aprile: rivendicazione dell'intervento, lotta contro il comunismo, democrazia rurale e non assurda socializzazione, sindacati nazionali, politica di prestigio all' estero, espansione nel Mediterraneo, pace fortemente armata. Pur conservando la sua autonomia, il Fascismo accettò di formar blocco con altri partiti nazionali ove fosse stato possibile. E ci si avviò al 15 maggio. Ma fino a quel giorno la guerra civile fu più che mai violenta e cruenta. I comunisti, alleati ai peggiori della società italiana, sempre che potevano sperare nell'impunità, sempre che fossero dieci contro uno, dettero la caccia ai fascisti. A diecine caddero i martiri, gli eroi dell'idea di redenzione nazionale; spesso giovanetti, talvolta ragazzi appena; altre volte anziani, che lottavano con la stessa audacia dei giovani. Il governo non voleva compromettersi, voleva che le elezioni riuscissero trionfali per esso, che s'era mantenuto neutro nel conflitto; e invece il suo atteggiamento inaspriva la lotta, moltiplicava il numero delle vittime. A Reggio Emilia, a Mantova, a Verona, a Genova, a Savona, a Torino, a Rieti, a Brescia, a Palermo, altrove la battaglia infuriò é costò la vita a numerose camicie nere. I fascisti reagivano sempre, punivano i colpevoli, talvolta con le stesse armi, con gli stessi mezzi. E in questa atmosfera si svolsero le elezioni. Giolitti aveva messo in atto tutte le forze di cui disponeva per combattere fascisti e nazionali; mentre i socialisti ed i popolari s'appoggiavano ad organizzazioni che, benché scosse, erano ancora forti. I risultati dei comizi, perciò, non furono molto diversi da quelli del 1919: riuscirono numerosi i socialisti ed i popolari, un gruppo di liberali e democratici, ed un gruppo altresì di fascisti e nazionalisti. MUSSOLINI, eletto in Lombardia e nell'Emilia, riportò 300.000 voti. Il Fascismo entrava nella Camera, poteva parlare al paese, poteva meglio imporre le sue idee. E contro il socialismo MUSSOLINI orientò il suo primo discorso parlamentare il 21 giugno: un discorso serrato, contro il mito della lotta di classe, dell'internazionalismo, della cosiddetta dittatura del proletariato. Gli avversari allora ricattarono il governo; ed il governo cadde, il 27 giugno; giorno nel quale ebbe termine la vita politica del più abile uomo politico della vecchia Italia, Giovanni Giolitti. Dopo otto giorni di crisi laboriosa gli succedeva al governo un riformista, Bonomi, che pareva potesse conciliare socialisti, popolari e democratici. Ma il paese non era più a Montecitorio, non era più a Roma. La lotta politica e civile s'era incrudelita vieppiù in quei mesi, aveva assunto un tono disperato. Nella sola giornata delle elezioni erano cadute 44 persone; nei due giorni successivi, ne cadevano altre 14; fra il primo marzo ed il 31 maggio in totale s'erano avuti 350 morti ed oltre un migliaio di feriti, per la maggior parte fascisti. Questi cadevano quasi sempre a tradimento, trucidati, mutilati, barbaramente. Chi può dire che le reazioni fasciste a tali misfatti fossero state troppo crudeli? I comunisti s’erano organizzati anch'essi in squadre armate, gli « arditi del popolo» avvelenati da una propaganda esosa e falsa. I fascisti venivano descritti come i sicari dei capitalisti. Si parlò di pacificazione, di tregua. Lo stesso MUSSOLINI non parve avverso a considerare la possibilità di un accordo. E nonostante nuovi conflitti e la strage di Sarzana, del 21 luglio (18 morti e 30 feriti) un patto di tregua fu firmato il 4 agosto. Molti, dai ranghi del Fascismo, non approvarono il patto; e MUSSOLINI dovette fare appello al patriottismo dei suoi. S'invocava la pace? Il Fascismo doveva dare l'esempio. E dette l' esempio. Furono i rossi a rompere il patto. Le aggressioni continuarono, i caduti fascisti allinearono ancora i loro corpi lungo la via del martirio. Il 15 agosto al congresso dei Fasci di Bologna ed il 27 a Firenze si constatò che la tregua era cessata per colpa dei rossi. Allora il Fascismo sentì la necessità di darsi un nuovo assetto, di prender fisionomia dottrinale e organizzativa di partito, pronto ad assumersi la responsabilità del governo. Qualche romantico fra i fascisti, a sentir parlare di partito, credé ad un irrigidimento dell'idea, ad un dissolvimento dell'azione. MUSSOLINI spiegò subito, il 10 ottobre, quel che il partito doveva significare: non più azione contingente, ma programma duraturo, lineare, volto ad uno scopo. Una commissione di studio per la trasformazione del movimento in partito il 28 settembre aveva fissato i capisaldi della nuova organizzazione; ma fu nel congresso nazionale di Roma, il terzo dopo quello di Firenze dello ottobre 1919 e dopo quello di Milano del maggio 1920, che fu decisa la fondazione del partito. E fu una gran prova, quella di Roma: 30.000 i fascisti convenuti nell'Urbe; 2200 le sezioni rappresentate con 310.000 iscritti. Una statistica compilata sulla metà di tali iscritti mostrava come ormai nel Fascismo vi fossero lavoratori della terra e dell'industria, proprietari terrieri e impiegati, commercianti e studenti, professionisti e industriali. Qualche dissenso fu presto superato; come le stesse impazienze di quelli che volevano agir subito furono frenate da MUSSOLINI. Doveva esserci un grande potente organismo di lotta e di ordine: e ci fu e fu il Partito nazionale fascista, che proclamò subito di essere milizia volontaria al servizio della nazione; per lo stato tutte le volte che esso si fosse dimostrato geloso custode e difensore del sentimento nazionale, contro lo stato qualora esso avesse dovuto cadere nelle mani degli attentatori alla Vita del paese. Lo stesso giorno il Popolo d'Italia pubblicava il primo statuto del partito. Il 22 novembre si creava un comando per l'ordinamento e la costituzione delle squadre nelle quali i fascisti si distinguevano in principi, destinati all'azione, ed in triari, quasi formanti una milizia ausiliaria. I nomi stessi richiamavano ordinamenti romani; e s'ebbero, oltre alle squadre, centurie, coorti, legioni. Dal 15 dicembre fu obbligatoria per gl'iscritti al partito star nelle squadre, le quali, diceva una circolare della segreteria generale, « sono costituite all'unico scopo di arginare le violenze degli avversari». Dunque, un partito efficiente, militarmente e moralmente inquadrato. A cosa mirasse si vide dal programma pubblicato il 17 dicembre. MUSSOLINI avvertiva, pubblicandolo, che ormai si assumeva una diretta responsabilità politica, onde la necessità di dare al partito un programma. Il quale parlava innanzi tutto di stato, che doveva essere pieno e autoritario, e poi delle corporazioni per i lavoratori, ed affrontava tutti i problemi della politica interna, estera, finanziaria, sociale, scolastica, della giustizia, della difesa nazionale. Orizzonti nuovi si aprivano, mentre il paese avvertiva, nell'ordine politico ed in quello economico, una crisi profonda. Il tracollo della Banca italiana di sconto, verificatosi sulla fine del 1921, metteva in risalto un aspetto terribile della crisi, oltre che politica ed economica, altresì morale della società italiana di quel tempo. La grossa borghesia, profittando del caos, aveva imbandito un lauto banchetto a danno delle classi modeste e povere. Che fare? Mentre il governo tentava far prevalere l'autorità dello stato, ordinando lo scioglimento dei corpi armati, i socialisti, i comunisti, molti degli stessi democratici e liberali che avevano fino allora assistito alla lotta con animo perplesso, procedettero ad un'altra offensiva con il Fascismo: quella dottrinaria. Che cos'è dunque, si chiedevano, il Fascismo? Che rappresenta nella storia politica? Gran dilagare di discussioni in giornali riviste, libri, opuscoli. Già da un pezzo ci si domandava: il Fascismo è a destra o a sinistra? …è per la borghesia o per il proletariato? …o non piuttosto è un fenomeno piccolo borghese, incastratosi tra borghesia e proletariato? Che non fosse borghese o «agrario », come dicevano taluni, era provato dalla sua simpatia per le masse lavoratrici. MUSSOLINI aveva nettamente avvertito più volte che il Fascismo sarebbe stato per le classi operaie; non con la borghesia economica e non con quella politica. Che non fosse né movimento di destra alla vecchia maniera, né di sinistra come intendevano i demagoghi appariva altresì evidente giacché sin d'allora il Fascismo proclamava la necessità di immettere tutte le forze sociali nello stato, il quale doveva esser pieno e sovrano, stato-popolo e stato-nazione. Agli avversari che accusavano il Fascismo di aver fatto della nazione un mito, MUSSOLINI, nel Breve preludio al primo numero di Gerarchia (1922) indirettamente rispondeva chiarendo che la nazione, per il Fascismo, era intesa come valore, come storia, come conquista, contenuto ed anima dello stato. Ed a realizzare il nuovo stato il Fascismo già lavorava. L'organizzazione e la struttura del partito erano divenute poderose. Al partito s'aggiungevano nuovi strumenti, originali organismi: nel febbraio del 1922 sorgeva il primo Gruppo universitario fascista a Bologna; nel gennaio era stato pubblicato uno schema di costituzione dei Fasci femminili e contemporaneamente si promulgava lo statuto per la costituzione ed il funzionamento dell'avanguardia per i giovani dai 15 ai 18 anni. Fasci all'estero già erano sorti (il primo, quello di New York, era stato fondato nel maggio del 1921); soprattutto si affinava l'organizzazione sindacale. In un convegno tenuto a Bologna il 24 gennaio, nel quale veniva costituita la Confederazione nazionale delle corporazioni sindacali, erano fissati i capisaldi del sindacalismo fascista: il lavoro elevato a soggetto dell'economia e nobilitato come dovere sociale; la nazione posta al di sopra degli individui e delle classi; l'idea, il senso di classe superata da quelle di patria e di società; il 21 aprile, Natale di Roma, dichiarato festa del lavoro e non più il fatidico rosso romantico primo maggio. Momenti sempre più convulsi viveva il paese. In gennaio moriva Benedetto XV, il pontefice della guerra; e l'emozione, che dilagò per tutto il mondo cattolico, fu maggiormente sentita in Italia, ove il cattolicesimo, nonostante la questione romana e nonostante taluni atteggiamenti anche recenti della Chiesa nelle cose italiane, vibrava pur sempre negli spiriti. Mentre veniva eletto il nuovo papa, il dotto e lungimirante Achille Ratti, che si chiamò Pio XI, e che subito diede segni di minore animosità dei predecessori verso lo stato italiano, ecco aprirsi la crisi nel governo con le dimissioni del Bonomi. Si tentò, con l'occasione, un colpo abilmente preparato dal capo dei popolari, don Sturzo, con la complicità dei riformisti per formare un nuovo governo che fosse nettamente antifascista; ma MUSSOLINI sventò la manovra e il 25 febbraio l'incarico di comporre il nuovo gabinetto fu affidato ad un amico del Giolitti, l'on. Facta, uomo - notoriamente debole, senza l'abilità del suo maestro, tendenzialmente antifascista, favorevole comunque al socialismo, nonostante l'ostentato liberalismo che professava. I socialcomunisti ripresero coraggio; ed invero mai avevano cessato di attaccare fascisti e di fare vittime. Anche i fascisti non allentarono la stretta. Ma la differenza tra le azioni dei fascisti e quella dei rossi stava in ciò, come notava MUSSOLINI l'anno dopo (Scritti e discorsi, III, p. 195), che i socialcomunisti si accontentavano di risultati tattici, mentre i fascisti miravano a risultati strategici, miravano, cioè, ad impadronirsi del cuore della nazione. La situazione cominciava intanto a capovolgersi. Roccaforti rosse venivano espugnate e cadevano nelle mani dei fascisti. Il 3 marzo i fascisti giuliani, insieme coni legionari di d'Annunzio, cacciavano da Fiume il traditore Zanella. Nello stesso tempo Bologna e Ferrara venivano quasi del tutto liberate dai sovversivi. Grandi adunate davano intanto la prova della potenza fascista. Il 26 marzo a Milano 30.000 fascisti celebravano, in ordinato corteo, l'annuale della fondazione dei Fasci; il 21 aprile veniva festeggiato il Natale di Roma con un solenne corteo nell'Urbe. Il primo maggio i socialisti si astenevano dal lavoro; ma i volontari fascisti li sostituirono nei servizi pubblici. Fu la prima prova efficace del fallimento socialista; e MUSSOLINI poteva ben pubblicare sul Popolo d'Italia un articolo dal titolo “Funerale”. Non che la lotta fosse cessata, anzi pareva che i rossi volessero sfogarsi vieppiù contro i fascisti, specie se isolati; ma ormai già da quel tempo appariva evidente che il Fascismo s'andava a mano a mano sostituendo allo stato. Il 16 maggio 50.000 lavoratori fascisti occupavano in perfetto ordine Ferrara per protestare contro il governo e non faceva nulla per fronteggiare la disoccupazione; il 26 maggio a Bologna si concentrarono squadre dell'Emilia, di Ferrara, di Modena e di Venezia per protestare contro il prefetto, ottenendo che i servizi di polizia passassero al comando militare. In varie città dell'Italia centrale parziali mobilitazioni di squadristi davano il segno della forza del partito. Ai primi di giugno aveva luogo a Milano il primo congresso delle corporazioni sindacali con la partecipazione di 2716 gagliardetti rappresentanti 458.284 organizzati, che un mese dopo appena divenivano 700.000. Insomma già nel giugno il Fascismo costituiva una forza ordinata, tesa alla conquista dello stato. Che questo fosse il fine, MUSSOLINI non nascondeva, anzi apertamente dichiarava per iscritto ed alla Camera. In realtà il Fascismo si sostituiva già al governo; il quale il 19 luglio si dimetteva, travolto dallo scontento di tutti. E furono giornate calde, decisive quelle che seguirono. Parve ai socialisti che quella fosse l'ora buona per tentare la riscossa. Abbandonando la pregiudiziale antimonarchica si dichiararono pronti ad assumere il potere. Uno dei loro capi, il Turati, che da tempo aveva assunto un atteggiamento « ministeriale » e che per il suo accentuato riformismo non era troppo inviso ai democratici, mentre per le sue origini, in fondo, non era lontano dagli altri del partito, salì le scale del Quirinale. Parve un avvenimento decisivo. Da qualche parte si credé giunta l'ora del socialismo. I fascisti non per ciò avevano già intensificato l'offensiva. Uno sciopero ferroviario antifascista fu stroncato sul nascere per l'intervento dei Fasci. Significativo un manifesto lanciato in quella occasione al paese dalla direzione del partito: « Bisogna tornare al lavoro, Viva l' Italia! » Nello stesso tempo i fascisti ferraresi occupavano Ravenna. I rossi di tutte le sfumature presentirono il pericolo, s'allearono, proclamarono uno sciopero generale « legalitario » con l'adesione di tutti i gruppi di sinistra. Era la provocazione suprema. Il Fascismo la raccolse. Il 1° agosto la direzione del partito dava un ultimatum di 48 ore allo stato perché desse prova della sua autorità. Contemporaneamente veniva ordinata la mobilitazione generale dei Fasci. Incidenti, conflitti, azioni violente si verificarono dappertutto, specie a Milano, a Livorno ad Ancona a Bari. Il 3 agosto la direzione del partito socialista ordinava la ripresa del lavoro. Lo sciopero generale era fallito! Poi fu un rapido susseguirsi di eventi risolutivi. Lo stesso 3 agosto i fascisti occupavano Milano. D'Annunzio pronunziava in quella occasione un discorso ove inneggiava alla nuova Italia risorgente. Contemporaneamente a Livorno veniva occupato il municipio. Il 5 venivano assalite a Genova le sedi socialiste al porto; a Parma, dopo una battaglia durata cinque giorni, Fascismo s'impadroniva della situazione; e così a Bologna, ad Ancona, a Foligno, a Savona, alla Spezia, a Trieste, a Brescia, ad Udine, ad Alessandria. Codeste vittorie erano arrossate, tuttavia, dal sangue di molti caduti fascisti. Il giornale socialista di Reggio Emilia, la Giustizia, così scriveva il 22 agosto: « Ci hanno tolto Milano e Genova, nostri capisaldi, che parevano imbattibili. Ci hanno dato alle fiamme i due maggiori giornali, l'Avanti! a Milano e Il Lavoro a Genova. Dovunque è giunta la raffica fascista ci ha spazzato ». Parole significative. Mentre il governo, che era stato ricostituito il primo agosto dallo stesso Facta, brancolava senza orientamento e senza speranze, il Fascismo radicava ancora meglio le sue forze nel paese. Si consolidava la situazione del partito nell'Italia meridionale e nelle Isole. Il 20 settembre grande adunata dei Fasci della Venezia Giulia ad Udine. MUSSOLINI vi pronunziò un grande discorso, nel quale, mentre scioglieva la riserva nei confronti della monarchia, dichiarando di accettarla pienamente, riaffermava i postulati del sindacalismo nazionale, contro la plutocrazia. Fu un duplice colpo si scena: da un lato l'esercito e gran parte del paese attaccati alla monarchia trassero un sospiro di sollievo all’ annuncio che il Fascismo non era contro l'istituzione tradizionale; d'altro canto gli accenni alla plutocrazia mostrarono il vero volto del Fascismo, né reazionario né strumento del capitalismo, come s'affannavano a dimostrare i socialisti. Ma oltre tutto, quel che appariva chiaro era che il Fascismo mirava a Roma. MUSSOLINI aveva chiaramente enunciato ad Udine la volontà del Fascismo di governare l' Italia. Idee analoghe esprimeva il 24 settembre a Cremona, presenziando alla consegna di 50 gagliardetti dei sindacati fascisti; ed il 4 ottobre a Milano, alla sede della « Antonio Sciesa ». Gli avvenimenti preannunziavano già la grande impresa: a fine settembre possenti adunate fasciste a Vicenza, a Novara, ad Alessandria, a Cremona. Il 29 settembre importante riunione della direzione del partito a Roma: Già si accennava all'azione decisiva, se ne precisavano i dettagli. Il 2 ottobre i fascisti occupavano Bolzano, ove si tollerava ancora una situazione assurda ed antitaliana: i tedeschi padroni della città, il tricolore assente, i fanciulli italiani senza scuole. Successivamente passavano a Trento ove defenestravano l'alto commissario Credaro. Trattative intanto venivano tentate dal governo: si sperava frenare l'impeto del Fascismo, offrendo qualche posto secondario nel ministero. Ma nulla poteva rallentare il ritmo dei preparativi e della decisa azione finale. Il 18 ottobre aveva luogo un convegno a Milano: si preparava ormai nei dettagli la marcia su Roma. Si creava un Quadrumvirato composto da Michele Bianchi, Italo Balbo, Emilio De Bono, Cesare Maria De Vecchi. Si stabilirono le direttive, dal punto di vista tattico e strategico, dell'azione. Si accennò anche a date: chi parlò di rinviare, chi di riflettere. MUSSOLINI tagliò corto e fissò l'azione per gli ultimi giorni di ottobre. Il 21 ottobre altra riunione a Bordighera del Comando generale. Poi a Napoli il 24 ottobre adunata di 40.000 fascisti. Entusiasmo delirante, atmosfera di passione. Napoli significava il Mezzogiorno, meno presente da un cinquantennio nella vita sociale italiana, meno provato dalla recente lotta politica, più attaccato, per sentimento, alla monarchia. Al Consiglio nazionale dei Fasci che si teneva in quei giorni a Napoli, si parlò infatti, tra l'altro, del problema meridionale e delle Isole, da affrontare finalmente in pieno. Poi grande discorso di MUSSOLINI al teatro San Carlo: un discorso imponente, che toccò tutti i punti della vita nazionale, fissò gli obiettivi della nuova politica italiana, tracciò gli orientamenti della politica estera, di quella economica e sociale. La moltitudine a gridare: «A Roma! A Roma! » E MUSSOLINI a dire: « Si tratta di giorni e forse di ore ». MUSSOLINI tornava a Milano per dirigere l'azione; il Quadrumvirato s'installava a Perugia. Il 25 i comandanti di zona erano adunati a Firenze per ricevere le ultime istruzioni. Il 26 veniva proclamata la mobilitazione dei Fasci. La grande epopea fascista era nella sua fase culminante. La mobilitazione si effettuò con un fervore indicibile. Da Perugia il Quadrumvirato lanciò un proclama, precedentemente redatto da MUSSOLINI, alla nazione: « Oggi l'esercito delle camicie nere riafferma la vittoria mutilata e, puntando disperatamente su Roma, la riconduce alla gloria del Campidoglio ». Ore epiche, emozionanti, intensissime. Molte città vennero occupate, si presero armi, si presidiarono gli uffici pubblici. Qualche urto fra fascisti e forze armate: queste al loro posto, ma intimamente solidali con il Fascismo, guidato da valorosi ex ufficiali, decorati, taluni mutilati. Intanto le legioni incominciavano ad avanzare su Roma. Le colonne dell'Italia centrale, secondo gli ordini prestabiliti, convergevano sulla capitale da tre punti: una, comandata dal generale Ceccherini e dal marchese Perrone-Compagni, da Santa Marinella; una seconda comandata dal generale Fara e dalla medaglia d'oro Igliori da Monterotondo; una terza comandata da Giuseppe Bottai, da Tivoli. A Roma, ove s'era sbigottiti, il 26 già s'era avuta una riunione dei ministri: dimissione del gabinetto, propositi di resistenza, idee confuse insomma. Il re assente dalla capitale vi tornava il 27. Il Facta gli faceva trovare pronto un decreto di stato d'assedio che avrebbe significato una cruenta terribile lotta. Ma lo stato d'assedio, già in via d'esecuzione, non ebbe più luogo. Le colonne fasciste, intanto, giungevano a Roma. La capitale era stata trasformata in assetto di guerra: mitragliatrici sui ponti, sbarramenti alle porte. Ancora un tentativo di soluzione parziale della crisi fu stroncato da MUSSOLINI, al quale si era prospettata l'ipotesi di un gabinetto con Salandra ed i fascisti. Il 29 il Sovrano chiamava alla capitale MUSSOLINI e gli dava il mandato di comporre il ministero. Il 30, passate in rivista le colonne fasciste, MUSSOLINI si recava al Quirinale. « Porto a Vostra Maestà, disse, l'Italia di VittorioVeneto, riconsacrata dalla vittoria ». Il Fascismo era al governo: soprattutto il Fascismo prendeva le redini dello stato, nel nome della vittoria e per i destini della patria. Non era un caso che a ministri della guerra e della marina MUSSOLINI aveva chiamato Armando Diaz e Thaon di Revel, i due artefici della vittoria per terra e per mare. Il 31 ottobre, dal Vittoriano, ove le legioni si erano recate per salutare nel Milite ignoto il sacrificio e la gloria dei morti in guerra, MUSSOLINI lanciava il suo primo messaggio alla nazione, alla quale volgeva l'invito di «ritrovare se stessa » promettendo che il governo tutte le sue energie avrebbe dirette ad assicurare la pace all'interno e ad aumentare il prestigio della nazione all'estero. La grande ora nella sua fase insurrezionale, era conclusa. Cominciava un nuovo tempo nella storia d'Italia, del quale MUSSOLINI intravedeva già i lineamenti e le fasi. Rievocando, infatti; agli squadristi che smobilitavano, le giornate di superba passione e di sovrana grandezza, MUSSOLINI parlava di quel cimento come destinato « ad aprire una nuova epoca nella storia italiana ». Ed era vero.

4. LA TRASFORMAZIONE DELLO STATO. – Festoso e sincero fu l'osanna che la maggior parte del popolo italiano tributò a MUSSOLINI, salutato trionfatore ed artefice del nuovo ordine instaurato. Quell'entusiasmo palese o celato, stava nei cuori; s'era creato di già nell'estate, s'era visto nelle giornate d'ottobre, era esploso poi all'indomani del trionfo nel meglio degl'Italiani. MUSSOLINI, MUSSOLINI, MUSSOLINI: questo nome divenne già un mito. Si disse e si pensò sinceramente che tutto il Fascismo era lui, che l'Italia aveva finalmente il suo capo e che la nazione avrebbe potuto finalmente cominciare a lavorare con serenità. I vinti, uomini e partiti, consorterie e clientele, per quanto assottigliati di numero, tuttavia non si arresero, anzi dissero che sarebbe stata quella fascista una vittoria di Pirro. « Sei mesi al massimo dureranno » si proclamò dall'altra sponda. E la via era, certo, perigliosa, ed irta di pericoli: Ma MUSSOLINI era MUSSOLINI e cioè non solo il creatore e l'agitatore di un ideale fecondo, non solo il capo della rivoluzione, ma un uomo, come meglio si rivelava, dotato di facoltà prodigiose, come molti degli stessi avversari dovettero riconoscere, per la tempestività dei suoi atti, la prontezza dei suoi gesti, l'intuito politico che possedeva e meglio acuiva. Quella dell'ottobre non era stata una crisi ministeriale come le solite; altro significato, altri motivi storici aveva e dimostrava; era stata una crisi politica profonda, una crisi di stato, la quale anzi, lo stato stesso aveva totalmente preso, dalla quale doveva uscir trasformato. Codesto intento era già in MUSSOLINI da un pezzo; egli lo enunciò, tuttavia, alle due Camere, con due discorsi che non contenevano il solito programma ministeriale, ma esprimevano un largo disegno di lavoro, all'interno ed all'estero, di rinnovamento, di ricostruzione; un disegno per la cui realizzazione MUSSOLINI avvertiva che il Fascismo avrebbe faticato e durato e per la cui attenzione invocava una volta Iddio ad assisterlo nell' « ardua fatica » ed un'altra volta il popolo italiano stesso; Dio e popolo che ricordavano il binomio mazziniano, e che comunque rivelavano una coscienza religiosa e profondamente popolare nel Fascismo e nel suo capo. E subito il gran lavoro fu affrontato. Il parlamento, nonostante i dissensi degli oppositori, concesse al governo i pieni poteri per un anno, sicché si poté subito procedere alacremente prima a riordinare quel ch'era caotico, poi a costruir quel che non c'era ed era urgente o necessario. E si pose mano alle cose interne, innanzi tutto. C'era il problema dello squadrismo da risolvere; migliaia e migliaia i giovani armati, da disciplinare meglio, da immettere nell'ordine nuovo. C'era, poi, da creare l'organo supremo stesso di quest'ordine, che, proprio perché rivoluzionario, non poteva rifarsi agli istituti o agli organi che, sebbene da rinnovarsi anch'essi, conservavano fatalmente spiriti caratteri d'altri tempi, d'altro regime. E così sorse, in primo luogo, il Gran Consiglio del Fascismo (12 gennaio 1923), che, almeno nei primi tempi, non ebbe formalmente rilievo giuridico; ma che accentrò subito l'iniziativa rivoluzionaria per tutto quel che concerneva aspetti e questioni salienti della vita politica e sociale italiana. A risolvere i vari problemi urgenti il Gran Consiglio, presieduto dal DUCE e composto dagli uomini più rappresentativi del Fascismo, si accinse subito. Ed a trasformare lo squadrismo in forza armata dello stato, deliberò la creazione della Milizia volontaria per la sicurezza nazionale la sera stessa della sua prima riunione. E poi lo stesso partito doveva essere riordinato, in rapporto alle nuove esigenze, ai nuovi compiti che apparivano evidenti. V'erano elementi da eliminare o perché inadatti a quei compiti o perché appartenenti a sette che nulla avevano a che fare col Fascismo; e dir setta significava dire massoneria. Già il 15 febbraio il Gran Consiglio decise l'incompatibilità tra massoneria e partito; ma fece, di più: selezionò gl'iscritti, escluse i rissosi, gl'incapaci, i mestatori, i faccendieri, che inevitabilmente, sia pure in scarso numero, s'erano infiltrati nelle sue file; riorganizzò i Fasci nelle province con un'attenta azione di assestamento e di revisione. A rafforzare d'altro lato il partito contribuì la fusione di Fascismo e Nazionalismo, che avvenne nel marzo. Molti furono ancora gli obiettivi che si pose il Fascismo in quei primi mesi: Fasci all'estero; enti locali, comuni e province, da portar nell'ambito della rivoluzione; e poi inserire sempre meglio le masse lavoratrici nella rivoluzione a mezzo dei sindacati: ecco alcuni dei tratti del gran lavoro già allora impostato. MUSSOLINI aveva pieno a senso della totalità delle esigenze, dei bisogni, dei sentimenti nazionali, aveva soprattutto il senso che il suo lavorò non sarebbe stato, e non avrebbe dovuto esser quella di un comune Presidente del consiglio, in gran parte cioè destinato a tenere buoni gli altri partiti, per vivacchiare giorno per giorno. Aveva, invece, la coscienza che il suo compito e quello della rivoluzione fossero intimamente legati all'avvenire della nazione italiana, intesa nella sua continuità duratura come granitico cuneo di popolo volto a sfondare le troppe porte chiuse ad esso. Perciò quella certezza, già in quei tempi, di durare, di dover durare. A coloro che pensavano o dicevano che il Fascismo avrebbe avuto breve vita, MUSSOLINI rispondeva, un anno dopo la conquista del potere, che il Fascismo sarebbe durato dodici anni moltiplicato per cinque. Ricostruzione interna, dunque. Si riorganizzarono innanzi tutto gli organismi stessi dell'amministrazione dello stato, i ministeri, alcuni assorbiti da altri o trasformati, tutti meglio coordinati. Il personale già allora e poi meglio in seguito, selezionato, con eliminazione di Parassiti, di gran numero di avventizi, collocati qua e là per ragioni di partito, tutto incitato a lavorare per servire il proprio paese. « Il primo servitore del mio paese, avvertiva MUSSOLINI, sono io ». Lezione a coloro che parlavano di ritorno allo stato patrimoniale o peggio, giacché il Fascismo uno stato di tutti voleva, uno stato di popolo e per il popolo, con la subordinazione dei singoli agli interessi nazionali. Alle dissestate finanze fu posto risolutamente riparo. Urgeva ridurre il debito pubblico, il deficit del bilancio, salito a sette miliardi di lire, arginare la svalutazione della moneta, eredità della finanza socialdemocratica. Molte spese furono ridotte, il paese accettò nuove imposte, nel giugno 1924 il pareggio era già annunziato. Anche la politica economica ricevé il primi impulsi di una sana impostazione La produzione ricevé, per le diminuite lotte sociali, per la quasi totale cessazione. degli scioperi, per la maggior fiducia dei capitali investiti in imprese un sensibile incremento. Appariva già luminosa l'idea che la produzione dovesse avere anch'essa fini nazionali. MUSSOLINI, nel giugno 1923, avvertiva che il lavoro doveva; riscattare il Paese dalla soggezione straniera. Si gettavano, le basi della collaborazione tra i fattori stessi della produzione, capitale e lavoro, (V, CORPORATIVISMO; SINDACALISMO- FASCISTA). Non bastava la fede o il mito nelle masse. Provvidenze sociali furori presto adottate: fu approvata la legge delle 8 ore di lavoro, furono migliorate le provvidenze relative alla invalidità e vecchiaia dei lavoratori ed alla disoccupazione. Per combattere la disoccupazione fu iniziata subito una vasta politica di lavori pubblici, intesa non solo ad assorbire mano d'opera disoccupata ed alla quale si veniva incontro dando salari e non sussidi, ma altresì a creare opere di utilità collettiva, strade, scuole, opere civili e sociali. Ma in modo speciale valse a creare un'atmosfera nuova di adesione delle classi lavoratrici al regime, la conclamata solidarietà di capitale e lavoro. Un primo passo verso la collaborazione di quelle forze s'ebbe con il cosiddetto patto di Palazzo Chigi, nel dicembre 1923, tra datori di lavoro e lavoratori che s'impegnavano a consultarsi nelle grandi questioni del lavoro. La corporazione, sorgeva così, come volontà d'intendersi e di comprendersi ai fini di un maggior incremento della produzione e della pace sociale, principio, quasi, di una educazione nuova di classi non più opposte ma collegate da un superiore interesse. All'educazione vera e propria il Fascismo dedicò una riforma per quel tempo audace: le nuove leggi (1923) miravano a dar forma e contenuto più civili alla educazione dei giovani; la quale voleva essere formazione morale e culturale e non istruzione estrinseca e formale. Le forze armate, uscite non dalla guerra, ma dal dopo guerra esauste, furono rianimate, fu dato ad esse il prestigio che nello stato nuovo dovevano avere. Si riorganizzò o, meglio, si creò l'aeronautica, per la quale fu creato dapprima un commissariato, assunto da MUSSOLINI (gennaio 1923), che all'ala italiana diede significato non solo militare, ma civile e, soprattutto, spirituale, per quel che d'ardimento essa richiedeva. E si potè considerare in altro modo che non per il passato il posto dell'Italia nel mondo. Prospettive e direzioni di politica estera MUSSOLINI aveva indicato alla Camera il 10 febbraio 1923 : rispetto ai trattati, non considerati tuttavia eterni; relazioni con altri stati, specie con quelli confinanti; problema dei debiti e delle riparazioni; in modo speciale senso di decoro dell'Italia, uscita vittoriosa dalla guerra; presenza attiva nelle questioni internazionali. MUSSOLINI aveva dato la prova di questa partecipazione attiva dell'Italia ai problemi europei intervenendo alla conferenza di Londra nel dicembre del 1922 ed a quella di Parigi nel gennaio del 1923 per il regolamento delle riparazioni derivate dalla guerra, le quali riparazioni egli affermava di già da considerarsi tutt'uno coi debiti. Esempi di una buona volontà per tale sistemazione MUSSOLINI aveva dato ratificando gli accordi di Santa Margherita, con la Iugoslavia; con la quale il 17ennalo 1924 si concludeva l'accordo per Fiume, annessa finalmente. Ratificate altresì le convenzioni di Washington relative agli armamenti navali, proporzionati tra le varie potenze. Si gettarono le basi di una politica estera di dignità: riordinato il personale della rappresentanza diplomatica, migliorate le sedi stesse di tale rappresentanza all'estero. L'Italia doveva, insomma, essere considerata da tutti per quel che valeva e voleva valere: nessuna rinunzia o abdicazione. Ecco perché, all'annunzio dell'eccidio della missione militare italiana ai confini greco-albanesi da parte di bande greche (agosto 1923) il governo decise subito di agire. Una squadra navale fu inviata a Corfù ed occupò l'isola. Agitazioni nelle cancellerie, minacce da Londra: ma non si lasciò Corfù sino a quando il governo greco non dette ampia soddisfazione alle richieste italiane. A rafforzare la situazione nel Mediterraneo si diede mano alla rioccupazione della Tripolitania e della Cireanaica, ove il possesso italiano s'era limitato alle città della costa, e dove il prestigio nazionale era caduto assai in basso, patteggiando con la Senussia e con i ribelli. Furono così decisamente affrontati ribelli, deserto, pregiudizi, stati d'animo fiacchi e paurosi. Il tricolore risventolò di nuovo sul Garian, nella Gefara orientale, su tutto il territorio a mezzogiorno di Misurata ed altrove. La cessione dell'Oltregiuba, per la quale erano in corso da anni negoziati e che il governo fascista risolvè rapidamente, venne a completare la struttura economica della Somalia. Mesi dunque di lavorò, quelli seguiti alla Marcia su Roma. Il popolo italiano comprendeva il valore di quella ripresa di vita, che non era talvolta nemmeno ripresa, ma inizio di un cammino su vie di largo respiro. MUSSOLINI era salutato da sempre più larghe masse di popolo col nome significativo di « DUCE ». Egli stesso amò portarsi in mezzo al popolo, fiero di poter parlare direttamente con esso, lieto di quella sempre più intima comunione che si creava tra lui e la massa. E si recò in molti punti d'Italia, in Sardegna, ove nessun capo di governo s'era mai recato, in Sicilia, negli Abruzzi, in città dell'Italia settentrionale e centrale. Si videro allora per la prima volta fiumane di uomini, donne, vecchi accorrere da ogni parte, acclamarlo, dirgli deliranti parole di devozione e di ammirazione. Si volle vedere in questa plebiscitaria devozione popolare quasi una distinzione tra Fascismo e MUSSOLINI, quasi che il popolo fosse, sì, per l'uomo che dava prestigio alla nazione; non per il Fascismo, partito o gerarchi, taluno dei quali aveva in qualche punto travisato la natura delle sue funzioni assumendo pose ed atteggiamenti fuori di luogo (e si disse « rassismo » quasi le province fossero governate, come in Abissinia, da « ras » prepotenti ed indisciplinati). Ma, a parte il fatto che tali fenomeni furono subito repressi, non era il caso di distinguere e di creare equivoci. MUSSOLINI stesso avvertì l'inutilità del tentativo: separare, egli disse, il Fascismo da MUSSOLINI è grottesco: « io ho creato il Fascismo, io l'ho allevato... ». In realtà non erano cessate le opposizioni in Italia, socialismo, democrazia, liberalismo. Il partito popolare, che aveva dato adesione ed uomini al governo nell'ottobre, nel congresso dell'aprile del 1923 decideva di rompere quella collaborazione. I ministri « popolari » uscivano dal governo e la frattura, già evidente prima, divenne irreparabile. Il Gran Consiglio, il 25 aprile, metteva in guardia il Fascismo contro il tentativo del partito sturziano di monopolizzare la coscienza cattolica del paese. Il Fascismo era e si sentiva cattolico e codesto suo cattolicesimo come religione e non come politica intendeva sempre meglio alimentare nel paese, come rilevavano vasti strati di cattolici, che avevano già aderito al movimento fascista. Delusi i socialisti, in lite tra loro, ancora più suddivisi in frazioni e gruppi e conventicole: in lite per addossarsi la responsabilità della sconfitta. Non del tutto disarmato, nonché moralmente, anche materialmente, il comunismo, che poté ancora far qualche vittima trai fascisti. Ancora in piedi, ma dissanguate di forze, le Confederazioni dei lavoratori, quella socialista e quella popolare. Grandi discussioni su per i giornali e le riviste sul Fascismo, sul suo carattere, sulla sua dottrina. Specialmente taluni esponenti della vecchia cultura, ancorché giovani, liberali o democratici o l'una cosa e l'altra insieme, sferrarono un'offensiva di carta stampata contro il Fascismo, qualificato dittatura, cesarismo, negatore della libertà, della tradizione, del Risorgimento. Ancora, dunque, il Fascismo aveva di fronte partiti, correnti, gruppi contrari; alla grande assemblea fascista del 28 gennaio 1924 a Palazzo Venezia fu proprio trattato il tema della posizione del Partito fascista di fronte agli altri partiti; ed ai più irruenti MUSSOLINI disse che le opposizioni c'erano e ci dovevano essere; giacché proprio non voleva dominare solo con la forza, ma altresì col consenso, il quale, avvertiva nel marzo, non esiste se non c'è la forza. E di collaborazione parlava ancora MUSSOLINI ai primi del 1924; non solo di collaborazione tra lavoro e capitale, ma anche di collaborazione politica, sul terreno nazionale. Ci fu chi fraintese cotesto appello di solidarietà nel nome della nazione: i socialisti, che credettero ad un richiamo fatto ad essi; i liberal-democratici, che parlarono di «normalizzazione», che voleva dire ritorno ai vecchi sistemi, o meglio, come avvertiva MUSSOLINI, voleva dire « imbracare il Fascismo ». Altra cosa significava invece la collaborazione di cui parlava MUSSOLINI; unione di forze sane per dare al paese disciplina, ordine, posto al mondo. E in questo senso, collaborazione vi poté essere nelle elezioni dell'aprile: sciolta nel gennaio la Camera, che doveva esprimere di fronte gli avvenimenti nuovi la volontà del paese, il Fascismo poté scendere in lotta accanto ad uomini non tesserati, ma simpatizzanti o aderenti. La campagna elettorale si svolse con accanimento, specie da parte delle opposizioni. Il Fascismo fu dipinto come un regime di tirannide; e che non fosse tirannide stava a dimostrarlo il fatto che le opposizioni potevano dirlo su per giornali e nelle piazze. Sangue scorse in molti posti, specie alla vigilia della votazione, la quale si svolse in piena libertà. E fu un trionfo per il Fascismo, ch'ebbe quasi cinque milioni di voti contro tre milioni che n'ebbero le opposizioni e conquistò una maggioranza schiacciante di seggi alla Camera; un plebiscito di popolo per MUSSOLINI e per il regime. Poteva esser l'ora per ridurre attriti. E MUSSOLINI, infatti, rinnovò ancora l'invito collaborazione; allorché il 10 giugno si seppe che un deputato socialista era scomparso, e, come meglio s'assodò dopo, era stato ucciso. Malgrado che i colpevoli fossero stati subito arrestati, si scagliarono violente accuse contro il regime. Defezioni nel partito, angoscia nel paese. Ma il Fascismo mostrò ch'era più forte di quel che si credeva. Una grande adunata di forze fasciste a Bologna il 19 giugno dette subito la sensazione che il Fascismo era osso duro. In agosto, al Consiglio nazionale del Partito, MUSSOLINI notava che la crisi aveva dato modo di distinguere i veri dai falsi amici. Era vero. Disertarono non solo fiancheggiatori, simpatizzanti (i liberali di destra al congresso di Bologna decisero di passare all'opposizione, i combattenti nel congresso di Assisi si divisero in due gruppi, pro e contro il Fascismo) ma disertarono altresì, dei fascisti, ch'erano poi, come li definì MUSSOLINI, « ombre semivaganti ». La propaganda d'odio ebbe i risultati peggiori: i fascisti, ove fu possibile, vennero aggrediti e malmenati; un deputato fascista, Armando Casalini, fu assassinato a Roma nel settembre. Si chiedevano le dimissioni del governo o quanto meno lo scioglimento della milizia e del partito. Di fronte al fermo atteggiamento del governo, i deputati dell'opposizione cosiddetta costituzionale, liberali democratici e popolari, decisero di abbandonare la Camera, in segno di protesta. E la tensione, anziché diminuire, s'accentuò in autunno, quando fu posta la cosiddetta «questione morale » e cioè si tentò di trasportare la battaglia dal terreno politico a quello morale, personale e civile. Si disse e si scrisse che il Fascismo era barbarie, era anticiviltà, negazione di tutto il processo storico del Sette e dell'Ottocento, e cioè dei grandi ideali per i quali l'umanità e gl'Italiani avevano combattuto e sofferto. I socialisti dissero ch'era giunta l'ora di « restituire al popolo italiano la libertà e la moralità della vita politica » che gli « erano state strappate dal Fascismo ». Era evidente che tutto quel movimento mirava a scatenare una guerra civile, una controrivoluzione. Qualcuno della massa poté anche credere che ci fosse del vero in quella campagna d'odio. Ma il Fascismo era lì, a documentare, con quel che aveva già fatto, che s'era fino allora servito il paese con abnegazione, che l' Italia poteva e doveva cambiare volto ed avviarsi a grandi e luminose mete. La maggioranza del paese era intimamente sana; masse acclamanti MUSSOLINI aveva nell'agosto nel settembre e nell'ottobre visto stringersi intorno a lui in Toscana, in Lombardia, a Napoli, nel Veneto, negli Abruzzi, altrove, a dirgli che il consenso c'era e la fede pure. MUSSOLINI passò al contrattacco, deciso a troncare quella speculazione: Le fasi di quel contrattacco furono rapide. Il 20 dicembre MUSSOLINI presentava alla Camera un disegno di legge per la riforma elettorale. Fu, come, disse dopo egli stesso, una bomba. Il 31 dicembre grande adunata di camicie nere a Firenze. Il Fascismo mostrava la sua forza guerriera, alimentata da una fede possente. E poi il 3 gennaio discorso di MUSSOLINI alla Camera. Egli dichiarava di assumersi tutta la responsabilità politica morale e storica di quel ch'era avvenuto: « se il Fascismo non è stato che olio di ricino e manganello e non invece una superba passione della migliore gioventù italiana, a me la colpa!». E soggiungeva che quello era il momento di metter fine a quella campagna d'odio, poiché il paese era stanco e voleva tranquillità e calma laboriosa; «gliela daremo con l'amore, se è possibile, o con la forza, se sarà necessario. Voi state certi che, nelle 48 ore successive al mio discorso, la situazione sarà chiarita». E la situazione si chiarì davvero. Un ultimo tentativo fu fatto alla Camera qualche giorno dopo, con la presentazione, da parte dei tre ex presidenti del consiglio, collari dell'Annunziata, di una sospensiva intesa a porre la questione di fiducia. Ma la manovra venne sventata; ed il governo, ripigliatasi la discussione sulla riforma elettorale, ebbe una schiacciante maggioranza, che non soltanto gli consentì di riprendere alacremente il lavoro, del resto non mai sospeso, di ricostruzione, ma valse a chiarire anche al paese che la crisi era superata e che il Fascismo aveva tutto il potere e ne era degno. Il paese si rasserenò; il partito fascista, dopo le defezioni, si liberò delle scorie e si riordinò meglio; il ministero, dal quale erano già usciti liberali e popolari, fu composto di fascisti; di fascisti, come aveva ammonito già MUSSOLINI, senza tendenze, non per privilegi, ma che dovevano concepire il Fascismo come un'anima « ferocemente unitaria ». Spariti o di molto attenuati nello stesso Fascismo, dunque, atteggiamenti o ipercritici o provinciali, la rivoluzione iniziava, come notava lo stesso MUSSOLINI, il suo secondo tempo, che era e voleva essere tempo di costruzione più salda dell'edificio, rinnovamento integrale dello stato, degli istituti, della morale stessa civile. In realtà una sua concezione della vita, oltre che dello stato, questa anzi derivando da quella, il Fascismo aveva, sia pure in nuce, da un pezzo; e MUSSOLINI stesso l'aveva qua e là accennata; concezione di vita eroica, attiva, intrepida (v. FASCISMO). Codesti motivi di critica e di costruzione dottrinaria divennero già sistema di vita e di stato nel 1925: al congresso fascista del giugno MUSSOLINI impostò nettamente l'ideale dell'italiano nuovo, con i suoi caratteri, le sue mete; caratteri, cioè, il coraggio, l'intrepidezza la volontà d'osare, la disciplina; l'orgoglio di sentirsi italiano; e, mete, la grandezza della nazione, l'impero, posto a base ed a termine della dottrina fascista. Onde, poi, l'appello all'intransigenza. La quale fu, e netta. MUSSOLINI l'annunziò, prima ancora che al congresso del partito, al popolo nel marzo: la primavera è venuta, ora verrà il bello! Ed al congresso spiegò cosa fosse quel « bello »: tutto il potere a tutto il Fascismo. Si cominciò, com'era logico, col rafforzare l'autorità dello stato. Ci si accinse con pronta energia al lavoro, che non era soltanto di polizia, ma di ordinamenti; e, di fatti, si riformò la legge di pubblica sicurezza, si riordinarono le circoscrizioni provinciali, si accentrò nel prefetto ogni potere, liquidando ogni residuo di autonomia locale incompatibile con le esigenze superiori dello stato. E si pose mano alle riforme sostanziali che dovevano trasformare gli organi e gl'istituti fondamentali dello stato. Una commissione per la riforma costituzionale era stata investita già nel 1924 dello studio di problemi essenziali. Di riforma dello statuto MUSSOLINI aveva parlato da un pezzo, alla Camera e specie al Senato, mettendo in evidenza che lo statuto albertino non solo era stato elaborato in condizioni politiche e storiche diverse da quelle attuali, ma era stato violato più volte proprio da coloro che se ne atteggiavano a difensori. Insomma tradizione sì, rispetto e riconoscenza per l'opera compiuta dagli uomini del Risorgimento; e nessuno meglio di MUSSOLINI, che alle forze storiche migliori dei paese s'appellava per scuotere gli animi, poteva dir del passato antico e recente; ma tradizione e passato non dovevano significare inceppo alla nuova vita che fremeva negli spiriti e nelle cose, non dovevano esser peso morto. E così si pose mano alle riforme. Si cominciò dalle società segrete (v.) che volevano dire, poi, una sola società segreta, la massoneria. Qualche anima trepida credé che la coalizione dei massoni potesse importare chissà quale rovina per l'Italia; ma si vide poi che non c'era nulla da temere. Si tolse, invece, dal paese una specie di incubo, si ripulì l'amministrazione di scorie inutili (anche con la susseguente legge sulla dispensa dal servizio di funzionari la cui condotta era inconcepibile con i fini dell'amministrazione), si eliminarono vincoli segreti che legavano gerarchie, che dovevano servire solo lo stato, da condurre alla sua preminente funzione di comando. Ed a tale scopo furono preparate e approvate due leggi, che dovevano costruire la spina dorsale del nuovo ordinamento dello stato: una sulle attribuzioni e prerogative del Capo del governo, primo ministro; un'altra sulla facoltà del potere esecutivo di emanare norme giuridiche (dicembre 1925-gennaio 1926); due pilastri, queste leggi, due punti fermi dell'ordine statale, che voleva essere non impacciato da forze avverse, contrastanti, nemiche. A completare, anzi, codesto sistema d'ordine venne contemporaneamente (dicembre 1925) la legge sulla stampa, che non voleva, come si disse dagli avversari, metter la museruola ai giornali, ma voleva soltanto richiamare direttori e scrittori ad una chiara responsabilità, fino a quel tempo misconosciuta, nella forma e nella sostanza. Le opposizioni, che erano state battute col discorso del 3 gennaio, ma non in scomparse, avevano concentrato tutto il loro livore n una campagna di stampa, che aveva il solo scopo di dimostrare che il Fascismo aboliva tutte le libertà, instaurava la dittatura, la tirannide, tornava al Medioevo. Discussioni, richiami ancora e sempre al Risorgimento, quasi ché il Fascismo fosse antirisorgimento. E molto inchiostro si consumò; i nomi di Cavour e di Mazzini divennero monopolio dei liberali e dei democratici e dei repubblicani, inchiodati a posizioni superate e che volevano giudicar di eventi e di sentimenti diversi dal loro modo di pensare con criteri anacronistici. Per tutto il 1925 ed anche nel 1926 quella polemica divampò; e, sebbene ammantata di cultura, vera o falsa, talvolta riprese i motivi astiosi e personalistici che proprio si volevano eliminare. E un odio sordo e violento suscitò in qualche animo malato; e codesto odio esplose in alcuni attentati contro la persona di MUSSOLINI che ne uscì incolume protetto dalla fede del popolo e dalla benevolenza di Dio. Il primo di quegli attentati (4 novembre 1925) fu organizzato da esponenti della massoneria, che trovarono il sicario in un ex deputato socialista, lo Zaniboni; gli altri furono commessi da squilibrati e fanatici (7 aprile 1926, dalla irlandese Gibson; 11 settembre 1926 dall'anarchico Ermete; 31 ottobre 1926 a Bologna dallo Zaniboni ) che erano stati avvelenati dalle campagne di stampa, dall'accusa che si faceva al Fascismo di aver abolito ogni libertà. Parve allora evidente che quel che si chiedeva non era libertà, in quanto vera libertà è, cioè, espressione concreta della personalità che pensa, giudica, agisce conoscendo il limite e l'oggetto del suo pensiero del suo giudizio della sua azione; ma era la licenza, il disordine, l'anarchia, forse. Gli attentati, che avevano lasciato MUSSOLINI del tutto tranquillo, tenace nel suo lavoro non attenuato nemmeno per un istante (e lo si notava con profonda commozione) avevano invece eccitato Fascismo e popolo tutto, che esigeva si camminasse speditamente sulla via già intrapresa delle grandi riforme. E così fu necessario attuare talune leggi di difesa non proprio del Fascismo, ma dello stato, ch'erano già tutt’uno Si istituì allora (novembre 1926), un Tribunale speciale per la difesa dello stato (v.), con competenza a giudicare speciali delitti politici, si ripristinò la pena di morte, per taluni più gravi di tali delitti; la qual pena non voleva significare, come si disse, ripudio della personalità umana, ma, anzi, limitata com'era a pochissimi reati di stato o infamanti (come il codice penale pubblicato poco dopo prevedeva altresì), era proprio sublimazione di quella personalità, intesa come pienezza di valori morali, civili, politici, e non come astratta libertà omicida di quei valori. Gli attentati finirono, le stesse opposizioni in parte s'esaurirono, in parte si trasferirono all'estero, donde più violentemente condussero la campagna contro il Fascismo; (e contro coloro che diffamavano Fascismo ed Italia all'estero ci fu una legge nel novembre 1925 che consentì di privare alcuni di essi della cittadinanza). Tutto fu vano. Il regime si rafforzò, divenne davvero tale, e cioè più che complesso di istituti e di leggi, spirito nuovo che anima il paese, tutto il paese. Lo stato era uno; il Partito fascista ci si era inserito così come atteggiamento di coloro che vi militavano, in disciplina, vera « milizia civile » e come istituzione stessa giuridicamente riconosciuta. La legge sul Gran Consiglio del Fascismo (dicembre 1928, v.) non solo riconobbe nel massimo organo della rivoluzione competenze ed attribuzioni di fondamentale importanza, ma riconosceva, implicitamente, nel partito fascista una istituzione basilare dello stato. E a completare la costruzione dello stato totalitario e unitario e nazionale, si smantellarono i residui elettoralistici che esistevano negli enti locali, province e comuni. `Anche la formazione dell'organo legislativo rappresentativo per eccellenza, la Camera dei deputati, incominciò a prescindere da combinazioni, preferenze, « ludi elettorali », come si disse; e, con la riforma del 1928, s'affidava a designazione di enti specificatamente qualificati, al vaglio del Gran Consiglio e ad una consultazione popolare che doveva avere prevalentemente carattere plebiscitario. Nelle sue grandi linee, nei suoi elementi essenziali, lo stato totalitario era già, dunque, nel 1928, cosa viva, costruzione salda e massiccia. A riempirlo di contenuto, oltreché politico, sociale, si pensò del resto subito. In una circolare ai prefetti, nella quale MUSSOLINI nel gennaio del 1927 fissava i compiti e le attribuzioni dei capi delle province, si diceva, tra l'altro, di andare incontro al popolo. Grande e augusto e solenne proposito, che esprimeva più che mai il cuore del DUCE dal popolo venuto, al popolo volto sempre, giacché ne conosceva sofferenze e passioni, bisogni ed ideali.

CONTINUA...

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MessaggioInviato: Lun Lug 09, 2012 10:14 pm    Oggetto:  
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Se mussoliniana era stata la riforma degli organi dello stato totalitario, più mussoliniana ancora, se potesse dirsi, fu l'opera di costruzione sociale rivolta al popolo, che poi era ed è lo stato stesso. E si cominciò dal tutelare la vita, dacché essa sboccia nel seno materno. Provvidenze per la tutela della maternità e dell'infanzia furono predisposte, come nessun altro paese poteva vantare (v. INFANZIA); e, per educare fisicamente quell'infanzia, sorse e s'organizzò l'Opera nazionale balilla. Poi, provvidenze per la salute fisica del popolo: provvidenze, come notava MUSSOLINI nel discorso dell'Ascensione (26 maggio 1927), che sono segno di quel che lo stato attivo deve fare, perché la salute della razza e cioè come diceva MUSSOLINI, « del popolo nella sua espressione fisica », è uno dei capisaldi dell'azione politica. Di quegli anni sono le grandi realizzazioni del Regime sul terreno sociale, assicurazioni, tutela del lavoro, legge sulle associazioni professionali ed i contratti collettivi: e del 1927 la Carta del lavoro, il gran documento, che apparve subito essere in certo senso la « carta » moderna, sociale e non da meno politica, che il Fascismo dava al popolo italiano per avviarlo a risolvere problemi che tutte le grandi carte precedenti, compreso la « dichiarazione dei diritti dell'uomo » avevano ignorato: problemi sociali in genere, e cioè collaborazione tra i fattori della produzione, riconoscimento giuridico dei sindacati, conflitti di lavoro, previdenza, assistenza, i quali volevano poi dire superamento della lotta di classe, inserimento delle categorie produttrici nello stato, pace sociale, miglioramento economico e benessere dei lavoratori (v. CARTA DEL. LAVORO; LAVORO; SINDACALISMO). Non s'arrestò lì, tuttavia, lo sforzo del regime per venire incontro alle categorie della produzione, per valorizzarle, migliorarle, aiutarle; e di venire incontro al popolo tutto, delle campagne e delle officine, del lavoro comunque compiuto. Si creò l'Opera nazionale dopolavoro (v. DOPOLAVORO) per dare ai lavoratori, nelle ore e nei giorni non lavorativi, svago e piacevole educazione. La disoccupazione, che nel dopoguerra aveva annoverato cifre altissime di uomini, si ridusse e raggiunse in qualche stagione appena le 100.000 unità (116.000 nel settembre del 1924), grazie non solo all'intensificazione della produzione, ma altresì per le cospicue somme (annualmente circa tre miliardi di lire) impiegate in opere pubbliche. Si diede mano alla trasformazione stessa della terra nazionale. Si migliorarono le colture, si intensificarono tutte le opere agrarie, si iniziò il rimboschimento ove era necessario, si mirò a rafforzare il patrimonio zootecnico. Un apostolo di codesta azione rurale e montana fu Arnaldo Mussolini. Si iniziò in quegli anni (ottobre 1925) quella che si disse battaglia del grano; ma battaglia davvero, perché mirava a conquistare alla terra il nutrimento essenziale di popolo, a « liberare il popolo italiano dalla schiavitù del pane straniero », come diceva MUSSOLINI dando al primo congresso in Roma di esperti agricoli le direttive. Attenzione vigile, dunque, all'agricoltura, che doveva essere « rialzata », come diceva già MUSSOLINI nel 1924 all'adunata della corporazione agricola; e lo fu in vario modo, e soprattutto con la bonifica (v. BONIFICA); ed attenzione ai rurali, esercito di lavoratori tenacie probi, maggioranza assoluta della popolazione italiana, riserva di energie e di forze fisiche e morali. Furono migliorati i canoni d'affitto delle terre, in qualche punto persino del 60 per cento. Il dazio sul grano, ripristinato nel 1927, non mirò tanto a proteggere gli agrari, quanto a migliorare il tono di vita dei rurali, meglio retribuiti nella loro fatica. E, difatti, dovunque si notò un migliorato tono di vita, anche tra le classi lavoratrici, per molti fattori: fiducia nel presente e nell'avvenire, aumento della produzione e dei salari, politica economica attiva, finanza sana. Il bilancio dello stato appariva risanato del tutto: nell'esercizio 1924-25 segnava un avanzo di 417 milioni di lire e in quello 1927-28 un avanzo di 468 milioni. Il debito pubblico fu limitato, grazie all’ istituzione di una cassa di ammortamento; l'emissione della carta moneta unificata nell'unico istituto di stato, la Banca d'Italia. Una opportuna riforma fiscale, che semplificava il sistema tributario, giovò all'erario ed ai contribuenti; le stesse finanze locali, nonostante l'avvenuta abolizione delle barriere doganali tra comune e comune (residuo anacronistico del regime cittadino) avviate al risanamento. Soprattutto si rese salda la lira; fu un'audace misura di MUSSOLINI, che nell'agosto del 1926 da Pescara prese impegno solenne di difendere la moneta, sangue della economia italiana. Gli speculatori e gli affaristi volevano che la lira precipitasse, che la circolazione aumentasse; ma MUSSOLINI anche lì tenne duro. Pensò al popolo dei lavoratori, dei risparmiatori, dei salariati fissi, pei quali una lira via via svuotata di valore poteva significare miseria. E si fissò il valore della lira, nei confronti della sterlina, a circa 92; ci si trincerò, come si disse, a « quota 90 ». In un anno la lira poté guadagnare 230 punti sull'oro; la circolazione diminuì del 40 per cento; il risparmio, che ammontava a 28 miliardi nel 1922 e già era salito a 35 miliardi nel '1924, raggiunse i 50 miliardi. L'Italia alla fine del 1928 presentava davvero l'aspetto di un sonante cantiere. Migliorate le comunicazioni terrestri e marittime e specie le strade che furono in gran parte rifatte con criteri generosi e moderni; lavoro nelle officine, nei campi, nel sottosuolo, ove già s'iniziava la ricerca delle materie prime; lavoro sul mare, possente polmone d'Italia; pacificato il popolo, al quale era diretto tutto quel fervore di iniziativa; la nazione era davvero altra cosa da quella del 1922 o anche di prima della guerra.

5. IDEALI E FORME NUOVE DI VITA. — Che la rivoluzione avesse dovuto e dovesse mirare a creare non solo istituti leggi ed opere più rispondenti alle esigenze degl'Italiani ed ai fini politici sociali e civili che il Fascismo assegnava alla nazione; ma soprattutto a creare una coscienza di quei fini, un ideale vasto e diffuso onde proprio quegli stessi fini si giustificassero, anzi scaturissero, è per più ragioni evidente. In realtà mal si sarebbe potuto chiamare rivoluzione una semplice trasformazione di leggi, e nessuno o scarso significato avrebbe avuto la parola « regime », che più che governò od ordinamento vale spirito che anima uomini e cose di un certo periodo storico nazionale. D'altro lato la rivoluzione, anche nelle sue origini, non aveva mai tradito, nonostante talune sue apparenze pragmatistiche, un intimo contenuto tutto ideale, una sua fede, che si richiamava alle coscienze degli Italiani, e che nelle stesse sue manifestazioni tipiche rivelava motivi quasi trascendentali o mitici, che tuttavia non s'esaurivano nel richiamo di valori tradizionali, ma s'esprimevano come forza, volontà, capacità di rifare temperamenti, caratteri, mentalità di quegli Italiani e soprattutto delle nuove generazioni. Insomma la rivoluzione doveva e voleva penetrare negli spiriti e nelle coscienze, essere in primo luogo una trasformazione dei modi di concepire vita e mondo e cioè una trasformazione di civiltà. A MUSSOLINI codesta visione di una civiltà fascista da instaurare non era mancata sin dalle origini del movimento. Oltre tutti gli altri, titolo di sovrumana intuizione di creatore di storia bisogna riconoscergli, per questo suo valutare e creare i motivi di una visione generosa della vita non solo politica, ma civile e morale; visione che, se in tutti gli altri periodi di formazione di civiltà s'è sempre avuta per lenta accumulazione di ideali e di teorie, qui s'è avuta perché un solo uomo l'ha colta o meglio l'ha elaborata daccapo (v. FASCISMO). Egli stesso aveva dato e dava l'esempio di questa vivente morale, che non aveva aspetto pedagogico, ma vibrava e si rivelava dal suo stesso spirito come un ammonimento solenne. E la nuova Italia doveva vivere anch'essa quella morale. Che bisognasse « sagomare il carattere degli Italiani », « rifarlo », aveva più volte detto MUSSOLINI. E si venne sempre meglio formando l'atmosfera dalla quale i giovani specialmente dovevano respirare gli elementi di quella dottrina di vita (V. GIOVANI). Giovarono indubbiamente istituzioni rinnovate o create dal Fascismo: scuola, Opera nazionale balilla, che inquadrò masse sempre più vaste di giovani, il Partito nazionale fascista in special modo, giacché di molto esso s'era migliorato nella sua struttura e nei suoi compiti, specie con lo statuto del 1928, ed aveva assunto la fisionomia di una vera milizia civile, riassumente fini e spiriti della rivoluzione. Si disse, e non a torto, che il Partito era l'anima di quella rivoluzione, e cioè, poi, l'anima dello stato stesso, e che da esso dovesse venire la nuova aristocrazia del popolo italiano; e di fatti, iniziative sempre più larghe di educazione, di affinamento dei caratteri e della vita civile s'assunse il Partito, che era ormai penetrato dovunque, con una organizzazione eccellente, che tuttavia consentiva il dinamismo necessario per adeguarsi alle vicende ed ai tempi (v. PARTITO NAZIONALE FASCISTA). Sviluppò, il Partito, la volontà e la capacità atletica dei giovani, che si cimentarono con successo in competizioni internazionali e che davvero mostrarono di non amare la vita comoda. Imprese aeronautiche degne di passare alla storia si compirono in quegli anni: i voli di De Pinedo intorno al mondo, di Nobile al Polo, di Balbo con numerosi apparecchi in America; e poi i primati anche aeronautici di Ferrarin, Del Prete, Maddalena e d'altri. Era quello in gran parte il tipo dell'italiano nuovo. Ma valse, in modo eminente, la parola e l'esempio del DUCE a creare quella che s'è detta atmosfera di vita. Nei suoi discorsi e nei suoi scritti sempre più incisivo si faceva il richiamo ai temi della dottrina morale fascista: ardimento, volontà, coraggio, tenacia, disciplina, abnegazione, rischio, amore del pericolo, dispregio della vita comoda, e poi, s'intende, i grandi ideali, famiglia, patria, nazione, stato, volti ad unità ed a solidarietà morale e politica. E unità e solidarietà s'ebbero davvero in quegli anni. Già nel discorso dell'Ascensione MUSSOLINI aveva descritto il tono della vita civile degli Italiani, migliorati nel costume, resi più solidali dalle opere del regime e dal clima che si viveva: scomparse, nonché le sette, altresì le associazioni a delinquere, « camorra » e « mafia »; attenuata, se non scomparsa, la tensione politica, interna, onde era già venuta una gran pacificazione degli spiriti. Tra gl'Italiani tutti, oltreché negli iscritti al Partito fascista, vennero radicandosi abitudini più sane civilmente: comprensione e conoscenza reciproca, fine del regionalismo, del campanilismo come contrasto di caste e di gruppi, rinvigorito l'orgoglio nazionale. A disciplinare taluni dei rapporti civili e politici, si pose mano alla formazione dei nuovi codici, ché costituiscono il quadro entro il quale deve svolgersi la convivenza nazionale; e nel 1928 s'ebbe il codice penale, che, tra gli altri, riassumeva motivi già sviluppati prima, difesa della razza, della famiglia, dello stato e innovava taluni istituti, con sano realismo, come quello della giuria popolare nei processi penali, ricondotti invece al giudizio degli esperti. A render più salda l'unità morale dello stato, contribuì indubbiamente quello che si è chiamato uno degli eventi storici della nuova età d'Italia: e cioè la conciliazione con la Chiesa. L’11 febbraio 1929 venivano firmati in Roma da MUSSOLINI e dal segretario di stato della Santa Sede, cardinale Gasparri, i patti lateranensi, che ponevano fine ad un dissidio lungo e tormentoso tra Stato e Chiesa in Italia (v. LATERANO, ACCORDI DEL). Se più facile è cogliere gli aspetti ed il contenuto delle trasformazioni politiche di un paese, è solo a distanza di molto tempo che è possibile valutare portata e significato delle trasformazioni sociali, le quali sono altresì più lente nel loro attuarsi e nel loro assodarsi nella vitae nel costume. E trasformazioni sociali s'ebbero in quel tempo; notevoli e profonde. Attutito, indubbiamente, l'odio di classe ritenuto fatale dal socialismo scientifico. Tre cause essenziali influivano su quella distensione. Innanzi tutto lo spirito che scaturiva dalla rivoluzione, intesa non come rivoluzione di parte, ma come rivoluzione nazionale, per tutti e specie per i lavoratori apportatrice di benessere. In secondo luogo le provvidenze in vario modo estese per migliorare uomini e terre. Infine il nuovo assetto della società italiana, condotta su di un piano unitario, e nazionale, di opere e di scopi. Vaste le provvidenze in ogni campo. Mancava all'Italia terra da arare e da seminare. Milioni di uomini erano andati prima a cercare quelle terre oltr’Alpe ed oltremare. Il Fascismo utilizzando tutte le risorse del paese, bonificando, trasformando paludi, altre terre creava e rendeva utili. Miracolo apparve e fu la bonifica della palude pontina, da secoli considerata invincibile. Nel dicembre del 1932 nasceva Littoria, la prima città sorta dall'acquitrino domato; nell'estate successiva vi si mieteva il primo grano, che i coloni, antichi combattenti del Carso e del Piave, ai quali le terre, con romano accorgimento, erano state assegnate, avevano seminato attorno alle case ch'erano fiorite come per incanto. « Questa è la guerra che noi preferiamo » parole mussoliniane degne d'essere tramandate ai secoli. Poi ancora altre terre conquistate, poi i nuovi comuni di Sabaudia, Pontinia, Aprilia in quello che fu l'agro romano; e terre altresì redente altrove, in Sardegna, in Campania; ovunque fosse stata avara la natura con gli uomini. Poi un'audace trasmigrazione interna di lavoratoti, di famiglie, di gruppi sociali; segno che la nazione era ed è una e che i suoi figli, ovunque ci fosse stato posto, potevano andarvi, aiutati da enti appositamente costituiti (V. BONIFICA; MIGRAZIONE E COLONIZZAZIONE INTERNA). Una particolare attenzione fu portata ai bisogni dei ceti rurali. Non soltanto per ragioni sentimentali (il Fascismo era sorto anche a causa di fenomeni sociali rurali) ma anche per ragioni economiche bisognava andare incontro alle masse delle campagne. Il ritorno alla terra, avvertiva MUSSOLINI nel luglio del 1933, è reso imperioso altresì da motivi economici; gran parte dell'economia nazionale trae dalla terra i suoi elementi essenziali... Il 18 marzo del 1934 MUSSOLINI alla seconda assemblea quinquennale del Regime formulava un atteso programma: la casa ai contadini. Quasi due secoli erano passati:da quando tanti e tanti scrittori politici e sociali avevano denunciato gli orrori della vita dei contadini; quasi un cinquantennio da quando inchieste private e parlamentari avevano messo a nudo la miseria delle classi rurali, specie del Mezzogiorno. Bisognava rompere quell'incanto, spezzare quel « impossibile » che per il Fascismo non poteva esistere. E tutto quel che si era chiamato « questione », «problema », politico o sociale, doveva esser risoluto. La storia italiana era stata piena di quelle specie di riserve, che ponevano l'uomo di fronte, a situazioni più forti di lui: « questione meridionale », « problema » dei contadini, tutte le altre « questioni » sociali che poi s'erano riassunte nella generica « questione sociale ». Ma, oltre tutto, questioni o problemi dividevano la nazione, non l'univano: la, « questione meridionale » attestava una inferiorità del Mezzogiorno di fronte al Nord, conconseguente malessere delle popolazioni meridionali. In realtà il Mezzogiorno era stato meno curato dai regimi liberali che non le regioni settentrionali. Bisognava far giustizia; e fu fatta nel senso, tra l'altro, che nelle assegnazioni di fondi per opere pubbliche si tenne conto dei bisogni delle province meridionali, nelle quali si poté, quindi, far quello che non s'era fatto per oltre mezzo secolo. Così si riavvicinò, oltreché nella struttura economica, altresì moralmente il Mezzogiorno al resto d'Italia, che non doveva essere considerato come privilegiato. Anche il distacco trai vari ceti sociali s'andò a mano a mano attenuando, per molti fattori che vi contribuivano: la miglior conoscenza reciproca di quei ceti, portati sempre meglio a considerarsi al servizio di una causa superiore; le varie provvidenze intese ad attutire sempre più le distanze; il senso di disciplina e di gerarchia instaurato negli animi, sì che i miti dell'uguaglianza, della ripartizione della ricchezza e simili potevano considerarsi nella maggior parte del popolo quasi scomparsi; infine il vivere comune, che nelle grandi organizzazioni si faceva, gli uni accanto agli altri, senza eccessive differenziazioni, se non quelle che provenivano dalle cariche gerarchiche; anch'esse, del resto, non fisse, ma temporanee, in modo da consentire spesso, come si disse con espressione militaresca, il « cambio della guardia »: modo di dire che, in fondo, manifestava l'indirizzo del regime a fare della attività politica un servizio e non una professione. Nelle organizzazioni, dunque, associazioni professionali e specie Partito, vicinanza, ugual posizione, che portava e doveva portare ad una maggiore comprensione reciproca. La parola « camerata », che designava una tal vicinanza di appartenenti alle organizzazioni, non aveva carattere demagogico o estrinseco, ma volle proprio esprimere una più intima fusione di spiriti. E che tutti si sentissero, poi, accomunati dallo stesso ideale, quasi su un piano comune d'interessi spirituali e politici, si vedeva alle adunate per varie circostanze provocate. Allora masse di migliaia, diecine o centinaia di migliaia di uomini si riversavano nelle piazze; e, specie, se si trattava di salutare o ascoltare il DUCE (sempre più con tal nome il popolo veniva chiamando o riconoscendo MUSSOLINI), quelle masse esprimevano caldo entusiasmo ed una sola volontà. Ma doveva essere l'ordinamento corporativo a dare al paese un contenuto ed un aspetto che meglio fossero adeguati ai bisogni immediati ed ai fini storici della società nazionale; il qual ordinamento non s'era avuto né nel 1926 né nel 1927, quando s'era invece iniziata l'esperienza sindacale, che voleva e doveva essere premessa e strumento di quell'ordinamento. Non a caso il DUCE ai sindacati fascisti nel maggio del 1928 aveva avvertito che s'era ancora in piena fase sindacale, senza aver risolto l'antitesi tra capitale e lavoro. Ad accelerare i tempi era venuta la crisi economica, che nel 1929 ebbe il suo centro negli Stati Uniti e si diffuse ovunque, come un'epidemia. Le cause di quella crisi furono diverse; non ultima fu quella derivata dall'ingordigia degli speculatori e dalla sfrenata cupidigia del capitalismo. In Italia come altrove la crisi colpì molti organismi economici e finanziari. Che fare ? MUSSOLINI espose i termini di quella situazione in alcuni discorsi indimenticabili. Nell'ottobre del 1930 all'assemblea del Consiglio nazionale delle corporazioni, un organo costituito nel marzo di quell'anno, pose crudamente il dilemma: lo stato può disinteressarsi delle sorti dell'economia del paese, può lasciare andare alla deriva organismi che solo in apparenza sono privati, ma che influiscono sulla vita di milioni di cittadini? Furono mesi di dura lotta contro gli effetti di quella crisi, che incideva sui prezzi, precipitati quasi ovunque, sul commercio interno ed estero, su tutte le aziende, sul bilancio stesso dello stato, che cominciava a presentare un disavanzo abbastanza notevole. Il governo intervenne energicamente per fronteggiare tutti quei mali: furono aiutate le aziende sane, altre ch'erano costituzionalmente malate furono lasciate morire; si arginò la discesa dei prezzi, onde difendere soprattutto le classi rurali, si difese la lira, si oppose insomma energia e volontà a quel dilagare di malessere. Il paese resisté, comunque. Anche in quella occasione, come concludeva il DUCE un grande discorso al Senato nel dicembre del 1930, era ai fattori morali che dovevasi ricorrere, al senso di lotta e di vita del popolo italiano che ci si doveva richiamare. E la crisi fu superata, nonostante le ferite che lasciò nel corpo della nazione. Il Fascismo aveva agito risolutamente, aveva creato organismi finanziari ed economici (l'Istituto mobiliare italiano 1931, l'Istituto per la ricostruzione industriale nel 1933) capaci di intervenire là dove era necessario ed utile. Intervento. dello stato, dunque. Lo stato non più assente, non più « guardiano notturno », come aveva sarcasticamente detto dello stato liberale più volte MUSSOLINI. Ma non era tutto. Occorreva andare alle radici del male. C'era, evidentemente, qualche cosa che non funzionava più bene nell'organismo economico e finanziario non solo d'Italia, ma di tutti i paesi. Fino ad allora l'attività economica era stata di esclusivo dominio dei ceti capitalistici. Dopo i vari fenomeni economici e sociali che avevano accompagnato, dal sec. XVIII, la trasformazione dell'impresa economica, il capitalismo s'era assunto la direzione di tutto il complesso dei fatti economici, produzione, distribuzione, prezzi. Erano divenute vere e proprie leggi economiche talune esperienze che avevano avuto, in una epoca di dilatazione delle attività produttive, un pratico modo di effettuarsi: costi comparati, mercato internazionale, domanda ed offerta delle merci e così via. Ma la crisi, già latente da un pezzo, aveva chiaramente mostrato che c'era qualche cosa o tutto da cambiare. Qualche cosa o tutto; più incisivamente il DUCE si chiedeva: crisi nel sistema o del sistema? E l'interrogativo lasciato senza risposta nel discorso ai gerarchi nell'ottobre del 1932 trovava una prima soluzione nell'articolo scritto da MUSSOLINI nel luglio del 1933: la crisi è del sistema! Occorreva, cioè, modificare tutto il sistema, cambiarlo, creando mezzi nuovi di disciplina economica e sociale che superassero metodi e fini del capitalismo. E sorsero le corporazioni (v. CORPORAZIONE). Non per ciò si allentò lo sforzo tendente a dare, come aveva detto il DUCE, « il maggior lavoro possibile al maggior numero possibile di lavoratori ». Nonostante gli effetti della crisi economica, che aveva nel 1932 costretto a rivedere taluni retribuzioni, i salari operai furono difesi e sempre, anzi, migliorati. Che essi non avessero subito decurtazioni era provato dal fatto che di fronte al salario medio giornaliero di lire 3,54 del 1914, il salario medio del 1933 era di lire 15,25. Il tono stesso della vita appariva, da tanti segni, migliorato di molto di fronte a quello dell'anteguerra: specie nelle città i progressi raggiunti dalla media della popolazione erano sensibili, solo a notare il migliorato conforto della maggior parte dei cittadini. Ciò che rese relativamente agevole, nel 1934, la conversione della rendita, con una operazione finanziaria abilissima, nonché altre misure fiscali che, se uguagliarono il carico tributario tra le varie categorie sociali, contribuirono a difendere il bilancio dello stato, che anche per opere di carattere sociale s'era appesantito e bisognava fosse aiutato. E, in certo senso, tutto questo, e tanto altro che si operò nel campo economico e sociale, poteva essere considerato, come da qualche scrittore fu detto, in funzione corporativa. Il parlare, che si fece, di economia corporativa, finanza corporativa, assistenza corporativa od altro che pure si disse « corporativo » non era, in effetti, esagerazione, poiché corporazione era la nazione stessa ; corporativo era lo spirito di solidarietà che animava istituti ed uomini e cose. Ed anche nelle scienze, nella cultura entrò codesto spirito, sia che si riferisse allo studio di specifici istituti, sia che si volesse considerare sotto il profilo corporativo gran parte dell'ordinamento nuovo; onde s'ebbero un diritto corporativo, un'economia corporativa, una politica corporativa, che s'insegnarono anche nelle università e in parte nelle scuole medie. Ma non fu questa la sola innovazione nel campo della cultura, ove si cominciava a dissodare, con buoni frutti, già da un pezzo. Era sempre più evidente che il Fascismo era una dottrina che includeva valutazioni ben più profonde e complesse; era, insomma, una filosofia o, meglio, una interpretazione nuova della vita individuale e collettiva. Quel gran discutere che si fece, specie nei primi tempi, di libertà, personalità, fini etici dello stato e via via includeva o presupponeva motivi di portata più vasta, che furono poi colti e, sulla scorta delle indicazioni mussoliniane, avviati a una sistemazione sempre più organica. I difensori, come s'è detto, di indirizzi e teorie liberali resisterono ancora: sicché da un lato s'aveva rivendicazione della libertà assoluta, dello stato come mediatore di quella libertà, dall'altro lato affermazione di uno stato pieno, sovrano, ricco di tutte le esperienze e di tutte le forze nazionali. Due opposti indirizzi, che per parecchio tempo rimasero in lotta tra loro. Ma a poco a poco, come sul terreno dell'azione, anche su questo dottrinario le posizioni si modificarono: ed a credere nella nuova dottrina, a collaborarvi in vario modo furono molti, anche tra coloro che prima aveva militato nel campo opposto, nonostante che non sempre le manifestazioni di costoro fossero intonate allo spirito della rivoluzione, che esigeva revisioni sostanziali in tutti i settori della cultura. Comunque, insensibilmente, ma a distanza di tempo meglio valutabile, la trasformazione si verificò: e non solo gli studi giuridici ed economici, che più erano portati ad adeguarsi, ai nuovi istituti, risentirono dei nuovi indirizzi, ma altresì gli studi storici, le discipline morali e, naturalmente, quelle politiche. In modo particolare in tutti o quasi codesti studi ci si rifece a Roma. Di Roma non s'esaltò soltanto o il diritto o la politica od un aspetto solo della sua duratura grandezza; ma si colse il valore unitario, quasi simbolico, della potenza civile, della imperiale graniticità nello spazio e nel tempo. Come nel Medioevo e soprattutto nel Rinascimento Roma fu un'idea-forza, un mito attivo e comprensivo, così per il Fascismo Roma divenne un simbolo della capacità, della volontà, della tenacia costruttiva della stirpe, che vivendo in condizioni pressoché inalterate sulla Penisola, immersa nel Mediterraneo, aveva problemi simili di esistenza da affrontare; come quello che il DUCE illustrò nel 1925 a Perugia, relativo alla fatale espansione italiana nel Mediterraneo, mare nostrum, conquistato dai romani con tanta indomita tenacia. Anche qui polemiche: se il Fascismo fosse tradizionalista; se e come si dovessero conciliare tradizione e rivoluzione. Interrogativi non nuovi, anche nella storia e nella cultura italiana; ed ai quali si rispose chiarendo il valore attivo della tradizione in quanto carattere di un popolo, esempio di quel che si poteva, come altre volte s'era potuto, solo che si fosse voluto. Non peso morto, dunque, la tradizione; e specie quella di Roma; ma elemento propulsivo, forza morale diffusiva ed espansiva. Molto dunque si scrisse e si parlò di Roma, spesso con tono retorico od enfatico, proprio in coloro che mal comprendevano il valore spirituale, per il Fascismo, della romanità. Ma anche rinnovati studi s'ebbero intorno a Roma; e ricerche, nonché scavi e riesumazioni di opere attestanti la immensa e permanente presenza di quel mondo che aveva creato monumenti solenni ed imperituri. Fori, templi, teatri, opere mirabili che testimoniavano l'alto grado, di civiltà raggiunto dai romani si disseppellirono ovunque, in Italia e nelle colonie. In Libia riapparvero, documento della romanità dell'Africa, i monumenti di Sabratha e l'intera, stupenda città di Leptis Magna, le cui opere stupirono anche i competenti per la loro preziosa ed insieme ciclopica mole. Ad Ercolano ed a Pompei i, nuovi scavi dettero luogo a non minori sorprese rivelanti il mondo e la vita dell'Impero al tempo della catastrofe vesuviana. Soprattutto a Roma organici lavori di scavi, di demolizioni e di recupero rimisero in luce costruzioni insigni. A volere codeste opere, che s'accompagnarono ad una sistemazione razionale delle zone archeologiche, dando luogo a passeggiate panoramiche uniche al mondo; ad incitar ricerche, a guidare con sommo amore tutte codeste imprese che legavano vieppiù la nuova all'antica Roma, fu sempre MUSSOLINI, animatore anche qui di energie e stimolatore di ricerche. E in tutti i campi delle scienze si diede mano a dissodamenti; ricostruzioni, studi. Opere di cultura di vasto respiro, iniziative culturali d'ogni genere furono affrontate e condotte a termine. Istituti per le varie discipline sorsero o furono riordinati: notevoli l'Istituto di studi romani, che si fece iniziatore di pubblicazioni romane, e, in specie, l'Istituto nazionale fascista di cultura che cambiò poi opportunamente e significativamente nome in Istituto nazionale di cultura fascista e che ebbe sezioni ovunque e svolse amplia attività di propaganda culturale. Un altro istituto, volto ad altre esperienze, fu fondato nel 1923: e fu il Consiglio nazionale delle ricerche, per incrementare e coordinare la ricerca scientifica, anche per porla al servizio delle esigenze della nazione, che, non ricca, anzi povera di materie prime, doveva e voleva ricorrere alla scienza per sopperire ai suoi bisogni. Gran fervore, dunque, in tutti i campi della cultura, il quale confermava appieno che il Fascismo non era anticultura come, del resto, aveva avvertito MUSSOLINI nel 1929, inaugurando un congresso di filosofia Roma. E, oltre tutto, di ciò gran prova fu quella data nel 1929, quando venne fondata l'Accademia d'Italia, alto consesso dei maggiori esponenti della scienza e delle arti. Invero, altri spiriti l'arte del nuovo tempo esigeva. Si parlò di novecentismo e di novecento, in letteratura e nelle figurative, ad intender la reazione che si voleva opporre alle vecchie forme d'arte, le nuove forme mettendosi in relazione alle esigenze dei tempi, che non richiedevano sfoggio retorico, ma essenzialità di contenuto e d'espressione, potenza ed efficacia di manifestazione. Non si trattava di un movimento, invero, esclusivamente italiano; ma in Italia ebbe sostenitori più ferventi, proprio perché s'accompagnava al rinnovamento politico e civile, che altresì era volto a crear spiriti ed opere sostanziosi e precisi. Certo, almeno per quel che si riferiva alla letteratura, poesia, teatro, narrativa, non s'ebbero subito né capolavori e nemmeno lavori di particolare rilievo. Concorsi, premi letterari, incitamenti non valsero gran che a creare o artisti, che non s'inventano e nemmeno si fecondano con stimoli esterni; sicché s'ebbero o riproduzioni di forme d'arte già note, come nel teatro e nella narrativa, o tentativi che si fecero notare per il loro contenuto polemico, come quello cosiddetto di « strapaese », opposto a « stracittà », o inconcludenti, e per fortuna rari, aborti letterari; mentre il futurismo, anch'esso, nonostante il gran merito ch'aveva avuto di gettare il primo seme della reazione, si logorava vanamente. Manifestazioni di maggior rilievo s'ebbero nelle arti figurative, specie nella scultura e soprattutto nell'architettura, che era aiutata dal fervore edilizio, dalle opere che il Regime faceva sorgere ovunque nei nuovi comuni e nelle nuove città che venivano fondate e che, dopo alcune esagerazioni dei primi tempi, trovò più facilmente un orientamento sobrio e razionale, in modo speciale là dove si trattava di costruzioni pubbliche o di grandi dimensioni, nelle quali il criterio della funzionalità meglio si poteva applicare. Giovò al rinnovarsi dell'architettura, come s'è accennato, la gran mole di opere edilizie che trasformarono l'urbanistica. Piani regolatori si ebbero ovunque, per dare nuovo volto a città grandi e meno grandi. Il piccone lavorò molto, specie nei centri urbani, che si ripulirono, anche igienicamente e socialmente, di vecchi e sporchi conglomerati edilizi e spianarono vie e piazze e s'accrebbero di quartieri e di edifici pubblici e privati. Roma particolarmente, mentre faceva risorgere l'antico, si rinnovò e s'ampliò secondo un programma urbanistico ideale, che mirava a far di essa non solo la capitale del Regno, ma il centro della nuova civiltà del secolo. Roma ! Come ai tempi di Augusto essa divenne la gran madre d'Italia ed un faro per i popoli altresì che gravitavano, spiritualmente o politicamente, sull'ordine instaurato dall'urbe; come ai tempi dell'Umanesimo e del Rinascimento divenne, oltreché una realtà, un'idea; un valore politico universale. Roma rappresentò un principio ideale, espressione di una teoria politica e spirituale; mentre antiRoma rappresentava l'opposizione a quei principi, ordine, autorità, giustizia, e la reazione alle forze disgregatrici che l'ordine nuovo combatteva.

CONTINUA...

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MessaggioInviato: Lun Lug 09, 2012 10:15 pm    Oggetto:  
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6. L'IMPERO. — La tendenza dell'Italia fascista all'impero, comunque inteso, dominio spirituale o politico, non contrastava con la volontà di pace che il Regime aveva chiaramente dimostrato di avere sin dai suoi primi atti. Pace, però, giusta, decorosa, virile; pace di forti. Il Fascismo rimproverava al vecchio regime di essere stato remissivo, di aver spesso abdicato alla fierezza che un grande popolo deve avere e vantare; codesto giudizio polemico, comunque, si risolveva in una sempre più matura consapevolezza in tutti gli Italiani del prestigio che era necessario instaurare nei rapporti internazionali, che si vollero improntati ad una linea di corretta dignità nazionale, tenendo conto delle contingenze dei tempi. L'Italia, insomma, ebbe il suo peso notevole nel malfermo equilibrio europeo del dopoguerra; e quasi ovunque, in Europa e fuori d'Europa, migliorò o consolidò relazioni politiche ed economiche con altri stati; sicché la parte avuta dall'Italia di MUSSOLINI nella storia delle vicende europee e mondiali fu in molti casi decisiva per la pace (v. ITALIA). Tuttavia MUSSOLINI aveva sempre avvertito che l'invocata pace, alla quale l'Italia aveva seriamente contribuito, non escludeva, data la preesistente tensione europea, la necessità di essere forti. Il motto romano, “para bellum si vis pacem”, era stato da lui ripetuto come un monito per gl'Italiani e per gli altri. Il problema dell'efficienza bellica della nazione era stato d'altronde affrontato sin dal 1925, quando in Senato MUSSOLINI tracciò un programma tendente ad aumentare quell'efficienza « sino al limite delle possibilità umane » del paese. Ad una radicale riforma dell'esercito, attuatasi nel 1926, erano via via seguiti miglioramenti nella preparazione militare della nazione, che deliberatamente non si volle più solo «armata» ma intrinsecamente tutta « militare ». In questo senso si apprestarono spiriti e mezzi. Sin dal 1924 era stata affidata alla Milizia volontaria per la sicurezza nazionale il compito della preparazione militare della nazione, in modo da rendere possibile la mobilitazione, in caso di bisogno, di nove milioni di uomini. Gli ufficiali in congedo furono organizzati in una unione nazionale; associazioni d'arma sorsero e mantennero alto lo spirito dei commilitoni. L'aviazione militare fu portata per efficienza e per qualità ad un livello mai prima raggiunto. Le costruzioni navali s'intensificarono, non soltanto per quel che si riferiva al naviglio leggero e subacqueo, ma altresì alle grandi corazzate di linea, che in parte si riadattarono, in parte si costruirono con larghi criteri offensivi. Ogni anno le manovre terrestri e navali si svolsero, alla presenza del Sovrano e del DUCE, con larga partecipazione di reparti e di navi. Sempre, però, si volle vedere in quelle manovre un significato aggressivo. Ma la realtà era diversa. MUSSOLINI voleva giustizia per l'Italia e per gli altri che giustizia esigevano: la voleva con la pace possibilmente; comunque senza infingimenti. Una prova solenne del proposito mussoliniano di organizzare equamente la pace fu data dal Patto a quattro, ideato e voluto dal DUCE già forse prima del 1932, in ogni modo proposto ai primi di quell'anno, proprio mentre si svolgevano i lavori della conferenza per il disarmo. Ma breve fu la validità efficace del patto. Molti eventi e molti fattori contribuirono a rendere oscura l'atmosfera che per troppo breve tempo s'era rischiarata (v. AUSTRIA; PATTO MUSSOLINI). Comunque l'attiva presenza dell'Italia nelle relazioni internazionali ed il suo peso in Europa e fuori d'Europa non costituivano elementi di dispersione di forze e di interessi nei confronti di quello che è sempre stato l'obiettivo essenziale della politica nazionale fuor dei confini e cioè il Mediterraneo. Il Fascismo era nato, può dirsi, con questa precisa direzione; l'Italia, sempre che coscienza aveva avuto, nei secoli, della sua unità, aveva dovuto, per essere libera e indipendente, difendere posizioni ed interessi nel Mediterraneo ove essa tutta si distende e vive e respira. Molto il Fascismo fece, come s'è ricordato più avanti, sin dai primi anni della rivoluzione per riconquistare il perduto, per migliorare al massimo le sue posizioni mediterranee. La rioccupazione della Libia continuò rapida ed efficace dopo il 1927; le colonie orientali non richiesero minori cure. Occupati saldamente i sultanati di Obbia e di Migiurtinia in Somalia, nel 1925 e nel 1926, l'avvaloramento economico e sociale di quelle colonie ebbe un impulso rapido e, relativamente, felice. Ma tutto ciò non bastava a soddisfare le necessità italiane. Nel Mediterraneo, in Africa, nel vicino Oriente molti interessi l'Italia aveva, molti conti vecchie nuovi da rivedere, molte posizioni da precisare. Si venne formando, accanto ad una letteratura notevole intorno a tutti codesti argomenti, una coscienza, specie tra i giovani, propensa a considerare con molto calore problemi africani ed espansionistici. Si parlò e si scrisse del dramma degli Italiani in Tunisia, a Malta, in Corsica; campagne di stampa furono fatte a proposito della progressiva azione di snazionalizzazione di quegli Italiani e di volta in volta nacquero attriti con la Francia ed anche con l'Inghilterra per la questione della lingua italiana a Malta. Azione di propaganda fecero enti antichi e nuovi: la « Dante Alighieri », che patrocinando la difesa della lingua italiana nel mondo continuò la sua opera di italianità oltre i confini; l'Istituto coloniale fascista, sorto col proposito di diffondere la conoscenza delle questioni coloniali, la Lega navale per la miglior diffusione tra gl'Italiani delle questioni marittime, mentre istituti scientifici, congressi coloniali, iniziative varie propagandavano cognizioni tecniche o soltanto l'amore per le cose mediterranee e coloniali. Il governo, che animava codeste iniziative, le spronava, le fecondava, fece quel che poteva per migliorare la situazione. I rapporti con gli stati mediterranei con alterne vicende furono particolarmente curati. Fu tutto un lento e paziente e lungimirante lavoro, mirante a rafforzare posizioni, a gettar le basi di ulteriori progressi dell'espansione italiana. Anche con l'Etiopia si tentò di riprendere relazioni di buon vicinato, nonostante la diffidenza di quei capi, che avevano sempre ostentato una pervicace ostilità contro l'Italia. Nonostante un trattato di « amicizia e collaborazione » stipulato nel 1928 con il governo etiopico, appariva sempre più chiara la volontà del negus e dei « ras » di premere sulle nostre colonie, di ricacciarci, come ostentatamente essi stessi annunziavano, al mare. Nel 1931 una mobilitazione di bande nell'Ogaden provava lo stato d'animo di quei capi verso l'Italia. Incidenti ed attacchi ai confini si moltiplicarono. Il 17 novembre 1934 veniva assalito il consolato italiano di Gondar; il 5 dicembre ad Ual Ual armati etiopici al comando del fitaurari Sciferrà attaccavano con straordinaria violenza un nostro presidio (V. AFRICA ORIENTALE ITALIANA). MUSSOLINI non si lasciò sorprendere dagli avvenimenti, anzi li previde e li dominò come sempre. Mentre iniziava rapidamente la sistemazione della difesa delle colonie confinanti con l'Etiopia, sviluppò un'azione diplomatica (accordi italo-francesi del gennaio 1935) atta a migliorare la situazione generale, nella quale l'Italia doveva muoversi.
E che l'Italia dovesse muoversi era necessario ed ormai segnato, dalla volontà del DUCE e dagli eventi che maturavano. La preparazione militare in Eritrea ed in Somalia procedeva con ritmo risoluto. Il 17 gennaio un alto commissario veniva nominato per le due colonie dell'Africa Orientale, nella persona del quadrumviro De Bono. Al Gran Consiglio, il 16 febbraio, MUSSOLINI annunziava che 70.000 camicie nere avevano presentato domanda per recarsi in Africa. Emozione vibrante ed appassionata attesa nei cuori degli italiani. Il 21 aprile MUSSOLINI annunziava l'imminente avvento di un « clima duro ». Era quel che s'aspettavano molti, moltissimi, specie i giovani, che anelavano di cimentarsi in una impresa che appagasse il loro spirito ardente e la loro volontà di vedere più grande e potente l'Italia. E l'attesa non fu vana. La preparazione militare, che era stata accelerata nei primi mesi del 1935, provò non solo la capacità organizzativa italiana, ma altresì la risolutezza nell'impresa, che doveva essere affrontata con straordinaria efficacia. A coloro che pensavano ad un' azione da effettuarsi con mezzi poco rilevanti, MUSSOLINI rispose con la decisione di concentrare tutte le energie per il conseguimento di un successo rapido e drastico. Nel maggio MUSSOLINI, alle due Camere, parlava delle « misure precauzionali » adottate fino a quel tempo in rapporto alla minaccia in atto che assumeva proporzioni da «porre il problema italo-etiopico» nei termini più crudi e radicali. La precisazione aveva un valore sintomatico. Quanto agli stati europei, MUSSOLINI aggiungeva che non c'era da fidarsi e che bisognava contare su noi stessi. Come i fatti successivi dimostrarono, quel monito era un presagio. Una campagna, che venne assumendo proporzioni sempre più vaste, fu iniziata dalla stampa europea per 1’ « aggressione » che l' Italia avrebbe preparato contro l'Etiopia. Intanto, col pretesto di Ual-Ual, la Società delle nazioni aveva assunto in pieno la difesa dell'Etiopia. Si cominciò a parlare di « sanzioni » da applicare all' Italia da parte degli stati aderenti alla Lega, per punire l'aggressore di uno « stato» indipendente e sovrano. Somma virtù dell'Italia fascista è stata quella di non lasciarsi vincere da passioni inconsulte, di non lasciarsi trascinare a gesti che, sebbene provocati, potessero distoglierla dai suoi obiettivi. Gl'Italiani, in quei mesi dell'estate 1935, compressero i loro nervi, affrettarono la preparazione militare, concentrarono la loro volontà nella riuscita dell'impresa. Essi si sentirono doppiamente offesi, e perché si voleva porre la nazione italiana sullo stesso livello della barbara Etiopia e perché, col pretesto di difendere il « debole » paese schiavista, si voleva comprimere in essi il naturale e fiero slancio che, oltre a punire la pervicacia di presuntuosi barbari, voleva aprire, a prezzo del proprio sangue, uno spiraglio a quell'espansione che non era stata mai né concessa né promessa. Furono mesi di alta tensione. MUSSOLINI guidò da sommo stratega la guerra diplomatica prima ancora che quella militare; assicurò tutti, specie il popolo inglese, che l'Italia non minacciava alcuno. Ma l'Inghilterra non desisté dal suo proposito di impedire l'azione italiana. La flotta inglese fu concentrata nel Mediterraneo, mentre da Londra si cercava in vario modo di trascinare nell'avventura di una guerra stati grandi è piccoli, specie del Mediterraneo orientale. L'Italia non retrocedette di un passo. L'8 settembre MUSSOLINI, da Palazzo Venezia, annunziava alla folla che lo acclamava che si sarebbe « tirato diritto ». Tutto era Pronto per rintuzzare all'Abissinia la provocatoria ostentazione di « ributtarci in mare ». Alcune divisioni di soldati erano già partite, altre, di camicie nere e di soldati ancora, tra l'entusiastico auspicio del popolo, s'accingevano a partire. Deliranti dimostrazioni salutavano i partenti in ogni città e poi a Napoli, porto della spedizione venne il giorno della decisa azione. Le campane d'ogni paese, le sirene di tutti gli opifici, i tamburi persino, dei balilla in ogni città o paese, nelle valli o su per le montagne e ovunque fosse una casa, avvertirono che il popolo d'ogni età e ceto era convocato. E tutti, col cuore gonfio, s'addensarono nelle piazze nelle vie d'ogni posto abitato: Si calcolò che venti milioni di persone, in tutta Italia, in quel pomeriggio del 2 ottobre 1935, anno XIII dell'era fascista, fossero presenti a quella che è stata, senza dubbio alcuno, la più grande mobilitazione di popolo che la storia ricordi. E da Roma, ove in Piazza Venezia, nelle vie laterali, nelle piazze tutte una marea di gente d'ogni specie s'era raccolta, il DUCE parlò. Si rivolse alle Camicie nere della rivoluzione, agli uomini ed alle donne di tutta Italia, agli Italiani sparsi nel mondo, oltre i monti e oltre i mari. E disse: « Un'ora solenne sta per scoccare nella storia della Patria ». Un'ora, che era tanto più solenne perché mostrava tutto il popolo fuso e concorde e teso nella volontà disperata di vincere e di ottenere quel posto al sole che nonostante la vittoria nel 1918 c'era stato negato. « Abbiamo pazientato 13 anni durante i quali si è ancora più stretto il cerchio degli egoismi che soffocano la nostra vitalità. Con l'Etiopia abbiamo pazientato 40 anni. Ora basta ». Avvertì MUSSOLINI che se le sanzioni fossero state adottate, l' Italia avrebbe opposto ad esse « la nostra disciplina, la nostra sobrietà, il nostro spirito di sacrificio » e che ad atti di guerra si sarebbe risposto con atti di guerra. « Nessuno pensi di piegarci , senza avere prima duramente combattuto ». Annunziò ancora MUSSOLINI che avrebbe fatto di tutto perché il conflitto non avesse assunto carattere e portata di conflitto europeo. E concludeva: « Italia proletaria e fascista, Italia di Vittorio Veneto e della Rivoluzione, in piedi ! Fa che il grido della tua decisione riempia il cielo e sia di conforto ai soldati che attendono in Africa, di sprone agli amici, e di monito ai nemici in ogni parte del mondo: grido di giustizia, grido di vittoria ! » Attraverso l'etere, sulle onde scoperte dal genio di un grande italiano, quelle parole arrivarono ovunque e penetrarono nei cuori degli Italiani. E la guerra cominciò. Il 3 ottobre i soldati di Vittorio Veneto passavano il Mareb. Ma nonostante le chiarificatrici parole di MUSSOLINI, nonostante le presentazione a Ginevra di una schiacciante documentazione comprovante le ragioni italiane, la Società delle nazioni, in una solidarietà mai fino allora constatata fra grandi plutocrazie e piccoli stati, tutti per diversi motivi interessati a dar addosso all'Italia, decise il 2 novembre di applicare quell'articolo 16 del patto, che dichiarava doversi considerare come avente commesso un atto di guerra contro tutti i membri della Lega quello stato che fosse ricorso alla guerra contrariamente agli impegni presi in base al patto stesso. Erano le sanzioni: economiche, commerciali, finanziarie; era, più che una punizione, la deliberata ed ostentata volontà di strozzare la nazione italiana, impegnata in una guerra lontana e rischiosa. Il popolo italiano non si perdé d'animo, anzi l'animo sentì ingigantire; digrignò i denti, si preparò a sopportare qualunque sacrificio, giurò di non dimenticare mai quell’ingiuria e quel proditorio attentato alla sua vita. Il popolo italiano dimostrò d'avere un carattere saldo, un cuore fortissimo, uno spirito che mai aveva vacillato. Soprattutto gl'Italiani avevano somma fiducia nel loro Capo, che li guidava in una impresa, che, a distanza d'anni, appare sempre più come una disperata reazione di un popolo, povero di cose ma ricchissimo di volontà, alle cupidigie dei ricchi. E MUSSOLINI risolutamente e genialmente organizzò quest'altra battaglia, la diresse, la vinse. Se è vero che gli uomini come i popoli si fanno il loro destino con la tenacia, con l'intrepida volontà, con il sacrificio quando occorra, è altresì vero che, talvolta, quel destino si matura più decisamente di fronte ad ostacoli, che agiscono sullo spirito come reazioni suscitatrici di impreviste energie. L'Italia nuova era degna di quella prova: e lo mostrò. Tutte le sue forze furono dirette a resistere, a vincere. La nazione aveva bisogno di ferro, per fame armi, di oro, per acquistare materie prime e per sostenere la moneta; di soldati per combattere, di tutto l'ardimento per contrapporsi alla coalizione mondiale. E ferro fu donato da tutti, ricchi e poveri, ai Fasci che ne facevano raccolta; e di volontari per la guerra ce ne fu in sovrabbondanza, tanto che era considerato titolo d'onore essere prescelto; e per l'oro, il 18 dicembre, ad un mese dal giorno nel quale aveva avuto inizio l'applicazione delle sanzioni, vi fu l'offerta, da parte di tutto il popolo, della fede nuziale: simbolo, oltre tutto, di legame eterno ad una causa che superava altresì il vincolo della famiglia. Eventi e vicende che non si scolorano col tempo! Prove di eroismo civile, che non si cancellano nella memoria di chi ha avuto la ventura di assistervi. Il popolo italiano fu davvero grande. E quando, in dicembre, parve che l'Inghilterra stesse per attaccare le nostre coste, nessun panico, nessuna titubanza. Il paese era moralmente e militarmente pronto a sostenere l'urto. MUSSOLINI aveva con una prontezza che rivelava la sua genialità oltreché politica, militare, organizzato non solo la difesa marittima, ma altresì l'offesa. Misure che garantivano la Patria erano state prese con fulminea e magistrale perizia. La Home Fleet, tuttavia, non attaccò e in gennaio ritornò alle sue basi, dopo una nota di Londra (22 gennaio) che mirava a scagionare il governo britannico dalla responsabilità di uno schieramento offensivo. La flotta britannica ritornò alle sue basi, dunque; ma non s'allentò la stretta dell'assedio economica, giacché anzi, essa s'accentuò con nuove misure, come l'embargo sul petrolio, deliberato a Ginevra nel dicembre. Mentre, anzi, la campagna militare, che dal 16 novembre era guidata da un capo insigne come il Badoglio e che da MUSSOLINI traeva orientamenti ed alimento essenziali, procedeva vittoriosamente, nuove insidie venivano tese. Ma l'Italia, come constatava MUSSOLINI il 23 marzo, non era stata piegata né si piegava. Il paese offriva lo spettacolo che qualcuno paragonava a quelli già suscitati dalla tenacia dei prischi romani, ma ch'era meglio definire fascista, poiché alla virtù dell'abnegazione, della rinunzia e della disciplina, s'univa quella che traeva alimento da una grande e diffusa passione nazionale ed era la virtù dell'eroismo. Il sanzionismo era già virtualmente battuto. La guerra in Etiopia comunque proseguì senza dar tregua al nemico. Alle grandi battaglie s'accompagnarono imprese quasi leggendarie, per il rischio che importavano e per l'audacia che richiedevano. Poi le battaglie decisive, la marcia su Addis. Abeba, la sfolgorante vittoria... « Oggi 5 maggio, alle ore 16, telegrafava il maresciallo Badoglio al DUCE, alla testa delle truppe vittoriose, sono entrato in Addis Abeba ». Com'era cominciata, con un colloquio col popolo, così MUSSOLINI volle che finisse la guerra. Pochi momenti dopo che il tricolore sventolava sulla città conquistata, le stesse sirene, le stesse campane che sette mesi prima avevano chiamato a raccolta la nazione, riecheggiarono ad avvertire che qualcosa di solenne era avvenuto, che il DUCE voleva annunziare. E come 'sette mesi prima, col cuore in gola e le lacrime negli occhi di molti, uomini e donne e bambini si precipitarono nelle piazze, ove giungeva dall'Urbe, sulle onde che mai avevano trasmesso suoni più memorandi, la parola del Capo: « Annuncio al popolo italiano e al mondo che la guerra è finita... che la pace è ristabilita... si tratta della nostra pace, della pace romana, che si esprime in questa semplice, irrevocabile proposizione: l'Etiopia è italiana ». Tuttavia non cessarono le resistenze, non fu attenuata la stretta contro l'Italia. Si disse, mentre il negus veniva raccolto, fuggiasco, da navi inglesi, che il territorio etiopico non era ancora tutto conquistato, che un governo etiopico esisteva ancora, nelle regioni occidentali, per difendere il paese. La verità era ben diversa, poiché non esistevano più né un governo, né un esercito, né uno stato etiopico. A tagliar corto a codeste dicerie e soprattutto per affermare pienamente la sovranità italiana sulle genti e sul territorio d'Etiopia, quattro giorni dopo l'entrata di Badoglio in Addis Abeba MUSSOLINI riuniva, il 9 maggio, il Gran Consiglio del Fascismo ed il Consiglio dei ministri per prendere i provvedimenti relativi. MUSSOLINI stesso dopo aver detto che l'impero che l'Italia finalmente aveva era davvero fascista, perché portava i segni della volontà e della potenza del littorio romano; era impero di pace perché pace voleva l'Italia; era impero di civiltà e di umanità per tutte le popolazioni d'Etiopia; leggeva, poi, i due articoli della legge, che la sera stessa il Sovrano firmava: 1) I territori e le genti, che appartenevano all'Impero d’Etiopia sono posti sotto la sovranità piena ed intera del Regno d'Italia. 2) Il titolo di Imperatore d'Etiopia viene assunto per sé e per i suoi successori dal Re d'Italia ». E tra la commozione ed il delirante entusiasmo della folla fu letto un indirizzo votato dal Gran Consiglio, su proposta del quadrumviro De Bono: « Il Gran Consiglio esprime la gratitudine della Patria al DUCE, fondatore dell'Impero ». Ore indimenticabili nella storia d' Italia. L'impero, dunque, era. MUSSOLINI ne aveva definito il significato e gli scopi: impero del lavoro, oltreché fascista, poiché al lavoro degli Italiani, dispersi per le vie del mondo sino allora, era destinato; e cioè non impero di sfruttamento, non puro dominio al servizio del capitalismo. Si trattava, ora, di organizzare popoli e genti di quel vasto territorio; di attrezzare quel territorio stesso all'opera civile; e, intanto, di effettuarne rapidamente la disciplina politica e sociale. Ed a tutto si diede mano con decisa volontà (v. AFRICA ORIENTALE ITALIANA). Anche la situazione internazionale a poco a poco migliorò: le sanzioni vennero tolte (6 luglio 1936), fu riconosciuto altresì da moltissimi l'Impero, si tentò di migliorare i rapporti con parecchi stati, specie con l'Inghilterra. E, naturalmente, altresì all' interno la vittoria e l'Impero esigevano posizioni ed orientamenti adeguati all'ora. Si disse che occorreva « porsi sul piano dell'Impero »: che significava, poi, adeguarsi a quelle esigenze ed a quelle necessità che erano scaturite dalla esperienza recente, finanziaria, economica, sociale, militare. Certo, lo sforzo finanziario per sostenere la campagna etiopica non era stato lieve: ma a compensarlo in buona parte erano state adottate misure tecnicamente nonché socialmente eccellenti, poiché comprendevano, tra l'altro, un prestito immobiliare obbligatorio e la conversione dei titoli esteri: due provvedimenti che, mentre perequavano l'onere tributario, incidevano utilmente, specie il secondo, sulla situazione patrimoniale dell'Istituto di emissione a difesa della Lira. Tuttavia più sensibile era ed appariva la situazione economica per l'avvenire, poiché due elementi s'imponevano alla attenzione del paese: lo sviluppo dell'opera di civilizzazione nei territori dell'Impero, la quale opera richiedeva ingenti capitali; e, in modo speciale, in dipendenza proprio dell'esperienza sanzionista, la necessità di garantire al paese l'indipendenza economica in tutti i settori, per poter fronteggiare qualunque evenienza. Così, mentre il capitale, rinsanguato dal risparmio più che mai fiducioso, compiva una vera mobilitazione per finanziare le imprese nell' Africa Orientale Italiana, ebbe inizio quella che si disse, e non a caso, battaglia per l'autarchia economica. Fu già in pieno sanzionismo che MUSSOLINI impostò il programma di quella nuova indipendenza. All'assemblea nazionale delle corporazioni, il 23 marzo 1936, tracciando un preciso quadro della situazione economica nazionale in rapporto alle materie prime, così compendiava la meta da conseguire: realizzare nel più breve termine possibile il massimo possibile di autonomia nella vita economica della nazione. Ed anche quest'altra impresa ebbe inizio: si intensificarono gli sfruttamenti del sottosuolo, si utilizzarono tutti i prodotti che il suolo offriva, nuovi stabilimenti furono impiantati per l'applicazione di sistemi ingegnosamente escogitati per dare ciò che non potevasi o volevasi acquistare all'estero (v. AUTARCHIA). Problemi sempre nuovi, in parte derivanti dall'assetto imperiale, dalle responsabilità che erano sorte ed il popolo fascista orgogliosamente s'assumeva, in parte o tutti già intimamente compresi nell'etica fascista, che MUSSOLINI aveva additato agli Italiani, anche presagendo quel che si sarebbe verificato, problemi e situazioni, dunque, all'indomani della conquista e della proclamazione dell'Impero si posero e si imposero alla coscienza italiana. Innanzi tutto proprio quel realizzare l'ethos fascista, norma di vita e di condotta; eticità che doveva non artificialmente essere sentita e vissuta da tutti. Ai giovani, ai giovanissimi ancora e sempre si mirava con particolare attenzione. Le organizzazioni giovanili, figli della lupa, balilla, avanguardisti, piccole e giovani italiane, passarono alle diretta dipendenza del Partito nazionale fascista. L'educazione di questa gioventù, senza mai assumere il tono di una educazione arida di stato, non distaccata anzi dalla famiglia, fu orientata a formare temperamenti, come si voleva, fascisti: e più che una educazione, come malamente si intese da taluni, a sfondo militare, volle essere ed è una educazione del carattere, ai fini civili ed altresì bellici, proprio secondo la dottrina fascista della vita; per lo stato, senza cessare d'essere per la famiglia e, in certo modo, anche per sé. Qualche attrito, ancora, non mancò con la Chiesa, che anzi tentò di sottrarre al Partito quei giovani, a mezzo della Azione cattolica, che non cessava dal contendere allo stato l'educazione. Ma l'una cosa non escludeva, in realtà, l'altra; e mai il Fascismo aveva detto che la gioventù dovesse essere allontanata dalla Chiesa e dalla «religione. Nei ranghi della organizzazione fascista, che brevemente s'indicò con la sigla G. I. L. (Gioventù italiana del littorio), milioni di fanciulli d'ambo i sessi furono addestrati e disciplinati non solo agli esercizi fisici, ma proprio a quelle virtù morali che si volevano rendere comuni : patrimonio della mente e del cuore. Anche per gl'iscritti al Partito nazionale fascista, uomini e donne, s'accentuò, più che la materiale ed estrinseca disciplina, quella morale. Il Partito, pur non attenuando la vigile attenzione per le questioni politiche ed economiche alla cui soluzione era stato destinato, molto dedicò al miglioramento del tono, del carattere, del costume, insomma, dei fascisti. Taluno poté sorridere delle norme che riguardavano il saluto romano, braccio destro alzato in fiero atteggiamento, al posto della stretta di mano o l'uso del « tu » tra gl'iscritti alle organizzazioni o, comunque quello del « voi » per tutti, in luogo del « lei ». Ma codeste ed altre prescrizioni avevano un loro significato non convenzionale e retorico, sebbene attingevano a motivi insieme nazionali (saluto romano, dispregio e disuso del « lei ») e derivanti proprio da quell'ideale, dianzi accennato, di un tipo di italiano schietto, spregiudicato, fiero, cameratesco e cioè più decisamente spoglio dalle convenzioni che in parte discendevano dal tono di vita del secondo Ottocento, contro il quale si levarono, del resto, in acerba e talvolta caricaturale rampogna giovani e non più giovani critici. Anche l'adozione del passo « romano » nelle forze armate, in qualche modo rassomigliante al passo di parata germanico e che, pare, derivava da Roma antica, volle significare, nel soldato maggiore fierezza e più alto prestigio ed imponenza. Italianità, dunque, integrale, esaltazione delle virtù spirituali ed anche fisiche della stirpe, anzi della razza, parola che meglio parve individuare l'unità elementare e basilare della nazione. Della quale razza MUSSOLINI aveva da tempo avvertito una peculiare ed inconfondibile esigenza nonché pratica, altresì concettuale di fronte ad idee analoghe quali quelle di popolo o nazione, onde, ad esempio, aveva potuto parlare di razza come di «espressione fisica dello stato ». In questo senso provvidenze per difendere, per tutelare la razza erano state adottate da un pezzo: protezione della maternità e dell'infanzia, massima intensificazione dell'igiene e della sanità pubblica e via via. Tuttavia maggior rilievo fu dato all'entità razza nel luglio 1938, quando, dopo la pubblicazione di alcune « tesi » elaborate da un gruppo di studiosi, nelle quali si tracciavano alcuni postulati relativi all'esistenza delle razze umane e alla appartenenza della razza italiana al ceppo ariano, si ebbe un vero e proprio movimento razzista. Taluno se ne stupì e credé che si trattasse di imitazioni straniere o di inopportuna scissione della compagine nazionale, specie per le conseguenze che quel movimento includeva nei riguardi degli ebrei, non ariani e, quindi, esclusi dalla morale compagine nazionale. Ma, in realtà, si trattava non di improvvisazione o di imitazione; ma di un logico e quasi spontaneo slargarsi e concretizzarsi di motivi ideali e in parte pratici già evidenti nel pensiero, nella legislazione e nella politica del Fascismo. E vennero nell'ottobre, le leggi razziste (v. RAZZA). Fu, indubbiamente, uno scossone; non tanto, come temevano alcuni, da incrinare l'assetto economico del paese, che non era che in minima parte in mano ad ebrei; e, soprattutto, non tanto nemmeno agli effetti politici, come pure insinuava qualche corrente d'opinione di timidi, sì da minacciare, per la coalizione giudaica internazionale contro il Fascismo, lo stesso Regime. Né l'una né l'altra cosa era da temere e, di fatti, si verificò. Il Regime era e rimase saldo e non l'incrinarono le riserve di carattere sentimentale o dottrinario di alcuni ambienti, che s'appoggiavano alla reazione della Chiesa a quei provvedimenti. Anche nel nuovo codice civile che s'elaborava in quei tempi, proiezioni di tale indirizzo naturalmente s'ebbero. Il primo libro di quel codice, approvato definitivamente ai primi del 1939, specie per quel che riguardava l'istituto familiare, conteneva innovazioni che parvero audaci. Ci fu, così, una rivoluzione nel diritto, che era, poi, in definitiva, la Rivoluzione fascista medesima, la quale prendeva forme definitive, si radicava negli spiriti e nelle cose, diveniva norma, poiché era già o doveva meglio diventare costume. Molto si legiferò, naturalmente, poiché molto s' innovò in tutti i campi. Accanto ai codici (quello penale e di procedura penale, andati in vigore nel 1930, avevano intanto dimostrato la loro vitalità, quello di procedura civile volto a semplificare ed a rendere più agile il processo civile, ed alcuni libri di quello civile erano già pronti, ai primi del 1939, mentre si procedeva nell'ulteriore lavoro) l'attività normativa fu amplia in tutti i settori. Poté sembrare quasi una mania quella di far nuove leggi testi unici codici, per ogni attività: enti pubblici, sanità, strade, previdenza, lavoro, diritto d'autore, e via via; ma era una necessità, poiché non solo il Fascismo aveva le sue idee, che si applicavano ad ogni specie di rapporto civile, ma altresì perché il mondo stesso cambiava e, cambiando, c'era bisogno di modificare le norme che dovevano regolare la realtà viva, onde questa non rimanesse estranea al diritto. Gran sogno di MUSSOLINI era stato quello di cambiare il volto e l'anima dell'Italia; darle vieppiù caratteri di nazione e di forza, di fierezza e di giustizia. Quella trasformazione non s'era verificata in un giorno, tuttavia procedeva gradualmente con ritmo pressoché costante. MUSSOLINI stesso ne sorvegliava il corso, oltreché indicarne le direzioni. Rendere migliore, più grande l'Italia; e migliori, in tutti i sensi e in tutti i modi, gli Italiani: questo il compito, che si sarebbe potuto in altri tempi giudicare temerario se non mitico, prefissosi da MUSSOLINI; e che era soltanto un sublime ed umano e civile programma di redenzione non solo politica, ma igienica e culturale, economica e sociale. Ed esso andava e va sempre più realizzandosi, con incredibile celerità. Si intensificò, in tal modo, in relazione alla politica della difesa della razza, l'opera di tutela igienica del popolo. Si accentuò il lavoro, ovunque, di educazione, istituendo nuove scuole di tutti i gradi, specie primarie e professionali. L'analfabetismo che comprendeva nel 1871 il 69% della popolazione e nel 1901 il 48%, era nel 1931 del 21%. Nonostante la guerra d'Africa e gl'impegni militari del paese, che incidevano sul peso generale fiscale, il tono di vita medio non ebbe contrazioni, anzi seguitò a migliorare. La produzione industriale che aveva avuto nel 1932, anno tipico della crisi, una contrazione notevole (indice 73 di fronte a 100 nel 1928) s'elevò via via sino a raggiungere il livello del 1928 nel 1936 ed a superarlo (indice 107) nel 1937 e nel 1938. Anche il rapporto tra costo della vita e salari fu mantenuto costante, grazie alla vigile cura del Regime di non alterarlo: diminuiti gl'indici del costo della vita nel 1932, anche i salari subirono adeguamenti necessari; poi, aumentati quegli indici, i salari si mantennero proporzionali ad essi, anzi, furono tenuti più alti ( indici del costo della vita nel 1928; 100; del 1934: 76,9 nel 1936: 83,15; indici dei salari: 1929- 100; nel 1934: 83,46; nel 1936: 87,48 ), poiché nuove integrazioni furono apportate ad esso, in base soprattutto al carico familiare del Prestatore d'opera. Sebbene le difficoltà non fossero lievi, non s'attenuò l'opera di trasformazione della terra e dell'assetto sociale delle classi rurali. Era questo un altro dei punti vitali del programma fascista: elevare insieme il rendimento delle colture ed il tono delle categorie rurali. La battaglia del grano, con alterne vicende, continuò a dare i suoi frutti e cioè pane italiano al popolo italiano: dopo il raccolto eccellente del 1933 (81 milioni di quintali di grano), s'ebbe qualche flessione, ma nel complesso la cifra annua superò sempre il 75 milioni di quintali. Progrediti i lavori di bonifica (V. AGRICOLTURA; BONIFICA). E, mentre si cercava di trarre vantaggio dalla terra della Penisola, si cercava altresì di dare contenuto e forma demografici alla colonizzazione delle terre d'oltremare. Non solo nei territori dell'Africa Orientale s'avviavano lavoratori, ma altresì in Libia, ove le condizioni politiche e civili rendevano immediatamente più agevole la trasmigrazione di vaste masse di coloni. Così la compagine stessa, morale e sociale, politica e civile, degl'Italiani si faceva più salda e s'avviava ad essere, per l'avvenire, più compatta ancora, a mano a mano che mezzi ed opere s'apprestavano per dare al popolo, a tutto il popolo lavoratore, non soltanto la sicurezza del soddisfacimento dei suoi bisogni materiali, ma altresì quella dell'adempimento del suo destino. La promessa di MUSSOLINI si traduceva, senza sensibili scosse nell'apparato economico, sempre meglio in concrete provvidenze, che gradualmente avvicinavano il popolo lavoratore alla sua meta, la giustizia sociale. Provvidenze economiche, gl'istituti corporativi, la colonizzazione, le leggi sul lavoro, tutto contribuiva a realizzare quella migliore giustizia sociale; ma soprattutto dovevano accentuarla il miglioramento delle assicurazioni sociali, che costituiscono lo strumento più efficace di solidarietà dei datori di lavoro di fronte al bisogno dei prestatori d' opera (v. ASSICURAZIONI, cap. III; PREVIDENZA).
Quello stesso atteggiamento, come si è dianzi avvertito, che MUSSOLINI ha assunto nei confronti della politica sociale nell'interno del paese, ha altresì avuto modi di estrinsecazione più notevoli che non per il passato nei riguardi della politica internazionale. E come all'interno, così sul piano internazionale la stessa logica s'è venuta applicando, onde adeguare situazioni e diritti alla realtà ed alle esigenze dei popoli, rimasti staccati dalla storia, inchiodati alle creazioni dei trattati di pace e cioè, poi, alle tavole degli interessi delle plutocrazie. MUSSOLINI una tale rivoluzione aveva annunciato da un pezzo, da quando quei trattati avevano dato luogo ad una falsa sistemazione di frontiere; aveva successivamente avvertito, come s'è rilevato dianzi, in nome della concreta giustizia, che non può tollerare violenze dirette ad opprimere la vita stessa dei popoli. Codesta altra rivoluzione, che in realtà sostanzialmente distaccava l'Italia dal mondo delle illusorie predicazioni democratiche cristallizzate dalla Società delle nazioni (dalla quale l'Italia deliberò, con popolare acclamazione, di uscire l’11 dicembre 1937) proiettava ideali e volontà del Fascismo sul terreno internazionale in maniera non diversa da quella che aveva caratterizzato la trasformazione nazionale. Eventi che provavano come le previsioni di MUSSOLINI non fossero state azzardate affrettarono e precisarono l'atteggiamento italiano. La guerra di Spagna (v.) trovò decisa l'Italia a combattere la barbarie rossa. Numerosi ed ardentissimi di fede fascista furono i legionari che gloriosamente contribuirono a salvare la Spagna dal bolscevismo. L'amicizia con la Germania fu provata al fuoco di avvenimenti, che trovarono, oltre tutto, l'Italia pronta e serena; e in primo luogo la crisi austriaca (marzo 1938). A coloro che vollero impressionare in quell'occasione l'Italia ricordandole la presenza di 78 milioni di tedeschi alle sue frontiere, MUSSOLINI replicava che le frontiere sono « sacre, non si discutono, si difendono » (discorso alla Camera dei deputati, il 16 marzo 1938). Proprio, anzi, nei riguardi di quelle frontiere si ebbe, in occasione della visita del Fuhrer a Roma (maggio 1938) in restituzione della visita fatta da MUSSOLINI nella primavera precedente a Berlino, una dichiarazione solenne, nel senso che quelle frontiere « la Provvidenza e la storia hanno palesamento tracciato ». Poi la crisi cecoslovacca; la quale parve (settembre 1938) foriera di un conflitto di vasta portata. L'azione svolta in quella occasione da MUSSOLINI provò ancora quale fosse la volontà italiana di pace con giustizia. Codesta proiezione internazionale delle idee fasciste di ordine e di giustizia sociale mostrava chiara la potenza imperiale dell'Italia, impero prima ancora che materiale e di dominio di terre, morale; luminosa affermazione di un programma di vita per i popoli tutti. Che fosse altresì, quell'impero, forza politica prevalente, capacità di espansione, di tutela di altri popoli era pure indubbio. L' intervento militare in Albania (7 aprile 1939) seguito dalla dichiarazione di unione nella persona del re d'Italia, di quel regno a quello italiano, attestò interesse e volontà della nazione fascista a difendere insieme un popolo amico dall'anarchia ed esigenze politiche nostre nell'Adriatico. D'altro lato l'Italia non rinunziava al conseguimento delle sue naturali aspirazioni, come ebbe a dichiarare il ministro degli esteri alla Camera dei Fasci e delle Corporazioni il 30 novembre 1938; le quali aspirazioni concernevano, come subito intese la coscienza popolare, terre sulle quali il sangue italiano da secoli aveva germogliato o da secoli s'era disseminato per opere di civiltà o che comunque erano congiunte indissolubilmente agli interessi imperiali dell'Italia (V. CORSICA; MALTA; SUEZ; TUNISIA). Quelle aspirazioni non significavano tuttavia la guerra, né la volontà immediata di una guerra. Come il Re imperatore poteva solennemente dire nel discorso della Corona per l'apertura della ventiseiesima legislatura (23 marzo 1939) e come MUSSOLINI non meno solennemente proclamava nel discorso per l'Esposizione universale di Roma (maggio 1939) l'Italia voleva la pace, per poter attendere alle opere di progresso civile; di instaurazione integrale di un ordine veramente umano e sociale nella vita nazionale. Così, vent'anni dopo l'inizio della rivoluzione, l'Italia offriva il superbo spettacolo di una grande nazione che, potenziata nello spirito, rinvigorita nella coscienza, rafforzata come stato non aveva tuttavia conclusa la sua battaglia; molte mete, anzi, volendo ancora raggiungere. La consegna data ai fascisti dal DUCE molti anni prima, riassunta in una sola parola « durare », appariva più che mai attuale e significativa: durare per poter attingere il vertice dell'ardua ascensione nella storia e nella vita civile. La rivoluzione non era finita, continuava anzi con lena ed obiettivi sempre più audaci. Lo stesso suo artefice, Mussolini, nel discorso pel ventennale della fondazione dei Fasci (26 marzo 1939), avvertiva che dal punto di vista del costume, del carattere, delle distanze sociali essa era appena incominciata. Eppure, a voler fare un consuntivo delle opere compiute, delle realizzazioni effettuate, delle trasformazioni verificatesi negli spiriti e nelle cose, quale risultato offriva dopo vent'anni quella totale fatica di popolo e di Uomo, protagonisti e creatori entrambi dell'opera già compiuta o appena iniziata! La nazione ritrovata e divenuta stato, il popolo fatto portatore del suo destino, i grandi ideali della vita incisi nei cuori e sulle bandiere della rivoluzione; un impero conquistato, un nuovo regno unito nella persona del re all'antico per la missione comune da compiere; due guerre combattute e vinte; il volto del paese e quello stesso degli uomini cambiati, trasformazione fisica che documenta quella spirituale, che è sempre più intensa più profonda, più duratura e sensibile. Un ventennio che valeva secoli e che ai secoli tramandava, immortalati, il nome di MUSSOLINI e le conquiste della rivoluzione da lui iniziata, animata, proiettata nello spazio e nel tempo, segno della civiltà più alta del secolo ventesimo e pegno della gloria di un popolo nella storia dell'umanità.

C.Curcio

( Dizionario di Politica, Roma, 1940, vol. IV, pp. 88 – 110 )

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